Dall’Upanishad apocrifa del sultano Ahmed I. Semiramide sospettava che un generale leggesse le lettere che lei inviava al marito. Allora, affidandogli una nuova lettera, aggiunse un poscritto: “Fra le pagine ho messo una pulce. Se non c’è, vuol dire che il generale infedele ha aperto il plico”. Il marito, come ricevuta, tagliò la testa al generale. Perché la pulce c’era, ma Semiramide, d’accordo col marito, non l’aveva messa.
Dai racconti apocrifi di Rafael Cansinos Assens. Un milionario, prima di morire, cede tutti i suoi averi, 300 milioni, a una fondazione, lasciandone liberi gli amministratori di versare a suo figlio “la somma che volevano”. Questi decidono di versargli quasi nulla, e il figlio fa causa. Il giudice, letto il testamento, chiede agli amministratori quanto vogliono dare al giovanotto. Questi dicono che possono arrivare al massimo a 1 milione. Il giudice sorride e dice: “Perfetto. Ma il testamento dovete leggerlo bene. Se tutti gli averi ammontano a 300 milioni e voi volete dargli 1 milione, la somma che volete voi è 299 milioni. E secondo il testamento è questa la somma che appartiene al figlio: la somma che volete voi. A voi spetta il resto”. E così fu deciso.
Dalle novelle apocrife di Gian Dauli. Van Gogh, sul lastrico e disperato nel sud della Francia, decise di mettere fine ai suoi giorni. Legò una corda a una trave del soffitto della stanza desolata che occupava in un vecchio casolare, si passò l’altra estremità al collo e si lanciò nel vuoto da una sedia. Il peso del suo corpo spezzò la trave intarlata e putrefatta, e Van Gogh cadde al suolo sotto una pioggia di monete d’oro accumulate chissà quando da un risparmiatore ignoto, che certamente era morto rimpiangendo le ricchezze che lasciava, e senza prevedere che un giorno avrebbero salvato dalla povertà Van Gogh. E questo fu il vero motivo per cui Van Gogh impazzì.
Dalle Fiabe apocrife di Cao Xueqin. L’imperatore cinese convoca il suo primo ministro, Tai Fu. Gli dice: “Tai Fu, devo affidarti un incarico importante, ma prima ho bisogno di una prova della tua devozione. Dimostrami che sei un servo fedele: vai a casa, uccidi tua moglie e portami qui la sua testa”. Tai Fu, senza battere ciglio, esce. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore uno scialle con dentro la testa della moglie. “Bene, ma non mi basta ancora”, dice l’imperatore. “Mi occorre un’altra prova di fedeltà. Vai a casa, uccidi tuo padre e portami qui la sua testa”. Tai Fu esce. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore una tela con dentro la testa del padre. “Bene, ma non mi basta ancora. Vai a casa, uccidi tuo figlio e portami qui la sua testa”. Tai Fu esce in silenzio. Dopo mezz’ora torna e depone ai piedi dell’imperatore un foulard di seta con dentro la testa del figlio. “Ora ti credo”, esclama l’imperatore. “Sei un servo fedele. Ecco l’incarico: nel laghetto dei giardini imperiali c’è un pesce bellissimo, dalle scaglie d’oro e d’argento. Voglio mangiarlo fritto a mezzogiorno. Vammelo a prendere e portalo nelle cucine imperiali”. A queste parole, Tai Fu sguaina la katana e taglia la testa all’imperatore. Perché? Al giudice, Tai Fu spiegò: “Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mia moglie, ho obbedito, perché l’autorità è superiore all’amore. Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mio padre, ho obbedito, perché l’autorità è superiore alla devozione filiale. Quando l’imperatore mi ha chiesto di uccidere mio figlio, ho obbedito, perché l’autorità è superiore al sangue del nostro sangue. Ma quando l’imperatore mi ha chiesto di portargli quel bellissimo pesce d’oro e d’argento per mangiarselo stupidamente, allora ho ucciso l’imperatore, perché l’autorità non è superiore alla bellezza”. E il giudice lo lasciò andare.