Zangrillo: “Silvio sta bene”. Ma ora sotto accusa c’è lui

“La situazione clinica è tranquilla e confortante”. Il ricovero di Silvio Berlusconi, scopertosi positivo al Covid il 2 settembre, “è stato ritenuto necessario perché soggetto a rischio per l’età e le patologie precedenti”. Nulla di preoccupante per fortuna: “Non è intubato, respira spontaneamente” e “i parametri sono rassicuranti”.

Alberto Zangrillo, da oltre 20 anni medico personale dell’ex premier e primario dell’Unità operativa di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, è la faccia del primo bollettino medico di Silvio Berlusconi.

Alle 16 di ieri, in conferenza stampa, ha illustrato le condizioni dell’ex presidente del Consiglio, ricoverato in isolamento presso il settore Diamante dell’ospedale milanese: nella sua stanza hanno accesso pochissime persone (sarebbero solo quattro).

Zangrillo dunque ha spiegato anche l’antefatto, a partire dal 2 settembre quando Berlusconi si è sottoposto al tampone. “Era programmato – ha detto ieri il primario – perché aveva soggiornato in luoghi risultati endemici”, non solo la Costa Smeralda in Sardegna, ma anche la Provenza, “e abbiamo rilevato una positività in un soggetto che ho definito asintomatico, ovvero privo di rilievi clinici”.

Poi, “nel volgere di qualche ora, nella giornata di ieri (mercoledì, ndr), in cui il presidente ha lavorato, è documentato che non si è risparmiato – ha aggiunto –, ho ritenuto di fare una visita come ogni medico fa ai suoi pazienti”. Da qui la scoperta del “blando coinvolgimento polmonare”, “una forma di infezione polmonare in una fase iniziale”, che, sottolinea Zangrillo, “è stata individuata nei tempi giusti, molto precocemente”.

Eppure il Covid in casa Berlusconi ha creato non poche tensioni, con la figlia Barbara (positiva anche lei, come il fratello Luigi) costretta ieri a ribadire di non essere “l’untrice” di famiglia.

Secondo quanto risulta al Fatto, tensioni ci sarebbero state anche tra alcuni dei Berluscones e Zangrillo stesso. Al centro, i messaggi del medico sulla portata del Covid-19. Come quando ha sostenuto che “il virus è clinicamente morto”, frase sulla quale è tornato ieri.

Insomma, per alcuni componenti della famiglia il primario avrebbe aver dovuto imporre prima riposo assoluto al suo paziente, senza ostentare eccessiva tranquillità.

Alla fine, due sere fa, la linea dura ha prevalso e Berlusconi è stato ricoverato al San Raffaele “per la sorveglianza, ma anche per l’attento monitoraggio, come deve accadere per ogni paziente”, ha spiegato ieri Zangrillo.

Che il clima (come anche è normale che sia in una situazione del genere) non sia serenissimo, è stato detto anche in conferenza stampa: “L’umore” di Silvio Berlusconi “non è dei migliori. E anche il mio”, ha riferito il medico. Che poi è tornato su quella frase pronunciata mesi fa: “Io non ho mai negato che il virus esista, che contagi e sia stato drammaticamente letale e pericoloso. Però sono stato anche il primo, il 28 aprile, a dire che dobbiamo convivere con il SarsCoV2, senza tener conto di un eventuale vaccino. Serve rispetto delle regole, ma anche distanza dall’isteria collettiva”.

Alla fine, la prescrizione: ora per il leader di Forza Italia, che potrebbe tornare a casa già tra pochi giorni, dovrà esserci “un regime di riposo assoluto”, ha detto ieri Zangrillo.

Oltre all’ex premier, in casa Berlusconi più di uno è risultato positivo al tampone. A parte i figli Barbara e Luigi, anche la nuova compagna e deputata di Forza Italia, Marta Fascina, come pure una delle guardie del corpo.

Fine degli alibi

Molti propagandisti del No puntano tutto sulla paura, spaventando i cittadini con minacce terroristiche sull’apocalisse che seguirebbe alla riduzione dei parlamentari da 945 a 600. E così attribuiscono alla riforma una portata epocale che non si confà a un utilissimo, ma modestissimo ritocco costituzionale. “Stravolgono la Carta del 1948 e tradiscono la volontà dei nostri Padri costituenti!” (ma i 630 deputati e i 315 senatori nella Carta non c’erano: furono aggiunti dopo, nel 1963, da un’altra riforma della Dc). “Il Parlamento, una volta tagliato, non funzionerà più” (ma tra il 1948 e il ’63, a ranghi ridotti, funzionava benissimo). “Qui si ledono la rappresentanza e la democrazia!” (che non dipendono dal numero degli eletti: altrimenti la Cina, con quasi 3mila parlamentari, avrebbe il record mondiale di rappresentanza e democrazia). Un lettore ligure – spero non nostalgico di Scajola – teme addirittura che col taglio “Imperia non sia più rappresentata”: il che è ben possibile, ma lo è anche oggi, e non per le norme costituzionali, ma per la legge elettorale che dà ai capipartito il potere di candidare non i rappresentanti dei territori, ma i suoi nominati (qualcuno sa chi rappresenta la sua città nell’attuale Parlamento?). Altri inorridiscono per il risparmio di “soli” 80-100 milioni all’anno, come se ci fosse qualcosa di male se il Parlamento, dopo decenni di polemiche anti-casta, si mette a dieta e recupera prestigio mentre chiede sacrifici ai cittadini. Per fortuna i sondaggi (Sì fra il 70 e l’82%) segnalano che la maggioranza degli italiani, come nel 2016 quando a fare terrorismo erano i renziani del Sì, non si lascia spaventare da false paure.

Molto più serie sono le obiezioni e i dubbi sui rischi di un Sì “al buio”, senza i correttivi imposti dalla riforma: sulla legge elettorale, che per fortuna si dovrà per forza cambiare dopo il Sì al taglio (se vince il No ci terremo i nominati del Rosatellum in saecula saeculorum); sul numero dei delegati regionali per eleggere il capo dello Stato, che va ridotto anch’esso di un terzo; e sull’elezione dei senatori su base circoscrizionale anziché regionale, per impedire che le Regioni più piccole e i partiti minori siano sottorappresentati. Ma negli ultimi giorni la maggioranza s’è accordata per votare i correttivi in parte prima del referendum e in parte subito dopo. Così chi preferiva il No per mancanza di correttivi potrà votare serenamente Sì. Magari ricordando ciò che disse all’Assemblea Costituente il 18 settembre 1946 uno dei Padri più nobili, Luigi Einaudi: “Quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata”.

Paese che vai, sogni che fai: la neve sulle Ande, gli autobus a Marsiglia

“Sognate! I sogni ricreano il mondo, ogni notte”, ha detto Neil Gaiman. Il sogno è il tema, declinato in molte sfumature, della 17esima edizione del Festival della Mente di Sarzana, in Liguria, da oggi a domenica. Tra i tanti appuntamenti, Da dove vengono i sogni? Uno sguardo antropologico sulla notte con protagonista Arianna Cecconi (domani alle 18), ricercatrice e docente d’Antropologia a Marsiglia (leggete il suo esordio in narrativa Teresa degli oracoli, Feltrinelli), che parte da una ricerca etnografica nata sulle Ande peruviane e proseguita in Europa a esplorare i diversi modi dei popoli di sognare.

Abituati, noi occidentali, a pensare in chiave freudiana ai sogni come prodotto dell’inconscio, scopriamo come possano arrivare “da fuori”. “Sulle Ande peruviane, ma anche in Asia, Africa, il sogno non è tanto connesso all’estemporaneo quotidiano ma al concetto di visita: qualcosa che giunge e ci tocca da fuori – una divinità o l’anima di un defunto per esempio – a veicolare un messaggio che si fa narrazione, condivisione collettiva. In molte culture i sogni pilotano decisioni, comportamenti, come non partire se si sogna un caro che lo sconsiglia. Sulle Ande è normalità, per noi eccezione”.

Paese che vai sogni che trovi, allora? “Come, dove e quando si dorme influenza la fabbricazione dei sogni”, prosegue Cecconi. “Farlo su un’amaca in mezzo alla foresta è diverso che in un appartamento metropolitano con la tv accesa. La montagna è elemento fisso nei sogni degli andini, nella periferia di Marsiglia i giovani sognano mezzi pubblici in ritardo e ascensori rotti, le donne migranti di tornare alla loro terra natale”. E la politica? Ce la portiamo anche a letto? “Gli italiani hanno sognato Berlusconi nei suoi anni d’oro (a cena, mentre sbrinava il frigo, per dire), gli americani Obama prima delle elezioni”. La storica Charlotte Beradt, ispirazione per Cecconi, aveva raccolto durante il Terzo Reich i sogni dei tedeschi per documentare gli effetti repressivi del regime. E l’odierna pandemia che immaginario onirico ha creato? “Ansiogeno. Da contagio, distanziamento, incertezza. Ma la speranza resiste: di rinascita, di curare i malati, debellare il virus, immaginare un nuovo domani”. Must l’apertura del festival oggi con l’immunologo Alberto Mantovani e la sua lectio magistralis Immunità, dal cancro al Covid-19: sogni e sfide.

Sinatra folle per Grace e per il Jack Daniel’s che gli avevo preso io

Frank Sinatra è stato uno dei più difficili. Un mastino. Vero caratteraccio. Sempre attento e circondato dalle forze dell’ordine e da bodyguard; chi si avvicinava, rischiava minimo uno spintone. Ovvio non l’ho mollato. E anche lui l’ho inseguito in giro per l’Europa, non sempre con grandi risultati, ma una sera a Montecarlo ho ottenuto ciò che desideravo: festa allo Sporting Club, grand soirée, tutto il gotha monegasco e internazionale riunito lì. Mi apposto con altri fotografi. Tutti scattano l’entrata degli invitati e se ne vanno. Io insisto. E non so come, riesco a infilarmi dentro. Aspetto un po’, non mi lancio subito, l’alcool doveva prima entrare nella bocca, nella testa e nelle vene dei presenti. L’alcool in molte situazioni è stato un grande alleato, allenta le difesa dei soggetti da ritrarre. Dopo un po’ inizio a girare e trovo Sinatra accanto a Grace Kelly, suo antico ed enorme amore, la donna della vita, di loro due si è favoleggiato di notti selvagge. Tranquilli si lasciano immortalare, mi avevano scambiato per il fotografo ufficiale. Finito il servizio, mi giro e pesto i piedi alla sorella di Ranieri di Monaco. Una tragedia. Inizia a urlare come posseduta, alla faccia della regalità, così scappo ben consapevole dei modi non troppo diplomatici della polizia monegasca.

Ma con Sinatra non è finita. Anni dopo, nel 1994, arriva a Roma e va a cena alla Taverna Flavia, con lui anche la moglie e Ben Gazzara. Mimmo Cavicchia, storico proprietario del locale, aveva organizzato una serata a base di mozzarella di bufala, prosciutto, insalata Veruska. Ma Sinatra: “Voglio Jack Daniel’s”. Mimmo sbianca. Esce, viene da me e supplica: “Vai da un amico e prendi una bottiglia”. Torno, gli do il whisky. Aspetto. All’una di notte esce Sinatra, sbronzo e sorretto dagli amici, non aveva mangiato nulla, per lui solo Jack Daniel’s. Io scatto. Mi vede e inizia a parlare in slang newyorchese. Non ho capito nulla. Ma non era molto amichevole.

 

La guerra (fredda) di Piero. L’ultimo Gobetti nella neve

Ha solo 25 anni, ma ha già conosciuto la galera, ha bruciato con frenesia, dedizione e coerenza assolute (quasi vivesse in un “monastero” laico dell’esistenza) i suoi brevi giorni: a leggere, studiare, formarsi, agire. Il regime fascista, da poco, ha chiuso la sua creatura più amata, prima della nascita del figlio Paolo (“Poussin”, come lo chiamava nelle lettere alla moglie Ada): La Rivoluzione liberale. Un anno prima, le squadracce lo hanno pestato sotto la casa dei genitori: sarà l’inizio della fine, perché pugni e calci contribuiranno ad aggravare le condizioni del suo cuore..

Quel 3 febbraio del 1926, però, Piero Gobetti non è disperato, a parte il congedo da Ada (“Didì”) e dal bambino. “Quando verrai a Parigi, non dimenticarti del Poussin”, è l’ultima battuta per distrarre la moglie. Ha deciso infatti: per l’esilio. In Francia, dove lo hanno già preceduto o si preparano a rifugiarsi Amendola, Nitti, Donati, Sturzo, Salvemini, Saragat, Nenni, Reale, Di Vittorio, Buozzi, Pertini. Non una resa, ma la presa di coscienza di chi sa che servono le condizioni per un’idea e la fedeltà a essa. “Potrei venire ai patti, ma non lo farò – aveva scritto a novembre a Giovanni Prezzolini –. È probabile che decida di venire a Parigi… Qui qualunque mia iniziativa anche letteraria sarebbe sabotata in odio a me”. E a Prezzolini e a Francesco Saverio Nitti ha già chiesto di aiutarlo per trovare un piccolo appartamento, un telefono e tre stanze. Il suo cervello continua a immaginare: proprio a Nitti vuole proporre la direzione di un giornale.

Quello, invece, sarà l’ultimo viaggio di Gobetti: verso la morte, il 15 febbraio, nella clinica di Neuilly-sur-Seine dove era già stato ricoverato Giovanni Amendola. Dodici giorni soltanto ancora, tutti tesi tra quell’autografo del Duce al prefetto di Torino, perché fosse resa “difficile la vita a Gobetti”, e l’intransigenza irriducibile riassunta nella citazione alfieriana del suo motto di editore: “Che ho a che fare io con gli schiavi”.

Prende una carrozza pubblica con il vetturino e il cavallo, Gobetti, per andare dalla casa di via Fabbro alla Stazione di Porta Nuova. In una Torino su cui cade la neve. Lo annoterà lui nei suoi ultimi appunti, “l’ultima visione… attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino”; lo richiamerà anche la moglie Ada, “nell’ora in cui tu sei partito, una nevicata fitta, bianca, improvvisa”. Ed è proprio da quella neve e da quella vettura a cavallo che prende spunto e titolo il commovente libro di Bruno Quaranta, giornalista e scrittore: Le nevi di Gobetti (Passigli Editore), vero cahier doloroso di un destino ormai brevissimo e segnato.

Il viaggio del vetturino e lo sguardo del passeggero si dilatano dalla “botte di vetro” nella planimetria della città, allungando il tragitto verso la stazione: un turbinio (quasi come i fiocchi di neve) di luoghi, palazzi, monumenti, statue e uomini e donne in carne e ossa: amicizie, maestri, compagni, occasioni e simboli. Una memoria brevissima e pur intensa, quasi un “romanzo di formazione” personale ma anche di un intero gruppo culturale e politico, il Pantheon di Gobetti, o anche le sue “bussole”, i suoi confrères (due parole da sempre molto amate nella prosa di Quaranta, giornalista agli esordi al Giornale di Montanelli e poi redattore culturale a La Stampa, quella ancora grande ai tempi dell’Avvocato e di un direttore galantuomo come Gaetano Scardocchia).

Raccoglie tutto e tutti, l’autore, nella fantasia della carrozza che si muove sotto la neve, ma anche nella ricostruzione storica: sino a smentire il “cortocircuito” che, sull’ultimo viaggio dell’intellettuale antifascista, era comparso negli scritti di Eugenio Montale che diceva di essere andato nella stazione di Genova per salutarlo. “Appariva intransigente, dinamico, ostinato, duro a morire, ma ahimé fragilissimo”. In realtà, il treno che attendeva Gobetti avrebbe preso subito la direzione verso Modane, tagliando fuori la Liguria.

A Parigi, il primo a notare il “forte pallore” sarà proprio Prezzolini. Poi tutto si accelera, i figli di Nitti e gli altri amici lo convinceranno al ricovero. Anche sull’autolettiga, Gobetti guarda fuori e sorride. Se ne andrà in solitudine e di notte, la sepoltura decisa al Père-Lachaise, quasi accanto alle tombe dei caduti della Comune di Parigi, e Ada arriverà all’ultimo minuto.

Sulla sua lapide, Quaranta iscrive, nell’ultima pagina, una promessa “invisibile e indelebile” di Gobetti tratta proprio da Montale, “Il mio giorno non è dunque passato”.

Ricardo, António, Àlvaro: i “colleghi” nella testa di Pessoa

Fino ad oggi, la spiegazione più eloquente di cosa fossero gli eteronimi del poeta Fernando Pessoa si trovava sulla sua tomba nel Monastero dos Jerónimos di Belèm, a Lisbona, dove le sue spoglie furono traslate nel 1985 dal Cimiteros dos Prazeres. È una stele addossata al muro, sulle cui tre facce visibili sono stampigliati i versi di tre poesie, attribuita ciascuna a un autore diverso: Alberto Caiero, Ricardo Réis, Àlvaro de Campos. Sono tre dei 136 eteronimi di Pessoa. In basso sulla faccia centrale, quasi illeggibile per il riverbero del sole, è apposto con carattere più grande l’ortonimo: Fernando Pessoa, nato nel 1888, morto nel 1935.

Oggi Quodlibet pubblica tutti gli scritti – le istruzioni – per mano di Pessoa circa la Teoria dell’eteronimia, la più esaustiva ed emozionante chiave di lettura del vertiginoso processo mentale e creativo da cui scaturì una produzione poetica e filosofica unica nella storia della letteratura.

Gli eteronimi (dal greco héteros, “diverso”, “altro”) non sono pseudonimi, come spesso si crede, laddove lo pseudonimo è un sé stesso con un altro nome; non sono personaggi letterari immaginari, labili ombre dell’individuo originale, che anzi si sente “meno reale degli altri, meno unico, meno personale, eminentemente influenzabile da loro”; non sono voci sgorgate da un’intrusione automatica, come quella delle scritture spiritistiche che Pessoa amava frequentare. Essi sono persone distinte, scrittori dotati ciascuno di una propria individualità, con biografie, emozioni, opinioni e stili propri, che Ferdinando non condivide. “Oggi non ho più personalità”, scrive nel 1928; “quanto in me c’è di umano, l’ho diviso tra vari autori della cui opera sono l’esecutore”. Essi non sono nemmeno escrescenze di una personalità multipla di tipo psicopatologico, perché queste avrebbero disintegrato l’io-Fernando, che invece è lucido e presente, spesso simultaneamente agli altri, dove “spesso” è da intendersi non nel senso dell’intermittenza, o che quando a scrivere è ad esempio Ricardo Reis, il medico latinista monarchico, Fernando tace (anche se Àlvaro de Campos “appare sempre quando sono stanco e insonnolito, quando le mie qualità, le mie capacità di ragionamento e inibizione sono un po’ affievolite”); bensì perché essi non sono nati con Fernando, e alcuni sono già morti mentre lui è vivo (Pessoa li aveva fatti nascere tutti sotto particolari congiunzioni astrali, nelle quali credeva). Alberto Caeiro, poeta bucolico anticlericale dedito al culto dell’autenticità, è morto nel 1915, dopo aver trascorso tutta la vita in provincia presso una vecchia zia; Ricardo Reis invece è emigrato in Brasile nel 1919 (Saramago nel suo capolavoro lo farà tornare a Lisbona nel ’35, finalmente libero dopo la morte di Fernando). È per questo che nessuno dei due, nel 1920, all’epoca della storia d’amore con Ophèlia Queiroz, segretaria di una ditta di trapani, è con Fernando. C’è però con lui Àlvaro de Campos, l’ingegnere navale oppiomane; è lui a scrivere più volte alla ragazza per spingerla a lasciare Fernando, in concomitanza con l’arrivo dell’“onda nera” che si abbatté su di lui nell’ottobre del 1920, cui fece seguito la decisione di entrare in una clinica psichiatrica.

C’è un eteronimo che gli somiglia: è Bernardo Soares, impiegato e poeta, autore principale del Libro dell’Inquietudine. Inappariscente, dimesso, abituato alla solitudine delle camere d’affitto, Soares è “un semieteronimo” perché, “pur non essendo la sua personalità la mia, dalla mia non è diversa, ma ne è una semplice mutilazione. Sono io senza il raziocinio e l’affettività” (Antonio Tabucchi dirà che Soares, questo Pessoa mutilato, è un uomo che sta alla finestra e guarda).

La tecnica letteraria di Pessoa è la variante letteraria e fantastica della liberazione del sé dall’illusorio e doloroso mondo mentale promessa dalle filosofie orientali. È una tecnica (e un’etica) atletica, esponenziale, frattale, mistica; crea o meglio riconosce sé alternativi e paralleli che a un certo punto e in un qualche dove sono esplosi, in un big bang dell’identità: “Ho creato me stesso, obbrobrio fastoso, uno sfarzo di dolore e di estinzione. È morto colui che non sono mai stato”.

Il più dedito alla ricerca della verità, oltre e spesso contro la volontà di Pessoa, è António Mora, che vuole tornare all’epoca dei greci (indossa una toga antico-romana) e rifiuta il progresso in senso radicale, nietzschiano: “Bugiardi sempre, viviamo mentendo. Non viviamo la nostra vita; è la nostra vita che ci vive”. Non è un caso che Antònio Mora, unico in tutta la “affollata solitudine” di Pessoa, sia recluso nella clinica psichiatrica di Cascais, dove Pessoa in persona lo va a trovare: il racconto del loro colloquio, un capolavoro di ingegno e profondità, è in appendice al trattato Il ritorno degli dei, firmato ovviamente da António Mora.

La Festa del “Fatto” 2020: quest’anno ci vediamo in streaming sul nostro sito

Coronavirus, taglio dei parlamentari, giustizia, delitti. Ma anche cinema e musica: parte stasera la tre giorni di Festa del Fatto Quotidiano, quest’anno solo in streaming a causa delle norme anti assembramento. Sul fattoquotidiano.it, su tvloft.it, sulla app di Loft e sulla pagina Fb del Fatto, potrete assistere in diretta agli incontri. Si comincia alle 21 con il corto di Alessandro Montanari sui giorni del lockdown, “Il giro del palazzo”, con il reading di Francesco Montanari. A seguire Emanuele Salce con brani dallo spettacolo Mumble mumble. Domani alle 11 i virologi Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo sul Covid. Alle 12, il premier Conte con Peter Gomez e Antonio Padellaro. Nel pomeriggio, la ministra Azzolina, Sabrina Ferilli, Roberto Scarpinato e alle 21 la chiacchierata di Marco Travaglio dal titolo Scene da un manicomio. Domenica è il giorno del sottosegretario Riccardo Fraccaro e di Alfiero Grandi sul referendum, del ministro Roberto Speranza con Gad Lerner, di Maurizio De Giovanni e Massimo Fini, del ministro Gualtieri, di Franca Leosini e Selvaggia Lucarelli. Alle 21 parole e musica di Nina Zilli.

Dietro le spalle di Macron c’è Total

Due mesi prima della devastante esplosione nel porto di Beirut, a una banchina dello scalo era ancorata la nave trivella Tungsten Explorer, noleggiata dalla società petrolifera francese Total.

Anch’essa è parte del consorzio per far emergere il gas davanti alle coste del Paese dei Cedri. Per il Libano che importa il 90% del proprio fabbisogno energetico, si tratta di una tema cruciale. Ma va da sé che la questione del reperimento di gas in loco e di chi lo si aggiudicherà con diritto di sfruttamento è fondamentale anche in termini geopolitici. Le critiche di neocolonialismo sollevate in patria dalle opposizioni del presidente francese Emmanuel Macron hanno taciuto questo aspetto del suo “attivismo”, apparentemente incentrato solo sul salvataggio dell’ex protettorato dalla bancarotta imminente. In Libano, già durante la prima visita subito dopo l’esplosione, dietro la minuta figura di Macron si stagliava quella del gigante petrolifero francese che ha iniziato le perforazione nelle acque al largo del Libano. Total, capofila di un consorzio formato dall’italiana Eni e dalla russa Novatek, sta perforando un pozzo nel Blocco 4, che è stato assegnato nel 2017, quando Macron riceveva all’Eliseo l’allora premier Saad Hariri, sostenuto strenuamente da Parigi – fino a che la piazza libanese in rivolta lo ha costretto a dimettersi – in chiave anti-Hezbollah. Il premier fresco di nomina, Mustafa Adib, titolare anche di passaporto francese, è di fatto un alter ego di Hariri e quindi è gradito alla Francia perchè in linea con i suoi piani, tra cui aggiudicarsi le maggiori aree di perforazione dell’enorme giacimento offshore. Il consorzio guidato da Total aveva ottenuto due blocchi nella prima tranche di licenze negli ultimi mesi del governo di transizione di Saad Hariri. Le entrate dei giacimenti offshore di petrolio e gas aiuterebbero il paese a sostenere le sue finanze e permetterebbero alla Total di navigare in acque “pescose” dando alla Francia un ruolo primario in questo braccio del Mare Nostrum considerata l’escalation della disputa in corso nell’Egeo tra Grecia e Turchia a causa del diritto di trivellate le acque attorno all’isola greca di Kastelloryzo e di Cipro. Ankara si è scagliata più volte contro Parigi per il sostegno della Francia – con Egitto ed Emirati – a Khalifa Haftar, l’ex uomo forte della Cirenaica zeppa di gas e, senza nominarla, per il monopolio di Total. Negli ultimi due anni nel bacino del Mediterraneo ci sono state scoperte di alto profilo, in particolare in Israele, Egitto e Cipro, che fanno sperare in un rendimento simile al largo del Libano. I recenti problemi interni però e la mancanza di un governo (Macron ha intimato ad Adib di formarne uno in 2 settimane) hanno bloccato i piani per proseguire i lavori di esplorazione e gli sforzi per mantenere le zone di esplorazione assegnate.

Fayrouz, la voce “turchese” che unisce il Libano in crisi

Nella sua visita in Libano, il presidente Emmanuel Macron dopo aver incontrato la pletora dei soliti politici – il suo collega Michel Aoun, il presidente del Parlamento Nabih Berri, l’ennesimo premier di carta Mustafa Adib – ha voluto rendere visita a Madame Fayrouz per consegnarle la Legion d’Onore, la massima onorificenza francese. Difficile trovare le parole giuste per parlare della “voce del mondo arabo”. Non c’è taxi a Beirut, come al Cairo, Tunisi, Algeri o Marrakesh da dove non esca la sua voce. Oggi alla sua età non si concede più al suo pubblico da dieci anni, ma 80 dischi e 1.500 canzoni incise parlano adesso per lei. Fayrouz è l’ultima leggenda della musica vivente nel mondo arabo e un raro simbolo di unità nazionale nel Libano, sempre lacerato da crisi ricorrenti.

Dalla morte della diva egiziana Umm Kulthum nel 1975, nessuna cantante araba è stato venerata così profondamente come Fayrouz, 85 anni, un nome d’arte che in arabo significa “turchese”, che vive ancora nel sobborgo di Rabieh, a circa 14 chilometri a nord di Beirut. Per decenni ha affascinato il pubblico di tutto il mondo, dalla nativa Beirut a Las Vegas, dall’Olympia di Parigi alla Royal Albert Hall di Londra. Da mezzo secolo, quasi tutte le stazioni radio della regione aprono le trasmissioni mattutine con una sua canzone. Quando cantava dal vivo, sembrava come in “trance”: volto magro, occhi vitrei, espressione stoica, piccoli sorrisi che lampeggiavano rapidamente sul suo viso. Ha cantato l’amore, il Libano e la causa palestinese, in ballate che hanno rivoluzionato la musica mediorientale nel ritmo e nelle lyrics. Molte delle sue canzoni più popolari sono odi nostalgiche dei tempi pastorali. Altre sono poesie libanesi musicate di Gibran Khalil e Said Aql. A chiunque chiediate nelle strade di Beirut – sia cristiano che musulmano, caldeo o druso – vi dirà: “Lei è la nostra ambasciatrice tra le stelle”.

Nata Nouhad Haddad nel 1934 da una famiglia cristiana della classe operaia, ha studiato al conservatorio nazionale da adolescente. Suo padre, un uomo tradizionalista, accettò solo a patto che suo fratello maggiore l’accompagnasse. Fu durante il suo periodo con il coro della radio di Stato libanese, che il musicista Halim al-Roumi la soprannominò Fayrouz e la presentò al compositore Assi Rahbani, che sposò nel 1955. Fayrouz, Assi e suo fratello Mansour hanno rivoluzionato la musica tradizionale araba fondendo elementi classici occidentali, russi e latini con ritmi orientali e una vena di jazz, in un’orchestra moderna. La sua prima esibizione al Festival Internazionale di Baalbeck nel 1957, la proiettò sulla scena internazionale. Diventò la regina della musica araba grazie anche al suo sostegno alla causa palestinese, con brani come Sanarjaou Yawman (“Un giorno ritorneremo”), un’elegia per i palestinesi esiliati dopo la creazione di Israele nel 1948. Negli ultimi anni è scomparsa dalla vita pubblica, ma la sua voce impetuosa risuona ogni mattina nei caffè. “Quando guardi il Libano ora, vedi che non ha alcuna somiglianza con il Libano di cui canto, quindi quando ci manca, lo cerchiamo attraverso le canzoni”, raccontò in una rara intervista al New York Times durante la guerra civile (1975-1990), quando rimase nella sua casa a nord di Beirut rifiutandosi di schierarsi. Al suo primo concerto dopo la guerra nel 1994, quasi 300mila persone si pigiarono nelle strade del centro di Beirut, commosse fino alle lacrime dalle parole di una sua celebre canzone: “Ti amo, mio Libano. Hanno detto che cosa succede nel paese delle feste, cosparso com’è di fuoco e dinamite? Anche nella tua follia, io ti amo”. Madame Fayrouz è notoriamente schiva. “Quando vuole, può essere davvero divertente. È anche una brava chef e ama servire lei stessa i suoi ospiti”, racconta Doha Chams, suo addetto stampa. Che precisa: “Lei odia l’invasione nella vita privata”.

Caso Kuciak: condannati i killer, assolti i due mandanti

Nessuna giustizia a Bratislava. Gli esecutori dell’omicidio del reporter Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnira rimarranno per decenni dietro le sbarre, ma il mandante del delitto e la sua intermediaria cammineranno a piede libero per la Slovacchia. È stata questa la decisione dei giudici del tribunale speciale, che hanno giudicato ieri gli imputati coinvolti nella morte del giornalista d’inchiesta, assassinato in casa insieme alla sua fidanzata il 21 febbraio 2018. A una manciata di km dalla stessa Capitale che scese in piazza per protestare contro il governo dell’epoca, coinvolto nell’insabbiamento dell’assassinio, il tribunale di Pezinok ha condannato ieri a 25 anni di carcere Tomas Szabo, uno dei due omicidi del giornalista, ma ha invece assolto, – con una sentenza criticata subito dal commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatovic –, il tycoon Marian Kocner e la sua intermediaria Alena Zsuzova. Sulle spalle dell’altro esecutore materiale dell’assassinio, Zoltan Andrusko, pende già una sentenza di 35 anni di prigione. I due killer sarebbero stati pagati 40 mila euro per fermare per sempre la voce e la penna di Kuciak dalla Zsuzova, a cui però ieri i togati slovacchi hanno deciso di concedere assoluzione e libertà. Sul ricchissimo uomo d’affari Marian Kocner, sui suoi legami con la politica del Paese e la Ndrangheta, indagava Kuciak, giornalista 27enne del giornale Aktuality, mentre analizzava un complesso sistema di frodi attraverso l’uso di fondi dell’Unione europea. Il sangue innocente di Kuciak due anni fa risvegliò la Slovacchia, che scese in strada per le più grandi manifestazioni mai registrate dalla fine dell’era comunista: lo sdegno per la sua morte fece cadere il governo guidato da Robert Fico, costretto a dimettersi per lasciare spazio prima al suo vice Peter Pellegrini, in seguito al nuovo governo guidato da Igor Matovic, partito anticorruzione Olano. Ma non è bastato ieri per ottenere giustizia. Strasburgo ha rimuginato sul verdetto: “La decisione del tribunale dimostra che c’è ancora lavoro da fare per garantire giustizia”. Jozef Kuciak, padre del reporter, rimasto “disgustato” dalla decisione del tribunale, come i parenti dei ragazzi uccisi, in lacrime di rabbia per la sentenza, ha giurato invece alle telecamere: “La giustizia prevarrà alla fine, non finisce qui”.