La rete non è molto unica: Gubitosi (Tim) e Starace (Enel) se le danno in pubblico

Non sono presenti nello stesso momento, non si nominano neppure, ma Luigi Gubitosi e Francesco Starace – Ad rispettivamente di Tim ed Enel – si danno delle gran mazzate in pubblico al Forum Ambrosetti di Cernobbio. Il nodo del contendere, com’è noto, è la rete unica, che vede impegnate (con pessimi risultati) entrambe le aziende nel cablare lo Stivale. Tim ha appena siglato un accordo con Cassa Depositi e Prestiti per creare una nuova società (AccessCo) in cui confluirà, oltre alla rete ex Telecom, la metà di Open Fiber, cioè la società che Cdp ha a metà proprio con Enel e che stende la fibra in concorrenza con Tim (di cui, per sovrammercato, Cdp è secondo azionista col 10%). Enel, ancorché caldamente invitata dal governo, non ha ancora deciso cosa fare del suo 50% di OF: vuole parecchi soldi per ritirarsi in buon ordine, molti più di quanti siano disposti a pagare Tim e Cdp.

E qui veniamo a ieri. Starace (Enel) di mattina partecipava a un panel sull’economia circolare, ma la domanda sulla rete unica non poteva mancare: entrerete anche voi in AccessCo? “È chiaro che non risponderò”, ma “a noi interessa cablare, il resto un po’ meno”. Parole non gentili arrivate giusto mentre Giuseppe Conte – alla festa del Fatto – sosteneva che “la rete unica sarà un’infrastruttura aperta e inclusiva. Anche a Mediaset? Perché no. Vogliamo che tutti partecipino a un progetto che si realizzi in 3-4 anni” e che sarà uno dei punti fondamentali del Recovery Plan che l’Italia presenterà all’Ue. Ecco, per introdurre la posizione di Gubitosi (Tim), partiamo proprio da Mediaset: “Mentre mi è evidente il vantaggio a entrare per un operatore di tlc, non mi è chiaro quale sia per un fruitore della rete come Mediaset. Comunque l’accordo con Cdp è stato fatto prima: se ci sarà l’interesse di qualcuno sarà valutato, ma non è una cosa realistica in tempi brevi”. Liquidato il Biscione, destinato a diventare in qualche modo preda di Vivendi (primo azionista di Tim), si passa a Enel: entrerà? “È una domanda ipotetica, perché Enel ha sempre detto che non le interessa fare il partner di minoranza. Detto questo, anche qui non ci sono chiusure di principio. È il momento di finirla con le polemiche e passare a operare”. Tradotto: tanti saluti Enel. Tim e Cdp vanno avanti con “tempi veloci” qualunque cosa faccia Starace: “Stiamo lavorando per trasformare le poche pagine di principio del Memorandum of understanding (approvato lunedì, ndr) in un business plan pluriennale condiviso”. Tim avrà oltre il 50% di AccessCo perché, dice Gubitosi, “il nostro apporto di rete sarà più grande” (ri-ciao Enel, ndr), ma “non vuole il controllo”, anzi “saremo in minoranza in cda. E poi ci saranno operatori indipendenti, come l’Agcom, che verificheranno la parità di accesso”.

Mattarella è preoccupato: “Sul Recovery l’intesa sia rapida. I soldi servono subito”

Sergio Mattarella è un presidente dai toni bassi e non ha fatto eccezione la sua partecipazione, ieri in videoconferenza, al Forum di Cernobbio. Solo che stavolta il capo dello Stato – in mezzo al rituale linguaggio tranquillizzante (“dall’Ue sono arrivati segnali innovativi: la pandemia è stata un richiamo alla realtà”) – ha buttato lì una frase che va spiegata: “Il processo di varo del piano di ripresa europeo deve procedere con grande rapidità per rendere disponibili le risorse già all’inizio del 2021. Non compromettiamo con scelte errate la speranza per chi verrà dopo di noi di godere di condizioni perlomeno pari a quelle di cui noi abbiamo usufruito”. Di cosa si preoccupa Mattarella? Di un particolare poco citato nei media: l’accordo tecnico sul Recovery Fund e sul Bilancio Ue, che vanno insieme e che non è ancora definitivo e, quando sarà trovato, andrà sottoposto alla ratifica dei Parlamenti nazionali (e in alcuni del Nord Europa non è detto che passi). Il meccanismo di erogazione dei fondi poi, se va bene, non si metterà in moto prima del giugno 2021: se il presidente “monita” avrà i suoi motivi.

A Bologna prima via dedicata a una persona trans

Bologna sarà la prima città ad avere un’intera via intestata a una persona trans: l’indimenticabile Marcella Di Folco. In tutta Europa non ci sono esempi, solo a New York esiste un “angolo” di strada dedicato a Sylvia Rivera, transgender americana nota, anche, per i moti di Stonewall.

Una vita di prime volte per colei che fu Marcello, come il titolo del libro dedicatole da Bianca Berlinguer l’anno scorso. Attrice, attivista, politica: dai film con Federico Fellini allo scranno in Consiglio comunale a Bologna. Di Folco è stata la prima persona trans a ricoprire una carica elettiva, era il 1995 e si era candidata con i Verdi.

È stata la prima donna apertamente sottopostasi a un’operazione per il cambio di sesso a coprire una carica pubblica al mondo. A Casablanca nel 1980. Anche grazie a lei, due anni dopo, e al Movimento Italiano Transessuali venne stilata una delle leggi più avanzate per il riconoscimento dell’identità di genere e il cambio di sesso. Lunedì prossimo ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco, un periodo congruo secondo le regole della commissione toponomastica del Comune di Bologna per l’intitolazione di una strada o una piazza. “Questo è il frutto di una lotta che Marcella ha fatto, illuminando il buio e la marginalizzazione in cui troppe persone trans ancora vivono” sottolinea Cathy La Torre, promotrice nove anni fa insieme a Sergio Lo Giudice (ai tempi la prima capogruppo di “Con Amelia per Bologna con Vendola” e il secondo del Pd) dell’ordine del giorno dedicato. Odg che in questi giorni hanno riportato alla ribalta chiedendo conferma al primo cittadino Virginio Merola. “Se Bologna è all’avanguardia su questo terreno, è grazie alle conquiste di persone come lei – ha ricordato il sindaco – anche la presenza del primo consultorio pubblico per la salute delle persone trans, ne è testimonianza”. Ora si tratta solo di decidere la via.

Lampedusa, guasti continui sulle navi da e per la Sicilia

“La nave subirà dei ritardi”. È il 30 luglio, la Sansovino della flotta Siremar (acquisita dalla Sns controllata da Caronte&Tourist e Ustica Lines), datata 1989, arriva ancora una volta a Porto Empedocle in ritardo, con la biglietteria costretta ad annunciare per l’indomani il viaggio di ritorno. Problemi meccanici, l’ennesimo guasto alla vecchia nave, che dovrebbe garantire i collegamenti tra la Sicilia e Lampedusa che manda su tutte le furie i passeggeri.

Ritardi, viaggi annullati e guasti sono il leit motiv dell’estate della Siremar, del gruppo Caronte&Tourist, che (attraverso la Sns) per collegare le Pelagie e le isole minori siciliane, riceve contributi dal ministero dei Trasporti e dalla Regione Siciliana, in tutto circa 50 milioni all’anno. Ma quel denaro non pare essere speso per la manutenzione: con cadenza settimanale, infatti, la nave fa ritardi, per non parlare del cedimento del portellone, caduto in mare il 17 di agosto. In attesa del recupero, la nave sostituta “Lampedusa” accusa, a sua volta, altri problemi. Così se il 27 agosto è costretta a fermarsi 5 ore per un ritardo per “problemi tecnici”, il 2 settembre parte, ma dopo 5 ore di viaggio è costretta a tornare indietro a Porto Empedocle per un’avaria.

Questo ennesimo guasto, dopo i ritardi quasi giornalieri della Lampedusa, è stata la miccia che ha infiammato le polveriere: il sindaco Totò Martello ha chiesto la rescissione del contratto e un risarcimento. Un appello accolto dal deputato regionale, Claudio Fava, il quale ha presentato un’interrogazione chiedendo un maggiore controllo da parte del governo regionale. Su questo caso, anche la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, ha chiesto alla Regione un dossier per valutare la rescissione del contratto, dopo la tribolata estate per le Pelagie.

Mail Box

 

Meno parlamentari con più rappresentanza

Gentile direttore. Non capisco perché si parli di referendum sul taglio dei parlamentari. Guardando agli attuali tassi di presenza e le immagini spesso sconfortanti viste in televisione delle sedute, se effettivamente avessimo 400 deputati e 200 senatori che partecipassero a sedute e votazioni, ci sarebbe un aumento della rappresentanza parlamentare e non una diminuzione. Secondo lei fila il ragionamento?

Marco M. C.

 

Certo, caro Marco, fila eccome. È quello che sostengono tutti gli studi più accreditati in materia, come ha ricordato il professor Perotti lunedì sul “Fatto”.

M. Trav.

 

Sono molto delusa dalla sinistra radical chic

Chi le scrive è una lettrice che ha votato per anni la sinistra. Ho votato la sinistra perché ero convinta che rappresentasse le classi più povere, per garantire ad ogni persona la dignità. Oggi confermo la mia delusione di questa sinistra radical chic e per fare un esempio di questa mia profonda delusione mi chiedo dove siano Matteo Orfini e gli altri che salirono a bordo della Sea Watch. Ora invece è dignitoso lasciare 1000 disgraziati in un hot spot che ha la capienza di 192 posti? Come mai l’onorevole Orfini e gli altri onorevoli non sono con i poveretti là accalcati in nome di una coerenza di valori di umanità così ardentemente espressi un anno fa. Sarebbe necessario supportare Lampedusa nell’accoglienza e nel decentramento degli immigrati con un presidio fisso esempio navi militari che possano fare una prima accoglienza e poi smistare velocemente le persone verso porti o centri di accoglienza.

M.M.

 

Da abbonato “Espresso” voterò Sì al taglio

Da vecchio (in tutti i sensi) abbonato seguo la campagna per il No del nostro Espresso. Dal momento che i parlamentari è meglio tenerseli tutti, non sarebbe ancora meglio aumentarli un tantinello? Mi convincono di più i sostenitori del Sì; sta a vedere che stavolta mi tocca vincere.

C. Iannella

 

Non mi piace la proroga dei servizi segreti

So perfettamente che è un decreto legge e non ne ho contestato la validità. Non mi va giù l’inserimento nel decreto legge Covid di una norma per prorogare i vertici dei servizi che con il Covid non c’entra niente. Cosa ne pensa direttore? Inoltre, come al solito, è stata posta la questione di fiducia. Ma così si esautora il Parlamento di ogni possibilità di intervento sui decreti del governo. Ai parlamentari è rimasta come unica facoltà quella di alzare la manina per votare la fiducia e null’altro, perché fa tutto il governo.

Pietro Volpi

 

Caro Volpi, il Parlamento è liberissimo di sfiduciare il governo, se lo ritiene. Non credo che ciò avverrà visto che le decisioni sui servizi spettano al premier che ne ha la delega. E il provvedimento in questione non ha affatto prorogato gli attuali vertici

M. Trav.

 

Questo referendum sarà di alto valore etico

Voterò Sì perché ritengo che questo referendum sia l’inizio di un momento storico di alto valore etico e politico. Deputati e senatori quasi dimezzati? Solo vantaggi: risparmio dei costi per mantenere Camera e Senato; in proporzione diminuiranno intrallazzi e inciuci vari; saranno molto più brevi i tempi per votare leggi e provvedimenti. Il Sì che vince sarà anche un senso a tutti i sacrifici che noi poveri mortali da decenni stiamo affrontando! Per quanto riguarda l’alleanza Pd-M5S continuo a sostenere che è la più logica e naturale delle soluzioni in campo.

Raffaele Pisani

La Chiesa. È una comunità di fratelli e sorelle, non una caserma gerarchica

“In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana“ (Atti 6,1). Nella comunità cristiana di Gerusalemme c’è un problema che sembra aver origine nella diversa provenienza dei due gruppi culturali che la compongono: gli ellenisti, cioè gli ebrei della diaspora presenti a Gerusalemme, di cultura e lingua greca, e gli ebrei della Giudea, di cultura e lingua ebraica. I primi lamentano di essere discriminati dai secondi: le loro vedove sono trascurate nell’assistenza materiale.

Nella chiesa ci sono sempre stati problemi derivanti dalla necessità di integrare diversità di cultura, tradizione, etnia, lingua. Ancora oggi si devono affrontare problemi simili, per esempio nell’accoglienza dei moltissimi cristiani immigrati da altri Paesi. La risposta immediata è la creazione di comunità separate per etnia o nazionalità, ma ci sono anche comunità che cercano di vivere una creativa esperienza interculturale in cui le differenze cercano di integrarsi e arricchirsi a vicenda. È noto che negli Usa le chiese sono tradizionalmente divise tra chiese bianche e chiese nere, ma ci sono anche importanti esperienze in cui si cercano di superare queste diversità.

Ma torniamo a Gerusalemme: come viene affrontato il problema? Non con una scelta autoritaria o gerarchica ma con una scelta di comunione fraterna che ha dei criteri abbastanza precisi. Il primo criterio descritto è quello della convenienza: “Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense” (v.2), dicono gli apostoli. Qui il termine convenienza non è sinonimo di opportunismo, ma di che cosa conviene fare per giungere al miglior bene comune, non di una parte soltanto. Nel caso specifico, non conviene che gli apostoli lascino il loro compito per svolgere quello di assistenza ma piuttosto che si trovino altre persone che si dedichino a questo compito (vv.3-4). Quindi un decentramento di competenze e non un accentramento.

Il secondo criterio della comunione fraterna è la procedura non della nomina dall’alto ma dell’elezione dal basso: “Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia” (v.5). La chiesa di Gesù Cristo è una comunità ordinata di fratelli e sorelle, non una caserma gerarchizzata. Nella chiesa si può discutere, anche vivacemente, si può anche mormorare e litigare purché si sia disposti a trovare una soluzione per il bene comune e con il metodo del maggior consenso possibile, come accade con libere elezioni.

Il terzo criterio è quello del riconoscimento reciproco: “Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (v.6).
 L’imposizione delle mani non è solo un momento di trasmissione dello Spirito o solo di riconoscimento dei doni spirituali, ma è soprattutto un momento di invocazione profonda dello Spirito santo con i suoi doni. Qui gli apostoli – cioè i predicatori – invocano lo Spirito di Dio sui diaconi – cioè i soccorritori del prossimo in difficoltà – e i due diversi punti di vista della chiesa apostolica si riconoscono l’un l’altro come voluti e stabiliti da Dio per la sua gloria e non come partiti in inconciliabile contrasto. Il risultato di questo metodo, rispettoso delle differenze ma capace di riconciliarle, è che “la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli si moltiplicava” (v.7).

* Già moderatore della Tavola Valdese 

Agosto, è record di caldo nonostante le piogge sul finale

In Italia – A far vacillare l’estate 2020 è stata un’intensa perturbazione atlantica tra venerdì 28 e domenica 30 agosto. Piogge torrenziali dal Lago Maggiore all’Alto Adige alla Carnia (in tre giorni 289 mm a Garzeno, Como, e 377 a Tolmezzo), con rovesci che hanno dilavato i ghiacciai fino a 3500 metri alimentando la grande piena dell’Adige – insolita ad agosto – culminata domenica sera con livello di 4,8 metri a Trento. Un episodio simile e fin più intenso si ebbe il 16-20 agosto 1966 con il fiume a 5,34 m, ma il massimo secolare (6,3 m) seguì curiosamente poche settimane dopo con la grave alluvione di novembre. Fenomeni rovinosi in Valpadana e dalla Liguria al Lazio: tra sabato 29 e domenica 30, tempeste di vento e grandine tra Mantovano, Veronese e Vicentino, e perfino dei tornado a Trevenzuolo (Verona) e presso Viterbo. Una vittima nella piena del torrente Molinera (Varese) e altre due per la caduta di un albero in un campeggio a Marina di Massa.

Nonostante la rinfrescata finale in Valpadana agosto si è piazzato tra sesto e decimo più caldo in oltre un secolo con 2 °C sopra media. Tra le quindici più calde l’estate nel suo insieme, meno estrema di altre recenti solo grazie a un giugno normale. Inoltre, agosto di piogge record sulle Alpi orientali, 316 mm a Cortina, il triplo del solito. Mentre sull’arco alpino diluviava, domenica in Sicilia c’erano 41,3 °C a Lascari (Palermo) e lo scirocco propagava gli incendi innescati da criminali.

Nel mondo – Il tifone “Maysak” ha contribuito ad affondare una nave a Sud del Giappone con a bordo 43 uomini, tutti dispersi tranne due, salvati, e 5800 bovini; il ciclone è poi approdato in Corea del Sud facendo altre due vittime, seguito entro domani da “Haishen”, che sta per colpire severamente anche il Giappone, rinvigorito da acque oceaniche a 30 °C, prossime ai record. Entrambi i tifoni hanno toccato la categoria 4 in mare aperto (venti fino a 230 km/h). Inondazioni in America centrale per la tempesta tropicale “Nana”, gravi alluvioni in Afghanistan (almeno 145 morti) e a Karachi, Pakistan, dove la rete di

drenaggio intasata di rifiuti e inefficiente non ha potuto smaltire gli eccezionali 231 mm piovuti il 28 agosto (più della media annua che è di 175 mm!). Sorprendente elenco di record di caldo negli ultimi giorni: primati assoluti di 42,7 °C a Gerusalemme per le temperature massime, e di 30,5 °C a Galveston, Texas, per le minime notturne. Inoltre, nuovi estremi nazionali per settembre in Turchia (47,1 °C), Israele (48,9 °C), Giordania (48,2 °C), Cipro (45,8 °C), Giappone (40,4 °C), Taiwan (39,4°C) e Laos (37,0 °C). L’estate 2020 è stata la più rovente dall’inizio delle misure nel 1871 a Chicago e dal 1896 a Phoenix (Arizona), dove ben 50 giorni hanno fatto registrare oltre 43 °C. In Francia terzo agosto più caldo (anomalia +2 °C), ma i primi otto mesi del 2020 sono in testa davanti ai record del 2003 e 2018. “Masticare numeri energetici aiuta a capire meglio il mondo in cui viviamo”: così Nicola Armaroli, chimico e ricercatore Cnr, chiude il suo nuovo e utile libretto Emergenza energia (Dedalo ed.), in cui spiega perché è folle perseverare con i combustibili fossili mentre è irrinunciabile ridurre i consumi ed elettrificare veicoli ed economia con fonti rinnovabili. Un esempio della nostra insostenibilità: un essere umano sviluppa una potenza utile di circa 50 watt, e per ottenere per via muscolare i 25.000 chilowattora annui utilizzati in media da una famiglia italiana (in gran parte di origine fossile) occorrerebbe far lavorare ogni giorno per otto ore 173 “schiavi energetici”! Invece abbiamo gas e petrolio… ma con il guaio di rilasciare globalmente 34 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno che devasteranno il clima per secoli.

Il dilemma etico su Silvio: ricordare chi è stato o esercitare la “pietas”?

Ancora una volta le vicende biografiche e sanitarie di Berlusconi hanno l’effetto di produrre attorno alla sua persona un dilemma etico. Esercitare la pietas, con cadute spesso ipocrite nella melassa assolutoria, o approfittarne per ricordare chi è stato e cosa ha rappresentato Berlusconi per l’Italia degli ultimi 30 anni? Alludere alla fine di un’epoca, arrotare i coccodrilli, chiedersi se sia più importante il Silvio-simbolo o il Silvio-persona, ben occultato sotto la coltre cosmetica e la volontà di potenza tricologica con cui lui ha negato la sua normalità, la sua umanità e in definitiva il tempo?

Stavolta c’è qualcosa di triste e di emblematico nell’ultimo incidente che gli è occorso. Il suo medico di fiducia, il prof. Zangrillo, sua imprescindibile spalla mediatica (nel 2016: “il Presidente ha rischiato la vita”), è stato uno dei volti più popolari in questi mesi di tele-Covid ed è stato lui più di altri il liberatore, l’alleggeritore, colui che ha ridimensionato la tragedia e concesso agli italiani il respiro dopo mesi di angoscia; e adesso per ironia della sorte ha due tra i suoi più famosi assistiti in deficit di respiro. Con la differenza che mentre il contagio di Briatore, grottescamente negato dal suo entourage fino all’inverosimile, è parso una specie di contrappasso alla spavalderia dell’imprenditore scettico e vitalista allo spasimo, quello di Berlusconi pare una beffa. Le cronache ci hanno raccontato un Berlusconi recluso per mesi in un eremitaggio dorato, autore di poche dichiarazioni caratterizzate da una saggezza inedita per i suoi standard e sconosciuta ai suoi due alleati, che hanno chiamato in piazza la folla in piena emergenza, esponendosi ogni giorno alla mattanza dei selfie non protetti, e pure Renzi andava da Giletti a dire che era della “scuola Zangrillo” e voleva riaprire tutto già a maggio…

Questo inibisce ogni esultanza, anche nei più accaniti detrattori, per il dramma che sta vivendo la famiglia Berlusconi, e autorizza a diffidare dell’ottimismo del suo medico, che ha esposto il suo assistito a una specie di caccia al tesoro collettiva, tale che se se lo fosse preso lui, ciò avrebbe significato anche la disfatta della sua sicumera, esibita in Tv nel momento dell’ovvia discesa dei contagi dopo mesi di lockdown. Stavolta non c’è ironia anti-berlusconiana, e nemmeno la nota (finta) autoironia pop e sottovalutazione del proprio caso biologico allo scopo di innalzare la propria natura simbolica dunque sovrabiologica; non aspettiamo che si affacci alla finestra per consegnare ai già corposi annali uno dei suoi gloriosi gesti – un saluto con le corna, un commento malizioso su un’infermiera – e nemmeno, come in occasione dell’ultimo ricovero nella stanza di 300 mq al San Raffaele, disegnini sui giornali di cosa sia e come funziona una valvola aortica (nel caso noi, sprovvisti di dottor Zangrillo, ce la dovessimo sostituire da soli), a parte il secco e triste bollettino cui ci ha abituato questa malattia. Hai voglia a dire “il mio paziente è asintomatico”, proprio come Briatore, a riprova della bontà della teoria del virus clinicamente morto (intanto com’era prevedibile i ricoveri in terapia intensiva stanno proporzionalmente crescendo coi contagi), quando a smentirti è proprio Berlusconi, dicendo di non avere più febbre e tosse, quindi di averle avute, e sviluppando da ultimo una polmonite bilaterale.

Il medico primario che lancia un messaggio deresponsabilizzante (“Basta paura! Riprendete a vivere più di prima!”) proprio quando alcune norme di base erano state interiorizzate, è sconfessato suo malgrado dal paziente più mediaticamente potente d’Italia. E colpisce che lo specialista sia tornato sulla frase definendola “stonata” e parlando ancora di “isteria” e “panico” (numero di morti per isteria e panico: zero; numero di morti per Covid: 35mila e 534), come se non fosse normale adesso per la famiglia di un signore di 84 anni provare panico; come se non fosse, la paura della Covid, la paura primaria che i nostri cari più fragili muoiano da soli in ospedale, come successo a migliaia di nostri connazionali. Ecco, il corpo di Berlusconi, che è sempre stato bino come quello di tutti i sovrani, ha adesso un’ulteriore dimensione sacrificale: dimostrare che il proprio medico aveva torto.

Il documento di civiltà di Elisa e il suo gruppo

“Buongiorno. Mi chiamo Elisa Tampieri, abito a Faenza, in provincia di Ravenna, faccio parte di un gruppo di giovani che vorrebbero organizzare una iniziativa cittadina con al centro i temi: Accoglienza, Solidarietà, Rispetto, Democrazia, Antifascismo, Costituzione. (…) Il nostro obiettivo è coinvolgere i cittadini sui temi sopra elencati per costruire una cittadinanza attiva, democratica e pacifica”. Ho ricevuto questa lettera alcuni giorni fa e la prima immagine che ha provocato è stata quella di un astronauta a cui hanno tolto l’aria nel casco, lasciando un sonoro inutile che non dà istruzioni su nulla. Secondo le centrali informative della politica italiana (tutte) Elisa e il suo gruppo giovane di Faenza, dovrebbero essere in piena e fervida discussione sul Sì e sul No per il taglio dei parlamentari, e poi, sistemato il Paese, libero dall’invasione del Parlamento, dedicarsi alla “partenza” dell’Italia gravata di virus, senza badare a chi c’è e chi non c’è, e a dove vogliamo andare, ma ben fermi nel rifiuto dello straniero. Molti giornali hanno raccontato nei dettagli come si vive male in milleduecento profughi ammassati a Lampedusa, ma nessuno ha provato a chiedersi come risolvere il caso, e il discorso passa subito a come impedirlo.

Ecco perché mi importa la lettera che ho ricevuto.

Rileggete le parole chiave del breve documento di civiltà che il gruppo di Elisa ha pensato e scritto da Faenza. La prima parola è Accoglienza (come loro uso anch’io la maiuscola perché la sequenza di parole indica la volontà appassionata di un’altra Italia e i capoversi di un programma di lavoro radicalmente diverso da tutto ciò che ascoltano) vuol dire i migranti, e il fatto che sia la prima tappa del loro discorso, rovescia l’immagine dell’Italia, che adesso è sterile, incupita, introversa e, persino inconsapevolmente, crudele. Non lodate il loro buon cuore, apprezzate la loro intelligenza. Queste giovani persone, benché del tutto prive di maestri, sanno già che l’immigrazione non è “invasione” o “sostituzione di popoli” come gli ha spiegato a lungo un cattivo governo e su cui non fa nulla un altro governo, che preferisce astensioni. L’immigrazione è un grande evento della storia (dovuto a guerre, siccità, sconvolgimento continuo di leggi e di governi, vasta irresponsabilità dei potenti, profitto di chi può muovere le ricchezze, e una quantità di sangue) in cui, se c’è civiltà, chi chiede aiuto deve trovarlo. Un Paese che accoglie diventa radicalmente diverso e in grado di rispondere all’umanità con umanità. La Solidarietà cambia la vita sociale prima ancora che si confrontino le classi e gli interessi diversi, perché è dispendioso combattersi e conveniente darsi una mano. Il Rispetto è il sigillo di un bene necessario detto uguaglianza, un punto di equilibrio indispensabile in cui ciascuno di noi riconosce all’altro il nostro stesso diritto e la legittimità del nostro stesso sogno. Quando nella lettera citata leggete Democrazia (collocata fra Rispetto e Antifascismo) sentite svanire la retorica e l’uso vano e furbesco della parola, per dire invece la libertà piena, totale e rispettosa che quelli di noi che sono abbastanza anziani, hanno visto sorgere all’improvviso quel primo giorno libero (25 aprile) detto Liberazione. Quel giorno il fascismo si è estinto, lasciando il posto solo a penose, carnevalesche imitazioni.

Ecco il senso della parola Antifascismo nel glossario della lettera da Faenza. Non è una militanza politica fra altre, è il solo impegno morale possibile. Il senso della parola è definire un mondo che respinge il razzismo, le sue finzioni, i suoi penosi pretesti (la difesa delle sacre frontiere). E non significa combattere qualcuno, ma garantire tutti. Garantire un Paese e una comunità affinché restino puliti dalle scorie del regime di stragi che sono stati nazismo e fascismo, dalla vita del filo spinato e del profugo deliberatamente respinto in mare o affidato alla guardia libica di cui ci si vanta e che si invoca anche ora.

Antifascismo è vivere liberi, rispettati e capaci di rispettare. L’Antifascismo è portare nella vita pubblica la stessa passione dei partigiani, ed evitare che i cittadini si sentano gelati dalla distrazione e dall’indifferenza di coloro che dovrebbero rappresentarli. Il momento è di solitudine, una notte politica di lunga solitudine creata da politici che vegliano solo su se stessi e “la carriera”. Fa freddo nell’Italia pubblica e politica dove dovrebbero esserci punti di orientamento e di guida. E per questo conforta ricevere una lettera come quella di Elisa e del suo gruppo di giovani di Faenza, che ha il suo punto di conforto e di arrivo nella parola Costituzione.

 

Le lezioni americane di Colombo

 

“Era così straordinario, così diverso Robert Kennedy? Io credo che non occorra più rispondere a questa domanda, così come non occorre più domandarsi chi è stato a sparare. Forse è anormale che un tempo e una nazione siano percorsi da una febbre così intensa, così carica di segnali diversi e furenti, di passioni e di sogni, come stava accadendo in quell’anno in America”.

Furio Colombo, “La scoperta dell’America”,

Aragno editore

 

Nei giorni in cui negli Stati Uniti tutto il peggio sembra possibile – compresa quella Seconda guerra civile americana che potrebbe non essere soltanto il titolo piuttosto esagerato di un film –, quando ho avuto tra le mani il libro di Furio sono andato a cercare Donald Trump nell’indice dei nomi. Non l’ho trovato perché questa splendida antologia Americana (sì, come quella di Elio Vittorini ma declinata sul giornalismo che si fa letteratura) si ferma al 2009, alla scomparsa di Ted Kennedy. E, aggiungo, fortunatamente, perché inserire la figura dell’attuale inquilino della Casa Bianca tra i ritratti, in presa diretta, dei Roosevelt, o di Che Guevara, Joan Baez, Philip Roth, Woody Allen, Bob Dylan, Truman Capote, Arthur Miller, Frank Sinatra, Rothko (per citare solo una manciata di pepite d’oro) sembrerebbe una di quelle rubriche enigmistiche dal titolo: cerca l’intruso.

Per rendersene conto basta andare a pagina 201 e leggere di una data che non è possibile dimenticare: “Il 4 aprile del 1968, Martin Luther King era stato assassinato a Memphis. Washington era in fiamme dalla 14esima strada alla periferia”. Furio Colombo ha un appuntamento con Robert Kennedy. Segue racconto con il candidato alla presidenza a bordo di un’auto scoperta che avanza tra le case devastate e i negozi sventrati dai saccheggi. Furio, naturalmente, è lì e del suo resoconto (secco, asciutto, privo di aggettivi emozionali come giornalismo comanda) non anticiperemo altro, se non la conclusione: “Non c’è stato nessun discorso, ma centinaia di mani si tendevano verso di lui che adesso era in piedi sopra la macchina. Non c’erano sorrisi, non c’era gioia. Ma dopo il delitto, dopo la rivolta e la distruzione, i negri di Washington di lui si fidavano. Toccandolo gli davano il diritto di essere il loro leader”. Proviamo adesso a confrontare questa potente immagine, colta in uno dei momenti più tragici della storia contemporanea, con l’odierno sbracciarsi di un piromane dalla zazzera gialla, alla disperata caccia di voti. Chi è l’intruso? Tra le mille cose che questo libro contiene (di cui Salvatore Cannavò ha già brillantemente scritto su queste pagine) mi consentirò un ricordo personale. Era il settembre del 2001 e nella prima riunione di redazione dell’“Unità”, nata a nuova vita dopo lunga chiusura, ricordo le facce un po’ sbalordite dei miei nuovi colleghi mentre il Direttore sciorinava una serie di spunti utili per i giorni successivi. E, per spiegarsi meglio citava molte delle celebrità e degli avvenimenti che troverete nel libro. Da quel giorno, e per tutto il tempo della sua fortunata direzione (per copie vendute e prestigio conquistato), la riunione del mattino si trasformò in un evento spettacolare, nel palcoscenico privilegiato sul quale un artefice magico animava il suo personale casting: presidenti degli Stati Uniti, miti della rivoluzione, eccelsi scrittori, artisti inarrivabili, stelle sfolgoranti della musica. Finché una volta disse qualcosa come: vi ho mai raccontato di quando accompagnai i Beatles sull’Himalaya? Per la prima volta colsi intorno al tavolone qualche sguardo perplesso. Oggi a quegli uomini di poca fede suggerisco di andare a pagina 59, dove troveranno pane per i loro denti. Essi non sapevano che il loro prodigioso direttore era “anche” sopravvissuto a un disastro aereo. Avrebbe raccontato di “essersi alzato, tra i resti della cabina distrutta, come una statua di fango, di avere camminato intorno ai corpi affondati nell’erba, chiamando ‘C’è nessuno?’”. Leggerete anche questo.