Lo stato delle cose lo racconta un grillino della prima ora: “Tra Davide Casaleggio e i Cinque Stelle che stanno a Roma ormai sta finendo come nelle coppie che divorziano, bisogna decidere chi si terrà il divano piuttosto che la macchina. Ma il problema è che chi divorzia finisce dall’avvocato”. Epilogo tutt’altro che impossibile per la faida dentro il Movimento, quella tra il patron della piattaforma web Rousseau e la grandissima parte di un M5S tribalizzato, capace di raggrumarsi solo quando si giura guerra al figlio di Gianroberto.
Tema centrale anche nella riunione dei big del Movimento di martedì sera a Roma in via Arenula, dentro il ministero della Giustizia. Incontro proposto proprio dal padrone di casa, il capodelegazione Alfonso Bonafede, per fare un punto politico. Al tavolo con lui Luigi Di Maio, il reggente Vito Crimi, il ministro allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli e il suo vice Stefano Buffagni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, esponenti della Camera. Assente Alessandro Di Battista. “Ma era stato invitato” giurano. Di sicuro quelli che c’erano si sono detti che il governo può sopravvivere anche a un tonfo alle Regionali e che è tempo di metterci la faccia sul referendum, andando a parlarne in tv e organizzando una grande manifestazione per il Sì, probabilmente in Campania, la terra dell’ex capo che è poco ex, Di Maio. Questione molto dibattuta, quella dell’evento, “perché dobbiamo stare attenti a non fare come Salvini, a radunare assieme gente senza mascherine”.
Quindi sarà una piazza con numeri limitati, e può tornare utile anche per giustificare un’eventuale, bassa affluenza, temuta da molti (“Non è che rischiamo un flop?”). Ha parlato a lungo Crimi, spiegando che vorrebbe avviare il percorso verso gli Stati generali prima del voto, e accennando a un eventuale voto sul web sulla leadership (scelta tra segretaria collegiale e capo politico, in pratica) anche prima del congresso. Da qui le voci di rivolta contro l’eventuale blitz, tracimate già giovedì sulle agenzie. “Ma sugli Stati generali non c’è ancora nulla di deciso” spiegano. Come sulla leadership, anche se il “caminetto” vuole la segretaria, e più o meno tutti vorrebbero che Di Battista ne facesse parte, “anche perché così vedrebbe da vicino quanto è complicato confrontarsi con la gestione” ha sibilato qualcuno. Ma poi sempre lì si è tornati, a Rousseau, all’esigenza di togliere potere a Milano.
La strada maestra sarebbe un contratto di servizio con cui rendere la piattaforma un prestatore esterno di servizi. Per ridurne il peso politico, certo, ma non solo. “Così non dovremmo più dare alla piattaforma tutti quei soldi, e l’associazione non potrebbe più fare tutti quegli eventi per sponsorizzarsi in giro per l’Italia con i soldi dei parlamentari” morde un 5Stelle di rango. Meno potere e meno fondi insomma, quelli che vengono dai 300 euro versati ogni mese da ogni parlamentare. Però non è così semplice, e in riunione lo ha ricordato Di Maio: “Dobbiamo cercare una mediazione, o si rischiano conseguenze”. L’ex capo sa che deve mostrarsi intransigente per avere consenso nei gruppi parlamentari. Ma sa benissimo anche che Casaleggio è pronto a dare battaglia. Il ruolo della piattaforma è scolpito nello Statuto. E poi c’è il nodo del simbolo del Movimento, su cui il manager cui è convinto di poter vantare diritti. Se necessario, anche in tribunale. Ieri, raccontano, il patron di Rousseau ha preso “molto male” le prime notizie sulla riunione. E nei giorni scorsi in conversazioni private ha manifestato a sua amarezza: “Non immaginavo tutto questo, non è il M5S che conoscevo”. C’è chi gli sussurra di andare alla scontro totale. Ma altri, anche dentro l’associazione Rousseau, spingono perché accetti il compromesso del contratto esterno. Di Maio sta provando a fare da mediatore, anche se il rapporto con Casaleggio è davvero logorato. “Il malcontento è tanto, e qualcosa nel rapporto tra Rousseau e il M5S deve evolvere” conferma al Fatto Francesco Silvestri, tesoriere del M5S alla Camera. Ma come? “Innanzitutto deve essere regolamentato in modo diverso. Dopo dieci anni il Movimento deve avere una sua autonomia economica”. Ergo, “i versamenti dei parlamentari devono essere gestiti dal capo politico e dalla squadra che verrà eletta dagli iscritti sul web: sarebbe un’ulteriore garanzia di trasparenza”. Quindi, Rousseau non deve avere più la “cassa”.
Ma c’è altro, per Silvestri: “Per il Movimento è fondamentale anche il rapporto con i territori. E in quest’ottica è necessario riconoscere il ruolo dei gruppi territoriali nello Statuto”. Un’esigenza “fortissima ovunque”, assicura. Anche nella città di Silvestri, Roma (due giorni fa il gruppo M5S in I Municipio ha minacciato di non fare più attività di campagna elettorale se non ci sarà un confronto “sulla valorizzazione degli attivisti”). Ma con Casaleggio sarà guerra totale? Pausa, poi il deputato risponde: “No, non credo. Le persone intelligenti capiscono che i cambiamenti sono opportunità”. Chissà.