Melania, gli affari della Casa Bianca sulle email private

La nemesi dell’account email privato colpisce come un domino tutti i Trump alla Casa Bianca: prima Ivanka, la figlia consigliera, e il marito Jared Kushner; adesso la first lady Melania, ‘tradita’ dall’ex amica e collaboratrice Stephanie Winston Wolkoff. Per il momento ne resta immune Donald, che lavora più di tweet che di mail. Sull’uso ‘criminale’ dell’account privato invece che di quello ufficiale il magnate candidato costruì tutto un caso contro la sua rivale Hillary Clinton nella campagna 2016: i suoi fan, ai suoi comizi, scandivano lo slogan ‘Lock her up’, in manette, per quella colpa. Ora, i capi d’accusa di Melania sono meno pesanti che quelli di Hillary, che con l’account privato gestiva affari del Dipartimento di Stato. La sua accusatrice la espone al pubblico ludibrio perché usava la mail privata per organizzare la caccia all’uovo alla Casa Bianca a Pasqua 2017, ma anche per ‘faccende di Stato’: l’insediamento di Donald, dettagli delle visite in Israele e Giappone, il contratto della stessa Wolkoff, che rimase con lei fino all’estate 2017 quando ci fu la rottura. Da una decina di giorni, l’ex amica è impegnata a distillare i contenuti del suo libro sui media Usa: Melania and Me: My Years as Confidant, Advisor and Friend to the First Lady è il titolo dell’ennesimo volume pubblicato da Simon and Schuster destinato a infastidire la ‘prima famiglia’, dopo quelli di John Bolton e di Mary Trump (e in attesa di quello dell’avvocato Michael Cohen).

Intervistata dalla Abc, Wolkoff ha detto che l’intera famiglia Trump è corrotta, avvezza alle truffe e all’imbroglio e ha affermato di stare collaborando con gli inquirenti che indagano sui inghippi finanziari legati all’Inauguration Day, quando Trump si insediò alla Casa Bianca. Melania non ha preso bene Melania and Me e ha diramato una nota in cui definisce l’autrice “un’insicura” e “una disonesta”.

Navalny messo ko dal nervino utilizzato dagli agenti russi

Lo avevano già ipotizzato nei giorni scorsi i medici tedeschi, ma ieri Berlino ha confermato ufficialmente: il veleno in circolo nel corpo dell’oppositore russo Aleksej Navalny – ora in coma nella clinica Charite a Berlino – è novichok, la sostanza usata dai servizi segreti russi per avvelenare i nemici del Cremlino da un lato all’altro del mondo. Non più supposizione, ma evidenza acquisita e impossibile da contraddire: l’intento “era quello di silenziarlo”, ha detto la cancelliera Angela Merkel. Mentre il “paziente russo” più famoso d’Europa rimane avvolto nel silenzio e nei tubi del ventilatore che lo mantengono in vita su suolo tedesco, la cancelliera ha preteso nuovamente trasparenza dopo i risultati delle analisi: “È un tentato omicidio, ci sono domande serie a cui solo la Russia può e deve rispondere”.

L’uso dell’agente nervino è stato dimostrato “in maniera inequivocabile”: lo dicono i risultati dei test condotti dagli specialisti berlinesi, che hanno identificato lo stesso composto letale divenuto noto al resto del mondo dopo il tentativo di avvelenamento dell’ex spia Serghey Skripal e sua figlia Yulia in Gran Bretagna nel 2018. Un veleno già usato da tre agenti russi della Gru, servizi segreti russi, condannati in contumacia in Bulgaria per il tentativo di neutralizzare un trafficante di armi a Sofia. È la geopolitica dei veleni, reazioni chimiche che hanno scatenato quelle politiche. “L’uso del novichok è sconvolgente, il governo russo deve subito fornire spiegazioni sull’incidente” ha riferito il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert. La prima a chiedere a Mosca di “fare chiarezza con urgenza” è stata la Merkel, che ha richiesto con la stessa “urgenza” di incontrare l’ambasciatore russo a Berlino, convocato di fretta dalle autorità tedesche. Dalla stanza sigillata ed asettica del blogger a quella degli uffici delle alte cariche del Bundestag: i ministri dell’Interno, delle Finanze, degli Esteri tedeschi sono stati riuniti a porta chiusa per le “prossime, ulteriori risposte” da spedire a Mosca dalla Germania. Per la numero uno della Commissione europea Ursula von der Leyen “è un atto di cattiveria e codardia” e “i responsabili devono pagare”. Il novichok “è l’autografo di Vladimir Putin sulla scena del delitto” ha detto l’alleato dell’oppositore, Leonid Volkov. Per la squadra di Navalny la presenza dell’agente nervino è la prova ultima di colpevolezza del presidente russo, il cui portavoce, Dimitry Peskov, ha promesso ieri “totale, completa cooperazione della Russia” nelle indagini e, attraverso i microfoni dell’agenzia di Stato Ria Novosti, ha garantito uno “scambio di dati e informazioni con la Germania”. Tutto è cominciato poco prima o poco dopo quella foto scattata a Navalny il 20 agosto scorso. L’oppositore stava per lasciare le terre remote e siberiane della Federazione, che aveva attraversato per supportare i candidati indipendenti che si batteranno alle urne contro gli uomini di Russia Unita, il partito del presidente.

Con lo sguardo pensieroso l’oppositore seduto al bar dell’aeroporto sorseggiava un tè da un bicchiere di plastica rosso; poco dopo si sarebbe imbarcato per tornare a casa, a Mosca, senza sapere che avrebbe fatto tappa con un atterraggio d’emergenza prima a Omsk, dove è stato ricoverato in principio, e in seguito a Berlino, dove un elicottero lo ha evacuato e ora rimane sorvegliato dalle divise della polizei. Il ragazzo biondo che aveva cominciato a fare politica nel partito Jabloko – da cui poi fu espulso – dopo un passaggio breve nell’ala nazionalista dell’area politica russa, deve la sua fama ai canali digitali e al cordone di donne che da sempre lo circonda e lo segue: la moglie Yulia è ora in Europa. Rimangono invece in Russia Ljubov Sobol, ai vertici del Fondo Anti-corruzione, e la fedelissima portavoce Kira Yarmush.Veterano di attentati alla sua vita, Navalny era stato già intossicato da un’altra sostanza sconosciuta nel luglio 2019, mentre si trovava in carcere per una condanna a un mese. Allora si parlò ufficialmente di una reazione cutanea legata a una allergia; il blogger aveva negato di averne mai avute.

“I sintomi stanno sparendo, ma il paziente rimane in condizioni critiche” ha dichiarato l’ufficio stampa della clinica Charite. Se la degenza per Navalny potrebbe essere in via di conclusione, la guerra d’occidente contro l’est di Putin si arricchisce di un nuovo capitolo: dopo il “caso Skripal”, sui tavoli dei vertici d’Europa c’è il “caso Navalny”. Nuove sanzioni – dopo quelle per l’annessione della Crimea nel 2014, per l’interferenza nelle elezioni Usa nel 2016, e per l’avvelenamento dell’ex spia russa in Gran Bretagna – potrebbero essere presto decise contro Mosca.

“Se Londra fa estradare Assange sarà la fine della libertà di stampa”

È il processo che deciderà i confini della libertà di stampa nelle nostre democrazie. Lunedì, a Londra, il dibattimento sull’estradizione negli Stati Uniti del fondatore di WikiLeaks entrerà nel vivo. Il Fatto Quotidiano ha chiesto un’analisi a Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch, una delle più importanti organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani.

Quando l’anno scorso Julian Assange è stato arrestato, lei ha scritto un editoriale per il Guardian sostenendo che ‘il modo in cui le autorità inglesi risponderanno alla richiesta di estradizione degli Usa determinerà quanto è seria la minaccia che questo processo pone alla libertà di stampa in tutto il mondo”. Un anno dopo, è chiaro come rispondono: tengono Julian Assange in un carcere di massima sicurezza da oltre un anno, con il rischio che venga infettato dal Covid. È un trattamento compatibile con la libertà di stampa?

Rimango dell’opinione che sia completamente sbagliato perseguire Assange per aver semplicemente pubblicato i documenti segreti del governo che gli ha inviato Chelsea Manning. Ed è particolarmente sbagliato usare l’Espionage Act, che non consente una difesa dei whistleblower, quindi se Assange finirà davanti a una Corte negli Stati Uniti, non potrà difendersi dicendo che ha rivelato quei file nel pubblico interesse. Il governo americano – perfino l’Amministrazione Trump – si rende conto della minaccia che pone al giornalismo l’Espionage Act usato contro la pubblicazione di documenti, quindi quello che sta cercando di fare è dipingere Julian Assange come un hacker.

Un esperto di sicurezza informatica e giornalista che non è affatto un suo sostenitore ha analizzato le accuse di hacking e ha concluso che ciò che Assange ha fatto non ha nulla a che vedere con l’hacking: ha assistito Manning nell’accedere ai computer del governo preservando l’anonimato. Noi giornalisti facciamo ogni giorno cose analoghe per proteggere le nostre fonti…

Mi rendo conto: spesso i giornalisti forniscono alle loro fonti dei sistemi per inviare informazioni in modo confidenziale. È la regola, per esempio, nel giornalismo che si occupa di sicurezza nazionale. Il governo americano sostiene che Assange sia andato oltre e abbia aiutato Manning non semplicemente a proteggere la sua identità, ma ad hackerare i computer. Non so se sia vero o meno e mi rendo conto che Assange sostiene di non averlo fatto. Se si dovesse procedere con l’estradizione, è importante che il governo inglese ponga una barriera a difesa della libertà di espressione: non deve dire sì a un’estradizione finalizzata a punire la pubblicazione di documenti segreti o l’aiuto a una fonte giornalistica per proteggerne l’identità.

Le autorità inglesi amano mostrare fair play e hanno nominato Amal Clooney come loro rappresentante per la libertà di stampa. Eppure, nel caso Assange, gli inglesi hanno detenuto arbitrariamente un giornalista per nove anni, come ha stabilito il Working Group (Unwgad) delle Nazioni Unite, e hanno completamente ignorato l’Inviato Speciale Onu contro la Tortura, Nils Melzer, che ha denunciato la tortura psicologica subita da Assange. Come fare affinché l’Inghilterra rispetti le leggi internazionali?

A questo punto la domanda importante che si trovano ad affrontare la Corte e il governo inglesi è se estradare Julian Assange o no. Sono in gioco principi fondamentali come la libertà di espressione e di stampa. Quello che succederà dipende da Londra.

Il dato di fatto più scioccante è che, dopo aver rivelato crimini di guerra e torture degli Usa, Assange non ha mai più conosciuto la libertà, mentre i criminali di guerra e i torturatori esposti da WikiLeaks non hanno passato un solo giorno in prigione. Non è un mondo alla rovescia?

Il governo americano ha un terribile record in materia di punizione dei suoi criminali di guerra. E non solo l’Amministrazione Trump: il problema risale a Obama e Bush. Ho discusso personalmente questo argomento con il presidente Obama: semplicemente non voleva pagare il prezzo politico che comportava il perseguire i torturatori di Bush. Creare questo precedente è pericoloso, perché suggerisce che quei crimini di guerra possono essere commessi di nuovo nell’impunità e indebolisce le regole internazionali, perché per giustificare il fatto che non rispondono dei loro abusi, i dittatori puntano il dito sistematicamente verso il fallimento degli Usa nel punire i loro criminali di guerra.

Se gli Usa possono estradare un giornalista ed editore per aver pubblicato documenti segreti, lei crede che altri Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Cina, Russia, proveranno a fare lo stesso, innescando un effetto domino che distruggerà la libertà di stampa?

Tutti i governi che lei ha citato perseguono già ora i giornalisti semplicemente perché li criticano. Non facciamo finta che il governo cinese abbia bisogno di Trump per perseguire i giornalisti. Ma se lui riuscisse a imprigionare Assange, sarebbe una minaccia alla stampa Usa e occidentale.

La Toscana di Susanna, dove i Medici abbozzano ai no vax

Visto che le regionali in Toscana sono alle porte e si trascinano dietro molte incertezze sul futuro, vado a illustrare le cose che cambieranno nella citata Regione se vincerà Susanna Ceccardi.

1. Gli Uffizi verranno interamente svuotati perché pieni di statue di professoroni come Dante, Machiavelli e Michelangelo e verrà convertita in sede ufficiale della Presidenza della Regione Toscana. Alla Ceccardi sarà destinata la sala di Leonardo, dove i quadri del professorone Da Vinci saranno rimossi per far spazio, sulle pareti, a un cappellino di Donald Trump, a un santino ortodosso, all’ampolla dell’acqua padana e alla collezione di sottobicchieri del Papeete.

2. Rivoluzione nel mondo dei vini toscani. Intanto banditi i rossi, per ovvi motivi. La produzione andrà convertita in bianco a partire dalla prossima vendemmia, ma sarà permesso consumare le scorte delle precedenti annate a patto che prima di sorseggiare un calice si declami ‘Ogni rosso che bevo è un rosso di meno’. Al netto di ciò, il Brunello di Montalcino cambierà in nome in Bianchello, perché gli italiani sono bianchi e non bruni, mentre il Nobile di Montepulciano, troppo elitario, diventerà l’“onesto cittadino” di Montepulciano. Il Vin Santo si potrà continuare a bere, ma baciando la bottiglia e poi brindando al Cuore Immacolato di Maria.

3. Grandi novità anche nella toponomastica. A Firenze, al Palazzo Vecchio, al Ponte Vecchio e a tutto ciò che finisce in vecchio andrà aggiunto ‘conio’, in omaggio alla lira. A Siena, piazza della Signoria diventerà piazza del Signoraggio, bancario, poi sarà rasa al suolo. Sulle ceneri del Palazzo Pubblico verrà trapiantata la Loggia del Capitano che al momento si trova a Sovena, Grosseto.

4. Nel 2018 la comunità senegalese di Cascina chiese di celebrare l’Eid-al-fitr, l’importante festa di fine Ramadan, nella palestra comunale. La sindaca Ceccardi rispose che l’avrebbe concessa solo ‘a patto che condannassero pubblicamente ogni atto di violenza del fondamentalismo islamico’. Ora la procedura sarà richiesta anche per atti di diverso tipo, come il rinnovo della patente (Condanno con fermezza la pirateria stradale’), l’abbonamento in curva allo stadio (Condanno con fermezza la violenza sugli spalti’) o l’acquisto di un gratta e vinci (Abbasso la ludopatia’). Non è ancora chiaro se sarà necessaria una lettera formale o se basterà urlarlo fortissimo dal posto.

5. Scontato un nuovo slogan per la commercializzazione del marmo di Carrara: Ce l’abbiamo duro. Probabile l’obbligo di marchiare a fuoco ogni forma di pecorino toscano con la dicitura Toma Ladrona. I sigari, invece, saranno accompagnati dall’adesivo Prima i toscanelli.

6. La dinastia dei Medici rischia di diventare ingombrante, troppo polarizzante per elezioni in cui il contributo dei no-vax può fare la differenza. È quasi certo, quindi, che in caso di vittoria il nome dell’illustre casata de’ Medici verrà sostituito con quello di altre professioni a caso scelta dagli elenchi di Salvini, per allargare il fronte del consenso. Lorenzo de’ Commercianti, Cosimo de’ Artigiani, Caterina de’ Imprenditori saranno i numi tutelari di una regione stanca di dottoroni, professoroni, espertoni.

7. Il Frecciarossa Milano-Firenze-Roma-Napoli rispetterà la tratta consueta. Il Frecciarossa Napoli-Roma-Firenze-Milano invece subirà un’interruzione all’altezza di Orte Scalo per i controlli anti-Covid. I passeggeri provenienti dal Sud verranno sbarcati e caricati su un bus diretto a Nord passando per le Marche. Quelli con febbre, se in possesso di tessera della Lega, verranno fatti passare. Snack in omaggio.

8. La Ceccardi ha in mente di raddrizzare la Torre di Pisa per dimostrare che la Lega è in grado di rimediare a qualunque errore del passato. Secondo voci di corridoio, sarebbe intenzionata a convocare i 400mila stranieri residenti in Toscana sotto la Torre il giorno della sua elezione, invitandoli a spingere tutti insieme al suo via. Di pendente, nella Lega, resteranno solo i procedimenti.

9. La città di Populonia cambierà nome in Populismo e sarà gemellata con la città uzbeca di Samarcanda, il cui nome verrà opportunamente ritoccato in Propaganda.

10. I personaggi toscani dello spettacolo più identificati con la regione dovranno apportare alcuni cambiamenti: Carlo Conti, per evidenti ragioni, dovrà stingere di almeno 6 gradazioni, quindi trascorrerà un lungo periodo di deportazione presso una conceria nel Pistoiese in cui verrà cromaticamente corretto. A Leonardo Pieraccioni verrà tassativamente vietato di utilizzare gnocche spagnole o simili, dunque immigrate, come coprotagoniste dei suoi film. Giorgio Panariello dovrà convertire il suo dialetto toscano in veneto del Basso Piave. Massimo Ceccherini invece potrà continuare a bestemmiare, purché se la prenda con Maometto.

Mail box

 

Le ombre di Draghi dietro il voto del 21

Il risultato del referendum avrà ripercussioni sulla durata del governo? Non è detto. Ma chi è insofferente a Conte spera che qualunque esito favorisca l’avvento di Draghi e un bel governo di unità nazionale, dove tutto sarebbe meglio. Come se mettere sotto lo stesso tetto sinistra e destra fosse possibile, anzi auspicabile. In molti voteranno un’importante modifica della Costituzione per fare un dispetto a un avversario o per guadagnare consenso dalla botta alla casta, non pensando invece che si possono provocare danni permanenti entrando nel dna della democrazia.

Massimo Marnetto

 

I signorNì e la memoria corta degli italiani

A meno di un anno dalla quarta lettura in Parlamento della riforma (che si concluse con una vittoria unanime del Sì) scopriamo che la memoria degli elettori italiani è settata a pochi mesi. Grazie a questo sonno di attenzione collettivo, il dibattito sul referendum è animato da un nuovo soggetto politico. Il signorNì. I signorNì sono tutti quei deputati e senatori che dopo aver votato Sì alla riforma in Parlamento (alcuni per 4 volte consecutive), magicamente e nell’indifferenza collettiva si schierano apertamente dalla parte del No. Per “spegnere” un signorNì; Sarebbe sufficiente fare le domande giuste e chiedere conto dei propri comportamenti comico/contraddittori. Ma il rischio di svegliare la popolazione dormiente e smemorata è troppo alto, e allora buonanotte a tutti: sognatori e signorNì.

Niccolò Morelli

 

Menomale esiste il vostro giornale

Caro Travaglio, ormai è chiaro da lungo tempo che gran parte dei mezzi di informazione, giornali, tv, talk show, etc., in buona compagnia di politici-banderuola, non hanno più neppure il pudore di simulare il servilismo o le spudorate pubbliche contraddizioni al servizio dell’oligarchia politico-finanziaria confidando nella superficialità o nella memoria corta degli italiani. Non hanno fatto i conti, per fortuna, con Il Fatto Quotidiano, che li inchioda all’angolo con fatti precisi, date, circostanze inoppugnabili. Dove sono finiti il “rispetto della verità sostanziale dei fatti”, il “dovere di rettifica di notizie false”, il “decoro e dignità professionale”? Caro Direttore, mi può spiegare a cosa serve l’Ordine dei giornalisti ?

Giancarlo Faraglia

 

La guerra civile in atto negli Stati Uniti fa paura

Ma che razza di presidente si sono scelti i cittadini americani? Come si fa a paragonare l’uccisione di un uomo allo sbaglio di un tiro con la mazza da golf? Questo è Donald Trump, presidente degli Stati Uniti con il concerto rischio di essere riconfermato alla Casa Bianca. Nel suo Paese è, di fatto, in corso, una strisciante guerra civile e lui, che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, si schiera apertamente da una parte, aggiungendo benzina all’incendio. Se la “più grande potenza mondiale” è messa in questo modo c’è poco da stare sereni e tranquilli.

Mauro Chiostri

 

Il giornale unico del ‘no’ e l’odio verso i 5Stelle

Il No dei giornaloni ha un solo significato: temono che la vittoria del Sì rafforzi all’interno della compagine governativa la componente 5Stelle. Infatti, la riduzione del numero dei parlamentari e del loro stipendio è stata uno dei cavalli di battaglia del movimento sin dalla sua nascita. Ma i giornaloni sono anche espressione degli interessi delle oligarchie dominanti. Berlusconi, che sicuramente ne fa parte, infatti, alla vigilia delle ultime elezioni politiche aveva definito il M5S come “il pericolo numero 1”.

Maurizio Burattini

 

Ricordiamoci dei danni già fatti dalle destre

Chi critica ad alzo zero il governo per come ha gestito la situazione politico-pandemica, dovrebbe andare a pregare per il miracolo che gli è stato fatto nel non lasciare in mano all’opposizione questa situazione. Se solo si ricordassero di quanto hanno già combinato in passato.

Fabio De Bartoli

Trump e il Covid. Strumentalizzato anche questo dramma globale

Quando la politica interviene inopportunamente sui vari accadimenti del vivere, genera solo disastri. Il populista Donald Trump sta premendo per ottenere addirittura il vaccino anti Covid-19 prima del voto, di fatto anche prima della conclusione della fase 3, che è l’ultimo e necessario passaggio della rigorosa sperimentazione clinica. E ciò che è sconvolgente è che una autorità scientifica di prestigio come la Food and Drug Administration (Fda) pare stia cedendo alle pressioni scriteriate del presidente americano, che per meri propositi elettoralistici rischia di invalidare un percorso virtuoso. In Italia, il tanto bistratto governo Conte non si permetterebbe mai di influenzare le sperimentazioni dei centri clinici e degli ospedali universitari. I primi test sull’uomo, da noi, sono partiti a fine agosto all’Istituto Spallanzani di Roma. Ma i nostri politici, che potrebbero insegnare a Trump i rudimenti del fare democratico, non si sognerebbero minimamente di intromettersi nelle decisioni tecniche dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Aifa e del Comitato Etico Nazionale. Con stima.

Marcello Buttazzo

 

Gentile lettore, che vuole che le dica?, ha perfettamente ragione. E non è manco motivo d’orgoglio constatare che i nostri governanti, come quasi tutti i leader della Vecchia Europa, fanno meglio dello scriteriato e sciagurato Donald Trump. Sarei invece meno severo con Fda, Cdc e altri presidi della sanità Usa, che difendono le loro indipendenza e integrità e il rigore scientifico dall’invadenza dell’Amministrazione.

Sul fronte vaccino, ce n’era uno che finora aveva fatto peggio, Vladimir Putin, messosi in proprio con il suo Sputnik, che ha riscosso più dubbi che crediti nella comunità scientifica internazionale. Ma – è notizia di martedì sera – Trump s’è ora chiamato fuori dallo sforzo globale per sviluppare, produrre e distribuire in modo equo il vaccino, a causa del ruolo “della corrotta Oms e della Cina” – cito la Casa Bianca –. Il presidente Usa ha provato a propinarci come rimedi anti-Covid-19 medicinali di scarsa efficacia, come la idrossiclorochina, o addirittura nocivi, come la goccia di candeggina in un bicchiere d’acqua che ‘disinfetta i polmoni’. E ora il WP scopre che un suo consigliere, Peter Navarro, fece acquistare ventilatori iper-pagati – contratto cancellato e inchiesta avviata: un ‘caso Fontana’ all’americana –.

Tra l’altro, avrà notato che l’epidemia e il coronavirus sono spariti dai discorsi di Trump candidato, come se gli americani non si ammalassero più – in media 40mila al giorno nell’ultima settimana – e non morissero più – in media, un migliaio al giorno nell’ultima settimana –. L’idea è che l’epidemia è cosa del passato e che l’insicurezza è tutta nelle proteste anti-razziste che scuotono l’Unione – che hanno fatto un morto nell’ultimo mese (comunque, uno di troppo) –. Stia però certo che, semmai un vaccino, quale che sia, arrivasse prima dell’Election Day, il magnate candidato vorrà appuntarselo sul petto, medaglia alla salvezza dell’umanità. Ma, magari, gli americani scoprono prima il vaccino anti-Trump.

Giampiero Gramaglia

Milano ora subisce i consigli sgangherati di Repubblica a Sala

Asettembre Milano riparte, ogni anno. Il vero Capodanno, sotto la Madonnina, è il 1° settembre, quando si riavviano i progetti e riprendono attività, lavori, affari. Quest’anno, dopo la pandemia, tutto è più lento e incerto. La città è cambiata, sente di non essere più quella di prima, è più povera, meno festosa, riesce a nascondere meno di prima le disuguaglianze e gli squilibri, la narrazione trionfale della metropoli vincente e invincibile si è incrinata.

Siamo in attesa di capire se lo sviluppo immobiliare, soprattutto terziario, si è fermato, se la bolla è pronta a scoppiare, ora che lo smart working ha fatto scoprire alle aziende, comprese le multinazionali, che hanno bisogno di sedi di un terzo più piccole di quanto hanno previsto finora.

Proprio per questo, sarebbe importante avere chiarezza, fin da subito, sul progetto per la ripartenza elaborato e proposto dal sindaco della città. Invece Giuseppe Sala fa i capricci: è stufo di fare il sindaco, da tempo coltiva progetti alternativi (il suo sogno sarebbe diventare il manager della nuova società telefonica, che sta nascendo proprio in queste settimane, per gestire la rete italiana; ma si sente pronto anche per un ruolo politico nazionale e per fare il ministro di un governo “rimpastato” dopo le elezioni regionali, oppure nuovo di zecca, la chimera tanto desiderata dai poteri incerti: il fantagoverno Draghi).

Sala sa che, se sarà costretto a ripresentarsi per il secondo mandato, la vittoria non è affatto certa. È stato eletto, nel 2016, con soli 17mila voti in più del suo avversario-gemello, Stefano Parisi, e alle elezioni del giugno 2021 potrebbe andargli male. Ma almeno si decida subito a dire se si ricandida o no, non tenga un’intera città e i suoi destini amministrativi appesi alle sue inquietudini esistenziali, alle sue ambizioni manageriali, alle sue irrequietezze politiche.

Invece, incredibilmente, c’è chi gli consiglia di tirare in lungo, anzi in lunghissimo. Una cosa mai vista. Un giornale (Repubblica) ha da tempo assunto il ruolo di tutor di Sala e ora gli consiglia di non sciogliere la riserva neppure, come promesso, dopo le elezioni regionali. Lasci tutti nell’incertezza, gli aspiranti successori che si stanno scaldando a bordo campo (Pierfrancesco Majorino e Pierfrancesco Maran) e soprattutto i cittadini. “C’è una questione tattica, se non addirittura strategica, che consiglierebbe di prolungare l’attesa a Milano”, scrive Repubblica. “Non sappiamo quello che Sala deciderà di fare con la politica, ma è improbabile che ai cittadini di Milano serva sapere il prossimo ottobre se nel giugno 2021 voteranno per lui o no. Il milanese ha fretta, ma se capisce che ne vale la pena, sa anche aspettare”. Invece ai cittadini serve sapere. Serve sapere se sarà Sala o qualcun altro a candidarsi per guidare la città nella fase della ripresa post-Covid. Serve sapere quali sono le idee per una ripartenza che sarà difficile. Serve sapere se continueranno i grandi affari immobiliari, il consumo di suolo, l’erosione di aree verdi ripagata con qualche alberello piantato qua e là, i regali alle Ferrovie dello Stato (sugli scali ferroviari) e agli anonimi fondi che si nascondono dietro Milan e Inter (a San Siro).

Quale “questione tattica, se non addirittura strategica” può mai far restare la Milano democratica in surplace per mesi? In attesa che la destra cali l’asso, se ne ha uno, con la speranza di prendersi la mano? Le elezioni del sindaco sono diventate per Repubblica un gioco d’azzardo, invece che il più bel rito della democrazia dei cittadini?

 

 

Ma sulle gabbie salariali Sala ha detto una cosa ineccepibile

All’inizio di questa estate che sta morendo, purtroppo non da sola, il sindaco di Milano, Beppe Sala, in un’intervista a InOltre ripropose la vexata quaestio delle gabbie salariali affermando in sostanza che fra chi vive nel capoluogo lombardo e chi, poniamo, a Reggio Calabria il discriminato, a suo sfavore, è il primo e non il secondo perché a Milano il costo della vita è mediamente superiore del 30 per cento. Fra le risposte sdegnate spicca quella della deputata 5stelle calabrese, Federica Dieni: “Le affermazioni di Sala sono a dir poco allucinanti. È inaccettabile che nel 2020 si parli ancora di gabbie salariali, dietro cui si nasconde il solito complesso di superiorità della parte più sviluppata del nostro Paese”.

Non c’è nulla di allucinante e inaccettabile o complesso da “cultura superiore” nella proposta di Sala, ma molto di logico ed economicamente ineccepibile. Ciò che ha detto il sindaco di Milano è un dato di fatto che non riguarda solo Reggio Calabria, presa da Sala a puro titolo di esempio, ma l’intero nostro Sud.

Nell’Italia repubblicana e democratica, le gabbie salariali sono esistite fino al 1970. La possibilità di un loro ripristino fu ripresa da Umberto Bossi negli anni Novanta. Sul senatur caddero i fulmini sia della cosiddetta sinistra che della cosiddetta destra. Fra le tante l’accusa principale era naturalmente quella di “razzismo”. Bossi non era affatto razzista, la mitica Padania da lui sognata era di “chi ci vive e ci lavora” senza esami del sangue sulla sua provenienza. Ma la proposta di Bossi, a differenza di quella di Sala che il sindaco di Milano ha legato, chissà perché, alla contingenza del Covid che non c’entra nulla, si inseriva in una visione molto più ampia dell’Italia e dell’Europa. Bossi, che io considero l’unico statista italiano degli ultimi trent’anni, pensava che in un’Europa politicamente unita sarebbero scomparsi gli Stati nazionali, che non avrebbero avuto più alcuna ragion d’essere, sostituiti come riferimenti periferici dalle “macroregioni”, cioè da aree coese dal punto di vista economico, sociale, culturale e anche climatico. E, per quel che riguarda l’Italia è fuori discussione che Nord, Centro, Sud sono realtà molto diverse. Non migliori o peggiori, diverse. Diceva Aristotele che “ingiustizia non è solo trattare gli eguali in modo diseguale, ma anche trattare i disuguali in modo eguale”. Da chi vive al calor bianco del Sud non si può pretendere che si comporti come l’industrialotto brianzolo che , per sua cultura e non certo solo per ragioni climatiche, rusca 15 ore al giorno. Di converso chi vive e lavora al Sud non può pretendere lo stesso tenore di vita dell’immaginato industrialotto brianzolo. Tutti gli uomini e le donne, in Italia e fuori, hanno pari dignità, ma vivendo in situazioni economiche, sociali, culturali, climatiche diverse non possono essere trattati, seguendo Aristotele, allo stesso modo.

Devo anche dire che l’eterno piagnisteo meridionale, a più di 150 anni da quella sciagura che è stata l’Unità d’Italia, comincia a dare sui nervi. Io lo vidi bene durante gli scioperi dell’“autunno caldo” del 1969, cui partecipai. Gli operai milanesi, in maggioranza socialisti, e gli immigrati da tempo dal Sud conducevano la loro sacrosanta lotta con la necessaria durezza ma con dignità, con quelli di più recente immigrazione si assisteva a messinscena del tutto fuori luogo che tiravano al patetico, tipo clochard involontario che tende la mano invece di pretendere diritti. In Italia non esiste nessuna Questione Meridionale, su cui son state riempite intere biblioteche, esiste una Questione Settentrionale, dimenticata o comunque obnubilata, di una parte del Paese che deve trascinarsi dietro a forza un’altra recalcitrante.

Ipse dixit.

 

Il “sì” per il cambiamento e contro calcoli politici

Sulle prime ero molto combattuto. Mi sono sentito interpretato dalla metafora dell’Asino di Buridano evocata a Zagrebelsky, che sembrava concludere con il suggerimento dell’astensione. La quale però, ai miei occhi, è tuttavia extrema ratio. Sia perché non è nella mia indole, sia perché ha il sapore di una opportunità mancata: fare contare il proprio voto grazie a quello strumento di democrazia diretta che è il referendum. Così mi sono disposto a seguire con cura la discussione, a esaminare laicamente gli argomenti portati a sostegno del Sì e del No. Anche perché, su entrambi i fronti, figurano persone che stimo, costituzionalisti, politici, opinionisti. Per me, si tratta di soppesare le opposte ragioni, contro le speculari esasperazioni. Al dunque e al netto di due distinguo, mi sono risolto per il Sì. Ecco i due distinguo: non mi piace e anzi mi dissocio dall’imprintig oggettivamente antiparlamentarista e persino antipolitico che ha ispirato taluni animosi promotori del taglio; meglio sarebbe stato che, prima del referendum, si fossero almeno avviati gli adeguamenti e i correttivi da tutti giudicati necessari, nonché l’iter di una revisione della legge elettorale che ci metta al riparo da possibili forzature in vigenza dell’attuale rosatellum. Ciò detto, accenno telegraficamente alle ragioni del mio Sì. La prima: trattasi di intervento puntuale e dunque conforme allo spirito e alla lettera dell’art. 138. Non una riforma organica coronata da un referendum confermativo inesorabilmente degenerato in plebiscito pro o contro la maggioranza di governo che l’ha ideata e votata. Un prendere o lasciare al modo di “soluzione pacchetto”. Come fu nel 2005 con Berlusconi e nel 2016 con Renzi. Secondo: è un intervento che non altera ruolo e poteri del Parlamento, né il delicato equilibrio tra gli organi costituzionali. Non mi convincono le obiezioni a proposito di una significativa mortificazione della rappresentatività di territori e di minoranze politiche, anche perché secondo la Costituzione essi rappresentano semmai la nazione. Del resto, se si esaspera l’esigenza della rappresentatività come assoluto rispecchiamento, logica vorrebbe che si eliminasse dalle leggi elettorali ogni soglia minima per l’accesso alla rappresentanza parlamentare. Terzo: ai sostenitori del No segnalo una piccola contraddizione logica. I loro argomenti – ripeto: talvolta non peregrini – fanno leva su una fiera opzione parlamentarista. Ma come ignorare la circostanza che l’ultimo decisivo passaggio parlamentare ha registrato una maggioranza larghissima (con soli 14 contrari alla Camera)? Conosciamo le riserve e i retropensieri di singoli e gruppi parlamentari trattenuti dalla preoccupazione di non sfidare l’impopolarità. E tuttavia resta il dato. La bocciatura referendaria di una riforma varata con un voto plebiscitario del parlamento sarebbe essa sì uno schiaffo all’istituzione e produrrebbe plausibilmente proprio quella ondata populista che si vorrebbe contrastare. Quarto: pur nel suo carattere puntuale (come si è notato, un merito, non un limite), il suddetto taglio comporterebbe di necessità altri, puntuali interventi. Che si dovranno fare e io scommetto che si faranno. È il caso della revisione dei regolamenti parlamentari, senza dubbio datati e che essi sì pesano sulla funzionalità delle Camere. Chi può negare che, allo stato, la loro funzionalità, la qualità, l’efficacia e l’efficienza della loro concreta attività faccia problema? e che la vittoria del No chiuderebbe il discorso? Dunque, il Sì come leva, come occasione per mettere a tema un cambiamento necessario. Quinto: la mia personale esperienza parlamentare quasi ventennale. Due cose essa mi suggerisce: che il numero dei deputati alla Camera (meno al Senato) è un problema, che una legislatura non basta perché ci si conosca, che si sconta un alto grado di anonimato e assenteismo, che le dimensioni dell’assemblea non giovano alla qualità dei lavori; e – va pure detto – negli anni, ho assistito a un palese, progressivo degrado della qualità dei parlamentari e alla contrazione della loro autonomia da capi e capetti. Ma questo è chiaramente problema che chiama in causa semmai le leggi elettorali e soprattutto la selezione delle candidature in capo ai partiti (definizione generosa!). Da ultimo va notato che, come e più che in altre circostanze, la discussione di merito costituzionale, è spesso intrecciata con i calcoli politici. Un solo ma significativo esempio: difficile credere che Repubblica, un po’ a sorpresa, si sia schierata organicamente per il No per “purismo costituzionale”. Più facile pensare che abbia pesato il proposito di dare una botta alla maggioranza e a un governo che, dopo il cambio di editore e direttore, sono assurti a bersaglio quotidiano. Intendiamoci: non è questo che mi conduce al Sì, ma certo mi fa diffidare di certi No un po’ troppo politici.

 

I propagandisti usano errori di ragionamento per fuorviarci (su tutto)

Ipropagandisti usano gli errori di ragionamento per fuorviarci. Altri errori del ragionamento deduttivo sono: l’ignoratio elenchi (la conclusione fuori tema rispetto alle premesse); la dicotomia falsa (la premessa che limita le alternative possibili); il secundum quid (pretendere che la premessa includa tutti i casi, quando non è così); il non sequitur (la conclusione assurda); l’analogia falsa (l’analogia di natura retorica usata come prova); l’equivoco (una parola usata in due sensi diversi); l’argomentazione superflua (dimostrare quello che è pacifico); e la fallacia del medio non distribuito, che è quella più insidiosa. Per capire come funziona, analizziamo il sillogismo. Le sue tre parti sono proposizioni formate da un soggetto e da un predicato:

B                   A

regola               Tutti i politici sono mortali.

C                  B

caso                 Berlusconi è un politico.

C                 A

risultato         Dunque Berlusconi è mortale.

A è detto termine maggiore, B termine medio, C termine minore. In logica, un termine è detto distribuito quando viene applicato a tutti i membri di una classe. Nell’esempio, “mortali” è distribuito rispetto a “politici”. Il medio distribuito permette di trarre una conclusione: quello che si applica ai politici si applica a Berlusconi. Detto altrimenti: Berlusconi fa parte dell’insieme politici, che a sua volta fa parte dell’insieme mortali. Con il medio non distribuito, invece, il sillogismo diventa:

Tutti i politici sono mortali.

Berlusconi è mortale.

Dunque Berlusconi è un politico.

Questo sillogismo è sbagliato, dato che non dice da nessuna parte che tutti i mortali sono politici. Detto altrimenti: Berlusconi fa parte dell’insieme “mortali”, ma non è detto che faccia parte dell’insieme “politici”.

Fallacie induttive. Alcune fallacie della deduzione valgono anche per l’induzione. Altre sono tipiche di questa, come: l’argomento di ignoranza (sostenere che qualcosa è vero perché non è mai stato provato che sia falso; e viceversa); la fonte incompetente (dare valore all’opinione di chi non è esperto in materia); il fuori contesto (estrapolare gli esempi dal contesto in modo da trarre conclusioni fuorvianti); il processo alle intenzioni (dato che B è accaduto dopo A, sostenere che A voleva causare o impedire B); l’evidenza tendenziosa (selezionare solo le evidenze a favore, ignorare quelle contro); il post hoc ergo propter hoc (sostenere che, siccome B è accaduto dopo A, è stato causato da A); la domanda a tranello (“Lo sai che gli immigrati sono tutti delinquenti?” Che tu risponda sì o no, confermi la premessa che gli immigrati sono tutti delinquenti.); la generalizzazione indebita (generalizzare una conclusione da esempi limitati o atipici); il paragone sospeso (“Più mamme preferiscono il vibratore”. Rispetto a tutte le mamme? Rispetto alle mamme di ieri? Rispetto ad altri sex toys? Rispetto al marito? Rispetto a tutti gli uomini?); l’excusatio non petita. (La scusa non richiesta è un’accusa manifesta. Nel Dormiglione, Woody Allen e Diane Keaton sono braccati come terroristi. Si travestono da medici. Un gruppo di medici li incontra e chiede loro se siano il professore e la sua assistente. Allen: “Sì, siamo noi. Non siamo terroristi”).

(3. Continua)