Desistenza e big assenti: candidati tristi e solitari

Soli e abbandonati a loro stessi. È la triste condizione dei candidati del M5S nelle regioni in cui si vota a settembre e in cui il centrodestra ha buone probabilità di fare il ribaltone. La mente torna sempre lì, alla Puglia e alle Marche considerate le due regioni chiave che potranno essere l’ago della bilancia delle prossime elezioni. Nella prima, la sfida tra il governatore Michele Emiliano e Raffaele Fitto è apertissima (secondo Tecné il candidato di Giorgia Meloni è dato al 39-43% contro il 36-40% del governatore Pd) e qui il voto degli elettori M5S sarà decisivo: alla candidata Antonella Laricchia è attribuito un sontuoso 14-18%. Quanto basta per far pendere la vittoria da una parte o dall’altra. Per questo negli ultimi due mesi i maggiorenti di Pd e M5S (e anche il premier Giuseppe Conte) le hanno provate tutte per farla ritirare ma lei si è sempre rifiutata. Fallita l’alleanza, allora il Pd sta tentando l’extrema ratio per evitare la vittoria di Fitto: chiedere agli elettori grillini il voto disgiunto.

Il governatore ci ha riprovato lunedì con un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno (“Gli elettori del M5S sanno che possono votare me come presidente e il M5S come partito”), ma Laricchia ha risposto picche: “È l’ultimo canto di un cigno disperato”. Ma più delle parole contano i fatti: la candidata del M5S sta girando in lungo e in largo la Puglia da sola e nessun big nazionale è arrivato a sostenerla. E nel fine settimana sbarcherà in regione Luigi Di Maio. Per appoggiarla? Per niente: l’ex capo politico del M5S, da venerdì a domenica, farà 9 eventi (da Bari a Maglie, da Martina Franca a Brindisi) per chiedere ai pugliesi di dire “sì” al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. In una di queste tappe potrebbe esserci anche Laricchia ma al momento non c’è alcun evento in agenda e Di Maio ha annunciato il suo tour senza mai citare le regionali: “Siamo molto determinati, le differenze abissali tra politici e cittadini vanno eliminate” ha scritto su Facebook. Era stato lo stesso Di Maio a chiedere alla candidata del M5S di fare un passo indietro e, nonostante Laricchia dica il contrario, i rapporti tra i due sono ormai logori. “Perché metterci la faccia su una partita già persa in partenza? – dice un big del M5S – Di Maio farà campagna solo per il Sì al referendum perché il M5S potrà metterci il cappello”.

Stesso discorso delle Marche dove, se possibile, va pure peggio: qui il candidato del centrodestra Francesco Acquaroli, secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, è in vantaggio di 13 punti sul concorrente di centrosinistra Maurizio Mangialardi (49 a 36%) mentre Gian Mario Mercorelli(M5S) è dato intorno al 10%. Qui il disimpegno dei vertici grillini è ancora più evidente: nei prossimi giorni non sono previsti eventi con i big e Mercorelli deve accontentarsi di eletti e attivisti locali. “È vero, siamo in ritardo…”, ammette chi nel M5S sta seguendo la campagna elettorale. Di Maio alla fine arriverà anche qui ma sempre per focalizzarsi sul referendum. Un po’ poco in una regione in cui il M5S cinque anni fa era arrivato secondo con il 22%. Qui gli appelli dei dem per il voto disgiunto non ci sono: è l’unica regione dove non è previsto.

Infine è evidente il paradosso in Liguria, unica regione dove i giallorosa, dopo una trattativa estenuante, hanno trovato un accordo. Peccato che proprio qui, per paura di perdere, Zingaretti e Di Maio stiano lasciando solo Ferruccio Sansa. Dopo Conte, nei prossimi giorni arriveranno i ministri Patuanelli e Provenzano, ma i leader di partito non si impegneranno in prima persona. La partita ligure è già data per persa.

Zingaretti teme il 5 a 1. Patto per la sconfitta tra Bonaccini e Renzi

Èpassato giusto un anno e mezzo, ma pare un’eternità. E data l’aria che tira al Nazareno, più d’uno pronostica che Nicola Zingaretti non riuscirà a spegnere le due candeline alla guida della segreteria del Pd: per la verità c’è pure chi scommette che non mangerà il panettone. Specie se alle Regionali di settembre si registrerà il “cappottone”, quel 5 a 1 per il centrodestra (che con la sola eccezione della Campania farebbe man bassa in Veneto, nelle Marche, in Liguria, in Puglia e persino in Toscana) che al momento è l’incubo peggiore del Pd. O meglio di una parte dei dem. Ché il sospetto della segreteria di Zingaretti è che qualcuno nel partito stia lavorando per perdere: non impegnandosi sui territori e mitragliando un giorno sì e l’altro pure l’alleanza con i 5Stelle con la scusa che il sì al referendum sul taglio dei parlamentari caro al Movimento è invotabile senza la compensazione di una nuova legge elettorale. Che però da mesi è come la tela di Penelope: pare sempre fatta, ma poi torna in alto mare. Ma a chi giova tutto questo? Il sospetto è che un fronte interno lavori per arrivare alla sostituzione di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi: per riuscire a farlo bisogna azzoppare Zingaretti, che è il suo migliore alleato.

“Ma è normale questo fermento interno se davvero si vogliono vincere le Amministrative che si tengono tra venti giorni?”, si chiede qualcuno al Nazareno, convinto che il giorno dopo le Regionali, in caso di esito nefasto frutto anche di queste lacerazioni ostentate, le truppe che hanno voluto Zingaretti alla guida del partito nel marzo 2019, si scioglieranno come la neve al sole. “Da noi funziona così: prima tutti col segretario poi ognun per sé. O meglio: morto un Papa se ne fa un altro”. Stefano Bonaccini giura di non pensarci, anche se è proprio lui il cavallo su cui puntano in molti: ha sconfitto Matteo Salvini in Emilia-Romagna arrestando l’avanzata leghista che pareva incontenibile. Ora, invece, il clima e i sondaggi raccontano che il Pd può pensare al massimo di limitare i danni: se perdesse la guida delle regioni Puglia e Toscana sarebbe una batosta difficilmente senza conseguenze. Per la verità in Parlamento c’è anche chi è convinto che le cose siano molto più avanti: che addirittura Bonaccini abbia già stretto un’alleanza con l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi. Che in un partito che fosse guidato dal suo amico governatore forse addirittura tornerebbe insieme ai suoi di Italia Viva che soffrono a stare in un partito che sgomita su ogni tavolo, ma resta minoritario. E che immaginano già un ruolo di primo piano per l’ex ministra Maria Elena Boschi.

Questo lo scenario per chi dà per scontato (o per dirla tutta, spera) un esito sfavorevole alle Amministrative che non sarà compensato dalla vittoria sul referendum per il taglio dei parlamentari di cui si avvantaggerà solo il M5S. Specie perché è partito il controcanto di chi pretende che il partito, con buona pace del patto siglato con i pentastellati, si schieri per il No come nel caso Matteo Orfini che del Pd è stato presidente. Per far sentire anche la voce di chi vuole il Sì oggi alla Camera è stato organizzato un incontro tra i parlamentari che si occupano di riforme costituzionali, Stefano Ceccanti e Dario Parrini.

Referendum a parte, la questione resta comunque quella dell’esito delle Amministrative su cui Zingaretti è impegnato ventre a terra mentre altri nel Pd molto meno. La spiegazione per chi teme i nemici interni è che “pur di sostituire l’inquilino di Palazzo Chigi magari con Mario Draghi nella prospettiva di un governo di unità nazionale, qualcuno dei nostri è disposto a minare la nostra stessa casa”. Di qui la lettera di ieri del segretario a Repubblica, il quotidiano più impegnato per la battaglia contro il taglio dei seggi su cui è nata l’alleanza tra i grillini e il Pd di Zingaretti. Che spera che alla direzione convocata per il 7 settembre che ufficializzerà la linea del Sì al referendum possa registrarsi la pax interna. Solo che le acque appaiono talmente agitate che oltre a Bonaccini e Renzi e ai nemici interni che potrebbero spalleggiarli, già avanza un altro spettro: nel caso di una batosta elettorale che terremotasse Zingaretti e con lui l’alleanza con i grillini, Dario Franceschini che farebbe? Risposta: “Pur di arrivare al Quirinale, qualunque cosa”.

Le piaghe d’Egitto

La sapete l’ultima? “Destra avanti se vince il Sì”. “Ecco il Parlamento se vince il Sì: destra avanti in entrambe le Camere”. Lo scrive Repubblica, dunque dev’essere vero: pare proprio che la legge costituzionale approvata dal Parlamento quattro volte in due anni da tutti i partiti tagli un terzo dei parlamentari, ma solo quelli di 5Stelle e centrosinistra, lasciando intatti quelli di Lega, FdI e FI. È l’unica spiegazione, a meno di ritenere che la vittoria o la sconfitta alle elezioni non dipenda da quanti elettori hanno i partiti, ma da quanti eletti ci sono in totale. Altro che riformina: questa è una rivoluzione copernicana, una svolta mai vista nella storia dell’umanità. Ma pure un formidabile elemento di ottimismo per i giallorosa: per sorpassare in scioltezza le destre e vincere le Politiche, cercare di prendere più voti di loro è inutile; basta votare No al referendum, cioè conservare 945 parlamentari, e sarà un trionfo.

Ma, inoltrandosi nell’articolo, affiora una spiegazione alternativa: lo studio dell’Istituto Cattaneo a cui si riferisce – una simulazione del prossimo Parlamento col taglio dei parlamentari e la nuova legge elettorale proporzionale, alla luce dei sondaggi attuali – ha il grave torto di contraddire le ragioni del No sbandierate da Repubblica. Infatti dimostra, dati alla mano, che ridurre i parlamentari non comprime la rappresentanza (l’Italia in Europa ha il più alto numero di eletti in rapporto agli abitanti e lo conserverà anche dopo il taglio) né esclude le minoranze (i partiti presenti nell’attuale Parlamento ci tornerebbero anche in quello ridotto). Dunque Repubblica pensa bene di manipolarlo e, già che c’è, di fare un po’ di terrorismo, come se i suoi lettori fossero scemi: se votate Sì, poi vince la destra (che naturalmente, con gli attuali sondaggi, vincerebbe anche col No). Buon segno: se il livello della propaganda è così miserevole, il fronte del No dev’essere alla disperazione. Come quello del Sì alla schiforma renziana, che nel 2016 minacciava una serie di sfighe epiche “se vince il No”: uscita dall’Europa, crac delle Borse, crollo della produzione, tracollo dell’occupazione, niente più cure contro il cancro e l’epatite C… Ora il copione si ripete, ma contro il Sì. La vittoria della destra è solo il trailer. Seguiranno, prossimamente sulle varie testate del Giornalone Unico, altre puntate della serie “Se vince il Sì”: a parte il ritorno delle piaghe d’Egitto al gran completo, cavallette incluse, moriremo tutti di Covid, oppure sopravviveremo, ma con emorroidi lancinanti; pioverà sempre e gli ombrelli saranno vietati per legge; Porro e Vespa andranno in onda a reti unificate h 24; la Nutella saprà di merda; e ci sarà una grande morìa delle vacche, come voi ben sapete.

C’è un mare di disastri sull’altare delle monache

Marco Polo, che volle essere sepolto qui, sarebbe forse contento di vedere il mondo riunito all’interno della chiesa di San Lorenzo, a un tiro di schioppo da San Giorgio degli Schiavoni e da San Marco. Oceans in Transformation, una mostra sullo stato attuale degli oceani creata dalla Thyssen Bornemisza Art 21 Academy, ha il merito di riaprire al pubblico, dopo nuovi restauri, questo fantastico cubo vuoto, spogliato e mandato in rovina dall’abbandono e dalle guerre, ma ancor oggi bipartito longitudinalmente da un tramezzo a tre arcate su cui s’incastona il maestoso altare bifacciale barocco di Girolamo Campagna: da una parte, in origine, stavano i fedeli, dall’altra le monache benedettine qui stanziate sin dal IX secolo.

In quello che era lo spazio dei fedeli si incrociano oggi sette file di schermi verticali, ciascuna dedicata a proiettare una “traiettoria”: il Medio-Atlantico, la Corrente del Golfo, quella di Humboldt, la direttrice Mare del Nord-Mar Rosso, il Pacifico equatoriale, l’Oceano Indiano, l’Asia metropolitana. Sugli schermi corrono immagini satellitari quasi indecifrabili di queste zone, fitte di didascalie che possono segnalare indifferentemente città, mari o problemi ambientali: ecco allora Tahiti con a fianco “test nucleari”; Timbuctù “roghi di manoscritti”; Catania “migrazioni”; Andamane “pesca schiavistica”. Nonostante volonterosi pannelli, è praticamente impossibile capire la complessità delle ricerche che stanno dietro a queste immagini senza ricorrere ai testi e alle analisi pubblicate sul sito ocean-archive.org.

Ma in fondo ciò che conta è elencare agli astanti i mali degli oceani, proiettandoli sui muri delle monache: innalzamento delle acque, trivellazioni ed estrazioni, pesca intensiva, scioglimento dei ghiacciai antartici, test nucleari… E suggerire che tutto questo abbia a che fare con l’avidità e le storture dell’Antropocene. Un programma forse troppo ambizioso, come spesso accade nelle neonate environmental humanities, ma di sicuro effetto estetico, un po’ al modo dei Sound Paintings di Brian Eno (“Through the day, / As if on an ocean, / Waiting here…”). E un’idea perfetta per San Lorenzo, dove nel 1984 Renzo Piano, alla ricerca del suono assoluto, creò un’arca lignea per la prima del Prometeo di Luigi Nono (dirigeva Claudio Abbado): “Prometeo… / Se ti è dato essere eroe / Solo del mare lo puoi”.

Scornicesti, la (finta) città natale di Nicolae morta con il dittatore

L’Atomica su Hiroshima? L’incidente nucleare a Chernobyl? Se un giorno vi capitasse di ricevere una cartolina da Scornicesti, cittadina non proprio rinomata della Romania, il primo pensiero che fareste, notando la desolazione di edifici diroccati, fabbriche abbandonate, sterpaglie e cani randagi ovunque sarebbe quello del day after da disastro nucleare. E anche se nessuno ha mai sganciato un’atomica su Scornicesti come a Hiroshima nel ’45, e nessuna centrale nucleare, non esistendone nei paraggi, ha avuto guasti a un reattore come a Chernobyl nell’86, la verità è che su Scornicesti qualcosa di molto simile alla fine del mondo si scatenò davvero. Era il 1989. E anche se non ci furono morti, distruzione e desolazione giunsero lo stesso. Totali. Definitive.

Ricordate il famoso film del ’55 All’inferno e ritorno? Per raccontare la storia di Scornicesti il titolo andrebbe capovolto: “In paradiso e ritorno”. Ritorno all’inferno, per l’appunto.

La prima cosa da dire è che sui libri di storia Scornicesti figura oggi come la città natale di Nicolae Ceausescu, capo di stato della Romania dal ’65 all’89, anno in cui morì a 71 anni sotto il fuoco del plotone d’esecuzione del Tribunale Militare Eccezionale che il giorno di Natale lo giustiziò, dopo processo sommario, assieme alla moglie Elena.

In realtà, Ceausescu era nato nel piccolo e umile villaggio di Tatarai; in lingua tatara il cognome Ceausescu significa “Figlio del servo”. Un’origine troppo umile, dunque, che mal si addiceva al lignaggio di chi, terzo di dieci figli di un padre sarto alcoolizzato era assurto a rango di leader di un paese comunista capace addirittura di prendere le distanze dalla casa madre Russia (nel ’68 Ceausescu si rifiutò di partecipare all’invasione della Cecoslovacchia, Paese del Patto di Varsavia; nell’84 la Romania fu l’unico stato comunista al pari di Cina e Jugoslavia a prendere parte alle Olimpiadi di Los Angeles).

Emancipatosi in qualche modo dalle proprie origini, Ceausescu s’impegnò poi in un progetto che intendeva cambiare volto al vecchio mondo rurale romeno radendo al suolo, letteralmente parlando, le misere abitazioni contadine e sostituendole con i bloc, i “villaggi fratelli”, ordinati caseggiati uno uguale all’altro tutti con case riscaldate e dotate di servizi igienici in cui i contadini romeni si catapultarono, a volte portandosi dietro anche le galline. In men che non si dica le ruspe di Ceausescu fecero sparire interi villaggi, compreso Tatarai che venne inglobato in Scornicesti. Che divenne così ufficialmente la città natale di Nicolae Ceausescu.

Ritoccata l’anagrafe e cancellata ogni traccia delle miserevoli origini, occorreva ora fare di Scornicesti qualcosa di grandioso. E così, dopo aver emanato l’ordine di lasciare in piedi una sola abitazione, la casa natale di Ceausescu, e di non toccare la stradina che ogni mattina il piccolo Nicolae percorreva a piedi per raggiungere la scuola, il “Genio dei Carpazi” diede il via in grande stile all’operazione “Età dell’Oro”.

Il primo passo fu dotare Scornicesti di un ospedale all’avanguardia che nemmeno a Bucarest; dopodiché vennero aperte fabbriche e industrie di ogni tipo, tessili, alimentari, meccaniche. A Scornicesti potevi trovare nei negozi beni di consumo irreperibili altrove a cominciare dalla leggendaria, ambitissima Pepsi Cola.

Gli storici iniziarono a scrivere che Scornicesti era stata la culla della cultura romena, che i più importanti mutamenti storici erano germogliati lì e la piccola città divenne la sede ufficiale delle Olimpiadi di storia romena, gita-premio per i migliori studenti della nazione.

Ma tutto a Scornicesti doveva essere all’altezza di Ceausescu: anche il club di calcio, il Vitorul, che invece languiva da sempre in quarta serie. Che fare? Nicolae decise di affidarne le sorti al genero Vasile Barbulescu detto Lica, grande appassionato di calcio.

Il Vitorul iniziò così un’incredibile scalata, passò dalla D alla C, dalla C alla B e il 21 giugno ’78 si trovò in lotta per la promozione in serie A. Purtroppo, all’ultima giornata la differenza-reti avrebbe promosso in A il club rivale, il Flacãra Moreni. Entrò così in scena il potente Lica che realizzò l’impossibile: far concludere Vitorul-Electrodul Slatina 18-0 coi giocatori rimandati in campo quando già erano sotto le docce per fargli segnare qualche gol in più, visto che dal campo del rivale Flacãra giungevano notizie contraddittorie sul risultato finale. Guadagnata la serie A, a Scornicesti, 10 mila abitanti, venne costruito uno stadio con 20 mila posti a sedere; il Vitorul sfiorò una clamorosa qualificazione alla Coppa Uefa ma poi tutto s’interruppe perchè Ceausescu a fine ’89 venne arrestato e ucciso e in città, come in tutta la nazione, tutto cambiò.

La gente si ribellò alla politica del collettivismo e si appropriò di pezzi di tutto, dai trattori ai telai ai maiali, depredando fabbriche e aziende agricole. In pochi mesi a Scornicesti non rimase in piedi nulla, le industrie chiusero, il 60% degli abitanti fu costretto a emigrare. Anche lo stadio cadde in rovina: pericolante e diroccato, è occupato oggi da famiglie diseredate che lo hanno riconvertito a propria abitazione.

Una sola cosa è ancora in piedi, meta ininterrotta di visitatori nostalgici: la casa natale di Ceausescu. La casa dove Nicolae tornava spesso per ricordare a tutti di essere rimasto pur sempre il figlio eletto della classe lavoratrice. Bacioni, Nicolae.

Benedetto “piacere”: il Nirvana di Hesse (María)

Su un aspetto, almeno, il porno mente: i colori. Nessuna ha le piccole labbra rosa brillanti, ma siccome nessuna se le guarda, le piccole labbra, tutte credono alle fattucchierie degli ingegnosi cineasti dell’hard. Ora, per fortuna, ci ha pensato María Hesse a farcele vedere, queste benedette piccole labbra, in un delizioso libro illustrato, Il Piacere, in uscita giovedì con i tipi di Solferino.

Un po’ trattato d’anatomia, un po’ pamphlet femminista, un po’ romanzo di formazione erotica, un po’ storia di iniziazione al sesso: è tutto questo il Nirvana secondo Hesse, María Hesse, la cui Buddità passa innanzitutto dalla clitoride, dalle chiacchiere viziose con le amiche, dai giochi solitari e dai trucchi delle antiche maestre della seduzione, quali Eva e Cleopatra, Mata Hari e Colette, Hedy Lamarr e Saffo.

Furono proprio i pensosi e lussuriosi greci a scoprire il magico potere della kleitorìs, tanto da cucirle intorno un verbo tutto suo, kleitoriàzein, ovvero l’arte di accarezzarla. Dopodiché passarono oltre mille anni prima di certificare – nel 1559 – l’esistenza medica della clitoride, grazie agli anatomisti Matteo Realdo Colombo e Gabriele Falloppio. E solo in tempi recenti, dal 1998, l’urologa Helen E. O’Connell s’è messa a dissezionare scientificamente il piccolo organo del piacere femminile, pubblicando nel 2005 (!) uno studio con le sue rivoluzionarie scoperte: la clitoride è simile a un pene, ma con molte più terminazioni nervose, circa ottomila.

Amplessi sulle scope, “vagicure” – ovvero l’arte della manutenzione della piccoletta – e sex toys: il menu è ricco e piccantino, e mescola autobiografia e Storia, film e serie tv, Monologhi della vagina e Trono di Spade, masturbazione e concepimento, prime volte e violenza (anche subdola: grey rape), ma soprattutto tanta letteratura, il sale dell’erotismo.

Nel suo viaggio onirico-erotico María vanta compagne di avventura come Anne Sexton, e La ballata della masturbatrice solitaria; Simone de Beauvoir, e il Secondo sesso; Anaïs Nin e il Fuoco. Più chiaro di così…

Hesse ha il tocco giusto, lieve e incantato, per sbozzare una guida al piacere non volgare né grossolana. Dalla sua, l’illustratrice possiede il talento di dispensare con equilibrio la carota e il bastone (metafore non sessiste, ndr), ricorrendo da un lato ad aneddoti curiosi – ad esempio, esistono più foto di Marilyn Monroe mentre legge vestita rispetto agli scatti di lei nuda e ammiccante – e dall’altro a informazioni scioccanti, come i dati sulle mutilazioni genitali, che ancora oggi ogni anno vengono inflitte a tre milioni di bambine nel mondo.

Non mancano nemmeno i gossip ante litteram sulle tentazioni e le tentatrici, etichettate spesso come streghe: la leggenda vuole infatti che queste donne infoiate spalmassero i manici di scopa con un unguento di belladonna per poi salirci sopra, strofinarseli contro la vagina e, così, spiccare il volo… Viceversa, nell’Inghilterra vittoriana, l’orgasmo viene medicalizzato e controllato: sono gli stessi dottori a procurarlo alle pazienti perché – dicono – è un’ottima terapia contro l’isterismo. Ma, infine, arriva Sigmund Freud, con la sua pese del Novecento – la psicoanalisi –, a sminuire di nuovo il godimento femminile, derubricando a infantile l’orgasmo clitorideo: per lui, una vera signora non può che venire con la penetrazione.

Hesse, opportunamente, concede ai genitali maschili solo poche righe, così come agli stereotipi di genere, pur con qualche considerazione banale sull’immarcescibile punto G e i misteri orgasmici. Sono misteriosi, bene, lasciamoli misteriosi, non c’è bisogno di “conoscere” tutto, come l’uomo biblico con la sua donna; e infatti i francesi – che ne sanno una più del diavolo – si astengono dal definire quel momento, chiamandolo sibillinamente “la petite mort”.

Torniamo a Lilith, altro che Eva, par suggerire l’autrice: la donna volitiva e incandescente, che si scoccia presto del suo amante. Proprio non ne può più di “stare sempre sotto, alla lettera”, persino nell’amplesso. Eppure si accoppiano nell’Eden: “Ma che razza di paradiso è quello in cui non le è permesso avere neppure un orgasmo?”. Al diavolo Adamo e addio giardino: un posto senza Il Piacere femminile è stato creato sicuramente da un maschio egocentrico.

Riprogettiamo le nostre città o il clima ci colpirà più forte

Non chiamatele bombe d’acqua. Mi ricordano i gavettoni. Esistono da sempre e sono correttamente denominate nubifragi, fortunali, temporali, diluvi, tempeste: ne sono pieni i racconti di Moravia. Meteorologicamente si tratta di precipitazioni intense con raffiche di vento. Se le correnti roteano vorticosamente sono trombe d’aria o tornado. Gli uragani e i tifoni sono invece tipici degli oceani tropicali, ma il termine può essere usato in senso figurato anche nel nostro clima.

L’estate 2020 appena conclusasi di questi fenomeni ne ha visti tanti: Brescia, Palermo, Messina, Brianza e Milano, Bormio, Torino, Merano, Verona, Cortina, per citare i più evidenti. Ma la memoria è corta e ci dimentichiamo quelli dell’estate 2002 e 2014, o le alluvioni della Valtellina e del Monferrato nel luglio e agosto 1987, nonché l’interminabile elenco di eventi dell’estate 1977. La domanda inevitabile è: dipendono dai cambiamenti climatici? La risposta è complessa: “Solo in parte”. Molti i fattori in gioco.

Le tempeste hanno da sempre costellato il nostro clima. Non c’è comune che non annoveri nelle cronache storiche il temporale distruttivo con grandine, tetti scoperchiati e alberi sradicati, l’esondazione di corsi d’acqua, l’allagamento di edifici, il crollo di ponti e strade. La statistica però è ancora incompleta. Mediamente i dati meteorologici disponibili sul territorio hanno un secolo, in pochi casi un paio. I documenti più antichi raramente sono completi e organizzati in banche dati digitali, ci sono interi archivi cartacei ancora da esplorare. Quindi capire se un fenomeno meteo è eccezionale o meno è tutt’altro che facile, anche per la natura molto localizzata di questi eventi, talora inferiori a un km di diametro e dunque in grado di sfuggire alle osservazioni.

Comunque possiamo dire che in una certa misura il danno idrogeologico è inevitabile, fa parte della nostra geografia e avverrebbe anche con la miglior prevenzione e manutenzione possibili, prova ne è che accade pure nell’organizzatissima Svizzera. Su questo pericolo intrinseco ai luoghi si innesta dal Secondo dopoguerra la cementificazione del territorio: più si urbanizza, più si aggiungono infrastrutture, strade, parcheggi, ferrovie, aeroporti, acquedotti, fognature, linee elettriche, antenne, gasdotti, capannoni, più aumenta la vulnerabilità (le cose da distruggere e la gente che può farsi male), più aumenta la portata dell’acqua a causa dell’impermeabilizzazione del suolo. Questa alterazione del territorio rappresenta a oggi la causa più vistosa di aumento del rischio idraulico e dell’entità dei danni. In sostanza un nubifragio di uguale intensità avvenuto all’epoca di Dante e oggi, provoca nel secondo caso guasti enormemente più gravi: pensiamo all’enorme capitale di auto devastate da una grandinata che un tempo non c’erano. Questo fatto distorce le valutazioni dell’intensità meteorologica in mancanza di dati misurati da strumenti: siamo portati a dare più peso alle perdite monetarie e alle eventuali vittime che al parametro meteorologico in sé.

Anche senza chiamare in causa il cambiamento climatico, i danni sono in continuo aumento per il solo effetto di un territorio sempre più abitato e costruito. Ma a complicare il quadro, ecco negli ultimi decenni sovrapporsi al fenomeno naturale anche il riscaldamento globale. La temperatura è aumentata globalmente di oltre un grado nell’ultimo secolo. Un’atmosfera più calda di un grado può ospitare il sette per cento in più di vapore acqueo, quindi può generare precipitazioni più intense. Le maggiori differenze termiche possono attivare venti più distruttivi. Ma è difficile separare questo nuovo ingrediente da quello di base.

È sicuro che un’influenza ci sia, ad esempio, un Mediterraneo più caldo fornisce più “combustibile” alle nostre perturbazioni, ma di quanto le amplifica? Possiamo solo dire che gli eventi estremi sono probabilmente più intensi e frequenti del passato ma è per ora arduo quantificare questo incremento. Emergono primi segnali: le piogge di questo agosto a Cortina e a Vipiteno sono record assoluti in cent’anni. Per il futuro, con l’ulteriore aumento della temperatura è ragionevole attendersi una recrudescenza delle tempeste. Soluzioni? Smettere di inquinare, smettere di cementificare, iniziare a progettare diversamente le nostre città, vedi Copenaghen e Tokyo che lavorano sopra le strade per diffondere più verde e sotto le strade per costruire enormi cisterne e condotte in grado di smaltire i nubifragi più rovinosi di un vicino domani.

Lampedusa scoppia: in mille nell’hotspot. Navi bloccate, il sindaco convocato a Roma

Il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, incontrerà domani il premier, Giuseppe Conte, per discutere dell’emergenza sbarchi sull’isola. Sarà presente anche il governatore siciliano, Nello Musumeci. Un annuncio volto a stemperare il clima teso degli ultimi giorni, culminato nella minaccia – agitata da sindaco e imprenditori locali scesi in piazza – di uno sciopero generale “contro il silenzio del governo” sulla questione migranti. Tra i manifestanti anche alcuni politici della Lega: Attilio Lucia, coordinatore del Carroccio a Lampedusa, chiede il totale sgombero dell’hotspot di contrada Imbriacola e le dimissioni del primo cittadino. Dopo l’annuncio del vertice, ogni decisione in merito allo sciopero, è rinviata a mercoledì.

Intanto potrebbe slittare l’arrivo della nuova nave per la quarantena dei migranti che dovrebbe alleggerire la pressione sull’hotspot, ancora in emergenza con circa 1.000 persone presenti in questo momento (su una capienza di 192 posti). Molte persone sono costrette a dormire all’aperto. Includendo anche gli ospiti della Casa della fraternità (gestita dalla parrocchia lampedusana) sono 1.200 i migranti presenti attualmente sull’isola. Le condizioni meteo hanno già bloccato la partenza dell’aliscafo da Porto Empedocle e potrebbero creare altri problemi alle navi dirette alle Pelagie. Domani, poi, dovrebbero arrivare altre due grandi imbarcazioni, che affiancheranno le già presenti “Aurelia” e “Azzurra”, portando così a 5 le navi-quarantena a disposizione. Altri ospiti dell’hotspot dovrebbero salire sul traghetto di linea “Lampedusa” per essere trasferiti a Porto Empedocle, ma anche questa partenza subirà probabilmente dei ritardi. Gli unici trasferimenti di migranti – prima del peggioramento delle condizioni meteo-marine – sono avvenuti su due motovedette, una della Guardia di finanza e una della Guardia costiera, che hanno evacuato 307 ospiti dell’hotspot. I 217 a bordo del pattugliatore “Dattilo” della Guardia costiera, però, non sono ancora sbarcati: la nave è rimasta attraccata a Porto Empedocle con i migranti a bordo. Predisposto un cordone di sicurezza e sorveglianza per tutta la notte. I migranti sbarcheranno solo quando – verosimilmente oggi – saranno trovati i posti necessari a ospitarli.

Sempre a causa del mare mosso, ieri non sono stati avvistati nuovi barchini diretti verso l’Italia. Oggi a Lampedusa sbarcherà la task force annunciata dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, che dovrà verificare le condizioni sanitarie della struttura di accoglienza.

Sicilia in fiamme: “Un attentato opera di criminali”

“Appare chiaro a tutti l’attentato che abbiamo subìto. Non sono servite bombe, armi, ma hanno distrutto il nostro territorio. Dichiareremo lo stato di calamità, perché la montagna per noi era vita, ossigeno, acqua e per tanti lavoro. Un attentato che ci costerà carissimo dal punto di vista di risorse e di cuore”. Lo ha detto la sindaca di Altofonte (Palermo) Angela De Luca dopo l’incendio che ha distrutto centinaia di ettari di polmone verde. Sono andati in fumo almeno 600 ettari tra boschi e campi. Oltre mille le persone sfollate. Il rogo – divampato contemporaneamente in punti diversi e si è diffuso anche a causa del vento di scirocco – ha distrutto il bosco della Moarda e proseguito verso Portella della Ginestra e Piana degli Albanesi.

Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, parla di incendio doloso: “I criminali che hanno appiccato il fuoco ad Altofonte, in sei punti diversi, a favore del vento, hanno compiuto un atto violento che sta pagando l’intera popolazione. È stata una notte molto difficile – racconta –. Un gesto criminale che distrugge una parte importante della natura i cui effetti saranno pagati dalla popolazione locale”. La stessa popolazione che nel corso della notte è stata chiamata per le strade, attraverso messaggi sui social. “Scendete a valle del paese, subito” è stato l’appello lanciato su Facebook dalla sindaca di Angela De Luca.

Fiamme domate a fatica anche nei boschi e nei campi anche in provincia di Trapani. A San Vito lo Capo a ovest di Palermo, nella località di Macari e nella riserva naturale dello Zingaro, che già nel 2012 era stata distrutta dalle fiamme. Anche nel Lazio, a Sperlonga (Latina), sono andati in fumo più di 200 ettari vegetazione.

In totale gli interventi dei Vigili del Fuoco nel weekend in tutta Italia sono stati oltre 1.500.

Benzina contro gli stranieri: “like” del candidato

“Una tanica di benzina e via”. E all’appello, degno delle SS, si associa il candidato sindaco ad Avezzano della Lega, Tiziano Genovesi, che mette “mi piace” a un commento su Facebook che invitava a dare fuoco ai 25 migranti in arrivo a Paterno, frazione del capoluogo della Marsica. Questa la soluzione alla redistribuzione degli immigrati sbarcati a Lampedusa prospettata, sui social, da un simpatizzante virtuale del Ku Klux Klan, residente ad Avezzano dove tra venti giorni si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale. E nessuno si aspettava pure l’imprimatur a mezzo like dell’aspirante primo cittadino, 40 anni, in corsa per il Carroccio insieme a Fratelli d’Italia.

A dar notizia del post inneggiante al pogrom etnico è il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo, d’origine abruzzese, che attacca: “I leghisti della Marsica stanno protestando contro l’arrivo di 25 migranti e danno sfoggio di tutto il loro repertorio di barbarie nazista. Questi miserabili, politicanti nazistelli del terzo millennio, non hanno nulla da dire e da proporre se non fomentare l’odio razziale e finte emergenze. Quando un candidato sindaco, non un semplice cittadino, condivide messaggi criminali di questo genere, si supera ogni livello di indegnità e si legittimano i peggiori istinti e comportamenti”.

E pensare che, aggiunge Acerbo, “pochi mesi fa le imprese agricole della Marsica hanno dovuto organizzare voli speciali dal Marocco per far fronte alle esigenze di manodopera”. Intanto, al grido di “Stop invasione”, gli attivisti avezzanesi della Lega hanno bloccato l’accesso all’ex centro professionale della Cisl di Paterno, nella cui struttura, riqualificata, saranno trasferiti i 25 richiedenti asilo. “Un nuovo domani ha inizio oggi”, recita lo slogan elettorale di Tiziano Genovesi.