La “memoria” ci protegge

L’ho detto mesi fa e mi fa molto piacere essere confortata dal parere di un ricercatore dal calibro del prof. Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, collega, che recentemente è stato etichettato dai giornalisti eleganti come “ottimista”, dagli “altri”, ingiustamente, come “negazionista”. Non può essere attribuibile al caso se nello stesso gruppo di positivi a SarsCoV2, alcuni sviluppano la malattia Covid-19 e altri assolutamente nessun sintomo. Remuzzi ha condotto uno studio estremamente importante proprio con l’obiettivo di trovare il fenomeno che spieghi la condizione di asintomatico. I suoi risultati sono molto incoraggianti. Nel suo articolo ipotizza che una parte rilevante della popolazione sia già stata esposta in passato a qualcosa che assomigliava a SarsCoV2 prima ancora che il virus fosse stato scoperto. Tale condizione renderebbe immuni, grazie all’attività delle cellule T (linfociti T) che vengono stimolate al contatto con alcuni microrganismi. L’ipotesi è che gli asintomatici, benché infettati da SarsCoV2, non sviluppino malattia (Covid-19) proprio perché hanno conservato memoria di infezioni simili, come il raffreddore o altre comunque capaci di stimolare le cellule T.

A confermare queste ipotesi, è uno studio condotto da ricercatori di San Diego, California. Questi hanno testato campioni di sangue di donatori, conservati anni prima della possibile circolazione di SarsCoV2. Ebbene, dal 40 al 60 per cento dei campioni, hanno mostrato di contenere cellule T capaci di riconoscere SarsCoV2. Il significato di questo risultato non si limita a spiegare l’asintomaticità di alcuni soggetti, ma anche l’importanza delle vaccinazioni. In pratica, anche alcune vaccinazioni capaci di stimolare la memoria delle cellule T, risulterebbero efficaci nella protezione dall’infezione di SarsCoV2. Nello stesso studio vengono proposte diverse percentuali di possibilità di copertura, in relazione al tipo di vaccinazione effettuata. Lo studio va oltre e avanza una spiegazione circa l’assenza praticamente totale di Covid-19 nei bambini e maggiore incidenza della patologia negli anziani. I primi, “freschi” di vaccinazioni, avrebbero una memoria immunologica più attiva rispetto ai secondi. Anche questi risultati sono una speranza di convivere con il virus SarsCoV2 col minore danno possibile. Infatti non è per niente scontato che ci abbandoni, né che si trovi la soluzione per eliminarlo con un vaccino.

 

Test a tutti: ora Draghi è pure virologo

Presidente del Consiglio per fare le scarpe a Giuseppe Conte, presidente della Repubblica in pectore e adesso anche virologo per far uscire l’Italia dall’emergenza coronavirus. Non bastavano le decine di cariche che da mesi i giornali vorrebbero attribuire all’ex presidente della Bce Mario Draghi: adesso si è aggiunta anche quella di esperto in tamponi e, direbbero quelli bravi, in contact tracing. Ergo: il tracciamento dei positivi al covid-19. Stavolta a fargli indossare il camice e lo stetoscopio ci ha pensato il Messaggero che ha dedicato una pagina all’intervento dell’ex presidente della Bce al congresso online della Società Europea di Cardiologia. A far saltare sulla sedia i cronisti di via del Tritone è stato un passaggio dell’intervento di Draghi: “Per rilanciare l’economia finché non sarà trovato un vaccino, servono test di massa e poi il tracciamento può essere fatto in seguito a tutti questi test”. Non solo: “Queste due procedure devono diventare normali e quindi essere attuate tutti i giorni e in tutto il mondo”. Insomma, la scoperta dell’acqua calda ripetuta da mesi da tutti i virologi (quelli veri). Eppure il Messaggero decide di versare fiumi di inchiostro per consacrare le parole dell’ex presidente della Bce: “Draghi: test di massa per la ripresa” è il titolo di pagina 4 con tanto di richiamo in prima. Tutto l’articolo però si concentra sul cosiddetto “piano Crisanti” che propone al governo di fare 240mila tamponi al giorno, mentre a Draghi sono riservate 8 righe a metà dell’articolo. Ma il titolo è tutto per lui: per il Draghi virologo.

Pastrocchio ipocrita contro Conte

Molti guardano il dito che si agita nella maggioranza, convinti che indichi la scuola della ministra Azzolina precarizzata dal Covid. O l’allarme per il possibile strike

di Salvini e Meloni, in Toscana e Puglia, alle prossime Regionali. Oppure il massiccio schieramento (editoriale) contro il Sì al taglio dei parlamentari che (si legge nel quotidiano collettivo) “toglierebbe legittimità alla Camere”. Sbagliato, perché come si sa il dito indica la luna, e nel caso in esame la luna ha il profilo del governo Conte che tutte le dita che si agitano nel Pd, nei 5stelle o tra i renziani, rischia di trovarsele nell’occhio.

Se n’è accorto perfino Nicola Zingaretti il quale (Repubblica

di martedì) attribuisce, per esempio, “il crescere, soprattutto fuori di noi dello spirito polemico contro il Pd e contro la scelta del Sì, innanzitutto a una insofferenza verso il governo, la maggioranza e il lavoro svolto. Il No così diventa, a prescindere dal merito, la clava per colpire il Pd, la maggioranza e il governo stesso”. Insomma, sbotta il segretario del Pd, “non è più possibile sopportare l’ipocrisia di chi agisce per destabilizzare il quadro politico attuale, mentre c’è chi si carica spesso da solo la responsabilità della tenuta unitaria”. Alla buon’ora verrebbe da dire, anche se Zingaretti, dopo aver preso atto della realtà (e della clava) vi aggiunge due ingenuità. Uno: stanare, o costringere a una qualche resipiscenza i nemici di questo governo e di questo Pd, a fronte dell’“immenso lavoro di lotta quotidiana, di fronteggiamento delle drammatiche condizioni date”, eccetera. Ci perdoni segretario, ma se come credo stiamo pensando agli stessi “ipocriti”, a quelli là, come si dice a Roma, dell’“immenso lavoro” e del “fronteggiamento” non gliene potrebbe fregare di meno. Irrealistico appare pure l’appello a chi “reputa conclusa la fase di collaborazione con il M5S e con Italia Viva”, a indicare “un’altra strada, chiara e praticabile”, comprese “elezioni politiche immediate”. Poiché Zingaretti è tutt’altro che uno sprovveduto sa perfettamente che la politica più è ipocrita e più preferisce agire col favore delle tenebre, magari avvelenando i pozzi. Non caso, il leale Matteo Renzi ha già fatto sapere all’informazione unificata che “il Conte-2 è finito”, qualunque sia il risultato delle Regionali. Fuori dalle scatole senza voto anticipato, s’intende, ma con qualche pastrocchio di palazzo. Solita domanda: per quale motivo lor signori vogliono mandare a casa un premier che gode del 60% di popolarità tra gli italiani? Solita risposta: esattamente per lo stesso motivo.

I due Matteo di nuovo insieme: stavolta per lo stadio di Firenze

Dopo una notte di trattative e una seduta fiume in commissione Trasporti, alle 9 di mattina il primo a esultare è il più insospettabile: “Lo sblocca-stadi è una vittoria della Lega, le città potranno avere gli stadi che meritano”, dice Matteo Salvini da Genova. Eppure l’emendamento decisivo per sbloccare la costruzione del nuovo stadio di Firenze di cui parla il leader del Carroccio non è quello presentato dalla Lega ma dall’altro Matteo: Renzi. Tant’è che dopo due ore il cappello ce lo mette proprio lui, il leader di Italia Viva: “Una grande vittoria collettiva”, scrive Renzi nella sua e-news. Sono loro i protagonisti dell’accordo che ha portato a sbrogliare la matassa del nuovo stadio di Firenze.

A fine luglio Renzi aveva presentato un emendamento per fare carta straccia del parere contrario della Soprintendenza che si opponeva alla volontà del presidente della Fiorentina, Rocco Commisso, di abbattere le due curve dello stadio Artemio Franchi (che è un bene vincolato) e costruire un impianto nuovo di proprietà. “Ove vi sia il via libera dell’ente territoriale di riferimento, il Comune, una società professionistica può far realizzare interventi di modifica di impianti sportivi senza la necessità dell’autorizzazione della competente Soprintendenza” si leggeva nel testo originario. Insomma: avrebbe deciso tutto il Comune. Un emendamento del genere in commissione non sarebbe mai passato, vista la contrarietà del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e del M5S. Ma la trattativa tra Pd e Iv si è conclusa con un testo condiviso votato nella notte tra martedì e mercoledì da Pd, Lega, Italia Viva e Fratelli d’Italia con l’unico voto contrario del M5S. L’impianto rimane lo stesso della proposta di Renzi anche se un po’ addolcito dai dem: si potranno ristrutturare gli stadi anche se vincolati, ma sempre nel rispetto “unicamente dei soli specifici elementi strutturali, architettonici o visuali di cui sia strettamente necessaria a fini testimoniali la conservazione o la riproduzione” e la verifica di questi presupposti è demandata al Mibact che deve decidere entro 90 giorni.

Sulla norma ci mette il cappello anche il Pd: “Salvini si prende meriti non suoi – dice il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci –. È una norma che consentirà a Firenze e a molte altre città italiane la ristrutturazione degli stadi senza vincoli irragionevoli”. E anche il presidente della Fiorentina Commisso esulta: “I fiorentini meritano lo stadio”. La norma arriverà domani in Senato dove il governo ha posto la fiducia su tutto il decreto: a quel punto, com’è ovvio, voteranno a favore solo i partiti di maggioranza tra cui i 5Stelle che saranno costretti a piegarsi nonostante il “no” in commissione. In cambio i grillini hanno ottenuto che sull’altra infrastruttura di Firenze, l’aeroporto di Peretola voluto da Renzi, Toscana Aeroporti dovrà presentare una nuova documentazione su Vas e Via, mentre nel testo originario del decreto la prima era stata di fatto abolita. Ma Renzi canta vittoria lo stesso: “Una grande doppietta per Firenze”. Ma Gianluca Ferrara (M5S) replica: “La Vas resta, altro che nuova pista”. E sarebbero anche alleati di governo.

Atlantia, oggi cda su Autostrade. Ma sul prezzo non c’è accordo

Il 14 luglio scorso, il Consiglio dei ministri annunciava in pompa magna la via per chiudere la partita con Autostrade per l’Italia (Aspi) e Atlantia dopo il disastro del Morandi. Lo Stato, per il tramite di Cdp, tratta con i Benetton, che alla fine monetizzeranno l’uscita come tutti i soci della holding che controlla la concessionaria. Il punto è se usciranno con lauta plusvalenza o no. Ed è qui il nodo. Un mese e mezzo dopo, lo schema di fondo resta, ma non le modalità, in parte stanno cambiando.

Oggi il cda di Atlantia dovrà decidere se varare lo “scorporo” della società concessionaria, di cui ha l’88% mentre negozia con Cdp un punto di mediazione che si profila complesso visto che le trattative sono in corso e servirà tempo. A ogni modo, in caso di accordo, dovrebbe funzionare così. Atlantia si “scinderà” in due: da una parte la vecchia Atlantia con tutti gli asset e il 18% di Aspi, dall’altra una nuova società che avrà solo il 70% di Aspi e la stessa compagine sociale di Atlantia (per ogni azione della vecchia holding i soci ne avranno due nelle nuove società). Questa seconda società verrà poi quotata in Borsa. A questo punto, Cdp e altri investitori “istituzionali” entreranno con un aumento di capitale, apportando nuovi mezzi finanziari con i quali Autostrade ricomprerà parte del suo maxi debito e il 18% rimasto in mano ad Atlantia.

Entrambe le operazioni, però, possono avvenire solo se si sa il valore di Autostrade. Lo schema concordato il 14 luglio scorso dal governo con i Benetton (che di Atlantia hanno il 30%) prevedeva che Cdp entrasse prima tramite l’aumento di capitale e solo dopo la società venisse quotata. Se lo schema alla fine sarà quello circolato in questi giorni, sarà invece la quotazione in Borsa, e quindi il mercato, a dare il prezzo di Autostrade. Questo per venire incontro agli altri soci di Atlantia, i fondi esteri, e a quelli di minoranza di Aspi, che gridano all’esproprio. Ma ovviamente accontenta anche la famiglia di Ponzano veneto. L’alternativa è che il prezzo lo si decida a trattativa privata.

Lo schema è stato rivelato martedì sera da Bloomberg, che ha sparato anche una valutazione di Autostrade intorno agli 11 miliardi. Un “prezzo” notevole, che il mercato ha salutato facendo schizzare il titolo di Atlantia del 15% in Borsa. Numeri che gli attori in causa smentiscono, anche perché assai prematuri. Vale la pena notare, però, che Atlantia prezza a bilancio Autostrade a 6 miliardi. Se il valore di Aspi supera questa cifra, se ne esce (e con lei i soci attuali) con plusvalenza.

Prima del disastro del Morandi, la concessionaria veniva valutata circa 14 miliardi. Determinante per il prezzo sarà la nuova concessione e il nuovo “Piano economico finanziario” che Autostrade sta negoziando con il ministero, destinato a ridurne la redditività, che in questi anni è stata senza pari nel mondo grazie a una concessione di assoluto favore.

Prima del Covid, stime finanziarie valutavano Autostrade circa 10 miliardi. A queste cifre, Benetton e soci possono uscire soddisfatti. E si vedrà chi resta col cerino in mano.

 

Mea culpa. Dice Gualtieri: “Sulla Cig in deroga troppi ritardi, abbiamo sbagliato”

Milioni di lavoratori,per mesi, non hanno visto un euro nonostante fossero, formalmente, in cassa integrazione: nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato dei dipendenti coperti dalla cosiddetta “Cassa in deroga”, che aveva procedure particolarmente farraginose. Ieri, ospite di Rai3, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha ammesso l’errore (corretto solo col decreto Rilancio di maggio, cioè a lockdown finito).

Un errore? “Probabilmente avremmo dovuto da subito variare le procedure per la cassa integrazione in deroga, che si sono rivelate troppo lente – ha spiegato Gualtieri ad Agorà – Sicuramente è la cosa che ha funzionato meno bene, ma poi le abbiamo cambiate ed era una cosa straordinaria, mai successa, con la cassa che copriva tutte le fasce dei lavoratori e ha coperto l’impatto di una crisi senza precedenti”. Nella prima fase, ha insistito il ministro, “l’obiettivo è stato quello di cercare di non lasciare indietro nessuno, nel miglior modo possibile, anche se la realtà è molto complessa”. La procedura di autorizzazione della cassa in deroga, infatti, coinvolge anche le Regioni e i sindacati e s’è rivelata incapace – specie dopo essere stata estesa a tutte le aziende, anche quelle che normalmente non avrebbero diritto alla Cig – di rispondere rapidamente al dramma della chiusura pressoché totale del Paese. Quanto al resto, Gualtieri continua a predicare ottimismo: i dati del terzo trimestre raccontano di una ripresa, il Pil nel 2020 magari non cadrà dell’8% come previsto dal governo in aprile. “Pensiamo che sarà un po’ peggio della nostra previsione, ma non di tanto”.

Covid, liti in Anpal e ritardi: cosa frena la fase 2 del lavoro

Un anno fa, esattamente in questi giorni, i primi beneficiari del Reddito di cittadinanza venivano chiamati dai Centri per l’impiego per iniziare la ricerca di un posto. Partiva così la, per così dire,m seconda gamba della misura voluta dal Movimento 5 Stelle: riattivare sul mercato del lavoro chi è vittima della povertà. Questi dodici mesi, però, sono stati talmente travagliati che i tremila navigator, che dovevano aiutare i beneficiari, hanno potuto operare a pieno regime sì e no per la metà del tempo. Prima la formazione di ingresso, poi la chiusura dei centri per l’impiego a causa dell’emergenza Covid. Il tutto mentre l’Anpal – l’Agenzia delle politiche attive del lavoro – ha continuato a rimanere stritolata da scontri interni che ne hanno limitato il funzionamento. Il risultato è che a oggi, su oltre un milione di persone sostenute dal Reddito e obbligate ad attivarsi sul mercato del lavoro, quelle che sono state effettivamente prese in carico sono circa 388 mila, mentre i piani personalizzati di accompagnamento sono stati redatti per 144mila individui. La maggior parte della platea, insomma, manca ancora all’appello.

Circa 196 mila percettori del Reddito hanno trovato un lavoro e, di questi, 100mila hanno un contratto attivo in questo momento. È un numero importante che però va contestualizzato: non c’è certezza che queste persone abbiano trovato il posto grazie ai centri per l’impiego. Quella cifra indica semplicemente quanti – tra i beneficiari – hanno in questi mesi avviato un rapporto di lavoro. Non è invece mai stata comunicata la quantità di “offerte congrue” presentate ai beneficiari, cioè quelle opportunità presentate direttamente dai centri per l’impiego ai disoccupati e che farebbero scattare la cosiddetta “condizionalità”: chi ne rifiuta tre perde il sostegno mensile. Solo sapendo quante di queste proposte si siano effettivamente trasformate in contratti di lavoro potremmo conoscere perfettamente il numero di posti nati “esclusivamente” grazie al reddito di cittadinanza. Tuttavia questo è un limite storico dei centri per l’impiego, che non è nato nell’ultimo anno: i nostri ex uffici di collocamento non sono mai riusciti a misurare la propria efficienza attraverso il risultato finale.

C’è poi una questione istituzionale non secondaria: le politiche attive del lavoro sono una competenza delle Regioni, che i venti governatori hanno infatti rivendicato quando il presidente dell’Anpal, Mimmo Parisi, chiedeva di poter gestire la partita a livello centrale con un progetto che prevedeva ben sei mila navigator. Le Regioni sono le vere titolari dei centri per l’impiego e hanno chiesto e ottenuto un piano di rafforzamento: 11.600 assunzioni nel triennio. Il personale totale sarà più che raddoppiato con questa manovra. Solo che finora di questo piano sono state approvate solo le linee guida, non si è mosso molto altro.

Infine, la vicenda dell’app per l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Il cardine della strategie individuata da Mimmo Parisi, per la quale il Parlamento ha autorizzato una spesa fino a 25 milioni, si è però impantanata alla fine del 2019, quando nell’agenzia è sorto uno scontro con l’allora direttore generale Salvatore Pirrone sugli effettivi costi necessari per realizzarla. Secondo lo studio di una società di consulenza, basterebbe molto meno della cifra stanziata. Anche qui il risultato è che la piattaforma ancora non esiste.

Il “Reddito” è un successo: basta balle neo-liberiste

Agli inizi del 2019 i poveri assoluti in Italia erano quasi cinque milioni. Poi, con il Reddito di cittadinanza, il 60% ha ottenuto il sussidio previsto e il parametro che valuta il livello di disuguaglianza (il coefficiente Gini) è sceso dell’1,2 per cento mentre l’intensità del tasso di povertà è calato dal 38 al 30%. Altrove si sarebbe gridato al miracolo e ci si sarebbe proposti come modello al resto d’Europa. Da noi, come se niente fosse stato, chi fin da prima era contrario al provvedimento ha continuato a chiederne l’abolizione con insistenza autistica. Intanto tutta la galassia di sinistra, e persino le varie Caritas e le varie Sant’Egidio, non hanno avuto l’intelligenza di contrapporre a questa protervia neo-liberista la corale difesa di una delle poche azioni veramente di sinistra (insieme al decreto Dignità e alla battaglia per estromettere i Benetton) che siano state realizzate in Italia da una ventina d’anni a questa parte.

Il coronavirus: torna a crescere la povertà

Ora, con la pandemia, le famiglie che già avevano un reddito basso e un lavoro precario hanno perso il lavoro e, costrette all’isolamento, non hanno avuto nulla su cui contare. Senza risparmi o addirittura con debiti accumulati, non possono permettersi neppure la spesa quotidiana e l’acquisto dei beni di prima necessità. Così, secondo una stima della Coldiretti, la massa di poveri assoluti è nuovamente cresciuta di un milione di disgraziati. Fra i nuovi poveri del 2020 ci sono coloro che hanno perso il lavoro, i piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, i lavoratori del sommerso che non godono di particolari sussidi pubblici, e molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie.

Proprio ora che più evidente è l’esigenza di un sussidio per assicurare la semplice sopravvivenza a milioni di italiani che muoiono di fame, proprio ora che altrettanti italiani generosi hanno dimostrato solidarietà aiutando in mille modi i poveri che avevano a portata di mano, il presidente della Confindustria e tutto il coro neoliberista insistono con sfacciato cinismo nel pretendere che lo Stato si tiri indietro.

Gli “anti”? Pieni di vecchie idee già smentite dai fatti

Il ragionamento che essi adducono è che, per debellare la povertà, occorre la crescita. Se i soldi che si spendono per il Reddito vengono dirottati verso le imprese, queste crescono e, crescendo, assumono i disoccupati e la miseria evapora. Quest’idea venne a due economisti – Kuznets e Laffer – ispiratori di Reagan e di Bush padre, secondo i quali, se la ricchezza dei ricchi cresce, una parte di essa automaticamente sgocciola (trickle-down) fino a raggiungere e avvantaggiare i poveri. Sappiamo bene come è andata: crescendo, la ricchezza è sgocciolata contro natura, dal basso verso l’alto. In Italia, ad esempio, nel decennio della crisi (2008-2018), la ricchezza dei 6 milioni più ricchi è cresciuta del 72% mentre quella dei 6 milioni più poveri è diminuita del 63%.

Alla faccia di Kuznets, Laffer e dei loro interessati seguaci, non esiste un’unica economia interconnessa ma, nei Paesi capitalistici, esistono due economie – quella dei ricchi e quella dei poveri – reciprocamente impermeabili per cui i poveri crescono persino in nazioni straricche come gli Stati Uniti. Con due terribili caratteristiche: i poveri non possono attendere (la loro fame e quella dei loro figli è quotidiana e va sfamata con aiuti immediati); una parte consistente dei poveri non è in grado di lavorare perché formata da vecchi, bambini e inabili che hanno urgente bisogno di cibo, non di lavoro. Per questi, il Reddito di cittadinanza è puro e doveroso assistenzialismo, né può essere altrimenti. E non c’è nulla di male se uno Stato che vanta l’ottavo Pil del pianeta eviti che i suoi cittadini più sfortunati muoiano di fame.

La foga anti-Reddito dei neo-liberisti è così irrazionale, così dettata da stereotipi classisti, che è inutile rintuzzarla esibendo statistiche. Del resto essi neppure le sbircerebbero. Vale invece la pena di ricordare qualche dato a uso dei tanti che credono nel welfare come conquista di cui l’Italia e l’Europa possono andare fiere.

Gli aridi fatti: questo strumento funziona

Mi scuso con i lettori per la noiosa aridità delle cifre, ma non se ne può fare a meno. Tra il gennaio 2018 e il marzo 2019 fu erogato il Reddito di Inclusione (REI) voluto dal governo Gentiloni e sempre rimpianto dal Pd per puro ostruzionismo ai 5Stelle, fautori del Reddito di cittadinanza. Nel marzo 2019 i nuclei percettori del Rei erano arrivati appena a 306mila, ciascuno dei quali riceveva un importo medio di 283 euro. Poi, a partire dall’aprile 2019, quando i poveri erano 5 milioni, sono scattati il Reddito e la Pensione di cittadinanza per cui oggi i nuclei familiari che percepiscono il sussidio sono 1.266.400 cui corrispondono 3.005.200 persone. Praticamente, oggi 3 milioni di poveri su 5 fruiscono di un reddito che ha un importo medio mensile di 523 euro. I nuclei che percepiscono più di mille euro mensili sono 61.000. I nuclei composti da extra-comunitari con permesso di soggiorno sono 86.400, per un complesso di 252.300 persone.

I nuclei familiari con presenza di minori sono 448.500 che comprendono 1.711.600. I nuclei con presenza di disabili sono 242.600 per un numero complessivo di persone coinvolte pari a 578.500.

Raggiungere i destinatari del Rdc non è impresa facile. In Germania hanno impiegato dieci anni per individuarne il 50%; in Italia sono bastati sei mesi. È facile schiamazzare quando la macchina organizzativa dell’Inps, sotto l’urto di milioni di contatti simultanei, va in crisi. Più onesto è apprezzare i casi in cui l’Istituto riesce a portare a termine operazioni imponenti senza che se ne parli. Le cifre ufficiali, aggiornate al 4 agosto scorso, attestano l’imponenza dell’organizzazione sottesa al Rdc e alla Pdc. Dall’aprile 2019 al luglio 2020 sono state ricevute ed esaminate 2.075.400 domande, provenienti da altrettanti nuclei familiari. Le domande accolte sono state 1.421.200 inviate per il 61% dal Sud, per il 24% dal Nord e per il 15% dal Centro.

I furbetti? L’inps ha già respinto 526.700 domande

In questi mesi le televisioni hanno fatto a gara per scoprire qua e là qualche furbetto percettore di Reddito immeritato, ma l’Inps, ben più occhiuta, ha respinto e cancellato ben 526.700 domande per mancanza di requisiti. 75.000 provenivano dalla Campania e 66.000 dalla Lombardia.

Le regioni che hanno il numero maggiore di poveri assistiti sono, in ordine decrescente, la Campania, la Sicilia, il Lazio e la Lombardia. Un accenno particolare merita la Campania anche perché il suo presidente De Luca non perde occasione per tuonare contro il Reddito. Dalla sua regione è arrivato il numero più alto di richieste (375.800) perché vi risiede il numero più alto di poveri. La percentuale di domande fasulle o sbagliate (14%) è stata la più alta d’Italia. Oggi i nuclei poveri della Campania che percepiscono il Reddito sono 258.600 (di cui 159.100 nella sola Napoli) ai quali corrispondono 716.300 persone (di cui 464.500 a Napoli). L’importo medio mensile del sussidio ricevuto da ciascun nucleo è di 599 euro. Dunque ogni mese entrano in Campania, provenienti dallo Stato, 155 milioni di cui 99,7 milioni nella sola Napoli. C’è da chiedersi cosa sarebbe la vita di queste 700mila persone senza il Rdc, cosa farebbe la Regione per sfamarle e per gestirne la conflittualità.

Il sussidio di emergenza e i 100mila occupati in più

In questa emergenza Covid-19, il Reddito di cittadinanza è risultato provvidenziale per soddisfare i bisogni essenziali di milioni di poveri e per ridurre le tensioni sociali. La sua formula, inoltre, è risultata efficace per far fronte alle ulteriori esigenze immediate di sussidi provocate dalla pandemia. È stato perciò istituito un Reddito di Emergenza che, nell’arco di tre mesi, ha ricevuto 599.000 domande di cui il 41% provenienti dal Sud, il 38% dal Nord e il 19% dal Centro. 268.000 pratiche sono state già accolte e ogni nucleo ha ricevuto un importo medio mensile di 556 euro.

Per concludere, almeno 100mila percettori di Rdc hanno trovato lavoro tramite i Centri per l’Impiego. Per avere un’idea della loro consistenza, si tenga conto che tutti i dipendenti della Fiat in Italia, messi insieme, sono 86mila.

Veneto, Fontana scrive agli iscritti: “Votate la Lega”. Salvini teme Zaia

Matteo Salvini ha paura di Luca Zaia. Il Capitano teme che in Veneto sia una Caporetto, che la lista di partito venga surclassata da quella personale del governatore uscente, avviato secondo i sondaggi verso un roboante successo. E così il commissario regionale Lorenzo Fontana, ex ministro e plenipotenziario del segretario nazionale, ha scritto una lettera che, in altri contesti, potrebbe sembrare tautologica. Le oltre 400 sezioni venete dovranno sostenere esclusivamente i candidati della lista “Lega Salvini – Liga Veneta”. Un’ovvietà? Nient’affatto, è un modo per dire di non votare Zaia.

Nel dedalo delle proposte elettorali padane, infatti, le liste riferibili alla Lega sono tre, all’interno della coalizione di centrodestra (con Forza Italia e Fratelli d’Italia). Le altre due sono “Zaia Presidente”, raggruppamento di candidati che fanno riferimento diretto al governatore, e “Lista Veneta Autonomia”, composta soprattutto da amministratori locali. Salvini teme che Zaia lo ridicolizzi, che si mangi – oltre alle opposizioni – anche la Lega. Nel 2015 il candidato-governatore aveva raccolto al primo turno il 50,08 per cento dei voti. Ma la Lista Zaia era arrivata al 23,08 per cento, mentre la Liga si era fermata a un modesto 17,82 per cento. Questa volta la forbice di oltre 5 punti potrebbe allargarsi ancor di più, il che creerebbe notevoli imbarazzi a Salvini, che già ha inghiottito il fatto che Zaia lo abbia superato nel gradimento popolare. Per questo il segretario ha preteso che nella sua lista ci fossero, per darle più peso, gli assessori regionali uscenti. E ora invita i segretari a impegnarsi pancia a terra per il partito. Commento di Fontana: “È ragionevole che le sezioni si impegnino a tutela della lista ufficiale. Non è una distinzione politica, dall’una e dall’altra parte ci sono esponenti leghisti. Vogliamo invece equilibrare le opportunità dei candidati…”.

Verso l’ok al nuovo depuratore del Garda tra accuse di sprechi e conflitti di interessi

Via libera al progetto del nuovo depuratore del lago di Garda, una delle più grandi opere in discussione nel Lombardo-Veneto, che dovrebbe tutelare la più grande riserva di acqua dolce per uso umano sul territorio italiano. Ieri il tavolo tecnico presieduto dal ministero dell’Ambiente ha stabilito che il progetto preliminare, contestato da diversi sindaci e dalle associazioni ambientaliste, non rappresenta un danno per il corpo idrico del fiume Chiese, dove le acque depurate verrebbero scaricate, ed è quindi compatibile con l’ambiente. Prevede di sostituire il vecchio impianto costruito negli anni 70 (una condotta sublacuale porta le acque reflue al depuratore di Peschiera che poi scarica nel fiume Mincio) e di creare un’imponente infrastruttura di pompaggio delle acque ai depuratori di Montichiari e Gavardo (quest’ultimo da costruire) per superare le colline del Garda e scaricare nel fiume Chiese. Costo dell’opera: 230 milioni di euro, 100 dei quali finanziati dal ministero dell’Ambiente stesso con il Cipe, il resto scaricato sugli utenti in bolletta, alla voce “oneri di sistema”.

Ora la palla passa alla cabina di regia, istituita sempre presso il ministero, che prenderà atto del via libera preliminare e convocherà una conferenza dei servizi per individuare il progetto definitivo che verrà sottoposto a valutazione di impatto ambientale. Deluso il sindaco di Montichiari (Brescia), Marco Togni: “Ci siamo sentiti presi in giro, non sono stati valutati i progetti alternativi, ci aspettavamo che il ministero aprisse un’istruttoria documentale e scrivesse il suo parere nero su bianco”. Invece tutto è rimandato al progetto dell’Ato di Brescia (Ambito territoriale ottimale), sul quale i sindaci dei Comuni del Chiese già meditano di ricorrere ai legali. Nei giorni scorsi avevano scritto una lettera al ministro dell’Ambiente Costa per segnalare che il progetto preliminare “non ha previsto l’eliminazione degli sfioratori e degli scarichi abusivi e la separazione delle acque bianche dalle acque nere” e per chiedere di scegliere l’opzione a loro avviso migliore, ovvero “l’adeguamento dell’attuale depuratore di Peschiera del Garda con scarico delle acque depurate nel Mincio”, che potrebbe abbattere i costi di svariati milioni. Inoltre, nelle controdeduzioni inviate a Roma ricordavano come “il presidente di Acque Bresciane, gestore unico che ha redatto il progetto, è anche membro del consiglio di amministrazione dell’Università di Brescia a cui è stato affidato lo studio per l’analisi dei siti alternativi” del depuratore. La battaglia si sposta ora alla conferenza dei servizi. Mentre le Mamme del Garda sottolineano che il progetto sarà “un danno” per il fiume e le bollette subiranno un aumento “del 50 per cento”.