Speranza: “Il piano arrivò dal delegato della Lombardia”

L’uomo di governo più esposto nella trincea del Covid giura che di segreti non ce ne sono: “La scelta di non rendere pubblico lo studio del Comitato tecnico scientifico fu dello stesso Cts, e il governo non ha secretato nulla”. Rivendica risultati e numeri “migliori di quelli degli altri Paesi” e non vuole riconoscere errori e in particolare i ritardi, quelli sui due focolai di Alzano e Nembro: “Non c’era il manuale di istruzioni quando è successo tutto questo, ora è facile parlare”. Ma il ministro della Salute Roberto Speranza, intervistato alla festa del Fatto da Gad Lerner e Maddalena Oliva, ha soprattutto un nemico a cui rispondere e urgenze da porre. L’avversario è Matteo Salvini, autore ieri di una lettera al Corriere della Sera in cui chiede al governo di “chiarire i silenzi” sul Covid di inizio anno. “Il testo di un leader piccolo che pensa solo al suo interesse e vuole dividere l’Italia” secondo il ministro, che piazza anche il contropiede: “Dentro il Cts c’è una rappresentanza delle Regioni, e il documento del Comitato io lo ebbi da un delegato della Regione Lombardia (Alberto Zoli, ndr) governata dalla Lega di Salvini”.

Ma poi conta soprattutto il futuro, fatto di cose da fare e di soldi da chiedere per la sanità: “Penso che le risorse siano fondamentali e abbiamo bisogno di prenderle con tutto il coraggio di cui c’è bisogno: io le chiedo per il Recovery Fund e non ho paura a chiederle per il Mes”. Così Speranza risponde al premier Giuseppe Conte che sabato, sempre dalla festa, aveva tentato di tenersi in bilico sulla grana del Fondo Salva Stati, dicendo che “finora il ministro non mi ha mai chiesto soldi in più per la sanità”. Ma per Speranza servono eccome, anche se “in 5 mesi abbiamo stanziato più soldi per la sanità di quanto si fosse fatto in 5 anni, iniziando prima della pandemia”. Prima del nemico che è forte, ancora, anche se il ministro si mostra fiducioso, ricorda che “la curva dei contagi è più bassa di quella degli altri Paesi”, e spiega che le Regioni hanno già acquistato 17 milioni di dosi di vaccino anti-influenzale: “È un dato molto più largo degli anni scorsi, saranno sufficienti”. Non solo: “Penso che il vaccino anti-Covid arriverà entro fine anno”. Però gli fanno notare che l’app Immuni proprio non decolla, e lo deve ammettere: “Dobbiamo lavorarci, abbiamo pagato una comunicazione sbagliata: ma è uno strumento straordinario, soprattutto ora che riapriranno le scuole”. Perché la lentezza nel valutare il focolaio di Alzano Lombardo? Speranza non ci sta, “facile parlare ora”, però poi ricorda che dopo le prime chiusure di Comuni “per 7-8 giorni gran parte dell’opinione pubblica ci disse che stavamo esagerando”. E i piani pandemici non aggiornati? “Pezzi di carta” sbotta, per poi rilanciare: “Il punto è che bisogna tornare a investire nel Servizio sanitario nazionale dopo 15 anni di tagli costanti”. Servono soldi e “un nuovo modello di sanità, basato su prossimità territoriale e assistenza domiciliare: in ospedale bisogna andare quando serve”.

Nell’attesa stanno arrivando Regionali e referendum. Sul taglio dei parlamentari Speranza butta la palla in tribuna, citando Piero Calamandrei: “Quando si parla di Costituzione i banchi del governo devono essere vuoti”. Però sulla rotta della sinistra, lui che è il volto di Articolo Uno, è netto: “Il modello di governo attuale è molto affascinante, dobbiamo costruire un grande campo democratico con dentro i 5Stelle”. Anche se le differenze erano e sono un fossato, e Speranza mica lo nega: “Io quando sento la parola partito mi emoziono, mentre il M5S voleva ammazzare i partiti: io e Luigi Di Maio siamo due cose completamente diverse”. Però “io e lui rappresentiamo la stessa tensione popolare verso il cambiamento, e questa è la direzione verso cui lavorare”. Un nuovo centrosinistra, contro “una destra preoccupante”. Il nemico che val bene un esperimento: tra diversi.

“Rivendico i sussidi. Il Recovery anche per dare asili nido a tutti”

C’è un Gualtieri ministro economico, puntiglioso nel rivendicare la “politica dei sussidi”, o la riforma del Fisco “modello tedesco” o delinea un piano per utilizzare i fondi europei che comprende anche gli asili nido. E c’è un Gualtieri politico che rivendica la forza dell’alleanza tra Pd e M5S- “Abbiamo salvato l’Italia” – salda anche nel futuro, che non teme l’impatto delle elezioni regionali, anche se si aspetta che gli elettori 5Stelle “alla fine voteranno per i candidati progressisti” e che voterà al Sì al referendum ma invita il Pd a “rispettare chi sceglierà il No”.

Intervenuto alla festa del Fatto che si è chiusa ieri sera, Roberto Gualtieri, a un anno esatto dal suo giuramento come ministro dell’Economia, risponde a tutte le domande tranne quelle su cui la diplomazia ha la meglio sulla franchezza.

Sussidi. In particolare, dopo i vari attacchi ricevuti dal governo sull’eccessiva distribuzione di sussidi, a cominciare da quelli di Confindustria, rivendica la politica del governo perché le misure prese “sono state decisive nel periodo più intenso della pandemia”. Era necessario dispiegare il massimo dello stimolo per non far precipitare l’economia e difendere, dice, “milioni di posti di lavoro”.

Talmente è convinto di questa impostazione che sceglie di essere indulgente con eventuali abusi da parte delle imprese sul ricorso alla Cassa integrazione da Covid: “Un conto è l’abuso, un conto sono le aziende che possono utilizzare gli ammortizzatori in un momento di incertezza, ma è stato giusto mettere a disposizione di tutti degli ammortizzatori sociali”.

Pil e fisco Del resto, il ministro si dice fiducioso su un risultato economico dell’Italia non distante dalle previsioni contenute nel Def, -8% del Pil, ipotizzando una chiusura negativa “a una cifra”, probabilmente il -9%. Gualtieri ha poi confermato le indiscrezioni circa la riforma del Fisco che potrebbe rifarsi al “modello tedesco” (un algoritmo calcola l’aliquota sul singolo contribuente senza più il sistema degli scaglioni).

Recovery e Mes.Il dibattito però è ancora aperto come lo è quello, più nevralgico, sull’utilizzo delle risorse del Recovery Fund. Al ministero esistono in effetti centinaia di progetti presentati non solo dagli altri ministeri, ma da associazioni di categoria, fondazioni, strutture della società civile. Sulle scelte da fare Gualtieri indica almeno tre ipotesi: “l’infrastruttura immateriale” cioè la digitalizzazione della pubblica amministrazione, “l’infrastruttura materiale”, ad esempio il Tav al Sud, ma anche “l’infrastruttura sociale” come gli asili nido: “Dobbiamo investire molto e guardare ai modelli del nord Europa” con un chiaro riferimento alla Scandinavia. Magari.

Sul piano europeo Gualtieri ribadisce l’utilità del ricorso al Mes anche se non sa dire perché nessun altro paese europeo stia pensando di farvi ricorso. Ma poi ribadisce una posizione riformista sull’Unione europea propendendo per la revisione del Patto di stabilità e dicendosi d’accordo che “non bisognerà tornare a come era prima”.

Alleanze. Motivato anche sul piano politico, il ministro si spinge in là nel rivendicare la bontà dell’alleanza tra Pd e M5S che “si è guadagnata sul campo i galloni di avere un futuro”. Se in mattinata il ministro della Salute, Roberto Speranza, si era sbilanciato fino a immaginare un unico “campo democratico” composto da Pd-5Stelle e Leu, Gualtieri mette però dei paletti: “Io sono proporzionalista e quindi penso che va bene realizzare un’alleanza di governo ma senza dover necessariamente giungere a un rapporto più organico”. L’attuale alleanza, in ogni caso, si è formata su un tema “che qualifica le classi dirigenti quello europeo e ha permesso la formazione di un esecutivo con orientamento europeo”, senza contare le nomine di David Sassoli o Paolo Gentiloni. Ancora una volta, l’Ue è cartina al tornasole di una prospettiva politica e, anche per il ruolo svolto da Conte nella trattativa europea, Bruxelles aiuta a spiegare le dinamiche italiane più di molte alchimie.

Referendum.Fiducia nel governo, quindi, che non sarà scosso dalle regionali, dove Gualtieri si dice convinto che “gli elettori del M5S alla fine voteranno i candidati progressisti in linea con il quadro di governo” ed esplicitazione del voto “Sì” al referendum costituzionale con un’avvertenza che viene consegnata alla direzione del Pd di oggi: “Votiamo Sì, sapendo che non risolve tutto e che occorre lavorare ad altre riforme a cominciare da una legge elettorale di tipo proporzionale” e poi un assist a chi vota No: “Rispettiamo il voto di tutti”. Appunto, un Gualtieri molto politico.

Ma mi faccia il piacere

L’amuleto. “Berlusconi se ne frega del virus e lavora anche con febbre e dolori. Il leader azzurro dà l’esempio, rimboccandosi le maniche si batte il Corona: farò campagna elettorale. Silvio rassicura tutti: ora sto meglio” (Renato Farina, poche ore prima del ricovero di Berlusconi al San Raffaele per polmonite bilaterale, Libero, 4.9). E niente, l’agente Betulla è proprio il suo portafortuna.

L’ossimoro. “Sul sito di Repubblica nasce TrUE per combattere le fake news” (Repubblica, 23.6). Uahahahahahah.

Fratelli d’Itaglia. “(Travaglio a Conte) sulla Russia farà domande dure e spietate! Qual’è la sua marca preferita di vodka? Cosa pensa del caviale russo? Perché Gazprom non fa pubblicità su qualche quotidiano italiano?” (Guido Crosetto, FdI, Twitter, 5.9). Ma soprattutto: perché Crosetto non chiede notizie della Russia ai suoi compari Berlusconi e Salvini, ottimi amici di Putin, e notizie di come si scrive “qual è” a qualcuno che conosca la lingua italiana?

Sardine che scrivono. “…In ultimo i toni, direttore: basta con questo paternalismo spicciolo, figlio di una presunta superiorità di cui, francamente, non se ne ravvede la necessità e l’urgenza…” (lettera aperta delle Sardine ad Antonio Padellaro, reo di averle criticate sul Fatto, 4.9). Di cui non se ne ravvede (che poi sarebbe ravvisa)?! Va bene cambiare la politica, ma lasciateci almeno la lingua italiana. Grazie.

Prendete nota/1. “Io voto No. Il taglio è un favore ai padroni dei partiti” (Giuseppe Guzzetti, ex senatore D, ex presidente della Regione Lombardia, ex presidente della Fondazione Cariplo, Repubblica, 6.9). Parola del padrone delle banche.

Prendete nota/2. “’Il taglio è un attacco alla democrazia, altro che maggiore efficienza’. Il Parlamento è come la salute, si apprezza quando non c’è… Di qui il mio No” (Paolo Cirino Pomicino, due volte condannato per Tangentopoli, Il Riformista, 2.9). La nostalgia è una cosa tenera: la prima tangente non si scorda mai.

Prendete nota/3. “La svolta di Berlusconi: ‘Referendum demagogico. Riduce la libertà e la democrazia’” (il Giornale, 31.8). Grazie, Silvio, di aver dissipato i nostri ultimi dubbi.

L’Apocalisse. “Prevedo l’autunno più infernale di sempre. Il governo scricchiola. Pd e M5S danno l’idea di fare cose da pazzi. La nostra democrazia è dentro uno stagno. Sento aria di elezioni” (Paolo Mieli, La Verità, 2.9). E le cavallette niente?

L’intrepido. “Il coraggio di dire No” (l’Espresso, copertina, 6.9). In effetti ci vuole un bel coraggio a sostenere una tesi così scomoda e censurata dall’intera stampa nazionale, a parte l’Espresso, la Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX, il Giornale, Libero, Il Messaggero, il Mattino, il Gazzettino, il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino, il manifesto, il Riformista, il Dubbio e pochi altri.

Qualificazioni. “Io dico: riduciamoli i parlamentari! Se ne parla da anni. Ma cerchiamo di metterci persone qualificate” (Iva Zanicchi, ex eurodeputata di FI, Repubblica, 31.8). Lei, per dire, era talmente qualificata che l’abbiamo esportata in Europa.

La differenza. “Taglio dei parlamentari. Tutto il potere così finisce in mano ai capi e ai padroni” (Aldo Tortorella, ex Pci, Il Riformista, 1.9). Ora invece, com’è noto, decidono tutto i cittadini.

Poveri Draghetti. “Conte, la risposta sbagliata. La rivalità con Draghi… vista la sua battuta maliziosa e gratuita sulla stanchezza del presunto rivale… Una risposta non proprio nel merito e non molto elegante, tradisce un certo nervosismo” (Stefano Cappellini, Repubblica, 6.9). “Quei giorni della proposta all’ex governatore buttata un po’ a caso… l’idea di un premier dal peso non rilevante…” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 6.9). Povere stelline, si sono offese tutt’e due per conto Draghi: e adesso come facciamo?

Lacrime. “Ma quanto ho pagato quelle lacrime!” (Elsa Fornero, ex ministro del Lavoro del governo Monti, Sette-Corriere della sera, 4.9). Pensa noi.

Numeri civici. “I manifesti di Salvini per Roma. Centrodestra, caccia al civico” (Repubblica-cronaca di Roma, 2.9). Ricomincia a citofonare?

Giovanno d’Arco. “Sgonfiate tutte le accuse alla Lombardia” (Attilio Fontana, Lega, presidente Regione Lombardia, Libero, 31.8). Pover’uomo, ora sente le voci e ha pure le visioni.

Degno erede. “Ho dato la mia disponibilità per correre da sindaco a Varese se non si troverà qualcuno di giovane e capace” (Roberto Maroni, Lega, ex ministro, ex presidente Regione Lombardia, Corriere della sera, 2.9). Dopo Fontana, a Varese non si butta più via niente.

Il titolo della settimana. “La condanna di Raggi. A ottobre parte il processo d’Appello che può cambiare la corsa elettorale a Roma”, “Raggi condannata, Pd e Ms sognano la soluzione giudiziaria per le comunali” (il Foglio, 2.9). Il processo parte a ottobre, ma il Foglio ha già la sentenza. Miracoli dal garantismo.

Quel Capitale (sprecato) di “Miss Marx”: un’operetta

Come Thelma & Louise. Non è l’album di Giorgia, ma il nuovo film di Susanna Nicchiarelli, Miss Marx, dedicato alla figlia più piccola di Karl, Eleanor, e in Concorso alla 77esima Mostra.

Antesignana nel coniugare femminismo e socialismo, partecipò alle lotte operaie, si spese per i diritti delle donne e l’abolizione del lavoro minorile, ma fu sfortunata in amore: l’incontro nel 1883 con Edward Aveling la condurrà al suicidio15 anni più tardi. Per Nicchiarelli quell’epilogo non fu “una fuga, bensì un atto di liberazione. Thelma e Louise si buttano nel canyon, ma esci dal film con tanta energia, qui succede qualcosa di simile: in Eleanor non c’è mai il senso della sconfitta, il vittimismo o l’autocommiserazione, ha scelto volontariamente l’uomo sbagliato e un destino tragico”.

Bambina sotto la scrivania del padre, che scriveva Il Capitale, tradusse Madame Bovary in inglese e aggiustò Casa di bambole, sopra tutto, “fu molto empatica, visse col cuore scelte e battaglie politiche: il riferimento all’oggi è continuo, l’attenzione per i più deboli non invecchia mai”. A incarnarla è Romola Garai, brava, mentre Patrick Kennedy dà a Aveling “occhi di basilisco”. Se la fattura internazionale di Miss Marx (dal 17 in sala) non è in discussione, la dimensione non è univoca: produzione rigorosa, costumi e scenografie impeccabili, la decisione di assistere Eleanor con materiale d’archivio è condivisibile, quella di svecchiarla con sguardi in macchina e la musica punk, facendola infine ballare come un’ossessa, assai meno, giacché la classicità dell’impianto complessivo regge male queste supposte trasgressioni. Nel caso del precedente Nico, 1988 Christa Päffgen rivendicava biograficamente la musica, qui gli intermezzi dei Downtown Boys sanno di intromissione ideologica, quasi che la regista e sceneggiatrice non ritenesse Eleanor capace di arrivare a noi con le sue sole forze: il rischio sensibile è dell’operetta punk, una Marx Antoinette di estrazione coppoliana, dunque diminutio più che upgrade.

Oggi a Venezia passano Non odiare di Mauro Mancini con Alessandro Gassmann e Assandira di Salvatore Mereu, con il padre padrone Gavino Ledda, nel frattempo Fuori concorso si ride con lo “Scemo & più scemo” indie del francese Quentin Dupieux, Mandibules: due amici ai margini, una mosca gigante, tanto humour grottesco.

“Solo sul set mi sento bene. Ringrazio per aver recitato con Mastroianni e Sordi”

Dopo rinvii e contrattempi, la confessione arriva prima del buongiorno. “Navigo sistematicamente nella categoria degli orsi”. Cioè? “Con le interviste vado in ansia (Silenzio). Oddio, non solo con le interviste, anche in altre occasioni. Comunque vado in ansia”.

Angela Finocchiaro è un essere umano senza le comuni armi della vita: non blandisce né aggredisce, non alza mai la voce, non si offende, relativizza il più possibile guai e gloria, e il più possibile cerca il cono visivo di chi ha di fronte; dosa l’autoironia prima di diventare macchietta e utilizza ogni sfaccettatura della quotidianità per capire la parte più remota di se stessa. Il divismo non abita in lei: “Mi scambiano pure per Maria Amelia Monti…”.

Non vi assomigliate molto.

È capitato con alcuni tassisti, e dopo i complimenti generali, mi chiedono di salutargli Gerry Scotti (protagonista di una sit-com con la Monti, ndr). Io ringrazio.

Anche il suo cognome può indurre in errore.

Sa quante volte mi hanno chiamato Anna? (come la senatrice del Pd, ndr)

Tante?

A un certo punto una rivista decise di scattarci delle foto insieme, un intero servizio dedicato, poi alla fine non è uscito e non ne so il motivo. Si saranno resi conto che non era un granché, di aver sbagliato.

Però lei ha vinto due David di Donatello…

E consecutivi! La seconda volta non mi ricordavo della candidatura, così quando ho sentito chiamare il mio nome, sul viso mi è comparsa un’espressione assurda, immortalata dalle telecamere: sembravo una scolaretta convocata alla cattedra dalla professoressa. Non ci credevo.

Proprio niente divismo.

Ora devo andare a Venezia per la Mostra, ma vengo assalita dai dubbi sul vestito, sul trucco, sui capelli; (ride) lo trovo un po’ faticoso, non mi ci trovo, non mi ci trovo in generale (Angela Finocchiaro, insieme a Claudia Gerini, Caterina Guzzanti e Paola Minaccioni è co-protagonista di “Burraco Fatale”, film di Giuliana Gamba, al cinema dal primo ottobre).

Autostima?

Davanti a quel concetto c’è un cartello con scritto “lavori in corso”; però quando sono professionalmente impegnata non ci penso, non mi pongo il problema di quanti panini devo ancora mangiare per conquistare una differente consapevolezza.

Il set la porta altrove.

(Con tono riflessivo) Sì, lì o su un palco sto molto bene e ogni volta mi stupisco, perché magari ripenso a come sono fuori dal lavoro e allora mi rendo conto della disconnessione tra le due versioni di me.

Se passano in tv un film con lei?

Cambio canale.

Non ha un’età ben definita.

È gentile, ma le assicuro che il mio braccio calante denuncia tutti i miei 64 anni; (sorride) oggi sono andata a comprami dei reggiseni, e la commessa ventenne si è complimentata; ho ringraziato, ma ho pure aggiunto: “In realtà sono un rottame”.

Due anni fa ha denunciato una certa carenza di ruoli femminili nel cinema.

Non solo di ruoli, è ridotta anche la presenza di sceneggiatrici, di registe, di produttrici; ci sono quasi solo uomini, guidati da uomini, su copioni scritti da uomini per gli uomini. La donna al massimo si può appassionare, e non sono una che ama il concetto dei “fronti opposti”.

Ma?

Anche economicamente c’è forte disparità tra i sessi: è necessario un cambiamento culturale, magari arriverà, ma non so se lo vedrò; (cambia tono) il termine “uomo” può sottintendere umanità, con “donna” non accade.

La sua Milano anni Settanta.

Una città nella quale incappavi in iniziative culturali, anche se non volevi; noi non eravamo nessuno, eppure potevamo girare con il nostro spettacolo. C’era spazio. E mi sono ritrovata a nuotare dentro a delle acque che poi sono diventate la mia vita.

Quando ha iniziato cosa cercava?

Qualcosa che mi regalasse maggiore vitalità rispetto agli anni del liceo e dell’università; (sorride) sono soldi che ho rubato a un analista.

Cioè?

Invece della classica analisi, ho preferito incanalare la necessità di un confronto dentro la quotidianità di un gruppo di lavoro; magari nelle infinite chiacchiere in pulmino, noi della compagnia strizzati dentro in sette o otto, mentre ci spostavamo di città in città.

Gruppi di autocoscienza.

Mamma mia quanto parlavamo; (sorride) sono fortunata, non sono mai stata costretta a cimentarmi con i provini, in caso contrario nessuno mi avrebbe mai presa. Nessun ruolo.

Esagerata.

È vero! Invece in quei primi anni sono stata coinvolta e artefice dei progetti che mi interessavano, portavamo gli spettacoli nelle scuole, nonostante per me fosse un inferno.

Si agitava.

A parte l’emozione, il problema era la pressione bassa: la mattina non ero in grado, mi veniva da svenire, la situazione è migliorata quando ho iniziato a lavorare la sera; (ride) le prime volte, prima dell’esibizione, volevo scappare.

Negli anni Settanta partecipava alle manifestazioni?

Abbastanza, ma sono sempre stata una fifona, poi già al tempo convivevo con le crisi di panico e non sopportavo gli assembramenti di persone, compresi i concerti.

Ancora oggi?

No, quelle crisi mi sono passate quando ho verificato che non morivo.

Affronta i problemi.

È fondamentale, per questo amo i set dove esco dalla comfort zone: con la Comencini, ne La bestia nel cuore, sono andata in difficoltà; (ci pensa) il problema di questo lavoro è proprio la seduzione della sicurezza, ripetere sempre ciò che è venuto bene, e poi sono pochissimi gli amici e colleghi pronti a dirti la verità. Siamo una categoria disaggregata, non in grado neanche di avere un sindacato.

Ama le difficoltà.

Da ragazza, appena raggranellavo qualcosa, partivo alla ricerca di situazioni al limite, viaggi assurdi, magari in Colombia o India.

Ha mai rischiato?

Anche un attacco sessuale. Ero con un’amica in un posto isolatissimo: dopo un po’ arriva un tizio strano, mi rivolge un gesto incomprensibile, come per chiedermi una sigaretta. Sparisce. Dopo poco riappare nudo, diretto verso di noi.

E?

Entrambe abbiamo preso gli zaini in spalla e urlando gli siamo andate addosso.

Si è mai sentita sexy?

No.

Proprio mai?

(Ride) Rispetto a prima, forse mi vesto più oggi con abiti femminili; (ride più forte) anni fa uscivo sempre con un cappotto deforme, enorme, che copriva tutte le forme, e da ragazza sono sempre stata quella “simpatica” o la “bella persona”.

Sempre…

Negli anni Settanta avevo un’amica che professava la religione dell’ogni lasciata è persa.

Invidia?

Porca vacca. (Sorride) Anche io mi sono divertita, eh.

Frequentava il celebre “Derby”?

Non rientrava nel mio giro, ci sono finita solo anni dopo, ma non avevo un repertorio cabarettistico; anche oggi non ho quel passo, sul quel tipo di palco è necessaria una battuta forte ogni tot di tempo, mentre a me piace affondare dentro la fatica del vivere, e trasformarla in ironia.

Nel suo lavoro cosa è fondamentale?

Come accennavo prima, amo la coralità, ricerco il gruppo, il confronto, anche se non sempre è positivo, in certe occasioni si sviluppano degli odi bestiali.

Cosa la innervosisce?

Chi non sa ascoltare, e se me ne rendo conto, mi saltano i nervi.

Ha mai dato uno schiaffo?

Solo sul set, a Elio Germano e Claudio Bisio; (ride) a Claudio, ogni volta, poi chiedevo scusa.

Di Bisio parlano sempre tutti bene…

Con lui si lavora benissimo, è un grande artigiano, mette in discussione i testi, li analizza; e poi sul lavoro porta allegria, leggerezza come nessun altro.

Tra i grandi lei è stata sul set con Alberto Sordi…

(Silenzio) Inarrivabile. Stavo zitta e lo guardavo tutto il tempo, mi poteva anche togliere la pelle dalla faccia, che non avrei reagito. E non era mica buono con tutti…

Tradotto?

Se una persona non lo convinceva, puntualmente la colpiva, beccava difetti e magagne, ed erano cavoli. Io ridevo come una matta. Ogni volta la truccatrice si disperava perché lacrimavo e mi si scioglieva il trucco.

Gli rivolgeva domande?

(Tono stupito, come se la domanda fosse una bestemmia) Noooooo! Ero piccola, stavo in un angolo; stessa situazione con Mastroianni: meraviglioso, io intimorita, ma con personalità del genere ci vuole coraggio, preferivo diventare un tappetino.

Remissiva.

Mastroianni era stupendo, e ogni giorno restavo stupita nell’attimo del ciak: un momento prima era normale, un secondo dopo era già nel ruolo, senza fatica alcuna. E nessuno di loro mi ha mai messo in difficoltà, e se hai la possibilità di lavorare con qualcuno più bravo di te, è una fortuna da utilizzare al massimo.

Celentano.

Gentilissimo, altro fuoriclasse.

Tutti bravi con lei.

Arrivo disarmata.

È una strategia.

Non ci ho mai pensato, ci devo riflettere.

Ha funzionato anche in Burraco fatale?

Sono diventata una giocatrice incallita; nonostante le riprese siano finite da tempo, con le altre abbiamo una chat molto attiva.

Le sue tre “socie” sono dotate di carattere.

E con un grande senso dell’umorismo, se poi c’è da incazzarsi, sanno come agire e spesso hanno pure ragione; rispetto a loro tre sono più spenta, funziono meglio nel rapporto a due.

È mai andata in terapia?

Mi è bastato il teatro. O forse no. E poi sono un po’ cialtroncella, sono una migrante da tournée.

A scuola come si collocava?

Mi hanno bocciato: un anno l’ho passato a ridere con la mia compagna di banco, ma era l’unica salvezza alla noia quotidiana.

I professori le dicevano “non farai mai niente nella vita”?

Magari fossero entrati così nella mia esistenza! Purtroppo no.

Neanche i suoi genitori?

Solo quando ho manifestato l’intenzione di dedicarmi al teatro, hanno reagito con un “ma che sei scema?”.

Un suo vizio.

Cioè?

Tipo la marijuana.

Ho smesso, mi dà tachicardia.

Alcool?

Stop durante il lockdown.

Sigarette?

Poche. Alla mia età bisogna limitarsi.

Paura?

Solo quando ho l’insonnia, allora inizio a pensare a catastrofi legate ai miei figli.

Chi è lei?

(Silenzio) Eh?

Chi è?

(Altro silenzio) Allora ci possiamo salutare qua.

 

In Russia è candidato, in Libia è galeotto

La storia dell’ultimo “patriota russo”, Maksim Shugaley, è cominciata a Mosca, continua a Tripoli, ma non si sa dove e come finirà. Le urne parlamentari russe verranno aperte il prossimo 13 settembre per molte regioni della Federazione, ma solo in una ci sarà un candidato diverso da tutti gli altri: è Shugaley, che rimane in un carcere libico, dove è rinchiuso dal 2019. Nonostante questo, Shugaley corre per essere eletto “in contumacia” nella Repubblica di Komi, una regione remota degli Urali con cui non ha mai avuto legami prima d’ora. Da “consulente elettorale”, Shugaley lavorava in Libia, curava “progetti africani” dal 2017 per il governo di Tripoli; poi è finito in galera con l’accusa di aver segretamente incontrato Saif al Islam Gheddafi, figlio del dittatore abbattuto nel 2011, al fine, riferiscono le autorità, di sfavorire il governo d’accordo nazionale, il Gna La versione russa è diversa: il “patriota” avrebbe invece scoperto il legame tra le milizie islamiste e la squadra di Fajez al Serraj e per questo rimane rinchiuso dietro le sbarre.

C’è poi una terza ipotesi: Shugaley aveva il compito di passare informazioni a Mosca: Gheddafi junior era in possesso di materiale compromettente sui politici occidentali, che voleva trasmettere al Cremlino. In cambio Gheddafi avrebbe chiesto supporto e aiuti russi per tornare al potere nella sua terra devastata da conflitti e guerra tra bande. Insomma, Shugaley, come riferisce la stampa indipendente russa, sarebbe stato un agente sul campo di Evgeny Prigozin, il tycoon definito “lo chef di Putin”, già fondatore della compagnia di mercenari Wagner e proprietario della fabbrica dei troll di Pietroburgo, finita al centro delle indagini Usa per “interferenza in elezioni” nel 2016. Il “cuoco” del Cremlino durante le prossime parlamentari supporterà i candidati del partito Rodina, ovvero “patria”, lo stesso partito che ha nominato Shugaley nelle sue liste. Come finirà la storia del consulente non è chiaro: i russi però si sono già appassionati alla fiction che fornisce una versione dei fatti, e che è già arrivata alla seconda stagione. Fra sparatorie ed esplosioni, effetti speciali, salti mortali e interrogatori disumani, si narra la vicenda del controverso “patriota” che ama la sua Federazione, ma vuole portare “pace anche in terra altrui”, come ripete in alcune scene dalla retorica epica. Niente è neutrale nella storia del candidato in contumacia e, come ha confermato il regista della serie, Sergey Shcheglov, “il motto del team sul set era: dobbiamo salvare l’umanità, l’indifferenza non troverà spazio tra di noi”.

 

Grosso guaio a Teheran: anche la stampa è stufa

Per la prima volta, da quando, 41 anni fa, l’Iran è diventata una repubblica teocratica sciita guidata dagli ayatollah, i media di stato hanno denunciato l’uso dell’oppressione come strumento per sedare la società e mantenere la presa sul potere. Ma non è tutto: i giornali, le tv, assieme ad alcuni funzionari hanno riconosciuto che nemmeno la più brutale repressione può impedire alle persone di rovesciare un regime. Che si tratti di un avvertimento al regime da cui dipendono per lavorare e vivere o che si tratti di una sollevazione “intellettuale” per aderire al “malcontento” generale amplificato dal comportamento negazionista del governo e della Guida Suprema, Ali Khamenei in merito alle reali cifre dei morti per Covid, resta il fatto che finora mai nessun direttore di giornale aveva osato criticare gli autori della Rivoluzione islamica. Per la prima volta inoltre non vengono accusate le sanzioni riappioppate dal Grande Satana americano come unica causa della povertà in cui versa la maggior parte degli 80 milioni di iraniani, soprattutto quelli esclusi dall’ampio entourage di Khamenei.

Vengono prese di mira invece le politiche economiche sbagliate del regime, l’esportazione e il finanziamento del terrorismo attraverso il saccheggio delle casse dello stato e di conseguenza della ricchezza nazionale, per finire con la pandemia e il suo crescente numero di vittime. Secondo i media tutto questo, a partire dalla corruzione endemica dei gangli istituzionali, ha trasformato la società iraniana in una polveriera. Perché, nonostante la brutalità del regime durante le proteste nazionali di massa dello scorso novembre, arrivata a causare la morte di ben 1.500 manifestanti e l’arresto di almeno 4.000 persone, la gente non si è lasciata terrorizzare e si è riversata nuovamente nelle strade a gennaio dopo che le Guardie rivoluzionarie (IRGC), note come Pasdaran, hanno abbattuto un aereo passeggeri ucraino. Meno di un mese dopo, gli iraniani hanno boicottato, un fatto senza precedenti, le elezioni parlamentari. Il quotidiano Mardom Salari del 1° settembre scrive: “C’è una questione che rimane. Dovremmo definire quella attuale una situazione di stallo? Ed è l’unica via d’uscita quella di utilizzare strumenti e metodi duri, o potremmo sperare che la situazione migliori? I movimenti di protesta del 2018 e del 2019 e il modo inadeguato di affrontarli non sono buoni indicatori in questo senso .”

Il quotidiano statale Mostaghel del 2 settembre, pur chiamando l’odio della gente verso il regime “disperazione e sfiducia”, che sono comunque termini mai letti prima, ha sottolineato che ciò è dovuto alle “azioni passate del regime”. Che però, è sottinteso, si riverberano sul presente.

Mostafa Moin, l’ex ministro della Scienza, ha detto martedì scorso al quotidiano Sharq che l’odio del pubblico verso l’intero regime ha fatto sì che i lacché statali “non hanno più la fiducia in se stessi che avevano una volta. La loro incoscienza e la scelta di metodi che intensificano le controversie interne hanno ulteriormente asfissiato l’atmosfera politica e sociale e hanno condotto all’esercizio di maggiori pressioni su studenti, lavoratori, media e attivisti per i diritti civili.” Le proteste popolari non riguardano solo la crisi economica. “La maggior parte nascono a causa dell’inefficienza [del regime], della disonestà, della corruzione burocratica e governativa, della disuguaglianza e della sfiducia nelle parole e nelle azioni del governo e dei suoi funzionari ”, ha detto Hassan Bayadi, uno dei maggiori esperti che il 31 agosto al sito web statale Entekhab ha dichiarato: “Ci saranno incidenti socio-politici inaspettati fino alla fine di dicembre”. Risultato: sia il presidente cosiddetto “moderato Rohani”, sia il falco Khamenei, pur nella loro diversità, non dormono sonni tranquilli.

Capriles strappa l’agenda Guaidó

C’è un uomo, a Caracas, che in questo momento preoccupa Juan Guaidó e i suoi più di Nicolas Maduro: Henrique Capriles Radonski. Attorno al suo nome, infatti, ruoterà una lista di candidati alle elezioni parlamentari del 6 dicembre, rompendo così il muro astensionista dell’opposizione venezuelana. Il due volte candidato alla presidenza del Paese con il partito ‘Prima la giustizia’, ha deciso mercoledì di partecipare alla competizione elettorale, “tradendo” il blocco di Guaidó.

“L’agenda politica di Juan si è esaurita. Bisogna cambiare strada”, ha arringato il politico in un lungo e accalorato appello su Facebook ai venezuelani. “Basta con questa opposizione delle camicie rosse”, ha accusato Capriles. “La strategia del partito anti-Maduro di lasciare che i venezuelani stretti nella morsa della fame, si ribellino al regime, non ha funzionato”, ha spiegato Capriles. “È facile parlare quando si viaggia in un auto personale e si ha un appartamento enorme tutto per sé”, ha continuato il leader esortando in conclusione i venezuelani ad andare alle urne e a votare per il cambiamento. Un discorso vincente, sembrerebbe, seguito da più di 80 mila persone.

Eppure, ciò che Guaidó più teme non è la vittoria di Capriles, bensì la frattura sempre più esposta che la sua mossa provoca nel fronte degli oppositori a Maduro. Il presidente ad interim si sente sempre più vulnerabile. D’altra parte il leader rivale non gli ha risparmiato critiche accusandolo di essere stato eletto dal “governo di Internet”, sottolineando la mancanza di trasparenza e di spiegazioni circa alcune operazioni, a sua detta controverse, come la fallita insurrezione del 30 aprile 2019 o la più recente incursione con mercenari della operazione Gedeòn.

Il peccato di Guaidó, secondo il suo alter ego, sta nell’essersi totalmente “disconnesso dalla popolazione”. In questo contesto per Capriles le “elezioni rappresentano uno spiraglio nel quale provare a inserire la mano, per poi entrarci con tutti i piedi”. Se a questo poi si aggiunge che Nicolas Maduro in persona ha invitato con una lettera al cancelliere Jorge Arreaza formalmente l’Unione europea e le Nazioni Unite come osservatori internazionali, “non si può non cogliere l’occasione, che non vuol dire legittimare Maduro, ma non doverci pentire di non averci provato”. “Non regaleremo l’Assemblea Nazionale a Maduro” è lo slogan di Capriles. A pensarla come lui non sono in molti in un’opposizione che arriva a dicembre divisa in quattro gruppi, di cui Capriles e Guaidó rappresentano i due poli. Il cosiddetto G4, il gruppo dei principali rivali di Maduro comincia a temere fortemente che l’intenzione di Capriles sia accontentarsi di uno scranno per entrare nel “sistema” regime, mandando all’aria tutte le conquiste ottenute finora: la sottrazione dei beni al Chavismo, il congelamento dei conti provenienti dalla corruzione, la poltrona nell’Organizzazione degli Stati americani, le sanzioni al cerchio magico di Maduro, il rientro a Caracas dell’oro stipato all’estero dal regime. Questo e l’intera strategia dell’opposizione si sgretolerebbero all’istante. Soprattutto, c’è il timore che dietro la nuova agenda di Capriles ci siano Europa e Stati Uniti. La prima guidata dal governo spagnolo di Pedro Sanchez con l’ex ministro degli Esteri di Madrid e ora Alto Rappresentante europeo, Josep Borrell che in un tweet si è rallegrato della liberazione dei prigionieri politici e dei deputati perseguitati in Venezuela, ritenendo questa una “ottima notizia per continuare nella direzione dell’organizzazione di elezioni libere, inclusive e trasparenti”.

Un’Europa che secondo i partiti d’opposizione citati dai media spagnoli avrebbe fretta di mettere fine alla crisi venezuelana.

A questa potrebbe dare una spinta definitiva la vittoria di Joe Biden alle elezioni di novembre negli Usa. Se così fosse, secondo gli ex compagni di Capriles la sua sarebbe in realtà una messinscena per mettere fine alla leadership di Guaidó: la resa dei conti di una crisi interna che dura da anni e che sembra arrivata ad uno scontro durissimo tra Capriles stesso e Leopoldo Lopez, il capo politico di Guaidó. Due leader molto simili che hanno avuto da sempre grosse difficoltà a convivere.

Oltretutto, secondo i rivali del candidato Capriles, questi non si presenterà personalmente alle elezioni, visto che fino a prova contraria su di lui pesa ancora l’inabilitazione politica chavista: piuttosto si crede che avendo preso in segreto la tessera del partito ‘Forza del cambiamento’ al Consiglio nazionale elettorale, presenterà una piattaforma con attivisti della società civile sulla quale, dicono, abbia margini di influenza.

Senza competenza pragmatica, cara gag, non fai più ridere

È impossibile comprendere e apprezzare una gag senza la competenza pragmatica. La pragmatica studia gli enunciati (cioè le frasi secondo la loro funzione nel contesto della conversazione, non secondo il mero significato grammaticale); e gli effetti del contesto (sociale, ambientale, psicologico) sull’atto comunicativo. Il significato letterale è spesso diverso dal significato voluto (intenzione).

La competenza pragmatica è la capacità di codificare e di comprendere il significato voluto: Il pittore Moroni, notoriamente burbero, va al cinema, pregustando lo spettacolo. Poco prima della proiezione, un ragazzo con in mano un grande cartoccio di semi di zucca si siede proprio davanti a lui. A un certo punto, si spengono le luci. Si fa silenzio. Il ragazzo addenta il primo seme di zucca. Crik. E Moroni, da dietro: “Ne hai ancora molti?”. Inoltre, un enunciato non coincide sempre con una stessa intenzione: dipende dal contesto. Per esempio, dicendo al marito “I bambini sono ancora svegli”, la moglie può intendere, semplicemente, che i bambini sono ancora svegli; oppure, che è ora che il marito vada di là a leggergli la favola della buonanotte; oppure, maliziosamente, che non è ancora il momento di scopare. Il tutto è complicato dal fatto che l’intenzione può non corrispondere all’effetto ottenuto, come nel caso della gaffe. Fu notevole quella sfuggita a Vittorio Sermonti parlando della moglie amata: “Grazie a lei, andrò verso la morte senza spavento”.

La comunicazione divertente presuppone la conoscenza delle regole che fondano l’interazione fra gli esseri umani, e l’accordo sulle premesse (Olbrechts-Tyteca, 1974). Regole e accordo partecipano alla creazione della isotopia generale con cui una sociocultura giudica il nostro comportamento. La strategia della prassi divertente è l’insieme di tutte le procedure che sovvertono l’isotopia generale.

L’accordo sulle premesse. Gli oggetti dell’accordo sono di tre tipi: universali, cioè ammessi da tutti: fatti, verità, leggi, presunzioni (“Attenti alle auto che hanno più di tre passeggeri col gesso al collo.”); specializzati, come il sapere degli avvocati, dei teologi, degli scienziati, &c. (La ragazza: “Dottore, mi aiuti. La mia urina esce in quattro getti!” Il dottore: “Ecco fatto. C’era un bottone.”); personali: valori e gerarchie (“Matrix, Inception, Tenet: con tutti questi film pieni di effetti speciali, non sai più cos’è vero e cosa è finto. È un po’ come guardare il Tg4”); e luoghi del preferibile (“La sua idea di romanticismo era schioccare un elastico in faccia alla ragazza.”).

Valori e gerarchie. Le gerarchie sono articolazioni di valori. Alcuni esempi divertenti: replicare prendendo la finzione come un fatto (“Mio fratello crede di essere una gallina. Lo porterei dallo psichiatra, ma ci servono le uova”); smentire una presunzione (AAA. Posso dare lezioni di matematica, inglese e latino: metodo assicurato. Ma non voglio. Tel. 47010679908); la formula “Non avevo il coraggio di dirtelo” (“Non trovi anche tu che assomiglio un po’ a Belen?” “Sì, ma non avevo il coraggio di dirtelo”); il finto proverbio (Pioggia a novembre, Natale a dicembre); la fissazione per un oggetto (in Amore e guerra di Woody Allen, un commerciante di aringhe sale alle stanze superiori con un sorriso di dissimulazione, tenendo fra le mani una grande aringa con fare lubrico, mentre la moglie e l’amico suonano in salotto); la preoccupazione incongrua (L’AMICO: “Devo averti!” SONIA: “No, non sul pianoforte. È a noleggio”).

I luoghi del preferibile. I luoghi del preferibile sono premesse su cui giocano spesso gli umoristi del calibro di Woody Allen. Riguardano l’ordine (superiorità dei principî, della causa, del fine: “Due settimane dopo fu internato in manicomio per aver fatto una capriola improvvisa nel bel mezzo di una conversazione con Stravinsky”); l’esistente (superiorità di ciò che è reale: “Sono afflitto da dubbi. E se tutto fosse un’illusione, se nulla esistesse? Ma allora avrei pagato uno sproposito per quella moquette!”); la quantità (superiorità di ciò che è maggiore, durevole, normale: “Eravamo indecisi fra il divorzio e le vacanze. Poi abbiamo pensato che le vacanze alle Bermuda in due settimane sono finite, mentre un divorzio dura tutta la vita”); la qualità (superiorità dell’unico: “Needleman era ossessionato dal suo funerale, e una volta mi disse: ‘Preferisco la cremazione alla sepoltura, ed entrambe a un weekend con mia moglie’”); Parodie e imitazioni sono tattiche comiche di svalutazione dell’unico. Butor (1968) sostiene che ogni opera letteraria sia la parodia di tutte quelle che l’hanno preceduta, “che gli scrittori lo sappiano o no”. Spesso il preferibile esprime un pregiudizio, come quello del purismo.

Dinamica degli accordi. In ogni comunicazione, ciò che precede influisce sugli accordi: questa inerzia dà per acquisito ciò che è stato ammesso, e richiede la giustificazione di ciò che cambia. Alcuni esempi divertenti sulla dinamica degli accordi: la rimbeccata (Uno scienziato antipatico vince il Nobel. Un collega: “Be’, questa è la prova che non danno il Nobel per la simpatia”. Lo scienziato: “Ed è un peccato, perché almeno avresti una possibilità di vincere”.); la risposta sarcastica alla domanda superflua: Campazio esce dal teatro, e Tito Massimo gli chiede: “Hai visto lo spettacolo?”. Campazio: “No, giocavo a palla nell’orchestra”. Questo esempio, di Quintiliano, fu ripetuto quasi verbatim da Frank Sinatra durante uno spettacolo a Las Vegas negli anni 50: quando Sinatra, dopo un paio di canzoni, si mise a conversare con il pubblico, un ubriaco gli urlò: “Canta!”. E Sinatra: “Cantare? No, sto giocando a polo, quassù”. È una tattica fra le più sicure. In America venne resa popolare negli anni 60 dall’umorista di Mad Al Jaffee con una serie di libretti intitolati Snappy Answers to Stupid Questions (in una vignetta, una signora anziana dice a una mamma con due gemelli: “Sono due gemelli?” E la mamma: “No, sono due estranei identici”.); dare per acquisita la premessa (Il bisognoso: “Dio mio, ti prego, mandami mille euro. Ti giuro che ne darò la metà ad altri poveri come me. Se però non ti fidi, mandami solo i miei cinquecento”.); la fallacia dell’argomentazione (per esempio, la petizione di principio: “Perché non porti il cappello, come Dio prescrive?” “Ma nella Bibbia non è scritto da nessuna parte” “Come no? C’è scritto che Dio mandò Abramo nella terra promessa” “Embè?” “Come avrebbe potuto mandarcelo senza cappello?”).

La selezione dei dati: l’interesse. Il linguaggio non è mai anonimo. I termini impiegati, e la selezione dei fatti dall’universo dei fenomeni, obbediscono sempre a un interesse e manifestano un’intenzione: Un maniaco della pulizia è in bagno. La moglie a letto: “Cosa fai?”. Lui: “Sto facendo il bidet al pisello”. La moglie, annoiata: “Com’è che hai sempre il pisello nel bidet e non da qualche altra parte?”.

(20. Continua)

Senato, i 5Stelle depositano la legge contro gli editori impuri

Ridurre i conflitti di interessi degli editori per garantire una stampa più libera. È con questo obiettivo, che diversi senatori 5Stelle (primo firmatario, Primo Di Nicola) hanno depositato in Parlamento la proposta di legge per ridurre al 10% il peso nelle società editoriali dei soggetti privati che hanno anche altre attività economiche con un fatturato eccedente 1 milione di euro all’anno. Il fine sarebbe quindi quello di normare definitivamente il rapporto tra due principi costituzionalmente garantiti: la libertà di iniziativa economica e la libertà di manifestazione di pensiero. “La commistione e i conflitti di interessi hanno raggiunto livelli tali di criticità da richiedere al Parlamento un intervento chiaro e risolutivo”, si legge nella relazione introduttiva della proposta. “Vogliamo assicurare l’equilibrio necessario tra la libertà di impresa e la tutela di una informazione credibile, plurale e completa. Ci sono vari esempi che mostrano come i gruppi economici con interessi prevalenti in altri settori tentino costantemente di orientare l’opinione pubblica”.

La proposta riguarderebbe tutti i tipi di editori, dalla tv alla carta stampata, alle testate online, e riguarderebbe anche le quote detenute dalla più ristretta cerchia famigliare: figli, coniugi, fratelli o sorelle degli stessi editori. Qualora fosse approvato, il disegno di legge avrebbe una valenza retroattiva, concedendo un periodo transitorio di tre anni per far adeguare le società alla nuova normativa. Gli editori con grandi patrimoni economici provenienti da altre attività dovranno quindi ridurre la quota eccedente il limite di legge: al 45 per cento entro un anno, al 25 per cento dopo due anni e poi al 10 per cento delle quote della società editoriale, entro il terzo anno dall’approvazione della nuova legge. Se approvata, la legge avrebbe effetti dirompenti: i maggiori gruppi editoriali italiani sono infatti detenuti da gruppi attivi in altri settori, da Fca (Repubblica e La Stampa) a Caltagirone (Il Messaggero).