“Io, nel clan dei poliziotti francesi a pestare migranti”

Avevo appena recuperato l’arma di servizio, quando un uomo in stato di fermo chiede di poter andare al bagno. Bussa alla porta della sua cella, bussa di nuovo, nessuno risponde. Poi una terza, più forte. Un agente si alza, lo tira fuori dalla cella e lo picchia. Mezz’ora dopo sono davanti alla porta del commissariato. Arriva una donna che vuole denunciare il marito che l’aveva minacciata. Era sconvolta. Il mio collega le risponde: ‘Madame, torni la prossima volta. Questo è stato il mio primo giorno in polizia’”. Sui sei mesi passati con la divisa, Valentin Gendrot, 32 anni, giornalista “infiltrato”, ormai ex poliziotto, ha scritto un libro, Flic, in cui denuncia violenze e disagi quotidiani di un commissariato del 19/mo arrondissement di Parigi, uno dei quartieri più popolari della città. “Violenze coniugali, familiari e litigi tra vicini – racconta al Fatto – sono il grosso degli interventi degli agenti di quartiere. Ma non sono preparati. Sulle violenze coniugali, da poliziotto a contratto ho ricevuto una formazione di tre ore, di cui due a guardare un film”.

Perché ha voluto infiltrarsi nella polizia?

La polizia è un tema scottante in Francia. C’è chi la ama, chi la detesta. Mi interessava raccontarne il quotidiano dall’interno, senza limiti né tabù. In polizia bisogna rendere conto di tutto, ma ci sono interventi che sfuggono ai radar. Contro i migranti, per esempio. Il copione è sempre lo stesso: il migrante viene fermato, fatto entrare nel furgone, pestato di botte e rilasciato qualche chilometro più in là. Ciò che succede nel furgone resta nel furgone.

Chi sono i poliziotti violenti?

Una minoranza. Nella mia brigata di 32 agenti, erano cinque o sei. Giovani molto simili a me, di provincia, classe media. Ma ciò che sciocca di più è che gli altri li coprono. La polizia funziona come un clan. Non si fa la spia, non ci sono traditori. Anche chi non è d’accordo con queste pratiche sta zitto.

Contro chi esplode questa violenza?

Sempre gli stessi, quelli che gli agenti chiamato les bâtards, i ragazzini neri o arabi di quartiere o gli immigrati. La violenza contro di loro è sistematica, spesso ingiustificata. Un giorno un immigrato irregolare algerino, fermato per aggressione sessuale, era seduto, in manette, e aspettava di essere interrogato. Un agente lo ha insultato e picchiato senza motivo. Un giorno siamo intervenuti per dei giovani che sentivano la musica ad alto volume e davano fastidio. A un certo punto scoppia una rissa e un agente picchia uno di loro. Io stesso ho firmato un verbale falso in cui si scaricava la colpa sul ragazzo.

La violenza è diventata una banalità?

Un giorno un giovane si è fatto beccare in un negozio a rubare. Il nostro compito era di fermarlo e portarlo in commissariato. Invece, una volta nel furgone, lo picchiano e lo rilasciano: tanto sanno che per un piccolo furto non sarebbe mai stato condannato. I poliziotti si fanno giustizia da sé tutti i giorni. Non li scuso, ma li capisco. Non si sentono considerati e lavorano in pessime condizioni.

Ce le descriva.

Inizi la giornata alle 6 respirando l’urina e il sudore dei fermati, gestendo i tossicomani sotto l’effetto del crack. Il commissariato è in cattivo stato. Vuoi uscire in pattuglia, ma il veicolo non parte. Per mesi ci siamo cambiati al buio perché il neon degli spogliatoi era rotto. Ho visto topi mangiare il cibo dei fermati. Un collega si è suicidato.

Non si è sentito ‘complice’?

Da una parte c’era il poliziotto, dall’altro il giornalista. Mi ero fissato sei mesi e ho tenuto duro, sapendo che avrei denunciato. Non puoi fare granché. E io, rispetto ai miei colleghi effettivi, ero solo un piccolo flic.

Atlantia avvia la “scissione” di Aspi Stallo con Cdp su prezzo e manleva

L’accordo con la Cassa Depositi e Prestiti per l’uscita dall’azionariato ancora non c’è, ma lo schema per la separazione tra Atlantia e Autostrade per l’Italia prende forma. Ieri è arrivato il primo passo. Il Consiglio di amministrazione della holding, che controlla il concessionario, ha deliberato di procedere alla creazione di una newco destinata a ricevere “sino all’88% del capitale di Aspi” che sarà denominata “Autostrade Concessioni e Costruzioni S.p.A.”. Se e come si procederà poi davvero non è chiaro: tutto è demandato a una nuova riunione del cda.

Atlantia controlla l’88% di Autostrade. L’ipotesi più accreditata è che ceda alla nuova società il 70% di Aspi e poi la quoti in Borsa. In questa newco (che avrà la stessa compagine sociale di Atlantia) entrerà poi la Cassa depositi con altri “investitori istituzionali” attraverso un aumento di capitale riservato. I soldi messi da Cdp e soci serviranno a ridurre l’indebitamento mostruoso di Aspi e per acquistare il restante 18% del concessionario ancora in mano ad Atlantia. Lo schema non è quello deciso nell’accordo tra i Benetton e il governo il 14 luglio scorso, ma molto dipenderà dalla trattativa con Cdp.

Se i contorni si definiscono, manca tutto il resto. I nodi principali riguardano il valore di Autostrade, da cui discenderà il prezzo pagato dalla Cassa depositi per prenderne il controllo. Gli azionisti di Atlantia, ma anche i quelli di minoranza di Aspi, vogliano una valutazione superiore ai 10 miliardi. Atlantia ha a bilancio la sua controllata a 6 miliardi. Sopra quella cifra ne esce (e con lei i soci, Benetton compresi) con lauta plusvalenza. Cdp vuole che il valore sia fissato dagli advisor, ma molto dipenderà dalla tempistica di ingresso nell’azionariato. Se Aspi viene prima quotata, il prezzo lo farà la Borsa e i Benetton usciranno, come si suol dire, a prezzo di mercato. In questo senso non ci sarà nessuna sanzione finanziari impartita dal governo per il disastro del Morandi. L’unico effetto a oggi quantificabile è che prima della tragedia dell’agosto 2018 Aspi veniva valutata oltre 14 miliardi.

L’altro nodo è la manleva legale. La rete in concessione ad Aspi ha bisogno di profondi investimenti, è antiquata e viene da decenni in cui la gestione Benetton ha spremuto utili alla concessionaria anche a scapito della manutenzione. Cdp non ha intenzione di entrare senza tutelarsi da possibili disastri che possano avvenire in un certo arco di tempo dalla presa di Autostrade e questo la dice lunga sulla gestione dei tremila chilometri di rete fatta finora da Atlantia.

Un’intesa al momento appare lontana, serviranno diversi giorni. Ma soprattutto, a dare il prezzo ad Aspi, sarà la nuova concessione e il nuovo piano finanziario che Atlantia sta negoziando con il ministero delle Infrastrutture. Non sarà una cosa breve.

Mediaset, Vivendi ha vinto: finisce l’epoca del duopolio

Èfinita un’epoca: come lo farà è la scelta, non certo piccola, che rimane in mano a Silvio Berlusconi e alla sua famiglia. Si parla della sentenza – eh, i soliti giudici – della Corte di Giustizia Ue che ieri ha accolto il ricorso di Vivendi contro una disposizione dell’Agcom che, sulla base della “legge Gasparri”, bloccò i diritti azionari dei francesi in Mediaset. Il mondo in cui è cresciuto il potere del fu Caimano, quello del duopolio Rai-Cologno Monzese, non esiste già più: la sentenza di ieri dà il via libera allo smantellamento anche dell’illusione ottica di quel che ne resta e apre la porta a una vasta aggregazione che potrebbe coinvolgere Tim, Sky Italia e altre aziende.

Andiamo con ordine. Era la fine del 2016 quando il gruppo di Vincent Bolloré ruppe la pace con Berlusconi e avviò “una campagna di acquisizione ostile”, scrivono i giudici basati in Lussemburgo, arrivando al 28,8% del capitale di Mediaset, pari al 29,94% dei diritti di voto in assemblea. Il Biscione accusò i francesi “di aver violato la disposizione italiana che, allo scopo di salvaguardare il pluralismo dell’informazione, vieta” di avere anche indirettamente oltre il 40% dei ricavi nazionali nel settore Tlc e oltre il 10% del cosiddetto Sic (sistema integrato delle comunicazioni), cioè tv, giornali eccetera. In sostanza, il 23,9% di Tim in mano a Vivendi (primo socio dell’ex monopolista della telefonia) le impediva di muoversi in Mediaset (e viceversa) per via di un comma della legge Gasparri.

Nel 2017 l’Agcom diede ragione al ricorso di Mediaset e il 19,19% delle azioni francesi fu congelato nel trust Simon Fiduciaria. Nel 2018, invece, l’atto di nascita del governo gialloverde fu anticipato dall’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in Tim in funzione anti-Vivendi (a Chigi c’era Gentiloni, ma Lega e M5S diedero il loro ok preventivo): quell’operazione fu la contropartita concessa a Berlusconi per dare a Matteo Salvini il via libera al governo coi 5Stelle senza rompere l’alleanza nelle Regioni.

Cos’è successo oggi? Tutto nasce dall’ovvio ricorso al Tar di Vivendi contro la decisione dell’Agcom e la legge Gasparri. A loro volta i giudici si sono rivolti alla Corte di Giustizia Ue, che ora dice che quel vincolo antitrust è irragionevole e contrario al diritto comunitario, restituendo di fatto il pieno diritto alle proprie azioni a Vivendi e – grazie al dispositivo della sentenza – dando il via libera all’integrazione tra società di Tlc e gruppi televisivi. Il titolo Mediaset ha banchettato in Borsa (+5%): gli investitori preferiscono gli invasori francesi all’asfittica gestione familiare che – basta leggere gli ultimi bilanci – sta portando l’azienda a consunzione con un modello di business logoro e senza futuro (dicono qualcosa Netflix o Amazon video?).

La prima linea del management storico di Mediaset (da Pier Silvio e Confalonieri in giù) aveva provato l’ultimo arrocco col progetto del (mini)polo europeo della tv: unire la divisione spagnola e quella italiana – più il 20% della tedesca Prosebiensat – in una Mediaset di diritto olandese per rafforzare finanziariamente e via regolamentazione legale il controllo del Biscione su un’azienda che in Italia non produce più utili. Il progetto è stato anch’esso fermato in tribunale – ah, questi giudici – sia in Spagna che in Olanda: ovviamente su ricorso di Vivendi.

E ora? Le intenzioni di Silvio Berlusconi non sono chiare, ma alcuni manager del gruppo, con la benedizione silenziosa dei tre figli di Veronica Lario, hanno tenuto aperto un dialogo coi francesi anche in questi anni. Tutto dice che, al di là delle dichiarazioni pubbliche, Mediaset e Vivendi dovranno accordarsi: la prima adesso è una preda molto indebolita, la seconda ha interesse a mettere a frutto i suoi investimenti italiani e a togliere di mezzo la richiesta di risarcimento da oltre 3 miliardi seguita al rifiuto francese di comprarsi il bubbone Mediaset Premium.

Questo accordo a due sarebbe però solo il primo passo: la partita della tv di Cologno s’intreccia in maniera inestricabile con quella della rete unica, dove finora governo e Vivendi sono andati d’amore e d’accordo e che pare interessare adesso anche Mediaset (“se non ci sono più vincoli, valutiamo con interesse il progetto della società della fibra”). La rete serve per i servizi di telefonia e Internet ed è sul web che viaggia oggi e ancor più domani la tv o, meglio, la fruizione di contenuti video. Non è un caso che Bolloré – che ha già una media company attiva in tutta Europa – abbia investito oltre 5 miliardi e mezzo su Mediaset e Tim (registrando finora una cospicua perdita): l’integrazione in un mega-produttore di contenuti e servizi di livello europeo è l’unica prospettiva per combattere la vera guerra del futuro, quella contro i cosiddetti OTT, gli “over the top” della rete come Amazon, Facebook o Google.

La sentenza di ieri riapre anche questa partita che, nelle chiacchierate informali mai interrotte, ha interessato anche Sky Italia, non proprio nel cuore dei proprietari, gli americani di ComCast. Non secondario, infine, il fatto che la nuova aggregazione – coinvolgendo Tim – possa riguardare anche Cassa depositi e prestiti (azionista col 10%): un occhio pubblico a questo cambiamento epocale non dispiace al Pd, ma non è chiaro cosa pensino i 5Stelle, Beppe Grillo e i berlusconiani del centrosinistra Renzi e Calenda.

Il circo di quelli che mai iscritti al carroccio

Dice dunque la Lega che questo Luca Cavazza, che a Bologna se la spassava a villa Inferno con ragazzine e cocaina, non è iscritto alla Lega, ci mancherebbe, anche se alle ultime Regionali stava in lista con quel capolavoro di Lucia Borgonzoni, che si candidava a guidare la Regione Emilia-Romagna con il programma intitolato “Parliamo di Bibbiano”. E avevano entrambi a cuore la sorte dei minori.

Dice anche, la Lega, che Luca Traini, quello che un paio di anni fa a Macerata fece il tiro a segno contro ragazzi di colore, avendo a cuore una ragazza bianca malamente uccisa, non era della Lega, anche se l’anno prima era candidato nelle liste della Lega alle Comunali di Corridonia.

E siccome a breve si scoprirà che neppure Gianluca Savoini, quello dell’Hotel Metropol di Mosca dove trattava i 65 milioni, né Attilio Fontana, il cognato di quello dei camici fatturati per sbaglio, e neppure i contabili della Lega indagati per riciclaggio e per la sparizione dei 49 milioni sono mai stati iscritti alla Lega, la trovata è buona. Così buona, che alla vigilia del processo in Sicilia per sequestro di persona, potrebbero usarla per il loro prossimo imputato, mai iscritto alla Lega, Matteo Salvini.

Paradiso bullizzato per “Ricordami”: ma è una tal ciofeca che alla fine l’ascolti

“Ricordami è il nuovo singolo di Tommaso Paradiso che, lo ricordo, ha riconsegnato il tesserino e non è più “Thegiornalisti”. È un freelance della musica, niente più band zavorra, un divorzio che ha commentato così: “Ricomincio da me”, una frase perfetta per una copertina di Oggi con la Pascale. E quindi ogni suo nuovo singolo da “singolo” viene ormai accolto dalla polemica nostalgica: “Eh, da solo vale la metà”, “Senza la band ha perso smalto” e così via. Un po’ come Al Bano quando ha smesso di cantare con Romina. Solo che di lui dicevano che non era più lo stesso perché ci aveva guadagnato. Ad ogni modo, cerchiamo di restare lucidi e di valutare il nuovo singolo di Tommaso Paradiso per quello che è, senza condizionamenti, malinconie cretine e rimpianti per ciò che era e non è più. E cioè una ciofeca. Un misto tra Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri e la sigla di Occhi di gatto. Chi gli vuole bene dice che è una canzone “con arrangiamenti piacevolmente retrò”, chi gli vuole meno bene dice che “se faceva suonare una scimmia coi coperchi delle pentole era meglio”. Comunque, spero che si porti la brunetta nei tour per duettare perché sarebbe perfetta. Il testo, poi, è un capolavoro. Si va da “Noi che crediamo solo ai sogni e basta, noi che fumiamo mentre va la pasta”, che boh, non si capisce a quale specifica categoria sociale si rivolga, se c’è un gruppo fb che si chiama proprio “noi che fumiamo mentre va la pasta”, se ci sia gente che inizia a fumare solo quando butta la pasta perché il fumo aiuta ad ammazzare il tempo, se c’è chi si butta nella pentola insieme alla pasta e quindi inizia a fumare, nel senso intransitivo della faccenda, insomma, non si spiega. Il resto, poi, è tutto un “abbracciami”, “baciamoci” e altri finti imperativi da maschio alfa. Paradiso ha letto le critiche social e ha risposto, piccato, che tutte le sue canzoni che in passato sono state “bullizzate” (ora si bullizzano pure le canzoni, “Trottolino amoroso” quindi dovrebbe chiedere il codice rosso), hanno poi avuto un incredibile successo. Il che è vero. Infatti io sto ascoltando Ricordami per la terza volta. Ha vinto lui, ancora una volta. Maledetto.

Mail Box

 

Ciao Gianni, nostro accanito sostenitore

La moglie Gioia annuncia la morte di Gianni Serra, regista, vostro accanito lettore e sostenitore.

Gioia Benelli

 

Mi avete quasi convinto a sostenere il Sì

Fino a qualche giorno fa ero convintissimo di votare No al referendum costituzionale del 1948, non nascondendo di avere sensi di colpa per aver votato Sì al referendum che ha portato alla modifica del Titolo V e rabbia per la modifica del pareggio di bilancio, fatta su due piedi dal governo Monti con l’avallo di quasi tutti i partiti. Pur essendo un assiduo lettore, fin dal primo numero, del nostro giornale, leggevo gli articoli pro Sì anche del nostro direttore con molto scetticismo. Devo dire di aver apprezzato molto l’apertura del giornale (e del direttore Travaglio) alle posizioni e alle ragioni del No, non nascondendole e anzi favorendone la contrapposizione e, quindi, il sereno e franco dibattito. Oggi, però la mia decisione, comincia a vacillare e, dopo aver valutato, non solo le questioni tecniche di realpolitik (come si dice in questi casi), devo dire che comincio a valutare seriamente l’ipotesi di votare Sì. Qualunque cosa deciderò alla fine, devo ringraziare il Fatto Quotidiano. Fare giornalismo corretto, democratico e obiettivo, serve davvero ai cittadini che vogliono essere informati e decidere con la loro testa.

Roberto Napoletani

 

Sono molto perplesso dalla scelta dell’Anpi

Caro Travaglio, nel dibattito sul referendum ho particolarmente apprezzato il lucido e puntuale intervento di Salvatore Settis. Io voterò convintamente Sì. Mi meraviglia invece la posizione dell’Anpi, che sta invitando fortemente i suoi iscritti a votare No. Sono figlia di partigiano, iscritta all’Anpi, fedele alla Costituzione e questa presa di posizione mi lascia davvero perplessa.

Maria Grazia De Vivo

 

Sto col No per difendere la nostra Costituzione

Spero chel’80 per cento degli italiani voti No. Non per destabilizzare questo governo, ma per non destabilizzare la nostra preziosa Costituzione. Covid, importante crisi economica (il peggio lo vedremo anno nuovo), politici incerti e fatiscenti, non mi sembrano il presupposto per portare gli italiani a votare. Anpi dice No! Non mi risulta essere un potere forte, magari. Avete dato ben poco spazio a chi ha lottato per arrivare alla nostra preziosa Costituzione.

Camilla

Cara Camilla, la Costituzione non c’entra nulla perché il testo originario del 1948 stilato dai nostri Padri Costituenti non fissò un numero preciso di parlamentari: gli attuali 630 + 315 furono poi aggiunti da una legge costituzionale fatta dalla Dc e dai suoi alleati. Che non è il Decalogo affidato dal Signore a Mosè sul monte Sinai, ma può e deve cambiare a seconda dei tempi e delle esigenze. Tantopiù che nel 1963 il potere legislativo era esclusiva delle due Camere, mentre oggi, e da decenni, si è esteso alle Regioni e all’Ue.

M. Trav.

 

La destra attuale è un’inutile accozzaglia

Mi auguro con tutto il cuore che il sondaggio citato dal Direttore che dà la maggioranza giallorossa, persino priva, o forse proprio grazie a ciò, di Italia Viva, appaiata o addirittura superiore alla destra sia poi riproducibile nella realtà, perché significherebbe che, alla fine dei giochi, la maggioranza degli italiani dà ragione a chi come noi ha sempre ritenuto quest’alleanza tra M5S e Pd la migliore possibile per l’Italia e gli italiani. La destra, così com’è adesso, è praticamente un ente inutile. Solo qualche mese fa, Salvini, Meloni e Berlusconi possedevano insieme una maggioranza schiacciante; mi azzarderei a dire che quella scelta per gli elettori che la preferivano voleva dire qualcosa, forse che si aspettavano di meglio da loro piuttosto che dal centro-sinistra; e invece quegli elettori sono stati ripagati con “pieni poteri” alcolici e manifestazioni demenziali sulla “dittatura sanitaria”, come se il c.t.s. fosse composto da colonnelli dell’armata rossa e non da scienziati. I sondaggi rimangono sondaggi, ma potrebbero rendere evidente che chi a destra (o a sinistra) spera nella nascita di una destra normale deve prendersela solo con i propri rappresentanti, incapaci di ascoltare il popolo che dovrebbero rappresentare, se questo non avviene.

G.C.

 

Solinas e i tamponi: colpa della Raggi?

Ma a quel Solinas incontinente che sbraga e sbraita come ogni leghista, nessuno risponde che per evitare una eventuale importazione del Covid sarebbe stato sufficiente fare i tamponi a tutti quelli che arrivano e che stanno in-continente? Ops! Dimenticavo, è colpa della Raggi.

Franco Franceschetti

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’occhiello del titolo di pagina 5 di ieri, relativo alla presentazione del libro La Verità Negata, abbiamo scritto che l’autore Dario Vassallo è il figlio di Angelo Vassallo. In realtà è il fratello, come correttamente riportato nell’articolo. Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori.

FQ

Venezia 77. Una Mostra da Leonesse non solo a parole o per “quote rosa”

Gentile redazione, sto seguendo il festival di Venezia: prima la presidente di giuria Cate Blanchett dichiara di sentirsi “attore” e non “attrice”, poi il Leone alla carriera Tilda Swinton celebra i premi “genderless” di Berlino, infine Greta Thunberg in collegamento… Sono felice della presenza di così tante donne, ma trovo i loro slogan un po’ stucchevoli: non è che stanno usando le donne come foglia di fico per coprire una Mostra un po’ raffazzonata per via del Covid?

Guido Mentini

 

Gentile Guido, a caldo posso risponderle che già il fatto che la Mostra sia in corso è un miracolo, essendo tutte le altre grandi kermesse internazionali cancellate o virate in streaming. Dal Lido, inoltre, le posso assicurare che appare tutt’altro che “raffazzonata”: magari nei prossimi giorni lo diventerà, per il momento sono felice di annunciarle il contrario. Il tema delle donne, invece, è un po’ più delicato. Perché se è vero che mai come quest’anno possiamo usare il pur “raffazzonato” slogan “Venezia è donna”, così non può dirsi delle eccellenze femminili in programma. A partire proprio dalle due grandissime personalità che lei cita – Cate Blanchett e Tilda Swinton – la cui intelligenza va ben oltre ogni frase fatta. Il problema riguarda le sintesi estreme che tendono a far di ogni affermazione sull’equiparazione dei generi una pura propaganda mediatica. Due anni fa fu firmato il protocollo d’intesa 20/50+50 tra diversi festival e alcune associazioni professionali femminili affinché i concorsi e gli organici possano – finalmente – ottenere parità di presenza: 50 per cento uomini e 50 per cento donne. Possiamo quindi solo essere felici che il direttore artistico Alberto Barbera sia riuscito a mettere insieme un appuntamento che non solo rispetta “quasi” il 50+50 del concorso ufficiale (8 registe, di cui due italiane, su 18 titoli concorrenti), ma abbia raggruppato l’eccellenza femminile con due premi Oscar di questa caratura, a cui aggiungerei una terza come Frances McDormand che chiuderà il concorso da protagonista e produttrice di un film. Tutte e tre da sempre hanno portato avanti la battaglia per l’annullamento delle discriminazioni di genere e se oggi possiamo finalmente celebrare un premio “gender-free” per gli interpreti come sarà dalla prossima Berlinale si deve anche a loro. Io credo fermamente che se quest’anno vincerà una Leonessa sarà solo per meriti, esattamente se a essere incoronato sarà un regista maschio.

Anna Maria Pasetti

Pd e 5S restituiscano ai cittadini la chance di dire la propria

Le chiacchiere questa volta stanno a zero. Adesso che in commissione Affari costituzionali è finalmente approdata una proposta di riforma elettorale del Pd e dei Cinque Stelle, i partiti devono chiaramente dirci se hanno intenzione di far nuovamente scegliere ai cittadini i loro parlamentari. Da 15 anni a questa parte, tre quarti dei nostri sedicenti rappresentanti continuano a ripeterci “mai più nominati”. E lo fanno ormai pure tutti quei senatori e deputati di centrodestra che nel 2005 diedero il via all’odierno esproprio di democrazia approvando il Porcellum. Ovvero la famosa “legge porcata”, ideata dal leghista Roberto Calderoli, per farci tornare al proporzionale e soprattutto per costringerci a votare liste di candidati bloccate. Un prendere o lasciare simbolo del trionfo della partitocrazia, peraltro mutuato pari pari da quanto accadeva già da un anno, per la gioia della sinistra, nella rossa Toscana.

Da allora è stato sempre un crescendo di mea culpa. Un susseguirsi di promesse da marinaio: cambieremo, faremo, riformeremo. Sull’abolizione dei nominati c’è pure chi ci ha costruito parte delle sue fortune e sfortune politiche. Ridare ai cittadini la possibilità di scegliere era, per esempio, uno dei mantra del sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Tanto che durante le primarie del 2012 il cosiddetto rottamatore a ogni comizio continuava a ripetere il concetto e, per la gioia degli astanti, giurava pure di voler andare oltre. “L’antipolitica – tuonava – cresce anche per responsabilità dei politici. Io l’ho detto ovunque: numero e indennità dei parlamentari vanno dimezzati”.

Come è andata a finire lo sappiamo. Prima una riforma costituzionale, mandata a stendere dai partecipanti al referendum del 2016, che riduceva il Senato a una sorta di dopolavoro composto al 100 per cento da non eletti, ma da politici selezionati tra i consiglieri regionali (ai quali veniva pure regalata l’immunità parlamentare). Poi l’Italicum, una riforma elettorale, dichiarata incostituzionale, nata solo per la Camera, anch’essa a listini bloccati e però approvata (bontà loro) a capilista bloccati. Infine il Rosatellum. La legge del 2017 votata da Pd, Forza Italia e Lega. Ovvero la schifezza con cui siamo andati due anni fa alle urne, ancora una volta senza poter scegliere quale candidato dovesse entrare e quale stare fuori. Un po’ troppo per pensare che sia un caso. La verità è che alle segreterie dei partiti non fare i conti con la volontà degli elettori piace e conviene. E piace pure a chi in Parlamento non ci sta, ma non avendo di persona un voto, sa bene che l’unica speranza di entrare a far parte del Palazzo dipende dalla eventuale cooptazione da parte del capo politico di turno.

Per questo è lecito attendersi che chi, in queste settimane di campagna referendaria, motiva il suo No al taglio del numero dei parlamentari paventando (secondo noi a torto) problemi di rappresentanza, si spenda con altrettanta forza perché la nuova legge elettorale permetta ai cittadini di tornare a dire la loro. Allo stesso modo, chi ora propone le preferenze, come fanno i Cinque Stelle, deve ricordare che le preferenze multiple spingono alla corruzione e al voto cammellato, come insegna la Prima Repubblica. Servono invece la preferenza unica, come decisero i cittadini col referendum del 1991, e soprattutto una legge che fissi severi tetti di spesa per le campagne elettorali e obblighi a pagamenti tracciabili. Una norma che stabilisca la perdita immediata del seggio e la successiva ineleggibilità per chi i voti di fatto non li cerca, ma li compra.

 

La rappresentanza è il quesito, non il numero dei parlamentari

Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “La rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte a una alternativa lancinante.

Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che il Fatto Quotidiano mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel Pd dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del Pd, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.

Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).

 

Il taglio lineare dei seggi è una forma di garanzia

Il tema referendario s’interseca con quello della rappresentanza fortemente compressa secondo auguri e vestali del no. L’ampliamento dei collegi renderebbe quasi impossibile l’acquisizione di seggi per partiti minoritari, degni portatori, tuttavia, di valide proposte nella dialettica parlamentare. Per sottolineare l’infausta natura del taglio si aggiunge l’aggettivo “lineare”, così da evocarne il malaccorto uso nelle revisioni di spesa. Proprio la linearità del taglio assicura, invece, il mantenimento della proporzionalità nei seggi da attribuire così da non precludere, secondo i nuovi rapporti, la presenza nelle due Camere di quelle forze politiche. Dalla proporzionalità, indice di ragionevolezza, discende come la riforma rispetti in pieno il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti (C. cost. sentenza n. 1/2014). L’opposizione al taglio, si rivela, per contro, paradossale. Molti fautori del no (e buona parte della maggioranza) perorano l’introduzione di una riforma elettorale secondo il modello tedesco che, salvo un particolare caso, esclude dal Bundestag i partiti al di sotto del 5% dei suffragi con effetti da potente diserbante delle posizioni politiche minoritarie. Attenzione: con il taglio i raggruppamenti minori continueranno ad avere nelle due Camere seggi seppure in ridotta misura, mentre, invariati gli attuali numeri di deputati e senatori e riformata la legge elettorale secondo il modello tedesco, spariranno dal Parlamento. Al fondo dell’ambigua contraddizione non vi è solo l’ideologico e talora opportunistico rifiuto delle proposte di forze anti establishment, ma anche una concezione non elevata della rappresentanza. Nel sostrato di quella vi sono il territorio e la comunità di elettori. A questi ultimi va garantita, in armonia con gli articoli 48 e 49 Cost., la scelta in concreto dei migliori. Le relative valutazioni sono quasi sempre condizionate dal contesto, da interessi di comunità o di gruppi e dalle diverse opinioni, ma il risultato dell’elezione supera tutto questo. La rappresentanza, dissimile dalla trilaterale struttura privatistica, intercorre tra due parti: il corpo elettorale e il Parlamento così come composto in esito alla scelta popolare. Esperite le elezioni, interessi privati e di gruppo, peculiari visioni politiche ed etiche, specificità territoriali presenti al momento del voto non si riversano negli organi parlamentari. Si trasferisce, con la rappresentanza, il complesso di quegli elementi filtrati ed elevati a valori ideali riconducibili alla comunità nazionale. La rappresentanza politica si configura cioè come un processo di riattualizzazione di valori ideali, dei quali è depositaria la Nazione, come intuito quasi un secolo fa dalla pubblicistica tedesca (Leibholz) e italiana (Crosa). Nel concetto di Nazione, infatti, convergono il popolo, la cultura, la storia, la lingua e la religione e quindi i valori ideali e connotativi della relativa comunità, siccome espressi da quella a ogni elezione e riattualizzati nel nuovo assetto parlamentare. Lo prova la qualificazione di rappresentanti della Nazione assunta dai parlamentari ex art. 67 Cost., da considerare organi-potere titolari di distinte quote o frazioni di attribuzioni costituzionalmente garantite e non usurpabili da parte di altri organi parlamentari (C. cost. ordinanza n. 17/2019). Alla trasmutazione dell’eletto in tale organo-potere si accompagna l’acquisizione di maggiore peso specifico e di autorevolezza per l’allargamento del bacino elettorale, che determina una più estesa ed incisiva rappresentatività. I benefici sono evidenti a monte e a valle. A monte: la personalità e le competenze dei candidati assumono maggiore rilievo perché la restrizione dei seggi impone scelte meditate con l’effetto di migliorare la qualità degli eletti. A valle: la riduzione implica la compressione del numero dei c.d. peones parlamentari, privi di ogni peso specifico e utilizzati per l’adeguamento passivo, in sede di votazione, ai voleri del gruppo dirigente del partito. Risultato quest’ultimo particolarmente appagante per una meno retorica democraticità delle istituzioni, spesso svilita dall’arroganza del potere.