Cdb smemorato su Conte, insulta B. Marina: “Sei un uomo in disarmo”

Su Berlusconi non cambia giudizio, su Conte in parte sì, su Repubblica si vede che gli rode. Carlo De Benedetti al festival della tv di Dogliani si è confrontato, molto, molto amichevolmente, con Urbano Cairo, editore de La7 e di Rcs intervistati da Aldo Cazzullo.

L’Ingegnere ha confermato quanto scritto dal Fatto ieri, e cioè che esiste un patto con Cairo per stampare e diffondere il nuovo quotidiano da lui fondato, il Domani diretto da Stefano Feltri. Ma all’osservazione che il patto avrebbe l’obiettivo di indebolire Repubblica, l’ex editore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è balzato sulla sedia: “È ridicolo. Non abbiamo alcun motivo di indebolire Repubblica perché ci hanno già pensato loro”. Poi, più netto: “Non ce ne fotte nulla di quello che accade a Repubblica”, con un fervore che rivela un’acrimonia non sopita.

Su Berlusconi, invece, De Benedetti è stato spietato, considerando anche la giornata: “Gli rinnovo gli auguri, ma la mia convinzione è che sia stato molto nocivo per il Paese”. “Come imprenditore – ha continuato – è stato bravo, ma è stato un grande imbroglione”. Poi, gongolando, ricorda il risarcimento avuto per la sentenza su Mondadori: “Io l’ho punito severamente. Lui ha versato a Cir 562 milioni che è la più grande goduria che io abbia avuto nella mia vita”. Frasi che hanno fatto scatenare la reazione di Forza Italia e soprattutto quella di Marina Berlusconi, che ha risposto alla pari: “De Benedetti? Un uomo in disarmo, per lui solo commiserazione”. Infine, alla domanda di Cazzullo se conferma che in ogni caso “meglio Berlusconi che Conte”, l’Ingegnere è caduto dalle nuvole: “Se ho detto una sciocchezza del genere la ritiro”. La memoria non è più quella di una volta.

Mail box

 

Basaglia, i troppi errori della sinistra

Caro Direttore, a chi come Franco Rotelli e Vittorio Emiliani si ostina a negare il disastroso e criminale fallimento della “legge Basaglia”, affermando che non sono stati approntati i mezzi per attuarla, vorrei replicare con le parole che Mario Tobino, primario per quarant’anni dell’ospedale psichiatrico di Lucca, cioè in pratica per tutta la sua vita, dedica nel suo libro Gli ultimi giorni di Magliano a Carla Voltolina, moglie del presidente Sandro Pertini, fervente sostenitrice di quella legge. Così Tobino, che oltre che psichiatra era un grande scrittore, tratteggia il suo incontro con Carla Voltolina: “Mi ammonisce una signora visitatrice, consorte di grande autorità, femmina moderna, psicologa, novatrice: ‘Non si crogioli, dottore, sul suo vecchio passato manicomiale’. Rispondo: ‘Non ne ho tempo, signora. Sto contando le vostre vittime’”. Il libro di Tobino è del 1982, la mia inchiesta per Il Giorno in quattro puntate, quando i giornali erano dei giornali e le inchieste si facevano sul campo e non sui database, che ho richiamato nel mio articolo La vera follia fu di far tornare a casa i “folli”, è del 1984, a sei anni dall’approvazione di quella legge. Dopo posso dire, anche per dolorose esperienze personali, ma ovviamente non solo, che le cose sono andate di male in peggio, anche per l’ostinazione della cultura di sinistra a non voler ammettere quel fallimento. Vittorio Emiliani nel suo articolo sul Fatto del 1.9 si estenua nel segnalare molti uomini di buona volontà, tutti di sinistra, che cercarono di dare un senso concreto a quella legge. E qui sta forse il punto. La cosiddetta Sinistra nella sua cieca obbedienza all’Illuminismo fa più danni della cosiddetta Destra, il che è tutto dire.

Massimo Fini

 

Io iscritta all’Anpi sono per il taglio

Scrivo in relazione alle polemiche scaturite dalla “scelta della Dirigenza Nazionale dell’Anpi” di schierarsi per il No.

Sono iscritta all’Associazione dei partigiani da moltissimi anni con tutta la mia famiglia, perché penso che rappresenti degnamente i valori della Resistenza alla quale hanno partecipato dei ns familiari e ho avuto il privilegio insieme alla mia famiglia di frequentare e godere dell’amicizia di molti partigiani anche di un certo rilievo sia italiani che stranieri.

Francamente penso che se fossero ancora vivi non sarebbero molto contenti di tale scelta, peraltro senza chiedere e promuovere un dibattito interno e pubblico su tale scelta, limitandosi a invitare gli iscritti senza sentire le loro opinioni nel merito.

Io voterò Sì e farò propaganda fra i miei amici e conoscenti affinché vadano a votare per un Sì convinto e consapevole in difesa della Costituzione nata dalla Resistenza. Ringrazio tutta la redazione per l’impegno profuso in questa battaglia.

Giol Carmen

 

Senza preferenza non c’è rappresentanza

Voi dovete scegliere il programma, noi le persone. Questo, in sintesi, è stato il messaggio che per anni i partiti hanno mandato agli elettori, facendosi una legge elettorale con liste bloccate. Ovvero, dove si entra in Parlamento rispettando la fila che ha composto la segreteria del partito. I guasti di questo sistema si sono presto evidenziati: azzerato il legame tra eletti ed elettori, con lo svuotamento delle sezioni territoriali o tutt’al più, ridotte a circoli per anziani, dove si gioca a carte e si vedono le partite, e la politica scende dall’alto come un dogma. Così, fanno carriera i conformisti-fedeli e vengono emarginati gli innovativi-critici, con conseguente scadimento della qualità della rappresentanza. Ora si inizia a riparlare di preferenze. Lo fa Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali alla Camera, in occasione della discussione sulla nuova legge elettorale. I partiti ancora non si sbilanciano, ma già iniziano a filtrare i richiami preoccupati alle “cordate” della Prima Repubblica. In effetti, questo rischio c’è sempre. Ma l’ingegneria istituzionale e la democrazia digitale hanno fatto passi avanti in questi decenni, tanto da rendere possibili sistemi di selezione dal basso efficienti e democratici. Ed è ora di usarli. Perché dopo la degenerazione delle liste bloccate, un concetto è ormai chiaro: senza preferenza, non c’è rappresentanza. E così la democrazia diventa un fondale di cartapesta, pronto a cedere alla violenza del primo comiziante che rivendica i “pieni poteri”.

Massimo Marnetto

 

I guai della Lega e la “loro Bibbiano”

Ricordiamo tutti la Borgonzoni (tra gli applausi dei parlamentari leghisti) mentre ostentava la maglietta con scritto “parliamo di Bibbiano”. Adesso un candidato della Lega per Salvini Premier a quelle Regionali dell’Emilia-Romagna è coinvolto in una bruttissima storia di minorenni e altro: dato che a quei tempi il motto era “il Pd partito di Bibbiano”. Quale scritta dovrebbe avere una ipotetica (ma improbabile) maglietta indossata dalla senatrice Borgonzoni?

A.F.

Serie A. Riprende il campionato, ma sarà il Cts a decidere sugli stadi

Caro Fatto Quotidiano, tutti giustamente parlano della riapertura delle scuole, e ci sono dubbi, ma vista la situazione come è possibile solo ipotizzare la possibilità di tornare allo stadio? La storia delle discoteche non ha insegnato nulla? O anche in questo caso il business è più forte?

Giacomo Veneziani

 

Gentile Giacomo, fermo restando che l’ultima parola spetta al Comitato tecnico-scientifico, non deve considerare il ritorno allo stadio come simbolo efferato ed esclusivo di business. Il pubblico è quadro, non cornice. Lei cita il caso, fresco fresco, dei contagi diffusi nelle e dalle discoteche. L’esempio è indicativo, anche se in un impianto sportivo il distanziamento sociale può essere applicato in termini meno vaghi e più efficaci. In Francia, al di là della curva pandemica, il campionato è decollato con una capienza massima di 5.000 spettatori a partita. In Germania, a Lipsia-Mainz in programma il 20 settembre saranno ammessi 8.500 tifosi, sorteggiati tra i 22.000 abbonati. Rigoroso il protocollo: biglietto nominativo e non cedibile, istruzioni per l’ingresso e posti debitamente lontani. Per Bayern-Schalke 04, viceversa, si sta ancora trattando, visto il numero di positivi che ha investito la Baviera. In Inghilterra parlano di ottobre, in Spagna frenano. A ognuno il suo. Tutti friggono, naturalmente, ma il passo è così delicato da suggerire il pieno di competenza e cautela. L’Italia, si sa, è un pugno di campanili, con l’altalena del virus che ha contribuito ad agitare il pressing delle società e a confondere l’equilibrio operativo delle Regioni. Il Piemonte, ecco un esempio, spinge per riaprire parzialmente lo Stadium già in occasione di Juventus-Sampdoria di domenica 20 settembre. Gli esperti non hanno fretta. Cruciale risulterà l’impatto “fisico” delle scuole, argomento sul quale tanto si è discusso e tanto ci si è divisi. Lo sport si era fermato in tutto il mondo. E, alla ripresa, l’abbiamo isolato: dalla bolla di Orlando, per il circo del basket Usa, fino alla provincia più estrema. Il calcio si presta facilmente agli eccessi di favoritismo e moralismo, questi “impostori”. E allora, con juicio ma adelante. A ottobre, forse. Per evitare, nel rispetto della nostra salute, che la “badante” tv da un lato lo nutra e dall’altro lo spogli.

Roberto Beccantini

Quella famigerata Gasparri, che tutela il vecchio duopolio

“Occorre capire se gli interessi di Berlusconi abbiano coinciso o meno (…) con l’interesse degli italiani ad avere un sistema televisivo pluralista, operante in condizioni di concorrenza”

(da “Monopoli” di Giovanni Floris – Rizzoli, 2005 – pag. 56)

 

Famigerata. Cioè di dubbia o, più spesso, di pessima fama. L’ho sempre definita così, prima su Repubblica e poi sulle pagine del Fatto, la legge Gasparri (dal nome dell’ex ministro delle Comunicazioni nel governo Berlusconi II) spacciata come riforma televisiva, varata dalla maggioranza di centrodestra nel 2004 e ora bocciata dalla Corte europea di Giustizia.

Tanto famigerata è quella legge da essere stata rinviata due anni prima alle Camere dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con l’unico messaggio del suo settennato. Una legge controversa e contestata fin dalla sua emanazione, come ho replicato recentemente allo stesso ex ministro che minacciava via WhatsApp una temeraria querela per diffamazione, in seguito a un articolo pubblicato su questo giornale. A suo (parziale) discarico, va ricordato che – dopo di lui – è riuscito a fare anche peggio Matteo Renzi con la “riformicchia” che ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al governo, contro tutta la giurisprudenza costituzionale.

Al di là degli aspetti più generali, censurati ora dalla Corte europea in merito ai limiti sulle concentrazioni all’interno del cosiddetto Sic (Sistema integrato delle comunicazioni), il “nocciolo duro” di quella legge era il salvataggio e la difesa del duopolio televisivo Rai-Mediaset, costituito da Silvio Berlusconi a metà degli anni Ottanta con l’assalto al “Far West dell’etere” e messo in discussione per la scarsità delle frequenze televisive. Ma “il Sic è analogico, il mondo è ormai digitale”, come dice il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, annunciando l’istituzione di un tavolo di confronto per cambiare subito la legge Gasparri.

Per la verità, il mondo cominciava a essere digitale già allora. E fu proprio quello il paravento dietro cui venne dissimulato il vero obiettivo di quella pseudo-riforma, legittimando il macroscopico conflitto d’interessi in capo al premier-tycoon. Con la nuova tecnologia, l’aumento delle frequenze offriva l’occasione di diluire formalmente la doppia concentrazione pubblica-privata di Raiset nel grande calderone del Sic, tutelando e anzi rafforzando il vecchio duopolio televisivo. Come fa l’oste, insomma, quando vuole annacquare il vino e riempire più bicchieri per i clienti.

Oggi che il mondo delle telecomunicazioni è diventato effettivamente digitale, favorendo gli incroci fra i vari media, la legge Gasparri si ritorce contro se stessa. Un boomerang, una mina a scoppio ritardato, che attraverso la sentenza della Corte europea sconfessa le compiacenti decisioni della nostra precedente Autorità sulle comunicazioni, rimette in gioco i francesi di Vivendi nella scalata a Mediaset e apre la porta a un’autentica riforma di tutto il settore.

C’è da augurarsi ora che, in questa nuova prospettiva, venga ripreso anche il monito con cui il presidente Ciampi auspicava nel suo messaggio alle Camere il “riequilibrio delle risorse pubblicitarie” fra stampa e televisione, in difesa del pluralismo e della libertà d’informazione. Va bene la multimedialità che consente a un editore di fare giornali, radio, tv e Internet. Ma occorre ridefinire regole, limiti e quote di mercato, compresi gli accordi commerciali, in forza di una moderna normativa antitrust.

 

Basta attacchi a padre Bianchi e a Bose: deve parlare il Papa

La vicenda della comunità di Bose, nata sulle prime forse da un malinteso e da alcuni errori umani commessi in buona fede, è ormai divenuta di pubblico dominio – se non, purtroppo, di scandalo –, credo soprattutto anche in seguito a una mancanza di discrezione – lo dico in spirito di fraterna carità – da parte del padre Cencini. A questo punto, non credo sia opportuno neppure l’autorevole intervento di Sua Eminenza il Cardinal Parolin, che stimo per le sue doti di equilibrio e per la fedeltà al mandato affidatogli dal Santo Padre.

Bianchi e la comunità di Bose sono stati a lungo un punto di riferimento per molti cristiani, cattolici e non, e anche per molti di altra religione o non appartenenti a religione alcuna. Escludo assolutamente e fermamente che padre Bianchi – lo conosco, so quel che dico e me ne assumo la responsabilità – abbia mai pensato a o avuto l’intenzione di mancare al suo dovere di obbedienza nei confronti del Santo Padre. D’altronde, la sua figura è quella di un testimone ormai anche personalmente fondamentale e irrinunziabile nella vita cristiana di oggi: un punto di riferimento obiettivo e inaggirabile, come ai loro tempi lo furono Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi e Ignazio di Loyola. Distaccarlo dall’esperienza di Bose è senza dubbio possibile, con un atto d’autorità; distaccare la comunità di Bose e tutto quanto essa significa direttamente o indirettamente nel mondo dei credenti e in quello di tutti gli uomini e le donne bonae voluntatis, impossibile.

D’altronde, questa grave questione s’innesca in un momento particolare, che vede l’immagine e la funzione del Santo Padre oggetto di attacchi ferocissimi e purtroppo, temo, tutt’altro che forsennati (al contrario, molto ben congegnati), che nei casi più gravi – ma non meno frequenti – giungono fino a sfiorare la contestazione del dogma dell’infallibilità della parola pontificia ex cathedra, con il rischio di cadere propriamente nell’eresia: basta entrare online e c’imbattiamo in dichiarazioni lucidamente demenziali secondo le quali si dichiara in toni “profetici” ch’egli sia addirittura l’Anticristo. Se quindi si pronunziasse ex cathedra, rischieremmo di trovarci dinanzi a scismatici, i quali proclamerebbero che il soglio di Pietro è ormai occupato dal Nemico.

Tale la follia dei nostri tempi: e il “caso Bianchi” rischia di rivelarne appieno gli aspetti più sconcertanti. Ormai le cose sono andate troppo oltre. È necessario mettere la cristianità cattolica alla prova. Si tirino da parte i Parolin e i Cencini. Che parli il Santo Padre. Che sia Lui a esprimere un giudizio definitivo, al quale senza dubbio padre Enzo – anche se addolorato fino all’estremo – si adeguerà: come si adegueranno tutti i cattolici che hanno ancora ferma e severa coscienza di esser tali.

 

Solo con il “sì” cambierà questa legge elettorale

Votare Sì, votare No? Meglio 630 deputati o 400? Meglio 315 senatori o 200? Un Parlamento più numeroso ci rappresenta di più, mentre un Parlamento meno numeroso ci rappresenta meglio?

È difficile rispondere e non è certo affidandoci ai numeri che possiamo decidere: una proposta identica fu avanzata più volte da chi oggi l’avversa e alla Camera il taglio è stato approvato quasi all’unanimità: 553 voti a favore, 14 no e 2 astenuti. Ragioni politiche contingenti hanno poi prevalso (far cadere il governo Conte innanzitutto?), ma non è su queste ragioni, a noi sconosciute, che possiamo motivare la nostra scelta né sul risparmio dovuto ai tagli: il valore della democrazia ben supera i suoi indispensabili costi!

Il cattivo funzionamento delle istituzioni, del rapporto Parlamento/governo in particolare, dipende solo dai numeri o ha cause più profonde? È alla radice della rappresentanza che dobbiamo guardare, alla legislazione elettorale che da decenni produce “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica” e compromette la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”: sono illegittime le norme che “producono una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica… e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto”, ha dichiarato la Corte costituzionale (sent. n.1/2014). Ma il legislatore ha percorso ancora la stessa via e, nonostante una nuova sentenza (del 2017), non abbiamo norme conformi a un sistema liberale – e dunque pluralistico – del quale le minoranze sono l’essenza.

È dunque indispensabile mobilitarsi per una legge elettorale nuova: proporzionale, con soglia di sbarramento non superiore al 3, e senza liste bloccate. Questa è oggi la vera, indispensabile battaglia nella quale il “popolo”, per Costituzione sovrano, deve impegnarsi per riprendere l’esercizio della sovranità di cui è stato espropriato. Se, con liste bloccate, la scelta di chi sarà eletto sta unicamente nei vertici dei partiti, gli eletti si sentiranno responsabili soltanto verso i vertici: il loro futuro politico dipende infatti dall’acquiescenza alle direttive imposte, non certo dagli elettori. Pensando ormai a dopo il referendum, bisogna dunque farsi già sentire. Se vince il No nulla verrà più cambiato. Se vince il Sì c’è almeno la speranza che, fra le modifiche rese indispensabili dal taglio, ci sia anche la modifica della legge elettorale. In questa speranza penso di votare Sì. Perché, fra i tanti appelli, non proporne uno sulla riforma elettorale?

Il fulcro dell’organizzazione costituzionale è nel Parlamento “che non è sovrano di per se stesso; ma è l’organo di più immediata derivazione dal popolo”, si legge nella Relazione Ruini all’Assemblea Costituente. E se, nonostante la proposta Mortati di inserire in Costituzione la rappresentanza proporzionale si preferì lasciare la materia alla legge ordinaria, il 23 settembre 1947 venne approvato un importante ordine del giorno: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione alla Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”. Un impegno per il futuro.

 

C’è un film drammatico su una ragazza rapita per raccogliere zucchine

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Rai 1, 11.20: Don Matteo 11, fiction. Ricoverato in ospedale in gravi condizioni, il piccolo Cosimo è depresso, ha perso l’appetito, ha anche smesso la sua attività autoerotica. Don Matteo allora si mette sulle tracce di una nota escort…

La7, 11.00: L’aria che tira, attualità. Gli ospiti di Myrta Merlino commentano i temi caldi del giorno. Quello di oggi è: “Chi ha più libertà? Chi è sposato in Italia o chi è single nella Cina comunista?”.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. Gesù vaga in stato confusionale nei pressi del sepolcro: è ferito e non sa spiegare cosa gli sia accaduto.

Sky Cinema Uno, 21.15: Inno di battaglia, film-guerra. Un ex ufficiale americano, soffocato dal senso di colpa dopo aver bombardato per errore un orfanotrofio durante la guerra, ne ricava un musical, con 30 ballerine nude nella parte degli orfani bombardati.

Rai 2, 21.05: Ninna nanna mortale, telefilm thriller. Sconvolta dalla morte di sua figlia subito dopo il parto, Olivia cerca faticosamente di superare il trauma e ricominciare a vivere, ma l’incontro con l’affascinante Brooke, madre di una bambina bellissima, vanifica i suoi sforzi: Olivia sviluppa un’ossessione per il nasino della piccola.

Rai 1, 21.25. Superquark, documentario. Piero Angela, a 91 anni, ha perso del tutto i freni inibitori, a giudicare da come introduce il primo filmato, un reportage sulla foresta amazzonica: “So distinguere se una donna finge l’orgasmo o no. È uno dei miei poteri.”

Canale 5, 21.15: La ragazza nella scatola, film drammatico. Una giovane autostoppista viene rapita da una coppia che vuole usarla come schiava per raccogliere le zucchine nell’orto. Andare tutti d’accordo sembra quasi impossibile…

Cielo, 7.00: Una casa in rendita, documentario. È vero che un cadavere murato migliora la coibentazione degli appartamenti?

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. Dopo l’impiccagione a testa in giù in piazzale Loreto, il carisma del Duce non è più indiscutibile come prima, e si susseguono i tentativi di attentati ai suoi danni. Paolo Mieli ne parla con Alessandra Tarquini.

Rete 4, 21.25: Fuori dal coro, attualità. Il programma di Mario Giordano si apre con un sondaggio sulle paure degli italiani: 50% extracomunitari, 44% ubriachi, 35% zone buie, 26% prostitute, 14% prostitute extracomunitarie ubriache in zone buie, 1% pandemia.

Rai 3, 21.45: Un posto al sole, soap. Il matrimonio costringe Susanna e Niko a trascorrere del tempo insieme.

Rai 5, 21.15: Parsifal, dramma musicale. Nel Teatro Nuovo “Gian Carlo Menotti“ di Spoleto va in scena l’ultima opera lirica di Richard Wagner. Vi farete due coglioni così, poiché la musica di Wagner è migliore di come suona.

Rai 3, 12.00: Tg3-Meteo. Le previsioni del tempo le affiderei a delle scimmie ammaestrate. Delle scimmie che lanciano freccette a un tabellone con dei numeri. “Oggi a quanti gradi arriverà la massima, Cita?” (La scimmia lancia un grido e una freccetta.) “25 gradi, dice la nostra scimmia”. Così, se le previsioni sono sbagliate, uno può sempre dire: “Vabbè, era una scimmia con una freccetta”.

Rai 1, 11.50: Linea Verde Life, documentario. I servizi di questa puntata sono dedicati ad alcune realtà italiane che resistono alla crisi reinventandosi. C’è la ragazza-madre che piega le banane per la Chiquita, il cameriere che lecca giocattoli cinesi per verificare se la vernice è al piombo, e l’allenatore che ha firmato un altro anno con l’Inter.

 

L’uomo dei conti dà numeri a caso

L’uomo che fu della spending review, Carlo Cottarelli, è per il No al taglio dei parlamentari. La sua scelta l’ha motivata ieri a Repubblica, house organ dei comitati contro la riforma: “La ratio dell’intervento mi pare una sola: risparmiare”.

Sentiamo: “Ma il risparmio in questo caso ammonta a 57 milioni l’anno”. Da dove sia ricavata questa cifra, Cottarelli non lo spiega al contrario di Roberto Perotti che ha fatto la lista dei risparmi punto per punto fino ad arrivare a 100 milioni l’anno, circa il doppio. Ma Cottarelli non si ferma qui. Il suo No lo spiega così: “Se confrontiamo i nostri numeri con quelli degli altri Paesi viene fuori che noi attualmente abbiamo 116 parlamentari in più di quanto dovremmo ma se ne tagliamo 345 creiamo un grosso deficit”. Anche qui, Cottarelli non spiega da dove venga questo calcolo. Ma non importa: lui è l’uomo dei conti. Quindi ha ragione.
A prescindere.

Un virus spietato: non rispetta leggi ad personam e non si prescrive

Èsempre bello quando parla il professor Alberto Zangrillo perché, nell’ascolto, ci si esercita in quella complessa attività che si chiama “individuazione del sottotesto”. Dice “blando coinvolgimento polmonare” e vuole dire “sì, ha la polmonite, speriamo bene”. Dice: “Negli ultimi venti giorni, parlando con Clementi, ci siamo resi conto che abbiamo forse acquisito qualcosa forse di non autoctono che proviene da luoghi ameni che sono stati la sede delle vacanze di molte persone” e vuole dire “se gli italiani so’ coglioni, vanno in vacanza in Grecia e ci portano il virus non autoctono (il famoso “Covid Sirtaki”, certo), mica è colpa mia e di Clementi”. Dice: “Quando ho parlato di virus clinicamente morto, forse ho usato toni un po’ stonati” e intende “Ho detto ‘na mezza cazzata”.

Poi c’è quello che non dice proprio, neppure camuffato all’interno di mirabili supercazzole. Ed è un peccato. Perché, se c’è una cosa che Zangrillo avrebbe dovuto dire, è che la vicenda di Berlusconi spiega un’evidenza banale, ma già dimenticata: il virus oggi è più gentile perché colpisce i più giovani, ovvero quelli che in buona parte hanno ripreso la vita sociale, che quest’estate popolavano piazze, discoteche e spiagge. Le fasce più su con l’età, ad agosto, non erano a Gallipoli a vedere la Lamborghini fare twerking. Gli anziani e i soggetti a rischio si tutelano, presumibilmente. Il problema, però, sta esattamente in quello che è accaduto al suo paziente preferito. Gli anziani, soprattutto ora, dopo le vacanze, incontrano i figli, fanno da babysitter ai nipoti e in quel caso non conta più quanto il nonno sia stato recluso a casa, con le tapparelle abbassate, a Ferragosto. Conta, soprattutto, cosa ha fatto chi torna ad abbracciarlo. E forse il buon Zangrillo, colui che si vanta di essere un luminare, avrebbe dovuto ricordarlo al suo paziente preferito – quello che per mesi s’era barricato a Nizza – che andare in vacanza nella sua villa sarda tra camerieri, giardinieri, cuochi, addetti alle pulizie, guardie del corpo, figli, nipoti e amici, non era una buona idea. Che il virus non rispetta leggi ad personam, ma becca tutti e soprattutto, dopo sei mesi dall’inizio dell’epidemia, non è ancora prescritto. Avrebbe potuto metterlo in guardia, Zangrillo. Ma probabilmente era troppo preso a far sfiammare la prostatite di Briatore.

Il candidato Pd positivo al Covid. L’anti-Brugnaro in isolamento

Non ci fosse di mezzo la salute, sarebbe facile ironizzare. Altro che laboratorio politico, narrazione di una regione alternativa rispetto a quella di Luca Zaia. Il centrosinistra veneto è un’infermeria elettorale. Ed è anche un tantino sfigato. Ieri era atteso il grande arrivo a Padova di Nicola Zingaretti, segretario dem che avrebbe dovuto benedire il professor Arturo Lorenzoni, candidato per bene, che aveva convinto la nomenklatura Pd a mettergli nelle mani la sfida più improbabile, togliere il corno ducale al governatore uscente. Ebbene, di buon mattino ci pensano i giornali a rovinare la festa. Il Gazzettino sfodera un sondaggio Demos per l’Osservatorio sul Nord Est di Ilvo Diamanti che profetizza la rielezione di Zaia con il 76 per cento dei voti, mentre Lorenzoni è al 14 per cento. Per avere la riprova che non si tratta di sciovinismo dei veneti orfani dell’autonomia, ci pensa il Corriere (sondaggio Ipsos) a confermare un centrosinistra fermo al 16,3 per cento, il minimo di sempre. Poi accade che Lorenzoni sente i brividi. Non è la reazione alle notizie, ma qualche linea di febbre. Annulla l’incontro con Zingaretti e va a farsi il tampone. Purtroppo il responso è di positività al Covid. Al professore non rimane che inviare un messaggio: “Sono positivo, ma sto bene. Continuerò la campagna elettorale da remoto. Invito chi mi ha incontrato negli ultimi 5 giorni a fare il tampone”. L’elenco è lungo perchè dal 30 agosto è andato a Schio, Castelfranco, San Donà di Piave, Portogruaro, Mestre e Porto Viro, oltre che Padova. A completare una situazione complicata, Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia e candidato sindaco del Pd a Venezia (contro l’ostico Luigi Brugnaro), annuncia: “Ho incontrato Lorenzoni domenica. Mi sono sottoposto al tampone e sono in autoisolamento”. Poco importa se in serata il risultato è negativo, il Pd incassa un terzo brutto colpo. L’unico spiraglio? Zaia – che per fairplay con Lorenzoni rinuncia da ora agli interventi tv – con il 44 per cento della sua lista surclasserà quella di Salvini-Lega (11 per cento), aprendo nuovi squarci di rivalità. Ci sono tanti modi per consolarsi.