5S, via la “cassa” a Casaleggio. Ma Di Maio teme gli avvocati

Lo stato delle cose lo racconta un grillino della prima ora: “Tra Davide Casaleggio e i Cinque Stelle che stanno a Roma ormai sta finendo come nelle coppie che divorziano, bisogna decidere chi si terrà il divano piuttosto che la macchina. Ma il problema è che chi divorzia finisce dall’avvocato”. Epilogo tutt’altro che impossibile per la faida dentro il Movimento, quella tra il patron della piattaforma web Rousseau e la grandissima parte di un M5S tribalizzato, capace di raggrumarsi solo quando si giura guerra al figlio di Gianroberto.

Tema centrale anche nella riunione dei big del Movimento di martedì sera a Roma in via Arenula, dentro il ministero della Giustizia. Incontro proposto proprio dal padrone di casa, il capodelegazione Alfonso Bonafede, per fare un punto politico. Al tavolo con lui Luigi Di Maio, il reggente Vito Crimi, il ministro allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli e il suo vice Stefano Buffagni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, esponenti della Camera. Assente Alessandro Di Battista. “Ma era stato invitato” giurano. Di sicuro quelli che c’erano si sono detti che il governo può sopravvivere anche a un tonfo alle Regionali e che è tempo di metterci la faccia sul referendum, andando a parlarne in tv e organizzando una grande manifestazione per il Sì, probabilmente in Campania, la terra dell’ex capo che è poco ex, Di Maio. Questione molto dibattuta, quella dell’evento, “perché dobbiamo stare attenti a non fare come Salvini, a radunare assieme gente senza mascherine”.

Quindi sarà una piazza con numeri limitati, e può tornare utile anche per giustificare un’eventuale, bassa affluenza, temuta da molti (“Non è che rischiamo un flop?”). Ha parlato a lungo Crimi, spiegando che vorrebbe avviare il percorso verso gli Stati generali prima del voto, e accennando a un eventuale voto sul web sulla leadership (scelta tra segretaria collegiale e capo politico, in pratica) anche prima del congresso. Da qui le voci di rivolta contro l’eventuale blitz, tracimate già giovedì sulle agenzie. “Ma sugli Stati generali non c’è ancora nulla di deciso” spiegano. Come sulla leadership, anche se il “caminetto” vuole la segretaria, e più o meno tutti vorrebbero che Di Battista ne facesse parte, “anche perché così vedrebbe da vicino quanto è complicato confrontarsi con la gestione” ha sibilato qualcuno. Ma poi sempre lì si è tornati, a Rousseau, all’esigenza di togliere potere a Milano.

La strada maestra sarebbe un contratto di servizio con cui rendere la piattaforma un prestatore esterno di servizi. Per ridurne il peso politico, certo, ma non solo. “Così non dovremmo più dare alla piattaforma tutti quei soldi, e l’associazione non potrebbe più fare tutti quegli eventi per sponsorizzarsi in giro per l’Italia con i soldi dei parlamentari” morde un 5Stelle di rango. Meno potere e meno fondi insomma, quelli che vengono dai 300 euro versati ogni mese da ogni parlamentare. Però non è così semplice, e in riunione lo ha ricordato Di Maio: “Dobbiamo cercare una mediazione, o si rischiano conseguenze”. L’ex capo sa che deve mostrarsi intransigente per avere consenso nei gruppi parlamentari. Ma sa benissimo anche che Casaleggio è pronto a dare battaglia. Il ruolo della piattaforma è scolpito nello Statuto. E poi c’è il nodo del simbolo del Movimento, su cui il manager cui è convinto di poter vantare diritti. Se necessario, anche in tribunale. Ieri, raccontano, il patron di Rousseau ha preso “molto male” le prime notizie sulla riunione. E nei giorni scorsi in conversazioni private ha manifestato a sua amarezza: “Non immaginavo tutto questo, non è il M5S che conoscevo”. C’è chi gli sussurra di andare alla scontro totale. Ma altri, anche dentro l’associazione Rousseau, spingono perché accetti il compromesso del contratto esterno. Di Maio sta provando a fare da mediatore, anche se il rapporto con Casaleggio è davvero logorato. “Il malcontento è tanto, e qualcosa nel rapporto tra Rousseau e il M5S deve evolvere” conferma al Fatto Francesco Silvestri, tesoriere del M5S alla Camera. Ma come? “Innanzitutto deve essere regolamentato in modo diverso. Dopo dieci anni il Movimento deve avere una sua autonomia economica”. Ergo, “i versamenti dei parlamentari devono essere gestiti dal capo politico e dalla squadra che verrà eletta dagli iscritti sul web: sarebbe un’ulteriore garanzia di trasparenza”. Quindi, Rousseau non deve avere più la “cassa”.

Ma c’è altro, per Silvestri: “Per il Movimento è fondamentale anche il rapporto con i territori. E in quest’ottica è necessario riconoscere il ruolo dei gruppi territoriali nello Statuto”. Un’esigenza “fortissima ovunque”, assicura. Anche nella città di Silvestri, Roma (due giorni fa il gruppo M5S in I Municipio ha minacciato di non fare più attività di campagna elettorale se non ci sarà un confronto “sulla valorizzazione degli attivisti”). Ma con Casaleggio sarà guerra totale? Pausa, poi il deputato risponde: “No, non credo. Le persone intelligenti capiscono che i cambiamenti sono opportunità”. Chissà.

Strani amori. A Voghera il Pd sta col sindaco forzista

Si dice da un pezzo che destra e sinistra non siano più quelle di una volta. Il luogo (un po’) comune trova buon riscontro a Voghera – 39mila residenti in provincia di Pavia – che tra un paio di settimane sceglierà il nuovo sindaco.

Succede che, dopo cinque anni di giunta di centrodestra, sulle schede elettorali ci sarà parecchia confusione. Il Pd ha infatti scelto di sostenere Nicola Affronti, esponente dell’Udc, insieme al sindaco uscente Carlo Barbieri e alla lista “Insieme per Voghera” fondata da quattro consiglieri uscenti di Forza Italia. Proprio così: il primo cittadino della giunta di centrodestra (Barbieri) corre con il Pd insieme a mezza maggioranza, a sostegno del centrista Affronti. Loro rivali i tradizionali alleati Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia (a sostegno di Paola Garlaschelli), arrivati alla campagna elettorale facendo la conta dei transfughi.

Peraltro Barbieri, attuale sindaco ed ex Pdl nell’epopea berlusconiana, è lo stesso che in Comune confermò la targa in memoria delle vittime della Repubblica di Salò all’esterno del Castello Visconteo della città, liquidando le polemiche dell’Anpi e della sinistra. Era l’inizio dei suoi dieci anni da sindaco, durante i quali il Pd ne ha con costanza criticato l’operato insistendo anche sui suoi guai giudiziari (Barbieri è stato imputato per corruzione internazionale, prima che intervenisse la prescrizione). Oggi il sindaco si trova fianco a fianco coi dem, dopo che negli ultimi mesi aveva rotto con parte di Forza Italia vedendosi anche costretto a un rimpasto di giunta.

Come se non bastasse, a confondere ancor più le idee agli elettori ci sarà poi la candidatura di Pier Ezio Ghezzi, sostenuto da alcune liste di sinistra. Dettaglio: cinque anni fa Ghezzi era stato proprio il nome scelto dal Pd per la corsa a sindaco, naufragata già al primo turno. Da lì l’ingresso in Consiglio comunale da parte di Ghezzi, che però presto aveva mollato la coalizione – vista anche la piega presa dai dem – cercando di federare gli altri partiti del centrosinistra. Ché tanto nel Pd avevano ben altri orizzonti politici.

Gomorra, Duce e annunci sexy: per un voto vale tutto

Motti fascisti, allusioni erotiche, interviste pittoresche. Sarà il bisogno di ottenere preferenze, ma per farsi ricordare dai cittadini c’è chi è disposto a spararla davvero grossa in campagna elettorale.

In Campania, per esempio, Ciro Attanasio ha scelto di citare un boss della camorra (seppur fittizio): video-spot in bianco e nero, grafica da macho (“dignità e rispetto”) e quel “Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost” divenuto simbolo di don Savastano e Gomorra.

Come Attanasio, sosterrà Vincenzo De Luca anche Carmine Mocerino che invece, pensando di far cosa gradita, ha inserito nel manifesto una frase di Napule è di Pino Daniele: “E tu saje ca nun si sulo”, e tu sai che non sei solo. Certo, peccato che la famiglia del cantante non l’abbia presa affatto bene: “Mocerino non utilizzi Pino per prendere voti”.

Restando in Campania, fucina di emozioni, spicca anche Gimmi Cangiano (FdI) che, giusto per non alimentare le accuse di vicinanza all’estrema destra rivolte al suo partito, ha scelto direttamente uno slogan fascista: “Me ne frego”. D’altra parte lo stesso FdI attacca De Luca citando il Ventennio: “L’aeroporto dei sogni: promesso da De Luca, fatto ai tempi di Mussolini nel 1926. Vota la destra sociale”.

Più istrionico, in Toscana, il massese Stefano Benedetti, che sfida il dem Eugenio Giani e per il manifesto ha pensato a un barbagianni vestito con gli abiti – per così dire – usati proprio da Giani per il tradizionale tuffo in Arno: “Non fare il barbaGiani”. Alleato di Benedetti è Francesco Torselli, che punta sull’identità tradita: “Lorenzo Hu Magnifico. Hu è primo cognome del quartiere 5, siamo a Firenze o a Pechino?”. Notevole anche il fotomontaggio.

Sensuale invece il messaggio scelto da Caterina Zilio a Laterza (Taranto) per la corsa alle Comunali. Décolleté in vista e mano poggiata su un seno, la candidata ammicca agli elettori: “Cerco te! Se hai voglia di cambiare contattami…”.

Non ha invece bisogno di una locandina per farsi notare Franco Bruno, candidato a Trento. In una intervista per una rivista locale, si è scatenato: “Famiglia? Sono solo, niente da fare con le donne di oggi: molte fumano, si drogano, non fanno figli, non fanno da mangiare. Per questo l’Italia va male, non si fanno più figli”. E ancora: “Viaggi? Andavo spesso in Romania e Austria (che lì qualche ragazza si trovava). Il libro che sto leggendo? No, non leggo. Squadra del cuore? Tifo solo per la f…”. Una franchezza che in molti avrebbero preteso da Gabriele Buonanno, candidato alle Regionali in Campania (ancora) col Partito Animalista. Problema: si è scoperto che Buonanno lavora per Osci, un marchio che si vanta di produrre borse di “pregiate pelli italiane”. Lui, giura, è lì “solo con compiti contabili”, ma il partito pare non aver gradito granché.

Il numero di eletti perfetto è 600: lo dice l’aritmetica

Non ci sono solo i costituzionalisti e i politologi a favore del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. A dare una mano ai sostenitori della riduzione degli eletti ci sono anche argomentazioni legate a un’altra scienza, molto più esatta: la matematica. Sì perché, come ha notato nei giorni scorsi sul suo blog il direttore del Centro tecnologico dell’Università Bocconi, Simone Piummo, la letteratura scientifica è ricca di articoli che, intrecciando il diritto costituzionale alle formule matematiche, sostengono la bontà delle ragioni del “sì” al referendum del 20-21 settembre. Uno dei punti di riferimento di questa materia è uno studio del 2008 dal titolo emblematico: On the Optimal Number of Representatives (“Sul numero ottimale di rappresentanti”) pubblicato da due economisti francesi, Emmanuelle Auriol e Robert J.Gary-Bobo. Nel paper i due studiosi hanno dimostrato che l’Italia oggi abbia il maggiore eccesso di parlamentari di tutti i paesi del mondo, rispetto alla soglia ottimale ottenuta con un calcolo matematico.

La formula tiene conto da un lato del fatto che avere tanti parlamentari permette di rappresentare efficacemente più persone e quindi una pluralità di posizioni e, dall’altro, che ogni rappresentante comporta un costo per i contribuenti. Così i due autori individuano una formula matematica per stabilire il numero “ottimale” di rappresentanti, in grado di esprimere il miglior compromesso tra rappresentanza e costi per la collettività. In base a questa formula – una radice quadrata che considera anche la popolazione – sono tre i paesi che deviano molto dal numero “ottimale” di parlamentari: gli Stati Uniti (ma in senso negativo: ne hanno 535 rispetto agli 807 che servirebbero), la Francia e l’Italia. E, oltre al fatto che il Senato transalpino non sia elettivo, non è un caso che entrambi i paesi stiano portando avanti due riforme parallele per diminuire il numero di parlamentari.

L’Italia, secondo il calcolo, dovrebbe avere 570 parlamentari –­un numero che si avvicina molto ai 600 che avremmo in caso di vittoria del “sì” al referendum –­e oggi con i suoi 945 deputati e senatori è il paese al mondo con il maggiore eccesso di rappresentanti rispetto alla soglia “ottimale” (+375). Nel loro studio i due economisti aggiungono un altro fattore che spinge verso assemblee più ridotte: “Un maggior numero di parlamentari – scrivono – comporta una sovraproduzione di burocrazia” ma anche “una maggiore corruzione”. Della questione si è occupato anche il politologo estone Rein Tageepera, che nei suoi studi ha individuato una formula simile sul numero “ottimale” nelle Camere basse: la radice cubica degli elettori. In Italia sono 360, numero simile ai 400 della prossima Camera in caso di vittoria del Sì.

“La riforma è puntuale e non tocca la qualità della rappresentanza”

La premessa di questa chiacchierata ci fa tornare indietro nel tempo: correva l’anno 2016 e il dibattito pubblico era interamente occupato da una vastissima riforma costituzionale che toccava un terzo della Carta. “Tutti – politici, giuristi, cittadini – hanno preso atto che non sono possibili riforme complessive dopo l’esito negativo dei referendum del 2006 e del 2016”, spiega il professor Ugo de Siervo, presidente emerito della Consulta. “Oggi invece siamo chiamati a un quesito circoscritto che riguarda una modifica puntuale. Ed è incredibile che gli oppositori sostengano che il taglio del numero parlamentari non sia auspicabile perché non si porta dietro una riforma più vasta. I cittadini si sono chiaramente espressi, due volte, contro una riforma di sistema. Se si vuol essere presi sul serio, non mi pare si possa avanzare questo tipo di obiezione”.

Secondo alcuni esponenti del fronte del No è pericoloso che, oltre alla legge elettorale, non sia stata approvata una legge di adeguamento delle maggioranze (elezioni del Capo dello Stato, membri della Csm, della Corte) contestualmente al taglio: vero?

Le maggioranze previste dalla Carta restano quelle, semplicemente si applicano a una platea ridotta a 600 parlamentari. L’unica novità riguarda l’elezione del presidente della Repubblica perché cambia il peso dei delegati delle Regioni. Oggi sono una sessantina su 945 parlamentari, saranno una sessantina su 600. E comunque sono rappresentanti dei consigli regionali, votati dai cittadini. Mi pare un dettaglio.

Secondo Open polis – dati gennaio 2020 – da inizio legislatura la produttività del parlamento è stata piuttosto bassa: 101 leggi approvate, in compenso ci sono stati 102 cambi di casacca da parte di deputati e senatori. La rappresentanza è una questione di quantità, ma anche di qualità: c’è un modo per alzare il livello della qualità degli eletti?

Sulla quantità ho già detto che il rapporto tra elettori ed eletti oggi non è paragonabile a quello di una volta, quando per rappresentare i diversi territori bisognava garantire l’elezione di un numero importante di parlamentari di quei collegi. Oggi non è così, anche volendo sorvolare sul giochetto delle pluricandidature, soprattutto perché le comunicazioni sono state enormemente agevolate e le distanze si sono accorciate. La qualità degli eletti non discende da norme giuridiche, ma dall’etica dei candidati, dal modo in cui si fanno le campagne elettorali e le liste. Contano molto i vertici dei partiti di riferimento, la riforma costituzionale non c’entra nulla. Sui cambi di casacca si possono apportare parziali correttivi, intervenendo sui regolamenti parlamentari, in modo da disincentivare piccoli o piccolissimi gruppi. Nell’ordinamento regionale, non dimentichiamolo, è stato possibile formare un gruppo composto da un solo consigliere: una contraddizione in termini che la dice lunga.

Per anni la parola d’ordine è stata “governabilità”, abbiamo sentito ripetere che la legge elettorale migliore è quella che la sera del voto rende noto il vincitore. Ora sembrano tutti folgorati sulla via del parlamentarismo. Si parla parecchio di come rimettere al centro il parlamento, sottraendo attività legislativa all’esecutivo. Come si fa?

Premessa: i sistemi elettorali maggioritari danno più potere ai vertici degli schieramenti, deprimendo l’autonomia del singolo parlamentare. La legge proporzionale tende a garantire a deputati e senatori un ruolo maggiore.

È vero che con il Parlamento “dimagrito” è necessario un sistema proporzionale?

Mi sembra che il proporzionale sia opportuno, magari con qualche correttivo per evitare un’eccessiva frantumazione. Non pochi tra coloro che sono ostili al taglio dei parlamentari, fanno parte di formazioni politiche di scarso peso.

Il Parlamento ha votato questa riforma con maggioranza bulgara. Ora non pochi tra deputati e senatori si stanno ricredendo…

È uno spettacolo indecoroso. Questi ripensamenti sono strumentali.

Ci sono altre riforme costituzionali che secondo lei sono necessarie o auspicabili?

Le priorità ora sono legge elettorale e regolamenti parlamentari. Poi ci sono due riforme costituzionali urgenti. La prima riguarda la situazione che si è venuta a creare con il Covid. Tutti si lamentano dei Dpcm, dell’assenza di una disciplina costituzionale dello stato d’emergenza: è una lacuna che si può sanare facilmente con una legge costituzionale che regoli l’emergenza sanitaria in un chiaro quadro costituzionale. L’altra urgenza riguarda le Regioni: dopo i problemi che sono sorti, anche durante la pandemia, mi sembra indispensabile. Penso, e non da oggi, che il bicameralismo vada rivisto nel senso di dare una rappresentanza alle Regioni in Senato, in modo che possano contribuire al funzionamento del sistema attraverso la legislazione nazionale.

La base M5S divisa sul voto utile: “Non si può far vincere la destra”

Da una parte l’irrigidimento dei candidati M5S, dall’altra una base spaccata, perennemente indecisa tra il voto identitario e la paura di “regalare” le regioni contese alla destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un risultato, soprattutto in caso di sconfitta per 5 a 1, che potrebbe avere pesanti ripercussioni anche sul governo Conte. Ma gli appelli di ieri dei tre candidati governatori del Pd Michele Emiliano, Eugenio Giani e Maurizio Mangialardi al Fatto Quotidiano per chiedere agli elettori M5S di votare per loro in base al Sì al referendum e a valori comuni sull’ambiente non vengono accolti con favore dai concorrenti grillini.

Antonella Laricchia, candidata dura e pura in Puglia, che ha resistito alle richieste di ritiro, ci va giù pesante: “I nostri elettori non sono cagnolini fedeli” dice a Tpi. “È un’assurdità, non abbiamo nulla a che vedere con il Pd” le fa eco Gian Mario Mercorelli, candidato nelle Marche. Un po’ diversa la lettura di Irene Galletti, in corsa per il M5S in Toscana, che pur criticando l’appello di Giani sull’ambiente ne apprezza il voto a favore al referendum: “Se si fidano così poco del loro candidato –­dice al Fatto –­gli consiglio di cominciare a fare un po’ di campagna per il Sì. Magari così riuscirebbero ad aumentare i consensi”.

Di fronte alle dure risposte dei candidati, la base del M5S sta in mezzo al guado. Di prima mattina, quando nelle chat degli attivisti iniziano a girare le dichiarazioni di Giani e Mangialardi in Toscana e Marche a corredo dei sondaggi che li danno in grossa difficoltà sui candidati della destra Susanna Ceccardi e Francesco Acquaroli, iniziano le prime discussioni sul “voto utile”. “Giani ha fatto la mossa del cavallo –­sibila uno storico esponente fiorentino del M5S – noi stiamo continuando a fare campagna per la Galletti ma nessuno ci crede e sappiamo che molti si tureranno il naso e voteranno l’impresentabile Giani anche al primo turno per non lasciare la Toscana a Salvini”. Anche sui social, la spaccatura tra chi opterà per il “disgiunto” e chi resta sul “mai con il Pd”, si tocca con mano. Sui gruppi, i dissidenti si moltiplicano: qualcuno, sul profilo Facebook del M5S Toscana, posta un articolo in cui Galletti rivendica di non essersi alleata con Giani e Marisa Coppolino risponde: “Peccato, da elettrice M5S mi toccherà votare Pd”. Qualcuno la attacca, un altro attivista del Meet up sostiene che “moltissimi faranno il suo stesso ragionamento”. Giani però, secondo molti grillini, è “troppo renziano” e alla fine dell’accesa conversazione Marisa risponde lapidaria: “Mi avete convinto, userò il voto disgiunto”. Qui al centrosinistra basterebbe conquistare un pezzetto di quel 9% attribuito alla candidata grillina per assicurarsi la vittoria. Stesso discorso in Puglia dove i sondaggi attribuiscono a Laricchia un sontuoso 14-18%: per questo Emiliano le sta provando tutte per appellarsi ai grillini su referendum e ambiente (“Il voto disgiunto ferma la destra” ha detto ieri). Ma in Puglia gli attivisti stanno in maggioranza con la Laricchia e le voci fuori dal coro sono poche.

Situazione diversa nelle Marche dove un pezzo del M5S avrebbe voluto allearsi con il Pd, stoppato dai parlamentari. Qualcuno, nelle chat interne, nota che dietro la mancata alleanza con i dem ci sia “un disegno preciso”: metà dei deputati marchigiani ha sottoscritto l’emendamento anti-Conte sui servizi e colei che più si è opposta all’accordo, Patrizia Terzoni, non ha votato nemmeno la fiducia. La spaccatura interna è profonda: “Non so se voterò Mercorelli – dice Claudia Lancioni del M5S di Jesi – dovevamo fare l’accordo con il Pd. Molti attivisti faranno come me”. Qui il candidato Mangialardi ha già inglobato due ex consiglieri regionali del M5S tra cui l’ex candidato Gianni Maggi che ora è convinto: “Sull’ambiente Mangialardi ha condiviso le proposte del M5S e per questo molti elettori arrabbiati con i vertici lo voteranno”. In serata, ai candidati governatori, si aggiunge anche il segretario Pd Nicola Zingaretti: “Disperdere il voto vuol dire far vincere le destre” lancia l’amo. Non è detto che riesca a pescare qualcosa.

Riffeser vuole la Cassa Covid per i giornalisti del gruppo

Ci risiamo. Gli editori provano nuovamente a mettere le mani sulla Cassa integrazione Covid-19 erogata dall’Inps. Dopo Il Sole 24 Ore, Italia Oggi e Mondadori Periodici, tocca ora alla Poligrafici Editoriale del gruppo Riffeser (Monnrif) che edita il Quotidiano nazionale, Giorno, Carlino e Nazione. È l’azienda del presidente della Federazione italiana editori giornali (Fieg), Andrea Riffeser Monti. Al momento nulla è stato formalizzato, sono in corso trattative interne senza alcuna comunicazione ufficiale alla Federazione nazionale della Stampa e ai sindacati regionali dei giornalisti. A ogni modo l’ultima parola spetterà al ministero del Lavoro.

La Cassa integrazione straordinaria per Covid alla Poligrafici potrebbe riguardare circa 380 giornalisti delle redazioni sparse in Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Lombardia e, per la prima volta, potrebbe anche essere utilizzata per i 140 corrispondenti locali inquadrati negli articoli 2 e 12 del contratto nazionale, che peraltro guadagnano spesso anche meno di mille euro al mese, sono pagati ad articolo e quindi non hanno la paga oraria su cui si calcola la Cig. Il ministero dovrà anche valutare che la pandemia, proporzionalmente, ha colpito i giornali del gruppo Monrif assai meno delle attività alberghiere. La casa editrice ha chiuso il primo semestre 2020 con ricavi da vendite di quotidiani e riviste in lieve calo (da quasi 45 milioni dello stesso periodo 2019 a 42 milioni), ma con una riduzione più decisa degli introiti pubblicitari (da 25 a 19 milioni), mentre il settore alberghiero è passato da oltre dieci milioni di ricavi ad appena 2,7, lasciando sul terreno oltre il 70% del fatturato. Le perdite complessive del gruppo sono salite da 1,5 a 4,3 milioni. La società non commenta. Il ricorso alla Cassa Covid non è riuscito al Corriere di Urbano Cairo per l’opposizione del sindacato che ha evidenziato come per i giornali non ci sia stata “alcuna limitazione delle attività” che lo giustifichi.

Toti, ambientalista appassionato di cemento. Costruire sì, ma “senza consumare suolo”

“Dopo decenni di cementificazione selvaggia, abbiamo iniziato a migliorare il volto delle nostre città senza consumo di suolo o utilizzo di ulteriore cemento”. Sembra l’autorelazione di un illuminato governo verde del Nord Europa. È invece un passaggio del programma elettorale della coalizione di centrodestra in Liguria, appena presentato dal governatore uscente Giovanni Toti. Che nel documento ha scelto di accreditarsi – tra le altre cose – come ambientalista e fiero nemico del cemento, incappando però in clamorosi controsensi. Basta pensare che come esempio virtuoso di “cemento zero” Toti cita “il grande Piano Casa per migliorare la qualità e la sicurezza delle nostre abitazioni”: un provvedimento, il primo di spicco della sua giunta, definito da Legambiente “una formidabile furberia per arricchire gli imprenditori edili” e dall’Istituto nazionale di urbanistica “una scorciatoia perversa” per aggirare le regole. Il Piano ha permesso a tempo indeterminato l’ampliamento dei volumi edilizi in tutti i parchi liguri, compresi quelli costieri che ne erano esenti (Portofino, Cinque Terre, Portovenere e Montemarcello). Con una motivazione netta: “Le aree protette sono troppe, e non tutte meritevoli di tutela”. Inoltre, la legge portava dal 35 fino al 60% la possibilità di aumentare i volumi in seguito a ricostruzione, anche per gli abusi edilizi già oggetto di condono e in deroga ai piani urbanistici comunali. “Ed è su questo filone – si legge, quasi a mo’ di minaccia, nel programma – che vogliamo andare avanti con importanti progetti di rigenerazione urbana che cambieranno le nostre città”. Esempio? Il nuovo Waterfront di La Spezia. Il progetto prevede la costruzione di un nuovo “Molo Crociere” di 17mila mq, una piattaforma stradale in cemento armato (quattro corsie e due marciapiedi) per collegare il nuovo molo al bacino portuale, un acquario, un albergo a cinque stelle, ristoranti e uffici. Poi si cita il “Masterplan per la rinascita” dell’isola Palmaria contro cui le associazioni ambientaliste lottano da anni. È prevista la riconversione dei forti militari dell’isola – uno dei luoghi meno antropizzati della Liguria – in strutture ricettive e commerciali, un nuovo molo e una monorotaia di risalita. C’è la riqualificazione di villa Zanelli, gioiello liberty di Savona per farne un albergo di lusso comprensivo di “museo dell’estate”. “Riqualificazione e rigenerazione del centro storico di Ventimiglia”: 6 milioni e 400mila euro per tre parcheggi. Dulcis in fundo, “Riqualificazione Waterfront Imperia”: anche qui nel piano pensato dal sindaco Scajola è compresa la costruzione di uno stabilimento balneare e tre nuovi chioschi. Tutto, va da sé, “senza consumo di suolo”. Come da programma.

Schiaffo durante la perquisizione: due agenti sospesi

La vicenda è stata rivelata dal Fatto il 30 luglio scorso. E alla fine, due poliziotti del commissariato Colombo (Roma) sono stati sospesi per un anno dal servizio per quello schiaffo dato in pieno volto a un 39enne durante una perquisizione in casa. I due agenti sono accusati dai pm capitolini di falso ideologico in atto pubblico, violenza privata e abuso di autorità contro arrestati o detenuti. Per capire bene cosa sia accaduto bisogna tornare al 13 aprile, quando alle due di notte, in pieno lockdown, gli agenti fermano in strada un 39enne, che dopo un primo controllo, risulta essere in possesso di alcune bustine di metanfetamina (per questi fatti, il processo contro il 39enne è ancora in corso). I poliziotti quella sera decidono quindi di perquisire il suo appartamento, dotato di un sistema di telecamere interne. In un video, pubblicato da Il Fatto, si vede un agente domandare al 39enne: “Questo è shaboo?”, termine utilizzato nelle Filippine per identificare la metanfetamina. Il giovane, seduto su uno sgabello ha un attimo di esitazione, e il poliziotto lo colpisce con un violento schiaffo facendolo cadere. Nell’ordinanza del gip Zsuzsa Mendola si legge che il poliziotto ha ammesso di aver colpito l’uomo, spiegando che sarebbe stata “una reazione istintiva per allontanarlo”, per “paura di contagio da Covid-19”, visto che l’uomo “aveva una salivazione eccessiva” e “continuava a sputare, sia pure in maniera impercettibile”. Circostanza per il gip non comprovata dalle immagini registrate. I due agenti sono indagati anche per falso: non hanno riportato nei verbali di perquisizione di “aver effettuato (…) l’assunzione di informazioni dell’arrestato”. I due quindi vanno sospesi, secondo il gip Mendola, per il “pericolo di recidivanza” e per la loro “modalità della condotta”, che il giudice descrive “indicativa di abitualità delle commissione di analoghe condotte illeciti”. Tanto che per il gip non si tratta di un fatto episodico.

Conte alla Festa del Fatto: appuntamento in streaming sul sito e su TvLoft.it alle 12

Èiniziata ieri sera con la performance live di Francesco Montanari e Emanuele Salce la Festa del Fatto Quotidiano, quest’anno trasmessa in streaming sul nostro sito e su TvLoft.it. In programma oggi alle 11 Virus e Antivirus, con la partecipazione dei virologi Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, moderati da Gianni Barbacetto. Spazio poi all’evento più importante della mattinata: alle 12 il premier Giuseppe Conte intervistato da Peter Gomez e Antonio Padellaro. Prevista per le 14.30 l’assemblea virtuale dei “Soci di Fatto”. Alle 16, invece, il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina risponderà alle domande sulla scuola di Paola Zanca e Mario Portanuova. Salirà sul palco alle 17.30 Sabrina Ferilli che si racconterà ad Andrea Scanzi e Luca Sommi. Concluderanno la seconda giornata della Festa il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e Antonio Padellaro, autore de La strage e il miracolo con Marco Lillo alle 18.30, prima dello spettacolo di Marco Travaglio, Scene da un manicomio previsto per le 21.