“Il mio trailer per il cinema, cura per la depressione, ora è in sala”
Buongiorno Selvaggia, mi ero persa i suoi servizi sui social sui geni dell’estate in Sardegna, ragazzi e adulti che affollano discoteche senza mascherine e poi trasformano la malattia in uno show su Instagram. Che gran tristezza, nel vedere persone dalla salute precaria fare marchette per promuovere prodotti commerciali. Davvero una gran tristezza. Ed è molto scoraggiante perché stiamo toccando un fondo di povertà umana, intellettuale, da far vacillare ogni speranza per il futuro dei nostri giovani. Personalmente, il lockdown di marzo e aprile non mi ha pesato moltissimo perché venivo da un isolamento volontario, che durava da quasi un anno. Dalla morte di mio padre, per il dolore, la mia vita si era come paralizzata. Una vita in simbiosi, quella tra me e mio padre. Ad acuire la sofferenza, è arrivata una disavventura umana e professionale: mentre papà stava morendo il mio datore di lavoro (da più di 20 anni e al quale mio padre aveva costruito un impero) mi ha licenziata: papà non poteva difendermi e lui se n’è approfittato. I vigliacchi agiscono così. Mio padre se n’è andato senza sospettare nulla del mio licenziamento. Riuscivo a fingere solo un po’ davanti a mia madre, ma la mia vita era ferma. Mesi di insonnia, attacchi di panico, poi ho cominciato a fare amicizia col silenzio, con l’ansia. Ho smesso di combattere una guerra impossibile da vincere, così ho cercato solo di attraversarla, senza farmi uccidere. L’amore per il cinema e per mio padre mi ha salvata. Ho realizzato un trailer per la ripartenza dei cinema dopo il lockdown, in suo onore. Alcune persone a cui era piaciuto (ma solo in teoria) hanno bloccato il progetto per quasi tre mesi, poi mi hanno liquidata dicendomi che non si poteva realizzare. Non mi sono persa d’animo e in un paio di giorni, letteralmente, è successo l’impensabile. Il trailer ora è nei cinema ed ho ricevuto decine e decine di messaggi dagli esercenti di tutta Italia, pieni di stima e affetto. Persone che avevano anche conosciuto mio padre. E sono felice.
Carla
Viva il cinema e viva chi non combatte contro il dolore ma si lascia attraversare.
“Io, docente, ho paura del virus e rivendico il diritto di critica”
Questa pandemia ha reso precario ogni lavoro e tutti i lavoratori, sia chi ha continuato a lavorare di presenza (utilizzando sistemi di protezione sempre più complessi), sia quelli che hanno affrontato mesi di smart working, una routine del tutto nuova. Prima delle riaperture con le nuove regole, diverse categorie di lavoratori hanno espresso dubbi e perplessità e nessuno ha avuto da ridire (anzi, le critiche erano legittime). Ora gli alunni torneranno in classe (e i docenti al lavoro per garantire il rientro), ma se un insegnante si permette di esprimere un ragionevole dubbio (o un timore) sulle modalità di riapertura delle aule ecco che arrivano gli haters, i leoni da tastiera. Le frasi più gettonate: siete in ferie da marzo e con stipendio, andate a lavorare; avete scaricato i vostri doveri sulle famiglie e voi a casa a fare niente; avete 3 mesi di ferie e vi lamentate; lavorate solo 4 ore al giorno; vi dovrebbero licenziare; dovevate stare a casa senza stipendio… e altre amenità che è meglio tacere. La Didattica a distanza non è semplice per nessuno, docenti e alunni! Insegnare non è solo trasmettere nozioni ma guardarsi negli occhi e calibrare la voce: insegnare è essere empatici e comprendere ciò che le parole non dicono. Ecco perché la Dad non è insegnamento, ma mera trasmissione di dati e tecniche. Ecco perché temo il mio ritorno al lavoro: avrei preferito la barriera di plexiglas dietro cui si proteggono alcune categorie di lavoratori, almeno così avrei visto il limite. Invece no! Il mio sarà un limite invisibile e invalicabile, dovrò eliminare abbracci e carezze: potrò ancora passeggiare tra i banchi? Chiedo solo comprensione e la possibilità di esprimere i miei dubbi, legittimi credo, di insegnante. Noi lavoriamo con esseri umani: alcuni di noi sono a contatto stretto con oltre 60-70 alunni in ambienti piccoli e chiusi. Ci avete paragonato alle cassiere: immaginate di essere un bambino, di entrare in classe e trovare davanti a voi qualcuno con mascherina, visiera e guanti; non sareste a disagio? Chiedo comprensione per i miei timori. Ho paura, ma il 24 sarò al lavoro e accoglierò i vostri figli con occhi sorridenti (il resto sarà coperto dalla mascherina).
Annalisa Gallo
È un problema di difficile soluzione per tutti e nessuno può indicare la strada migliore. Si naviga a vista, sperando che il buonsenso sia il faro di tutti. Di sicuro, tutti sacrificheremo qualcosa: gli insegnanti la possibilità di insegnare con serenità, gli alunni quella di imparare come abbiamo fatto noi che non siamo andati a scuola nel mezzo di un’epidemia, i genitori quella di poter affidare con tranquillità i figli dopo la scuola ai nonni e così via. Speriamo di poter tornare presto alla normalità, con i figli che non bivaccano davanti a uno schermo, le cuffie messe male e il telefonino con cui whatsappano durante la lezione sulle ginocchia…