5Stelle con altri mal di pancia: anche in Senato lite col governo

Oggi i Cinque Stelle non sono di nessuno, non hanno certezze e rotta certa. Così nel M5S tutti fanno la guerra a tutti: anche perché fiutano il sangue, cioè un rimpasto dopo le Regionali. Ecco perché anche il fu intoccabile Giuseppe Conte è stato bersaglio dell’emendamento di alcune decine di grillini contro il prolungamento in carica dei vertici dei servizi segreti. La rivolta di una porzione del gruppo contro il presidente del Consiglio che li ha estromessi dalla partita: e questa volta Luigi Di Maio davvero non c’entra, perché “vi pare che mi metto contro i capi dei Servizi?” ha giurato ad alcuni big. Ma è l’altra faccia del problema, la frammentazione, perché perfino l’ex capo controlla solo un pezzo dei 5Stelle divisi in tribù. Ieri si sono accapigliati anche in Senato. E in questo caso nel mirino è finito il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, accusato per un emendamento al decreto Semplificazioni sul “doppio lavoro” per docenti e ricercatori universitari, che consente di acquisire liberamente incarichi da privati e enti pubblici.

Il testo, proposto dalla Lega, ha avuto il parere favorevole del ministero dell’Università. Ma non piace ai grillini in commissione Cultura, al punto che è stata necessaria una riunione di gruppo per calmarli. Alcuni sibilano di “forzatura” dell’esecutivo”, atteso da un voto di fiducia sul dl a palazzo Madama. Fonti vicine a D’Incà ribattono che “l’emendamento non è mai stato oggetto di discussione in commissione”. In questo clima, l’ombra della scissione. “Se sulla nuova leadership si voterà direttamente sul web in 30 sono pronti ad andarsene”, dicono voci di dentro all’Ansa. Tradotto, i 5Stelle vicini ad Alessandro Di Battista temono un blitz prima degli Stati generali, congresso ancora senza data e forma, per schivare la discussione e chiedere agli iscritti di scegliere tra una segreteria e un capo politico. Dai piani alti smentiscono: “Al limite il voto sarà contestuale con gli Stati generali”. Tanto si aspettano le Regionali. “E dopo sarà il big bang” profetizza un 5Stelle di governo.

Fuggi-fuggi in Senato, c’è Santanchè

Saranno le solite malelingue, ma i racconti corrono. Come quelli dei dirimpettai del Pd che narrano di dribbling alla Maradona per evitarla. Anche da parte dei compagni di squadra di Fratelli d’Italia per non dire di quelli di Forza Italia dove ha militato a lungo e che da qualche giorno vivono un dramma: il caro leader Silvio Berlusconi è positivo al coronavirus nonostante il buen retiro durato settimane in Provenza e le mille e una precauzioni. “Figurarsi lei che bazzica il Twiga e ama stare in compagnia”. La lei in questione è Daniela Santanchè nella solita splendidissima forma. Ma fa stringere il cuore vederla seduta su una delle poltrone della sala Garibaldi di Palazzo Madama impegnatissima al telefono ma sconsolatamente sola. Mentre i senatori di ogni colore, anche amici di lunga data, le sfrecciano intorno senza fermarsi o comunque mantenendo le debite distanze: è un fuggi fuggi generale appena ella s’accosta. “Ma con quale coraggio si presenta in aula mettendoci tutti a rischio? Sta ospitando un contagiato”, dicono dopo averla vista arrivare al Senato come se nulla fosse. Perché da qualche giorno Santanchè ospita in casa sua Flavio Briatore, in isolamento perché positivo al coronavirus. Certo, casa Santanchè non è proprio un monolocale: all’amico ha messo a disposizione un’intera ala della sua villa, ma tant’è. Al Senato i nervi restano scoperti. Qualcuno addirittura ritiene che debba intervenire la presidente Casellati a tutela dell’istituzione che va protetta dall’epidemia a tutti i costi. Tutti, tutti no, per la verità.

Sua Presidenza a Matteo Salvini non ha fatto manco un buffetto dopo che a luglio si era rifiutato di indossare la mascherina d’ordinanza a Palazzo Madama. Dopo le polemiche Casellati era stata costretta ad annunciare l’avvio di un’indagine per capire cosa fosse successo quel giorno di cui però, da allora, si son perse le tracce. E del resto ci sarebbe ben poco da capire: i filmati, subito rimbalzati via social, sono chiarissimi. E non serve manco la moviola per interpretare il labiale salviniano: “Io la mascherina non me la metto”. Il Capitano si era presentato al convegno organizzato lo scorso 27 luglio dal fronte dei negazionisti del Covid-19 nella sala della Biblioteca grazie ai buoni uffici della Lega del Senato. Quando i commessi si erano accorti che non aveva la mascherina, un funzionario gliene aveva portata una per evitare di doverlo accompagnare alla porta con la forza. Ma quello niente: l’aveva presa ma senza indossarla sfidando le misure di sicurezza che a Palazzo Madama, da quando è scoppiata l’emergenza, sono la regola per tutti. Compresi i senatori che sui comportamenti da tenere a Palazzo per scampare all’epidemia vengono rampognati dalla Casellati un giorno sì e l’altro pure: tutti tranne uno.

Covid-B., la gita sul lago e il Ferragosto danzante

Prima i figli Barbara e Luigi, poi l’ex premier Silvio Berlusconi con la nuova compagna e deputata forzista Marta Fascina e alla fine pure una guardia del corpo. Casa Berlusconi si trasforma in una sorta di focolaio. E mentre il leader di Forza Italia rassicura tutti (“Sto abbastanza bene e continuo a lavorare e parteciperò in tutti i modi possibili alla campagna elettorale”), all’interno del cerchio magico è partita la caccia al responsabile, con tanto di tensioni familiari. C’è chi punta il dito contro Silvio Berlusconi: “Ma se a Ferragosto c’è stata una festa a Villa Certosa con molti invitati”. E se diverse fonti lo confermano, i più vicini all’ex premier smentiscono: “Non ne sappiamo nulla, al massimo sarà stata una cena”. È la saga di villa Berlusconi, con tanti che ora passano al setaccio tutti gli incontri dell’ex premier nel mese di agosto.

6 agosto L’incontro con i capigruppo

L’ultimo incontro politico ufficiale risale al 6 agosto quando a Villa Certosa vengono riuniti i vertici del Movimento “anche in vista dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali e amministrative”. Da quel momento di ufficiale non c’è più nulla, ma qualcuno sospetta: “Dopo ha incontrato diversi politici”.

12 agosto La foto con Briatore

A Villa Certosa bussa Flavio Briatore. Dopo circa due settimane, il 24 agosto, il proprietario del Billionaire viene ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano: è positivo. “Non credo che dipenda dal nostro incontro”, ha detto ieri a La Stampa il manager, smentendo che il contagio potesse esser partito da lui.

14 agosto Il Party in villa con il fratello Paolo

Sono passate già alcune settimane da quando Berlusconi è in Sardegna. E così, secondo quanto confermato al Fatto da più fonti, la sera del 14 agosto sarebbe stata organizzata una festa a Villa Certosa. Avrebbero partecipato anche il fratello Paolo e alcuni personaggi dello spettacolo. “Al massimo una cena”, minimizzano i più vicini all’ex premier.

16 agosto Barbara positiva, la gita a Capri

Tra il 16 e il 17 agosto, Barbara Berlusconi, che pure si trova a Villa Certosa, scopre di essere positiva. Nei giorni precedenti con lo yacht di famiglia era stata a Capri, trascorrendo una serata all’Anema e Core, punto di riferimento della vita notturna dell’isola. Anche il fratello Luigi risulta positivo al Covid: notizia che arriva mentre sta andando a Pantelleria, quindi fa retromarcia.

25 agosto doppio tampone negativo

Saputo della positività dei propri figli, il 19 agosto Berlusconi lascia la Sardegna e si trasferisce nella residenza di Arcore. Nei giorni successivi trascorre una giornata ad Angera, sul Lago Maggiore. Non mancano i selfie. “Si è prestato ad alcune foto con i passanti nei pressi della fontana sul lungolago”, scrive Varesenews.it. Il 25 scoppia il “caso Briatore”. Quel giorno fanno sapere che Berlusconi ha fatto il doppio tampone ed è risultato negativo. “È passato troppo tempo, non può essersi contagiato in Sardegna”, riferiscono alcuni. Nella villa in Brianza poi l’ex premier avrebbe ricevuto alcuni esponenti politici lavorando alla compilazione delle liste per le elezioni Regionali. “Ma gli incontri – spiegano – si sono tenuti nella massima sicurezza: sempre a distanza e all’aperto”.

2 settembre Il viaggio in Francia e la positività

Verso fine agosto Berlusconi raggiunge l’altra figlia, Marina, in Francia, a Valbonne. Rientra ad Arcore l’1 settembre e si sottopone a un altro tampone: stavolta l’esito è positivo. Da quel momento scattano i controlli tra familiari e non solo. Per ora, oltre ai due figli, si contano altri due contagi: la Fascina e un addetto alla sicurezza, che ad agosto sarebbe rimasto a Milano.

“Un numero alto di seggi fa male alla qualità dei parlamentari”

“Da studioso invito tutti a giudicare la riforma solo limitandoci al quesito…”.

Bene, professor Lupo, lei come voterà?

Io voterò sì perché avverto da sempre la necessità di ridurre il numero dei parlamentari e, se attuata bene, la riforma servirà a migliorare la funzionalità del Parlamento.

Nicola Lupo, 52 anni, è ordinario di Diritto costituzionale e direttore del Centro studi sul Parlamento (Cesp) alla Luiss di Roma e da anni spiega le riforme costituzionali italiane ai suoi studenti. Oggi, motivando il suo voto favorevole, pensa che il taglio dei parlamentari possa restituire “autorevolezza e prestigio” al potere legislativo.

Professore, nel complesso come valuta la riforma?

Questa è una riforma dichiaratamente limitata e puntuale tanto che sono stati addirittura considerati inammissibili gli emendamenti che volevano equiparare l’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato. Negli ultimi anni – 2006 e 2016 – ci sono state altre ipotesi di riforma ma sono state respinte e comprensibilmente il legislatore ha deciso di muoversi a piccoli passi. Dopo questa dovrà arrivare un’altra riforma fondamentale…

Ovvero?

Il mio auspicio è che si faccia al più presto una riforma che equipari l’elettorato attivo e passivo. In questo modo andremmo sempre di più verso un sistema bicamerale pienamente simmetrico e arriveremmo a una sorta di monocameralismo di fatto. Se ci fate caso questa è stata la tendenza dal 1948 a oggi: tutte le differenziazioni tra le due Camere sono andate attenuandosi.

Questa riforma migliorerà l’efficienza del Parlamento?

Sì, penso di sì, ma a una condizione: che vengano cambiati i regolamenti di Camera e Senato. In estrema sintesi si dovrebbe agire sulle soglie per la composizione dei gruppi e sulla riorganizzazione delle commissioni. Pensi che l’attuale assetto organizzativo di gruppi e commissioni di Camera e Senato risale a un secolo fa, al 1920: è arrivato il momento di modificarlo per rendere il Parlamento più efficiente.

Alcuni costituzionalisti dicono che il taglio porta a un difetto di rappresentanza. È vero?

Su questo punto bisogna fare un po’ di chiarezza: non possiamo dire a priori se ci sarà o meno un vulnus della rappresentanza, ma dipende dalla legge elettorale. Il referendum però, attenzione, non c’entra nulla. La rappresentanza si migliora attraverso una buona legge elettorale – magari senza che sia cambiata una volta l’anno – e con una migliore selezione della classe dirigente. A questo proposito, molti studi politologici ci dicono che ormai la classe politica cambia molto rapidamente: quindi avere un numero troppo alto di parlamentari incide negativamente sulla qualità degli eletti.

Serve una legge elettorale proporzionale?

Io personalmente sono sempre stato favorevole a un doppio turno con i collegi ma ad ogni modo questa riforma costituzionale è compatibile con ogni sistema elettorale, maggioritario e proporzionale.

Questo referendum sta spaccando la platea dei costituzionalisti. Perché?

Tutti i referendum costituzionali hanno questo effetto ma io, da studioso, ritengo utile valutare la questione in base al quesito. Ad ogni modo è abbastanza paradossale che si voti al referendum nonostante la riforma sia stata approvata a larga maggioranza dal Parlamento.

Sta dicendo che molti oggi sono contrari solo perché il Sì lo vuole il M5S?

Sì, trovo paradossale che costituzionalisti e politici che nel 2016 si erano espressi perché in disaccordo nel metodo (“è una riforma troppo ampia” dicevano) anche se d’accordo sul merito, oggi si dicano favorevoli nel merito ma pensano che sia una riforma troppo limitata. È una posizione molto contraddittoria.

Undici mesi fa tutti d’accordo, pure FI: “Il nostro Sì coerente”

Oggi imperversano dubbi, ripensamenti, distinguo, “paletti”. Chi ha votato Sì, come la sinistra, oggi vota No oppure lascia “libertà di voto”, come fanno Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

L’8 ottobre 2019 i distinguo c’erano, ma non hanno impedito uno dei voti più compatti del Parlamento. Lo stenografico della Camera parla chiaro: “Presenti 569, votanti 567, astenuti 2, maggioranza 316, favorevoli 553, contrari 14”. Tra i pochi contrari si possono ricordare il super-centrista Bruno Tabacci, il radicale (si può dire?) oggi +Europa (forse) Riccardo Magi, l’ex Forza Italia (ma sempre Cl) Maurizio Lupi, il 5Stelle “inconsapevole” Andrea Colletti e pochi altri. Tutti i gruppi votano a favore. Di seguito, una rassegna tratta dalle dichiarazioni di voto di quel giorno.

Federico Fornaro (LeU): “Noi oggi compiamo questo atto, lo compiamo dopo aver votato No nelle precedenti occasioni, per le motivazioni che ho descritto, per le garanzie che ci saranno, di pesi e contrappesi, rispetto alle sfide che abbiamo di fronte. E, guardate, questa, a nostro giudizio, è la grande sfida: quella del funzionamento della democrazia parlamentare, dell’efficienza della democrazia parlamentare, non certo il risparmio”.

Marco Di Maio (Italia Viva): “In conclusione, non consideriamo sbagliato ridurre il numero dei parlamentari, ma considereremmo sbagliato, come era fino a oggi, fermarsi qui, o se venisse presentato questo intervento come una sola, mera riduzione dei costi. Il nostro voto favorevole a questa legge è un investimento; un investimento sulla fiducia, nella volontà di questa maggioranza di provare a riorganizzare insieme il sistema istituzionale del nostro Paese”.

Igor Giancarlo Iezzi (Lega): “Noi non abbiamo paura della riduzione del numero dei parlamentari. Per questo, a testa alta, siamo pronti alle barricate se vorrete restaurare la Prima Repubblica, e votiamo a favore, come sempre abbiamo fatto, del taglio dei parlamentari”.

Graziano Delrio (Pd): “E, allora, non c’è alcuna cambiale in bianco, ma c’è un patto tra persone serie, c’è un patto di fiducia, non ci sono ricatti, non ci sono cambiamenti repentini, non ci sono svendite per la nascita del governo. È vero, lo diciamo qui pubblicamente: il Movimento 5 Stelle, nel momento in cui abbiamo negoziato la nascita del governo, ha detto che senza questa riforma il governo non sarebbe nato, senza questo voto della maggioranza al taglio dei parlamentari, ma il Partito democratico – mi permetto di dirlo, perché ero presente anch’io a quel tavolo – ha detto anche che non avremmo mai votato questa riforma senza le garanzie che oggi abbiamo ottenuto, insieme al lavoro di tutti quanti”.

Emanuele Prisco (FdI): “Di questa riforma a noi non piace una cosa: non piace che manchi il taglio dei senatori a vita. L’abbiamo detto più volte: per noi era imprescindibile anche apportare il taglio dei senatori a vita. Esistono solo in Italia: è una previsione da Ancien Régime”.

Mario Occhiuto (Forza Italia): “Noi oggi la votiamo in coerenza con quanto abbiamo sempre sostenuto, perché, da un lato, avvertiamo la necessità della coerenza rispetto alle nostre idee di sempre e avvertiamo anche la necessità di sintonizzare le istituzioni sul sentimento della gente: non è un modo per lisciare il pelo all’antipolitica, è che, se ci rendiamo conto che c’è una distanza tra le istituzioni e i cittadini, allora, forse, noi dobbiamo dare l’esempio, dobbiamo dire che non siamo quelli della casta che, in modo corporativo, difendono la propria corporazione, ma anzi, che ci rendiamo conto della necessità di ridurre il numero dei parlamentari”.

Roberto Giachetti (Italia Viva): “Ecco, le dico, presidente, che io lo voterò e sarei poco credibile se dovessi dire che lo voterò convintamente. Non lo voto convintamente; lo voto perché sta dentro a un accordo di programma di questo governo”.

Piero Fassino (Pd): “Siccome nel corso del dibattito questo tema delle altre riforme non è stato frequentemente richiamato – è stato richiamato solo dal nostro capogruppo –, vorrei dire ai colleghi della maggioranza che quella lealtà che porta me a votare oggi per questo provvedimento comporta che con la stessa lealtà si metta mano alle altre riforme che sono previste dal patto che abbiamo sottoscritto”.

I tre candidati presidenti Pd agli elettori 5S: “Votiamo Sì”

Tutti per il Sì al taglio dei parlamentari. Convintamente. Con i sondaggi che li danno in difficoltà sui concorrenti del centrodestra, i tre candidati Pd di Marche, Puglia e Toscana provano a rivolgersi direttamente a quegli elettori del M5S in grado di essere decisivi nella contesa elettorale del 20-21 settembre. E lo fanno partendo da una battaglia storica e identitaria del M5S: la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Tutti e tre i candidati dem voteranno Sì, nonostante nel loro partito ci sia più di un dissidente e la linea sarà decisa nella direzione nazionale di lunedì prossimo. Inizia Eugenio Giani, candidato renziano in Toscana che negli ultimi due mesi ha subito la rimonta della leghista Susanna Ceccardi (oggi tra i due c’è un distacco di punto percentuale, mentre a inizio giugno erano 10): “Voterò Sì al referendum sul taglio dei parlamentari – spiega deciso al Fatto Quotidiano –­e lo dico sulla base della mia esperienza di presidente del consiglio regionale, organo che ha potestà legislativa: la mia regione ha 41 consiglieri, un numero eccessivo in grado di rallentare i lavori di commissione e aula. Per questo, a livello più grande, penso che la riduzione di parlamentari possa aumentarne la qualità”. Discorso simile di Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia che negli ultimi mesi le ha provate tutte per inglobare il M5S prima in maggioranza e poi nella coalizione in vista delle elezioni regionali (ma la candidata grillina Antonella Laricchia si è sempre rifiutata). L’ultimo appello è arrivato lunedì in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno in cui Emiliano ha chiesto agli elettori di usare il voto disgiunto (“Gli elettori M5S potranno votare me come presidente e il M5S come partito”) in base a valori comuni come l’ambientalismo: “Mi sono battuto fin dall’inizio per la decarbonizzazione dell’ex Ilva – ha detto Emiliano – poi è arrivata l’adesione del Pd, del governo e del M5S. Questo significa che andiamo nella stessa direzione”. Sul taglio dei parlamentari, Emiliano ci tiene a restare coerente con i patti della coalizione giallorosa: “Voterò Sì come da indicazione dei miei partiti di riferimento, Pd e M5S” fa sapere il governatore pugliese che, secondo i sondaggi, è indietro di qualche punto sul meloniano Raffaele Fitto.

Poi c’è Maurizio Mangialardi, sindaco di Senigallia e candidato dem nelle Marche che fino a oggi non si era ancora espresso sul taglio dei parlamentari: “Voterò Sì per allineare i numeri del nostro Parlamento a quelli della maggioranza delle assemblee legislative europee – dice al Fatto tra un incontro e l’altro con i sindacati –. Ma, essendo un difensore della democrazia rappresentantiva, auspico che venga approvata al più presto una legge elettorale proporzionale”. Da mesi Mangialardi ha provato a tessere un dialogo con il M5S, inglobando nella sua coalizione due consiglieri regionali fuoriusciti tra cui l’ex candidato governatore Gianni Maggi che nel 2015 arrivò al 22% e oggi si candida con la lista “Marche Coraggiose”. Oltre ad appellarsi al “voto utile” (qui non è possibile il voto disgiunto) il presidente Anci delle Marche cerca di convincere gli elettori grillini a partire dai temi ambientali: “Proponiamo la costruzione nei primi cento giorni di un nuovo Patto per il lavoro e per il clima che si basi sul consumo zero di nuovo territorio e la rigenerazione delle Marche: l’obiettivo l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 e il passaggio al 100% di energie rinnovabili entro il 2035”.

Anche Giani prova a incalzare gli elettori 5S sull’ambiente: “Nel mio programma ci sono molti temi cari al M5S – continua –­per esempio sull’ambiente vogliamo diventare, entro il 2030, la prima regione d’Italia a rispettare gli accordi di Parigi sulle emissioni, implementare l’economia circolare senza nuovi inceneritori e la mobilità su ferro per collegare meglio i capoluoghi di provincia toscani e potenziare le tramvie a Firenze”. Ma il candidato dem si sofferma anche su altri due argomenti che potrebbero fare breccia nell’elettorato grillino: “Io voglio che la gestione dell’acqua torni nelle mani pubbliche come previsto dal referendum del 2011 e poi, in caso di vittoria, saremo molto attenti al tema dei costi della politica: ridurremo il costo del consiglio regionale e io voterò convintamente a favore del taglio dei parlamentari”.

I garantisti forcaioli

L’ultima frontiera delle fake news è quella di far dire al titolo il contrario di ciò che dice l’articolo. È il metodo della nuova Repubblica di Sambuca Molinari. L’altro giorno titola in prima pagina: “Effetto Draghi sui leader. Gli elettori del Pd divisi sul referendum”. Poi uno legge l’articolo di Ilvo Diamanti sul suo ultimo sondaggio e scopre che Draghi, ex banchiere in pensione infilato abusivamente fra i leader politici, è solo terzo dietro a Conte e a Zaia; e che il Sì al referendum stravince all’82% e domina fra gli elettori di tutti i partiti, Pd incluso. Ma titolare “Conte al 60% e il Sì all’82%” pare brutto: sennò poi i lettori capiscono cosa dice il sondaggio. Stesso copione martedì sullo studio dell’Istituto Cattaneo che simula il prossimo Parlamento con la nuova legge proporzionale e con 600 eletti al posto di 945, in base alla media dei sondaggi di oggi: “Ecco il Parlamento se vince il Sì. Destra avanti in entrambe le Camere”. Naturalmente la destra sarebbe avanti anche se vincesse il No, perché il taglio riguarda tutti i parlamentari, anche quelli di destra, non solo grillini e centrosinistri; e col proporzionale vince chi prende più voti, cioè – secondo la maggioranza dei sondaggi di questi giorni -la destra. Ma tutto fa brodo: vedi mai che qualche lettore idiota ci caschi, si spaventi e corra a votare No pensando di sbaragliare le destre.

Ieri, terzo replay. Titoli a pag. 1 e 2: “Metà dei boss ancora a casa. Sono 112 su 223 i mafiosi e narcotrafficanti liberati durante il lockdown e non rientrati in cella nonostante il decreto Bonafede”. “La beffa dei boss mafiosi scarcerati per il virus. Nonostante il dl Bonafede che avrebbe dovuto riportarli in cella”. Poi leggi l’articolo, correttissimo e informatissimo, e scopri che nel titolo non c’è una parola di vero: tutto falso o fuorviante. Se il titolo rispecchiasse l’articolo, non meriterebbe neppure una breve in cronaca: l’unica novità è che durante il lockdown i boss veri o presunti scarcerati non erano 498, come si era detto e strombazzato, ma 223 (meno della metà, di cui solo 121 pregiudicati e 102 presunti non colpevoli, perché mai condannati, ma in custodia cautelare; gli altri 275 erano finiti ai domiciliari per motivi del tutto estranei alla pandemia). Aggiungiamo che, com’è noto a tutti fuorché ai titolisti di Repubblica e ai teleconduttori scalmanati, quei detenuti non sono stati scarcerati e spediti ai domiciliari a causa (o con la scusa) del Covid da Bonafede, ma da decine di giudici di sorveglianza in base a leggi preesistenti: l’unica norma nuova, inserita dal ministro nel dl Cura Italia di fine marzo, restringeva l’applicazione della svuotacarceri di Alfano, escludendo i detenuti per reati di mafia e altri delitti gravissimi.

Ma qui, come in un noto talk show di mitomani, si continua a far credere il contrario, cioè che il Guardasigilli abbia il potere di arrestare o scarcerare i detenuti. Il dl Antiscarcerazioni, varato il 9 maggio, non avrebbe affatto “dovuto riportarli in cella”: se l’avesse solo tentato, sarebbe stato incostituzionale perché avrebbe violato la più elementare divisione dei poteri. Il decreto impone ai tribunali di sorveglianza di riesaminare le loro ordinanze di scarcerazione alla luce dell’attenuarsi dei contagi e della maggior disponibilità di posti letto in strutture sanitarie detentive; ma spetta sempre ai giudici decidere chi rimandare in cella e chi lasciare a casa (il che non ha risparmiato a Bonafede accuse da avvocati e magistrati, addirittura ricorsi alla Consulta). E così è stato: 111 sono tornati dentro e 112 sono rimasti ai domiciliari. Peraltro, dei sei soggetti pericolosi ancora fuori citati da Repubblica, uno non era uscito per rischio Covid (quindi col decreto non c’entra); e, per gli altri cinque (quattro in custodia cautelare, cioè presunti non colpevoli, e uno solo condannato), il Dap ha proposto soluzioni sanitarie adeguate in strutture detentive, ma i giudici hanno ugualmente confermato i domiciliari.
Quindi, con chi ce l’ha Repubblica? E soprattutto: cosa propone? Intende forse polemizzare con i giudici che abusano del loro potere per metter fuori i criminali, come gli “ammazzasentenze” di un tempo, che scarceravano decine di boss (quelli sì, sicuri, perché pregiudicati) con la scusa di un timbro sbagliato o di una pagina di sentenza mancante? Nossignori: di questa polemica non c’è traccia, altrimenti poi chi li sente i “garantisti” repubblichini. L’unico colpevole citato della “beffa” è il ministro, che non c’entra nulla, anzi ha fatto fin troppo per rimediare allo sbrego aperto nell’Antimafia dai tribunali di sorveglianza. Come passa il tempo. A marzo Repubblica contestava Bonafede perché non svuotava le carceri con un bell’indulto o una bella amnistia e dunque preparava la strada a una strage di detenuti per Covid (risultato: 1 morto di Covid su 61mila detenuti in sei mesi). Ora lo contesta per averle svuotate troppo (mentre l’han fatto i giudici, in barba ai suoi decreti). Prima lo attaccava per aver abolito la prescrizione a danno di “tanti innocenti in carcere” (che con la prescrizione non c’entrano nulla). Ora pretende che si sostituisca ai giudici per riarrestare per decreto i detenuti e chiama “boss”, “mafiosi” e “narcotrafficanti” anche quelli mai condannati, dunque – per la nostra Costituzione – presunti non colpevoli. E questi sarebbero i “garantisti”. Poi ci sono i “giustizialisti”, che saremmo noi. Ma andé a ciapà i ratt.

Tra i “Lacci” e i lacciuoli Venezia dice ancora la sua

Si parte buttando il cuore oltre il muro che sottrae il red carpet alla vista, e dunque al rischio assembramento: è la 77esima Mostra di Venezia, e non ce n’è mai stata una così. La pandemia pretende misure straordinarie, gli accreditati sono la metà del solito, le mascherine senza soluzione di continuità: i lacciuoli del Covid-19, cui il festival contrappone i Lacci di Daniele Luchetti, tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Da undici anni un film italiano qui non apriva, si guardava a Hollywood con affaccio Oscar, stavolta no, e chiuderà un altro tricolore, Lasciami andare di Stefano Mordini. In Sala Grande la solidarietà, tattica più che strategica, è di sette direttori, da Cannes a Berlino, convenuti per “riaffermare il ruolo e l’importanza dei festival nel sostegno e nella promozione del cinema di tutto il mondo, e di quello europeo in particolare”, il Leone d’Oro alla carriera va a Tilda Swinton, simbolo della Mostra donna, la musica è dello scomparso Ennio Morricone, Il tema di Deborah, con il figlio Andrea a dirigere, le istituzioni con il ministro dei Beni culturali Franceschini e il sindaco di Venezia Brugnaro, la speranza della madrina Anna Foglietta. Alla causa di forza maggiore il presidente della Biennale Roberto Cicutto e il direttore artistico Alberto Barbera hanno opposto la causa più grande del cinema. Con Lacci non si parte male, sebbene senza Coronavirus si sarebbe forse partiti meglio – l’ouverture designata era On the Rocks di Sofia Coppola, con Bill Murray. Luchetti e Francesco Piccolo “credono pienamente” al libro del terzo sceneggiatore, non temono i dialoghi, anche verbosi, e riescono in una trasposizione dignitosa, perfino devota, che scansa la pena del contrappasso: per parafrasare quel che Anna attribuisce al padre Aldo, essere un film banale che dice cose acute. Cast di prima grandezza e uniforme bravura, sebbene qualcuno storca il naso perché Luigi Lo Cascio e Silvio Orlando, cui tocca incarnare Aldo giovane e maturo, non si rassomigliano, e lo stesso accade con Alba Rohrwacher e Laura Morante per Vanda, la storia di una coppia che scoppia nella Napoli anni 80 e si ricompone, e decompone, trent’anni più tardi ha la qualità umana, e di pensiero, di Starnone, e appunto la verità degli interpreti: anche i figli Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini convincono. Magari non avremo – non l’abbiamo – uno star-system, ma possiamo consolarci con bravi attori.

Galeotto fu quel verso. Lui era “l’Orso” e lei “la Volpe”

Le lettere di Montale alla Spaziani si trovano al fondo Manoscritti di Pavia, istituzione di fronte alla quale, come ha raccontato Maria Corti in Ombre dal fondo, sono emersi scheletrini sepolti dalle suore di un antico convento, peccati inconfessabili fatti sparire appena dopo la nascita se non prima: una simbologia ossea malaugurante per tanti feti filologici in attesa della luce delle librerie. Le lettere della Spaziani a Montale invece non esistono più perché il poeta non le ha conservate, causa gelosia della moglie.

Si definiva poeta Maria Luisa Spaziani, non voleva essere chiamata poetessa e la voce cavernosa con parlava la rendeva convincente. Non c’era bisogno di spiegazione ma era come se la versione femminile di un nome fosse diminutiva o dispregiativa (vedi ironia di Calvino sul “Gran Khan” e la “Gran “Khagna”). L’ho incontrata a Roma poco prima che morisse e dopo il rientro dall’ospedale dove era stata ricoverata in seguito a una caduta. Viveva sola in un appartamento in Prati. Aveva rotto con l’unica figlia, era sola in mezzo a una confusione totale, tra cartoni della pizza e il ritratto che le aveva fatto Picasso. La sua mitologia esistenziale si fondava su alcuni eventi, vette e abissi, ascese e cadute lungo il piatto cammino della quotidianità. Tra le cadute la rottura del matrimonio con Elémire Zolla, sposato nel ’58 dopo un fidanzamento di dieci anni e fuggito con Cristina Campo poco dopo le nozze.

Nella mitologia positiva spiccava l’incontro con Montale nel ’49. La Spaziani aveva 27 anni e le era stata presentata con altri giovani poeti piemontesi al termine di una conferenza al teatro Carignano di Torino e l’aveva sfrontatamente invitato a colazione: “Meno male che Proust è morto” sarebbe stato il commento dei genitori quando si sono visti il futuro Nobel in casa. Sotto il segno di Montale era stato l’esordio del ’54, Le acque del sabato. La raccolta di poesie, uscita nella prestigiosa collana dello Specchio Mondadori, ha scatenato malignità sulla natura del loro legame, i 26 anni di differenza e l’aiuto alla pubblicazione. Più avanti la Spaziani non avrebbe fatto mistero della relazione che li legava. Ma la questione dell’aiuto l’offendeva. Amante sì, protetta no.

Montale era l’Orso, lei la Volpe. Ma tra l’Orso e la Volpe c’era la Mosca. Cioè Drusilla Tanzi, dieci anni più anziana di lui. Con lei Montale conviveva dal ’39 e si era sposato nel ’62, per restare vedovo poco dopo. Qualcuno, con la perfidia tipica dell’ambiente letterario, la descriveva come “un attaccapanni con gli occhiali” per l’aspetto fragile e i problemi alla vista. Pure la nipote Natalia Ginzburg parla delle sue spesse lenti di Drusilla in Lessico famigliare. “La Mosca era furibonda di gelosia quando ha saputo dell’infatuazione di Montale per la Spaziani. Mia moglie a un certo punto le ha detto: ma non preoccuparti, sarà un amoraccio senile… Così la Mosca, offesissima, ha rotto i rapporti con noi” ricordava Gillo Dorfles, autore di un articolo per il Corriere sulla “vita spericolata di Eusebio”. Eusebio era il soprannome di Montale e faceva un po’ playboy sudamericano: più che uno pseudonimo un ossimoro.

Ma solo un personaggio timido e arido come lui poteva scrivere una grande poesia d’amore senza cadere in melensaggini. Niente voli pindarici, ma parole che fluiscono essenziali fuori dalle vene della vita, aperte dal colpo fatale, sia pure dopo una vita condotta al cinque per cento: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/ e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino./ Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio./ Il mio dura tuttora, né più mi occorrono/ le coincidenze, le prenotazioni,/ le trappole, gli scorni di chi crede/ che la realtà sia quella che si vede…”.

La luce crepuscolare di cui sono imbevuti questi versi stride con l’ottimismo cromatico di quella che è forse la più bella poesia della Spaziani: “L’indifferenza è inferno senza fiamme,/ ricordalo scegliendo fra mille tinte/ il tuo fatale grigio./ Se il mondo è senza senso/ tua solo è la colpa:/ aspetta la tua impronta/ questa palla di cera”. Più che immalinconita dalla vecchiaia, la Volpe sembrava arrabbiata, priva di difese e schermi, pronta all’offesa perché la palla era sempre più refrattaria alla sua impronta. Si è parlato di letteratura e mi ha raccontato delle lettere di Montale che si augurava sarebbero state pubblicate dalla Mondadori dopo il Meridiano che l’aveva incoronata non ancora postuma, caso rarissimo per i poeti. Se nominavi altri artisti, li azzannava. Non senza classe, bisogna dire.

Gli artisti tendono a rappresentarsi come persone nobili (la Spaziani credeva agli angeli ed era legata a Giovanna d’Arco), ma dal vivo mostrano anche aspetti poco edificanti. Naturalmente ne hanno come e più di tutti per la difficile condizione in cui sono immersi, tra alti e bassi dell’attività letteraria, i quali accentuano egoismi e rivalità.

Mi aveva dunque colpito la sfrontata sincerità della Spaziani nel raccontare un’altra ferita: dopo avere fondato il premio Montale si era vista portare via la creatura e anche l’appartamento di piazza Vittorio a Roma, eletto a sede del premio, in quella Roma piemontese ormai solo per via dei portici. Si è spenta lunedì 30 giugno 2014, qualche mese prima di compiere 92 anni. La stessa data di una poesia della sua prima raccolta in cui vedeva pietra tra le pietre in un concerto notturno di grilli.

Addio Daverio, lo storico che dava del “tu” all’arte

Era capace di una cosa di cui pochi sono capaci, rendere facili le cose difficili. Ti portava a spasso nella Storia dell’arte come fosse un gioco (perché in fondo lo è), ma insieme una cosa serissima (perché la è). Era dotato – cosa rarissima – di intelligenza dinamica, ossia quella che trova nuovi legami tra le cose. Mica quella enciclopedica, “sono capaci tutti di digitare su Google”. Il suo sapere era vasto, “conteneva moltitudini”, per scomodare Whitman, e sempre mosso dal desiderio di sapere di più, da una curiosità inesauribile. Philippe Daverio se ne è andato ieri, alla soglia dei 71 anni, in una stanza di ospedale della sua amata Milano, portato via da una brutta bestia con la quale stava bisticciando da anni. Impossibile definirlo, i grandi fuggono qualsiasi definizione, scivolano le etichette come saponette bagnate dalle mani: storico dell’arte, saggista, mercante d’arte, professore universitario, direttore di riviste, assessore, ideatore di programmi televisivi, insomma Philippe Daverio è stato capace di tutto, straordinario in ogni sua veste, per questa nessuna gli calzava a pennello. Era nato nel 1949 a Mulhouse, in Alsazia; al contrario di ciò che in tanti pensano, studiò alla Bocconi, quindi materie economiche (e di economia capiva tantissimo). Poi è arrivata l’arte, prima mercante, poi storico, poi saggista; professore in diverse università, direttore di musei, poliglotta, dandy fino al midollo – papillon, gin tonic e sigarette i suoi amori.

La grande popolarità arriva nel 2002 quando conduce su Rai3 Passepartout, un programma nel quale riusciva a raccontare l’arte come nessuno mai: con grande scienza, ma anche con grande divertimento. Magari lo si vedeva a inizio puntata aggirarsi in tabarro tra i corridoi della National Gallery di Londra – alla ricerca di un dettaglio minuscolo o di un dipinto sottaciuto – per poi vederlo ricomparire in abito di lino bianco ai piedi di una piramide di Luxor. Anche la casalinga di Arbasino andava in visibilio per lui, perché tra un museo e l’altro, oltre a divertirla con le sue spiegazioni colte e mirabolanti, le insegnava anche come bere “con garbo” un tè in giardino. Una volta registrò una puntata alla Biennale di Venezia insieme alla moglie: imitarono Alberto Sordi nel film Dove vai in vacanza? nella celebre scena in cui Sordi lascia la consorte affaticata su una sedia e i turisti la fotografano, scambiandola per un’opera d’arte. Perché Daverio possedeva l’arma tagliente dell’ironia, e la usava sempre. Amava molto André Malraux, storico ministro della Cultura francese, presidenza De Gaulle, che negli anni Sessanta scrisse Il museo immaginario, libro dove si preconizzava un futuro con le opere d’arte tutte a portata di mano. Arrivò Internet e lui replicò con Il museo immaginato, conclusione ideale del grande francese. Nella sua vita arrivò anche la politica: negli anni è stato corteggiato da destra e da sinistra, qualche volta ha ceduto a queste lusinghe, ma sempre fermo sulle sue idee, “è la politica che mi gira intorno, io rimango lo stesso”. Assessore alla Cultura di Milano con il primo sindaco leghista, Marco Formentini, dal 1993 al 1997 – “era la Lega ad avere idee daveriane, non il contrario” ripeteva – si candidò più volte con il Partito democratico e recentemente con +Europa, odiava nazionalismi e populismi. Non gliene fregava niente di destra o sinistra, era per le cose ragionate, come Malraux, uomo di sinistra in un governo conservatore: “Chi se ne frega delle bandierine, guardiamo la ciccia”.

Tifava per l’Europa – la grande Europa, che non è questa – tanto da fondare il movimento “Save Italy”, nel quale tra il serio e il faceto auspicava un commissariamento dell’Italia: “Siamo troppo belli, troppo preziosi e troppo cialtroni per bastare a noi stessi. Che ci salvi l’Europa!”. Era sì poliglotta, uomo di mondo, ma amava tanto l’Italia. Una volta a casa sua, davanti ad alcuni amici, recitò Goethe in tedesco: “Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni anche d’inverno?”. Sì, è l’Italia! E poi guardando la moglie Elena, sussurrò: “È laggiù, laggiù che io ti vorrei portare, o mia amata!”.