Malati d’amianto, devono restituire i soldi: digiunano

Hanno lavorato per più di 20 anni a contatto con l’amianto. Di fibre di amianto erano le tute, i guanti e le coperte con cui proteggevano i manufatti in ferro e piombo. Ora sono al secondo mese di sciopero della fame i 10 ex saldatori delle ex Industrie meccaniche siciliane di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, a cui l’Inps ha negato la rivalutazione contributiva ai fini pensionistici. Lo ha stabilito il 3 luglio la Corte di appello di Catania, che ha ribaltato la sentenza di primo grado del Tribunale di Siracusa. I giudici hanno accolto il ricorso dell’ente previdenziale “a protezione dell’interesse pubblico”, perché sarebbero decaduti i termini di presentazione della domanda all’Inail, risalenti al 2005. Per il legale degli operai Ezio Bonanni, che ricorrerà in Cassazione, si tratta di un cavillo: “Non hanno depositato la domanda – dice – perché non sapevano dell’amianto”.

I lavoratori, in totale 21, alcuni già affetti da patologie riconducibili all’amianto, hanno deciso di presidiare l’ingresso del Comune da mattina a sera, con un solo pasto al giorno: “Chiediamo che intervenga il ministero del Lavoro con un atto di indirizzo”, dicono. Ma la ministra Nunzia Catalfo fa sapere che ‘al momento non è possibile intervenire perché non si è ancora concluso il percorso giudiziario’”. Chi è già stato prepensionato dovrà restituire quanto percepito. Gli altri si sono già visti decurtare i contributi aggiunti. Oggi sulla newsletter Giustizia di Fatto pubblicheremo un approfondimento.

Era nelle proteste a Bibbiano, ora agli arresti per minori

Di giorno acerrimo avversario dei centri sociali definiti “un mare di letame”, aspirante consigliere regionale col motto “diffidate da chi vi dice che la politica è tutta merda e malaffari”, sempre al fianco dell’ex candidata leghista alla presidenza dell’Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni, difensore dei bambini a Bibbiano. Di notte procacciatore di ragazze per sexy party con i suoi amici in cambio di strisce di cocaina, almeno secondo l’accusa. Luca Cavazza, 27enne leghista (ma senza tessera, unica precisazione fatta dal partito) e pippatore seriale, era colui che organizzava le serate per la “Bologna bene” finite adesso al centro di un’operazione dei carabinieri che ha portato a otto indagati e sette misure cautelari. Tra le accuse anche induzione alla prostituzione minorile: una delle ragazze coinvolte ai tempi dei fatti (avvenuti tra novembre scorso e febbraio) aveva 17 anni. Insieme a Cavazza è finito ai domiciliari il 47enne Fabrizio Cresi, mentre l’unico in carcere è Davide Bacci, 49 anni, imprenditore edile proprietario di “Villa Inferno” (così chiamavano la casa dove si svolgevano la maggior parte delle orge gli stessi protagonisti). Per altri quattro indagati, la misura emessa è l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

L’indagine parte dalla denuncia della madre della minorenne, preoccupata perché dopo alcuni giorni la figlia non rientrava in casa. Sul suo cellulare sono stati trovati immagini e video espliciti che l’hanno vista protagonista nei mesi, in cambio di cocaina e a volte di alcune somme di denaro, intorno ai 150/200 euro. “Arrivati a casa di Bacci, io avevo già appreso da Cavazza che ci saremmo fatti una fattanza – ha spiegato la 17enne –, cioè Bacci ci avrebbe dato della coca. Ho visto che c’erano una decina di persone tra ragazzi e ragazze che stavano pippando. A un certo punto ho avuto un rapporto sessuale con una donna e sono stata videofilmata”.

Firenze, il giudice: “Bimba concepita per abusarne”

Un infante concepito per soddisfare i desideri sessuali dei loro genitori e utilizzato alla stregua di un oggetto. È l’epilogo di una “squallida” vicenda, come la definisce il giudice Gianluca Mancuso del Tribunale di Firenze, che il 25 giugno ha condannato un 41enne a 9 anni, l’ex compagna e un’altra donna a 6 anni, per violenza sessuale e detenzione di materiale pedopornografico. L’uomo era incappato nelle indagini su una rete pedopornografica. Nelle conversazioni tra lui e la prima donna, si legge nelle motivazioni della sentenza, si “allude al fatto che” il minore “sia stato concepito per soddisfare le fantasie sessuali” dell’uomo.

Pur non avendo riconosciuto la bambina, il 41enne era rimasto in contatto con l’ex compagna. Alcuni anni dopo la gravidanza, le aveva mandato un manuale in pdf, “Come praticare l’amore bambino”, un “prontuario su come adescare con successo bambini in tenera età al fine di poterne abusare sessualmente” e una “guida” per “la formazione dell’adulto pedofilo”. Non solo: le scrive con insistenza e senza pudore chiedendole di vedere i genitali della minore, perché pensa sempre “a fare maialate” e di “volerla toccare”. La donna non si scompone, lo compiace, abusa della minore indifesa e gli manda le foto. “Non può considerarsi una vittima manovrata” dal 41enne, perché “consapevolmente ha assecondato le richieste dell’uomo”.

In questo “quadro sconcertante”, scrive il giudice, l’uomo è riuscito ad adescare una seconda donna e “a ottenere migliaia di foto ritraenti” altri due minori in cambio di promesse di denaro, “approfittando delle difficoltà economiche della donna” e “inducendola a compiere squallidi atti sessuali”. Per il gip Mancuso, anche lei ha “partecipato volontariamente al piano perverso” del 41enne, “arrivando a creare una vera e propria libreria pedopornografica”. Sul telefono dell’uomo, video e foto condivisi su Telegram con altri della sua rete.

Tamponi a Capri, Belèn l’ha avuto subito. Il tassista con la febbre aspetta 10 giorni

Ifigli e i figliastri del tampone a Capri. Accade che da dieci giorni un tassista caprese stia in autoisolamento in attesa dell’esito dell’analisi: cinque giorni per ottenere il tampone, chiesto il 23 agosto al sopraggiungere di sintomi importanti come la febbre alta, e altri cinque in attesa che l’Asl si faccia viva con il responso. Per ora il poveraccio è a casa, non lavora e non incassa un euro, e come lui in isolamento tutta la famiglia. Questo mentre la showgirl Belen Rodriguez, sbarcata nell’isola azzurra il 27 agosto dopo una vacanza a Ibiza, è riuscita a ottenere il tampone in poche ore e ha avuto comunicazione della negatività il giorno dopo, good news festeggiata con la consueta story su Instagram. Il tassista, molto meno noto e meno social di Belen, è furioso: “Ancora nessuno mi ha contattato ufficialmente per dirmi se sono negativo o positivo al Covid. Ora la febbre mi è passata, sto benissimo, ma la situazione sta creando notevoli danni economici a me e a tutta la famiglia”. L’uomo annuncia un esposto ai carabinieri.

Omicidio Vassallo: da dieci anni l’omertà nasconde i colpevoli

Dieci anni senza una verità sull’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, trucidato da nove colpi di pistola mentre entrava in auto la sera del 5 settembre 2010. La verità negata, il titolo del nostro libro da oggi in libreria.

La verità inseguita dal fratello, Dario Vassallo, che ci racconta il suo lungo diario della sofferenza, alleviata girando in lungo e in largo il Paese a nome della “Fondazione Angelo Vassallo”, per scuotere le coscienze e impedire che il delitto cadesse nel dimenticatoio.

La verità cercata senza sosta dai magistrati della Procura antimafia di Salerno, che si sono scontrati con la “condotta pressoché omertosa” di qualcuno, come scrisse il pm in una delle richieste di archiviazione di un ex indagato.

La verità invocata da numerose inchieste giornalistiche e televisive – davvero notevole quella di Francesca Di Stefano e Giulio Golia e mandata in onda a puntate l’anno scorso nel programmaLe Iene di Italia 1 – che hanno provato a riannodare i fili sfilacciati di notizie, fatti e circostanze su cui si sta depositando la polvere del tempo, alla ricerca di quel particolare inedito, quella testimonianza nuova, quel lampo di luce che illumini il buio. Dieci anni sono tanti, ma bisogna continuare a nutrire fiducia. I colpevoli verranno stanati. Ce lo suggerisce l’ottimismo che deriva da alcuni precedenti. Ad esempio, un altro omicidio eccellente avvenuto anche questo in Campania e a settembre, il 23 settembre del 1985, quello del giornalista del Mattino Giancarlo Siani, uscì dal buio solo nel 1993, dopo otto anni. Se si imbocca la pista giusta, il traguardo viene raggiunto.

Nel caso di Siani decisivo fu un collaboratore di giustizia del clan Gionta, che rivelò i mandanti della condanna a morte. E torniamo al “particolare contesto ambientale” intriso “di condotta pressoché omertosa” descritto dalla Procura in documenti giudiziari sul caso Vassallo. Perché è da qui che deve ripartire il viaggio della speranza alla ricerca degli assassini. Da qualcuno che finalmente parli. Gli autori del libro sono certi che forse ad Acciaroli, o forse a Caivano, o forse a Boscoreale, o forse a Castello di Cisterna, o forse in qualche altro luogo ignoto, ci sono persone che sanno cosa è successo e non lo hanno ancora detto ai pm. O hanno volontariamente omesso di riferire qualcosa di importante.

Il puzzle del movente dell’omicidio Vassallo, e quindi dell’identikit dell’assassino, è un quadro privo di moltissimi tasselli. Ma se uno si sforza e guarda bene, forse si può intravedere qualcosa. Come ricordiamo nel libro, al momento l’unica pista investigativa che conserva dignità e attenzione è quella che Vassallo fu ucciso perché si oppose al traffico di droga ad Acciaroli. C’erano mille ragioni dietro la rabbia che lo spronava a organizzare ronde contro lo spaccio nei locali della movida, non tutte legate al suo ruolo di sindaco. Ce n’erano altre, private, che individuerete leggendo l’ultima parte del volume. Nelle settimane che precedettero la sua morte, il sindaco pescatore era nervoso, agitato. Aveva confidato ad alcuni amici “di aver scoperto qualcosa che non avrebbe mai voluto scoprire”. Voleva parlare con il pm di Vallo della Lucania Alfredo Greco, fu ammazzato prima di incontrarlo.

Ora l’unico indagato per l’omicidio – senza misura cautelare – è un ex carabiniere del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, Lazzaro Cioffi. È da due anni e mezzo in carcere e sotto processo con l’accusa di aver protetto gli affari criminali del clan Fucito al Parco Verde di Caivano. Una fonte senza nome citata nel libro afferma – ma non ci sono riscontri – che l’assassinio di Vassallo è maturato nel contesto di una proposta del carabiniere infedele al boss di “espandere la propria attività di spaccio nella fiorente Acciaroli”. È una lettera anonima ben scritta e con atti giudiziari su una storia di Caivano. Sarebbe interessante individuare questa gola profonda, che dice di essere un carabiniere. Per chiedergli – e siamo certi che la nostra curiosità è la stessa dei pm – su cosa basa queste affermazioni. Potrebbe essere una calunnia. Oppure quel lampo di luce atteso da dieci anni.

Anche B. è positivo al Covid-19: ultima “vittima” della Sardegna

Silvio Berlusconi è positivo al SarsCov2. Forse contratto in Sardegna, in Costa Smeralda, dove ha trascorso le vacanze in agosto. Positivi anche i figli Barbara e Luigi. L’ex premier, che a fine mese compirà 84 anni, ha svolto i controlli del caso “proprio in considerazione del suo recente soggiorno” sull’isola, come ha confermato Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, nonché medico di fiducia di B. Lo stesso Zangrillo ha rassicurato sulle condizioni di salute: “È asintomatico e sta lavorando presso la sua residenza di Arcore, dove resterà in isolamento”.
Il 12 agosto, l’ex premier aveva incontrato in Costa Smeralda Flavio Briatore, proprietario del Billionaire Club, a sua volta risultato positivo pochi giorni dopo. Non ci sono evidenze, tuttavia, che il leader forzista abbia contratto il virus in quell’occasione. Proprio per quell’incontro, Berlusconi si era sottoposto a due test, entrambi negativi, il 25 agosto. L’ex Cavaliere era rientrato in Italia a giugno da Nizza dove aveva trascorso il lockdown nella villa della figlia Marina.

Il problema dei contagi provenienti dal nord della Sardegna resta serio. Un focolaio diffuso che sta mettendo in difficoltà diverse regioni, su tutte il Lazio. Berlusconi è solo il più celebre dei vacanzieri tornati dall’Isola che hanno contratto il Covid-19. La giunta regionale laziale da settimane chiede alla Sardegna di effettuare test antigenici rapidi a chi riparte in traghetto da Olbia, ma fin qui il governatore isolano Christian Solinas – sostenuto dal centrodestra – ha sempre negato qualsiasi tipo di collaborazione. L’assessore laziale alla Sanità, Alessio D’Amato, ha inviato al ministro della Salute, Roberto Speranza, un dossier di 4 pagine, dal quale si evince che il 34% dei positivi registrati nel Lazio fra il 1º e il 28 agosto – 764 casi sui 2.233 totali – ha un “link epidemiologico con la Sardegna”: di questi il 59% ha sintomi “ma è riuscito a partire lo stesso”, come ha spiegato D’Amato, mentre il 3% è ricoverato in ospedale (l’età media è 25 anni). La situazione continua a essere critica al porto di Civitavecchia, dove si registrano ancora lunghe file agli sbarchi dei traghetti, con assembramenti e procedure in essere fino a notte fonda.

Sebbene anche il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ieri abbia parlato di una “evidenza di contagi dalla Sardegna”, Solinas non accenna ad arretrare e, anzi, ieri ha replicato duramente a D’Amato e Zingaretti. Sull’Isola “il virus non c’era, ce l’hanno portato: fino a luglio avevamo 0,3 di sieroprevalenza”, ha detto il governatore sardo, sostenuto dalla sua maggioranza, che in Consiglio regionale chiede al governatore di “difenderci dal tentativo di screditare la nostra terra”.
Per ora Speranza non si è inserito nella polemica e pare non ci siano gli strumenti legali per introdurre l’obbligatorietà del tampone per chi rientra dall’isola. Dai dati del 1º settembre, si evince come la Sardegna abbia svolto appena 1.749 test in un giorno, un sesto di quelli effettuati nel Lazio (10.070) nelle stesse 24 ore.

Scuola: mascherine ok. Mancano migliaia di aule

Mascherine e spazi: le prime pare ci saranno, per i secondi si spera ancora. Questo perché da un lato commissario straordinario Domenico Arcuri ha assicurato che 11 milioni di mascherine al giorno saranno nelle scuole a partire dal 14 settembre (in alcune, dove magari sono iniziate le lezioni di recupero, sono già state consegnate) e dall’altro perché gli enti locali, a farsi i conti in tasca, si stanno accorgendo che non hanno tutte le aule (o gli spazi alternativi) per contenere i ragazzi rimasti senza distanziamento minimo di un metro. E quindi dovranno affittare. Ma andiamo con ordine.

Partiamo dal vademecum per i presidi, in molti ancora spaesati e senza informazioni di base: il Comitato tecnico scientifico, dopo aver precisato che al banco – se c’è la distanza di un metro – si potrà togliere la mascherina, in queste ore ha sottolineato l’importanza di preferire quella chirurgica a quelle di comunità (e ha dato il suo ok a quella trasparente). Una scelta raccomandata ma non obbligatoria, comunque ritenuta più sicura, anche perché il commissario Arcuri ha garantito che saranno distribuite a tutta la popolazione scolastica. Parliamo di 11 milioni di mascherine al giorno (la popolazione scolastica è formata di circa 8 milioni di studenti e 2 milioni di personale) che verranno consegnate agli istituti due volte a settimana dai distributori delle aziende che le realizzano per la struttura commissariale. Ogni scuola ne riceverà in base al numero degli studenti e potrà modulare la richiesta in base al fabbisogno. Una volta ogni dieci giorni, poi, sarà consegnato il gel igienizzante. Per la scuola primaria è stata prevista invece una produzione di circa 2,8 milioni di mascherine più piccole. In queste ore, la struttura commissariale sta elaborando poi un piano per lo smaltimento. Ieri, infatti, dopo l’allarme su un presunto “obbligo” delle mascherine chirurgiche, il mondo ambientalista si è mobilitato per chiedere che si possa ricorrere anche mascherine riutilizzabili (lo stesso ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, si è attivato con gli altri ministeri) certificate. Intanto, la struttura produttiva commissariale prosegue nella sua corsa con 35 milioni di pezzi al giorno e un costo tra i 15 e i 20 centesimi a mascherina.

Fronte spazi, invece, restano delle perplessità. Secondo l’Unione delle province italiane servirebbero almeno altri 300 milioni per affittare i posti per garantire il distanziamento di tutti gli studenti. I 70 milioni messi a disposizione del ministero dell’Istruzione sarebbero insufficienti rispetto a quanto richiesto dagli enti locali. In particolare i problemi si concentrano al sud, Campania, Calabria e soprattutto Sicilia sono le regioni con più criticità assieme alle dieci città metropolitane e con decine di migliaia di aule mancanti. Nel Lazio – è emerso da una riunione della commissione Scuola del Consiglio regionale – restano da coprire circa mille aule con una evoluzione molto positiva rispetto alle 2.200 del solo primo ciclo da cui si partiva: 453 tra primaria e medie, 582 per le superiori.

Certo, lo squilibrio tra 300 milioni e 70 milioni c’è: il buon senso potrebbe essere al centro. In viale Trastevere si dice che nelle prossime ore potrebbero essere stanziati altri fondi per rispondere ai fabbisogni degli enti che riguardino però solo le voci di affitti e spazi alternativi. La cifra non è ancora stabilità ma c’è chi assicura che servirà a garantire il quasi totale distanziamento degli alunni. Per tutto il resto, si dovrà discutere, inclusa la circolare sui professori fragili che stanno elaborando Inail, ministero Salute e Iss per capire chi saranno i prof da esonerare, probabilmente quelli con gravi patologie pregresse che, con il Covid, potrebbero essere fatali.

Il Pd del Sì: “Basta fare gli snob con i 5 Stelle”

Un Sì tondo “per convinzione e non per necessità”. È quello che i parlamentari del Pd schierati a favore del taglio dei parlamentari sperano che pronunci Nicola Zingaretti alla direzione del partito convocata per lunedì, dove il segretario dovrà dare la linea. “Chi dice di votare No al referendum in nome di riforme più ampie deve sapere che queste altre riforme si possono conseguire solo con un successo del Sì. Il No bloccherebbe tutto” insiste il costituzionaliste e deputato dem, Stefano Ceccanti, mentre nella sala Berlinguer alla Camera si susseguono gli interventi di chi non ne può più della faida interna e autolesionista che si sta consumando attorno al referendum, con il solo scopo di indebolire Zingaretti e con lui l’alleanza con i 5Stelle che tiene in piedi il Conte 2. A un certo punto si affaccia anche il capogruppo Graziano Delrio: a Montecitorio è stata appena calendarizzata in aula la riforma elettorale pretesa dal Pd come contrappeso rispetto al taglio dei parlamentari. “Chiedevamo una accelerazione sulle riforme e c’è stata: il patto della maggioranza sulle riforme tiene”, dice Delrio consapevole che questo passo avanti è il segnale che serviva per placare gli animi all’interno del Pd: il Brescellum (la bozza di riforma elettorale che prende il nome da pentastellato Giuseppe Brescia) sarà incardinato alla Camera il 28 settembre.

Preceduto il 25 dalla legge proposta da Federico Fornaro di LeU che modifica il principio di elezione del Senato (da regionale a circoscrizionale per limitare le differenze tra le regioni nel rapporto tra seggi da assegnare e popolazione media) e riequilibra l’incidenza dei delegati regionali per l’elezione del capo dello Stato. A Palazzo Madama poi, già la prossima settimana, verrà portata in aula la riforma che parifica i requisiti di elettorato attivo e passivo dei due rami del Parlamento. Insomma sarà pure uno spot, come ripetono i detrattori, ma con il taglio dei parlamentari il cantiere delle riforme intanto si è riaperto.

Ora qualcuno storce la bocca per la connotazione anti-casta data a questa battaglia dai pentastellati, ma l’europarlamentare dem, Elisabetta Gualmini, si spazientisce: “Bisogna che la smettiamo di fare gli snob con i 5Stelle”. Del resto, spiega il sindaco di Empoli, Brenda Barnini, “la riforma della rappresentanza ha già interessato le Province, che sono diventate enti di secondo livello. E il numero degli eletti nei consigli comunali è stato ridotto senza che nessuno abbia gridato all’attentato alla democrazia: perché si può riformare tutto tranne il Parlamento?”. Ragioni di merito per le quali il Pd farebbe bene, per dirla con Maurizio Martina, a dire Sì “per convinzione e non per necessità”. Ma soprattutto a smetterla di usare l’occasione del referendum per regolare altri conti: il sospetto è che qualche dirigente dem che fa fracasso per il No, mettendo in difficoltà Zingaretti, in realtà abbia nostalgia dell’ex premier Matteo Renzi. Che l’altro giorno ha picchiato duro: dice che il Pd non è più la casa dei riformisti, mica come quando c’era lui. “Non si è riformisti per il solo fatto di fare i bulli con i 5S, magari continuando a governarci insieme. Anche basta”, è la bordata che Dario Parrini rifila agli emuli renziani. Applausi in sala.

Craxi Jr, Formigoni e Cirino Pomicino: arrivano i “mostri”

Alle volte una campagna elettorale costa milioni. Altre volte, ed è la fortuna del fronte del Sì alla riduzione dei parlamentari, è sufficiente lasciar fare tutto agli avversari. Basta scorrere volti e dichiarazioni.

I padri nobili. Si parte da Bobo Craxi: “Anche mio padre avrebbe votato No. Quando la rappresentatività è amputata il popolo trova altre forme per esprimersi”. Tipo le monetine?

Paolo Cirino Pomicino: “Il significato di questo referendum è l’attacco alla democrazia rappresentativa”.

Pier Ferdinando Casini, in Parlamento dal 1983: “La riforma serve solo a tagliare teste, alla Robespierre”.

Emma Bonino: “È come se un coinquilino del primo piano togliesse la trave portante senza occuparsi della stabilità del caseggiato” (lei, il caseggiato, lo frequenta dal 1976).

Anna Finocchiaro, magistrata dem in pensione dopo 31 anni di aspettativa (passati in Parlamento): “Le Camere sono il luogo della rappresentanza plurale del Paese. Un Senato di 200 membri non può esserlo”.

Sabino Cassese, già giudice costituzionale e sostenitore della riforma del 2016: “Con il Sì il sistema diventerà più oligarchico: più decisioni dall’alto, meno decisioni prese dal popolo” (Invece ora…).

Rino Formica: “Il mio No va alle radici di una ferita profonda che rischia di essere mortale per il nostro sistema democratico-parlamentare”.

Mario Monti: “Il taglio mi piacerebbe solo se dentro a una riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari, altrimenti è pura demagogia”.

Fabrizio Cicchitto, che la Carta la riformava con B.: “La borghesia e la classe operaia sono uscite di scena. Ora ci si propone di fare uscire di scena anche la democrazia delegata”.

Roberto Formigoni: “Non è una riforma a favore del popolo, del risparmio, della trasparenza. È una trappola”. Su trasparenza e risparmi, come non fidarsi di un condannato per corruzione?

Luciano Violante: “Con questa riforma paralisi o disordine”. O le cavallette.

in trincea. Luigi Zanda: “Senza i correttivi non è una riforma, ma solo un taglio dei parlamentari”. Mica come la Renzi-Boschi.

Silvio Berlusconi: “Rischia di essere un atto demagogico che limita la rappresentanza, riduce la libertà e la democrazia”. Poi, accortosi che FI aveva proposto la stessa riduzione: “Libertà di voto”. Stessa strada seguita da Matteo Renzi: un buon modo per non prendersi la responsabilità di un No.

Vittorio Sgarbi, 79% di assenze alla Camera: “Uno stupro al Parlamento”.

Renato Brunetta: “È un referendum su Conte, facciamo campagna per il No!”. Quando si dice votare sul merito.

Carlo Calenda: “È una follia. La qualità dei parlamentari peggiorerà. Ci saranno solo i fedelissimi e i non presentabili”.

Claudio Borghi: “Ogni volta che si è voluto giocare con la Costituzione, la situazione è peggiorata”. Meglio giocare con l’uscita dall’euro.

Giorgio Gori: “I parlamentari saranno scelti in liste bloccate in mano ai leader”. Come nelle ultime due leggi elettorali del Pd di Gori.

Matteo Orfini: “Si tratta di distruggere la democrazia. Gli elettori ci chiedono un sussulto di dignità”. Come ai tempi in cui aspettava i risultati delle Regionali giocando alla Playstation con Renzi.

Marco Bentivogli: “È la pericolosa prosecuzione dell’opera di derisione della democrazia rappresentativa”.

Gianni Pittella: “Porta pochissimo risparmio, ma grandissimo danno al funzionamento di ciò che residuerà”.

I Giornalisti. Daniele Capezzone spiegherà “le ragioni del No” sul prossimo numero di CulturaIdentità, Vittorio Feltri ha nostalgia: “Quando si parlò di un Senato come Camera delle Regioni ero d’accordo. Questa riforma è inutile”.

Alessandro Sallusti: “Il taglio non migliora l’efficienza né costituisce un risparmio apprezzabile”.

Angelo Panebianco : “Il Sì testimonierà l’antiparlamentarismo, non aprirà la strada a buone riforme”. Per quelle bisogna per forza essere in 945.

Stefano Folli: “A essere colpito sarà solo l’assetto della democrazia rappresentativa”.

Claudio Petruccioli: “I grillini mi fanno venire l’orticaria”. Un manifesto.

Battete un colpo

Preso con le solite pinze, l’ultimo sondaggio di Demoskopea dà la maggioranza giallorosa che sostiene il governo Conte al 46,9% (Pd 20,5, M5S 19,9, Iv 3,3, Sinistra italiana 3,2): cioè per la prima volta davanti al centrodestra, che la insegue al 45,3% (Lega 23,5, FdI 15,5, FI 6,3), al netto dei partitini di centrosinistra non rappresentati in Parlamento (Azione 3,3, +Europa 2,3, Verdi 2,1). Numeri ragionevoli, viste la buona prova offerta dal governo nell’incubo del Covid e la parallela cialtroneria delle opposizioni. Ma numeri da fantascienza se si guardano i talk e i giornali con i loro quotidiani De Profundis per il governo che, a loro dire, sta in piedi solo per evitare la sicura vittoria delle destre e comunque cadrà certamente domani, anzi la sera del 21 settembre, anzi oggi pomeriggio. Ma anche se si assiste allo spettacolo dei partiti della maggioranza, impegnatissimi h 24 a segare il fragile ramo su cui siedono. Ora la demenziale rivolta nei 5Stelle contro il premier che osa decidere sui servizi segreti, cioè fa il premier. Ora le cacofonie nel Pd sul taglio dei parlamentari, invocato e promesso per 40 anni, votato ancora l’anno scorso e oggi ripudiato con tanti No, Ni e distinguo su pressione di chi vuole abbattere il governo e la segreteria Zingaretti (i giornaloni e i loro mandanti), ma anche di chi li sostiene come la corda regge l’impiccato (i puristi da sesso degli angeli della vecchia sinistra e le povere Sardine, che dopo la visita chez Benetton non ne azzeccano più una, ridotte a una pattuglia di Tafazzi). E poi i soliti italomorenti dell’Innominabile che, non contenti dei propri fiaschi, vorrebbero esportarli in casa altrui.

Come se tutto ciò non bastasse, incombono le elezioni regionali in Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. E anche lì, mentre le destre marciano compatte come falange macedone anche se non vanno d’accordo su nulla, i giallorosa procedono in ordine sparso come l’Armata Brancaleone. Salvo in Liguria, dove però si guardano bene dal fare campagna per il candidato unitario Sansa. Siccome poi in Veneto e in Campania hanno già vinto Zaia e De Luca, tutto si gioca nelle altre tre regioni “contendibili” che vedono M5S, Pd e Iv l’un contro l’altro armati. Anziché piagnucolare sul latte versato degli accordi mancati, o chiedere patti di desistenza e voti disgiunti, i candidati-presidenti Pd dovrebbero avere rispetto per gli elettori e rivolgersi soltanto a loro. I numeri parlano chiaro: gli unici in grado di strappare Toscana, Marche e Puglia alle destre sono Giani, Mangialardi ed Emiliano. I 5Stelle non andranno malissimo: la debolezza degli altri candidati esalta chi cerca vie di fuga “terzaforziste”.

In Puglia la Laricchia è data addirittura al 15% (mentre il prode Scalfarotto veleggia verso un sontuoso 1,6). Ma di quei voti il M5S non se ne farà nulla, se non per strillare altri cinque anni dai banchi dell’opposizione, senz’alcuna speranza che i nuovi “governatori” salvinian-meloniani gli diano retta. Infatti Conte e Di Maio han tentato fino all’ultimo di convincere i grillini di Marche e Puglia a far pesare i loro voti appoggiando i candidati Pd in cambio di cambiamenti su liste e programmi: invano. Ora, visto che nelle due Regioni e in Toscana tutto si gioca sul filo di un paio di punti, sta all’eventuale bravura di Mangialardi, Emiliano e Giani convincere almeno una parte degli elettori 5Stelle a disgiungere il voto: lista M5S e presidente Pd. Come? Non certo lanciando appelli a Crimi o Di Maio perché diano un’indicazione di voto che mai potrebbero dare, e comunque non verrebbe ascoltata; né tentando patti sotterranei per fare di nascosto ciò che non si può fare alla luce del sole; né comprando grillini sfusi in cambio di assessorati. Ma parlando direttamente agli elettori 5Stelle che, se insistono malgrado il rischio di mettere in pericolo il governo, è perché non sono soddisfatti da Mangialardi, Emiliano e Giani.

Cosa potrebbe convincerli o almeno allettarli? Qualcosa di radicalmente nuovo, netto e discontinuo. Basta fare l’opposto del nostro amico Sansa, che ieri s’è giocato qualche altro voto pentastellato schierandosi per il No. I tre aspiranti presidenti facciano campagna per il Sì con esponenti del M5S, del Pd e della Sinistra. Si impegnino a proseguire la battaglia anti-casta in casa propria, tagliando enti inutili, gettoni delle partecipate, emolumenti e vitalizi dei consiglieri regionali. E poi a bloccare i nuovi inceneritori, a fermare il consumo del suolo, a invertire la rotta dei finanziamenti alla sanità privata, a potenziare le misure sociali e le politiche ambientali. E infine annunciando nomi nuovi, prestigiosi, competenti, presi dalla società civile per i futuri assessorati. Solo così, convincendo gli elettori sui territori e non le segreterie a Roma, possono sperare nel voto disgiunto. Perché gli unici padroni dei voti sono gli elettori e non sarà certo un appello di Crimi o Di Maio a spostarli. Anzi, tentare di scavalcarli con accordi nazionali e appelli dall’alto è anche peggio dell’inerzia, perché li farebbe incazzare vieppiù. E l’unica “disgiunzione” che si otterrebbe è quella fra politici e cittadini. Che si chiama astensionismo. E non è un virus simmetrico: colpisce soprattutto chi già governa. Giani, Mangialardi ed Emiliano hanno 18 giorni per battere un colpo. In caso contrario perderanno e, anziché incolpare gli altri, dovranno prendersela solo con se stessi.