Avevo appena recuperato l’arma di servizio, quando un uomo in stato di fermo chiede di poter andare al bagno. Bussa alla porta della sua cella, bussa di nuovo, nessuno risponde. Poi una terza, più forte. Un agente si alza, lo tira fuori dalla cella e lo picchia. Mezz’ora dopo sono davanti alla porta del commissariato. Arriva una donna che vuole denunciare il marito che l’aveva minacciata. Era sconvolta. Il mio collega le risponde: ‘Madame, torni la prossima volta. Questo è stato il mio primo giorno in polizia’”. Sui sei mesi passati con la divisa, Valentin Gendrot, 32 anni, giornalista “infiltrato”, ormai ex poliziotto, ha scritto un libro, Flic, in cui denuncia violenze e disagi quotidiani di un commissariato del 19/mo arrondissement di Parigi, uno dei quartieri più popolari della città. “Violenze coniugali, familiari e litigi tra vicini – racconta al Fatto – sono il grosso degli interventi degli agenti di quartiere. Ma non sono preparati. Sulle violenze coniugali, da poliziotto a contratto ho ricevuto una formazione di tre ore, di cui due a guardare un film”.
Perché ha voluto infiltrarsi nella polizia?
La polizia è un tema scottante in Francia. C’è chi la ama, chi la detesta. Mi interessava raccontarne il quotidiano dall’interno, senza limiti né tabù. In polizia bisogna rendere conto di tutto, ma ci sono interventi che sfuggono ai radar. Contro i migranti, per esempio. Il copione è sempre lo stesso: il migrante viene fermato, fatto entrare nel furgone, pestato di botte e rilasciato qualche chilometro più in là. Ciò che succede nel furgone resta nel furgone.
Chi sono i poliziotti violenti?
Una minoranza. Nella mia brigata di 32 agenti, erano cinque o sei. Giovani molto simili a me, di provincia, classe media. Ma ciò che sciocca di più è che gli altri li coprono. La polizia funziona come un clan. Non si fa la spia, non ci sono traditori. Anche chi non è d’accordo con queste pratiche sta zitto.
Contro chi esplode questa violenza?
Sempre gli stessi, quelli che gli agenti chiamato les bâtards, i ragazzini neri o arabi di quartiere o gli immigrati. La violenza contro di loro è sistematica, spesso ingiustificata. Un giorno un immigrato irregolare algerino, fermato per aggressione sessuale, era seduto, in manette, e aspettava di essere interrogato. Un agente lo ha insultato e picchiato senza motivo. Un giorno siamo intervenuti per dei giovani che sentivano la musica ad alto volume e davano fastidio. A un certo punto scoppia una rissa e un agente picchia uno di loro. Io stesso ho firmato un verbale falso in cui si scaricava la colpa sul ragazzo.
La violenza è diventata una banalità?
Un giorno un giovane si è fatto beccare in un negozio a rubare. Il nostro compito era di fermarlo e portarlo in commissariato. Invece, una volta nel furgone, lo picchiano e lo rilasciano: tanto sanno che per un piccolo furto non sarebbe mai stato condannato. I poliziotti si fanno giustizia da sé tutti i giorni. Non li scuso, ma li capisco. Non si sentono considerati e lavorano in pessime condizioni.
Ce le descriva.
Inizi la giornata alle 6 respirando l’urina e il sudore dei fermati, gestendo i tossicomani sotto l’effetto del crack. Il commissariato è in cattivo stato. Vuoi uscire in pattuglia, ma il veicolo non parte. Per mesi ci siamo cambiati al buio perché il neon degli spogliatoi era rotto. Ho visto topi mangiare il cibo dei fermati. Un collega si è suicidato.
Non si è sentito ‘complice’?
Da una parte c’era il poliziotto, dall’altro il giornalista. Mi ero fissato sei mesi e ho tenuto duro, sapendo che avrei denunciato. Non puoi fare granché. E io, rispetto ai miei colleghi effettivi, ero solo un piccolo flic.