Intercettazioni, via alla riforma Bonafede. Il ministero: “Investiti 60 milioni di euro”

Da ieri è entrata in vigore la riforma delle intercettazioni. È quella modificata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e approvata dalla maggioranza giallorossa a febbraio. Doveva entrare in vigore il primo marzo, ma l’emergenza Covid ha fatto slittare l’entrata in vigore. È la riforma che ha cancellato parti sostanziali dell’originale, mai entrata in vigore, targata Andrea Orlando, quando il vicesegretario del Pd era ministro della Giustizia. Bonafede, nel frattempo diventato il nuovo Guardasigilli, ha firmato tre proroghe nel periodo del governo M5S-Lega e poi ha dato il via alla riforma modificata con il Pd. Il nuovo regime delle intercettazioni vale per le nuove registrazioni autorizzate dal primo settembre. A differenza della riforma Orlando, sarà il pm e non la polizia giudiziaria ad avere la supervisione delle registrazioni e quindi l’ultima parola su quale materiale considerare rilevante e quale no. Gli avvocati potranno fare copia delle intercettazioni rilevanti, inoltre potranno chiedere al giudice di acquisire intercettazioni ritenute irrilevanti dal pm ma importanti secondo la difesa. Nei provvedimenti agli imputati non devono esserci dati sensibili o irrilevanti ai fini delle indagini. Ci sarà in ciascuna procura un archivio digitale dove saranno custodite le intercettazioni di ogni tipo, comprese quelle con il trojan. I procuratori avranno la responsabilità di vigilare sull’archivio anche se possono delegare come, per esempio, ha fatto il procuratore di Roma, Michele Prestipino, con una circolare del 4 agosto in cui indica come responsabile il procuratore aggiunto Paolo Ielo. Per i giornalisti restano le norme attuali sulla violazione di segreto d’ufficio in caso di pubblicazione di materiale di indagine riservato. Niente carcere. A chi, come alcuni consiglieri del Csm e avvocati penalisti, ha espresso dubbi o sui mezzi forniti alle procure per mettere in atto la riforma o sulla effettiva protezione della privacy, il ministro Bonafede ha risposto che “non è stata una riforma a costo zero. Ci siamo mossi per tempo in modo da ridurre al minimo le inevitabili difficoltà applicative della nuova disciplina”. Da Via Arenula fanno sapere che sono stati investiti “60 milioni” e che il ministero “rimarrà in contatto con i procuratori e l’avvocatura per raccogliere le segnalazioni circa le eventuali criticità per approntare le soluzioni”.

Bra, sgominata la banda dei falsari della salsiccia

Bisolfiti e conservanti illegali pennellati sulla carne per mantenerla rossa e lucida. La salsiccia di Bra, eccellenza piemontese rinomata in tutto il mondo, finisce al centro di un’indagine della Procura di Asti, che ha indagato cinque titolari di macellerie di Bra e dintorni. La Procura, guidata dal magistrato Alberto Perduca, ha ottenuto dal gip misure interdittive per i macellai, che adesso, per ordine del giudice, non potranno esercitare l’attività imprenditoriale per due mesi. Le misure sono l’esito di un’indagine lunga e complessa svolta dai Nas di Torino. Dopo una serie di blitz effettuati in tutte le macellerie del Braidese, i carabinieri hanno riscontrato un’alta percentuale di salsicce contraffatte. L’uso dei bisolfiti, potenzialmente dannosi per la salute, è correlato alla colorazione della carne. Vengono usati per far sì che non diventi scura e che sembri sempre fresca. Al termine dell’inchiesta, la Procura ha contestato ai macellai i reati di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari e vendita di sostanze alimentari non genuini.

Ospedale Galliera, la Corte dei Conti indaga Bagnasco

Un “invito a dedurre” (equivalente contabile di avviso di garanzia penale) per danno erariale ha raggiunto il cardinale Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova. La Procura regionale ligure della Corte dei Conti indaga sulla compravendita del Bar Bruna di corso Aurelio Saffi a Genova, attiguo all’ingresso principale del nuovo ospedale Galliera, in progetto da ormai tre lustri. Secondo i giudici l’acquisizione risalente al 2017 è avvenuta a “prezzo fuori mercato”: 350mila euro, di cui 185mila sborsati per l’acquisto dei muri da demolire, e altri 185mila ai gestori come buonuscita. L’inchiesta, partita da un esposto della consigliera regionale ex 5Stelle, Alice Salvatore, vede coinvolti – oltre al cardinal Bagnasco in veste di presidente del cda – altre 14 persone, tra cui l’ex assessore comunale alle Politiche formative Paolo Veardo, l’ex Prefetto Giuseppe Romano, Luca Parodi e Andrea Iunca, Priore ed ex Priore del Magistrato di Misericordia. I gestori del bar, tra l’altro, dopo tre anni, risultano ancora in esercizio con comodato d’uso.

Renzi comincia dallo stadio Franchi per smantellare città e paesaggio

La battaglia che in queste ore infuria nelle riunioni dei capigruppo di maggioranza al Senato ha una portata che supera il merito della discussione, che riguarda la possibilità di cassare i vincoli storico-artistici sugli stadi di calcio italiani. Certo, tutto inizia dall’emendamento con cui il solerte Senatore di Scandicci cerca di piegare il decreto Semplificazione agli interessi di chi vuole trasformare l’Artemio Franchi di Firenze (capolavoro di architettura) in un centro commerciale – esattamente come si vuol fare con San Siro: una metamorfosi in cui il calcio è solo un lontanissimo pretesto per gli affari. Ma è evidente che una eventuale vittoria di Renzi sarebbe solo la prima mossa in una decisiva partita a scacchi: “Il mio emendamento è contro le soprintendenze? Sì!”, ha sillabato il Bullo di Rignano. E pazienza se in un Paese che si sgretola a ogni pioggia, il Parlamento dovrebbe semmai rafforzarle, le soprintendenze: insostituibili magistrature del territorio. Ma se passa il principio che la maggioranza del momento può togliere i vincoli alla tipologia di monumenti che più le interessa, inizierà quello smontaggio delle città e del paesaggio italiani che la Destra insegue almeno dal Piano Casa di Berlusconi. Non c’è bisogno di dire che una simile legge sarebbe incostituzionale, ma nell’attesa che qualcuno (e chi, poi?) sollevi il caso davanti alla Corte, i danni sarebbero irreversibili.

Come fermare questa deriva? Con la politica, per esempio. Il Movimento 5 Stelle ha presentato un eccellente emendamento perfettamente coerente con la propria originaria identità: e dunque diametralmente opposto a quello di Renzi. Ora deve difenderlo, sperabilmente con l’appoggio del ministro Franceschini: dimostrando che c’è ancora qualcuno per cui le città e il territorio sono un bene comune, e non una slot machine per pochi affaristi.

I meriti della musa nasona: svelare la nostra miseria

Notizia, in breve: Gucci ha ingaggiato una nuova testimonial, Armine Harutyunyan, di origine armene. La questione non è il cognome (oggettivamente impronunciabile per noi) bensì il fatto che la fanciulla ha le orecchie a sventola e il nasone. Insomma è bruttina. Anzi “diversamente bella” o “fuori dagli schemi” come la definiscono i giornali (quasi tutti) nella convinzione (sic) di aver trovato in Armine la liberatrice delle donne, da secoli oppresse dalla schiavitù della bellezza. Da giorni imperversano commenti e articoli che s’interrogano sulla liceità delle critiche all’avvenenza della fanciulla: si può dire che una modella è brutta? Ieri un’intera pagina del fu quotidiano della mejo sinistra nostrana era dedicata all’intervista alla suddetta modella. Il cui consiglio ai giovani è, udite udite, “meglio concentrarsi su se stessi e su ciò che si ama”. “Ci sono molti modi di essere belli” (il che implica che la bellezza è un valore, se la logica non ci fa difetto); “credo che le persone siano spaventate da tutto ciò che è diverso”. Simone de Beauvoir, levati proprio. Sul sito internet del quotidiano l’intervista è addirittura presentata come “esclusiva”, il che fa un po’ sorridere visto che l’intera pagina è o vorrebbe essere un apologo dell’inclusività. Ma non sottilizziamo.

Davvero ci stiamo interrogando sul posto che ha il bello nella società, come se fosse una primizia? Se sì, non è superfluo ricordare che ci sono alcuni secoli di riflessioni di scrittori e filosofi sul tema. Per dirne una a caso, nella Comédie la bellezza è un valore totale, assoluto: come ha scritto Alessandro Piperno, quello di Balzac è una sorta di “feroce darwinismo ante-litteram”. Feroce quanto è l’attuale business della moda che in quanto a strategie di marketing non ha nulla più da imparare e dove nulla (inclusi i nasi “importanti”) è lasciato al caso: questi stessi discorsi li abbiamo sentiti sulle modelle diversamente magre, con la pelle chiazzata, l’acne o la cellulite. Il guaio è che abbocchiamo a ogni esca lanciata: ogni sollecitazione, anche la più stupida, innesca un vortice di pro e contro che produce un rumore di fondo continuo. Le donne si mostrano con la cellulite contro il body shaming e vengono criticate sui social. Ma vengono criticate anche quando si mostrano perfette grazie ai ritocchini tecnologici o chirurgici. E quindi? Chi si espone al pubblico incontra il giudizio del pubblico, critiche comprese. Che sono lecite e non si possono annullare in un pensiero unico diversamente democratico. Armine ha scelto di fare la modella, e per questo suo lavoro viene pagata, guardata e giudicata. Non c’è molto più di questo da dire, se non che si deve poter dire ciò che si pensa (nei limiti dell’educazione e, possibilmente, dell’eleganza).

Da ultimo: c’è un accanimento suicida nel voler sguazzare nello stagno dell’irrilevante, portando l’attenzione dell’opinione pubblica sempre più in basso, a occuparsi di un ombelico (che sia proprio o altrui) che si fa sempre più piccolo. Il canone del bello cambia, ma è sempre esistito. Per gli uomini, per le donne e perfino per gli animali: in un celebre esperimento, Konrad Lorenz nota che anche i pesci rossi hanno un senso estetico sviluppatissimo. Se vogliamo emanciparci dalla dittatura di cui sopra sarà il caso di cominciare a occuparci d’altro. Sempre che ne siamo ancora in grado: a forza di parlar di nasi, bocche e culi rifatti nella convinzione di fare critica sociale, ci siamo rincretiniti. Non è l’estetica che anestetizza.

Forza Nuova. La marcia tragicomica “Contro la dittatura sanitaria…”

Non è detto che si debba sempre parlare di cose serie o importanti. Andiamo, ogni tanto si può anche – per divertimento e leggerezza, per cazzeggio – parlare di stupidaggini, di solenni cretinate, di puttanate clamorose: insomma della manifestazione del 5 settembre indetta dai fascisti di Forza Nuova. Titolo: “Contro la dittatura sanitaria, finanziaria e giudiziaria”. Be’, dài, niente male.

Divertito dalla notizia che ci sia qualcuno che sostiene che viviamo sotto una dittatura sanitaria (e altro), mi sono sentito in colpa di non saperne nulla, né della dittatura, né della manifestazione. Così, con notevole sprezzo del ridicolo, ho indossato una speciale tuta anti-cazzate (vi avverto, serve il modello potenziato) e mi sono immerso per qualche minuto nei siti, nelle home page, negli account di sostenitori e organizzatori, traendone momenti di agghiacciato divertimento. Intanto le premesse: la famosa dittatura che si vuole combattere è un diabolico marchingegno di oppressione che va da Soros (ovvio, dài!) a Mario Monti (eh?), fino a Bill Gates, all’Oms, al presidente del Consiglio Conte, e spiace che gli organizzatori abbiamo dimenticato Will Coyote e i difensori dell’Atalanta. Questa terribile dittatura “che priva i bambini del loro sorriso e della loro naturalezza” – oltre a danneggiare il turismo – sarà naturalmente sconfitta da Forza Nuova, dai gilet arancioni – quelli del generale Pappalardo che ha scritto un romanzo dettatogli da un alieno del pianeta Ummo – con lo straordinario appoggio di Vittorio Sgarbi. “Sarà – cito testualmente – una rivoluzione che inizierà a Roma e che a mani nude conquisterà il mondo intero” (me cojoni, ndr).

Non è facile sapere esattamente chi ci sarà, perché questi qui che vogliono “conquistare il mondo a mani nude” hanno fatto un po’ di casino, mettendo tra i partecipanti gente che non ci andrà manco dipinta, tipo (ancora i nomi figurano in elenco sui loro siti) il pilota Hamilton, il giocatore del Liverpool Lovren, il tennista Djokovic e altri vip. Poi hanno corretto il tiro dicendo che li hanno solo inviati, tipo che al tuo compleanno dici che ci saranno Bob Dylan e Jennifer Lopez, ma non è mica vero, te lo sei inventato con un post su Facebook. Mitomania canaglia. Però pare certo l’appoggio dell’Arcivescovo Viganò, di cui siti e account riportano una lettera assai preoccupata perché la dittatura di cui sopra vuole “demolire la famiglia”. L’Arcivescovo, a quanto pare, risponde a un accorato appello (altra lettera) di tale Giuliano Castellino, capataz di Forza Nuova, già condannato a cinque anni e passa per aggressione a un giornalista de L’Espresso. Bella gente.

Particolarmente esilarante l’elenco di associazioni, gruppi, club e leghe che si accodano all’iniziativa, gente che si chiama “L’elmo di Scipio”, o “Rialzati Italia”, o “Salviamo i bambini dalla dittatura sanitaria”, o “Carlo Taormina”, che forse è proprio lui. Accorati gli interventi di Manuel, “ragazzo di Ostia cuore impavido” (cit) e del “famoso Ciccio Della Magna, di Marcia su Roma” (giuro). In sostanza ci sarà la crema della società e i comunicati non lesinano sull’enfasi: se andrai alla manifestazione “L’Italia futura ti ringrazierà, i tuoi figli ti ringrazieranno, i tuoi nipoti, i tuoi amici, i tuoi genitori, i tuoi nonni ti ringrazieranno”. Insomma, un sacco di ringraziamenti. Mi aggiungo con il mio grazie: non ridevo così tanto da quando il generale Pappalardo andava ad arrestare Mattarella con un mandato di cattura realizzato coi trasferelli.

Referendum, il Sì rispetta l’assemblea costituente

Come era già avvenuto con il referendum del 4 dicembre 2016 conclusosi con la bocciatura della maxi-riforma della Costituzione prevista dalla legge Renzi-Boschi (61,29 per cento No contro il 38,71 Sì), anche il referendum del 20 e 21 settembre che propone di ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 è contrassegnato da bordate polemiche, scambi di accuse tra i due schieramenti, discesa in campo di contrapposti, agguerriti comitati elettorali.

Ma a differenza di quanto avvenne nel 2016, allorché i sostenitori del No, durante e dopo l’iter parlamentare, rimasero compatti sulle loro posizioni, stavolta non pochi alfieri del No provengono dalle file di coloro che in Parlamento (e fuori) avevano detto Sì, compiendo una incredibile giravolta di cui Il Fatto (28 agosto) ha fornito ampia documentazione con nomi, cognomi e foto per i posteri.

Orbene, mentre l’opposizione di destra sarebbe favorevole al Sì (ma Berlusconi è per il No), nella maggioranza di governo, essendo scontato il Sì dei 5Stelle, promotori con FI della legge-ghigliottina, il Pd sembra orientato per il Sì come Iv, ma non si sa come voteranno quei parlamentari che nel frattempo hanno abbandonato i loro gruppi per aderire al Misto.

Referendum “all’italiana” si dirà: referendum dell’incoerenza e degli spiriti ondivaghi che si barcamenano tra i Sì e i No a seconda delle convenienze elettorali. È lo stesso fenomeno che si riproduce in Parlamento con i “voltagabbana” e che non deve stupire più di tanto essendo un derivato del trasformismo nazionale giunto dalla fine dell’800 (Depretis) ai giorni nostri, ma già nel 1844 il poeta toscano Giuseppe Giusti nel Brindisi di Girella, ricordando il Signor di Talleyrand, principe dei Voltagabbana, declamava: “Viva Arlecchino e i burattini grossi e piccini, viva le maschere d’ogni Paese…”. (Per Openpolis dall’inizio della Legislatura hanno lasciato i gruppi di origine 15 senatori e 21 deputati 5S; 17 senatori e 38 deputati Pd; 17 senatori e 54 deputati FI).

Tornando al quesito referendario va sottolineato che gli strali dei No si appuntano soprattutto sulla drastica recisione dei numeri in entrambi i rami del Parlamento. Si afferma infatti in un documento di 183 costituzionalisti che la riduzione del numero dei parlamentari “avrebbe un impatto notevole sulla forma di Stato (Repubblica parlamentare, ndr) e di governo (esecutivo con la fiducia delle Camere, ndr) in quanto il taglio lineare incide sulla rappresentatività delle Camere e crea problemi di funzionamento dell’apparato statale”. Ma si tratta di un’obiezione priva di fondamento, poiché la rappresentatività si basa non tanto sui numeri, ma sulla qualità dei rappresentanti politici nonché sulla loro competenza e capacità di perseguire, mediante le leggi, gli interessi generali della collettività, contribuendo a realizzare nelle istituzioni gli obbiettivi indicati dalla Costituzione.

Costantino Mortati, uno dei Padri costituenti, già nel 1991 aveva sostenuto che il numero di 630 deputati fosse ingente, auspicandone la riduzione, e Gustavo Zagrebelsky ricorda che “il Parlamento, fino alla riforma costituzionale del 1963, era meno numeroso (la Camera dei deputati nella 1° Legislatura del 1948-53 era di 572) e ciò non ha mai fatto lamentare difficoltà nell’esercizio delle funzioni parlamentari… mentre va preso atto dell’assenteismo, dell’incompetenza, dell’anonimato, dell’irrilevanza di molti. Prende perciò corpo l’idea di diminuire i numeri degli oziosi valorizzando gli operosi”. Argomenti condivisi da altri autorevoli giuristi quali De Siervo, Clementi, Politi Di Suni, Zaccaria, Carlassare, Nicotra, Morrone, il quale ha notato che assemblee pletoriche si ritrovano solo in dittature come Cina, Corea del Nord ed ex Urss.

È importante rilevare infine che nell’Assemblea costituente prevalse la proposta che il numero dei componenti delle Camere dovesse essere indicato non in termini rigidi ma in rapporto all’entità della popolazione (Res. II S.C. p. 187 ss.) e l’onorevole Togliatti osservò che “una cifra troppo alta distacca troppo l’eletto dall’elettore con cui egli, in qualche modo, deve comunicare con rapporti personali e diretti” (Res. cit. pag. 437)*.

 

* “Meno siamo e meglio stiamo, che bisogno c’è di stare in tanti?”
(Renzo Arbore – Orchestra Italiana)

 

Per smascherare i furbi ricominciamo a studiare la logica aristotelica

Per comprendere gli errori di ragionamento che ci impediscono giudizi corretti, e finiscono per tarare il discorso pubblico, favorendo i furbi, occorre conoscere alcuni fondamenti. Esistono due tipi di giudizio: il giudizio logico (vero/falso) e quello analogico (più-o-meno-vero-o-più-o-meno-falso). L’argomento logico mette in relazione una regola di implicazione, un caso e un risultato. Esistono tre tipi di argomento logico: deduzione, induzione, abduzione.

La deduzione trae conseguenze certe:

regola    Tutti gli esseri umani sono bipedi.

caso    Il Papa è un essere umano.

risultato    Il Papa è un bipede.

L’induzione generalizza i dati:

caso    Il Papa è un essere umano.

risultato    Il Papa è un bipede.

regola    Tutti gli esseri umani sono bipedi.

L’abduzione formula un’ipotesi esplicativa:

risultato    Il Papa è un bipede.

regola    Tutti gli esseri umani sono bipedi.

caso    Il Papa è un essere umano.

L’abduzione è il ragionamento logico più frequente: ci serve a formulare ipotesi sulla realtà. Nella scienza, dall’ipotesi abduttiva si deducono le evidenze da trovare; per induzione si verifica l’ipotesi accumulando fatti e dati sperimentali; e se l’ipotesi non è confermata si ripete il ciclo inferenziale: abduzione, deduzione, induzione (Peirce, 1878). Il valore probativo dei sillogismi sta nella verità dei due enunciati iniziali, detti “premessa maggiore” e “premessa minore”; ma nessun sillogismo è conclusivo, perché non spiega come facciamo a sapere la premessa minore, cioè il dato di fatto del secondo enunciato, per esempio “Il Papa è un essere umano” (Dodgson, 1939).

L’argomento analogico è diverso da quello logico. Ne esistono varie specie affini, fra cui l’entimema (argomento retorico) e l’esempio, che per Aristotele definivano la retorica. A differenza dei sillogismi logici, nell’entimema una delle due premesse è solo probabile, non certa. L’esempio migliore è quello che sorprende: “Il mare puzza particolarmente negli stretti, nei punti di congiunzione, come il corpo che puzza alle ascelle” (Cecchi, 1976)

La persuasione retorica. Si persuade con argomenti, eloquenza e pathos. Gli argomenti logici, come abbiamo visto, usano il ragionamento deduttivo, induttivo, abduttivo. Oltre al ragionamento, un argomento si avvale di concessioni: sono le obiezioni che potrebbero essere sollevate rispetto alla conclusione. Le si concede all’inizio del discorso, per neutralizzarle subito con un argomento migliore. Poi, dato che le verità assolute sono rare, il meglio che si possa fare è partire da premesse accettate. Era il trucco argomentativo di Socrate: poneva una domanda, e usava la risposta dell’interlocutore come premessa accettata. Le premesse sono vulnerabili: se mostri che sono sbagliate, avrai distrutto il sillogismo: un modo è portare la premessa alle estreme conseguenze (reductio ad absurdum).

Le fallacie logiche sono errori di ragionamento in cui le premesse sono condivisibili, ma la conclusione è sbagliata. I tipi più comuni di fallacia deduttiva sono: la contraddizione (la conclusione contraddice le premesse); la petizione di principio (la conclusione dedotta da una premessa che è la conclusione stessa: “Perché non porti il cappello, come Dio prescrive?”. “Ma nella Bibbia non è scritto da nessuna parte”. “Come no? C’è scritto che Dio mandò Abramo nella terra promessa”. “Embè?”. “Come avrebbe potuto mandarcelo senza cappello?”).

(2. Continua)

Mail box

 

 

 

Montanelli su Pertini: ”Pensi a quel che dice”

Caro Travaglio, a proposito di quello che Montanelli pensava di Pertini, vorrei ricordare questa frase: “Pertini piace agli italiani perché dice quello che pensa; peccato che come Presidente dovrebbe pensare a quello che dice”. Furibonda fu la reazione di Pertini.

Angelo Colombo

 

Il presidente Sandro non fu il più amato

La reazione alle parole scritte qualche giorno fa da Massimo Fini su Sandro Pertini dimostrano come la sua figura sia divisiva, ma incredibilmente centrale per tutti gli italiani. La grande stima che ho nei suoi confronti non viene adombrata dai suoi difetti. Madornale errore fu, per esempio, il cambiamento radicale che apportò alla figura di Presidente della Repubblica, da lui in avanti reso un giocatore attivo della politica. Le gite in montagna con il papa e il ritorno dalla Spagna con la Nazionale campione del mondo crearono un eccessivo protagonismo, non consono con il suo ruolo istituzionale. Ma Pertini rimane l’uomo, che veniva applaudito da quelli che poi fischiavano Craxi. Lasciamo perdere le storie sul “più amato dagli italiani”, guardiamolo per quel che è, e stupirà lo stesso.

G.C.

 

Diritto di replica

Gentile Direttore, negli ultimi anni è invalsa l’abitudine di rispondere alle richieste di rettifica con altri argomenti. Un comportamento nemmeno troppo corretto ma tant’è. Ad ogni modo, essendo nel M5S dai tempi del 1° VDay (prima che addirittura si chiamasse Movimento 5 Stelle) ci tengo ad informarla che il cd. taglio dei parlamentari non era mai stata una battaglia del Movimento 5 Stelle “sin dalla sua fondazione”. Infatti non è presente né nel programma elettorale del 2013 (i 20 punti per uscire dal buio che Le allego) né nel programma del 2018 depositato presso il Ministero degli Interni e controfirmato da Di Maio. In verità, non nel programma depositato ma in altro programma, vi è solo un mero trafiletto relativo al taglio dei parlamentari. E, solo per precisare, io non sarei contrario alla riduzione dei parlamentari, tutt’altro. Il problema è proprio “questa” riduzione. Sarebbe stato molto più intelligente, ad esempio, l’eliminazione del Senato (si era dibattuto di monocameralismo in sede di Assemblea Costituente) così da avere davvero una iniziativa legislativa più efficiente nonché un risparmio pari al decuplo rispetto a questo e senza intaccare la rappresentatività degli eletti. Solo che serviva ragionare e conoscere invece di fare un taglio lineare.

Avv. Dep. Andrea Colletti

 

Gentile Colletti, mi scuso umilmente per averla urtata rispondendo alla sua lettera, come peraltro si fa abitualmente nei giornali (che sono cosa diversa dagli uffici postali e dalle buche delle lettere). E mi spiace ancor di più di doverle rispondere di nuovo, ma purtroppo ho il brutto vizio di non farmi prendere in giro. Lei è liberissimo di osteggiare una riforma voluta da sempre dal suo movimento, così come io sono liberissimo di pensare che lei abbia sbagliato movimento. Il capo politico del M5S Beppe Grillo, non l’altroieri ma il 17 agosto 2011, meno di un anno dopo la fondazione del movimento, proponeva sul suo blog la “riduzione del 50% del numero dei parlamentari” (senza abolire il Senato, proposta mai avanzata e anzi sempre contestata dai 5Stelle), cioè un taglio molto più netto di quello del 36,5% che lei ora osteggia: non se n’era accorto? Il 1° dicembre 2017, cioè nella scorsa legislatura, quando lei era già parlamentare del M5S, il suo movimento elaborò un “Programma Affari Costituzionali” che comprendeva la “riduzione del numero dei parlamentari” (senza l’abolizione del Senato) e lo sottopose al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau: non se n’era accorto? La riduzione dei parlamentari a 400 deputati e 200 senatori (senza l’abolizione del Senato) era nel Contratto del governo Conte-1 (5Stelle-Lega) a cui lei nel 2018 diede la fiducia: non se n’era accorto? La stessa riforma (senza l’abolizione del Senato) era al punto 10 del programma del governo Conte-2 (5Stelle-Pd-LeU) a cui lei nel 2019 diede la fiducia: non se n’era accorto? Possiamo dunque considerarla un 5Stelle a sua insaputa?

Marco Travaglio

 

Gentilissimo Direttore, le scrivo in merito all’articolo apparso il 30 agosto sul Fatto dal titolo “Assenteisti e fannulloni: un terzo dei parlamentari è a tempo perso”, nel quale si poneva l’attenzione sulla mia posizione e nello specifico sugli incarichi da me ricoperti nelle mie aziende. Vorrei precisare che nasco come imprenditore e gli 8 incarichi a me attribuiti erano ricoperti nel periodo antecedente alla carica di parlamentare. Appena eletto mi sono dimesso da tutti gli incarichi: mi ha rammaricato che colleghi e cittadini abbiano potuto pensare che a oggi ricopro ancora incarichi (anche se non ci sarebbe nulla di male) nonostante per 2 anni abbia detto di essermi dimesso.

Michele Gubitosa

 

Ringraziamo l’onorevole Gubitosa. Come specificato nel pezzo, l’indagine era in effetti riferita agli incarichi aziendali al momento dell’elezione. Ad ogni modo prendiamo atto delle sue otto dimissioni.

L. Giar.

 

I nostri errori

Ieri, nel mio articolo “Concorso a premier”, ho confuso le tonnellate con le unità di mascherine e altre protezioni medicali anti-Covid inviate dalla Cina all’Italia nei 100 giorni più drammatici della pandemia. Dunque il dato esatto è che la Cina ci ha inviato, tra marzo e maggio, una media di 25 milioni di mascherine e guanti alla settimana.

M. Trav.

Liti temerarie. La legge esiste già, ma va integrata (oltre che applicata)

 

 

Dalle lettere pubblicate dal Fatto vedo che si auspica una legge contro le liti “temerarie”. Tuttavia, se non mi sbaglio, tale legge esiste da sempre nelle previsioni dell’articolo 96 del Codice di procedura civile. Inoltre la legge n. 103 del 2017 ha introdotto la responsabilità in solido dell’avvocato con il proprio cliente nel risarcimento del danno nel caso in cui la parte soccombente abbia agito in malafede o colpa grave (lite temeraria). Quali dovrebbero essere le caratteristiche, diverse dall’attuale legislazione, di una nuova legge sulle liti temerarie?

Pietro Volpi

 

L’articolo 96 del Codice di procedura civile, come giustamente ricorda, lascia al giudice, se la parte interessata lo chiede, la facoltà di condannare chi abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, oltre che alle spese, anche al risarcimento del danno patito da chi ha subito la lite temeraria. La stessa norma lascia sempre al giudice e anche d’ufficio la facoltà di liquidare a favore della parte vittoriosa una somma equitativamente determinata, anche se la lite non è temeraria, ma solo un po’ azzardata.

Nella legge sulla diffamazione, attualmente all’esame del Senato, è stato inserito un emendamento che integra la norma, prevedendo che, in caso di diffamazione a mezzo stampa, radiotelevisione e testate online, il risarcimento da lite temeraria sia proporzionata alla somma, oggetto della domanda risarcitoria, così da contenere le iperboliche richieste di danni che colpiscono i giornalisti.

Il problema reale è però che, statistiche alla mano, i giudici sembrano fare molta fatica ad applicare questa norma, temendo forse di penalizzare chi ha agito, con la convinzione di avere ragione, di tal che essa risulta assai più spesso inapplicata, a scapito, però, di chi la ragione l’aveva davvero e ha vinto la causa.

La legge 103 del 2017, più nota come legge Orlando, invece, nulla dice a proposito della responsabilità del legale, in solido con il cliente, in caso di lite temeraria.

Nel 2014, nella legge delega, contenente le norme per l’efficienza del processo civile, collegato alla legge di Stabilità, vi era stata una proposta di legge in tal senso, mai approvata.

Caterina Malavenda