Mandrakata, Amarcord o Silencio: bevute da film al bancone del bar

Uno degli ultimi è Mandrakata, e si ispira al cult movie anni 70 Febbre da cavallo, con Gigi Proietti ed Enrico Montesano. L’ha inventato quest’estate Max La Rosa, proprietario del Divan Japonais di Frascati: tra gli ingredienti, uno sciroppo fatto in casa allo zafferano. Ma sono infiniti i cocktail che traggono il nome, e un sorso d’anima, dalle pellicole più conosciute. Che siano classici hollywoodiani o blockbuster recenti. E non mancano i drink miscelati dal retrogusto autarchico. Sognando Cocktail, il film-manifesto del 1988 con Tom Cruise.

I bartender gareggiano a colpi di omaggi alla settima arte. E cosa può esserci di meglio del tracannare, per esempio, un bel Silencio (tributo a Mulholland Drive di David Lynch) della barlady Elena Montomoli di Casa Minghetti (Bologna), adesso che siamo entrati nel clima della Mostra del cinema di Venezia? La galassia degli artisti dello shaker sta diventando sempre più femminile, una bella notizia da mandare giù. Roberta Martino, cofondatrice del collettivo ShakHer, evoca, nel centenario dalla nascita, Federico Fellini e il suo Amarcord. Sabina Yausheva del Bar Julep dell’Hotel de la Ville di Roma rilancia con Bready Crusta, liberamente ispirato a Pane, amore e… di Dino Risi. La fa da padrona il limoncello, e subito torna alla mente il sex appeal iniettato di sprezzatura di Sofia Loren. La Yausheva non è nuova a operazioni del genere: c’è pure lei dietro Roma Formidabile, remake a discreta gradazione alcolica di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. E se Roberto Gulino de La Bodega di Cosenza si rifà a un capolavoro come Il Padrino di Francis Ford Coppola, Luana Papavero del Bulldog di Roma risponde con Golightly, gemello diverso del Colazione da Tiffany di Blake Edwards. La sua matrice ideale è infatti il White Angel, quel Martini Cocktail tutto gin e vodka bevuto con gran gusto, persino a inizio mattinata, da Audrey Hepburn.

Perché molti film e personaggi iconici del grande schermo hanno il loro cocktail identitario, il bicchiere-genius loci. Immaginereste mai un James Bond senza Vodka Martini in mano? O le ragazze di Sex and the City mutilate di un Cosmopolitan? Oppure Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in Casablanca con qualcosa di più banale del Cocktail Champagne? Per dirla con Baudelaire, “chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”. E anche chi non ama il cinema.

Papà ubriaco, mamma strega: così si diventa Alessandro Magno

Attenzione: in questa storia i serpenti ci sono per davvero. “Alla conquista del mondo per fuggire da sua madre”: così nel 2005 un titolo del Monde ridicolizzò il film Alexander di Oliver Stone, tutto incentrato sul rapporto morboso tra Alessandro Magno (Colin Farrell) e sua madre Olimpiade (Angelina Jolie), presentata come una femme fatale senza scrupoli e un po’ instabile. Stone non faceva che recepire, caricandolo di tinte psicoanalitiche, un nodo secolare nella biografia del Macedone, ovvero il peso dei “disordini” (così li chiama Plutarco) nella vita del padre Filippo, che “dal suo letto passarono all’intero regno”.

Abilissimo politico, stratega geniale capace di tenere a bada i propri vassalli nel Nord e di unificare in pochi anni tutta la Grecia, consolidando la sua Macedonia come avamposto dell’identità ellenica, e ottenendo un posto d’onore ai Giochi: Filippo II fu un grande re, e nel quadro di una sagace politica dinastica sposò ben sette mogli di diversa provenienza. Olimpiade, principessa d’Epiro che vantava discendenza da Achille, fu senz’altro la più notevole: la conobbe a Samotracia durante un rito in onore di Dioniso, lei che nelle cerimonie bacchiche amava abbandonarsi all’estasi e al delirio trascinando con sé grandi serpenti che si avvolgevano ai tirsi e alle corone delle mènadi. Fu proprio Olimpiade, nel 356 a.C., a dare alla luce Alessandro – ma di chi era figlio davvero quel bimbo? Del fulmine che colpì il suo grembo? Del serpente che Filippo trovò un giorno nel letto della moglie? Di Zeus medesimo piombato in forma di drago (come nel pornografico affresco di Giulio Romano a Palazzo Te)? Del re egizio Nectanebo che (così vuole il Romanzo di Alessandro) durante un’assenza di Filippo in guerra si sarebbe accattivato il favore di Olimpiade entrando nel suo letto in persona del dio Ammone, accompagnato da un serpente o da un draghetto alato?

Peu importe: Alessandro, bello intelligente e temerario, diventò presto il candidato numero uno alla successione (anche perché – si mormorava – Olimpiade avrebbe istupidito tramite un avvelenamento l’unico altro figlio maschio, Arrideo): pare cominciasse addirittura a temere, “invidioso delle vittorie di suo padre e della giustizia del suo governo” (così Montaigne) che il genitore non gli avrebbe lasciato “nulla da fare”. Ma le cose precipitarono quando nel 337, fresco del trionfo di Cheronea, Filippo sposò Cleopatra, una nobile macedone d’alto rango, nipote del suo valentissimo generale Attalo: sdegnati, Olimpiade e il diciottenne Alessandro se ne andarono di casa, lei dai suoi in Epiro, lui in Illiria, e ci volle del bello e del buono perché tutti addivenissero a una riconciliazione almeno di facciata. Non era tanto la gelosia, quanto il fondato timore che l’eventuale prole di Filippo e Cleopatra, interamente macedone, potesse vantare più titoli di Alessandro alla successione – questo teorizzò ad alta voce lo stesso Attalo durante un banchetto, talché Alessandro (“Mi prendi dunque per bastardo?”) gli lanciò una coppa in testa, e Filippo inviperito sguainò la spada contro il figlio per ucciderlo, finendo però per inciampare come un ubriacone – “Ecco l’uomo che doveva passare dall’Asia in Europa, e non è capace di passare da un letto all’altro”, lo schernì il figlio.

Chi oggi visiti le scarse vestigia del teatro di Ege fatica a immaginare quel giorno d’estate del 336, quando Filippo in procinto di partire per la conquista dell’Asia vi diede una grande festa per il matrimonio di sua figlia, e improvvisamente, in un corridoio, cadde pugnalato a morte da un certo Pausania, suo antico amante che lo odiava per non aver punito a dovere il suddetto Attalo, il quale anni prima l’aveva sottoposto con l’inganno a orrendi abusi sessuali da parte sua e dei suoi stallieri. Non sapremo mai se Pausania agì per folle rancore personale o se fu armato da Alessandro smanioso di regnare, da una congiura di nobili macedoni dissidenti in combutta con Dario III re di Persia (questa la versione ufficiale, e probabile), o – inevitabile congettura – dalla stessa rancorosa Olimpiade, che secondo Giustino la sera del delitto mise addirittura una corona d’oro (oggi al Museo di Salonicco) sulla testa dell’assassino crocifisso, e che di certo ne approfittò per fare un immediato repulisti, eliminando di persona sia Cleopatra sia la figlioletta Europa.

E così Filippo II, che il retore Isocrate celebrava come il novello Agamennone destinato a rendere greca l’Asia Minore, condivise con il capo degli Achei il destino di morire ammazzato a casa propria. Mentre fu suo figlio Alessandro (che, imbevuto di omeromanía dal maestro Aristotele, rincorse per una vita il modello di Achille) ad attraversare i Dardanelli e a conquistare il mondo, lasciandosi alle spalle questa scia di sangue e serpenti. Olimpiade, che continuerà a fare la queen mother fin dopo la morte del figlio, passerà alla storia come subdola, collerica, sanguinaria e mezza maga: ma questa distorsione e queste leggende – come ha mostrato Elizabeth Carney – sono piuttosto frutto del precoce mainstream culturale ateniese, che non capiva né accettava la poligamia regale, e vedeva con sospetto il ruolo deciso e consapevole delle donne macedoni nella vita pubblica.

Le lezioni del prof. Vecchioni. A carte con Guccini e Dalla

Quella sera del ’77, a Bologna.

La più brutta della mia vita. Concerto organizzato da Lotta Continua dopo l’assassinio di un ragazzo del Movimento, Francesco Lorusso.

E lei, Roberto Vecchioni, attaccò Samarcanda.

Cantai “oh oh cavallo” e scoppiò il caos. La canzone, ispirata da un romanzo di O’Hara, parlava di un soldato inseguito dalla Morte. Lì pensarono a una filastrocca commerciale. Tutto doveva essere politica. Presero a lanciarmi di tutto. Il manager Fantini mi tirò via. Scappammo in auto. L’ideologia era un muro: si pretendeva la musica gratis, il 6 politico.

È per quel trauma che ora non scriverebbe più Samarcanda?

È perché non credo più che l’uomo sia vittima del Destino, ma il contrario.

I cantautori venivano contestati ferocemente. Lei, De Gregori, Finardi…

Non Guccini, che di brani politici ne aveva scritto solo uno.

Due anni fa lei convinse il Maestrone a cantare di nuovo: Ti insegnerò a volare, dedicata a Zanardi.

Quando, dopo, Alex ha avuto l’incidente ho provato dolore, ma anche conforto. Adesso ha triplicato le forze, il suo pensiero si è fatto decisivo. Se le serie tv ti raccontano solo di intrighi, cupidigia e delitti, voglio stare dalla parte luminosa di Zanardi, che con le sue rotelle è il più veloce di tutti.

E con Guccini ha insistito per altre cantate?

No, ma ci frequentiamo. È nella cinquina del Campiello. Francesco è pieno di acciacchi e malinconie. Però è sempre stato un crepuscolare cacadubbi, novecentesco come me. Impressiona che il gigante si sia ritirato nella casupola di famiglia in un paesino mai illuminato dal sole. Ha voluto togliersi dai coglioni. Con un mazzo di carte.

Come quando giocavate all’Osteria Da Vito.

Guccini non amava perdere. Costretti a far notte finché non aveva il punto.

Dalla vi ronzava intorno.

Lucio mi stimava: ‘Tu farai il botto! Non capisco un cazzo delle tue canzoni, ma sono belle’.

I Settanta, evo aureo della canzone d’autore.

Sei grandi in un decennio: poi devi nascere con dei coglioni così per reggere il confronto. Oggi c’è il rap, che però ha tematiche limitate, gli insulti al mondo, la rabbia… La canzone d’autore troverà nuove forme, ma non morirà mai. È lo specchio delle nostre verità più profonde, non ha nulla a che fare con il diktat dei tormentoni, di Spotify o delle radio.

Sabato (domani su Rai2) è comparso allo Sferisterio di Macerata, al gran finale di Musicultura, per omaggiarne il patron scomparso, Piero Cesanelli. Ha anche interpretato un brano di Piero, Sopra Milano.

Cesanelli aveva un’idea pura della canzone d’autore. Ne amavo l’ingenuità.

Ha un nuovo disco nel cassetto?

Ho pezzi recenti, e altri scritti a vent’anni, ispirati dai miti greci. Canterò finché avrò voce. Intanto a ottobre, per Einaudi, uscirà un mio nuovo libro, Lezioni di volo e di atterraggio. Ricordi degli anni 80, quando insegnavo a tempo pieno. In 14 lezioni mi confronto socraticamente con gli allievi, esortandoli a riscrivere le vite degli eroi, da Ulisse a De André.

Da Prof. che dialogava passeggiando con gli studenti, che effetto le fa il presente della scuola?

Questa è una generazione sfortunata. Non si impara assimilando istruzioni, ma vivendo gomito a gomito il piacere della scoperta. Il mondo è comunità, non alterità. Però quel che accade non è colpa di nessuno.

Alda Merini le telefonava alle tre di notte.

Mi declamava liriche, o suonava Luci a San Siro al piano. Nel libro pubblicherò una sua poesia inedita. E quando morì mia madre eravamo alla festa dell’Unità: sul palco la Merini inventò versi per mamma.

Sua madre le dava una paghetta-capestro.

Ma papà rinforzava le mille lire e andavo pure allo stadio. Scrissi un orribile inno dell’Inter: lo cantava Bertini, gran mediano stonatissimo.

Che direbbe oggi suo padre?

Da qualche varco spaziotemporale comunica ancora con me. Certe canzoni mi arrivano dall’aldilà. Chiamami ancora amore, con cui vinsi Sanremo, la buttai giù in mezz’ora: non poteva essere farina del mio sacco. Papà era uomo di poche virtù e molti vizi, ma aveva fiducia in me: a 18 anni mi lasciava cantare nei cabaret. Io come padre sono poca cosa, anche se i miei figli mi assolvono.

Che ricorda dell’ingiusto arresto del ’79, accusato di aver passato uno spinello a un adolescente?

Ero un morto che camminava. In cella mi chiedevo il perché di quell’immeritato castigo, dal dolore non sentivo più le braccia, la testa, il cuore. Con un groppo in gola che non riusciva a sciogliersi in pianto.

La polizia uccide un altro nero. Trump la ringrazia

Dichiarazione dopo dichiarazione, Donald Trump conferma la scelta di campo cui affida le speranze di rimonta nella corsa alla Casa Bianca: sta coi poliziotti, anche quando sparano a neri inermi, e sta coi ‘vigilantes’ che affrontano i manifestanti anti-razzismo, anche se ne ammazzano due a fucilate. Ieri, sulla via di Kenosha, nel Wisconsin, dove domenica 23 un agente sparò sette colpi alla schiena d’un giovane nero, Jacob Blake, rimasto paralizzato, Trump ha paragonato i poliziotti che sparano senza motivo ai giocatori di golf che mancano una buca da un metro. “Alcuni – ha detto alla Fox – vanno nel pallone, proprio come succede in un torneo di golf”. Ma la strategia della tensione, estremamente rischiosa osa in un Paese che i media oggi definiscono “sull’orlo di una Guerra civile fredda”, non sembra pagare nei sondaggi. Il candidato democratico Joe Biden resta saldamente in testa dopo le convention, secondo l’ultimo sondaggio di Morning Consult è avanti di 8 punti e, fra le donne, è addirittura avanti di 12, anche grazie alla scelta come vice di Kamala Harris. C’è l’impressione che Trump lo faccia apposta ad alimentare le tensioni: gioca sulla paura, cui affida le chance si rielezione. Come se non bastasse la cronaca: anche lunedì, un nero è stato colpito e ucciso da agenti nella contea di Los Angeles a South Los Angeles. Nella notte, proteste e assembramenti sul luogo dell’episodio. Secondo la polizia, due agenti hanno fermato per un controllo Dijon Kizzee, 29 anni, che viaggiava sulla sua bicicletta. L’uomo si sarebbe dato alla fuga. Raggiunto, avrebbe opposto resistenza e sferrato un pugno a un poliziotto. Poi avrebbe cominciato a spogliarsi. Notata fra gli indumenti una pistola semiautomatica nera, gli agenti avrebbero sparato: più colpi, mortali. “Vado a Kenosha per ringraziare le forze dell’ordine e la Guardia nazionale”, dice Trump lasciando la Casa Bianca.

“Charlie prende ancora in giro la stupidità: quella che uccide”

“Charlie Hebdo non è più solo il simbolo della libertà d’espressione minacciata: una redazione di giornalisti attaccata dai terroristi. Quello era il simbolo del 2015. Oggi Charlie è lo specchio di una Francia lacerata, sempre di più. In cinque anni la nostra società non ha mai smesso di incentivare le sue divisioni, religiose, identitarie, che qui da noi possono esplodere con una violenza verbale molto forte. Questo processo sarà la cassa di risonanza di queste lacerazioni”.

Parliamo con Yannick Haenel a poche ore dall’inizio di un processo che farà la storia, quello degli attentati di Parigi nella redazione del giornale satirico e nel supermercato kosher di Porte de Vincennes, in cui morirono 17 persone. Lo scrittore, prix Médicis nel 2017 per Tieni ferma la tua corona (pubblicato in Italia da Neri Pozza), seguirà il processo per due mesi (fino al 10 novembre) e scriverà una rubrica quotidiana, mentre le vignette sono affidate a Boucq. Da oggi la Corte d’assise di Parigi ricostruirà i fatti di quei tre giorni da incubo, ascolterà chi alle stragi è sopravvissuto e chi vi ha contribuito, fornendo aiuto logistico ai terroristi, i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly: 14 gli imputati (di cui tre assenti).

Cosa si aspetta Charlie Hebdo dal processo?

Sono anni che Riss, il direttore, e gli altri si preparano. Dal momento che i principali responsabili della strage non ci sono più e che pochi elementi nuovi emergeranno, penso che si aspettino soprattutto che questo processo sia un luogo di parola, un momento di comprensione. Comprendere non vuol dire scusare. Vuol dire che tutte le voci antagoniste si esprimeranno. Ho parlato molto con i sopravvissuti. Tutti mi dicono che ciò che desiderano di più è esprimersi.

Charlie è cambiato da allora?

Sì, il giornale è cambiato molto, è migliorato. L’orrore li ha resi più profondi. Non è più una banda di vieux monsieurs ironici. Ci sono più disegnatori giovani e più donne. Trovo che tutti i colori dell’ironia sono rappresentati. È anche meno ancorato al modello tradizionale del giornale satirico. Ha preso spessore. Il loro stato d’animo? I fatti di gennaio 2015 ha diviso le loro vite in due, ma li ha fatti anche rinascere. A che punto stanno del loro cammino, non saprei.

Cinque anni fa, il mondo intero si era schierato con Charlie per difendere la libertà di espressione. E ora?

La libertà d’espressione ha fatto passi indietro e temo che parte della responsabilità sia dei social network. Paradossalmente la democratizzazione degli spazi di accesso all’opinione si è trasformata in sorveglianza e censura. In Francia si fa sempre più attenzione a come si parla per non offendere le diverse suscettibilità. Non era così dieci anni fa. Grazie allo humour, che gli viene rimproverato, Charlie Hebdo resta ancora uno spazio di libertà: a un prezzo molto alto.

Lei ha iniziato a collaborare subito dopo gli attentati, mentre tanti, scrittori e disegnatori, rifiutavano.

Il contesto in effetti faceva paura. Mi ha coinvolto una mia amica, la scrittrice Marie Darrieussecq. Mi ha conquistato lo spirito anarchico di Charlie Hebdo. Sono gli unici in Francia, e forse in Europa, a prendere sul serio la cretineria umana, anche la più ignobile. Penso che la cretineria sia una cosa seria, perché può uccidere.

Come mai uno scrittore, e non un giornalista di giudiziaria, al processo?

A Charlie sanno che il processo non si può riassumere in fatti. I fatti si conoscono e loro li conoscono meglio di chiunque altro. Non mi hanno dato direttive, ma so che cercano uno sguardo forse più metafisico. Penso che mi abbiano affidato questo compito perché sanno che mi pongo molte domande e che rincorro qualcosa che sfugge alla parola. E poi perché sono con loro pur non facendo parte della loro storia. Incaricando me, si sono voluti proteggere. Ho un peso enorme sulle spalle.

Nessuna tregua, ma l’Italia pensa di far ripartire i suoi appalti

“L’Italia vede con favore l’accordo raggiunto con Saleh per la promozione di un cessate il fuoco e lo sosteniamo. Crediamo anche, come diciamo da sempre, che debba cessare ogni interferenza esterna”. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, lo ha assicurato nell’incontro di ieri con il premier libico, Fayez al-Sarraj. L’intesa, raggiunta il 21 agosto con il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh ha ottenuto anche l’appoggio dell’Alto Rappresentante degli Esteri dell’Unione europea, Josep Borrell, anche lui in visita a Tripoli ieri. “L’Ue sostiene fermamente il processo di Berlino, gli sforzi di mediazione e le misure di de-escalation, compreso l’embargo sulle armi, elementi chiave per porre fine al conflitto libico”, ha dichiarato. A Tripoli, Borrell ha incontrato anche Mustafa Sanalla, presidente della compagnia petrolifera statale libica (Noc). “C’è la necessità di garantire che la produzione di petrolio possa riprendere, a beneficio di tutti i libici e per l’unità e la prosperità della Libia”, ha spiegato l’Alto rappresentante. Mentre “la necessità di porre fine all’escalation militare” in Libia è stata sottolineata dal presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico (Hsc), Khaled al-Mishri, nell’incontro avuto con Luigi Di Maio.

Il viaggio del capo della Farnesina, accompagnato dal sottosegretario Manlio di Stefano, tuttavia, oltre alle questioni strettamente politiche, ha avuto come focus le questioni economiche che saranno anche al centro della futura commissione mista italo-libica. Si tratta della ripresa di vecchi accordi siglati da Silvio Berlusconi per rilanciare gli investimenti italiani in Libia. Su tutti, la ricostruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli, affidata al consorzio italiano Aena per un valore di 80 milioni di euro, che con il presidente Elio Franci ha ringraziato il governo italiano per il sostegno e ha promesso che lo scalo sarà pronto “in 12-15 mesi, a patto che ci permettano di lavorare a pieno regime”. Poi c’è la strada litoranea Amsaed-Ras lidir che percorre la costa libica dall’Egitto occidentale a est della Tunisia per 1.700 km e dal costo stimato di circa 5 miliardi di dollari in una doppia fase di costruzione lunga 20 anni. La prima fase era già stata affidata all’azienda italiana Impregilo, ma poi è stata sospesa a causa della guerra. “Istituiamo la commissione per le questioni economiche tra Italia e Libia il prima possibile. Vogliamo che le imprese italiane vengano qui da noi per sostenere lo sviluppo e la crescita della Libia”, ha ribadito il premier libico al-Sarraj nell’incontro con Di Maio.

La spia che pensa da premier. Cohen, erede di King Bibi

Il 24 agosto, durante la sua rapida visita in Israele, il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha incontrato quattro alti funzionari: il premier Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri, Gabi Ashkenazi, il ministro della Difesa Benny Gantz e il direttore del Mossad, Yossi Cohen.

È Cohen l’uomo che ha svolto il ruolo più importante nella storica normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Ashkenazi è il ministro degli Esteri, ma è Cohen l’architetto incontrastato dell’iniziativa di pace regionale avviata con lo storico viaggio della delegazione israeliana ad Abu Dhabi. È vero che in Israele il Mossad è alle dirette dipendenze del premier, ma Bibi fa affidamento su di lui per fare molte cose, le più diverse.

Negli ultimi anni, Cohen ha effettuato numerose visite clandestine negli Stati del Golfo e ha lavorato con Netanyahu sul groviglio di relazioni che si intrecciano con gli Stati arabi pragmatici, in un ampio sforzo per forgiare un’alleanza contro l’Iran. Fino al Duemila la parola Mossad si doveva pronunciare sommessamente in Israele. Allora si diceva “Istituto”: Ha Mossad leModìn Ale Takfidim Meyuchadim, significa appunto Istituto per l’intelligence e i servizi speciali. Nome e volto del capo del Mossad erano segreti, sui giornali si poteva solo scrivere “Mister M”. Un alone di mistero e intrigo avvolgeva il tutto. Con Netanyahu le cose sono completamente cambiate. Cohen non è il primo capo del Mossad a condurre missioni segrete per conto del premier ma la sua attività diplomatica clandestina e pubblica è stata la più vasta e importante di ogni altro “Ramsad” (direttore). E lui – soprannominato “Il modello” per la sua avvenenza e i suoi abiti firmati – non fa mistero della sua ambizione di essere premier dopo Netanyahu. È stato Bibi a dire a porte chiuse che ci sono due persone che ritiene idonee a guidare Israele: Yossi Cohen e l’ambasciatore a Washington Ron Dermer. Netanyahu ha così fatto fuori una lunga fila di alti funzionari del Likud, compresi diversi ministri. Dermer è il giovane protetto di Netanyahu, il suo confidente e più stretto consigliere per gli affari diplomatici. Cohen, che ora ha 59 anni, ha una storia diversa. Nel 2015, Netanyahu ci ha pensato a lungo prima di nominarlo direttore del Mossad. Il background religioso e l’orientamento di destra di Cohen hanno dato a Netanyahu la sicurezza di considerarlo affidabile e leale. Con i due precedenti Ramsad Meir Dagan e Tamir Pardo, i rapporti erano piuttosto tesi, specie su come affrontare la minaccia dell’Iran. La scelta di Netanyahu si è rivelata un successo. Cohen è stato responsabile di diversi risultati notevoli, primo tra tutti l’operazione per rubare a Teheran e trasferire in Israele gli archivi nucleari iraniani nel 2018. Il mondo è rimasto scioccato dall’audacia di questa operazione, gestita personalmente da Cohen.

Il Likud sarebbe lieto di schierarlo come leader. Come ha detto tempo fa un alto funzionario del partito, in condizione di anonimato, a chi scrive: “Se Cohen decide di correre dopo l’era Netanyahu, nessuno avrà una possibilità contro di lui”. Le previsioni di una sua elezione sono eccellenti, il suo background diplomatico e di sicurezza gli danno un vero vantaggio. Aver lavorato al fianco di Netanyahu e appreso da lui l’arte della politica ai massimi livelli aggiunge certamente prestigio. Ancora più importante, ha capacità politiche naturali e sa scegliere le persone giuste per il lavoro da fare. Qualità che lo hanno aiutato a reclutare una nuova generazione di agenti nel Mossad. Un anno fa, Cohen si è presentato all’annuale Conferenza sulla sicurezza di Herzliya per un raro discorso pubblico. Ha rivelato che sotto la sua guida, il Mossad aveva creato una sorta di direzione diplomatico-sicurezza per promuovere la pace in Medio Oriente. È stato il discorso che ci si aspetterebbe dal premier e non dal capo dello spionaggio. Mentre esponeva la sua visione Cohen ha rivelato: “Il Mossad ha identificato quella che potrebbe essere la prima opportunità nella storia del Medio Oriente per raggiungere il tipo di intese che porterebbero a un accordo di pace globale”. Le sue osservazioni potevano sembrare un sogno irrealizzabile, ma negli ultimi giorni si sono rivelate invece un fatto diplomatico certo, e il suo ruolo, decisivo nel forgiare queste nuove alleanze. Il suo è il modo perfetto per presentarsi in politica: un uomo di destra in grado di fare la pace, un candidato degno di raccogliere l’eredità di “King Bibi”.

C’era il salario minimo nella Costituzione del Vate-influencer

Alla base di quale Carta costituzionale repubblicana c’è una “democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo, organizzata attraverso le più larghe autonomie funzionali e locali”? Dove “la sovranità collettiva è di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione”? Dove si “garantisce a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria”? Dove si stabilisce “il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o di involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”? Parliamo della nostra Costituzione repubblicana? No. Della Carta dei diritti e dei doveri vigente negli Stati Uniti, o in Inghilterra, o in Francia, o in Germania, o in qualsiasi altra democrazia progredita? Neppure.

Questo inno alla libertà si chiama “Carta del Carnaro” e a essa si accompagnano altri aspetti sorprendenti. Fu la Costituzione della Reggenza italiana del Carnaro, seguita all’impresa di Fiume del 1919-1920. Porta il sigillo di Gabriele D’Annunzio, il poeta-soldato, che di quella storica epopea fu il geniale e instancabile demiurgo. Ma soprattutto il prossimo 8 settembre quel testo, straordinario per lungimiranza e utopistica modernità, compie cento anni. Fermiamoci un attimo e torniamo a Gabriele D’Annunzio. Se fosse vissuto ai nostri giorni sarebbe un divo della Rete, uno straordinario Supereroe social, certamente molto amato dai ragazzi, almeno dai più avventurosi. Basti pensare che a 16 anni, per promuovere il suo esordio librario, Primo Vere, con una sensazionale fake news, forse la prima nel genere, fa diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. Nasce così, nei salotti romani, il mito del romantico studente abruzzese, che in breve si trasforma in uno spettacolare falò polemico quando il defunto riappare vivo e vegeto per smentire se stesso. Il giovane Gabriele comprende con un secolo d’anticipo l’importanza di essere star system e genialmente inventa uno stile creativo e appariscente da superdivo, alimenta il bisogno di sogni e misteri, si pone al centro della nascente cultura di massa. Ovviamente, non siamo qui per parlare dell’autore de Il piacere, e cento altre opere immortali, bensì del più celebre influencer della sua epoca, le cui gesta (il pilota ardimentoso sul fronte della guerra 15-18 che gli costò un occhio, il raid su Vienna con il lancio di migliaia di volantini esortanti la resa, la beffa navale di Buccari), accanto alle estenuanti gesta amorose eccitarono la fantasia di molte generazioni. Lui è il Vate, il Comandante, il Poeta-Soldato che, un secolo dopo l’impresa fiumana, viene celebrato a Pescara dal 2 all’8 settembre dalla “Festa della Rivoluzione 2020”. Sotto la regia dello storico Giordano Bruno Guerri, presidente della “Fondazione Vittoriale degli Italiani” (la casa di D’Annunzio a Gardone Riviera). Autore di quel Disobbedisco, guida indispensabile per chi voglia sapere tutto sugli incredibili e spettacolari “cinquecento giorni di rivoluzione”. Brevi cenni sul contesto: al termine della Grande Guerra, alcune delle terre definite dai nazionalisti italiani “irredente” (Istria e Dalmazia) rimangono fuori dal nostro Stato che pure era uscito vittorioso dal conflitto. A Fiume, una forte presenza italiana genera il mito della cosiddetta vittoria mutilata. Il 12 settembre 1919 il poeta-soldato, alla testa di 2500 arditi e legionari occupa militarmente l’ex città asburgica istituendo la Reggenza Italiana del Quarnaro. Tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921, sotto le cannonate del regio esercito chiamato a far rispettare le intese diplomatiche (giudicate un’estorsione dagli insorti), il Comandante e i suoi seguaci assistono al frantumarsi del sogno. Scrive Guerri che “nel lento, malinconico sfollamento di Fiume”, il Vate, “vedeva sbiadire la sua vita, condannata alla musealità del mito”. Torniamo alle “radiose giornate” dell’occupazione quando Fiume non è soltanto il simbolo di un atto di forza audace e spericolato, perché si trasforma rapidamente nel crogiuolo di una rivolta contro il “sistema”. Che raccoglie artisti e libertari, ribelli, insofferenti, spiriti anarchici, futuristi, visionari, gaudenti, nichilisti e negatori della morale corrente. “Quei ribelli (osserva Guerri citando in particolare gli studi di Claudia Salaris) hanno lasciato un’eredità imprescindibile a successive avanguardie. Nella loro esperienza rivive la dimensione della vita-festa che rese Fiume un luogo libero dalle norme della società capitalistica, della legalità borghese, della logica, in un’epica sospensione temporale. Con un vero progetto rivoluzionario, scritto nella Carta del Carnaro”. “Non un fasto, ma un nefasto nazionale e una delle più buffonesche italianate della nostra Storia”: così Indro Montanelli giudicò l’impresa sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2001. Anche se poche righe sopra aveva ammesso che, probabilmente, “se a quei tempi avessi avuto vent’anni, anch’io vi avrei partecipato”. Parole, osserva Guerri, “che rispecchiano un atteggiamento diffuso, generico e superficiale, del secondo dopoguerra”. Quello “che dipingeva D’Annunzio e l’Impresa come una ‘buffonata’ o come il prologo al fascismo”. “Si ignorava la complessità del fenomeno irredentista e la forte anima libertaria e risorgimentale che animava parte del combattentismo del primo dopoguerra”.

Scriveva, tuttavia, Carlo Bo nel 1947, che “il fascismo ha preso della rettorica dannunziana buona parte del suo ciarpame, e per questo D’Annunzio può essere definito responsabile di una certa atmosfera fascista”. Ma “che ne sia stato anche una vittima”. È pur vero che, per esempio, il grido di battaglia “Eia!Eia! Alala!” fu coniato dal Vate anche se, successivamente, se ne appropriò Mussolini (insieme a molti altri simboli che non gli appartenevano, compresa la canzone Giovinezza). E forse pochi sanno che all’Immaginifico si deve l’invenzione dello scudetto rosso bianco e verde, indossato per la prima volta a Fiume, nel pomeriggio del 7 febbraio 1920, in una partita tra cittadini e militari. Quattro anni dopo, adottato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, che stabilì che la squadra vincitrice del campionato portasse sulla maglia lo scudetto tricolore, quello dell’eterno controverso Gabriele, dunque (“Credemmo per vincere, patimmo per vincere, lottammo per vincere. E che m’importa di essere vinto nello spazio se sono destinato a vincere nel tempo?”).

“Altro che burbero! Il Bocca era sentimentale e geloso”

Il salotto dove ha luogo la chiacchierata che segue, un tempo è stato una biblioteca affollata di giornali e libri. Qualche scaffale c’è ancora, sopra ci sono soprattutto bibbie dato che la padrona di casa si è dedicata agli studi teologici, dopo essere stata insegnante, traduttrice e poi giornalista un po’ per caso (o per amore). Silvia indossa un maglione di lino colorato, un Missoni. E qui, sotto la mascherina, ci scappa un sorriso perché è la prima traccia di una simbiosi coniugale di cui parleremo per tutta la mattina. Lei non lo chiama mai Giorgio, sempre “il Bocca”, con l’articolo determinativo davanti: dopotutto siamo di fronte a un’intellettuale orgogliosamente lombarda, con radici familiari nell’aspra Valtellina, accidentalmente venuta al mondo in quel di Genova. Classe 1938, ovvero l’annus horribilis delle leggi razziali. Le date in questa casa sono importanti: il papà Aldo, ingegnere elettrotecnico che aveva imparato il greco da Augusto Monti, a cena intratteneva la famiglia con indovinelli storici. “1302”, chiedeva lui. “Pace di Caltabellotta”, rispondeva la piccola. Il 1965 è l’anno decisivo: a una festa conosce quello che sarà il compagno di tutta la vita. “Mi ci aveva portata una mia amica, credo per timore che piangessi sulla sua spalla per tutta la sera. Avevo 27 anni, mio marito mi aveva appena abbandonata con due figli piccoli”. Nella bellissima “biografia laica” uscita qualche anno fa per Aliberti (Bibbia, libri e giornali) Silvia Giacomoni racconta un uomo diverso da quello che in questi giorni, in cui ricorre il centenario della nascita, viene descritto da amici e colleghi. “Di lui tutti hanno scritto che era ruvido, burbero, piemontese, e tutto il resto che sappiamo. In realtà era l’uomo più emotivo e sentimentale che abbia mai conosciuto: io lo chiamavo Casa Cupiello”.

Primo approccio?

Era vestito malissimo, aveva gli occhi tristi. Leggevo le sue bellissime inchieste sul Giorno, mi piacevano. Non amavo invece la rubrica della domenica, troppo moralista. Glielo dissi senza giri di parole. E lui: ‘Me la pagano a parte, 50mila lire’.

Com’è nato tutto?

Si è fatto dare il mio numero di telefono e ha cominciato a rincorrermi. A me andava benissimo che mi corteggiasse, mi tirava su il morale dopo la fine prematura del matrimonio. Era complicato anche come corteggiatore però. Mi chiamava: ‘Stasera passo a prenderti’. E non sapevo mai dove mi avrebbe portata, se a una cena importante o a una riunione sindacale: non avevo mai l’abito adatto. Quando entravamo in un salotto, diceva a tutti: ‘Ho portato la Giacomoni, così si alza il livello culturale’. E andavo sull’anima agli ospiti.

Poi siete andati a vivere insieme?

Non subito. Avevamo tre bambini, non volevo fare confusione. Per diversi anni siamo stati ognuno a casa sua, anche se facevamo lunghi viaggi insieme. Un giorno sento suonare il campanello di casa in via Bagutta e mi trovo davanti il Bocca con la Nicoletta, la sua bellissima bambina bionda: la tata non poteva tenerla. Poi quando lui si è rotto una gamba e ha rischiato la pelle per un’embolia, mi sono detta: vabbè, posso sposarlo. Una mattina abbiamo preso i bambini e siamo andati in municipio. Avevamo invitato gli amici a pranzo per una festicciola: Philippe Daverio doveva portare il foie gras e non si presentò. Venne il giorno dopo: aveva sbagliato data.

Lei era molto più giovane: suo marito era geloso?

Otello! Io anche, ma a fasi alterne. Al Bocca piacevano le donne e lui piaceva a loro: aveva una virilità immediata, potente. È sempre stato forte, fino alla fine.

Avete lavorato tantissimo insieme.

Lo accompagnavo dappertutto: voleva il mio sguardo sulle cose perché era diversissimo dal suo, siamo sempre stati complementari. E ci siamo divertiti moltissimo. Nel ’68 eravamo a Bucarest ad aspettare l’Armata rossa. Alla sera, con altri colleghi, il Bocca andava all’ambasciata italiana per sapere se c’erano notizie. Gli altri erano vestiti di tutto punto, lui aveva le solite braghe larghe. Una volta l’usciere lo squadrò: ‘L’autista aspetta fuori, prego’. Tutto questo viaggiare però era a discapito dei figli: mi sono sempre sentita divisa in due. Il Bocca era tanto, chiedeva molto, occupava tutto lo spazio. Sapevo però che aveva veramente bisogno di me.

Non le dava fastidio “regalargli” i suoi sguardi?

Fastidio no: mi riconosceva di essergli indispensabile, mi ripeteva che non mi aveva sposata perché ero giovane e carina, ma perché gli servivo per il lavoro. Però a un certo punto ho avuto una crisi d’identità. Mentre ero ai fornelli, lui passava e mi chiedeva: ‘Idee per la rubrica?’. Io gli rispondevo: ‘Che ha Kissinger da ridere?’. E usciva un pezzo bellissimo. Oppure a una cena io dicevo una cosa e qualche giorno dopo la ritrovavo sul giornale. Una volta qualcuno, mentre io sostenevo una tesi, mi disse: ‘Ma questo è quello che scrive Bocca!’. Pensai che no, era un furto. Mi sono ritagliata una mia identità, professionale, occupandomi di cose di cui lui non si occupava. Sono andata a Roma da Scalfari – ero stata assunta a Repubblica – a chiedergli di farmi scrivere della diocesi di Milano, dove stava per arrivare un nuovo arcivescovo, Carlo Maria Martini di cui poi sarei diventata amica.

Ha letto i pezzi sul centenario di suo marito?

La fermo qui. Ognuno ha raccontato il suo personale Bocca, qualcuno azzeccandoci, altri meno. Almeno secondo me. Sono state scritte anche un sacco di sciocchezze. Ne scelgo una, perché più che una sciocchezza è una bugia. E riguarda il fatto che non voleva gli venisse ricordato il passato fascista. Ne Il provinciale, la sua autobiografia, ha scritto tutto. Il guaio è che i giornalisti leggono poco: e si vede da come oggi sono scritti male i giornali.

L’ex direttore Ubi sui contabili della Lega: “Volevano conti per le associazioni locali”

C’è un tassello in più nella caccia ai 49 milioni di rimborsi elettorali che secondo i magistrati di Genova la Lega avrebbe fatto sparire. Un passaggio che pur non avendo, al momento, nel mirino il tesoretto scomparso, pone quesiti importanti. A metterlo in fila è Marco Ghilardi, ex direttore della piccola filiale di banca Ubi a Seriate (Bergamo). In due interrogatori davanti al procuratore aggiunto di Milano, Eugenio Fusco, e al pm, Stefano Civardi, il professionista ha spiegato che Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, commercialisti vicini al Carroccio, gli chiesero di aprire conti correnti “intestati” alle “associazioni regionali” e politiche del partito sul territorio lombardo. Obiettivo, secondo i pm: far transitare su quei conti i soldi del partito.

Stando agli atti dell’indagine milanese “fondi dalla Lega e da soggetti collegati a tale partito” per circa “2 milioni di euro” sarebbero passati negli anni alla filiale Ubi di Seriate (già ex Popolare di Bergamo). Ora sia Di Rubba (già ex revisore legale del partito al Senato) sia Manzoni sono indagati nell’inchiesta milanese sulla compravendita di un immobile pagato con soldi pubblici della Lombardia Film Commission. Con loro anche Michele Scillieri, un terzo commercialista. Sul piatto 800mila euro usati per il pagamento “fittizio” di un immobile nel Comune di Cormano (Milano) che, secondo la Procura, avrebbe permesso di creare una provvista di “fondi neri” in parte finiti in Svizzera attraverso prestanomi. Uno di loro, Luca Sostegni (indagato), sta collaborando con i magistrati. Seguendo i soldi, la Procura di Milano ha tracciato in Svizzera molto più denaro di quello emerso dalle prime indagini, circa 400mila euro rispetto agli iniziali 250mila.

Stando agli interrogatori di Ghilardi, amico di vecchia data di Di Rubba, l’operazione di apertura di quei conti non andò in porto perché secondo i vertici della banca si trattava di conti intestati ad associazioni politiche. La conseguenza, spiega Ghilardi, fu il suo licenziamento. Dal fascicolo coordinato dal procuratore aggiunto Fusco emergono “strutture societarie complesse” con trasferimenti in Svizzera. L’indagine milanese che parte dall’immobile acquistato dalla Lombardia Film Commission si intreccia con quella genovese sui 49 milioni. Nell’inchiesta ligure risulta indagato per riciclaggio l’assessore regionale lombardo Stefano Bruno Galli. Accusa incardinata sull’esposto di Marco Tizzoni, ex consigliere regionale della lista Maroni Presidente.