Per ora ce la fanno. In prospettiva no. Tra l’imminente riapertura delle scuole e l’arrivo della stagione fredda, con il suo corredo di influenze e patologie dell’apparato respiratorio, quasi nessuna Regione italiana, per numero di tamponi, può considerarsi davvero pronta per la prevedibile impennata dei test necessari, anche per distinguere una banale bronchite dal Covid-19. Siamo lontani dai 3-400 mila tamponi al giorno – uno ogni 150/200 abitanti – indicati come obiettivo dal microbiologo di Padova Andrea Crisanti nel piano che ha inviato al governo. Quanto ai tamponi rapidi – che consentono di rilevare l’antigene nella saliva ma hanno un attendibilità tra il 70 e l’80 per cento che non convince tutti gli studiosi – in molti casi siamo ancora alle sperimentazioni.
È indietro la Lombardia, che dall’inizio della pandemia di tamponi ne ha fatti oltre 1,5 milioni e tra il 22 e il 28 agosto ha avuto una media giornaliera di 14 mila, uno ogni 715 abitanti. Restano i nodi irrisolti dei mesi scorsi, come rileva il presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo, Guido Marinoni. “Il primo stress test, dopo la grande emergenza, si è avuto con i rientri dalle vacanze e ci sono state difficoltà – dice Marinoni –. Con l’inizio della scuola bisognerà fare il test a chi ha febbre con tosse: rischiamo di andare nel pallone. Le Ats sono le stesse di prima, con la medesima organizzazione. E mancano i medici di famiglia: molti sono andati in pensione e non sono stati sostituiti. C’è poi la questione dei vaccini antinfluenzali: devono arrivare presto altrimenti i tempi saranno troppo stretti”. I tamponi rapidi, in Lombardia, per ora sono solo auspicati. “Senza, sappiamo già come andrà a finire”, ha spiegato ieri all’Eco di Bergamo Ezio Finazzi, segretario regionale del sindacato dei pediatri di famiglia, Simpef. Per lui, “tempo qualche settimana e avremo moltissimi bimbi ammalati con sintomi molto simili a quelli del coronavirus. E, come da protocollo, dovremo richiedere i tamponi per tutti. Anche i famigliari dovranno mettersi in isolamento: rischiamo il blocco generale”. Il piano Crisanti, che prevede di investire 40 milioni su 40 laboratori fissi e mobili in tutta Italia più 1/1,5 milioni al giorno per la gestione, non risolve le carenze a monte.
Scendendo a Sud la Calabria è uno dei casi più critici. Sempre tra il 22 e il 28 agosto, ha effettuato in media 1.370 tamponi giornalieri, uno ogni 1.400 abitanti circa. Ma con i suoi nove laboratori ha raggiunto la capacità massima.
Il test rapido lo sta sperimentando il Piemonte, anche se come osserva Roberto Testi, direttore del dipartimento di Prevenzione dell’Asl Città di Torino, “ha una soglia di sensibilità più bassa” ma “potrà essere utile”. Qui la media giornaliera di test è di circa 3.800, uno ogni 1.138 abitanti. Per ora sufficienti, secondo la Regione che ha puntato sullo screening con i test sierologici per poi sottoporre a tampone solo i positivi. Nelle prossime settimane, prosegue Testi, “con oltre venti laboratori abbiamo una potenzialità di 10-12 mila tamponi al giorno”.
Indietro anche la Sicilia, che viaggia sui tremila al giorno, uno ogni 1.600 abitanti. Ma dalla Regione assicurano: “Stiamo gestendo la fase dei rientri con l’isolamento obbligatorio imposto dal presidente Nello Musumeci, quando termineranno le quarantene i numeri saranno più alti”.
A procedere verso l’obiettivo dei 15 mila tamponi quotidiani (entro la fine di settembre) è invece l’Emilia-Romagna. Ora è a quota 9 mila al giorno di media, uno ogni quasi 500 abitanti. Dati che l’avvicinano agli obiettivi indicati da Crisanti.
In Veneto proprio il professore di Padova ha fatto acquistare innovativi macchinari e si fa l’analisi dei tamponi in “pool” (mescolando 10 campioni e verificandoli uno ad uno solo in caso di positività). Così la capacità dei laboratori sfiora i 18 mila tamponi al giorno, ne fanno 15 mila in media: uno ogni 326 abitanti. La Regione guidata da Luca Zaia vorrebbe arrivare in autunno a circa 35 mila, “testando anche altre realtà di estrema innovazione” sulle quali però viene mantenuto il riserbo per evitare competizioni sul mercato o intoppi nei Paesi di scalo. Se i laboratori vanno forte, il problema resta la capacità delle Ulss venete di raccogliere i tamponi, intervenire sui focolai ed effettuare il tracciamento in tempi rapidi. Il caso del maxi focolaio scoppiato nello stabilimento Aia di Vazzola (Treviso) è emblematico: dopo le prime positività riscontrate a Ferragosto su due operatori sintomatici, i lavoratori in attesa dell’esito del tampone hanno continuato ad andare a lavorare insieme agli altri, risultando poi in alcuni casi positivi. Intanto 178 lavoratori su 560 sono risultati contagiati, oltre a 35 persone esterne all’azienda, tra famigliari e contatti.
Il Lazio vuole arrivare a 30.000 test al giorno, oggi è a 13 mila e quindi uno ogni 452 persone. Erano tremila il 30 marzo, nel pieno dell’emergenza. Ma punta tutto sui test veloci, come si è fatto negli aeroporti, nei porti e nelle stazioni ferroviarie. Al netto delle lunghe attese a Civitavecchia agli sbarchi dei traghetti dalla Sardegna. Così a Fiumicino bastano 30 minuti per avere il responso, nei 22 drive-in di Roma e dintorni si fanno anche 6 ore di fila e poi 5-6 giorni di attesa per i risultati, fra reagenti che scarseggiano e laboratori stracolmi. Il piano Crisanti sarebbe utile. Da ieri i test rapidi sono sbarcati al drive-in del San Giovanni Addolorata, cui seguiranno via via tutti gli altri punti Asl. È una corsa contro il tempo, perché il modello servirà anche per le scuole dove ci si aspetta uno tsunami di casi, con almeno 50 istituti chiusi entro ottobre “come a Berlino”. Per questo ogni Asl metterà a disposizione una equipe scolastica e un referente per ogni plesso. Infine, il turismo. Su input del Lazio, i ministeri di Esteri e Salute stanno lavorando ad accordi di reciprocità con Francia, Spagna, Germania e con New York e Dubai per fare tamponi rapidi sia in partenza sia in arrivo. A giorni il via con la “sperimentazione” sulla Roma-Milano, per valutare le tempistiche. E da oggi al ‘Da Vinci’ si parte con il drive-in h24 per permettere a tutti i viaggiatori di farsi testare appena sbarcati. Per l’istituto Spallanzani, i test rapidi sono attendibili “per l’85%”, ma il loro impatto rappresenta comunque una buona “scrematura”.
In Campania non sono ancora al limite della capacità di processare tamponi, “anzi siamo attrezzati anche per 10mila al giorno, circa il doppio di oggi”, parole dell’infettivologo Alessandro Perrella, dell’Unità di crisi della Regione Campania. I positivi aumentano. È frutto di uno screening a tappeto su quanti rientrano dalle vacanze, ordinato da Vincenzo De Luca il 12 agosto. In aeroporto, nelle stazioni ferroviarie e nei terminal dei bus si formano le file per effettuare i tamponi rinofaringei – e non quelli rapidi – entro 45 minuti dall’arrivo, con obbligo di isolamento a casa prima della risposta del test, che di solito arriva tra le 24 e le 48 ore. Chi non vuol fare la fila attende l’operatore dell’Usca a casa.