Un taglio lungo 2 anni approvato col 98% di Sì

Gli italiani, si sa, hanno la memoria di un pesce rosso. Pochi secondi e si scordano tutto. Così i leader politici di ogni colore – da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, passando per Carlo Calenda e una parte del Pd e della Lega – oggi possano parlare del taglio dei parlamentari come di una “riforma demagogica che mette in pericolo la libertà e la democrazia” (copyright di B.) ma anche “della distruzione della democrazia” (Matteo Orfini), senza che ci sia nessuno a ricordare loro che l’iter della riforma costituzionale è partito due anni fa e che, in ultima lettura, il Parlamento l’ha approvata con il 98% dei consensi: il tasso più alto di approvazione della storia repubblicana. Per rinfrescare la memoria ai contrari dell’ultima ora, è utile fare un riepilogo dell’iter che ha portato al referendum del 20-21 settembre sulla riduzione del numero dei parlamentari.

18 maggio 2018 Due mesi dopo le elezioni, Lega e M5S approvano il Contratto di governo che ne suggella l’alleanza. Al paragrafo sulle riforme istituzionali si legge: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. In tal modo, sarà più agevole organizzare i lavori delle Camere e diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento senza comprometterne le funzioni. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”.

12 luglio 2018 Il ministro per le Riforme del Conte I, Riccardo Fraccaro, si presenta in audizione alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato per elencare le linee programmatiche. Fraccaro spiega che “contestualmente allo sviluppo della democrazia diretta occorre rafforzare il Parlamento” facendo entrare “la volontà dei cittadini all’interno delle istituzioni”. E quindi il ministro presenta il disegno di legge costituzionale sul taglio dei Parlamentari che “non può ricondursi semplicisticamente a una sola esigenza di risparmio” ma “potrà determinare un miglioramento del processo decisionale delle Camere, che potranno operare con più efficienza e, dunque, essere più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini”.

25 luglio 2018 Il disegno di legge costituzionale S.214 a prima firma del senatore Gaetano Quagliariello, che inglobava altre due proposte di legge (una di Stefano Patuanelli e l’altra di Massimiliano Romeo) viene depositata in Commissione Affari costituzionali del Senato per far partire l’iter. La riforma prevede la modifica di tre articoli della Costituzione: il 56, riducendo da 630 a 400 i deputati, il 57 (da 315 a 200 senatori) e il 59, specificando che i senatori a vita possono essere massimo cinque.

7 febbraio 2019 Il Senato approva in prima lettura il ddl costituzionale a larga maggioranza (76% dei votanti) anche con l’appoggio di una parte dell’opposizione, la stessa che oggi si dice contraria alla riforma: votano a favore M5S, Lega, ma anche Forza Italia e Fratelli d’Italia (185) mentre Pd, LeU e parte delle Autonomie dicono No (54).

9 maggio 2019 La Camera conclude l’iter della prima lettura approvando il testo già licenziato dal Senato. Le proporzioni sono le stesse: i 310 sì su 422 votanti sono di M5S, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia contro i 107 No di Pd e LeU.

11 luglio 2019 Alla vigilia della crisi del governo Conte I e mentre Matteo Salvini finisce nella bufera per i rapporti di Gianluca Savoini con la Russia, il Senato approva in seconda lettura la sforbiciata dei parlamentari. I sostenitori del taglio sono sempre gli stessi: 180 favorevoli (78%) contro 50 contrari.

8 ottobre 2019 A fine agosto il governo gialloverde cade dopo la sfiducia di Matteo Salvini e Giuseppe Conte rimane a Palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza Pd-M5S-LeU e il neonato partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Eppure, quando la Camera è chiamata a votare definitivamente il ddl costituzionale, sembra che maggioranza e opposizione non esistano: su 567 votanti, quelli a favore sono 553 (il 98%) e i contrari sono solo 14. Cambiano idea Pd, LeU e Italia Viva che adesso sono in maggioranza, mentre le opposizioni non rinnegano i voti delle precedenti letture. Molti parlamentari che oggi sostengono il No o che sono dubbiosi, allora erano entusiasti. Marco Di Maio (Iv): “Il nostro voto favorevole è un investimento sulla volontà della maggioranza di riorganizzare il sistema istituzionale”. Federico Fornaro (LeU) parlava di “grande sfida” riguardo al “funzionamento della democrazia parlamentare”. Il renziano Roberto Giachetti votava Sì ma annunciava che dal giorno dopo avrebbe raccolto le firme per il referendum: “Questa riforma è uno scalpo per soddisfare i peggiori istinti dell’elettorato”.

12 ottobre 2019 Il disegno di legge viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale e partono i tre mesi di tempo per fare richiesta di referendum confermativo. Come prevede la Costituzione, la legge potrebbe essere già promulgata dal presidente della Repubblica senza referendum visto che in seconda lettura è stata approvata dalla maggioranza qualificata delle due Camere.

10 gennaio 2020 71 senatori – tra cui 42 di Forza Italia, 5 Pd, 2 ex M5S, 2 di Iv e 9 leghisti che si rimangiano il voto favorevole – presentano le firme in Cassazione per chiedere che sia indetto il referendum confermativo e 13 giorni dopo la Suprema Corte dà il via libera alla consultazione.

27-28 gennaio 2020 Il Consiglio dei ministri indica il 29 marzo e il presidente della Repubblica indice la data per il referendum, ma la pandemia fa slittare il voto.

17 luglio 2020 Su indicazione del governo, Sergio Mattarella firma il nuovo decreto che indice il referendum e le elezioni Regionali e amministrative il 20 e 21 settembre.

“Il rischio zero non esiste, ma rafforziamo i controlli”

Lo ripete ancora una volta, la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ieri ospite alla festa del Fatto Quotidiano, per scrupolo nei confronti di chi ancora possa credere che le scuole siano camere asettiche e incontaminate: il contagio zero in classe non si potrà evitare. Ci si può spingere a cercare di circoscrivere eventuali focolai il più possibile, tracciando i contatti nel dettaglio, applicando tutte le misure necessarie a garantire che la scuola resti aperta (“perché che apra è ormai certo”) e seguendo le linee guida sulla sicurezza (“che avrei voluto arrivassero a inizio giugno ma i tempi si sono allungati perché abbiamo coinvolto davvero tutti…”), ma il rischio nullo è una utopia e prima ci si fa i conti, meglio è per tutti.

Per il resto, bisogna sperare che funzioni il tracciamento dei contatti che ieri, secondo quanto riferito dall’unità di crisi da Covid-19 del Lazio, ha permesso di ridurre da 65 a nove le persone in quarantena per il caso della studentessa risultata positiva al tampone nella scuola paritaria internazionale Marymount di Roma. “Da settembre siamo di fronte a una sfida sanitaria – ha detto la ministra – ci sono le linee guida, i protocolli di sicurezza scritti con le forze sociali e infine il documento dell’Istituto superiore della sanità che dice cosa fare in caso di possibile contagio. Ne sono circolate tante in questi mesi, c’è persino chi ha parlato di ‘sequestro degli alunni’: in realtà il protocollo e ben definito”. Nel caso ci sia l’ipotesi di un contagio, spiega la ministra, l’alunno sarà momentaneamente isolato in un’area dedicata della scuola e sotto il controllo del personale formato appositamente. Poi vengono informati i genitori e si seguiranno i protocolli indicati dalla Asl. Questo è un punto che la ministra sottolinea forte, di fatto anche cercando di passare la palla al ministro della Salute: sul fronte del Covid a scuola non c’è più solo il ministero dell’Istruzione ma un’asse col sistema sanitario territoriale sulla cui stabilità si erige il futuro degli studenti.

“Un ruolo fondamentale lo avranno i dipartimenti di prevenzione territoriali, quindi le Asl – dice Azzolina – . Si ripristina un po’ quel rapporto che c’era con il medico scolastico, un collegamento forte tra scuola e sanità. Nessun dirigente scolastico sarà lasciato solo, non avrebbero le competenze per gestire dei casi che, a quel punto, diventano casi sanitari. Saranno quindi i dipartimenti a dire chi dovrà andare in quarantena Noi attiveremo le procedure di didattica a distanza. Il rischio zero non esiste, alle famiglie va detto, ma garantiamo di aver lavorato intensamente per minimizzare il più possibile quel rischio”. Poi la raccomandazione di scaricare l’app Immuni che può essere una ulteriore arma nel tracciamento dei contatti e sui test rapidi spiega: “Ad agosto avevo fatto dichiarazioni chiedendo fossero resi disponibili tutti gli strumenti necessari e rapidi possibili per rassicurare gli studenti. Sui test rapidi c’è una riflessione al ministero della Salute. Credo che se sono stati utilizzati negli aeroporti forse hanno una valenza, ma sarà il ministero della Salute a indicare quali possano essere i più efficaci”.

Sui lavoratori fragili (i docenti che potrebbero essere esonerati in caso di condizioni di salute particolarmente critiche) la ministra ha dato invece qualche numero: a quanto risulta al ministero, ieri e a partire dal primo settembre (prima data utile per inoltrare la richiesta) sarebbero arrivate circa 300 richieste di esonero da parte dei docenti. “Ben lontane dalle 300mila su cui è stato lanciato l’allarme nei giorni scorsi”. Le domande dovranno poi essere esaminate dai medici che effettuano la sorveglianza sanitaria e anche se sono destinate ad aumentare è ormai una certezza che non basti più il vincolo dell’età per essere considerato un lavoratore fragile. Sul tema, lunedì è previsto un incontro con i sindacati e proprio a loro la ministra lancia una sfida anche alla luce delle tensioni di questi ultimi mesi tra ministero e rappresentanti dei lavoratori: “Hanno un ruolo fondamentale nel nostro Paese – ha spiegato Azzolina – e devono mantenerlo. Io ho chiesto solo collaborazione. Con la didattica a distanza, in piena pandemia, abbiamo saputo che ci sono state centinaia di diffide ai presidi dal far lavorare i docenti (perché la didattica a distanza non era regolata nel contratto nazionale, ndr). Ma cosa dovevamo fare? Interrompere le lezioni?” Poi la proposta. “Arriveranno i soldi del Recovery Fund: i sindacati ora si impegnino per indicate come spenderli, facciamo qualcosa insieme, costruiamo”. E per restare in tema, i concorsi: “Avrei voluto farli in estate – ribadisce – ma non è stato possibile (anche per l’opposizione dei sindacati per quello straordinario, ndr). Si terranno a ottobre. Tutti e tre”.

“Il voto non influirà sul governo. Draghi? Lo volevo a Bruxelles”

L’avvocato che non parlava da un po’ gioca all’italiana. Nel giorno in cui spiega che di riaprire gli stadi non è il caso (“lo trovo inopportuno”), dal palco della festa del Fatto Quotidiano a Roma, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte va di calcistico contropiede. Quindi prima si copre, giurando che non si sente pericolante, neanche se sarà disfatta per i giallorosa nelle Regionali: “Non credo proprio che il voto avrà incidenza sul governo, e poi noi dobbiamo gestire i 209 miliardi del Recovery Funde non possiamo certo abbandonare”. Ma poi va di contropiede e rilancia. Assicura che Mario Draghi non è un rivale, “anzi lo avrei voluto come presidente della Commissione europea”. E prova a disegnare un futuro con un Parlamento passato a 600 parlamentari, scandendo il suo Sì al referendum, e una nuova legge elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento e la sfiducia costruttiva: mentre le preferenze sì, magari, “il principio mi piace”, però “ci arriverei successivamente”. Sollecitato dalle domande di Antonio Padellaro e Peter Gomez, va anche oltre, auspicando un bis di Sergio Mattarella al Quirinale: “Se ci fossero le condizioni da parte sua per accettare un secondo mandato lo vedrei benissimo, interpreta il suo ruolo in modo impeccabile e ne apprezzo sempre più le qualità”. E il Conte che si espone è l’eterno mediatore degli opposti, che in un secondo mandato di Mattarella vede la via per sminare tensioni tra Cinque Stelle e Pd sulla partita delle partite, quella per il prossimo presidente della Repubblica. Non a caso, Luigi Di Maio va presto in scia: “Nei momenti bui Mattarella ci ha indicato la via da seguire”.

 

Dal Covid alla Scuola, i nodi dell’autunno

Comunque vada, per la storia, Conte sarà innanzitutto il premier che ha affrontato la pandemia. E lui rivendica i risultati, fa notare che negli altri Paesi i numeri del Covid sono peggiori. Giura di essere “fiducioso per l’autunno”, promette sempre più tamponi. Ma mai più lockdown: “Se andrà male con i contagi faremo interventi mirati e circoscritti a livello territoriale”. Gli chiedono dei verbali del Comitato tecnico scientifico disseminati di omissis, e risponde che è “un fatto tecnico per la tutela della privacy”. Soprattutto, “il fatto che i verbali siano stati rimasti riservati non significa che siano stati secretati, infatti li abbiamo resi pubblici”. Certo, il Covid morde ancora, eccome, tanto da aver colpito anche Silvio Berlusconi (“L’ho chiamato per augurargli pronta guarigione”). Lo raccontano i numeri, citati dal premier con un refuso che poi correggerà (“135mila morti”). Ma Conte è convinto di aver fatto il necessario, sulle zone rosse e arancioni come sul resto. E sulla scuola non vuole sentire previsioni apocalittiche: “Da gennaio abbiamo investito 7 miliardi nel comparto. Se nelle classi ci sarà qualche positivo? Diamolo per scontato”. Sa che la riapertura degli istituti è un passaggio stretto, ma non vuole mostrarsi in ansia: “Abbiamo predisposto linee guida e il dipartimento di valutazione interverrà caso per caso. Se servirà avremo la quarantena della classe, ma in caso estremo”. Lo pungolano: “Certe decisioni le ha prese anche sentendo le opposizioni?”. E il premier non si fa pregare: “Con Forza Italia e Giorgia Meloni c’è un dialogo, invece ho difficoltà con Matteo Salvini, quando gli mando dei messaggi non mi richiama…”.

 

Niente dubbi sui Servizi, palla in tribuna sul Mes

Conte non si rammarica di essere andato dritto e in solitudine sulla proroga dei vertici dei Servizi segreti, anche se un pezzo del M5S, irritato assai, gli aveva opposto un emendamento. “Sui servizi non posso essere neutrale: ho la responsabilità di scegliere i direttori ed eventualmente di revocarli, è la mia responsabilità politica”. Così prevede la legge, ricorda. E comunque, assicura, alcuni parlamentari hanno frainteso: “Non abbiamo esteso la durata massima del mandato dei direttori. Oggi la norma prevede 4 anni rinnovabili per ulteriori 8, ma una sola volta e ho detto che quel rinnovo una sola volta crea un problema a me e a quelli che verranno dopo di me, soprattutto in tempi di pandemia”. Tempi in cui i Servizi hanno aiutato molto il governo, sostiene, “innanzitutto per evitarci truffe” nel reperimento dei materiali. Di sicuro, per la sanità servono tanti soldi. Logico che Padellaro lo chieda: “Il Mes non vi sarebbe utile?”. Conte, sospeso tra il Pd che invoca il fondo salva Stati e il Movimento che lo ritiene eresia, oscilla verso il no: “Il ministro della Salute non mi ha mai chiesto soldi in più, e poi non si può pensare che questi soldi li spenderemmo tutti per la sanità, mantenere un ospedale, per esempio, costa”. Però, meglio non esagerare, così Conte conclude: “Sul Mes ho un atteggiamento laico, se avremo bisogno di altri soldi ne discuteremo in Parlamento”.

 

Quei nemici veri o presunti: l’ostilità alle lobby

Per cronici retroscena, Draghi sarebbe il successore perfetto di Conte, magari in un governo di unità nazionale. Il premier che ne sarebbe vittima lo esorcizza celebrandolo: “Lo tirano per la giacchetta, ma non lo vedo come un rivale, è un’eccellenza”. E arriva l’aneddoto, come prova: “Lo avrei visto bene come presidente della Commissione Ue, cercai di creare consenso su di lui. L’ho incontrato, ma lui mi disse che non si sentiva disponibile perché era stanco della sua esperienza europea”. Chi non è stanco di criticare il premier, invece, è Carlo De Benedetti, a cui Conte recapita gelo: “Non giudicherò le sue attività imprenditoriali”. E non sono affatto stanchi certi poteri che vorrebbero mettere le mani sui 209 miliardi del Recovery Fund. E il premier lo dice: “Ci sono potentati che avrebbero molto da suggerire su come usare quei soldi, ma io non incontro esponenti di lobby”.

 

Il suo Sì al referendum, il dialogo tra i giallorosa

Le varie urne sono a un passo, e Conte scandisce il suo Sì al taglio dei parlamentari: “È una riforma costituzionale votata dalla stragrande maggioranza parlamentare, e se si passa da 945 a 600 parlamentari non viene assolutamente pregiudicata la funzionalità del Parlamento”. Anzi, argomenta, “chi sarà eletto con le nuove regole sentirà di più il peso della rappresentanza”. Ma il 21 settembre si vota anche nelle Regioni, e per i giallorosa non tira una bella aria. Così il presidente del Consiglio bacchetta i giallorosa senza darlo troppo a vedere: “Il centrodestra è unito ovunque, il Pd e il M5S no, è una lotta impari”. Servivano gli accordi, anche se lui tenta di negare di averli invocati: “Non indicavo candidati nelle regioni, ma chiedevo il dialogo tra forze di maggioranza e quell’appello lo rifarò”.

Perché su questo Conte non arretra: “È auspicabile una continuità dell’esperienza di governo a livello territoriale, la direzione di marcia deve essere quella, e nessuno deve rifiutarsi di sedersi attorno a un tavolo”. Quello dove il premier vuole restare ancora a lungo, da capotavola.

Preferiti o preferenze

Quel che ha detto ieri il premier Conte alla festa del Fatto, rispondendo a Padellaro e Gomez, sulla legge elettorale con la preferenza e senza più liste bloccate piacerà ai 5Stelle, a LeU, alla maggioranza del Pd e in parte anche alla Meloni: cioè a chi è contrario ai parlamentari nominati dai capi. Non piacerà invece a chi approvò le tre leggi elettorali-vergogna che istituivano le liste bloccate: il Porcellum del centrodestra (2005, poi raso al suolo dalla Consulta), l’Italicum dell’Innominabile e di B. (2014, anch’esso bocciato perché incostituzionale) e il Rosatellum del Pd renziano, votato anche da FI e dalla Lega salviniana (2017, con i soli voti contrari di 5Stelle e FdI). Se la nuova legge elettorale “Germanicum”, oltre a un impianto proporzionale e a uno sbarramento, prevedrà la preferenza unica, non sarà la migliore del mondo, perché il doppio turno francese è meglio; ma almeno potremo dire di avere riconquistato il diritto di scelta. Non è poco, dopo 15 anni di digiuno. Ed è paradossale che i cultori della “rappresentanza” democratica sprechino tempo, voce, inchiostro ed energie a strillare contro il taglio dei parlamentari (che non c’entra nulla), anziché concentrarli su un obiettivo ben più cruciale: far sì che i deputati e i senatori, 945 o 600 che siano, vengano eletti da tutti e non più nominati da pochi.

Questo è il cuore della “rappresentanza”: più elettori rappresenta, più il rappresentante sarà responsabile e autonomo. Come diceva ieri Conte, “coloro che saranno eletti con le nuove regole potranno sentire ancora di più il peso della rappresentanza e quindi quella disciplina e quell’onore” prescritti dall’art. 54 della Costituzione. Molti – come Sabrina Ferilli, anche lei alla nostra festa – puntano “più sulla qualità che sulla quantità”. Giusto. Ma un’assemblea pletorica di quasi mille parlamentari consente a molti (circa un terzo, secondo i calcoli di Boeri e Perotti) di confondersi nella massa per disertare impunemente le sedute o scaldare gli scranni senza fare proposte: una zavorra che scredita tutta l’istituzione. La qualità dei nostri rappresentanti migliorerà già con la loro riduzione e soprattutto con una legge elettorale che ne faccia davvero i rappresentanti nostri e non dei loro padroni. Ma – l’ha spiegato ieri Lorenza Carlassare sul Fatto – solo la vittoria del Sì costringerà il Parlamento a buttare a mare il Rosatellum e le sue liste bloccate. Se vincesse il No e i parlamentari restassero 945, senza l’obbligo di ridisegnare i collegi, i partiti non avrebbero né l’obbligo né l’interesse di cambiare sistema. E si terrebbero quello attuale, che consegna ai loro boss il potere unico al mondo di scegliersi i parlamentari preferiti: i meno capaci e i più servili.

Viva la Mammadimerda: ama i figli. E gli aperitivi

Si definiscono “disagiate della maternità”, “disorganizzate croniche della vita familiare”, fautrici di una Repubblica fondata su Senso di inadeguatezza, Procrastinazione, Depilazione casuale e Aperitivo (perché l’ “alcol è come l’allattamento a richiesta, ti trova quando ti deve trovare”). Sono le fondatrici del blog “Mammadimerda” e della omonima pagina Facebook, luogo di speranza e abbandono per oltre 60mila madri, dove si utilizzano solo immagini di donne anni 50 perché non si equivochi la poco allegra condizione della donna italiana. Condizione che, però, loro raccontano con sarcasmo e autoironia, riuscendo così a piazzare con leggerezza la polemica contro le scuole chiuse – “Unico pro della Dad? Niente pidocchi” – come la petizione contro i padri vietati in sala parto causa Covid-19 (“Ma che supporto, io lo voglio accanto perché lo devo insultà”).

Proprio in questi giorni è uscita una nuova edizione del loro libro, Non sei sola. Fenomenologia della Mammadimerda, in cui Francesca Fiore – “Mdm1” – e Sarah Malnerich – “Mdm2” – “tratteggiano questa figura mitologica, mezza madre e mezza merda”, lontanissima sia dalla tanto esaltata mamma imperfetta sia, ovviamente, da quella perfetta, “quella che corre a piedi nudi nei boschi e ha figli educati e bilingui anche se nati a Trofarello”. La Mammadimerda ha come obiettivo diffondere senso di “inadeguatezza e approssimazione”, restituendo finalmente dignità a quelli che chiama diversamente genitori, se ne frega dei giudizi, si appunta post-it del tipo “non addormentarsi prima di aver appeso la calza della befana”, accetta serenamente l’impossibilità di ogni pedagogia montessoriana quando vede la nonna regalare la mini scopa con paletta, infine per la dieta punta alla sopravvivenza.

Il suo bersaglio polemico è un’idea di parità per cui la donna lavora senza abdicare a tutti gli altri doveri, come una “Cenerentola operaia cocainomane”, il suo modello di coppia ideale quello del pinguino, col maschio che resta a covare le uova e la femmina che se ne va e poi torna “carica di gioia e grasso addominale”. Soluzioni magiche, dicono le autrici, non ce ne sono, ma aiuta ad accettare il lato oscuro della maternità. Ed essere consapevoli, sempre, “che essere madri di merda non è il male peggiore, nascere teste di cazzo poteva essere molto peggio”.

Che Fisico il mostro di Loch Ness, che crea onde di “solitoni”

Le undici meno cinque. Il dottor Piazzi si affacciò prudentemente dalle scale, e vide nella hall i due tizi. Rossi di capelli entrambi, come si conviene a uno scozzese, e con l’aria di svagata inquietudine di chi aspetta qualcuno, ma sa di essere in anticipo.

– Excuse me… mr. McDonald?

L’uomo più giovane alzò la testa. Piazzi lo riconobbe, lo aveva visto durante il congresso, ed era effettivamente presente al suo talk. Subito dopo, si alzò in piedi e tese la mano.

– Ah, oh, dottor Piazzi, è un vero piacere. Le presento il signor Connor McDonald. Il mio stesso cognome, siamo cugini. Ma non perdiamo tempo: ho sentito la sua conferenza, e il suo risultato mi ha impressionato – Il McDonald giovane si rivolse all’anziano –. Il dottor Piazzi è un esperto di solitoni.

– Solitoni? – L’uomo anziano alzò le sopracciglia –. Che cosa sarebbero?

Che un fisico non sapesse cosa sono i solitoni era improbabile. E del resto non si ricordava il volto del McDonald anziano in giro nei giorni della conferenza. Quindi il signor Connor non era un fisico… ma certo, poteva benissimo essere il rettore. Del resto, quando vai da un giovane a proporgli un posto di lavoro nella tua università, non è certo inopportuno chiamare il rettore.

Piazzi si sedette.

– Il solitone, l’oggetto della mia ricerca, è un’onda che viaggia da sola, senza cambiare forma, quindi né altezza né larghezza, per un lunghissimo tratto.

L’anziano McDonald lo guardò con quella che sembrava autentica curiosità, e non cortesia sociale.

– Anche chilometri?

– Anche chilometri. Il primo solitone venne osservato in un canale, nel secolo scorso, e venne seguito a cavallo lungo il tragitto fino a una chiusa, dove si smorzò dopo aver percorso vari chilometri.

– Quindi, i solitoni si formano facilmente nei canali.

– Facilmente è una parola grossa. Ma sì, uno specchio d’acqua lungo e con le rive diritte e parallele, è una delle caratteristiche che favoriscono l’insorgere del…

– Mi ha colpito la sua similitudine, ieri – intervenne il McDonald giovane –. Lei ha parlato di un solitone particolare, lo ha chiamato “il rettile”.

– È una piccola boutade. I solitoni sono di due tipi. Ci sono i solitoni chiari e i solitoni scuri, ovvero i poggi e le buche. A volte vanno a coppie, un’onda e un’ansa subito dopo, una cima e una depressione.

– Dice che le persone potrebbero scambiare un’onda che viaggia per il dorso di un enorme rettile?

Piazzi aggrottò la fronte. L’uomo sorrise, e cambiò discorso.

– Quindi, se ho capito bene, lei ha mostrato proprio alcuni di questi solitoni “a rettile” durante la conferenza. Ottenuti da lei, sperimentalmente, in un canale artificiale, giusto? È un risultato notevole.

Eccoci. Finalmente si arrivava al succo. Predire i solitoni a livello teorico era facile – erano la soluzione di un’equazione. Osservarli in natura era molto più difficile. Riprodurli in laboratorio era un casino mostruoso; c’era bisogno di condizioni estremamente precise. Lui, invece, era riuscito a costruire un apparato sperimentale in grado di generare solitoni nelle condizioni più disparate.

– Esatto – disse Piazzi, orgoglioso –. Vede, signor McDonald… a proposito, lei quale università rappresenta, di preciso?

– Noi? – McDonald senior sorrise –. Oh, nessuna università, dottor Piazzi. No, no. Noi siamo un comitato civico.

Gli occhi del dottor Piazzi si svuotarono di ogni speranza. Che tipo di lavoro poteva dare un comitato civico a uno come lui?

Dieci anni prima, si era laureato in Fisica. Erano seguiti tre anni di dottorato, quattro di assegno di ricerca e tre di disperazione pura, suddivisa in borse annuali in giro per l’Europa. Posti di merda, ma almeno posti universitari.

– Scusate – disse Piazzi, con una voce in cui l’educazione faticava ad imporsi sulla disperazione di cui sopra, appena rinnovellata di novella fronda – ma che compito vorrebbe assegnarmi un comitato civico scozzese, a me?

– Vorremmo sapere se lei sarebbe in grado di installare e dirigere un impianto in grado di generare questi solitoni su un canale scozzese.

– E dove sarebbe, questo canale?

– Al nord. Forse ne avrà sentito parlare. Si chiama Loch Ness.

Piazzi guardò entrambi gli scozzesi, rendendosi conto solo dopo un attimo di avere la bocca aperta. Cominciava a capire. Quando ricominciò a parlare, la sua voce era piena di sarcasmo.

– E con che frequenza vorreste che li riproducessi? Una volta ogni plenilunio? Oppure in date stabilite dalla tradizione, nella stagione degli amori dei mostri marini? Io sono un fisico, signori. Sono uno scienziato. Non sono la persona più adatta a fomentare le credulità medievali di un gruppo di allocchi che… che cos’è?

Il secondo scozzese, quello che era rimasto in silenzio, aveva tirato fuori dalla tasca della giacca una busta di carta bianca, dall’aspetto ordinario.

– Questo sarebbe la nostra proposta, dottor Piazzi. Vorrei che lei la esaminasse, prima di dare una risposta definitiva.

Andrea Piazzi prese la busta, con l’aria ferma dell’uomo gonfio di principi. La aprì. Lesse.

Rilesse.

Alzò gli occhi, e guardò i due interlocutori con una faccia diversa. A quanto sapeva lui, gli scozzesi erano tirchi. Quelli sembravano tipici scozzesi, e basta. O forse…

– La creatura di Loch Ness è una delle leggende più affascinanti del mondo, dottor Piazzi – stava dicendo il signor McDonald. – Ogni anno, riceviamo migliaia di turisti. Siamo sicuri che nuovi avvistamenti rinnoverebbero l’interesse di tutto il mondo. Magari su base di una certa regolarità, come dice lei. Anzi, stabilire un calendario potrebbe fare parte del suo compito.

Il signor McDonald accennò con gli occhi alla busta.

– A proposito, un’altra parte del suo compito, compresa nella nostra offerta, sarebbe ovviamente la sua discrezione. Lei è un uomo discreto, dottor Piazzi?

Andrea Piazzi guardò la busta, rendendosi conto che quando l’aveva aperta i suoi principi ne erano sfuggiti via.

– Assolutamente. La discrezione in persona. Una tomba.

Salvini fa il “Padrenostro”, ma Favino lo scomunica

“Matteo Salvini in sala? Nessuno di noi lo ha invitato, non credo avremo modo di incontrarci. Conoscendo la sua capacità di esserci in un momento importante, mi fa piacere. Ma non c’è possibilità di manipolazione, visto che il film non è né pro poliziotti né pro Nap: se Salvini viene per quello, avrà fatto un viaggio a vuoto”. Pierfrancesco Favino è il protagonista di Padrenostro in Concorso alla Mostra di Venezia, cui ha assistito il leader della Lega, regalandosi pure il red carpet con la compagna Francesca Verdini: “Favino mi piace molto come attore, non ho nessuna intenzione di fare manipolazioni. Voglio godermi un film italiano, con attori italiani, con produzione italiana, che racconta una storia italiana, di anni difficili”.

Tra i due c’è ruggine o, almeno, un precedente: Salvini non gradì il monologo tratto da La notte poco prima della foresta di Koltès recitato da Favino al festival di Sanremo nel 2018 e tacciato di essere pro migranti. Il confronto a distanza prosegue con il dramma – dal 24 settembre in sala – diretto da Claudio Noce, che fa i conti con il proprio passato: il padre Alfonso, vicequestore responsabile dei Servizi di sicurezza per il Lazio, nel dicembre del 1976 a Roma fu vittima di un attentato dei Nuclei Armati Proletari (Nap), in cui morì un poliziotto della scorta, Prisco Palumbo, e un terrorista, Martino Zichitella. Nondimeno, Padrenostro “non è una storia privata né un film sugli anni di piombo, volevo restituire lo sguardo di un bambino trafitto e consegnare una lettera a mio padre”, osserva il regista. Un padre che fece della “rimozione un modo per proteggerci”, e che ora vedendo il film con la moglie, nella finzione Barbara Ronchi, ha concesso al figlio “un momento incredibile: ho compiuto un percorso dall’altra parte del rimosso”.

Dopo il Bettino Craxi di Hammamet di Gianni Amelio, un ruolo che spinge nuovamente Favino a confrontarsi con il figlio di un morto che gli piomba in casa: “Mi sono visto figlio e ho riconosciuto nel padre di Claudio il mio. Io sono stato uno di quei bambini dietro la porta, che andava a letto dopo Carosello, che del sequestro Moro ricorda i cartoni animati che non venivano programmati: la nostra generazione è stata sempre messa di lato, per tanti anni ho cercato di far mie quelle tensioni politiche, ma non mi appartengono. Il nostro laicismo ci permette di non avere paura, è un’arma in più, anche di scambio: abbiamo creato Internet, abbiamo generato capacità comunicativa”. Il Favino padre oggi teme il Covid, sebbene la condivisione, da uomo e da artista, rimanga imprescindibile: “Non sono negazionista, mi preoccupa l’individualismo”.

Paure e premure spartite da Greta Thunberg, intervenuta alla Mostra in collegamento durante un intervallo delle lezioni scolastiche: “Il Covid ha colpito tutti, sconfiggere il virus è una priorità, non si possono gestire due crisi insieme: le questioni ambientali, la lotta sul Climate Change è stata messa in pausa, ma dobbiamo capire che è urgente, se vogliamo avere un futuro non si può mollare”. Alla giovanissima attivista è dedicato il documentario di Nathan Grossman I Am Greta (a novembre al cinema), che ne ripercorre l’ascesa, dallo sciopero scolastico solitario fuori dal Parlamento svedese alla creazione del movimento globale Fridays for Future, fino al viaggio in barca a vela nell’Oceano Atlantico per raggiungere New York e parlare all’Onu durante il summit sul clima del 2019.

Se il Concorso fin qua stenta, con la sonora eccezione dell’indiano The Disciple, diretto dal protégé di Alfonso Cuarón, Chaitanya Tamhane, già doppiamente premiato al Lido nel 2014 con l’esordio Court, e quella parziale di Quo vadis, Aida?, con cui la bosniaca Jasmila Žbanić torna sul massacro di Srebrenica da una prospettiva femminile, Venezia prova a tirare il fiato – l’obbligo della mascherina non aiuta – con The Duke, che non compete per il Leone, ma Oltremanica e Oltreoceano farà incetta di premi. Diretto dal Roger Michell di Notting Hill, porta sullo schermo un irresistibile tassista inglese di mezza età, Kempton Bunton, che nel 1961 rubò il ritratto del Duca di Wellington di Goya dalla National Gallery: l’avrebbe restituito a condizione che il governo si impegnasse a favore degli anziani, garantendo a reduci e pensionati il diritto alla televisione gratuita.

Il superlativo protagonista Jim Broadbent – altrettanto brava è Helen Mirren – traccia il parallelo tra quel Dopoguerra e l’odierna pandemia, e oggi si spenderebbe per “gli anziani delle Rsa: il loro trattamento durante il Covid è stato una sciagura, una piaga, e vorrebbero pure metterlo a tacere”. Tutto il mondo è paese.

 

Il Gran Mufti avvisa: attenti a Haftar

Anche il Gran Mufti, la massima autorità religiosa libica, sostenitore del premier riconosciuto dall’Onu, Fayez al Sarraj, contro il rivale cirenaico Khalifa Haftar, denuncia la leggerezza del vertice tripolino che “ha lasciate sguarnite le linee del fronte a Sirte”, la città porta di ingresso tra Tripolitania e Cirenaica, considerata da entrambi i contendenti “la linea rossa”. Secondo il Grande Imam, lo sceicco Al-Siddiq Al-Gharyani, Sarraj non sta costruendo una barriera militare adeguata in previsione dell’offensiva militare di Haftar “che potrebbe iniziare in qualsiasi momento, nonostante il fragile di cessate il fuoco in corso”. Parlando al canale televisivo Tanasuh, il Mufti ha detto che “le forze di Haftar hanno mobilitato nuovi mercenari, hanno ottenuto aerei moderni, denaro e armi, sottolineando “che gli aerei di spedizioni di armi erano arrivati dalla Russia su base giornaliera per spingere Haftar a una rimonta.”

Lo sceicco-imam ha accusato “il governo di Accordo nazionale libico di essersi seduto sugli allori e di essersi instupidito politicamente”. È probabile che il religioso musulmano si riferisse anche ai disaccordi interni allo stesso esecutivo tra i ministri più potenti anche in termini di numero di miliziani ai loro ordini. Il caso più eclatante e recente riguarda il potente ministro degli Interni Fathi Bashagha, costretto dal premier Sarraj a dimettersi per poi essere reintegrato dopo pochi giorni. Bashagha, rappresentante della città di Misurata, è fortemente appoggiato dal presidente turco Erdogan, colui che con le sue armi e i suoi miliziani siriani ha ribaltato finora le sorti del conflitto tra il generale cirenaico Haftar e le forze del governo di accordo nazionale. Il leader misuratino è da tempo una specie di primo ministro-ombra di Erdogan nel governo Sarraj. Grazie alle potenti milizie di Misurata che lo sostengono, il ministro aveva messo in crisi il fronte di solidarietà nazionale accusando di corruzione il governo Sarraj di cui è lui stesso esponente. Chi vincerá questo braccio di ferro non è ancora dato saperlo. Intanto l’Imam avverte Tripoli che ” il nemico sa che gli appelli dell’Onu e della comunità internazionale sono inutili e per questo non li rispetta”. Meglio prevenire che curare dunque, ma gli unici trattamenti efficaci sembrano quelli turchi; e proprio da Ankara arriva l’ennesima presa in giro della Francia e del suo presidente Macron. Il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu ha ribadito che Parigi ha “sostenuto il golpista Haftar commettendo un grave errore” e quando, grazie all’intervento turco a sostegno del Gna, “gli equilibri sono cambiati” e il generale della Cirenaica “è stato sconfitto, Macron è diventato isterico”.

Trump non si fida e dice ai suoi: “Votate due volte”

Uno vale uno, è il principio della democrazia. Ma se uno vota due volte, allora vale il doppio, due. L’illuminazione aritmetica ha colto Donald Trump sulla via della North Carolina dove, da ieri, a meno 60 giorni esatti dall’Election Day, sono cominciate le operazioni di voto per posta. Parlando nello Stato, Trump ha invitato gli elettori “a sfidare il sistema e a votare due volte: prima per posta e poi di persona”.

C’è stata una levata di scudi corale, s’è scatenato un putiferio: non si può fare, è vietato, è illegale. Josh Stein, ‘ministro della Giustizia’ dello Stato, avverte i cittadini: “Votate, ma non due volte”. Facebook e Twitter si muovono all’unisono: Twitter mette un’etichetta di avvertimento su due ‘cinguettii’ presidenziali; Facebook rimuoverà i video in cui il magnate consiglia il doppio voto. Sono gli ormai ennesimi interventi dei due social nei confronti del presidente e dei suoi sodali che violano le loro regole contro la disinformazione elettorale. La portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany spiega che Trump “non intende legittimare” nessuna illegalità e che le sue parole “sono state estrapolate dal contesto”.

Prima d’incassare l’endorsement del maggiore sindacato di polizia Usa, Trump ritorna sul tema, con toni didascalici: lui vuole fare sì che tutti i voti “contino e siano contati”. Ostile al voto per posta, che considera fonte di ritardi e di brogli, il presidente raccomanda di votare “al più presto” per corrispondenza e quindi di recarsi al seggio nel giorno delle elezioni per vedere se il voto è stato registrato: cosa che però non avviene al seggio. “In tal caso, non potrete votare e il sistema per posta avrà funzionato bene. Altrimenti votate”, dice Trump. Se poi la scheda via posta arrivasse dopo il voto, “cosa che non dovrebbe succedere, la scheda non sarà usata o contata perché il vostro voto sarà già stato espresso e registrato”. Il North Carolina è il primo Stato che ha cominciato a spedire le schede a casa degli elettori che ne hanno fatto richiesta. Altri quattro Stati in bilico, Pennsylvania, Michigan, Minnesota e Florida, avvieranno le procedure per il voto per posta o anticipato entro fine mese. La polemica sul doppio voto non è l’unica nel giorno in cui Michael Reinoehl, 48 anni, militante di Antifa, la coalizione antifascista che Trump equipara a terroristi, viene ucciso a Lacey, vicino a Seattle, in un conflitto a fuoco con gli agenti che volevano arrestarlo per l’omicidio il 29 agosto a Portland di un estremista di destra, Aaron ‘Jay’ Danielson, un fan di Trump.

Poche ore prima della letale sparatoria, Trump s’era chiesto su Twitter “perché la polizia di Portland non arresta il killer a sangue freddo di Danielson”: “Fate il vostro lavoro e fatelo velocemente. Tutti sanno chi è questo delinquente. Nessuno stupore se Portland sta andando all’inferno!”. Il mandato d’arresto per Reinoehl era scattato dopo che Vice News ne aveva pubblicato un’intervista in cui ammetteva l’assassinio di Danielson. L’episodio, la cui dinamica deve essere ancora chiarita, rinfocola tensioni, che, giovedì, Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, aveva cercato di stemperare visitando Kenosha, località del Wisconsin teatro di incidenti, e incontrando la comunità locale e la famiglia di Jacob Blake, giovane nero ferito alla schiena da un poliziotto con sette proiettili, e rimasto paralizzato. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha invece cercato di chiudere sul nascere un’altra polemica anti-Trump: il presidente, secondo The Atlantic, rivista liberal, avrebbe definito i caduti Usa nella Prima guerra mondiale dei “perdenti” e dei “cretini” e non ne avrebbe voluto visitare un cimitero vicino a Parigi nel novembre 2018, quando si celebravano i 100 anni della fine del conflitto. Trump, che diede del perdente al senatore John McCain, perché era stato prigioniero di guerra in Vietnam, nega di averlo mai detto; Pompeo, che era con lui in Francia, giura di non averglielo mai sentito dire.

Brexit, l’ultimo bluff BoJo: “Pronti a tutto”. Ma pesa Edimburgo

“Siamo pronti a qualsiasi eventualità, ma dobbiamo essere certi che la gente sappia che, comunque vada, lasceremo l’Unione europea e il periodo di transizione alla fine dell’anno”. Boris Johnson inaugura il cantiere dell’HS2, grandioso progetto di ferrovia ad alta velocità che dovrebbe avvicinare, logisticamente ed economicamente, le regioni ricche e quello povere del Regno Unito, e ne approfitta per mandare un messaggio forte e chiaro ai connazionali e a Bruxelles.

“Comunque vada la supereremo. Ma è assolutamente vitale che i nostri partners capiscano che andremo dritti per la nostra strada. Possono offrirci un accordo come quello con l’Australia… oppure mostrarsi sensati e offrirci una soluzione canadese. Comunque sia, ne usciremo enormemente prosperi”. Non esclude, quindi, la prospettiva del no deal, già evocata giorni fa dal capo negoziatore dell’Ue Michel Barnier a commento dell’ennesima infruttuosa tornata di negoziati, la settima, per il trattato che dovrebbe governare i rapporti legali, economici e commerciali fra Ue e Regno Unito post-Brexit. “Sono preoccupato e deluso. Siamo pronti a un compromesso equilibrato e costruttivo, ma non a detrimento dell’Ue. Se il Regno Unito non si muove su questioni chiave per l’Ue… si assumerà il rischio di un no deal”.

Le questioni su cui la divergenza sembra insanabile sono due: il cosiddetto level playing field, cioè evitare vantaggi competitivi per Londra rispetto ai paesi membri dell’Ue, e le quote di pescato nel Canale della Manica. Il primo è di principio e di sostanza: Bruxelles non può permettere neanche politicamente che un membro esca dal club a condizioni migliori di chi resta iscritto. Uno dei temi scottanti è quello degli aiuti di Stato, su cui Londra vuole mano libera e che l’Unione lega a vincoli precisi. L’ostinazione britannica sul settore della pesca sembra invece prevalentemente ideologica, visto che il settore rappresenta lo 0,1 del Pil britannico. Ma è un settore la cui decadenza ha coinciso con l’entrata in Europa, ed è senz’altro vero che, come lamentato dai pescatori britannici, le barche europee hanno avuto maggiore accesso alle acque del Regno che il contrario, a causa del sistema europeo di gestione delle quote di pescato. Il recupero di sovranità nella pesca è un tema emotivo, non negoziabile per un certo nazionalismo inglese, tanto che Londra non ha inserito il settore fra quelli per cui propone un accordo di libero scambio e suggerisce invece, come per aviazione, sicurezza e forze di polizia, accordi separati. Bruxelles è inamovibile nel voler mantenere lo status quo. A questa rigidità Johnson ha reagito pochi giorni fa chiedendo il raddoppio delle quote di pescato per i suoi fishermen. Insomma, come ha confermato al Fatto il partner di uno degli studi legali più influenti della City, coinvolto in aspetti decisivi del negoziato “la soluzione, se si troverà, non sarà di certo tecnica ma politica”. Questo è chiaro ormai anche ai commentatori e osservatori più attenti ai dettagli, che si aspettano, appunto, un compromesso politico dell’ultimo minuto e sono anche loro snervati dalle continue schermaglie. È vero però che, a meno di quattro mesi dalla scadenza del periodo di transizione, non tutti sono pronti a scommettere che Londra stia bluffando e che davvero nel cuore del governo non possa prevalere il partito del no deal. Secondo il Times la possibilità di un accordo sarebbe ora al 30-40. A non volere vincoli sarebbe il consigliere speciale di Johnson Dominic Cummings, che ha bisogno di finanziamenti statali a pioggia per il suo grandioso disegno di rilancio tecnologico del paese.

Nel mondo reale il governo arranca: sarebbe indietro sui preparativi strategici per l’uscita dall’Ue e continuerebbe a commettere errori marchiani che fanno infuriare le associazioni di categoria. Altri ministri sarebbero venuti a più miti consigli per ragioni economiche: il no deal era già, nelle proiezioni, molto più distruttivo e destabilizzante di qualsiasi scenario di accordo: a questo ora si somma l’impatto devastante del lockdown. Si prospetta un inverno durissimo. E poi c’è il tema, preoccupante, del contraccolpo di un no deal sull’Unione. Pochi giorni fa il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato la presentazione della legislazione per un nuovo referendum sull’indipendenza di Edimburgo, dopo quello fallito nel 2014.

Ma in sei anni il consenso dei nazionalisti è cresciuto, anche a causa di Brexit: al referendum sull’Ue nel 2016 ha votato no il 62% della popolazione. L’indipendentista Sturgeon, campione anti-Brexit, ha guadagnato enormi consensi personali e politici nella gestione dell’epidemia di Covid, mentre Boris Johnson li perdeva a rotta di collo.

Per una nuova consultazione, però, Edimburgo deve ottenere il consenso del governo britannico. Johnson sembra deciso a negarlo, ma non potrà ignorare a lungo la contraddizione fra la retorica pro-sovranità del suo esecutivo e il no ad analoghe richieste scozzesi di autodeterminazione.