Salvini si appropria dello spot della Ringo, ma la Barilla si dissocia e lui modifica il post

Dove c’è Barilla c’è casa, ma non Salvini. La Bestia social del leader leghista sembra non azzeccarne più una, al punto da venire sbugiardata pubblicamente dalla nota azienda per un post sbagliato. Impegnato nell’ennesimo tour elettorale, ha twittato “Uniti si vince” con una foto che fa il verso alla storica pubblicità dei biscotti Ringo.

Tutti ricordiamo le due mani che si danno il cinque e poi spezzano un biscotto, il Ringo per l’appunto. Un inno all’amicizia senza pregiudizi. Salvini, nonostante la sua propaganda xenofoba, ha pensato di poter replicare la stessa scena. Sul profilo Twitter della Lega sono apparse così due foto: da una parte la storica pubblicità e sotto il leader leghista che stringe la mano a un ragazzo di colore accompagnato, per l’appunto, dalla scritta “Uniti si vince”. Sui social è esplosa la protesta che ha investito in pieno Barilla, che detiene il marchio Pavesi produttore dei Ringo. Immediata la replica: “Il Gruppo non autorizza l’utilizzo dei propri marchi da parte di nessun movimento o gruppo politico”. Salvini, per una volta muto, ha cambiato il post.

Natalya, musa del regime di Minsk

La dittatura è il nostro brand” e il mondo intero ne ha bisogno. Sono le parole della donna più vicina al presidente Aleksandr Lukashenko; Natalya Eismont, 36 anni, di cui gli ultimi sei trascorsi accanto all’uomo che la parte di Minsk in rivolta vuole cacciare via dalla poltrona che occupa dal lontano 1994.

Chi vuole sapere come la pensi la segretaria del presidente – la donna che ne forgia immagine, verbo e propaganda -, può seguire il canale Telgram Pul Pervogo, dove Lukashenko appare, da una notizia all’altra, col fucile automatico in spalla o in elicottero mentre sorvola la Capitale deserta, dove nessuno protesta contro il suo governo per strada. Oppure si può ascoltare Natalya in persona parlare alla tv di Stato mentre difende i metodi del suo leader dal pugno di ferro: “La dittatura acquisisce sempre più connotazioni positive, intorno a noi c’è caos e disordine e c’è sempre più richiesta di dittatura” nella società e nel mondo. Prima di arrivare ai palchi dei comizi politici, è stata una debuttante dietro i sipari dei teatri. Ex studentessa di arte drammatica dell’accademia della Capitale, è diventata una stagista del canale di Stato dove ha cambiato il suo cognome da nubile – Kirsanova – quando ha sposato Ivan Eismont, ex poliziotto di Grodno, diventato star dei teleschermi bielorussi grazie a sua sorella, presentatrice. Natalya ottiene repentinamente la conduzione di un programma di notizie su Minsk, di cui è volto e voce principale, ma prima di rimanere al microfono da sola prende lezioni di lingua bielorussa. Spiega meglio di tutto in che ecosistema mediatico viva la Bielorussia un documentario pubblicato su Youtube dal canale Belsat dove si vede Lukashenko chiamare ogni giornalista per nome e cognome e dove rivolge domande su famiglia e vita privata ai reporter, e non il contrario. La coppia della propaganda statale comunque diventa presto favola celebre da rotocalco: Ivan ottiene medaglie per meriti alla cultura dal presidente dopo aver raggiunto i vertici della tv nazionale, Natalya, con un balzo di carriera, però lo supera passando dagli schermi tv agli scranni del potere, divenendo la donna più vicina a Lukashenko. Come? È stato il giornale lituano Meduza a ricordare che da un certo periodo in poi la segretaria più famosa della Bielorussia ha cominciato a pubblicare foto in cui abbracciava Darya Shmanai, ex regina di bellezza di Minsk, diventata assistente dell’amministrazione presidenziale mentre era al centro di pettegolezzi e gossip che la volevano amante del caudillo sovietico.

Adib è il nuovo premier, benedetto dalla Francia

A poche ore dall’arrivo del presidente francese Emmanuel Macron, il capo dello Stato libanese, Michel Aoun, ha riempito il vuoto lasciato lo scorso mese dalle dimissioni di Hassan Diab nominando nuovo primo ministro Mustafa Adib. L’ex ambasciatore di religione sunnita, inviato in Germania a rappresentare il Libano – pur non essendo un diplomatico di formazione – nel 2013 dall’allora premier Najib Mikati, è visto infatti di buon occhio dall’Eliseo avendo anche la nazionalità francese ottenuta dopo aver sposato una parigina e grazie alla sua conoscenza dei poteri forti europei, a partire da quelli francesi. La Francia, per storia e consuetudine, è sempre stata il ponte politico-finanziario principale tra il Libano e l’Europa, nonchè l’Occidente. Subito dopo le imminenti elezioni presidenziali statunitensi anche il prossimo presidente degli Usa entrerà, anzi rientrerà nel “grande gioco” che si sta facendo ancora una volta in Libano, un paese legato a doppio filo all’Iran attraverso Hezbollah, arcinemico di Washington.

Adib è diventato premier grazie al sostegno unanime dei legislatori e dei leader musulmani sunniti – a partire dall’ex premier Saad Hariri – che costituiscono il blocco più numeroso, così come quello degli altri principali gruppi settari: gli sciiti di Hezbollah e di Amal; i cristiani maroniti del Movimento Patriottico Libero guidato da Gebran Bassil (genero di Aoun) ex ministro dell’energia e dell’acqua e per questo uno dei politici più odiati dalla popolazione. Che ancora una volta tornerà in piazza dei Martiri in massa per protestare, anche contro questo nuovo premier, oggi in concomitanza con la visita di Macron. La popolazione che da un anno manifesta quasi quotidianamente nelle piazze delle principali cittá libanesi contro la casta politica accusata in toto di corruzione, dopo la devastante esplosione di inizio agosto è ancora più determinata a mettere in discussione l’assetto politico e coloro che lo rappresentano. A giudicare dalle prime reazioni anche Adib, ex politico oltre che ex ambasciatore e quindi accademico, viene bollato dai libanesi, impoveriti dalla devastante crisi economica, come un uomo del sistema che non può, non è in grado o non vuole, sfuggire alla presa dei tentacoli della piovra mafiosa che ha portato il Libano alla bancarotta e gettato nella miseria la maggior parte della popolazione.

Il nuovo premier ha detto che spera di attuare importanti riforme, quelle che chiede non solo la Francia ma anche il Fondo Monetario Internazionale. Parigi nel 2018 aveva promesso all’allora primo ministro Saad Hariri un’ennesima tranche di 11 miliardi di euro in cambio di riforme strutturali che però non sono mai state fatte e pertanto il “tesoretto” è ancora a Parigi. Per questo la seconda visita di Macron in nemmeno un mese è ritenuta da tutti cruciale. E Manu (il diminutivo dato a Macron) lo sa, come lo sa il nuovo premier libanese e come lo sanno gli sciiti libanesi che ora, pur di fare buona impressione su Macron, e far dimenticare la recente sentenza emessa dal Tribunale internazionale speciale creato per fare luce sull’assassinio di Rafiq Hariri – padre di Saad ed ex premier nel 2005 – sono disposti a rimanere in secondo piano per un po’. Del resto lo stesso Macron sembra voler trovare un modo per dialogare con il “diavolo” Hezbollah con l’obiettivo di riaprire e ampliare i rapporti con l’Iran approfittando della “distrazione” di Trump impegnato a farsi rieleggere. Il popolo libanese ha capito che anche Macron sta cercando di usare le disgrazie dell’ex Svizzera del Medio Oriente e, al contrario di un mese fa, non crede più nell’amicizia “spassionata” dell’Eliseo. Inoltre la piazza avrebbe voluto e lotterà per avere un altro premier, anche se l’accademico Adib non è certo odiato come gli ultimi primi ministri.

Suprematisti tutti casa e preghiere

La battaglia di Portland che sabato notte, dopo tre mesi di proteste e scontri, ha fatto una vittima, un Patriot Prayer sostenitore di Donald Trump, andato a sfidare quelli di Black Lives Matter, induce il presidente candidato a inasprire la sua linea Law and Order. E apre uno squarcio nella geografia dei movimenti che vogliono la rielezione del magnate. Trump su Twitter: “A Portland c’è il caos, ed è così da molti anni. Se questo zimbello di sindaco non fa pulizia andremo lì e la faremo noi per lui.” Ce l’ha con Ted Wheeler, un democratico, suo bersaglio da varie settimane. Poco prima, aveva scritto: “Il solo modo per fermare la violenza nelle città come Portland guidate dai democratici è la forza!”. “Trump incoraggia la violenza”, replica Wheeler, che s’è già opposto all’invio nella sua città della Guardia Nazionale e di agenti dell’Fbi: “La campagna di paura portata avanti dal presidente è anti-democratica”.

La vittima di Portland si chiamava Jay Bishop, come l’identifica la polizia, o Aaron Jay Danielson, come l’identificano online i suoi compagni. I Patriot Prayer – che ora su GoFundMe lanciano una sottoscrizione per la famiglia della vittima – sono un gruppo di estrema destra ‘moderata’: nel loro caso, più che di alt-right, cioè ‘estrema destra’, si parla di alt-lite, una destra che respinge il suprematismo. Almeno a parole; resta poi il fatto che i contatti con i gruppi violenti come i Proud Boys ci sono e che spesso questi si mischiano ai raduni dei Patriot. “Al diavolo i suprematisti, al diavolo i neo-nazisti”, ha detto in qualche comizio il loro leader e fondatore, Joseph Owan Gibson. Portland è la loro base. i Patriot Prayers sono per la libertà di espressione, contro le mascherine anti-pandemia e contro il big government, l’ossessione di ogni destra negli Stati Uniti. Una loro tattica consueta è fare come sabato sera: un’incursione pro- Tump in territorio ‘nemico’, cioè in un’area Black Lives Matter, provocando la reazione degli anti-razzisti. Sabato sera, qualcuno ha risposto alle pallottole di vernice con pallottole vere. I Patriot Prayer sono un piccolo gruppo – il nucleo centrale sarebbe formato da una quindicina di persone – ma nuclei più nettamente suprematisti o di estrema destra, come i Proud Boys e gli Hell Shaking Street Preachers, si mescolano alle loro manifestazioni, provocando tensioni, violenze e tafferugli. Poco si sa della vittima di Portland. Parecchio, invece, si sa di Gibson, 37 anni, che fondò il gruppo nel 2016. Nel 2018, Gibson, che ha origini irlandesi e giapponesi, corse nelle primarie repubblicane per un seggio di senatore dello Stato di Washington, di dov’è originario e dove risiede: raccolse appena il 2,3% dei voti. Nei suoi discorsi, Gibson è contro Antifa, una coalizione anti-fascista, che Trump equipara a terroristi, ma è pure critico nei confronti dei nazionalisti bianchi. Sovente nei guai con la giustizia, Gibson ha uno strano rapporto con la polizia di Portland: in un caso specifico è stato appurato che c’erano stati scambi di messaggi con un agente in occasione di manifestazioni. Il poliziotto non è stato perseguito perchè non è stato riscontrato un reato. La piattaforma politica di Gibson è un mix aggrovigliato d’ispirazioni diverse: un percorso alla cittadinanza per i migranti clandestini non delinquenti, ok alla marijuana e ai matrimoni gay, no ai mandati senza limite in Congresso, un’Iva nazionale – attualmente è statale – e niente fisco. Nonostante la natura provocatoria del suo stile di protesta, come detto, c’è più di un segnale che le forze dell’ordine hanno un filo diretto con Gibson.

L’uomo che è stato ucciso a Portland sabato sera aveva una toppa Thin Blue Line sui pantaloncini: è la sottile linea blu, con cui i poliziotti si identificano. I Patriot Prayer sono l’ennesimo tassello di una campagna elettorale molto tesa. Oggi, Trump sarà a Kenosha, la località del Wisconsin dov’è stato ferito alla schiena Jacob Blake: l’agenda finora diffusa dalla Casa Bianca, non prevede incontri con la famiglia dell’afro-americano cui un agente ha sparato sette colpi di pistola alle spalle, ma cita la volontà del presidente di portare solidarietà alle forze dell’ordine, “poliziotti eroi” impegnati a contrastare anarchici e antifa il cui obiettivo, dice il magnate, è mettere a ferro e fuoco le città e farlo perdere. “Il presidente non dovrebbe venire a Kenosha, non è quello di cui abbiamo bisogno ora”, sostiene, però, il governatore del Wisconsin Mandela Barnes: la presenza del Trump rischia di fare riesplodere le tensioni. Con il mantra Law & Order Trump pensa di avere trovato, grazie alle tensioni che attraversano l’Unione e che lui stesso alimenta, un filone equivalente all’emigrazione 2016, per risalire la china dei sondaggi e vincere il 3 novembre. I sondaggi danno avanti Biden, ma il vantaggio s’è assottigliato negli ultimi giorni. Dopo il Labour Day, lunedì 7 settembre, Biden andrà in altri Stati incerti: Arizona, Minnesota e Wisconsin.

Mail Box

 

Il taglio determinerebbe un risparmio di risorse

L’articolo di Travaglio “Il taglio dei pagliacci” pone sicuramente, in capo ai politici, anche un problema etico/morale in quanto la proposta di una sforbiciata degli eletti determina, in favore dell’istituzione parlamentare, un riequilibrio tra cittadino e corpo legislativo nonché un notevole risparmio di risorse. Inutili sono le giustificazioni a tutela della rappresentanza in quanto, come ben evidenziato anche nei vostri numerosi servizi, restiamo il Paese con il più alto numero di parlamentari. Il senso di responsabilità della nostra classe politica dovrebbe essere proprio convergente nel consenso, unanime, nei confronti di questa riforma. Chiudo con una segnalazione sottaciuta dai media: il commissario Ue al commercio Phil Hogan si è dimesso per aver partecipato a una cena a Dublino con 80 persone ignorando le norme anti-covid emesse dal governo irlandese. Mi sembra un bell’esempio da imitare per fatti altrettanto rilevanti.

Mario Valentino

 

Il “Fatto” è il vaccino contro il negazionismo

Il Covid ha causato più di 35mila morti, e molti fascioleghisti dicono che non è più pericoloso. Il virus fascista ha causato più di 500mila morti, e molti fascioleghisti dicono che non è più pericoloso. Secondo me il Fatto Quotidiano è un ottimo “vaccino” contro possibili contagi dalla terribile e dilagante malattia che è il negazionismo.

Claudio Trevisan

 

Montanelli docet: Pertini era il meglio del peggio

Gentile direttore, a proposito del presidente Sandro Pertini come “il più amato dagli italiani”, vorrei ricordare la definizione che ne diede Indro Montanelli a chiusura di un suo editoriale divertente e ironico (cito a memoria): Un presidente che ha espresso al meglio il peggio degli italiani.

Elena Monarca

 

Condizionatore, vera schiavitù per il corpo

Da quando sono andato in pensione ho finito di soffrire il caldo. Sono tornato alle ottime condizioni di anni fa senza i condizionatori. Il motivo è semplice. Alle variazioni di temperatura estate/inverno il fisico si adatta facilmente. Con l’avvento dei climatizzatori, il nostro corpo salta continuamente da una condizione di leggero benessere al fresco, a una di insofferenza e disagio al caldo, e non si abitua mai. Oggi passo la maggior parte del tempo in casa o all’aria aperta e nonostante il caldo sto bene. Quella del condizionatore e del fon sono tra le più assurde e insensate invenzioni che ci costano un enorme spreco di energia, con le conseguenze negative sull’ambiente che conosciamo.

Livio Artusi

 

Gli “smemorati” negano i favori apportati dal Sì

Caro Marco, grazie per il tuo granitico impegno in difesa del Sì, purtroppo non solo ci sono i vari “smemorati” che non ricordano come i pesci rossi ciò che hanno predicato per anni sulla indifferibile necessità delle riduzione del numero dei parlamentari, e non ci riferiamo solo a Repubblica, ma anche a illustri politici che a cominciare dal 1970 – anno dell’istituzione delle Regioni (quindi di una nuova rappresentanza più vicina al popolo) – tuonavano con la necessità di ridurre il numero dei parlamentari, considerando la nuova forza del voto locale che avrebbe permesso una vera rappresentanza del volere popolare. Sarebbe opportuno conoscere l’attività politica di questi personaggi degli ultimi 50 anni e quale contributo hanno dato allo sviluppo della democrazia, della applicazione totale della Costituzione, e perché continuano a negare che non è il numero che conta ma la qualità degli eletti che non dovrebbero essere nominati col Rosatellum incostituzionale, ma con una nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento almeno al 5 per cento.

Paolo Schiavon e Giovanni Spisa

 

Roma: prevenire i molti incendi non è impossibile

Sono ormai circa due mesi che la nostra meravigliosa Roma è funestata da incendi quotidiani, sia nelle zone semicentrali che nell’estrema periferia. Le modalità sono sempre le stesse: verso le 14 o le 15, presenza di forte vento caldo, località che più o meno si ripetono. Anche le “manine” si ripetono visto che nelle vicinanze c’è stranamente sempre un campo rom. Anche le finalità sono quasi sempre le stesse; eliminazione di varie tipologie di rifiuti. Ma se un normale cittadino sa tutte queste cose, perché le forze dell’ordine, visto che trattasi di reati ambientali, non le prevengono? Basterebbe per esempio qualche drone o qualche elicottero che volasse in quei posti, a quegli orari e con quelle determinate condizioni meteo! Quanto risparmio ci potrebbe essere anche per l’ambiente e la salute!

Stefano Gioia

 

I NOSTRI ERRORI

Sul Fatto Quotidiano di ieri 31 agosto, in prima pagina, abbiamo scritto erratamente il nome di Otto Adolfo Eichmann, la cui grafia esatta non prevede l’h iniziale prima del cognome. Ci scusiamo con i lettori.

FQ

Sport. Tutte le Federazioni private (coi soldi pubblici) vanno riformate

 

Gentile direttore Travaglio, ho letto gli articoli relativi al presidente del Coni Malagò e alla posizione di molti presidenti di Federazioni sportive che anelano all’ennesima riconferma della carica. La bozza del ministro Spadafora classifica le Federazioni quali enti privati, ma ciò è in contrasto con quella giurisprudenza per cui hanno natura giuridica “mista”. Oltre a intervenire sui mandati, una vera riforma dello sport dovrebbe affrontare in primo luogo tale questione e far sì che i presidenti federali tornino a essere consapevoli del loro ruolo di pubblico ufficiale.

Pio Macchiavello

 

È la madre di tutte le questioni del diritto sportivo: qual è la vera natura delle Federazioni? Per la legge italiana è privata, ma la realtà è più complessa. In Italia sono 44, promuovono le varie discipline nel Paese e prendono oltre 250 milioni di fondi pubblici all’anno: basti pensare che ben 26 si reggono per oltre il 50 per cento su contributi statali (secondo il bilancio Coni 2018, da quando con la riforma Giorgetti il Comitato ha perso competenza sulle Fsn non abbiamo più nemmeno questi preziosi dati). Anche le più ricche, come tennis, rugby, calcio, che rivendicano autonomia, hanno un ruolo pubblicistico. È mai possibile che un organismo con funzioni e spesso soldi pubblici possa agire da privato? Sì, secondo la legge Melandri del ’99, il grande equivoco da cui derivano tanti mali del movimento: scarsa trasparenza, spreco di denaro, gestioni discutibili, anche del Coni ma non solo del Coni, su cui si è accanito il dibattito politico, dimenticando il resto. Il Coni ha vigilato solo a corrente alternata. Ora ci prova il governo, col ministro Spadafora che ha espresso il lodevole intento di esercitare un maggiore controllo. Ma è chiaro che fin quando le Federazioni avranno questo privilegio giuridico sarà difficile farlo. Che si tratti di un paradosso, comunque, lo dimostra anche la giurisprudenza, molto divisa al riguardo. Il nostro lettore cita giustamente alcune sentenze che stabiliscono la natura “mista” (pubblica e privata, a seconda dei casi in cui operano), ce ne sono anche altre di orientamento diverso. Nel 2019 la questione era finita addirittura alla Corte di Giustizia Ue, che però ha espresso solo principi generali e recentemente la Corte dei Conti ha dato ragione alle Federazioni contro l’Istat, che voleva includerle nell’elenco delle PA. Una vera riforma dello sport, forse, dovrebbe partire proprio da qui.

Lorenzo Vendemiale

Su Ong e migranti anche il governo italiano (come tutti) finge di dormire

Nel suo bellissimo articolo di ieri Tomaso Montanari ci ha raccontato l’indissolubile legame fra arte e politica di cui è espressione la nave “Louise Michel”, finanziata da Banksy coi proventi delle sue opere per soccorrere i migranti che naufragano nel Mediterraneo. Ha motivato la sua scelta con lapidaria semplicità: “Come molte persone che ce l’hanno fatta nel mondo dell’arte ho deciso di comprare uno yacht. L’ho convertito in nave di salvataggio perché le autorità europee ignorano le richieste di aiuto dei non europei”.

È successo di nuovo ieri. La “Sea Watch 4”, cioè l’imbarcazione di un’altra ong, ha dovuto invertire la rotta per rispondere alla richiesta di aiuto della “Louise Michel”, dopo che le autorità europee le avevano negato assistenza.

La situazione è esattamente quella descritta da Banksy: da tempo nel Mediterraneo le flotte degli Stati dell’Ue hanno smesso di prestare soccorso a cittadini non europei. E dunque solo (pochissime) navi allestite da volontari svolgono questa missione civile prevista dal diritto internazionale. Queste navi, per giunta, vengono ostracizzate da direttive statali che cercano in tutti i modi di disincentivarne l’attività.

“Le autorità europee dormono”, ha ironizzato ieri Banksy in un video. Ma avrebbe dovuto essere più preciso: fingono di dormire. Il governo italiano, ad esempio, mantiene in vigore il decreto che punisce severamente l’attività di soccorso, salvo chiudere un occhio sulle sanzioni pecuniarie. Lascia per lunghi periodi in mezzo al mare le navi delle ong stracariche di naufraghi, sperando che ciò scoraggi i volontari.

Questo tergiversare non può andare avanti a lungo. Conte, Lamorgese e Di Maio hanno il dovere di rispondere a una semplice domanda: le ong del soccorso in mare sono fuorilegge, e quindi vanno fermate? O invece svolgono una funzione di supplenza necessaria? Sveglia, rispondete!

Basaglia, i princìpi della legge sono validi. Vanno solo attuati

Mi ha un po’ sorpreso e sconcertato l’impostazione generale data all’anniversario di Franco Basaglia. Ne esce, mi pare, un Basaglia isolato, astratto, come calato dall’alto, mentre gli esiti della riforma manicomiale risultano decisamente limitati, con tanti pesi scaricati sulle famiglie. Seguii direttamente l’attuazione della riforma, soprattutto a Parma, più esattamente a Colorno, dove Basaglia operò sostenuto con grande energia e intelligenza dalla Provincia, in particolare da uno straordinario assessore alla Sanità Antonio Tommasini, comunista, poi “eretico”, e per la parte finanziaria da Fabio Fabbri, socialista, assessore al bilancio. Certo, lì potei constatare come quella riforma – che tanto dibattito aveva suscitato su Psichiatria Democratica e nei partiti di sinistra, in particolare – richiedesse dei mezzi notevoli per essere attuata in modo non velleitario. La Provincia di Parma possedeva, per esempio, un’azienda agricola a Vigheffio dove potei vedere un folto gruppo di ex ricoverati – contadini rimasti o lasciati soli, finiti nel buio della depressione – felicemente al lavoro. La Forestale inoltre si era presa in carico un altro gruppo di ex ricoverati montanari ospitandoli nelle proprie caserme e dando loro pure un piccolo salario. Anche a Voghera, dove c’era un ONP provinciale ospitato in una cittadella edificata su progetto dello stesso Lombroso, rammento che su circa 1000 ricoverati, 600 erano ex contadini soli, alcolizzati, abbandonati a se stessi. Un’altra città e istituzione manicomiale nella quale la legge n.180 poté trovare una attuazione che non gravasse sulle famiglie, fu Reggio Emilia: il direttore di quel Centro di Igiene Mentale era infatti Giovanni Jervis detto Gionni, anche lui di Psichiatria Democratica, che era stato con Basaglia a Trieste e poi era tornato in Emilia per attuarvi la riforma. In quell’area si muovevano altri basagliani come Agostino Pirella e Antonio Slavich. Anche in Umbria rammento iniziative supportate con energica e appassionata convinzione dalle Amministrazioni Provinciali competenti, tutte di sinistra all’epoca, con una classe dirigente di alto livello. Sindaco di Perugia era, tanto per dire, l’antropologo Tullio Seppilli, padovano di origine, che incrociò molte sue ricerche con la psichiatria d’avanguardia appoggiandola in modo convinto nello svuotamento del grande manicomio provinciale di Santa Margherita realizzato da psichiatri che si chiamavano Manuali, Sediari, Giacanelli, Brutti, Scotti. La legge n.180/1978 arrivò al traguardo del voto alla Camera in maggio, nel periodo, terribile, del sequestro Moro. Andreotti, all’epoca capo del governo, anni dopo confessò di aver avuto una esitazione nel firmarla. Semmai va detto chiaramente che la legge n.180, demandata per l’attuazione alle Regioni, ha avuto una applicazione spesso poco convinta e assai diseguale da zona a zona del Paese: più di trent’anni dopo i Centri di salute mentale erano poco più di 700, dei quali soltanto 16 attivi 24 ore su 24. Mentre le strutture residenziali superavano il migliaio ma con presenze molto diverse sul territorio fra Nord e Sud. Con tutto ciò, l’ultimo manicomio è stato chiuso nel 2002. Resistevano ancora alcuni Ospedali Psichiatrici Giudiziari (ex Criminali) i cui problemi ogni tanto riemergono e che ancora ospitano poco meno di mille malati. Nati nel 1877, centoquarant’anni più tardi, dopo l’inchiesta condotta dalla commissione parlamentare presieduta dal senatore Ignazio Marino, dovevano trasferire in residenze mediche specializzate gli ultimi reclusi in quella strutture di tipo carcerario. Questo per dire che i principi, i concetti curativi ci sono, ma che il bilancio della legge n. 180 in vigore da 42 anni ha bisogno più di mezzi e di centri sul territorio che non di ulteriori revisioni o annacquamenti.

 

La mandria sghemba di politici e manager cortigiani “No Virus”

Ha detto tutto Vasco Rossi: “Fottetevi da soli, negazionisti e tarrapiattisti del cazzo. (…) Siamo testimoni di un evento catastrofico. Molti non lo hanno ancora realizzato, ma è come se fosse esplosa una bomba nucleare. Una pandemia globale mai avrei pensato di vederla”.

È questo il punto: prendere atto dell’assoluta eccezionalità del tempo che stiamo vivendo. Un’eccezionalità tale da rendere sommamente stolto il tentativo di applicare le “vecchie regole” su economia, scuola, vita sociale, eccetera. Ovvio, no? No. Basta pensare ai negazionisti. Ci sono quelli mentecatti (certi gilet arancioni, non pochi youtuber). Quelli che negano il Covid per scaramanzia. E poi i peggiori: quelli che sanno benissimo che la situazione è grave, ma recitano la parte dei minimizzatori (se non proprio dei negazionisti) per interessi personali (attirare l’attenzione) e politici. Allo stato attuale, tale mandria sghemba di cortigiani incarna al meglio il peggio dell’Italia. Eccone alcuni esempi. Per tutelare la salute dei lettori, userò nomi di fantasia.

Il Becchino ex grillino. Prendete uno che, nel 2013, giocava al grillino per andare in tivù con la scusa che “io conosco bene Casaleggio”. E i talk, contenti come una Pasqua, lo usavano per dimostrare che i 5Stelle erano tutti sciroccati come quello lì. Il tempo passa, e per tirare avanti il tizio buffamente barbuto, si reinventa complottista-salviniano. Ma nessuno se lo fila. Allora lui alza la posta, facendo per esempio video – in chiaro debito di arteriosclerosi – bruciando mascherine. E nessuno continua a filarselo. Una prece.

Victor Peto. Neghi per mesi l’esistenza del Covid. Ti fai cacciare dalla Camera per recitare la parte del martire. Organizzi simposi al Senato a patto però che (quasi) tutti i partecipanti esibiscano la Certificazione di Perdurante Letargo Neuronale. Fai il duro, anche se hai 68 anni e ne dimostri 197. Poi, in una cittadina che ti ha pure eletto sindaco, decidi di multare chi indossa “troppo” la mascherina. Invecchiare è dura, ma farlo così è un bagno di sangue. Una prece.

Nik l’Ortaggio. Sogni il botto sui social, ma ti resta il colpo in canna. Vorresti andare oltre il ruolo di megafono di Salvini, ma il massimo che partorisci è un sito personale dove scrivono (magari pure gratis) masserizie frustrate che sognavano il successo, per poi finire nel sottoscala di un marginale spazio web. Così, tra una provocazione moscia e un’altra morta, passi il tempo straparlando – in quelle tue dirette Facebook per pochi intimi – di “fabbriche della paura” (il Covid) che il potere (di sinistra) usa per silenziare la democrazia popolare (di destra). Una prece.

Il Tribola. Sei milionario, anche se a guardare le ciabatte irricevibili che indossi non parrebbe. Fai la guerra a Conte, sostenendo che doveva prendere esempio da Trump. Parli di sanità italiana che terrorizza la gente. Citi Zangrillo manco fosse Zarathustra. Ti esprimi in un italiano foneticamente straziato. Garantisci che nulla è più sicuro delle discoteche. Poi, in un contrappasso epocale, ti becchi il Covid. E la tua discoteca diventa un focolaio. A quel punto potresti chiedere scusa, ma preferisci scavarti ancora di più la fossa mediatica. Per poi decidere di passare la quarantena a casa di Nostra Signora della Prostatite. Come se la malattia, di per sé, non fosse sufficiente come disgrazia. Una prece.

Cazzaro Verde. Te ne freghi delle regole sanitarie. Tanto poi se risaliranno i contagi darai la colpa ai migranti. E in tanti ci crederanno pure. Una prece.

 

Conte fa bene a tacere invece, che dice Draghi?

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno, non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse, ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio da Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All’insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione europea)? Oppure dando vita nell’attuale Parlamento a un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centrodestra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare il suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il Pci sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.