Quel folle di Van Gogh e l’imperatore cinese che ama il pesce fritto

Dall’Upanishad apocrifa del sultano Ahmed I. Semiramide sospettava che un generale leggesse le lettere che lei inviava al marito. Allora, affidandogli una nuova lettera, aggiunse un poscritto: “Fra le pagine ho messo una pulce. Se non c’è, vuol dire che il generale infedele ha aperto il plico”. Il marito, come ricevuta, tagliò la testa al generale. Perché la pulce c’era, ma Semiramide, d’accordo col marito, non l’aveva messa.

Dai racconti apocrifi di Rafael Cansinos Assens. Un milionario, prima di morire, cede tutti i suoi averi, 300 milioni, a una fondazione, lasciandone liberi gli amministratori di versare a suo figlio “la somma che volevano”. Questi decidono di versargli quasi nulla, e il figlio fa causa. Il giudice, letto il testamento, chiede agli amministratori quanto vogliono dare al giovanotto. Questi dicono che possono arrivare al massimo a 1 milione. Il giudice sorride e dice: “Perfetto. Ma il testamento dovete leggerlo bene. Se tutti gli averi ammontano a 300 milioni e voi volete dargli 1 milione, la somma che volete voi è 299 milioni. E secondo il testamento è questa la somma che appartiene al figlio: la somma che volete voi. A voi spetta il resto”. E così fu deciso.

Dalle novelle apocrife di Gian Dauli. Van Gogh, sul lastrico e disperato nel sud della Francia, decise di mettere fine ai suoi giorni. Legò una corda a una trave del soffitto della stanza desolata che occupava in un vecchio casolare, si passò l’altra estremità al collo e si lanciò nel vuoto da una sedia. Il peso del suo corpo spezzò la trave intarlata e putrefatta, e Van Gogh cadde al suolo sotto una pioggia di monete d’oro accumulate chissà quando da un risparmiatore ignoto, che certamente era morto rimpiangendo le ricchezze che lasciava, e senza prevedere che un giorno avrebbero salvato dalla povertà Van Gogh. E questo fu il vero motivo per cui Van Gogh impazzì.

Dalle Fiabe apocrife di Cao Xueqin. L’imperatore cinese convoca il suo primo ministro, Tai Fu. Gli dice: “Tai Fu, devo affidarti un incarico importante, ma prima ho bisogno di una prova della tua devozione. Dimostrami che sei un servo fedele: vai a casa, uccidi tua moglie e portami qui la sua testa”. Tai Fu, senza battere ciglio, esce. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore uno scialle con dentro la testa della moglie. “Bene, ma non mi basta ancora”, dice l’imperatore. “Mi occorre un’altra prova di fedeltà. Vai a casa, uccidi tuo padre e portami qui la sua testa”. Tai Fu esce. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore una tela con dentro la testa del padre. “Bene, ma non mi basta ancora. Vai a casa, uccidi tuo figlio e portami qui la sua testa”. Tai Fu esce in silenzio. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore un foulard di seta con dentro la testa del figlio. “Ora ti credo”, esclama l’imperatore. “Sei un servo fedele. Ecco l’incarico: nel laghetto dei giardini imperiali c’è un pesce bellissimo, dalle scaglie d’oro e d’argento. Voglio mangiarlo fritto a mezzogiorno. Vammelo a prendere e portalo nelle cucine imperiali”. A queste parole, Tai Fu sguaina la katana e taglia la testa all’imperatore. Perché? Al giudice, Tai Fu spiegò: “Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mia moglie, ho obbedito, perché l’autorità è superiore all’amore. Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mio padre, ho obbedito, perché l’autorità è superiore alla devozione filiale. Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mio figlio, ho obbedito, perché l’autorità è superiore al sangue del nostro sangue. Ma quando l’imperatore mi ha chiesto di portargli quel bellissimo pesce d’oro e d’argento per mangiarselo stupidamente, allora ho ucciso l’imperatore, perché l’autorità non è superiore alla bellezza”. E il giudice lo lasciò andare.

 

B. non migliora: cresce l’ansia. Anche FI attacca Zangrillo

Non peggiora, ma nemmeno migliora, Silvio Berlusconi, ricoverato da giovedì notte nell’ospedale San Raffaele di Milano per aver contratto il Covid, con un principio di polmonite bilaterale. Una situazione che ha portato i medici a decidere per un prolungamento della degenza: da cinque giorni, come previsto in un primo momento, a dieci. Le condizioni dell’ex premier, secondo il bollettino diffuso ieri da Alberto Zangrillo, sono “stabili”. La seconda notte in ospedale “è stata più tranquilla” e “il quadro respiratorio e quello clinico confermano un decorso regolare e atteso, che indice quindi a un cauto ma ragionevole ottimismo”. Il morale, però, resta basso: l’ex Cavaliere non si aspettava la positività al virus né tantomeno pensava di dover restare in ospedale, come poi è stato.

Nel frattempo non si placano le polemiche intorno a lui. Compresi gli schiaffi che volano dentro Forza Italia. Perché, secondo alcuni, “ci sono persone che vogliono usare la malattia di Berlusconi per mettersi in mostra e fare passerella”. Mentre – continuano le voci nel partito – “gli unici che devono parlare sono i membri della famiglia e i medici, attraverso i bollettini quotidiani”. “Lo tirano per la giacca pure con il Covid, invece bisogna lasciarlo in pace!”, è sbottato Osvaldo Napoli. “Queste sono le ore del silenzio e della vicinanza al presidente, ogni parola detta in più è di troppo…”, sottolinea Andrea Ruggieri. Che a Villa Certosa è andato l’11 agosto, con tanto di referto di tampone negativo effettuato il giorno prima. “Mi auguro che tutti, prima e dopo, abbiano fatto come me…”, aggiunge.

In FI si passano al lumicino gli ultimi giorni. Con alcuni episodi assai criticati. Ad esempio aver fatto parlare l’ex premier in collegamento telefonico per un’iniziativa elettorale in Liguria quando era già affaticato dal virus. E qui il dito viene puntato contro Antonio Tajani. Ma nel mirino finisce anche Licia Ronzulli, che da due giorni “va in tv a parlare per conto del leader”. E le critiche non risparmiano nemmeno Zangrillo che, secondo alcuni forzisti, “in questo delicato momento dovrebbe limitarsi ai bollettini medici e non partecipare a trasmissioni televisive”. Tante sono le voci, anche di possibili fuoriuscite dal partito verso Renzi e Calenda, che ieri lo stato maggiore è intervenuto con una nota ufficiale. “Sentiamo il dovere di interrompere sul nascere ogni tendenziosa illazione sulla situazione del partito. Mai come adesso siamo uniti e impegnati per Forza Italia”, scrivono deputati e senatori.

Anche Marina Berlusconi interviene per smentire i giornali che hanno raccontato della sua irritazione per chi a Villa Certosa avrebbe tenuto comportamenti “leggeri” e verso chi avrebbe dovuto controllare di più gli ospiti: “La malattia di mio padre merita maggiore rispetto, discrezione e attenzione alla verità”.

Al ballo mascherato del complottismo: “Sarà guerra civile”

“Ma quale tampone! Piuttosto tamponatevi il culo”. L’invito della platea è volgare, ma chiaro. E soprattutto condiviso. La celebre scultura della Bocca della Verità ha assistito ieri pomeriggio le circa 3.000 persone accorse nell’omonima piazza di Roma districarsi in complicati discorsi inerenti vaccini, 5G, microchip, Costituzione e magnetismo terrestre. Al corteo dei “No Mask” a Roma, infatti, va in scena tutto il campionario complottista, supportato dai tazebao distribuiti in piazza che esaltano l’immunità di gregge, evocano la “imminente guerra civile in Italia” e, en passant, attaccano pure la sindaca Virginia Raggi sul tema delle buche stradali. In mezzo sostenitori di Trump (con tanto di bandierone a stelle e strisce), Putin, no-vax, “mamme in rivolta” ed estremisti di destra. Per loro il Covid o non esiste (“è un’influenza un po’ più contagiosa”) o, nel migliore dei casi “non giustifica tutte queste restrizioni”.

“Fascista è questo Stato che ci impone la dittatura sanitaria”, ripetono dal palco allestito in fretta e in furia dagli organizzatori. “Preti eretici”, “virologi liberi” e “madri coraggio”. Fra loro anche un esuberante Giuliano Castellino, noto militante di estrema destra e ultrà della Roma, che da fascista (lui sì) dichiarato denuncia il “grave attacco costituzionale perpetrato in Italia dal governo Conte”. “Sono qui da libero cittadino”, dice. “Libero”, per ora, nonostante la condanna in primo grado a 5 anni e mezzo di carcere arrivata a luglio per l’aggressione ai danni di due cronisti de l’Espresso. La specifica per dire che, nonostante i tanti ragazzoni con le maglie di Forza Nuova e i tatuaggi con le effigi delle due squadre di calcio romane, il partito di Roberto Fiore – di cui Castellino è coordinatore romano – non ha aderito ufficialmente alla manifestazione. “Nun ce s’è incula de pezza sto stronzo”, commentano due militanti dietro le quinte, evidentemente arrabbiati con il 61enne leader nazionale.

Fiore non è l’unico a disertare l’evento. Non si vedono nemmeno Vittorio Sgarbi né il cantautore Giuseppe Povia, il quale “s’è venduto per pubblicizzare Immuni”, secondo Castellino. Che se la prende pure con Ilaria Cucchi: “Non si rende conto cosa i giudici hanno fatto al fratello”. Presente invece il consigliere laziale ex M5S, Davide Barillari – fra i fondatori di R2020 – che ha denunciato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, per “istigazione alla rivolta”. Eppure di rivolta parla anche il “popolo delle mamme”, queste ultime arrabbiate soprattutto per l’obbligo vaccinale. “Io non permetterò a nessuno di iniettare veleno nel corpo dei miei figli”, ripete una donna, con al fianco la figlioletta di 5-6 anni che tiene in mano una nota bibita gassata acquistata poco prima in una altrettanto nota catena di fast-food.

Con il passare dei minuti, il tenore degli interventi degenera. Dal “non siamo negazionisti, piuttosto risveglisti” dei primi appelli, che accusano la comunità scientifica di aver “curato male i primi malati”, si passa al coro “assassini, assassini”, indirizzati al premier Giuseppe Conte e al Capo dello Stato Sergio Mattarella, che con il lockdown avrebbero “condannato a morte migliaia di persone”. Ce n’è anche per Bill Gates, Soros, Obama e Clinton. Un tizio vestito da Gesù brucia la foto di Papa Francesco. “Se la prendono con i bambini, vogliono reprimerli, rapirli – urla un uomo dal palco – perché vogliono diminuire la popolazione mondiale”.

In tutti gli interventi aleggia sempre una terza persona plurale non identificabile. E ancora: “Il campo magnetico terrestre sta cambiando. Una giornalista, per precauzione, si è portata due mascherine: una “mamma coraggio” la insulta: “Attaccati al tubo della marmitta, cretina”. Un’altra, Costituzione alla mano, prova ad argomentare: “Non hanno usato i farmaci giusti per curare i malati, hanno ucciso tante persone”, dice, per poi chiarire: “Io però non sono un medico”. Ma poi alla fine “voi a questo virus ci credete davvero?”. Ma guai a chiamarli negazionisti.

Sabrina Ferilli: “Governo e Raggi ok, ma voterò No al referendum”

Un giudizio positivo sul governo, la difesa di Virginia Raggi in vista delle elezioni romane e un No al referendum sul taglio dei parlamentari. Alla Festa del Fatto Sabrina Ferilli non si tira indietro e dice la sua sui principali temi del dibattito politico.

Intervistata da Andrea Scanzi e Luca Sommi, l’attrice ha espresso un giudizio positivo sul comportamento dell’esecutivo durante il lockdown: “Il governo ha fatto tutto quello che si poteva fare e l’ha fatto in ottimo modo. Siamo in una democrazia, quindi non è stato facile per nessuno chiudere tutto per due mesi”. Secondo la Ferilli, la collaborazione tra Pd e 5Stelle potrebbe allora proseguire in maniera organica: “Se anche li tenesse uniti solo la rivalità con Salvini sarebbe un motivo valido. Ma al di là di questo, credo si siano trovati su alcuni punti, quindi perché no? In questo periodo che ha annientato l’intero pianeta credo che abbiano fatto bene insieme”.

Diversamente dell’indicazione di voto dei giallorosa, però, l’attrice si dice contraria al taglio dei parlamentari: “Preferirei semmai intervenire su quanto guadagnano i parlamentari, su cosa fanno e sui benefit di cui godono. Ne faccio un discorso di qualità della rappresentanza, non di quantità”. E come nel 2016, quando si era espressa a sostegno di Virginia Raggi durante la corsa al Campidoglio, la Ferilli esprime ancora fiducia alla sindaca M5S in vista delle Comunali 2021: “Non c’è stato certo un tracollo di Roma, anche se la città si è spenta e questa è responsabilità di chi la amministra. Però vedo che c’è la volontà di rimetterla in piedi su tanti temi, dalle strade all’immondizia, quindi oggi non ho motivo per non rivotare la Raggi”.

Parole in ogni caso rare per chi lavora nel mondo dello spettacolo, che spesso preferisce non esporsi su temi divisivi: “Sì, se prendi posizione di solito ti prendono per il culo. Ma è anche vero che quasi nessuno dei miei colleghi parla perché non c’è più un vero dibattito, non ci sono più luoghi di confronto sulle idee. S’è impoverito il tessuto culturale insieme a quello politico, per cui il dibattito è tutto incentrato sull’ultima foto al mare di un premier o sulla cellulite di qualcuna”. Quanto agli attori c’è poi la questione della considerazione che la categoria ha di se stessa: “Qualcuno ritiene di essere l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio perché fa film impegnati. Io invece credo che ci si possa anche divertire facendo un film commerciale senza che questo tolga nulla alla propria persona”.

Mafia, Stato e il Gioco Grande ancora tutto da raccontare

Il Gioco Grande, lo chiamava Giovanni Falcone: è il disegno del potere che agisce incrociando le azioni degli apparati dello Stato con quelle delle organizzazioni criminali. Così Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo, ha raccontato il filo nero che attraversa la storia del nostro Paese, dall’eccidio di Portella della Ginestra fino alle stragi mafiose del 1992 e 1993. Alla Festa del Fatto, Scarpinato è stato invitato a parlare sollecitato dal libro di Antonio Padellaro, La strage e il miracolo (Paper First), che racconta l’incredibile strage mancata del 23 gennaio 1994, quando una Lancia Thema imbottita di esplosivo avrebbe potuto uccidere decine di carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita Roma-Udinese. Il telecomando non funzionò e la strage non avvenne. Ma quel giorno si concluse la strategia stragista che era cominciata nel 1991 con le riunioni dei capi di Cosa nostra a Enna, nel 1992 aveva ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel 1993 aveva portato il terrore “nel continente”, con le bombe esplose a Firenze, Roma, Milano. È il Gioco Grande che – argomenta Scarpinato – pone fine, nel sangue, alla Prima Repubblica, nata nel sangue di un’altra strage, quella di Portella, che nel 1947 aveva lanciato il primo segnale di un potere che non poteva accettare la vittoria dei social-comunisti che avevano raccolto il 32 per cento dei voti alle elezioni in Sicilia, battendo la Democrazia cristiana. Il rapporto oscuro tra organizzazioni criminali e istituzioni dello Stato si sviluppa lungo tutta la storia italiana. Dopo Portella – ricorda il procuratore generale – ci sono la strage di piazza Fontana, quella di Peteano, dell’Italicus, di Brescia, di Bologna, del treno di Natale. “Una sequenza stragista che non ha eguali nel mondo”. Con una costante: i depistaggi. Gli apparati dello Stato entrano puntualmente in azione, per creare false piste, sottrarre prove, far sparire testimoni. Ci sono condanne definitive che lo provano per ogni episodio stragista.

“La replica della strategia della tensione avviene nel ’92-’93”. Dopo l’arresto di Totò Riina i carabinieri del generale Mario Mori non perquisiscono l’abitazione palermitana del capo dei capi, rinunciando ai documenti e alle prove che poteva contenere. Dopo l’esplosione in via D’Amelio, i primi ad arrivare sul posto sono gli uomini dei servizi segreti, che cercano e fanno sparire l’agenda rossa di Borsellino. Per quella strage viene creato un falso colpevole, Vincenzo Scarantino. In seguito, uno strano suicidio in carcere toglie di scena uno degli esecutori della strage di Capaci, Nino Gioè. “Perché si depista una strage di mafia?”, chiede Scarpinato. “Per coprire altri responsabili, non mafiosi”. I mandanti politici, che restano nell’ombra e usano come braccio armato le organizzazioni criminali. Nei primi anni Novanta, il collasso della Prima Repubblica stava per consegnare la guida del Paese alla “Gioiosa macchina da guerra” della sinistra, che si appressava a vincere le elezioni del 1994. Nel governo di Carlo Azeglio Ciampi entrano per la prima volta nella storia repubblicana tre ministri che provengono dall’ex partito comunista. Si muove il Gioco Grande. Scoppiano le bombe mafiose. Compare la Falange armata, che rivendica gli attentati con telefonate che partono da sedi istituzionali. Il 2 giugno 1993 un’auto imbottita d’esplosivo viene rinvenuta a cento metri da Palazzo Chigi. Ciampi capisce e avvia un repulisti dei servizi segreti. Il 18 gennaio 1994 lo stato maggiore della Fininvest è all’Hotel Majestic di Roma, a selezionare gli uomini del nuovo partito che deve fermare le sinistre. Nei giorni successivi, Gaspare Spatuzza incontra a Roma il suo boss, Giuseppe Graviano, che gli dice di aver incontrato Silvio Berlusconi e che Cosa nostra “ha il Paese in mano”. Il 23 gennaio, a Roma, la partita che doveva terminare nel sangue della stragi dell’Olimpico; e a Milano, a San Siro, Berlusconi dopo la partita Milan-Piacenza anticipa ai giornalisti che sta per “scendere in campo”. Il 26 gennaio l’annuncio ufficiale: “L’Italia è il Paese che amo”.

“Il Gioco Grande non si è interrotto”, conclude Scarpinato. “Graviano sa che non può collaborare, perché lo ucciderebbero in carcere”.

Lombardia, ordini in ritardo: “Inizieremo a fine novembre”

Non ce la faranno. Non tutte le Regioni. Non a ottobre. Ancora a fine luglio Toscana, Marche, Sicilia e la Provincia autonoma di Trento non ci avevano pensato, benché tutti sapessero che la campagna vaccinale contro l’influenza, quest’anno, avrebbe richiesto maggiore impegno anche in funzione anti-Covid per ridurre l’affollamento di persone sintomatiche da sottoporre a tampone. Nelle farmacie che vendono il vaccino a chi non ce l’ha gratis, dice Federfarma, le dosi non arrivano.

Ha fatto un po’ tardi la Lombardia, 2,9 milioni di over 60, 1,7 milioni di minori di cui 577 mila da 0 a 6 anni e 300 mila operatori della sola sanità pubblica. Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare, promette di cominciare “a ottobre” dopo aver “già acquistato 2,4 milioni di vaccini, l’80% in più dello scorso anno”. In realtà alcuni bandi sono ancora in fase di “valutazione”. Secondo la consigliera Pd Carmela Rozza, a oggi ci sono solo “200 mila dosi per gli adulti, 20 mila per i bambini e 200 mila per il personale sanitario”. Alcune gare prevedono la possibilità di consegnare fino al 15 novembre, quelle di luglio e agosto potrebbero allungare ancora i tempi. Si partirà, dice una circolare, dagli over 65 e dai pazienti più fragili, dalla seconda metà di ottobre. Ma così, osserva Rozza, “per i cittadini 60-64enni si dovrà attendere di vedere quante dosi saranno disponibili dopo la distribuzione agli over 65. Per i bambini tra i 2 e i 5 anni, invece, le vaccinazioni non inizieranno prima della seconda o terza settimana di novembre, troppo tardi”. Conferma Valentina Pedrini, segretaria lombarda del Fimmg (medici di famiglia): “Non sappiamo quando arriveranno le forniture”. Le Ats si stanno attrezzando. Alcuni medici di famiglia lo somministreranno nei loro studi, chi non ha locali adatti al distanziamento – il 40% – in locali dei Comuni. Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo, osserva: “Gli altri anni si provvedeva a vaccinare un gran numero di persone in un tempo ristretto, adesso il numero sarà superiore nello stesso periodo ma dovendo garantire a queste persone di non assembrarsi”.

Nel Lazio, che come la Calabria e la Campania ha introdotto l’obbligo per gli over 65 e il personale sanitario, si pensa di vaccinare 1,6 milioni di persone contro le 800 mila del 2019/2020. La campagna dovrebbe partire il 15 settembre, ma le Asl saranno pronte se va bene a fine mese. Ci saranno problemi anche qui. Per i primi di ottobre, secondo Roberto Ieraci che è il responsabile scientifico per le vaccinazioni della Regione, dovrebbero arrivare circa il 20% delle 2,4 milioni di dosi ordinate con il bando di aprile.

Si sono mosse per tempo anche Puglia, Piemonte, Liguria e Campania. Per la Puglia Pier Luigi Lopalco, capo della task force anti-Covid, fa sapere che la gara è stata avviata “in periodo di lockdown, ad aprile. Abbiamo ordinato 2,1 milioni di dosi che equivalgono a una copertura teorica del 50% della popolazione. Gli anni scorsi eravamo sui 7-800mila”. È ottimista: “I primi lotti arriveranno ai primi di ottobre. Le aziende ci hanno detto che al momento non ci sono problemi di produzione”.

In Piemonte ordinate 1,1 milioni di dosi contro le 700 mila dell’anno scorso, ma non c’è ancora nulla: “Le aspettiamo per metà ottobre” per l’inizio della campagna. “L’importante sarà coinvolgere le persone – spiega Roberto Testi, direttore dell’Asl di Torino e presidente del Comitato tecnico scientifico dell’Unità di crisi regionale –. Fondamentale il ruolo dei medici di base. Storicamente in Italia l’adesione alle campagne non supera il 50%, sarà un risultato straordinario se riusciremo a consumare tutte le dosi. Saremmo contenti anche di utilizzarne 7-800mila”.

In Liguria ne hanno ordinate 500 mila ad aprile, dice l’assessore alla Sanità Sonia Viale: quasi il doppio dell’anno scorso. La somministrazione gratuita è stata abbassata a 60 anni (da 65) ed estesa ai bambini da 6 mesi a 6 anni. Anche qui si vuole partire da ottobre. Ma le dosi acquistate non garantiscono la copertura totale delle fasce a rischio. Ma secondo il professor Giancarlo Icardi, epidemiologo e primario di Igiene all’ospedale San Martino di Genova, “l’obiettivo è superare quota 300 mila vaccini tra i 440 mila over 65, arrivando al 75%. Di solito ci fermiamo intorno al 50%”.

Infine la Campania. Dice Ugo Trama, dirigente dell’unità di crisi regionale: “Abbiamo attivato tutto, attendiamo solo l’autorizzazione di Aifa. Ci siamo tenuti abbastanza larghi. A livello nazionale potranno mancare per chi li comprava in farmacia, non avendo il vaccino gratuito. Questa parte rimarrà scoperta, non dipende da Regione e Asl”.

Serie A e Regioni all’attacco: pressing per riaprire gli stadi

Prima bastava tornare a giocare, per concludere la stagione e salvare i milioni dei diritti tv. Quella partita è stata vinta, ma i padroni del pallone non si sono accontentati: adesso per il prossimo campionato rivogliono riaprire gli stadi, almeno a capienza ridotta. E per farlo hanno già iniziato a muoversi, con una sponda politica: quella delle Regioni, dei governatori più aperturisti. La Juventus di Agnelli, il presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini e il patron del Napoli De Laurentiis: sono loro i protagonisti della nuova offensiva per la riapertura degli stadi.

“Se dobbiamo convivere con la pandemia, dobbiamo privilegiare le attività più importanti. Per quanto riguarda lo stadio, dove l’assembramento è inevitabile, dentro come pure in fase di ingresso e di uscita, l’apertura non mi pare assolutamente opportuna”. Le parole pronunciate dal premier Giuseppe Conte alla festa del Fatto Quotidiano lasciano intuire le pressioni che sono già cominciate. Non è difficile capire perché i ricchi patron ci tengano tanto. C’è il valore sportivo, la cornice del pubblico fondamentale per restituire emozioni alle tristi partite, ma c’è soprattutto quello economico: solo di biglietti e abbonamenti, gli stadi valgono circa 250 milioni di euro a stagione; mettiamoci i ricavi allargati, l’hospitality, il merchandising, e si arriva fino a 400 milioni. Ossigeno per i conti disastrati dei club di Serie A.

La novità è che la richiesta più pressante non viene dalle istituzioni sportive. Lega e FederCalcio hanno ovviamente a cuore la questione, ma in questo momento si muovono con prudenza. Prima c’è l’alleggerimento del protocollo tamponi, che prevede test ogni quattro giorni e alla lunga rischia di diventare insostenibile. Il Comitato tecnico-scientifico pare intransigente, ma c’è l’appoggio del ministro Spadafora che ha scritto a quello della Salute. Gli stadi non sarebbero una priorità, anche per non correre il rischio di passare come i nuovi “untori”, dopo le discoteche.

All’attacco stavolta si sono lanciate direttamente le società, in coppia con le Regioni. La prima è stata la Juventus: negli scorsi giorni la Regione Piemonte ha inviato al Comitato tecnico scientifico il dossier con cui i bianconeri chiedono la riapertura dell’Allianz Stadium per il 20% della capienza, circa 8 mila spettatori. Si tratta di un documento che si intreccia col più ampio dossier della Lega calcio (a firmarli è la stessa società), che fissa le linee guida in tema di rilevazione della temperatura, distanziamento sugli spalti e gestione dei flussi per la riapertura.

I bianconeri provano a inserirsi in una maglia larga dell’ultimo Dpcm. Il decreto attualmente in vigore consente infatti la partecipazione fino a mille spettatori per “singoli eventi di minore entità”, e in casi eccezionali rimette l’autorità alle Regioni, previo parere del Cts. Questa deroga non dovrebbe riguardare il campionato di Serie A, che sicuramente non è un singolo evento e nemmeno di minore entità. Intanto però la Juve la sua mossa l’ha fatta, e non è stata l’unica.

C’è Aurelio De Laurentiis che da giorni tuona contro l’assenza di pubblico e cerca sponde in Campania, c’è Claudio Lotito sempre vigile (ma nel Lazio, Zingaretti non ci sente). A livello locale si sono saldati gli interessi economici dei presidenti e quelli politici di alcuni governatori: in Piemonte Cirio rappresenta il centrodestra, che con Salvini anche non perde occasione per schierarsi contro il governo; dall’Emilia-Romagna guida il fronte degli aperturisti Bonaccini, che pure sta giocando una partita tutta sua all’interno del Pd. È anche così che si è arrivati alle prime riaperture sportive: non solo nel motociclismo (10 mila persone attese a Misano per il Gp), anche nel basket, e proprio nel calcio, con mille tifosi per le amichevoli del Napoli a Castel di Sangro, del Parma al Tardini e della sampdoria al Moccagatta di Alessandria.

Certo, così ci sarebbe anche il rischio di una riapertura a macchia di leopardo, il paradosso di una Serie A dove si gioca con gli spettatori a Torino e senza a Milano. Una prospettiva che dovrebbe essere inaccettabile per tutti (i tifosi, almeno loro, sono già sulle barricate, come dimostra la protesta della Sampdoria). Ma non lo è per chi spera che le iniziative singole di alcune governatori possano essere il grimaldello per forzare la mano al governo.

Così il fronte pro-stadi sembrava rafforzarsi giorno dopo giorno. Le parole di Conte, che fanno seguito a quello del presidente dell’Istituto superiore di Sanità Brusaferro (“non ci sono le premesse”), stoppano l’offensiva: governo e istituzioni sanitarie sono contrarie, a settembre la priorità è la scuola e ci sono pure le elezioni. Se ne riparlerà al massimo da ottobre. Il Dpcm attualmente in vigore scade domani e verrà rinnovato: per gli eventi non ci dovrebbero essere grosse novità. Ammesso (e non concesso) che le Regioni abbiano la facoltà di autorizzare l’apertura, ad oggi pare impossibile che il Comitato tecnico scientifico dia il via libera. Partita chiusa, forse. Ma le pressioni continueranno.

“Non siamo pronti contro l’influenza. Mancano i vaccini”

“L’influenza rischia di esercitare un effetto distruttivo sul sistema anti-Covid”. Virologi ed epidemiologi ne parlano da tempo: per non sovraccaricare la sanità nazionale messa a dura prova dal virus di Wuhan, in autunno bisognerà distinguere il prima possibile i casi di SarsCov2 dalla semplice influenza e sarà determinante il vaccino stagionale. Ora Andrea Crisanti, tra gli ideatori del sistema di individuazione e tracciamento degli asintomatici, che ha evitato al Veneto l’ondata di contagi che ha travolto la Lombardia, accende un faro sul tema delle forniture. “Quante dosi di vaccino hanno ordinato le Regioni?”, ha domandato ieri sul palco della festa del Fatto Quotidiano il professore, direttore del laboratorio di Microbiologia dell’Università di Padova. Il 25 agosto Farmindustria spiegava che rispetto al 2019 la richiesta è aumentata del 40%. Per Crisanti non basta: “In genere se ne comprano 10 milioni di dosi. Quest’anno ne serviranno 20 o 25 milioni. Non sono sicuro che siano state ordinate”. “A Milano – fa notare Gianni Barbacetto, che ha intervistato i due esperti – secondo i medici di famiglia gli ordini sono stati fatti sulla base delle esigenze della scorsa stagione”. “Un disastro”, dice Crisanti.

L’autunno è alle porte, concorda sullo stesso palco la professoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica del Sacco di Milano, e “ci manca ancora il 40% dei vaccini”. “Il problema – prosegue Crisanti – è che per far sì che le forniture arrivino alle Regioni servono alcuni mesi. Per gli ordinativi fatti ad aprile probabilmente non ci saranno problemi, ma quelli richiesti dopo difficilmente arriveranno in tempo utile”. Errori delle Regioni? “In primavera la situazione epidemiologica era chiara, si poteva immaginare che avremmo avuto bisogno di molte più dosi”.

Uno scollamento tra gli uomini di scienza e le istituzioni che, secondo i due esperti, la pandemia ha fatto emergere con chiarezza. “Politici e scienziati hanno obiettivi diversi – argomenta Crisanti –. Quando chiesi a Zaia (il governatore del Veneto, inizialmente scettico sull’opportunità di estendere lo screening agli asintomatici, ndr) un secondo round di tamponi a Vo’ Euganeo mi rispose: ‘Non è che poi dobbiamo prolungare la quarantena?’. È un politico, parlava con gli imprenditori. Poi però il virus ha dettato l’agenda”. In ogni caso “gli riconosco capacità di cambiare rapidamente idea, è una persona pratica. Ma è come tutti i politici, gli spieghi le cose, le fanno proprie e poi pensano di aver fatto tutto loro”.

Gismondo parla di “un gap di comunicazione tra il mondo scientifico e quello politico. Abbiamo dato molti consigli – osserva – ma non siamo stati molto ascoltati. Sta accadendo anche ora con le scuole. Da tempo diciamo che sarà fondamentale distinguere tra influenza e Covid, ma ogni ospedale va per conto suo”.

Sul ritorno tra i banchi il confronto tra politica e scienza occupa Comitato tecnico scientifico, ministeri e Regioni. Da fine agosto sono iniziato i test sierologici su docenti e personale Ata. Crisanti dissente: “È una stupidaggine, perché fotografa il passato. Serve per l’analisi epidemiologica, non per la sorveglianza attiva”. Ovvero la ricerca dei positivi: “Bisogna trovarli e toglierli dal circuito della trasmissione. Ecco perché ho chiesto di aumentare i tamponi”, argomenta il prof. Che ha presentato al governo un piano per puntare ai 300 mila test al giorno e ieri ha avuto un colloquio con il premier Giuseppe Conte, ospite della festa.

Con il Covid-19 bisognerà convivere in attesa del vaccino. Ma correre non serve: “Nella Fase 3 della sperimentazione bisogna somministrare il prodotto a 100-150mila persone, in genere servono 2 o 3 anni e costa 100 milioni. In tutto, dalla nascita alla somministrazione, ci vogliono circa 5 anni. Chi dice che tra pochi mesi il vaccino sarà pronto sta accorciando i tempi, e ogni scorciatoia ha un prezzo. Un flop sarebbe un’arma nelle mani dei No-vax”.

Gentiloni sceglie la sforbiciata, Di Maio provoca sugli stipendi

Alla vigilia della direzione del Pd – convocata per domani – che dovrà decidere la posizione ufficiale del partito sul referendum, il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni si schiera a favore del taglio: “Non è un attentato alla democrazia”, ha detto ieri ospite della festa dell’Unità di Modena. “Mi auguro che la riduzione possa innescare qualche processo positivo, visto che i parlamentari sono meno, magari su come selezionare la classe dirigente – aggiunge –. Non sopporto l’idea dell’antiparlamentarismo e chi giustifica questa scelta con l’antiparlamentarismo”.

Sempre ieri, anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è tornato sul tema del referendum, battendo sullo stesso tasto: “Dopo anni in cui ci hanno tagliato la sanità, l’istruzioni, le infrastrutture, il welfare adesso vengono a dirci che tagliare il numero dei parlamentari è un problema di democrazia? Votare sì è un’opera di modernizzazione del Paese, un primo passo. Portiamo l’Italia a livello europeo e risparmiamo anche 300mila euro al giorno”. Proprio sul tema dei risparmi – considerati irrisori da parte dei detrattori della riforma – l’ex capo politico dei Cinque Stelle ha lanciato una provocazione: “Ai ‘benaltristi’, a quelli che dicono che ci vuole ben altro – dice Di Maio – voglio dire che gli stipendi noi del M5S ce li tagliamo da 8 anni, lo facciano anche loro. Facciamo un patto: si taglino lo stipendio entro il 20-21 settembre, così invece di risparmiare 300mila euro ne risparmiamo 700mila”.

“La riduzione spingerà a una sola Camera col potere della fiducia”

Quando la riforma sul taglio dei parlamentari è stata approvata, Enzo Cheli aveva più di un dubbio. Poi, l’ex giudice della Corte costituzionale ed ex presidente dell’Agcom, ha deciso di votare Sì convintamente.

Perché, professor Cheli?

Confesso che sono stato molto dubbioso, ma alla fine la scelta è stata per il Sì. Il mio iniziale scetticismo riguardava le ragioni che avevano condotto a riproporre la riduzione dei parlamentari, ovvero non tanto quella di rinforzare l’efficienza del Parlamento ma di punire la classe politica. Ma nel corso dei mesi ho notato che questa prospettiva iniziale si è andata attenuando e sia nel sistema politico sia nell’opinione pubblica questa riforma viene vista con la volontà di rafforzare il peso politico e l’efficienza delle Camere. Per questo ho cambiato idea.

Ecco, ci spieghi le ragioni del suo Sì.

Io ero favorevole alla riduzione dei parlamentari fin della commissione Bozzi e ho sempre considerato il nostro un Parlamento sovradimensionato, soprattutto se consideriamo che le due Camere hanno gli stessi poteri. Questa scelta risale alla Costituente e alla riforma del Senato del 1963 che perseguivano una volontà garantistica e intendevano privilegiare la rappresentanza sull’efficienza. Ma sono scelte lontane nel tempo. Oggi questa esigenza non c’è più dopo la nascita di due nuovi centri legislativi: le Regioni e l’Unione europea. Poi c’è un’altra ragione…

Dica.

Il mio Sì nasce anche dalla speranza che la riduzione dei componenti delle due Camere spinga verso un bicameralismo differenziato o il monocameralismo. È una riforma che ha grosse potenzialità: in futuro le Camere riunite, con un’ulteriore modifica costituzionale, potranno dare la fiducia al governo, votare la legge di Bilancio e convertire i decreti. Questa riforma potrà portare verso un monocameralismo.

Qualcuno dice che la riforma ridurrà la rappresentanza. È vero?

Su questo tema voglio ricordare il dibattito che si svolse alla Costituente in cui si contrapposero il comunista Terracini e il liberale Einaudi. Terracini diceva che per ridurre il numero degli eletti avrebbe ridotto il peso del Parlamento. Einaudi gli rispondeva che aumentare gli eletti significava ridurre l’efficienza. In gioco quindi c’era l’equilibrio tra la rappresentanza e l’efficienza. La Costituente decise per la prima, ma oggi quell’esigenza non esiste più.

I costituzionalisti però dicono che alcune aree periferiche del Paese non saranno rappresentate.

Non è vero, con la nascita delle Regioni la rappresentanza si è allargata anche alla periferie. Se sommiamo il Parlamento ai consigli regionali non si può dire che ci sia un rischio di rappresentanza. La Costituente per questo aveva scelto uno Stato regionale che è un controbilanciamento al potere centrale.

Il Sì deve portare a nuove riforme?

Sì, la modifica dei regolamenti parlamentari, la legge elettorale e poi l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo.

Perché molti costituzionalisti dicono No?

Alcune argomentazioni hanno una loro nobiltà, ma l’ottica di alcuni costituzionalisti è sul breve periodo: c’è la componente ottimistica e quella che vede lo sfascio.

E come mai molti politici per il No stanno venendo fuori ora?

Il nostro riformismo porta all’errore di legare le riforme al contesto politico contingente senza pensare alle future generazioni. Molti politici che sono per il No vogliono solo dare una spallata al governo.