Gli italiani, si sa, hanno la memoria di un pesce rosso. Pochi secondi e si scordano tutto. Così i leader politici di ogni colore – da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, passando per Carlo Calenda e una parte del Pd e della Lega – oggi possano parlare del taglio dei parlamentari come di una “riforma demagogica che mette in pericolo la libertà e la democrazia” (copyright di B.) ma anche “della distruzione della democrazia” (Matteo Orfini), senza che ci sia nessuno a ricordare loro che l’iter della riforma costituzionale è partito due anni fa e che, in ultima lettura, il Parlamento l’ha approvata con il 98% dei consensi: il tasso più alto di approvazione della storia repubblicana. Per rinfrescare la memoria ai contrari dell’ultima ora, è utile fare un riepilogo dell’iter che ha portato al referendum del 20-21 settembre sulla riduzione del numero dei parlamentari.
18 maggio 2018 Due mesi dopo le elezioni, Lega e M5S approvano il Contratto di governo che ne suggella l’alleanza. Al paragrafo sulle riforme istituzionali si legge: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. In tal modo, sarà più agevole organizzare i lavori delle Camere e diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento senza comprometterne le funzioni. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”.
12 luglio 2018 Il ministro per le Riforme del Conte I, Riccardo Fraccaro, si presenta in audizione alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato per elencare le linee programmatiche. Fraccaro spiega che “contestualmente allo sviluppo della democrazia diretta occorre rafforzare il Parlamento” facendo entrare “la volontà dei cittadini all’interno delle istituzioni”. E quindi il ministro presenta il disegno di legge costituzionale sul taglio dei Parlamentari che “non può ricondursi semplicisticamente a una sola esigenza di risparmio” ma “potrà determinare un miglioramento del processo decisionale delle Camere, che potranno operare con più efficienza e, dunque, essere più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini”.
25 luglio 2018 Il disegno di legge costituzionale S.214 a prima firma del senatore Gaetano Quagliariello, che inglobava altre due proposte di legge (una di Stefano Patuanelli e l’altra di Massimiliano Romeo) viene depositata in Commissione Affari costituzionali del Senato per far partire l’iter. La riforma prevede la modifica di tre articoli della Costituzione: il 56, riducendo da 630 a 400 i deputati, il 57 (da 315 a 200 senatori) e il 59, specificando che i senatori a vita possono essere massimo cinque.
7 febbraio 2019 Il Senato approva in prima lettura il ddl costituzionale a larga maggioranza (76% dei votanti) anche con l’appoggio di una parte dell’opposizione, la stessa che oggi si dice contraria alla riforma: votano a favore M5S, Lega, ma anche Forza Italia e Fratelli d’Italia (185) mentre Pd, LeU e parte delle Autonomie dicono No (54).
9 maggio 2019 La Camera conclude l’iter della prima lettura approvando il testo già licenziato dal Senato. Le proporzioni sono le stesse: i 310 sì su 422 votanti sono di M5S, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia contro i 107 No di Pd e LeU.
11 luglio 2019 Alla vigilia della crisi del governo Conte I e mentre Matteo Salvini finisce nella bufera per i rapporti di Gianluca Savoini con la Russia, il Senato approva in seconda lettura la sforbiciata dei parlamentari. I sostenitori del taglio sono sempre gli stessi: 180 favorevoli (78%) contro 50 contrari.
8 ottobre 2019 A fine agosto il governo gialloverde cade dopo la sfiducia di Matteo Salvini e Giuseppe Conte rimane a Palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza Pd-M5S-LeU e il neonato partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Eppure, quando la Camera è chiamata a votare definitivamente il ddl costituzionale, sembra che maggioranza e opposizione non esistano: su 567 votanti, quelli a favore sono 553 (il 98%) e i contrari sono solo 14. Cambiano idea Pd, LeU e Italia Viva che adesso sono in maggioranza, mentre le opposizioni non rinnegano i voti delle precedenti letture. Molti parlamentari che oggi sostengono il No o che sono dubbiosi, allora erano entusiasti. Marco Di Maio (Iv): “Il nostro voto favorevole è un investimento sulla volontà della maggioranza di riorganizzare il sistema istituzionale”. Federico Fornaro (LeU) parlava di “grande sfida” riguardo al “funzionamento della democrazia parlamentare”. Il renziano Roberto Giachetti votava Sì ma annunciava che dal giorno dopo avrebbe raccolto le firme per il referendum: “Questa riforma è uno scalpo per soddisfare i peggiori istinti dell’elettorato”.
12 ottobre 2019 Il disegno di legge viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale e partono i tre mesi di tempo per fare richiesta di referendum confermativo. Come prevede la Costituzione, la legge potrebbe essere già promulgata dal presidente della Repubblica senza referendum visto che in seconda lettura è stata approvata dalla maggioranza qualificata delle due Camere.
10 gennaio 2020 71 senatori – tra cui 42 di Forza Italia, 5 Pd, 2 ex M5S, 2 di Iv e 9 leghisti che si rimangiano il voto favorevole – presentano le firme in Cassazione per chiedere che sia indetto il referendum confermativo e 13 giorni dopo la Suprema Corte dà il via libera alla consultazione.
27-28 gennaio 2020 Il Consiglio dei ministri indica il 29 marzo e il presidente della Repubblica indice la data per il referendum, ma la pandemia fa slittare il voto.
17 luglio 2020 Su indicazione del governo, Sergio Mattarella firma il nuovo decreto che indice il referendum e le elezioni Regionali e amministrative il 20 e 21 settembre.