A Luglio aumentano gli occupati

Qualcuno potrebbe gioire di fronte all’aumento di posti di lavoro a luglio, ma la realtà dei dati Istat è un’altra: rispetto al crollo costante dei quattro mesi precedenti, si vede un timido recupero, tutto qua. La crescita su giugno è di 85mila occupati ma, in confronto al numero raggiunto a febbraio, ultimo mese di “normalità”, ne mancano ben 472mila. Quasi mezzo milione: eccolo qui il lascito aggiornato del lockdown, ecco quanto ancora abbiamo da scalare per poter tornare ai livelli pre-Covid.

In un solo mese non si potevano fare miracoli, certo. Ma nell’incremento di luglio c’è pure il rischio che si nasconda un’illusione ottica. Perché pochi giorni fa i dati Inps hanno segnato nello stesso mese un nuovo scatto in avanti della cassa integrazione. Questo, in sostanza, significa che le aziende stanno tagliando più ore di lavoro coprendole con gli ammortizzatori sociali. Il paradosso è servito: sale il numero di persone che formalmente hanno un contratto di lavoro, ma le ore di attività restano ferme o addirittura scendono. Chi ha un impiego guadagna meno di quello che vorrebbe e i consumi restano impantanati, un meccanismo che si riversa sul Pil (ieri sempre Istat ha comunicato il calo del 12,8% nel secondo trimestre).

Scendendo nel dettaglio, quel +85mila è un dato complesso: i dipendenti a tempo indeterminato vanno su di 138mila, i precari restano stabili (dopo mesi di discesa ripida) e i lavoratori autonomi crollano a picco, 60mila in meno che diventano 240mila in meno se confrontati con luglio 2019. Finora, insomma, si sono salvati solo i permanenti: l’attenuazione del divieto di licenziamento e le sua successiva cancellazione (da metà novembre) potrebbe far crollare anche quest’ultima diga.

Nel frattempo, complice la riapertura pressoché totale delle attività economiche, è comunque tornato fermento sul mercato del lavoro: i disoccupati, cioè le persone che cercano un posto, sono saliti ancora di 134mila, mentre gli inattivi – quelli che un posto nemmeno lo cercano – sono scesi di 224mila. Anche qui, qualcuno potrà leggere il dato scorgendo una maggiore fiducia da parte degli italiani, altri pensare più realisticamente che a ingrassare la disoccupazione è il crescente stato di necessità. Cosa che è destinata ad aumentare perché finora da questa mini-ripresa dei posti sembrano esclusi i giovani. Secondo Tania Scacchetti della Cgil, i dati “confermano criticità ormai strutturali, come la disoccupazione giovanile sopra il 30%”.

Fondi dell’Ue, tempi lunghi. Ecco date e cifre per l’Italia

L’accordo sul Next Generation Eu (NGEu) è di fine luglio, ma come funzionerà il piano per la ripresa europea non è ancora chiaro. Forse per questo a qualcuno, persino agli interessati, è sembrata una notizia quella data – ieri in audizione in Parlamento – dal commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni: nessun Paese vedrà un euro presumibilmente fino a giugno dell’anno prossimo. Facciamo dunque un punto di quel che si sa del cosiddetto Recovery Fund.

Di che si parla. L’accordo di luglio prevede una risposta comunitaria da 750 miliardi che viaggerà in parallelo al budget settennale dell’Ue: 390 miliardi saranno trasferimenti, cioè la vera risposta comune, 360 miliardi prestiti (forse è il caso di ricordare che la proposta franco-tedesca, già al ribasso, prevedeva 500 miliardi in soli trasferimenti). NGEu è un pacchetto di varie iniziative, quella di gran lunga più rilevante è il cosiddetto Recovery and Resilience Fund (RRF) da 672,5 miliardi: 312,5 di trasferimenti, 360 di prestiti. I soldi saranno divisi sulla base di una serie di parametri: caduta del Pil, aumento della disoccupazione, etc. Le risorse saranno reperite sul mercato dalla Commissione attraverso l’emissione di debito “europeo” e girati ai Paesi nell’ambito dei vari programmi, che dovranno comunque seguire le priorità comunitarie: transizione ecologica; resilienza sociale; digitalizzazione.

La quota italiana.I trasferimenti totali destinati al nostro Paese dovrebbero ammontare a 87 miliardi circa, a cui aggiungere 120 miliardi di prestiti del RRF: per quanto riguarda i primi, il beneficio netto per l’Italia – che dovrà comunque, oltre ai prestiti, restituire anche la sua quota parte dei trasferimenti – è stato calcolato dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) in 46 miliardi, ma con l’avvertenza che numeri certi, in questa fase, sono impossibili da fornire.

Rischi politici. L’accordo di luglio, che è ancora oggetto a Bruxelles di trattative sugli aspetti tecnici (ma il diavolo, si sa…), dovrà essere approvato – insieme al Bilancio comunitario 2021-2027 – dal Parlamento europeo e, soprattutto, ratificato dai Parlamenti dei 27 Stati membri. Il processo non sarà rapido e nemmeno così scontato: soprattutto nei Paesi del Nord le maggioranze parlamentari potrebbero essere sul filo. “Non sarà facile”, ha detto lunedì Josep Borrell, “ministro degli Esteri” europeo.

I tempi: RRF. La Commissione Ue ha invitato tutti i governi a presentare una bozza dei loro piani nazionali per la ripresa post-Covid a partire da metà ottobre. La procedura vera e propria, però, partirà solo con l’anno nuovo: i piani formali potranno essere presentati a Bruxelles da gennaio a fine aprile. A quel punto la Commissione avrà otto settimane per proporre l’approvazione e il Consiglio europeo (i governi) altre quattro settimane per dire sì o no a maggioranza qualificata (con l’incognita di una nebulosa “discussione esaustiva” che può essere richiesta anche da un solo Paese dubbioso). Insomma, anche presentando il piano a gennaio servono “due o tre mesi – ha detto Gentiloni – per chiudere la procedura”. A quel punto ai Paesi sarà concesso subito il 10% dei trasferimenti: nel caso italiano si tratta, dunque, di circa 7-8 miliardi di euro.

I tempi: ReactEu. È lo strumento dedicato alla risposta immediata all’emergenza e dotato di 47,5 miliardi di euro. Teoricamente questi fondi sono disponibili, almeno in parte, fin dall’autunno 2020 attraverso un aumento di programmi già esistenti (Fesr, Fse, etc): “I criteri di allocazione, però, sono ancora oggetto di discussione”, ha detto Gentiloni (a non citare la complessa procedura politica di cui abbiamo parlato e quella per reperire i fondi sul mercato che affronteremo tra poco). L’Upb, sulla base di quanto noto finora, calcola la quota italiana in 10,2 miliardi.

I tempi: Sure. L’Italia finora non ha richiesto la linea di credito “pandemica” del famigerato Mes, l’ex fondo salva-Stati (finora l’ha fatto solo Cipro), ma ha invece attivato un prestito “sanitario” da 2 miliardi della Banca europea degli investimenti e avviato la partecipazione al programma Sure: il nostro Paese dovrebbe ricevere 27,4 miliardi di prestiti dedicati al lavoro (serviranno per pagare la cassa integrazione, ma anche i bonus da 600 euro e simili). La scadenza dei prestiti è di almeno 15 anni e, secondo una stima molto teorica del Tesoro, i tassi più bassi rispetto a quelli italiani comporteranno un risparmio di circa 5,5 miliardi in minori interessi (poche centinaia di milioni l’anno). Teoricamente i fondi Sure potranno essere girati agli Stati membri subito dopo il via libera del Consiglio europeo, previsto per settembre: difficile che arrivino tutti.

I tempi: le emissioni. Ancora non si sa, non essendo NGEu ancora approvato, quando la Commissione si rivolgerà al mercato per chiedere i soldi che le serviranno (e, se è per questo, non si sa neanche che effetto farà al mercato questa valanga di nuovi titoli). Secondo stime di istituti specializzati come Citigroup, però, nel 2020 saranno raccolti pochissimi soldi. Il Sole 24 Ore ieri citava un report di Pictet Wealth Management, che prevede massimo 35 miliardi per il Sure (su 100 totali), mentre per NGEu se ne parla dal 2021. Se avessero ragione, esclusa una parte dei fondi Sure (10 miliardi circa), non arriverebbe un euro fino alla prima metà dell’anno prossimo.

Cari mamme e papà, la scuola riguarda tutti: collaboriamo

Cari signori Genitori, vogliamo cercare di riaprire le scuole, per far studiare più o meno regolarmente i nostri figli e nipoti, oppure vogliamo discutere su chi deve misurare la febbre ai ragazzi prima di farli uscire di casa o di farli entrare in classe? O magari, se-come-e-quando devono indossare la mascherina di protezione? Oppure, vogliamo continuare a dibattere sull’aumento della “capienza massima” dei mezzi pubblici dal 75 o all’80 per cento, salvo eccezioni? O non possiamo provare magari a organizzarci anche fra di noi, marito e moglie, nonno e nonna, parenti e conoscenti, per accompagnarli a turno in auto, in moto o motorino e andare a riprenderli a fine giornata?

La riapertura delle scuole non è solo un problema del governo, della volenterosa ministra Azzolina o del solerte ministro Speranza. È un problema di tutti noi, grandi e piccoli, giovani e anziani. E per quanti ritardi, incertezze e omissioni si possano attribuire ai politici, siamo noi cittadini che dobbiamo impegnarci a soccorrere i ragazzi in questa emergenza sanitaria e socio-educativa, per partecipare a una mobilitazione civile senza aspettare che sia la Protezione civile, o chi per essa, a intervenire e a risolvere tutto.

Dovrebbe essere, la ripresa dell’attività scolastica, anche un problema dell’opposizione, di un’opposizione responsabile e costruttiva. Ma qui si ha l’impressione che il centrodestra, più che alla riapertura delle aule, punti all’apertura di una crisi di governo. A lanciare spot elettorali. A strumentalizzare la situazione a fini di propaganda politica. A demonizzare e delegittimare le mascherine, piuttosto che a sostenerne l’uso e l’utilità. A disquisire se è opportuno che i banchi mono-posto abbiano le rotelle o meno. E magari, a dar ragione a quegli insegnanti che si rifiutano – chissà mai perché – di sottoporsi al test sierologico che è un semplice prelievo del sangue a scopi e-pi-de-mio-lo-gi-ci. Vale a dire d’indagine e di prevenzione.

Lamentiamo da sempre la “separazione” o il distacco fra la scuola e la famiglia. I genitori che non parlano con i professori e viceversa. O i genitori che difendono i figli anche quando non studiano e prendono brutti voti in pagella. Adesso potremmo mettere in pratica tutti i nostri buoni propositi. L’istruzione spetta in primo luogo alla scuola, ma la formazione presuppone e implica una collaborazione continua con la famiglia. Nessuna di queste due “istituzioni” sociali può delegare all’altra, in esclusiva, il compito e la responsabilità di far crescere i giovani e aiutarli a diventare adulti.

“Non chiedetevi cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese”, esortò un grande presidente americano come John Fitzgerald Kennedy nel suo celebre discorso d’insediamento alla Casa Bianca nel 1961. Ecco, più modestamente, noi genitori e nonni possiamo chiederci ora che cosa possiamo fare per la scuola, per la pubblica istruzione, per l’educazione civica. Cioè, per il futuro delle giovani generazioni e del nostro Paese. Questa potrebbe essere anche l’occasione propizia per ammodernare e rilanciare finalmente la scuola, all’insegna della condivisione, nell’interesse e a vantaggio della comunità nazionale. Magari predisponendo e utilizzando, se e quando necessario, anche la didattica a distanza. Di riforme scolastiche, nell’Italia repubblicana, ne abbiamo già avute diverse. Oggi, nell’era post-Covid, sarebbe già tanto non replicare il “modello Billionaire”.

Il risiko dei prof nell’anno del Covid-19

Banchi? Avviati alla produzione e qualcuno anche consegnato. Mascherine? Parere fornito. Autobus? Risolto, 80 per cento di capienza. Regole a scuola? Redatte e diffuse. Formazione docenti referenti per il Covid? Avviata ieri. Insomma, per gli studenti il 14 settembre “operativo” è un po’ meno incognita: qualche punto fermo c’è e i dettagli da mettere a punto, per quanto ardui, hanno il loro quadro generale di riferimento. Sono invece ore decisive per la partita di chi sarà dietro la cattedra: fino a domani ci sarà tempo per le “call veloci” dei docenti, si delineano all’orizzonte le date dei concorsi e si iniziano a contare i supplenti, tanti. È pronto il solito rebus d’inizio anno, ma stavolta ha una valenza (mediatica e non) maggiore perché fa parte del quadro narrativo del rientro post-Covid-19, dopo mesi di incertezze. Ecco allora in breve cosa accadrà e cosa è ancora da decidere.

I nuovi assunti.È vero: anche se sono state autorizzate almeno 84mila nuove assunzioni, in realtà quelle che saranno effettivamente fatte a inizio anno scolastico sono molte meno, circa 30mila, ovvero il numero di chi ne ha diritto ed è già presente nelle graduatorie. Il motivo? Lo spieghiamo alla voce “concorsi”.

I concorsi/1. Sono quelli che servono a conquistare l’idoneità all’assunzione e per entrare nelle graduatorie di cui sopra. Gli ultimi sono stati nel 2016 e nel 2018; ad aprile ne era stato indetto un altro. O meglio, altri due. Il primo è riservato ai precari che hanno almeno tre anni di servizio e si svolgerà a ottobre. I posti a disposizione sono 32mila per chi supererà la prova scritta con 7/10 e per loro è prevista la retrodatazione giuridica dell’ingresso in ruolo al primo settembre 2020, anche se dovessero entrare in cattedra nel 2023 (le graduatorie sono triennali). Tendenzialmente si tratta di docenti già alti nelle graduatorie e che hanno già sostituzioni lunghe alle spalle: questo dovrebbe favorire la continuità sul posto di lavoro.

Per loro si era pensato a un concorso prima di settembre, velocizzato e più semplice: in questo modo avrebbero coperto in tempo una parte delle assunzioni mancanti (tra le 10mila e le 15mila se si tiene conto delle modalità di chiamata dalle varie graduatorie). I sindacati e parte della maggioranza (Pd soprattutto e LeU) si erano però opposti: chiedevano che i precari fossero assunti per soli titoli in nome della sicurezza anti-contagio. L’accordo, dopo un lungo scontro, ha portato a un concorso autunnale (e a migliaia di assunzioni in meno).

I concorsi/2. Si aspetta invece la data del concorso ordinario, sia per la primaria che per la secondaria. Aperto anche ai neolaureati (dunque abbattuto il limite dell’abilitazione e dei vari corsi “preparatori” obbligatori) ha già registrato circa 500mila domande, di cui 430mila nella secondaria per poche decine di migliaia di posti. La grande scrematura dovrebbe arrivare dalle prove pre-selettive.

La call veloce. È stata introdotta quest’anno (scade stasera) la cosiddetta “chiamata veloce”, praticamente un’arma per riequilibrare geograficamente la domanda e l’offerta di docenti. Funziona così: se si ha l’abilitazione per insegnare è possibile rispondere alla “chiamata” diretta di una Regione che ha posti vuoti da riempire perché ha esaurito le sue graduatorie (solitamente al nord o sul sostegno o sulle materie scientifiche): a quel punto chi sceglie di rispondere può avere il tempo indeterminato subito. Esempio: se un docente è in graduatoria in una località del Lazio per insegnare italiano ma i posti sono esauriti può rispondere alla chiamata di un posto in Piemonte dove non ci sono aspiranti prof di italiano ed essere assunto lì. C’è però un vincolo: chi accetta la “via veloce” deve rimanere dov’è stato assunto per almeno cinque anni. Il ministero dell’Istruzione considererebbe un successo anche lo spostamento di poche migliaia di professori.

I supplenti. Per tutto il resto? Ci sono i supplenti: le domande arrivate per le graduatorie provinciali sono 753mila. I sindacati stimano che ne saliranno in cattedra quest’anno almeno 200mila, le cifre che circolano a viale Trastevere sono di molto inferiori, intorno ai 120mila, con un incremento che di solito arriva tra dicembre e gennaio a causa delle deroghe del sostegno o di altri fattori (distaccamenti, maternità e così via). Nulla di diverso dal solito. La differenza è che la supplentite (da cui di norma non si guarisce prima di ottobre perché bisogna dare il tempo di fare chiamate, far firmare, far dire sì o no al professore, assumere etc) quest’anno si installa su un paziente che è già in condizioni critiche. Un piano di ottimismo su cui confidare, al Miur, è il recente avvio delle graduatorie provinciali digitalizzate che dovrebbero velocizzare l’iter perché scaricheranno le scuole dall’onere di contattare i docenti e velocizzeranno, con la pubblicazione online, l’iter.

Il personale Covid.Fino a poco tempo fa la soluzione delle classi ancora senza docente o supplente era semplice: si accorpavano gli studenti in una collettiva condivisione di prof e si studiava insieme fino alla nomina del supplente. Adesso che invece gli studenti devono essere già “scorporati” per garantire il distanziamento e non sarà più possibile fare i “grupponi”, un’ulteriore suddivisione potrebbe essere fatale alla tenuta del sistema. La cosa positiva è che il cosiddetto “personale Covid” (70mila assunti a tempo determinato) potrà essere usato per gestire anche queste situazioni di emergenza nell’emergenza. In queste ore gli uffici scolastici regionali stanno comunicando ai presidi quanto personale aggiuntivo potranno avere a disposizione, si vedrà se sarà abbastanza. Novità: in caso di malattia si potrà procedere immediatamente alla sostituzione.

I lavoratori fragili.Questo quadro incerto rende anche chiaro perché sia importante che non si aggiungano altre improvvise “defezioni” se non strettamente necessarie. Si aspetta con trepidazione la circolare del ministero della Salute che detti le linee guida sui lavoratori fragili, in pratica che dia ai medici – che dovranno fare sorveglianza sanitaria – un perimetro in cui muoversi per decidere se un professore ultracinquantacinquenne con malattie pregresse debba evitare di lavorare o possa farlo con precise precauzioni o se possa insegnare tranquillo. Ieri doveva esserci un tavolo tecnico sulla questione, ma è slittato pare per mancanza delle linee guida sul tema da parte del’Iss. E intanto i sindacati (giustamente) scalpitano: “Abbiamo bisogno di indicazioni e regole per i lavoratori fragili: i dirigenti non possono operare in modo differente” ha detto la segretaria della Cisl Scuola Maddalena Gissi. Molte le domande senza risposta: il lavoratore fragile può lavorare a distanza? Può lavorare con un gruppo ristretto di ragazzi? Può essere sostituito con un supplente? Attinge alla malattia o viene considerato come fosse in ricovero? Domande lecite per cui si attendono risposte.

Minorenni escort per la cocaina, indagato leghista

Ragazze anche minorenni indotte a prostituirsi con professionisti della “Bologna bene” in cambio di cocaina. Il Nucleo operativo dei carabinieri della compagnia Bologna Centro, nel tardo pomeriggio di ieri, ha eseguito sei misure cautelari nei confronti di altrettante persone accusate, a diverso titolo, di induzione alla prostituzione e reati in materia di stupefacenti. Tra le vittime figurerebbero per l’appunto anche ragazzine minorenni, coinvolte in “festini” dove giravano sostanze stupefacenti, in particolare cocaina. Tra gli indagati ci sarebbe un ex candidato della Lega alle ultime elezioni regionali in Emilia-Romagna. Sul tema, Ilaria Giorgetti, una delle responsabili del partito di Matteo Salvini a Bologna, “cade dalle nuvole, non so nulla, rimango sconvolta a sentire le accuse, nei prossimi giorni anche come partito cercheremo di capire meglio se dovessero essere confermate le prime notizie che lo riguardano”. Il leghista farebbe parte del tifo organizzato della Virtus, nota squadra di basket cittadina e sarebbe un agente immobiliare. Per uno degli indagati è stato disposto il carcere. L’uomo è difeso dall’avvocato Giovanni Voltarella. Per un altro degli indagati è stato disposto l’obbligo di dimora. Gli indagati hanno tra i 27 e i 50 anni, e tra di loro ci sarebbe anche un avvocato bolognese. Con l’offerta di sostanze stupefacenti, avrebbero convinto alcune ragazze a prostituirsi: droga in cambio di sesso. Le persone coinvolte sarebbero abbastanza note e la notizia della conferenza stampa, prevista per oggi, dei carabinieri della compagnia Bologna Centro, ha scosso la città. Il caso ha ricordato l’operazione del 2017, terminata con condanne fino a 3 anni e sei mesi di reclusione, per spaccio di cocaina nel rinomato bar di fronte alla Procura cittadina dove si ritrovava tutta la “Bologna bene”.

A bordo 2 positivi: 6 giorni per scoprirlo

Sono partiti in traghetto da Olbia il25 agosto e sbarcati a Genova il giorno dopo. Lunedì 31, la Asl ha comunicato alla Sanità marittima che i due, turisti genovesi, sono risultati positivi al Covid-19 e ora la compagnia deve fornire i nomi di tutti coloro che hanno viaggiato con loro perché vengano rintracciati. Il problema è che la procedura è scattata sei giorni dopo l’episodio, quando ormai i passeggeri hanno fatto ritorno a casa, con tutta probabilità in diverse Regioni del centro-nord.

Il traghetto Moby Drea è partito da Olbia alle 21.30 del 25 agosto ed è arrivato a Genova alle 7.30 del mattino successivo. Quella notte i due turisti hanno viaggiato per dieci ore in sala poltrone insieme ad altre 82 persone. “Una volta sbarcati i due si sono recati in un laboratorio di analisi privato, visto che la Regione Liguria non prevede il tampone per chi arriva dalla Sardegna, hanno fatto il test e sono risultati positivi – racconta Isabella De Martini, direttore sanitario di bordo –. La mattina del 31 il centro analisi lo ha comunicato alla Asl Genova 3, la quale a sua volta ha avvertito la Sanità marittima”. Un buco di sei giorni in cui, avendo avuto lo scrupolo di sottoporsi ad analisi, i due vacanzieri potrebbero essere stati così accorti di mettersi in isolamento per evitare di diffondere il virus. Un periodo in cui, tuttavia, tutti gli altri passeggeri sono tornati nelle loro case non sapendo che sul traghetto erano potuti entrare in contatto con il SarsCov2.

“Ieri mattina (lunedì, ndr) alle 11.45 abbiamo ricevuto la visita del collega della Sanità marittima di Genova – prosegue De Martini –, che, come da prassi, ci ha chiesto i nominativi di tutte le persone che hanno viaggiato con loro”. È la procedura: identificato il caso di contagio le autorità procedono con il contact tracing, la ricerca e la messa in isolamento delle persone che potrebbero aver avuto contatti con quest’ultimo. “Alla Sanità marittima ho chiesto come mai i signori avessero sentito l’esigenza di sottoporsi al test, visto che noi all’imbarco prendiamo la temperatura e chiediamo a tutti la dichiarazione sanitaria – prosegue il medico – e mi è stato spiegato che i due hanno raccontato di essere stati al Billionaire”, locale simbolo della movida sarda e tra i principali focolai dell’isola, passata dall’essere quasi Covid-free al finire additata come Regione che diffonde il virus nel resto d’Italia. “Non è normale – conclude De Martini – che le due Regioni non provvedano a fare tamponi né in partenza né all’arrivo. Se a fare il test fosse stata la sanità pubblica si sarebbe potuto risparmiare tempo. In gioco c’è la salute di tutti”.

Vaccino Ue, Oxford corre: “Può arrivare a novembre”

Oxford accelera, l’Italia e l’Europa vedono avvicinarsi l’arrivo delle prime fiale contenenti il vaccino anti-Covid. Le date fatidiche sono il 20-22 settembre, per la fine della sperimentazione, e l’ultima settimana di novembre per l’avvio della distribuzione. Con un grande dubbio che attanaglia i Paesi investitori: serviranno una o due dosi per ciascun paziente? La notizia dell’accelerazione da parte degli scienziati del Regno Unito arriva al Fatto da AstraZeneca, la multinazionale farmaceutica anglo-svedese che ha acquistato dallo Jenner Institute di Oxford i diritti di commercializzazione del vaccino, arrivato ormai alla fase 3 – l’ultima – della sperimentazione sull’uomo. La contrazione delle tempistiche è agevolata dalle “manleve” che la Commissione Ue ha inserito nei contratti con i produttori, con un indennizzo a copertura di eventuali responsabilità civili.

“Eravamo convinti di finire entro l’estate e siamo pienamente nei tempi”, spiega Ilaria Piuzzi, direttore della comunicazione di AstraZeneca. Al massimo fra tre settimane, dunque, ci saranno notizie ufficiali sugli esiti della sperimentazione che, a quanto pare, “sta proseguendo senza intoppi”. La pubblicazione dei risultati dovrebbe arrivare entro settembre, al massimo ai primi di ottobre, e poi la palla passerà alle istituzioni europee e nazionali. L’Ema (Agenzia europea per i medicinali) in prima battuta, e a seguire l’Aifa (Agenzia italiana per il farmaco), dovranno validare il lavoro degli scienziati inglesi e dare il via libera alla distribuzione. “Se le istituzioni saranno solerti come lo siamo stati noi, le prime dosi potrebbero essere distribuite già a novembre”, spiegano ancora dalla casa farmaceutica. Un bel regalo di Natale per il 74% della popolazione che, secondo il sondaggio Ipsos commissionato dal World Economic Forum, attende l’antidoto al Sars-Cov-2.

AstraZeneca ha comunicato che venderà il vaccino al prezzo definito “democratico” di 2,50 euro a dose. La Commissione europea ha prenotato 300 milioni di fiale, più altri 100 milioni “opzionali”: di queste, 74 milioni finiranno al governo italiano che ha già impegnato 185 milioni di euro. L’investimento totale a livello comunitario è di 1 miliardo di euro, più di un terzo dei 2,7 miliardi messi a disposizione per l’acquisto dei vaccini. Il problema è che gli scienziati britannici non sono ancora in grado di dire se per ogni persona vaccinata serviranno una o due dosi e se, nel secondo caso, fra la prima iniezione e il richiamo dovranno passare 28 giorni. “È un aspetto da capire – spiegano dalla casa farmaceutica – perché va a influenzare la mole di produzione”. Una parte di questa avverrà a Pomezia, vicino Roma, sede dell’Advent Srl, la società dell’Irbm Group che ha collaborato con lo Jenner Institute per lo sviluppo del vaccino. Tanto che ora AstraZeneca lavora per stringere ulteriori accordi per la produzione. “Ancora non siamo in grado di dire quante delle dosi già opzionate dall’Ue saranno distribuite quest’anno e quante l’anno prossimo”.

Ma la corsa al vaccino non rischia di portare alla realizzazione di prodotti in qualche modo “fallaci”? Tralasciando gli annunci russi, il cui prodotto secondo le autorità sanitarie italiane “non trova riscontri in alcuna pubblicazione scientifica”, il Regno Unito concorre in prima linea con Stati Uniti e Cina nella corsa mondiale al lancio del primo antidoto anti-Covid. In particolare, il presidente Usa Donald Trump sta premendo molto sugli scienziati d’oltreoceano, arrivando a proporre addirittura delle procedure abbreviate nella speranza di ottenere il farmaco entro le elezioni del 3 novembre, eventualità che potrebbe dargli la spinta decisiva verso la rielezione alla Casa Bianca. Ora l’annuncio di Oxford sembra una risposta all’accelerazione degli Usa.

Una “fretta” che, mutuando le parole di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, “non deve essere cattiva consigliera” in termini di efficacia e sicurezza. Ieri, la portavoce per la salute della Commissione europea Vivian Loonela, parlando con i giornalisti ha confermato che “è nostro interesse avere il vaccino il più velocemente possibile” ed è per questo “che abbiamo inserito in questi contratti alcune possibilità per indennizzare i produttori di vaccini nel caso di determinate responsabilità”. In sintesi, delle “manleve” – di cui ancora non si conoscono i dettagli – che hanno slegato le mani alle case farmaceutiche.

Dico Sì alla riforma contro quelli che ragionano “a breve termine”

Grande è la confusione sotto il cielo, ma ancor più grande nella Penisola. Come spiegare chi, avendo votato in Parlamento la modifica costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori, al referendum si schiera per il No? A quel che pare, i loro principali argomenti sono due: la maggior rappresentatività di un Parlamento più numeroso e la salvaguardia della Costituzione, nonché della dignità dei rappresentanti del popolo. Come tale dignità possa uscire indenne da tali subitanei voltafaccia resta un mistero. Una spiegazione forse c’è, e si chiama short-termism: una peste del nostro tempo, che consiste nel badare alle conseguenze a breve termine delle proprie azioni, senza preoccuparsi di quelle a lungo termine. Si spiegherebbe così come qualcuno possa aver votato Sì alla Camera solo pochi mesi fa onde fortificare la maggioranza di governo, e voglia oggi votare No per indebolirla. Si capirebbe anche perché la riforma è stata approvata alla Camera con una maggioranza superiore ai due terzi, al Senato no: condizione necessaria, quest’ultima, perché si andasse al referendum confermativo, creando così un’altra occasione per stare col fiato sul collo del governo.

Convergono in tali comportamenti due malattie della nostra democrazia, strettamente connesse tra loro. Primo, il vizio di operare secondo un orizzonte temporale di poche settimane o mesi, anche quando si tratti di riforme costituzionali, che per loro natura dovrebbero esser sostenute da un amplissimo respiro. Secondo, l’habitus di orientarsi sulla base non di ferme convinzioni, ma della convenienza del momento: è quel che accadde col voto contrario alla riforma Renzi da parte delle destre, che avevano pochi anni prima proposto una riforma assai simile e ne covavano un’altra pochi mesi prima, nel governo Letta. Se poi votarono No in Parlamento e al referendum, fu perché Renzi aveva rotto il “patto del Nazareno”, intestando al suo “governo costituente” quel conato di riforma, mentre “il governo deve rimanere estraneo alla formulazione della Costituzione, se si vuole che scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana” (Calamandrei). Della stessa natura è il voltafaccia di chi, come Zanda e Finocchiaro, si oppone a una riduzione dei parlamentari identica fin nei numeri a quella che essi proposero nel 2008 (i dati, inoppugnabili, sul Fatto del 29 agosto). Per non dire di Salvini, che dopo aver trionfalmente presentato questo stesso ddl in conferenza stampa con Di Maio, Fraccaro e Calderoli, raccomanda ora di votare No, cioè contro il se stesso di due anni fa. Per costoro, la Costituzione è dunque un terreno di gioco politico di piccolo cabotaggio, e non la Carta che regola la vita civile della Repubblica. Ma chi cambia fronte con tanta disinvoltura non è né smemorato né distratto: lo fa perché sa (o crede) di poter contare sulla smemoratezza e distrazione di una fetta più o meno grande di elettori. A spese della Costituzione.

La confusione non si ferma qui. Chi, avendo votato No alla riforma Renzi, intende ora votare Sì al referendum (è questo anche il mio caso) viene talvolta accusato di incoerenza. Val dunque la pena di ricordare ad nauseam che quella riforma prevedeva sì la riduzione del numero dei parlamentari, ma intendeva modificare altri 45 (quarantacinque) articoli della Costituzione, stravolgendo le procedure costituzionali; per non dire che il Senato veniva svilito a un’accolta di sindaci e assessori regionali non eletta dal popolo. Ma la Costituzione va strenuamente difesa anche là dove (art. 138) essa stessa dice che può essere modificata, con una procedura lenta e garantita, che invano si è cercato talvolta di espugnare. Tuttavia, cambiare due articoli della Costituzione può rispondere al suo spirito, modificarne più di 40 in un colpo (come hanno tentato di fare Berlusconi, Bossi e Renzi) no.

Abbondano, nella Penisola, i prestigiatori verbali. Fra le loro prodezze svetta, di questi tempi, l’acrobazia concettuale per cui ridurre il numero dei parlamentari sarebbe oggi “antipolitica”, “antiparlamentarismo” e “populismo”, mentre chi proponeva l’identica riduzione nel 2008 o nel 2016 stava combattendo precisamente contro l’antipolitica, l’antiparlamentarismo e il populismo. Tanto più importante è che chi intende votare Sì provi a dire perché. Non sarà certo per via del (modesto) risparmio sui costi delle Camere: argomento che fu frivolo quando lo usavano Renzi e Boschi, e frivolo resta chiunque lo agiti oggi. Né certo perché questa sia una riforma salvifica, per un Paese devastato dalla doppia crisi del bilancio e del Covid-19. È stato lo stesso presidente del Consiglio Conte, nel suo discorso d’investitura alla Camera un anno fa (9 settembre 2019), a formulare chiaramente le condizioni di contorno perché questa riforma abbia effetti positivi.

Rileggiamo il suo discorso. La riforma, disse Conte, doveva essere contestualmente “affiancata da un percorso volto a incrementare le garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, favorendo l’accesso democratico alle formazioni minori e assicurando – nello stesso tempo – il pluralismo politico e territoriale”. Conte aggiungeva la stretta necessità di “avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale” e di “procedere a una riforma dei requisiti di elettorato attivo e passivo per l’elezione del Senato e della Camera”. Sagge parole, a cui ben poco è corrisposto nei fatti, anche se si tratterebbe qui di leggi ordinarie, senza il percorso giustamente lento delle riforme costituzionali.

Se governo e Parlamento non hanno tenuto fede a questi intenti programmatici, sarà anche per l’enorme impegno nella lotta alla pandemia che ci affligge, ma il fatto che il percorso delineato allora sia rimasto a uno stadio men che embrionale mostra che anche i fautori di questa riforma la vedono più come un evento simbolico da sbandierare che come il necessario tassello di un paziente progetto di rilancio della democrazia. Ai punti indicati da Conte altri ne andrebbero aggiunti, per esempio la reale rappresentatività degli eletti dal popolo (che una signora di Arezzo rappresenti l’Alto Adige perché ci andava in vacanza dovrebbe esser vietato in perpetuo), o sulla democrazia interna dei partiti (questa parola, l’unica usata dell’art. 49 della Costituzione, riguarda evidentemente anche quei partiti che per civetteria negano di esserlo), cestinando una volta per tutte l’etica tribale fondata sulla devozione a un Capo e sulla caccia ai suoi favori.

Il fronte del Sì ha però qualcosa in comune col fronte del No, ed è la concentrazione sulla sola riduzione dei parlamentari e la riluttanza ad affrontare una seria discussione sulle leggi ordinarie (e i regolamenti delle Camere) che dovrebbero accompagnarla. L’obiettivo del No non è forse nemmeno la caduta del governo, che tutti temono per ragioni diverse, ma un suo radicale indebolimento, per bilanciare la forza che esso ha acquistato per l’efficace lotta al virus e i successi in Europa. Insomma, siamo ancora una volta al tran-tran di governi che si reggono su cento stampelle, con cento (mini-)signori della guerra che minacciano di farli cadere, chiedendo qualcosa in cambio di un sempre barcollante sostegno. Lo stesso identico tran-tran che vorrebbe imbalsamare i numeri dei parlamentari per l’eternità. La riduzione numerica di Camera e Senato sarà uno choc sufficiente per innescare un qualche processo virtuoso? Per scompaginare le consorterie di corrente, sfrondare le clientele, rivedere al rialzo il rapporto coi territori? Purtroppo non è certo. Certo è invece che la vittoria del No darebbe ai campioni di short-termism e ai professionisti del voltafaccia un premio che non meritano.

Fiducia sul dl Covid: 5Stelle contro proroga dei Servizi

Per approvare il decreto Covid alla Camera, il governo avrà bisogno del voto di fiducia. Problema: questa volta la forzatura non serve a vincere l’ostruzionismo delle opposizioni o a superare le indecisioni sulla gestione della pandemia, ma a disinnescare un emendamento firmato da ben cinquanta deputati del Movimento 5 Stelle.

Ieri l’esecutivo ha infatti deciso di blindare il testo, che tra l’altro proroga al 15 ottobre lo stato di emergenza, evitando guai sulla richiesta della grillina Federica Dieni (prima firmataria dell’emendamento) che chiedeva di rivedere la proroga ai vertici dei servizi segreti, infilata proprio nel dl Covid: “Non sono contenta della fiducia – sbotta ora la Dieni –, non si risolvono così le cose. Sarebbe stato più utile che su quell’emendamento il governo si fosse rimesso all’aula. Sono profondamente contrariato dalla apposizione di questa fiducia”. Il tema è delicato, se non altro perché la proroga dei vertici dei servizi è stata decisa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’emendamento avrebbe messo in difficoltà lo stesso premier.

E oltre ai malumori interni, c’è poi una conseguenza tecnica della decisione. La questione di fiducia infatti impone lo stop di 24 ore a tutti gli altri lavori alla Camera – si voterà oggi nel primo pomeriggio –, in modo da garantire la presenza in aula dei deputati.

Il rischio è quindi che il nuovo calendario non consenta oggi la riunione dell’Ufficio di presidenza della Commissione Lavoro, quella che si sta occupando del bonus da 600 euro destinato alle partite Iva e richiesto da 5 parlamentari e da decine di consiglieri regionali. In quella sede la Commissione dovrebbe formalizzare l’invito in audizione del Garante della Privacy, convocazione che però adesso potrebbe slittare almeno di qualche ora.

Il Giornalone Unico del No: ma l’80% degli italiani dice Sì

Senza insistere troppo sui “poteri forti” non possiamo non constatare che, mentre i sondaggi danno il Sì al prossimo referendum del 20 settembre, anche all’82% (Ilvo Diamanti su Repubblica), tutti i giornali con dietro gli editori più rilevanti la pensano allo stesso modo e sono schierati per il No. “Un unico grande giornale”, diceva Nanni Moretti nel film Aprile, scena memorabile di grande attualità.

Il No di Molinari. Il giornale di peso più nettamente schierato contro il taglio dei parlamentari è Repubblica, ormai della famiglia Agnelli. Lo scorso 20 agosto, il direttore Maurizio Molinari ne spiega la vera ragione: “Una vittoria del Sì gonfierebbe dunque le vele dei populisti in un momento in cui sono in difficoltà”. Scelta tutta politica, quindi, al di là del vero merito.

A ruota la Stampa. Segue il 23 agosto l’altro gioiello di casa Agnelli, la prestigiosa Stampa. Il direttore Massimo Giannini se la prende con la mancanza di correttivi al taglio dei parlamentari e parla di “deriva confusionaria” dicendosi costretto, a malincuore, “a scrivere un altro ‘no’”.

La casta dell’Espresso. Con l’Huffington Post la scuderia Agnelli schiera tutto il repertorio per il No, ma è l’Espresso che riesce ad argomentare l’inverosimile: “Il 97 per cento dei parlamentari che hanno votato per il taglio alla Camera sono il Sistema che si piega a farsi guidare dall’ex partito Antisistema che ora non vuole più cambiare nulla ma soltanto sostituire”. Quindi, il partito che ha il più alto numero di parlamentari vota per tagliarli, quindi per tagliare se stesso e, allora, proprio per questo diventa “il Sistema”. Logico, no?

Domani è un altro referendum. Non più editore di Repubblica, ma fondatore del Domani, Carlo De Benedetti si fa rappresentare dal neo-direttore del quotidiano, Stefano Feltri. Il No viene rigettato sia perché “l’argomento dei costi, è privo di senso”, sia soprattutto perché i sostenitori del Sì non hanno dimostrato esaurientemente che un Parlamento più piccolo sia più funzionale.

Il no di destra. Dopo la presa di posizione di Berlusconi che, pur lasciando libertà di scelta, ha fatto capire che preferisce il No, il Giornale si è schierato con nettezza, ma anche Vittorio Feltri, direttore di Libero, quotidiano della famiglia Angelucci, che d’istinto voterebbe Sì senza pensarci due volte, si barcamena sostenendo che “invece dei fessi decimano i parlamentari”. Più defilata la Verità di Maurizio Belpietro, mentre il Tempo di Franco Bechis sostiene la tesi che la vittoria del Sì avvantaggerà solo Giorgia Meloni.

Nel nome di Prodi. Il Messaggero, di casa Caltagirone, non ha finora preso una posizione ufficiale, ma ha ospitato una posizione “pesante” per il No, quella di Romano Prodi. A supportare l’orientamento del quotidiano è il commento di una delle sue firme più illustri, Mario Ajello, che definisce il “no di Prodi” un atto “che smaschera ipocrisie e paure dei partiti”.

Il Ni del Corriere. Un atteggiamento di maggiore equilibrio è quello del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo. Il direttore, Luciano Fontana, rispondendo a un lettore, se l’è cavata con lo slogan “Idea giusta, problemi aperti” senza dichiarare il proprio voto. Il quotidiano ha aperto le porte a posizioni diverse come le due di ieri di Antonio Polito (per il Sì) e di Angelo Panebianco (per il No, un altro buon motivo per votare Sì).

P.s. Anche il manifesto ha deciso di schierarsi con nettezza per il No, ma in questo caso, va specificato, non si tratta di un quotidiano espressione di alcun potere. Per una volta.