Dalle nomine al pasto da casa: i dieci punti ancora da chiarire

Dieci nodi da sciogliere a dieci giorni dall’inizio delle lezioni per la maggior parte degli studenti italiani: ieri i presidi, attraverso il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, hanno scritto alla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina chiedendo delle risposte rapide per l’ultimo miglio prima della riapertura: si parte dalla necessità di chiarire la gestione dei lavoratori fragili. “Al momento vi è una lacuna normativa che riguarda, da un lato, la gestione dell’assenza di chi non può lavorare né in presenza né a distanza, dall’altro la gestione di chi non può lavorare in presenza ma potrebbe farlo a distanza”, si legge. Inoltre, andrebbe presa una decisione sulla gestione del lavoro a distanza dei docenti: manca ancora, infatti, una regolamentazione contrattuale. Così come in molti casi non ci sono certezze dagli Uffici regionali sulle nomine del personale aggiuntivo “mentre i dirigenti sono chiamati adesso a fornire risposte sull’organizzazione adottata che dipende, spesso, proprio dalla disponibilità di questo organico”. E ancora, i ritardi nelle immissioni in ruolo dei DSGA e nella definizione della gestione degli “studenti fragili”, fino alle pratiche per la riammissione a scuola dopo un sospetto o una conferma di contagio. Infine: il pasto domestico. “Ci si chiede se il pasto sia compatibile con l’esigenza di garantire la salute e la sicurezza dei bambini e dei lavoratori e se debbano essere adottate apposite prescrizioni”. scrivono i presidi.

I figli in isolamento? Lavoro agile e congedi per tutti i genitori

La decisione è stata unanime, giovedì notte in Consiglio dei ministri, tanto da convincere anche il più scettico, il ministro della Salute Roberto Speranza: per i genitori dei ragazzi under 14 che dovessero andare in quarantena qualora ci fosse un compagno di classe positivo saranno potenziati i congedi parentali e si prevederanno soluzioni di smart working per permettere loro di rimanere a casa. Ancora non si conoscono modalità e cifre precise, ma dal ministero assicurano di star lavorando. “Ieri sera il Consiglio dei ministri ha deliberato l’intenzione di trovare le risorse – ha detto ieri la titolare del ministero delle Pari opportunità e Famiglia, Elena Bonetti – siamo oggi nella fase di definizione finale che arriverà a compimento, in modo tale da dare servizio adeguato alle famiglie in vista della ripartenza delle scuole”. L’intervento dovrà essere su diversi livelli: le famiglie, ha aggiunto, “devono sentirsi accompagnate in questo tempo di inizio scolastico che deve avvenire in piena sicurezza e serenità. L’impegno di tutti noi deve essere rivolto a restituire luoghi di comunità educante per i bambini e i ragazzi che per tanti mesi sono stati costretti a rimanere in casa. Per far questo il governo insieme ai livelli regionali e territoriali competenti sta mettendo in campo varie misure per garantire un avvio che sia il più lineare e tranquillo possibile”.

Intanto ieri si è aperto un altro punto di discussione, spinto da giuristi e associazioni di categoria che chiedevano spiegazioni: come va valutato lo smart working per gli asintomatici che restano a casa perché positivi. Se infatti chi svolge lavoro manuale per forza di cose non può sostituirlo con quello a distanza, lo stesso non vale per chi invece ha mansioni che possano essere affrontate da remoto. La risposta degli esperti è stata univoca: sono in malattia. Questo perché, come suggerisce anche una nota dell’Inps e come indicato sia nel decreto Cura Italia che nel Rilancio, la quarantena obbligatoria viene equiparata alla malattia e dunque il lavoratore non è tenuto a svolgere le proprie mansioni.

Per essere “fragili” l’età non basta. Inail, niente assunti

La multiforme produzione normativa attorno al Covid-19 non ha mai brillato per rigore. Si pensava, però, che usciti dall’emergenza la situazione sarebbe migliorata e invece no. Parliamo qui della speciale sorveglianza sanitaria che si deve ai cosiddetti “lavoratori fragili”, le cui linee guida sono stabilite da una circolare appena licenziata dal ministero della Salute. Un tema sentito in particolare dalla scuola – che ha oltre il 40% della forza lavoro sopra i 55 anni – ma che riguarda ovviamente tutto il mondo del lavoro: in sintesi, non basterà l’età per essere definiti “fragili”, ma un’apposita visita dovrà verificare l’esistenza di patologie che mettono a rischio il lavoratore che eventualmente si contagiasse col coronavirus (cardiovascolari, respiratorie, oncologiche, etc.).

Il lavoro tecnico sulla circolare – che risolve almeno in parte la questione – è stato complicato da una “dimenticanza” nel decreto Agosto: nell’allegato che proroga alcune delle norme emergenziali varate quest’anno si sono dimenticati l’articolo 83 del dl Rilancio (maggio). E che dice? Prevede che i “datori di lavoro pubblici e privati” assicurino una “sorveglianza sanitaria eccezionale dei lavoratori maggiormente esposti a rischio di contagio, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione”; stabilisce poi che sia il “medico competente” in azienda ad accertare il bisogno di sorveglianza eccezionale e, se quella figura non c’è, assegna quel compito all’Inail, autorizzata a questo fine ad assumere personale.

L’articolo 83 era talmente ben presente ai soggetti interessati che, una decina di giorni fa, l’intesa preliminare con le Regioni per emanare questa circolare s’era trovata proprio sulla base di quell’articolo. Problema: purtroppo, si legge nel nuovo testo, “il sopraggiunto decreto 30 luglio 2020 (…) non ha prorogato quanto disposto dall’articolo 83 (…); la predetta disposizione cessa, pertanto, di produrre effetti dal 1° agosto 2020”. Insomma, la “sorveglianza sanitaria eccezionale” è morta oltre un mese fa senza che se ne accorgesse nessuno. La cosa ha alcuni effetti bizzarri e non tutti negativi.

La dipartita della norma primaria di maggio ha consentito di fare al momento un testo più equilibrato sui lavoratori fragili: il primo decreto, infatti, spingeva molto sul fattore età (“in ragione dell’età”) per individuare le persone meritevoli di sorveglianza eccezionale. Ora la circolare scritta anche dall’Inail, citando le acquisizioni statistiche più recenti sulla mortalità da Covid-19, ha campo libero nello stabilire che “la ‘maggiore fragilità’ nelle fasce di età più elevate va intesa congiuntamente alla presenza di comorbilità che possono integrare una condizione di maggior rischio” (il 96,1% dei morti da virus presenta infatti una o, assai più spesso, due o tre patologie pregresse).

Sarà un medico a decidere chi è a rischio (“fragile”) e, insieme all’azienda, quali provvedimenti prendere per assicurare la salute del lavoratore: si può andare da una modifica delle mansioni fino, come ipotizzato ad aprile, a un giudizio di “inidoneità temporanea” al lavoro. La base legale non sarà più la “sorveglianza eccezionale”, ma quella ordinaria, garantita dalle leggi vigenti (per evitare ricorsi, però, questa circolare sarà probabilmente anche infilata in un provvedimento legislativo già in Parlamento).

Come detto, per ovviare alle carenze del sistema (il 13% delle aziende non ha sistemi di sorveglianza sanitaria) un grosso ruolo in questa fase era stato assegnato all’Inail e ai suoi quasi 200 uffici territoriali. Ecco, la dimenticanza del decreto Agosto suona quasi come una beffa per l’Istituto: morto l’articolo 83 del dl Rilancio, sono spariti anche i 105 milioni per assumere per 15 mesi oltre duemila tra giovani medici del lavoro, esperti della prevenzione e altre figure professionali necessarie. Il governo ha promesso che correrà ai ripari: se lo farà nella legge di Bilancio, però, se ne parla l’anno prossimo.

Primo studente positivo al Covid. Arrivano nuovi fondi per le aule

L’avvio delle lezioni era stato all’insegna delle misure anti Covid: padiglioni all’aperto, banchi distanziati, indicazioni per gli studenti e soprattutto un training con i più piccoli, accompagnati all’ingresso in fila, la mano su un nodo di una corda che segnava la distanza di un metro dagli altri. Insomma, il messaggio del Marymount International, scuola privata d’eccellenza in un enorme e verde parco romano, è che le norme anti Covid c’erano tutte. La realtà è invece che saranno le prossime ore a dire se siano servite o meno. Ieri, infatti, è arrivata da questa struttura la notizia del primo studente positivo al Covid, dopo pochi giorni dalla riapertura dell’istituto (il primo caso tra i banchi, invece, c’è stato a inizio settimana a Verbania, dove era risultata positiva l’insegnante).

La ragazza frequenta l’ultimo anno del liceo ed era rientrata in classe il 2 settembre. Sulla base della ricostruzione dei contatti, la Asl Roma 1 ha messo in isolamento domiciliare 60 persone, tra cui compagni di classe e insegnanti, in via prudenziale. Gli studenti e le famiglie erano stati avvisati con una mail già ieri mattina, a coloro che non necessitavano di quarantena era stato detto che l’isolamento delle classi di fatto rendeva sicura la scuola per tutti gli altri. “Ci è stato detto che faremo lezioni a distanza” spiega una studentessa che dovrà stare in isolamento. Nei prossimi sette giorni si valuteranno sintomi e tamponi.

Insomma, il 4 settembre hanno preso il via le prove generali della riapertura che tra nove giorni porterà in classe la maggior parte degli 8 milioni di studenti italiani. Sarà il banco di prova per gli enti locali che, in questi mesi, hanno cercato in tutti i modi di assicurare un rientro in sicurezza: hanno riorganizzato le aule, distribuito gli spazi, separato i banchi vecchi (e attendono i nuovi dal commissario Domenico Arcuri). Garantire di aver messo in campo tutte le misure fondamentali per il distanziamento è infatti la principale garanzia per i presidi di non essere perseguiti in caso di contagio. Ecco perché preoccupano i numeri dell’Unione delle Province italiane che, ancora ieri, stimava almeno 46mila studenti da collocare in spazi alternativi, soprattutto a Sud. Nel Consiglio dei ministri di giovedì sera, il ministero dell’Istruzione ha annunciato lo stanziamento di altri 34 milioni di euro per permettere agli enti locali di affittare nuovi spazi. Erano già stati stanziati 70 milioni, ma – avevano denunciato le associazioni – sarebbero serviti almeno 300. Perché questa distanza? La verità è che nelle voci dei monitoraggi sul fabbisogno degli enti locali erano state inserite necessità e cifre che andavano oltre il semplice affitto di spazi: lavori di trasloco e arredo, spese di mantenimento, depositi e trasporto scolastico. Fondi necessari ma che, secondo il ministero, non vanno imputati a quel capitolo di spesa. Certo, però, la correzione è arrivata, frutto anche delle pressioni degli enti locali: altri 34 milioni saranno reindirizzati dall’Inail, dal programma di investimento per scuole innovative e poli dell’infanzia, ancora in fase preliminare. E anche così però non è detto che bastino.

Soltanto dalle province – hanno ribadito ieri le associazioni – per le scuole superiori, sono arrivate richieste per un totale di 69 milioni, di cui 54,7 milioni riferiti ai soli affitti di spazi o strutture. Oltre metà del budget, ma ci sono da coprire anche le elementari e le città metropolitane. E infatti, proprio nei grandi centri, dove il numero degli iscritti è alto e di solito le strutture più vecchie, e nelle Regioni meridionali (Campania, Calabria, soprattutto Sicilia) ci sarebbero le criticità maggiori, ancora da risolvere. Adesso per farlo ci sono 30 milioni in più, ma sempre meno giorni.

Lancet: “Il vaccino russo crea anticorpi”

C‘è una risposta immunitaria in tutti i 76 volontari coinvolti nelle fasi 1 e 2 della sperimentazione di “Sputnik”, il vaccino anti-covid messo a punto dalla Russia. A rilevarlo sono i primi dati pubblicati sulla rivista Lancet, una delle più importanti riviste internazionali di medicina. Nei due studi condotti tra il 18 giugno e il 3 agosto, il vaccino avrebbe prodotto i risultati sperati in tutto il campione al quale è stato somministrato, senza avere gravi effetti collaterali. I modelli utilizzati dai laboratori russi sfruttano due diversi adenovirus, ovvero uno degli agenti patogeni del raffreddore, modificati per trasportare il gene della proteina che consente a Sars-CoV-2 di entrare nelle cellule umane. Tutti i partecipanti hanno prodotto anticorpi alla proteina del virus, avvertendo solo un leggero malessere. “Mancano ancora i dati della fase 3 – spiega il virologo Carlo Maria Perno, direttore dell’unità di Microbiologia dell’ospedale Bambino Gesù di Roma –, quella condotta su migliaia di persone, che serve a verificare anche se rimane contagiato di più chi è stato vaccinato o chi no. Ma il percorso sembra procedere bene”.

In Italia, intanto, sul fronte dell’influenza stagionale, l’Aifa chiede di anticipare la campagna vaccinale a ottobre. Sarà di 6/8 mesi il periodo di immunizzazione previsto.

Casi e Rt in salita Iss: “C’è il rischio di nuove misure”

Un altro rialzo della curva dei contagi: 1.733 in 24 ore. A fronte di un nuovo record di tamponi: 113mila (+21 mila rispetto a venerdì), il numero più alto dall’inizio dell’epidemia. I segnali che arrivano dall’ultimo bollettino del ministero della Salute confermano la tendenza delle ultime settimane: a 10 giorni dalla riapertura delle scuole e con la stagione autunnale (e il suo carico di virus influenzali) alle porte, il SarsCov2 continua a circolare in Italia. E non solo a causa del rientro dalle vacanze.

Altri 1.733 casi. Mai così male dal 2 maggio, due giorni prima del primo parziale allentamento del lockdown: quel giorno i nuovi contagi furono 1.900. La situazione epidemiologica complessiva è diversa, certo: i ricoverati erano 17.357 e nelle terapie intensive 1.539 persone lottavano per restare in vita. Ma la lettura che fa del momento attuale l’Istituto Superiore di Sanità è preoccupata e preoccupante. In Italia – si legge nel monitoraggio relativo al periodo 24-30 agosto, aggiornato al 1° settembre – sono oggi attivi 1.799 focolai (2 o più casi positivi tra loro collegati), di cui 649 nuovi. Molti di questi “sono causati da rientri da aree turistiche”. L’aumento – spiega l’Iss – non può essere attribuito unicamente ai casi importati da oltre confine. In quasi tutte le Regioni – sottolineano gli esperti – continua ad essere segnalato un numero elevato di nuovi casi e il trend è in salita: sono 13 le Regioni e le Province autonome che hanno riportato un aumento rispetto alla settimana precedente.

A confermare i timori è l’indice Rt: ora il parametro, calcolato sui casi sintomatici (che in quanto tale potrebbe sottostimare la reale trasmissione del virus a livello nazionale) e riferito al periodo 13-26 agosto, è pari a 1.18, ovvero oltre la soglia allarme di 1 (con una persona infetta in grado di contagiarne un’altra). “Questo indica che, al netto dei casi asintomatici identificati attraverso attività di screening/tracciamento dei contatti e dei casi importati da Stato estero, vi è stato un aumento del numero di casi sintomatici contratti localmente e diagnosticati nel nostro Paese”.

Il lento, ma costante rialzo della curva si riverbera sul sistema sanitario. Gli esperti lo dicono da settimane: la situazione è al momento sotto controllo ma la crescita dei casi, anche se al momento è costituito in gran parte di asintomatici, comporterà fisiologicamente l’aumento della pressione sugli ospedali. Ed è quello che è successo: sono 1.607 le persone ricoverate con sintomi, 102 in più in 24 ore, quando il 29 agosto erano 1.168 a un mese fa, il 4 agosto, erano 761. Sono invece 121 le persone nei reparti di rianimazione (+1):quattro settimane fa erano 41.

“Sebbene i servizi territoriali siano riusciti finora a contenere la trasmissione locale del virus – specifica l’Istituto – viene ripetutamente segnalato un carico di lavoro eccezionale che rischia di compromettere la tempestiva gestione dei contatti, oltre che non assicurare le attività non-collegate a questa emergenza”. Per tutti questi motivi “i dati confermano l’opportunità di mantenere le misure di prevenzione e controllo già adottate” e “di essere pronti all’attivazione di ulteriori interventi in caso di evoluzione in ulteriore peggioramento”.

Tamponi e zone rosse: le verità del Cts

Fa ancora male leggere che le linee guida sugli ospedali, per avere più letti di malattie infettive e più posti in rianimazione, siano state approvate solo il 29 febbraio dal Comitato tecnico scientifico (Cts), quindi tradotte nelle circolari del ministero della Salute. Gli ospedali, in parte della Lombardia e non solo, erano già stati travolti. Eppure lo stesso Cts, fin dal 12 febbraio e dunque prima che l’epidemia in corso si manifestasse a Codogno (Lodi) il 20 febbraio, aveva letto la riservatissima relazione di Stefano Merler dell’istituto Kessler sugli scenari che, anche in caso di diffusione media del virus, avrebbero richiesto interventi e dotazioni speciali. Quel giorno il Comitato, riunito ancora al ministero della Salute, aveva incaricato un “gruppo di lavoro” di “produrre, entro una settimana, una prima ipotesi di piano operativo”, che poi sarà approvato il 4 marzo e trasmesso al ministro della Salute, ma resta “secretato”.

Non sorprende più che il tema dei ventilatori per le terapie intensive, la cui carenza è costata morti, sia stato affrontato solo dal 1° marzo, quando nei verbali del Cts, resi pubblici ieri, compare il professor Massimo Antonelli, direttore della Rianimazione del Gemelli: per settimane il Cts sarà impegnato a valutare una per una le macchine proposte da un mercato divenuto impossibile. Altri specialisti hanno via via integrato il consesso, trasferitosi alla sede della Protezione civile e inizialmente formato solo dal coordinatore Agostino Miozzo della Protezione civile, dai dirigenti del ministero Giuseppe Ruocco, Francesco Maraglino e Claudio D’Amario e a volte Andrea Urbani, dal lombardo Alberto Zoli per la Conferenza Stato-Regioni, dal direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito, dal presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro e dal presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli. Quanto alle terapie intensive, l’11 marzo il Cts validava il documento della società degli anestesisti e rianimatori Siarti secondo il quale, nell’accesso ai pochi posti disponibili, non si poteva che privilegiare la “maggior speranza di vita”.

Il Cts fu tempestivo nel segnalare, il 7 febbraio, l’opportunità di sottoporre a isolamento i piccoli cinesi che dovevano rientrare nelle scuole italiane dopo le vacanze nel loro Paese colpito dal Covid. Il governo tentennò, ma in realtà i cinesi non sembrano aver fatto danni e il virus, secondo gli studi più accreditati, sarebbe entrato in Lombardia dalla Germania attorno al 26 gennaio. Gli esperti furono invece più freddi sulle mascherine: ancora il 13 marzo escludevano di doverle “raccomandare indiscriminatamente ai lavoratori”, limitandole a “operatori sanitari” e “soggetti che abbiano sintomi respiratori”. D’altro canto ancora a maggio si registra uno scontro con il commissario straordinario Domenico Arcuri, che chiedeva di valutare in fretta alcuni tipi di mascherine. Arcuri chiedeva “il rispetto del tempo”, il Comitato nel verbale del 4 maggio denunciava una “delegittimazione del lavoro svolto in ragione di presunti ritardi”, ipotizzando “dimissioni”. Come vediamo per la scuola, ancora oggi si discute su mascherine chirurgiche e “fai da te”.

I verbali di febbraio e marzo confermano le resistenze del Cts sui tamponi agli asintomatici, sostenuti invece dal professor Andrea Crisanti. Verranno meno solo in primavera. Oggi è ovvio che un asintomatico abbia il tampone ma in quei mesi, perfino nelle Regioni meno colpite, spesso non si riusciva a sottoporre a test neppure pazienti con la polmonite. Del resto dalla Cina e dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) non erano giunte informazioni chiare sulla contagiosità degli asintomatici. Saranno evidenti solo con lo studio di Crisanti su Vo’ Euganeo. Ancora meno erano convinti, i membri del Comitato, di chiudere le scuole: “Pootrebbe garantire una limitata riduzione nella diffusione dell’infezione virale”, scrivevano il 4 marzo, aggiungendo che la misura poteva essere “efficace solo se di durata prolungata”, come non si riteneva possibile. Il 5 il governo le ha chiuse e non le ha riaperte.

I consulenti ebbero un atteggiamento per lo meno ondivago sulle zone rosse da istituire dopo le prime del 23 febbraio, quelle di Codogno e dei nove Comuni del Lodigiano in Lombardia e di Vo’ in Veneto. Il 26 febbraio, dissero di no: “Il Cts ritiene non vi siano le condizioni per l’estensione delle restrizioni a nuove aree”. Poi il 3 marzo chiesero di chiudere Alzano Lombardo e Nembro, i Comuni della Bergamasca finiti per primi sotto lo tsunami: “Il Comitato propone di adottare le misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa anche in questi due Comuni”. Il governo non lo farà, la Lombardia nemmeno. Il tema interessa, come è noto, alla Procura di Bergamo, che indaga sulle possibili sottovalutazioni. E prima della decisione del governo di chiudere, il 10 marzo, tutta l’Italia, il Comitato il giorno 7 suggeriva di un lockdown più selettivo, con la Lombardia, solo alcune province venete, emiliano-romagnole e marchigiane e fino ad Alessandria e Asti, risparmiando però il resto del Centrosud.

Almeno due volte, comprensibilmente, il Comitato ha chiesto limitazioni di responsabilità: “Il Cts ravvisa l’esigenza dell’adozione di una norma che salvagurardi l’operato dei membri”, si legge nel verbale del 10 marzo, seguto il 15 dalla minaccia di dimissioni. E non ha preso bene l’incarico affidato a Walter Ricciardi, ex rappresentante dell’Italia all’Oms, per il progetto tecnologico che porterà alla app Immuni: “Il Cts apprende alle ore 13,37 con un invio mail da parte del dottor Ricciardi dell’esistenza di un documento in avanzato stato di elaborazione del Ministero della Salute dal titolo ‘Tecnologie per il controllo dell’epidemia Sars-CoV-2′ di cui nessuno dei rappresentanti del ministero né dell’Iss o del Consiglio superiore di sanità conosce la genesi”, scrivevano il 19 marzo.

La app è un problema. Il 3 luglio alla riunione del Cts partecipa il ministro dell’Innovazione Paola Pisano. Gli esperti sottolineano che Immuni “può risultare completamente efficace solo quando sarà raggiunta la copertura del 60% della popolazione”, ma il ministro “conferma che, ad oggi, l’applicazione è presente su circa 4 milioni di smartphone”. Numeri poco confortanti, le cui cause risiedono “nel fatto che l’allerta che giunge al fruitore dell’applicazione, ad oggi, viene quasi sempre interpretata come una identificazione clinica”. Tradotto: le persone non la scaricano perché non vogliono finire in quarantena. Per questo il Comitato chiede “una più puntuale definizione delle procedure”. Il 30 luglio la situazione non è cambiata, così il Cts “condivide la necessità di condurre una puntuale e chiara comunicazione” per “incentivare la procedura di acquisizione”. A fine agosto, però, i download erano 5 milioni.

Il 7 luglio gli esperti mettono a verbale che il Comitato chiede una “rimodulazione del suo mandato” alla luce dell’emanazione del dl del 16 maggio sulle riaperture. Chiedono al mimnistro Roberto Speranza “una urgente interlocuzione al fine di definire eventuali revisioni nell’organizzazione e/o nel mandato del Cts”, ipotizzando “una nuova struttura di supporto”.

Riti, Baudelaire&C. Quel “passo a due” della vendemmia

Come si svolgerà la vendemmia quest’anno? Svanita l’illusione di una rapida soluzione estiva dell’emergenza coronavirus, la domanda-tabù, capace di togliere il sonno a migliaia di viticoltori, è tornata alla ribalta negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi del momento della raccolta delle uve e la risalita dei contagi in Italia e nel resto d’Europa.

Non c’è dubbio che un vigneto di collina, colmo di frutti sodi sotto il sole, rimanga uno degli spettacoli più commoventi che la natura possa offrire. È un’immagine di abbondanza, fecondità, vita. Aveva ragione Pavese a osservare che “una vigna ben lavorata è come un fisico sano” e a ritenere quelli della vendemmia “i giorni più belli dell’anno”. O Baudelaire a pensare, forse con un po’ di amarezza, che “quando il nostro cuore ha fatto la sua vendemmia, vivere non è che male”. Altrettanto simbolico il fatto che il calendario rivoluzionario francese iniziasse col mese di vendémiaire, e chiamasse il primo giorno dell’anno raisin (uva). Che dire poi della liturgia eucaristica, nella quale il vino, “frutto della vite e del lavoro dell’uomo”, rinnova l’alleanza con il divino? Sarebbe ingiusto privarci di tali suggestioni e del potere evocativo di questa pratica contadina, che da tempo immemorabile coinvolge intere comunità.

In vendemmia corpi e braccia si muovono in sincronia, in una danza di gesti antichi eppure attuali, fatta di recisioni, inchini, torsioni, scarti di lato, appoggi, impugnature, sollevamenti, che accompagnano il grappolo dal tralcio alla cassetta e questa dalla vigna fino in cantina.

Chi si è cimentato almeno una volta sa bene che raccogliere l’uva da soli è impossibile. La vendemmia è un passo a due. Si procede in coppia nei filari, ci si china sui frutti e insieme si spostano le casse. Il distanziamento è rigidamente fissato dalle dimensioni di queste ultime, per fortuna larghe intorno al metro. Sono stati gli elementi di vicinanza e fisicità a esaltare il carattere comunitario della vendemmia, trasformandola nella festa di una famiglia, un’aia, un paese.

Senza prossimità e contatto non c’è rito collettivo, e la vendemmia è il rito per antonomasia delle nostre campagne. Negli ultimi decenni, invero, molte cose sono cambiate, la tradizione è tramontata come la luna a mezzo della notte e la raccolta dell’uva si è ridotta a passaggio conclusivo di una serie di lavori svolti durante l’anno. È ben raro oggigiorno sentir cantare i braccianti tra le vigne o assistere a luculliane pause pranzo nei cortili delle cascine. Festa e lavoro si sono disgiunti, chissà poi perché. Al netto del depauperamento simbolico, però, il gran ballo vendemmiale rimane immutato nei gesti e nelle tecniche, né potrebbe essere altrimenti. Qui entra in scena la pandemia. L’emergenza sanitaria in corso in diversi paesi dell’est Europa genera ansia per il rientro in Italia di quell’esercito di lavoratori stranieri su cui si regge oggi la viticoltura nostrana. Provengo dal Piemonte, terra di vino, e nel tempo ho sentito mutare gli accenti di collina. Anche il Barolo, con i suoi 150 anni di storia e il know-how di una miriade di aziende a conduzione familiare, sarebbe impensabile senza l’apporto sul campo di migliaia di macedoni, rumeni, polacchi, albanesi.

È la rainbow nation delle Langhe, patrimonio mondiale dell’umanità per gli antichi saperi vitivinicoli e i suoi paesaggi pettinati. Il Covid rischia di destabilizzare gli equilibri. La maggior parte delle cantine non ha il controllo diretto sulle assunzioni stagionali, demandate alle cooperative. Se di solito l’incognita è l’entità del compenso corrisposto dalla cooperativa agli operai, a preoccupare ora i viticoltori è l’effettivo controllo del loro stato di salute all’ingresso e delle condizioni in cui alloggeranno, al fine di scongiurare assembramenti. Assumere manodopera in pianta stabile sarebbe la soluzione, ma ciò è impossibile persino in realtà produttive dalla marginalità esorbitante, dato il tipo di attività a intermittenza.

In Valpolicella hanno cercato di ovviare al problema reclutando studenti e pensionati, salvo ricredersi: vendemmiare l’Amarone non è alla portata di chiunque, anche staccare un grappolo richiede competenze. Intanto, l’orologio della natura corre inesorabile. In agricoltura ogni giorno vale una vita intera, la raccolta delle uve è un parto che si gioca sul filo degli attimi. “Grappoli sulla pianta non ne lasceremo”, ha assicurato qualche giorno fa il presidente del consorzio del Barolo. La dichiarazione mi ha sollevato, i frutti non raccolti sono i semi dell’ira.

La vendemmia si farà. E il rispetto delle regole, il favore degli spazi aperti e, ci si augura, la coscienza individuale incoraggeranno la complicità su e giù per i vigneti della cara vecchia Enotria. Il rito ancestrale sarà rinnovato. Chinarsi sui tralci, tagliare i grappoli, sollevare la cassetta e procedere con un passo di lato. In coppia, come sempre. Saranno i giorni più belli dell’anno.

Dall’uveite al virus “morto”: vita da medico personale

È primario di anestesia e rianimazione, Alberto Zangrillo, ma il suo intervento medico più notevole, a favore del suo paziente più notevole, ha riguardato l’uveite, che è una malattia degli occhi. “Ne soffro da quando mi hanno scagliato in faccia una statuetta del Duomo”, dichiara nel 2014 Silvio Berlusconi, l’ur-paziente dell’esimio professore anestesista e rianimatore. Si presenta in pubblico con degli occhialoni neri che fanno dimenticare perfino la bandana che nel 2007 aveva giovanilisticamente coperto il lavoro di un altro medico, il professor Piero Rosati, insigne tricologo, che gli aveva eseguito un trapianto di capelli. Nel novembre 2014, dunque, Zangrillo apre le porte del San Raffaele di Milano, dov’è primario, a un Berlusconi con gli occhiali scuri: “Non sarà un ricovero brevissimo, almeno una settimana, perché faremo anche un controllo generale delle condizioni di salute del paziente”. Ma allora: “È solo uveite?”, chiesero i malfidenti. “Non c’è niente di non detto. È un problema oftalmico”, assicurò l’anestesista Zangrillo, “il ricovero l’ho deciso dopo essermi consultato con l’oftalmologo Francesco Bandello”.

Il bello è che l’anno prima, l’8 marzo 2013, occhialoni, uveite e ricovero al reparto D del San Raffaele erano serviti a Silvio per saltare le udienze del processo Ruby. Con conseguente visita fiscale disposta dai giudici del Tribunale e superprotesta dei suoi allora molti parlamentari, che avevano marciato sul palazzo di giustizia e tentato di occupare l’aula del processo. Medicina e politica si incrociano sempre, sul corpo di Silvio. Zangrillo cerca di districarle come può. Una volta ha perfino sbattuto la porta alla politica: nell’inverno del coronavirus 2020, quando viene invitato a una riunione in Regione Lombardia dal presidente Attilio Fontana e dall’assessore Giulio Gallera per far partire il progetto del super-ospedale Covid alla Fiera di Milano. Zangrillo non la ritiene una buona idea, l’Astronave nel deserto, slegata e distante dalle specialità (pneumologiche, cardiovascolari, nefrologiche, neurologiche…) di un ospedale: “Una rianimazione non può essere svincolata, anche in termini di spazi, da una struttura ospedaliera”. Boccia senza appello l’ideona di Fontana e Gallera. I fatti (21 i milioni spesi, non più di 20 i pazienti ricoverati) gli daranno poi ragione. È proprio in quei giorni che comincia a circolare la notizia che Zangrillo potrebbe candidarsi a sindaco di Milano. Lui smentisce con decisione, ma chissà.

Nato nel 1958 sotto il segno dell’ariete, si laurea in Medicina e chirurgia a 25 anni, alla Statale di Milano. Si specializza in anestesia e rianimazione. Fa pratica al Queen Charlotte Hospital di Londra, all’Ospital de la Santa Creu Pau di Barcellona, al Centro Cardiotoracico di Montecarlo, all’Hetzer Deutsche Herzzentrum di Berlino. Poi si ferma al San Raffaele, dove diventa primario. Ma è noto soprattutto per essere il medico personale di Berlusconi, che assiste anche nei momenti più neri e difficili. Il 13 dicembre 2009, quando un ragazzo instabile gli scaglia in faccia la statuetta. Nel 2016, quando viene sottoposto a un complesso intervento a cuore aperto. Nei mesi del Covid va tutto bene finché Silvio resta confinato in Francia. Il 31 maggio 2020, però, Zangrillo dichiara in tv che “il virus, dal punto di vista clinico, non esiste più”. Anche il suo paziente zero allenta le precauzioni. Si trasferisce in Sardegna. Incontra Flavio Briatore, poi positivo al Covid-19, anche se gli interessati escludono che possa essere stato lui l’untore. Il patron del Billionaire, diventato un cluster dell’infezione, lo precede comunque al San Raffaele, dichiarando però che il suo problema è, se non un’uveite, una prostatite. Pochi giorni dopo, Silvio risulta positivo al coronavirus e viene ricoverato per polmonite bilaterale. Zangrillo alla fine è costretto a fare autocritica. Ritratta, come Galileo. “Sollecitato provocatoriamente, ho usato in tv un tono forte, probabilmente stonato. Ma fotografava quello che osservavamo e continuiamo a osservare”. Conclusione: “L’umore di Berlusconi non è dei migliori. Neanche il mio”. Chissà se ha ripensato anche alla sua fantacandidatura sospesa a sindaco di Milano.

Barbara si difende: “Non sono l’untrice”. Ma Marina è furiosa

“Qualcuno ha tenuto un comportamento irresponsabile…”. Marina Berlusconi, la primogenita dell’ex premier ricoverato al San Raffaele per Covid, è su tutte le furie. E il bersaglio numero uno delle sue invettive è Barbara, che molti indicano come colei che ha portato il virus a Villa Certosa. Fatto che ha vanificato tutti gli sforzi fatti proprio da Marina per salvaguardare il padre dal contagio, con la decisione di fargli trascorrere l’intero lockdown nella sua villa di Valbonne, in Provenza, e le regole rigidissime imposte prima ad Arcore e poi in Sardegna: tutti quelli che entrano in contatto con lui devono presentarsi con un esame di tampone negativo. E così è stato, almeno fino ai primi di agosto. Poi, quando Marina ha mollato un po’ la presa, è successo il patatrac. Senza nemmeno Licia Ronzulli, impegnata in campagna elettorale, a vigilare.

Da qui l’amarezza e l’irritazione. Perché “anche se non si può dire con certezza chi l’abbia infettato, in villa si sono tenuti comportamenti irresponsabili, con persone che andavano e venivano senza problemi, magari reduci da feste…”, è il tono dello sfogo di Marina con chi nelle ultime ore è riuscito a parlarci.

Insomma, il dito è puntato contro Barbara, che ha fatto avanti e indietro da Capri, con una serata prima al ristorante “Da Paolino” e poi all’“Anima e Core”, con almeno una decina di amici. E poi sarebbe stata anche a Ponza. Mentre il figlio più giovane, Luigi, ha fatto una puntata a Pantelleria. Più o meno lo stesso gruppo che il 15 ha partecipato alla cena di Ferragosto in Villa Certosa: una ventina di persone in tutto tra le quali potevano esserci già uno o più contagiati.

Il risultato è che poi, nella magione sarda, vengono trovati positivi Barbara, Luigi, alcuni nipoti e una persona della scorta. Da qui la decisione di Berlusconi di lasciare in fretta e furia Villa Certosa, il 19 agosto. Fatto di cui si accorge solo L’Unione Sarda. “Berlusconi lascia la Sardegna, una persona del suo staff positiva al Coronavirus”, scriveva il quotidiano in un trafiletto di cronaca il 20 agosto.

Nonostante la grande rabbia, Marina Berlusconi pensa soprattutto alla salute del padre, in isolamento al San Raffaele, senza che nessun familiare lo possa vedere. Con una situazione che viene descritta “seria, ma non grave”. Ma il quadro resta di grande preoccupazione, vista l’età (sta per compiere 84 anni) e le malattie pregresse.

Ieri, intanto, si è fatta sentire anche Barbara. “È disumano essere trattata dai media come l’untrice ufficiale della persona cui voglio più bene. La caccia all’untore è una cosa da Medioevo”, ha detto la figlia di Veronica Lario al Corriere.it. “Dopo tre tamponi e un test sierologico negativo è molto improbabile che mio padre abbia preso il virus da me. Lui è risultato positivo molto dopo”, ha aggiunto. Spiegando inoltre di “non aver condotto alcuna vita sregolata: le volte che sono uscita si possono contare sulle dita di una mano, altro che movida, pannolini piuttosto!”. Ed è stato lo stesso Berlusconi a voler allontanare i sospetti da lei. “Non è stata colpa di Barbara”, ha detto. Con l’obiettivo, forse, di tranquillizzare il resto della famiglia ed evitare accuse reciproche tra i figli di primo e secondo letto, i cui rapporti notoriamente non sono idilliaci.