Consigli per salvarci dalle tecniche basiche dei propagandisti

I propagandisti usano gli errori di ragionamento per fuorviarci. Altre fallacie induttive: il contagio (se un mafioso elogia un giudice, non significa che il giudice sia mafioso; se la Meloni vota sì, non significa che il sì sia sbagliato); il fantoccio (deformare l’argomento contrario per renderlo più facilmente confutabile); il tu quoque (rispondere a un’accusa dicendo che anche l’avversario è colpevole della stessa cosa; oppure attaccare l’opinione dell’avversario dicendo che l’avversario predica bene e razzola male; oppure attaccarla mostrando che in passato anche l’avversario aveva un’opinione opposta); la contraddizione forzata (attribuire una contraddizione paragonando due affermazioni fatte a distanza di anni, come se uno non potesse imparare dall’esperienza); il genetismo (sostenere che si può comprendere il presente solo in base al suo passato, come se i cambiamenti non avessero significato); la non causa (presumere che A abbia causato B per motivi implausibili, come nelle superstizioni); due pesi e due misure (non applicare la stessa condizione a casi che sono simili); l’applicazione estesa (sostenere che quello che vale per l’insieme vale sempre anche per le sue parti; o viceversa); il consenso (sostenere che una cosa è vera perché la maggioranza lo crede); l’aringa rossa (spostare l’attenzione su un tema non rilevante); l’errore dello scommettitore (sostenere che quando una cosa non succede da tempo, aumenta la probabilità che succeda; o viceversa. Invece, la probabilità che esca testa o croce è sempre 1 su 2, indipendentemente dal numero dei lanci.); l’argomentum e silentio (sostenere che una cosa è ovvia, infatti non se n’è parlato).

Fallacie emotive. Ricorrere alle emozioni quando il tema richiederebbe un ragionamento logico è una fallacia emotiva. Le più comuni sono: l’argomento ad baculum, o del bastone (minacciare una violenza, impaurire); l’argomento ad hominem (attaccare la persona invece che le sue opinioni; l’argomento ad misericordiam (difendersi suscitando la pietà); l’argomento ad personam (considerare solo l’interesse di un singolo); l’argomento ad populum (considerare solo l’interesse di un gruppo); l’argomento d’autorità (giustificare un’opinione solo perché l’ha detta una persona famosa, o perché segue la tradizione); l’argomento temporale (esaltare il buon tempo antico, o la nuova tendenza); l’argomento d’urgenza (proporre qualcosa sostenendo che l’urgenza non permette alternative, quando invece ce ne sono); lo sfottò (il ridicolo è una fallacia se usato al posto di un ragionamento, o di una prova). Lo sfottò non depone a favore di chi se ne serve, perché non contesta nel merito; e nella sua forma estrema (il coro “sceeee-mo sceee-mo”) è tutt’altro che non-violento. Prendono una frase pronunciata da chi gli sta sul cazzo, ci aggiungono la piccola spezia, et voilà. Alcune spezie da sfottò: perbacco, apperò, e ho detto tutto, con scappellamento a destra, e non so se mi spiego. Oppure squalificano aggiungendo all’antonomasia il toponimo di provenienza del bersaglio: la volpe di Barletta, il Pindaro di Gallarate. Oppure detronizzano con un’apposizione domestica: lo statista di ricotta, il virologo alle vongole, l’epidemiologo da tavola calda. Per esempio: “Mattarella, la mummia sicula, ha detto: ‘L’omofobia e la transfobia violano la dignità umana, ledono il principio di eguaglianza e comprimono la libertà e gli affetti delle persone’. Con scappellamento a destra” (Visto com’è facile? Farà ridere, ma è reazionario).

(4. Continua)

 

Altro che no dove sono le sardine?

Ci sarebbe bisogno delle Sardine, quelle di Bologna però, a giudicare dal margine assai ridotto (un punto appena nei sondaggi) che divide in Toscana il candidato del Pd, Eugenio Giani, dalla leghista, Susanna Ceccardi. E forse anche in Puglia, dove Michele Emiliano non dorme certo sonni tranquilli con la destra di Raffaele Fitto che lo tampina. Me la ricordo bene quella sera dello scorso novembre, con le telecamere di Piazza Pulita

che inquadravano piazza Maggiore gremita come nessuno si aspettava. Era il flash mob convocato in Rete per dire di no a Matteo Salvini (“Bologna non si Lega”) che, nascosto dietro Lucia Borgonzoni, sembrava sul punto di conquistare l’Emilia rossa. Non ci riuscì anche per quella mobilitazione spontanea, in maggioranza ragazzi, che nelle piazze si presentavano in tanti, stretti e compatti come sardine. Ma anche muti come pesci. Infatti, nel fare massa critica non avevano bisogno di dire nulla poiché il messaggio politico risiedeva nella loro stessa presenza. E più stavano zitti e più timore incutevano.

Tuttavia, dopo la vittoria di Stefano Bonaccini (che riconobbe il ruolo positivo di quelle folle silenziose) le Sardine acquistarono la parola e ne fecero largo uso. Purtroppo, aggiungiamo noi. Certo, è troppo facile gettare la croce addosso all’autoproclamato leader Mattia Santori, un trentenne piuttosto sveglio che folgorato da repentina notorietà si ritrovò braccato da un esercito di taccuini e telecamere, a cui soccombette senza particolari rimostranze. Fu così che le Sardine finirono rosolate e poi fritte sulla graticola mediatica, finché il giovane Mattia (sentendosi un po’ dimenticato come Kunt il marziano di Ennio Flaiano) pur di fare notizia disse “No” al taglio dei parlamentari, nella indifferenza generale. Non diremo che l’insuccesso gli ha dato alla testa e neppure gli faremo carico della diaspora sardinesca. Forse, come i simpatici pesciolini, anche le Sardine hanno deciso d’inabissarsi magari per ricomparire un giorno, quando sarà. Temiamo non al comizio di Giani e neppure a quello di Emiliano.

Il patto tra Cairo e De Benedetti: l’aiutino per fregare Repubblica

Doppiare Repubblica. O comunque assestargli una bella mazzata. Questo è l’obiettivo che si è messo in testa Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera. Ragion per cui è disposto a dare una mano a Carlo De Benedetti, che sta per mandare in edicola il suo nuovo quotidiano, il Domani. Secondo fonti confermate, sarebbe andato in porto l’accordo secondo cui a stampare e distribuire il nascituro giornale di De Benedetti sarà proprio Cairo tramite una società legata a lui o a Rcs. Un bell’aiuto per il quotidiano diretto da Stefano Feltri, che farà il suo esordio in edicola tra pochi giorni, martedì 15 settembre. E non ci sarà da meravigliarsi, poi, se Feltri e i suoi cronisti saranno presenze costanti nei programmi di La7, tv di cui è editore Cairo. Un altro aiutino da parte dell’imprenditore milanese presidente del Torino. Il quale, con questa operazione, tenterà di assestare un duro colpo al quotidiano di Largo Fochetti, in calo di copie da quando è arrivato il nuovo padrone, la Fca di John Elkann, e il nuovo direttore Maurizio Molinari.

I dati delle vendite in edicola a giugno 2020 fotografano una situazione fosca per i due giornaloni: Corriere a 164mila, contro le 186mila del 2019 e le 204mila del 2018; Repubblica a 113mila, contro le 141mila del 2019 e le 146mila del 2018. Il Corriere perde, ma Repubblica perde di più, tanto che nelle ultime settimane il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari sarebbe precipitato addirittura sotto le 100mila copie e in redazione non sono mancati segnali di nervosismo, come si è visto anche in alcuni scivoloni sui titoli. “Via la mascherina in aula”, era l’apertura di Repubblica martedì 1° settembre. Peccato che fosse il titolo del Corriere del giorno prima: “In classe senza mascherina”. Un erroraccio che ai tempi di Ezio Mauro avrebbe fatto saltare qualche testa in redazione.

Cresciuto a pane e Berlusconi (è stato tra i manager più brillanti di Publitalia prima di fondare la Cairo Communication), da imprenditore di razza, Cairo fiuta l’odore del sangue ed è pronto a colpire secondo la regola che il nemico del mio nemico è mio amico. Il patto con De Benedetti, dunque, è sancito. E il fatto che i due quasi non avessero rapporti ha facilitato le cose: non ci sono rancori o vecchie ruggini da dimenticare, ma un rapporto tutto nuovo da costruire.

L’intesa tra il “piccolo Berlusconi” e l’Ingegnere si potrà misurare plasticamente proprio oggi, con Cairo e De Benedetti protagonisti di un faccia a faccia – intervistati dalla firma del Corriere Aldo Cazzullo – nella giornata di apertura del Festival di Dogliani, appuntamento su media e informazione che l’ex editore di Repubblica organizza ogni anno in settembre. I due si confronteranno sul futuro dell’informazione, tra carta e digitale, mentre sabato ci sarà la presentazione del nuovo giornale, con Feltri e Cdb intervistati da Alessandra Sardoni. Tra l’altro sembra che in veste di manager della comunicazione in arrivo al Domani ci sia anche Stefano Mignanego, da anni alle relazioni esterne del gruppo Gedi: sta per andare in pensione e De Benedetti lo vuole con sé.

A Dogliani ci sarà anche Molinari impegnato in un paio di dibattiti. Ma, secondo le voci che arrivano da Largo Fochetti, il direttore sembra caduto in una sorta di trappola: quella di andare a far da comparsa in una passerella che avrà lo scopo di lanciare un giornale suo diretto concorrente. Ma nella trappolone ci è cascato anche Elkann, visto che Repubblica, Stampa e

Secolo XIX sono media partner della manifestazione. Diavolo di un Ingegnere.

 

Film Commission Lombardia, le mosse del tesoriere leghista

Non solo i commercialisti del Carroccio, ora anche il tesoriere del partito di Matteo Salvini entra nell’inchiesta milanese sui presunti fondi neri della Lega costituiti, secondo l’accusa, con i soldi pubblici della fondazione regionale Lombardia Film Commission. Giulio Centemero emerge in alcuni passaggi dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi. Ultimo il verbale di spontanee dichiarazioni riempito ieri in Procura dal commercialista nonché revisore contabile del Carroccio Andrea Manzoni indagato per l’immobile di Cormano che sarebbe stato acquistato “fittiziamente” con i soldi della fondazione Film Commission. Il ruolo di Centemero (non indagato), secondo le indagini, si lega alla nomina alla presidenza della fondazione del secondo commercialista Alberto Di Rubba, anche lui indagato e già socio di studio di Manzoni. Sarebbe stato, infatti, il tesoriere della Lega, persona di fiducia di Salvini, a condurre la regia di questa nomina e non l’allora governatore Roberto Maroni né l’ex assessore alla cultura Cristina Cappellini sentita come testimone.

Al momento il ruolo di Centemero nella nomina di Di Rubba alla presidenza di Film Commission non è collegato alle accuse rivolte ai due commercialisti. Si tratta di un elemento di contesto rilevante e in parte ricostruito ieri da Manzoni il cui legame con il tesoriere leghista risale ai giorni dell’università. Poi Centemero sceglierà la via della politica seguendo Salvini al parlamento Europeo. Da lì a poco, è il dicembre 2013, Salvini diventa il segretario federale della Lega. In quel momento Centemero è già il tesoriere in pectore. Lo sarà ufficialmente pochi mesi dopo. Forte di questo ruolo richiama Manzoni per introdurlo nella gestione contabile del partito. Il rapporto è tra loro due. La figura di Alberto Di Rubba arriva dopo che Manzoni rifiuta la nomina alla fondazione regionale. Di Rubba così diventa presidente il 22 settembre 2014. Da qui in poi si consuma l’acquisto, ritenuto fittizio dall’accusa, dell’immobile di Cormano anche grazie all’aiuto di un terzo commercialista indagato, Michele Scillieri, e dell’imprenditore Luca Sostegni. I cinque indagati sono accusati a vario titolo di peculato, di turbata libertà nella scelta del contraente e di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Di estorsione il solo Sostegni. Manzoni se da un lato ha spiegato il contesto, dall’altro ha negato ogni addebito. L’indagine, oltre a chiarire il ruolo di Centemero, già in attesa di processo a Milano per un presunto finanziamento illecito di 40 mila euro all’associazione Più Voci da Esselunga, punta a svelare il tentativo, poi fallito, di Manzoni e Di Rubba di aprire alcuni conti presso la filiale Ubi di Seriate riferibili alle diramazioni regionali della Lega. L’ipotesi dell’accusa è che lo scopo fosse creare casse esterne al partito. La prossima settimana anche Alberto Di Rubba sarà sentito in Procura.

Sui boss scarcerati continua la caccia grossa a Bonafede

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede costretto ancora una volta a fare precisazioni lapalissiane per le polemiche strumentali sulle scarcerazioni di boss nel periodo di emergenza Covid. Ha dovuto ri-spiegare che i provvedimenti sono decisi autonomamente dai giudici. Stavolta ha risposto a Repubblica di ieri: “Metà dei boss ancora a casa nonostante il decreto Bonafede”. Replica il ministro: “Dopo le note scarcerazioni decise dalla magistratura in piena autonomia, su mia iniziativa il governo ha approvato due decreti che hanno imposto di rivalutare la posizione di tutti i detenuti per reati gravi posti ai domiciliari”. Come già scritto dal Fatto, numeri e circostanze confermano che diversi provvedimenti sono “extra Covid” e che anche quelli legati alla pandemia sono, ovviamente, frutto del convincimento dei magistrati. I numeri forniti dal Dap guidato da Dino Petralia e Roberto Tartaglia, sono questi:223 i detenuti scarcerati durante il lockdown per cause legate al Covid. Di questi 223, eccetto 3 al 41-bis, erano del circuito alta sicurezza. Due su tre dei boss al carcere duro sono rientrati: Francesco Bonura e Vincenzino Iannazzo. Ai domiciliari è rimasto Pasquale Zagaria, del clan dei Casalesi: il Tribunale di Sorveglianza di Sassari dopo averlo mandato a casa in piena zona rossa Covid, nel Bresciano, in seguito al decreto Bonafede, nonostante il Dap, con la nuova direzione e nuovi poteri avesse indicato una struttura sanitaria consona, si è riservato per mandare il decreto alla Corte costituzionale. E veniamo ai numeri dei rientri, in ascesa. Al primo settembre, sono tornati in carcere 111 detenuti su 223, il 15 giugno, 58; il 15 luglio, 94. Quanto al caso di Pino Sansone, legato a Totò Riina, citato da Repubblica, resta a casa per decisione del gip di Palermo, che si rifà al Riesame: domiciliari e braccialetto elettronico non solo per motivi di salute ed età, ma anche perché Sansone avrebbe “meramente” partecipato all’associazione mafiosa.

Con Giorgia Meloni corre il sindaco dei centri migranti

La politica dovrebbe essere soprattutto coerenza. Le Marche si preparano alle elezioni regionali. Tra i cavalli di battaglia di Fratelli d’Italia c’è il nodo migranti. Nella lista provinciale di Pesaro-Urbino del partito di Giorgia Meloni figura anche Giorgio Mochi, 57 anni, sindaco di Piobbico – il piccolo centro del Pesarese conosciuto per essere la città dei “brutti”, con tanto di club e festival – fino all’aprile 2019 per tre mandati. Partito da Forza Italia è poi transitato attraverso il movimento Forza Salvini “perché Matteo ha fatto suoi i principi di Forza Italia, specie sulla sicurezza e sull’immigrazione” disse Mochi in un’intervista dell’ottobre 2018, prima dell’approdo a Fratelli d’Italia. Le sue posizioni sull’immigrazione non sono mai state un segreto, eppure lui e la sua famiglia hanno giocato un ruolo importante nell’accoglienza dei migranti nella fase più “calda” tra il 2016 e il 2018. Quando l’azienda di famiglia decise di convertire tre agriturismi per facoltosi vacanzieri, olandesi in particolare, in centri d’accoglienza dei migranti, lui dalla posizione di sindaco non ebbe nulla da eccepire.

In centinaia trovarono alloggio negli agriturismi della famiglia Mochi, strutture all’epoca gestite dalla Cooperativa Labirinto che si occupava del sistema d’accoglienza. Cà Magagno, Cà Ticchi e Candianaccio, racchiusi nello spazio di un chilometro nel territorio comunale di Urbania, ma a due passi da Piobbico. Nel settembre del 2017 Mochi fu coinvolto in un’aspra polemica con l’allora prefetto di Pesaro, Luigi Pizzi, all’indomani della pubblicazione sui quotidiani locali di una lettera contro il sistema di accoglienza, coinvolgendo la stessa prefettura. Lettera firmata da diversi “primi cittadini”, tra cui lo stesso Mochi. Eppure pochi giorni prima, durante il suo intervento a un convegno sul tema organizzato dall’Auser proprio a Piobbico, Mochi aveva espresso il suo plauso alla gestione del fenomeno migratorio nel Pesarese.

Scuola, errori e confusione sulle graduatorie. Il ministero non le ritira: “Le correggeremo”

Nessun passo indietro sulle graduatorie provinciali per i supplenti (Gps). All’indomani della diffida dei sindacati confederali alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per l’elevato numero di errori compiuti nella validazione delle domande, gli uffici di Viale Trastevere hanno tutta l’intenzione di correggere gli sbagli entro il 14 settembre. La richiesta delle organizzazioni sindacali di non utilizzare le Gps per le assunzioni a tempo determinato, ma di attingere alle attuali graduatorie d’istituto per la chiamata dei supplenti, è rispedita al mittente.

in questi giorni a far sobbalzare sulla sedia Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil, Gilda e Sanls sono stati alcuni errori grossolani: punteggi per titoli troppo elevati; cattedre di Francese assegnate a chi non conosce la lingua e magari insegna Matematica; aspiranti docenti che si sono ritrovati 15 anni di servizio sul sostegno mai fatti.

Irregolarità che il ministero dell’Istruzione non nasconde: “Le pubblicazioni di questi giorni riguardano quasi due milioni di posizioni individuali trattate, rispetto alle quali l’amministrazione scolastica, centrale e territoriale, ha condotto e sta conducendo tutti i necessari controlli anche sulla base di segnalazioni di possibili errori da rettificare, peraltro in numero infinitesimale rispetto alla mole di domande valutate. Gli errori materiali dei singoli uffici sono prontamente rettificati seguendo la normale prassi amministrativa”.

Una difesa a spada tratta del lavoro dei dipendenti del ministero, anche se i ben informati ammettono che il tempo per controllare l’immensa mole delle domande è stato troppo poco: solo cinque giorni. Da qui l’idea, che i sindacati sostengono, di una “validazione di massa” senza un’attenta verifica dei dati.

Ma di fronte alla disponibilità del ministero a correggere al più presto le irregolarità, la Cisl Scuola apre una tregua: “Se viene prima l’interesse per la ripresa della scuola e per la regolarità amministrativa – spiega la segretaria nazionale, Lena Gissi – accogliere i reclami dei supplenti e modificare in autotutela le graduatorie sarà un atto dovuto. Diversamente, confusione e contenzioso si aggiungeranno ai tanti problemi che i dirigenti scolastici dovranno affrontare. Il buon senso deve prevalere sulle ragioni ideologiche. Ci aspettiamo questa risposta. Non ci vuole poi molto per sostenere una scelta pragmatica”. Il rischio è quello di assistere a una valanga di ricorsi.

Altri 1.397 casi. Salgono ancora i ricoveri e le rianimazioni

Continua a crescere in maniera costante, ma per il momento poco percettibile, il carico del Covid-19 sul sistema sanitario. Ieri il ministero della Salute ha comunicato che i casi totali sono saliti di 1.397 unità (mercoledì erano stati 1.326) e hanno raggiunto quota 272.912, con gli aumenti maggiori registrati in Lombardia (+228), Campania (+193) e Lazio (+154). Dieci le vittime. Una crescita che, come da previsioni, comporta un aumento della pressione sugli ospedali, poiché i pazienti ricoverati con sintomi sono arrivati a 1.505 (+68 in 24 ore): una settimana fa erano 1.131 (+33,1% in 7 giorni). Non solo: sono 120 le persone ospitate nei reparti di terapia intensiva, 11 in più di mercoledì. Per il viceministro Pierpaolo Sileri la situazione è ancora “sotto controllo”: “Se i numeri dovessero crescere – ha osservato – significherebbe che c’è un aumento della circolazione del virus nelle persone più fragili. Ora siamo in una situazione ancora non a rischio”.

A confermare il progressivo riempimento dei reparti è la Fondazione Gimbe che nella settimana 26 agosto-1 settembre ha registrato un incremento del 37,9% dei nuovi casi (9.015 in più contro i 6.538 dei 7 giorni precedenti), dei pazienti ricoverati (322 in più, +30%) e di quelli in rianimazione (41 in più, +62%). “Si tratta – ha osservato il presidente Nino Cartabellotta – di segnali che vanno tutti nella direzione di una ripresa dell’epidemia, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole. Non possono essere più tollerati comportamenti irresponsabili”. I tamponi comunicati ieri dal ministero sono stati 92mila contro i 102mila di mercoledì. Ma nella settimana esaminata da Gimbe sono cresciuti: ne sono stati fatti 116.184 in più (+24%).

“Il vaccino a novembre? Aspetto i primi dati. Per ora solo annunci”

Guido Rasi, direttore esecutivo dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), gli annunci di aziende e governi, incluso quello italiano e la Commissione Ue, sul prossimo arrivo del vaccino si susseguono. Stiamo correndo troppo?

Per avere la prima dose di vaccino sicuro ed efficace ci sono tre attività separate: negoziazione, sviluppo e approvazione. La negoziazione tra governi e aziende dipende poi dall’approvazione. Ma a noi dell’Ema i termini negoziali interessano poco, perché il processo di valutazione deve assolutamente restare indipendente.

Quali sono i tempi per mettere apunto un vaccino, professore?

Per l’approvazione Ema ha istituito un gruppo di esperti che si riunisce ogni giorno. Abbiamo messo in piedi una procedura per snellire i tempi. La macchina è pronta, ma ci devono ancora fornire i dati sperimentali. Più i dati saranno robusti e più potremo approvare velocemente.

Il vaccino arriverà?

Non è scontato, né che si troverà un vaccino efficace e sicuro. Al momento stiamo parlando con 38 sviluppatori, ma i dati, ripeto, ancora non ci sono.

Quali sono i tempi non abbreviabili invece?

Il virus circola in modo efficientissimo. Questo per il vaccino è un vantaggio, ci permette di vedere in tempi più rapidi se funziona. Noi valuteremo solo i prodotti testati su almeno 10mila persone. Ma ci sono i tempi obbligati di osservazione della sicurezza e dell’efficacia. Dobbiamo anche prevedere il monitoraggio nel tempo, ancora non sappiamo quanto potrà durare l’immunità.

Le dosi basteranno per tutti i Paesi?

Non c’è bisogno di vaccinare tutta l’Italia, o tutta la Francia. Si modella la popolazione ad anello, cioè partendo dalle persone più a rischio e quindi possibili ponti di trasmissione. Con questi criteri, si può avere un’efficacia più alta che con la vaccinazione di massa, nel caso di un vaccino nuovo.

Se la zona di provenienza dei volontari ha poca circolazione di virus, come facciamo a essere sicuri che il vaccino è efficace?

Se ci verranno forniti dati robusti e protocolli di sperimentazione ben disegnati, cioè applicati in zone dove il virus circola in modo efficiente, e potremmo vedere una significativa riduzione di contagio nei vaccinati, potremo approvare. Altrimenti no. Se i dati non sono raccolti bene non approveremo.

La Commissione europea ieri ha annunciato che le prime disponibilità di vaccino dell’Università di Oxford sono attese per novembre. A Ema risulta?

No. Non abbiamo ancora visto i dati di nessun vaccino.

Considerando che molti sono entrati solo ora nell’ultima fase di sperimentazione sull’uomo, novembre sarebbe un tempo sufficiente per sapere se un prodotto è sicuro e funziona?

Mi sembra poco. Dubito che a fine ottobre ci siano già dati per consentire un’approvazione. Dipende dalle condizioni sperimentali. Chi leggerà il protocollo e i risultati stabilirà se i tempi sono stati sufficienti.

Non crede che anche il cittadino non esperto debba essere messo in condizione di capire?

Certamente. Quando li avremo, pubblicheremo tutti i dati e spiegheremo il motivo dell’approvazione, facendo chiarezza sugli effetti collaterali.

Come giudica gli annunci continui di un vaccino quasi pronto, quando ancora Ema non ha visto un dato?

È chiaro che le ditte in competizione hanno bisogno di comunicare. Ma il cittadino ha diritto a un’informazione chiara sull’arrivo del vaccino, e per ora non abbiamo certezze. Quindi una comunicazione più asciutta sarebbe certamente gradita.

Vo’ per tutti: viaggio alle origini del Covid-19

Quattro amici al bar, un tavolo coperto da un panno azzurro, la quotidiana partita a briscola, pensionati che smazzano carte, ignari del destino in agguato. Uno di loro, a fine giugno, ha chiesto che la fotografia fosse appesa alla parete, nella saletta interna della “Locanda al Sole”, affacciata sulla piazza di Vo’. In primo piano, sorridono Adriano Trevisan, 77 anni, il primo morto italiano di Covid, e Renato Turetta, 67. Entrambi non ci sono più, il loro è un sorriso alla memoria.

È questo il luogo dove tutto cominciò. La pandemia, una comunità che si è scoperta avamposto di una guerra planetaria, la decisione di chiudere il paese come fosse di appestati, una quarantena di due settimane per tremila persone, dodici posti di blocco con l’Esercito a presidiare. E poi le file interminabili di cittadini nell’atrio della scuola per fare i tamponi, i rifornimenti forzati di viveri, l’angoscia di un dramma incombente, l’impossibilità di andare al lavoro, finalmente la liberazione, ma per ritrovarsi dentro una prigione più grande, visto che nel frattempo tutto il Veneto era diventato “zona rossa”. E comunque la consapevolezza di essere stati un esempio, un laboratorio umano senza precedenti, una sfida per tutti, in qualche modo vinta, limitando i danni.

“Non ci andava di passare per untori, anche perché non lo eravamo. Il Covid ce l’ha portato qualcuno da fuori. E così quel 21 febbraio ci siamo rimboccati le maniche. A me hanno insegnato che se vuoi risolvere un problema, devi darti da fare. Lo abbiamo fatto. Tutti assieme. E adesso il presidente Mattarella viene a riconoscercelo”. Giuliano Martini è il farmacista di Vo’. Ma è anche il sindaco di una lista civica (con tessera leghista in tasca) al terzo mandato. È lui l’uomo delle istituzioni che ha impersonificato un fenomeno straordinario, la reazione al Covid dopo il primo decesso, quando del morbo si conosceva così poco, gli strumenti per affrontarlo erano ancora approssimativi, si agiva più per intuizioni, che per metodo. Nel suo ufficio, sotto la riproduzione di una quadro di Miró realizzata dai ragazzi delle scuole medie dove il presidente della Repubblica andrà il 14 settembre per la riapertura, il sindaco Martini ricorda: “Fu il prefetto a dirmi che dovevamo isolare il paese, per evitare che il focolaio si diffondesse. Che sentimenti ho provato? Niente, ho eseguito. Le gerarchie vanno rispettate, anche se si possono discutere gli ordini che non si condividono. Ma in questo caso, forse per la mia formazione scientifica, di dubbi non ne avevo”.

Il sindaco-farmacista aveva capito che il blocco totale aveva un senso. Lo ha attuato. “Vede queste stanze? Per due settimane sono state piene di gente che lavorava, dalla mattina a mezzanotte. Gli 11 dipendenti, ma anche assessori, consiglieri comunali, volontari della protezione civile, alpini, carabinieri. Ed erano centinaia di telefonate al giorno, perché bisognava rifornire un paese di tremila anime”. Ci sono state due sfide a Vo’, la prima logistica, la seconda sanitaria. “Questa è una terra che produce il vino dei Colli Euganei. Pensi solo all’esigenza che avevamo di filtrare il vino: serviva il materiale adatto e bisognava farlo venire da fuori. E allora ci attaccavamo al telefono per organizzare tutto”. Servivano medicinali, generi alimentari. Prendete una comunità e chiudetela in una campana di vetro. Non può smettere di mangiare, curarsi, vivere. “Nei primi quattro giorni andavamo noi ai posti di blocco. Poi hanno autorizzato che i camion con le derrate arrivassero nei supermercati. L’autista non scendeva e noi scaricavamo. Pensi ai tre medici di base: sono stati messi in quarantena fiduciaria e per fortuna sono arrivati tre volontari da fuori, che poi sono stati fatti cavalieri per merito. Ma le mie farmaciste, pure in isolamento, non ho potuto sostituirle perché la legge non lo consente, anche se in paese ce n’erano altre tre che non potevano andare al lavoro altrove. Così ci siamo arrangiati”.

Un sociologo ne avrebbe di materiale di studio su quel microcosmo, un’isola nel mare in tempesta. “I punti fermi furono la farmacia, anche perché in paese non ci sono strutture sanitarie dell’Ulss, il municipio e i supermercati…”. La chiesa? “Lasciamo perdere…”.

Ma soprattutto c’è stata l’emergenza sanitaria. “Sa cosa ci ha detto il professor Andrea Crisanti, che ha avuto l’intuizione di fare i tamponi? Che se non avessimo agito così, le proiezioni indicavano dai 35 ai 120 possibili decessi solo tra i cittadini di Vo’”. Avessero coltivato la teoria dell’immunità di gregge, la diffusione nel Padovano e in Veneto sarebbe stata esponenziale. Invece, i morti sono stati solo tre (oltre a Trevisan e Turetta, anche una signora). E di questo il sindaco è orgoglioso. “Crisanti e il professor Merigliano dell’Università di Padova hanno fatto i tamponi il 23 e 24 febbraio. Li hanno ripetuti dieci giorni dopo. Terzo ciclo dopo un mese, con il prelievo sierologico, che ha dimostrato come 63 persone risultate sempre negative in realtà fossero immuni. E questo ha provato che il Covid era già presente a metà gennaio”.

Non è tutto: “L’indagine genomica ci dirà anche perché alcuni soggetti restano asintomatici e se c’è una predisposizione. Lo studio di Crisanti sulla popolazione di Vo’ è stato pubblicato ed è un caso scientifico”. Al prezzo di critiche da parte di qualche cittadino. “Ma la soddisfazione – aggiunge il sindaco – è aver visto chi diceva di non volere i tamponi, mettersi in fila per primo”. Morale? “Da amministratore dico che bisogna avere il coraggio di prendersi la responsabilità di decidere e fare le cose giuste”. Nel cortile della scuola Guido Negri stanno costruendo il palco per Mattarella. “Vorremmo esprimergli il profondo senso di comunità di questa scuola e del paese di Vo’ – spiega il direttore didattico Alfonso D’Ambrosio –. Lo porteremo a visitare i laboratori, nell’atrio incontrerà i ragazzi e i bambini, gli mostreremo i nostri lavori e progetti didattici che promuovono l’inclusione”. La scuola di Vo’ è stata tra le prime in Italia ad avviare i corsi a distanza. “Diremo al presidente che bisogna rimettere la scuola al centro, e che al centro della scuola ci sono le persone”. Tra di loro gli insegnanti, che ora ammettono: “Quando tutto era chiuso e parlavamo online con i ragazzi di Vo’ abbiamo fatto un po’ anche da psicologi. Li abbiamo ascoltati e consolati, perché alcuni di loro avevano paura”.