Ho almeno sei obiezioni per chi obietta al pezzo su “Rousseau”

L’altro giorno parlavo con un amico d’infanzia, un giornalista di Rimini che è un grillino della prim’ora. Era furibondo: “Ho letto il tuo pezzo contro Rousseau. Vuoi far vincere le destre? Dicevano che il vincolo dei due mandati non aveva senso, ma adesso che l’abbiamo tolto dicono che siamo incoerenti. Dicono tutto e il contrario di tutto, pur di mandarci fuori dai coglioni”. Poco dopo, mentre mangiavamo un cassone alle erbe in un chiosco sul mare davanti al Grand Hotel, ho cercato di spiegare, innanzitutto a me stesso, perché il suo argomento era sbagliato. Contrapporre due obiezioni per sostenere che, siccome sono antitetiche, chi obietta dice tutto e il suo contrario, quindi ha altre intenzioni, è un errore di ragionamento per almeno sei motivi: 1) entrambe le obiezioni possono essere vere (per esempio, è vero che il vincolo dei due mandati è una cazzata, ed è vero che toglierlo è un’incoerenza); 2) “dicevano” e “dicono” fa di ogni erba un fascio, ma chi obietta A può non essere la stessa persona che obietta B; e, comunque, se A è un’obiezione giusta, contrapporle B non la rende sbagliata; 3) che il M5S dia fastidio alla vecchia guardia (con una parte della quale governa il Paese) è ormai assodato, ma certe critiche ai suoi princìpi e al suo modus operandi non sono infondate, e sminuirle (con un’antitesi forzosa, o in altro modo) per sostenere che in realtà le critiche sono strumentali all’eliminazione del M5S è un errore induttivo detto “processo all’intenzione” (si attribuisce un’intenzione, ma se ne potrebbe attribuire una diversa); 4) concludere poi col babau delle destre è un classico argomento ad baculum, cioè si cerca di convincere della bontà del proprio argomento con una minaccia: che le destre possano andare al governo non dimostra che il vincolo dei due mandati sia (o non sia) una cazzata; 5) il babau crea pure una dicotomia falsa, dato che limita le alternative possibili; 6) inoltre, poiché col babau si insinua che la gravità della situazione non permetta alternative, è pure una fallacia d’urgenza, che di solito è usata per invitare al “voto utile”, un argomento che non mi ha mai convinto, perché la vera differenza la fa il modo con cui l’eletto utilizzerà il voto, e spesso, purtroppo, il mezzo snatura il fine. Per esempio, il reddito universale di base è un’ottima idea, mentre il reddito di cittadinanza è una soluzione discutibile: ispirato alla stessa logica neoliberista del Jobs Act renziano, che trasferiva alle imprese la ricchezza pubblica, non è il riconoscimento di un diritto fondamentale della persona (dunque indipendente dal lavoro, come vuole una risoluzione europea del 2009), ma è un sussidio di povertà ai nuclei familiari (!) vincolato al lavoro gratuito obbligatorio e alla mobilità forzata, con discriminazione degli stranieri e penalizzazione delle famiglie più grandi: ovvero, è un dispositivo di controllo sociale. “Intanto ricevono soldi!”. Ma anche con l’usura si ricevono soldi. Gli errori di ragionamento, perfetti per la propaganda e per la comicità, fanno deragliare il giornalismo d’opinione dai binari dell’argomentazione corretta. Siccome, però, il compito di un giornalista non è confortare i pregiudizi dei lettori, anche se il conformismo fa vendere più copie, ho elencato al mio amico alcuni errori di ragionamento che tarano le discussioni, e permettono allo scaltro di approfittarne. Vediamoli tutti.

(1. Continua)

 

Pericolo seconda ondata fake news

In questa coda di estate, mentre ancora molti dubbi aleggiano su Covid-19 e ancor più su SarsCoV2 (non dimentichiamo la differenza fra i due!), appare all’orizzonte un raggio di sole. Anche coloro che avevano incautamente presagito una sicura seconda ondata, stanno abilmente “scivolando” verso dichiarazioni meno catastrofiste.

Ciò che invece è sicura e durevole è l’infodemia (eccesso di notizie, spesso non fondate), annunciata dall’OMS e in corso da tempo. Qui sì, si intravedono i sintomi di una seconda ondata. Sono ricominciati i messaggi fuorvianti. In grassetto “aumento dei contagi, rispetto a ieri…” e poi, in fine articolo ”… seppur in una riduzione globale di numero di casi”. Ancora in grassetto i contagi “vacanzieri” in una sorta di demonizzazione del divertimento al quale non abbiamo più diritto. Ordine comune: dare notizie negative, e poi, semmai, inevitabili notizie positive. Chi ha vinto in questa pandemia, è il panico. Purtroppo il fenomeno coinvolge anche le istituzioni. C’è discordanza anche su dati fondamentali. L’ISS ha pubblicato un report il 22 luglio 2020 che recita: “Questo dato è stato ottenuto da 3.952 deceduti per i quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche”. Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 3,4 (mediana 3, Deviazione Standard 2,0). Complessivamente, 155 pazienti (3,9% del campione) presentavano 0 patologie, 549 (13,9%) 1 patologia, 807 (20,4%) 2 patologie e 2441 (61,8%) 3 o più patologie. Il dato pertanto sottolinea ciò che più volte è stato affermato: è una patologia opportunista, che colpisce mortalmente quasi esclusivamente soggetti fragili. Indicazione non da negazionisti, ma utile per concentrarsi sulla difesa dei soggetti più a rischio.

Dall’ISS si pretenderebbe un messaggio unico. Non è sempre così. Sul sito ministeriale è pubblicato il Report della mortalità per Covid-19: “Il rapporto ISS e ISTAT del 16 luglio 2020 riporta: – Al 25 maggio 2020 il Covid-19 è la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test Sars-CoV-2, mentre per il restante 11% le cause di decesso sono le malattie cardiovascolari (4,6%), i tumori (2,4%), le patologie del sistema respiratorio (1%), il diabete (0,6%), le demenze e le malattie dell’apparato digerente (rispettivamente 0,6% e 0,5%)”. Qualcuno dovrebbe spiegarci cosa si intenda per causa direttamente responsabile, se non la smentita di quanto pubblicato nello stesso report citato. Attendo, come ormai la maggioranza della gente, di capire.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Mieli vede l’armageddon e pare Belpietro

Quando Paolo Mieli scrive sul Corriere della Sera, usa posate d’argento e tovaglioli di fiandra. Ma quando l’altro giorno ha voluto tagliare a pezzi il governo, cucinarlo e masticarlo, non ha usato la tavola bene imbandita del suo Corriere, ma la brace de la Verità, il giornale barbecue di Belpietro, che le opinioni le offre solo al sangue. Nell’intervista ha detto che ci aspetta “l’autunno più infernale di sempre”. Il governo “procede al buio”. I primi giorni di scuola saranno “un caos indescrivibile”. Siamo guidati da “un governo di pazzi”. Il taglio dei parlamentari “non andava fatto”, “è uno sputo sul Parlamento”. “La storia dei Cinquestelle è finita, forse già dall’estate scorsa”. Se la maggioranza resiste fino al nuovo Quirinale, “o rieleggeranno Mattarella o saranno dolori”. Crescono “le probabilità di elezioni anticipate”. “Sento scricchiolii”. “C’è un solo modo per uscire vivi dalla Terza Repubblica, tornare alla prima”. Siamo “una democrazia che annaspa nello stagno” e “corre gravi rischi”. Compreso quello di “scegliere modelli autoritari per uscirne”. Il disastro ci attende. Anzi il golpe. Aiuto! Per una volta Mieli non sembrava più Mieli. Sembrava Belpietro.

Sciagura-Conte: manca solo che la destra gridi ai caschi blu

Alcuni titoli de La Verità di ieri 31 agosto. “Sapevano tutto già dal 12 febbraio. Ma non hanno fermato l’epidemia”. “È ufficiale il flop del bonus vacanze”. “I banchi con le rotelle? Ora si scopre che sono fuori legge”. “L’ultimo disastro del ministro Azzolina. Altro che vittima, è solo una incapace”. “La strage delle scuole paritarie. Gli aiuti del governo sono briciole”. “Ogni Vip una Ong. Risultato? Sbarchi e morti”. “Bellanova come la grandine: vendemmia a rischio”. Alcuni titoli di Libero: “La carica dei cinquecento. Immigrazione senza freni: siamo invasi”. “Tra i migranti il virus circola più in fretta. Positivo il 4% degli extracomunitari sottoposto a test. Tra gli italiani la media è 1,4%. Ma l’esecutivo nega tutto”. “Ministro sul binario morto. La De Micheli sbanda: ormai ha perso la bussola”. Alcuni titoli de Il Giornale: “Ancora una strage buonista. Esplode un veliero di migranti”. “Gualtieri copia Visco: a rischio la flat tax. Nel mirino le partite Iva”.

Non mi permetto di criticare le scelte di professionisti affermati come Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri, Pietro Senaldi, Alessandro Sallusti. La questione semmai riguarda il giudizio sull’attività di governo da parte dei quotidiani d’opposizione più diffusi, che sono (o dovrebbero essere) lo specchio della pubblica opinione più radicata a destra. Per essi, e non da oggi, questo è un governo dove non si salva niente e nessuno, composto da un’accozzaglia di ministri colpevolmente incapaci, inetti, maldestri, incompetenti, superficiali, che agiscono nell’illegalità, che fanno danni peggio della grandine e delle cavallette, che gestiscono l’immigrazione a livelli criminali, degli stragisti per caso, e forse anche dei potenziali assassini. Ma se fosse davvero questa la realtà dei fatti cosa si aspetta a chiedere l’intervento dei Caschi blu dell’Onu? Al confronto il dittatore della Bielorussia è Abramo Lincoln. Quando, qualche tempo fa, mi azzardai a scrivere che a mia memoria nessun premier come Giuseppe Conte aveva ricevuto un trattamento così risolutamente ostile da parte della maggior parte dell’informazione cartacea e televisiva c’è chi saltò su: forse Silvio Berlusconi non era stato maltrattato dalla sinistra assai peggio? Vero, ma con la differenza che, a parte le numerose pendenze giudiziarie, Sua Emittenza aveva quasi tutti i media, e soprattutto le tv, ai suoi piedi (il famoso conflitto d’interessi). Onestamente, si può dire lo stesso dell’attuale presidente del Consiglio? E dunque mi asterrò dal sottolineare che il capo di questa presunta banda di incapaci e malfattori nei sondaggi riscuote, ancora e malgrado tutto, il 60% di gradimento popolare. La risposta la conosco già (vedi Salvini e Meloni): è chiaramente un consenso frutto della paura dopo che ha terrorizzato gli italiani con l’uso politico del virus. E qui alzo le mani.

Tragedia a Massa? Colpa della Raggi

Che cosa mai potrà evocare la tragedia di Massa, in cui due sorelline sono state uccise da un albero crollato sulla loro tenda da campeggio? Per Mario Ajello del Messaggero, il sillogismo è ovvio: Raggi dimettiti. Ieri il quotidiano ha pubblicato in prima pagina la foto della tragedia con accanto il pezzo di Ajello: “Quella foto choc che ricorda i pericoli di Roma”. Svolgimento: la vicenda “deve far riflettere su ciò che potrebbe capitare” a Roma, dove “la colpa dell’abbandono non è della natura” ma “della politica”. Meglio: “del metodo Raggi”, che si ricandida nonostante “i rami secchi, se potessero parlare, direbbero ‘basta degrado’”. E di fronte alla filologia vegetale ci inchiniamo devoti.

L’Istat e la crisi. I primi sei mesi 2020: Pil in calo del 14,7%

Semplicemente non era mai successo in tempo di pace: il Pil italiano nel secondo trimestre 2020 crolla del 12,8% rispetto al trimestre precedente – quattro decimali più giù della stima flash dell’Istat – e in valore torna indietro di trent’anni, all’inizio degli anni Novanta. Un fatto inaudito dacché esistono le stime trimestrali (dal 1995), ma inaudito in ogni caso, anche in assenza di serie statistiche in senso stretto paragonabili. All’estero non è andata meglio: -9,1% negli Stati Uniti, -13,8% in Francia, -9,7% in Germania, -12,1% nell’Eurozona.

È il pieno effetto del lockdown sull’economia italiana: un infarto che ha colpito in particolar modo la domanda interna (-8,7 i consumi finali nazionali, -14,9% gli investimenti fissi lordi); picchi negativi per importazioni (-20,5%) ed esportazioni (-26,4%). Il valore aggiunto cala in tutti i settori senza eccezioni: poco in agricoltura (-3,7%), attività immobiliari (-4%) e finanziarie (-4,2%), molto nelle costruzioni (-22%), nel commercio e artigianato (-21,3%), nelle professioni (-20,3%) e nell’industria (-19,8%).

Una gelata mai vista che ha prodotto una variazione acquisita per il 2020 pari al -14,7%: vuol dire che se la variazione del Pil fosse nulla per i prossimi due trimestri quella sarebbe la “crescita” a fine anno. Qui iniziano i veri problemi del governo, che nei suoi documenti di finanza pubblica ha previsto un calo del Prodotto nel 2020 dell’8%: previsione che sembra ottimistica se si tiene conto che per centrarla il Pil italiano dovrebbe rimbalzare del 10% sia nel terzo che nel quarto trimestre dell’anno. Al momento, nonostante lo straordinario ottimismo del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (“ci sarà un rimbalzo fortissimo”), non se ne vedono i presupposti. Sempre ieri, ad esempio. l’Istat ha diffuso la sua stima preliminare sull’inflazione di agosto: l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e una diminuzione dello 0,5% su base annua; la cosiddetta “inflazione di fondo”, depurata dagli energetici e dagli alimentari freschi, ha fatto segnare un disperante +0,3%. Se non un rimbalzo, una deflazione fortissima.

Fitch ci spiega perché Telecom si salva solo con la società unica

Con la nascita di FiberCop prende corpo, in buona sostanza, la fase uno del “salvataggio” di Telecom Italia a opera dello Stato via Cassa Depositi e Prestiti. Ma perché l’operazione vada davvero a buon fine sono indispensabili anche le nozze con Open Fiber. A sostenerlo è l’agenzia di rating Fitch, secondo cui la sola separazione dell’ultimo miglio della rete dall’attività di vendita di servizi e la cessione al fondo Usa Kkr di una quota di FiberCorp potrebbe addirittura comportare un peggioramento del merito di credito di Tim (in gergo rating) a causa della “perdita di stabilità, visibilità ed elevati margini di fatturato”, si legge in un report datato 7 agosto. La questione non è da poco.

Attualmente Fitch ritiene che Tim sia un debitore da BB+, cioè prestare soldi a Telecom oggi significa fare un investimento speculativo, che però non presenta ancora i rischi considerevoli che si presenterebbero solo se Tim subisse cinque bocciature di fila. Tuttavia l’ex monopolista, che pure nel 2019 ha generato 1,3 miliardi di utili, ha parecchi debiti da onorare. E buona parte è spalmata nei portafogli degli investitori, anche piccoli, all’interno di fondi e polizze. Prodotti postali inclusi. Il totale del debito di Telecom al 30 giugno era infatti di 31,5 miliardi di euro lordi, 24 netti: circa 20 miliardi sono obbligazioni con scadenza media a poco più di sette anni, mentre 5,7 miliardi sono finanziamenti delle banche fra cui anche Intesa Sanpaolo. Il resto sono locazioni finanziarie (4,9 miliardi) e altri finanziamenti (440 milioni).

Con questi numeri, il rischio del peggioramento del merito di credito rappresenta una prospettiva decisamente infelice per la stabilità finanziaria di Telecom Italia che dà lavoro direttamente e indirettamente a circa 100mila persone. Il motivo? Oggi l’ex monopolista si finanzia con un costo medio del denaro del 3,8 per cento. Se per qualsiasi motivo le nozze tra FiberCop e Open Fiber dovessero sfumare, con le conseguenze sul merito di credito di Tim prospettate da Fitch, Telecom pagherebbe decisamente di più per rifinanziarsi sul mercato dei capitali. Sulla società graverebbero, insomma, nuovi oneri finanziari che di certo non aiuterebbero in un mercato molto competitivo.

Inoltre le nozze con Open Fiber e la creazione di una rete unica in Italia “potrebbe creare un’attività con un importante profilo di business capace di compensare l’effetto negativo su Telecom della cessione di parte della sua rete dando vita a un business con un forte profilo operativo”, sostengono ancora gli analisti di Fitch. Un affare che, però, deve avere l’avallo anche di Enel e un neo politico non secondario e che riguarda gli effetti (negativi) sul business della Mediaset dei Berlusconi, che direttamente o indirettamente faranno parte della trattativa.

La “rete unica” di Tim-Cdp al via, ma mancano due sì

Col via libera dei cda di Tim e Cassa Depositi e Prestiti, tenutisi ieri pomeriggio a mercati chiusi, parte l’operazione “rete unica” benedetta da governo e maggioranza giallorosa: la soluzione (“subottimale”, l’ha definita il ministro Roberto Gualtieri, cioè non la migliore possibile) è quella con Tim che conserva il 50,1% della futura società unica dei cavi, cioè l’unica disponibile per non mandare l’ex monopolista gambe all’aria.

La fu Telecom, dal canto suo, ieri ha dato il via libera al progetto FiberCop, deliberando l’ingresso nella nuova società che contiene la sua rete secondaria (quella in rame e fibra che va dall’armadietto in strada alle case) del fondo americano Kkr – avrà il 37,5% pagando 1,8 miliardi di euro – e di Fastweb, che avrà il 4,5% a fronte della consegna del 20% di FlashFiber (l’altro 80% è proprio di Tim).

Si tratta, però, solo del primo passo perché nel frattempo è stato firmato un Memorandum of understanding tra Telecom e, appunto, Cdp per la vera società unica della rete: AccessCo, che metterà insieme (o proverà a farlo) FiberCop e Open Fiber, la società concorrente di Tim sulla fibra detenuta a metà da Cdp ed Enel. In AccessCo saranno poi invitati a entrare investitori istituzionali e operatori della telefonia.

La soluzione è “subottimale” perché se c’è un’unica società che gestisce l’infrastruttura di tlc sarebbe meglio fosse a controllo pubblico per garantire parità di accesso a tutti: non è possibile (come vi spieghiamo qui sotto) perché la rete fisica e le sue prospettive di guadagno garantiscono un bel pezzo dei molti debiti dell’ex monopolista. L’escamotage individuato dal Tesoro e realizzato da Cdp è un patto di sindacato con Tim che, pur lasciando la maggioranza all’azienda guidata da Luigi Gubitosi, la metterà in minoranza nel futuro cda, in cui l’azienda pubblica (che dovrebbe arrivare a una quota del 18% circa, come gli americani di Kkr) nominerà un presidente con deleghe forti ed esprimerà gradimento sull’amministratore delegato e tutta la prima linea del management.

Tutto bene? Non proprio. Questo percorso dovrebbe realizzarsi nell’arco di un anno (ma Tim pretende almeno un’intesa formale entro marzo 2021) e al momento affronta due grosse incognite: le intenzioni di Enel sul suo 50% di Open Fiber e il via libera delle Autorità di regolazione del mercato delle comunicazioni preteso da Cdp.

Quanto a quest’ultimo punto l’ex ad di Tim Franco Bernabè, da tempo contrario alla società unica, in un’intervista l’ha messa così: “È una soluzione ardita per la quale si intende chiedere una valutazione preventiva ad Autorità che si sono già espresse contro i sistemi verticalmente integrati” e “non danno pareri preventivi, ma su progetti compiuti”.

Cosa voglia fare Francesco Starace è altrettanto oscuro e agita i sonni anche di un pezzo del governo. Enel aspetta a giorni un’offerta vincolante per la sua metà di Open Fiber (su cui Cdp ha un diritto di opzione) da parte del fondo australiano Macquarie, che valuta la società oltre 7 miliardi, il doppio di quanto faccia Tim. Una cifra che, volendo fondere Open Fiber con la rete Tim, potrebbe far sballare i conti di tutta l’operazione e/o costare assai a Cassa depositi e prestiti.

Martina, 15 giorni per avere il test. I medici protestano

Martina è atterrata a Malpensa il 16 agosto scorso dopo una vacanza a Minorca con mamma e amica. In aeroporto ha trovato ad aspettarla solo un modulo col quale le si annunciava che sarebbe stata chiamata dalla Ats entro 48 ore per fare il tampone, provenendo lei da uno dei quattro Paesi a rischio (Spagna, Grecia, Croazia e Malta).

Martina aspetta fiduciosa, ma invano. Il 21 agosto decide di contattare la Ats e fissa un appuntamento per il tampone che effettua il 24 agosto al Policlinico. Il risultato – assicurano – arriverà entro 48 ore. Ma i giorni passano e il telefono tace. Anzi no: per tutta la settimana Martina riceve telefonate e sms provenienti dalla Ats che la invitano a prendere appuntamento per fare il tampone (quello che ha già fatto proprio all’Ats)!

Intanto però Martina – che ha cambiato lavoro da poco – rimane chiusa in casa, non può andare in ufficio perché in isolamento domiciliare volontario e quindi non riconosciuto come malattia. Ma lei è fortunata, il suo datore di lavoro la mette in smart working.

I giorni passano e così, ieri, lunedì 31 agosto, sette giorni dopo aver fatto il tampone, 15 dal suo rientro in Italia, esce di casa, va al Policlinico e ritira l’esito brevi manu. Negativa. E leggendo il referto scopre anche che quel suo tampone era stato “processato” già il 24 agosto, solo che nessuno l’aveva avvertita.

Più surreale quanto accaduto alla sua compagna di viaggio: anche lei rientrata il 16 agosto, anche lei “tamponata” il 24. Venerdì 28 la ragazza si reca al Policlinico alla ricerca del referto. L’ospedale le consegna l’esito, ma l’avverte che dovrà sottoporsi a un tampone supplementare, perché non sono soddisfatti dell’esame. Le dicono di contattare subito l’Ats per l’appuntamento. Cosa che la ragazza, spaventata, fa immediatamente, tuttavia l’addetto le risponde di non avere idea di quale esame supplementare stesse parlando. Alla mamma di Martina, anch’essa esaminata il 24, l’esito non è ancora giunto.

Sono solo tre casi che testimoniano il caos che vivono migliaia di lombardi di ritorno dalle vacanze. Un esercito alla disperata ricerca di un tampone o dell’esito, che si dibatte in un dedalo di code, sms, email, telefonate a vuoto e attese infinite.

Un’emergenza denunciata anche dalla Federazione regionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri della Lombardia (FROMCeO) in una lettera indirizzata al presidente Attilio Fontana il 26 agosto scorso. “Bisogna evidenziare alcune criticità che in questi giorni (…) potrebbero mettere a rischio la sicurezza nella nostra Regione”, scrivono, “ci riferiamo soprattutto alla tempistica e alle dinamiche nell’esecuzione dei test molecolari ai cittadini al rientro dall’estero e non solo, e nel ritardo nella consegna dei risultati, che in parecchie realtà del nostro territorio va ben oltre i noti tempi previsti dalle norme ministeriali; sembra che il problema sia dovuto a una rallentata esecuzione dei test e a una tardiva trasmissione dei risultati sul Fse (Fascicolo sanitario elettronico, ndr)”. Per loro 24 ore per eseguire il test e 48 per consegnare l’esito sono il limite. L’atto d’accusa si conclude con un monito: “È una criticità che non deve essere assolutamente sottovalutata e alla quale bisogna porre un rimedio rapido soprattutto in prospettiva futura, nella malaugurata ipotesi di un ritorno della pandemia, e in previsione anche della ripresa delle lezioni scolastiche”. Un ammonimento che l’assessore Giulio Gallera sembra non aver colto, visto che ieri, visitando i gazebo di Malpensa, ha parlato di “una macchina efficiente, rodata e pronta” che “sta svolgendo un lavoro straordinario”. Martina non la vede proprio così, probabilmente.

Regioni in ritardo per la corsa ai tamponi

Per ora ce la fanno. In prospettiva no. Tra l’imminente riapertura delle scuole e l’arrivo della stagione fredda, con il suo corredo di influenze e patologie dell’apparato respiratorio, quasi nessuna Regione italiana, per numero di tamponi, può considerarsi davvero pronta per la prevedibile impennata dei test necessari, anche per distinguere una banale bronchite dal Covid-19. Siamo lontani dai 3-400 mila tamponi al giorno – uno ogni 150/200 abitanti – indicati come obiettivo dal microbiologo di Padova Andrea Crisanti nel piano che ha inviato al governo. Quanto ai tamponi rapidi – che consentono di rilevare l’antigene nella saliva ma hanno un attendibilità tra il 70 e l’80 per cento che non convince tutti gli studiosi – in molti casi siamo ancora alle sperimentazioni.

È indietro la Lombardia, che dall’inizio della pandemia di tamponi ne ha fatti oltre 1,5 milioni e tra il 22 e il 28 agosto ha avuto una media giornaliera di 14 mila, uno ogni 715 abitanti. Restano i nodi irrisolti dei mesi scorsi, come rileva il presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo, Guido Marinoni. “Il primo stress test, dopo la grande emergenza, si è avuto con i rientri dalle vacanze e ci sono state difficoltà – dice Marinoni –. Con l’inizio della scuola bisognerà fare il test a chi ha febbre con tosse: rischiamo di andare nel pallone. Le Ats sono le stesse di prima, con la medesima organizzazione. E mancano i medici di famiglia: molti sono andati in pensione e non sono stati sostituiti. C’è poi la questione dei vaccini antinfluenzali: devono arrivare presto altrimenti i tempi saranno troppo stretti”. I tamponi rapidi, in Lombardia, per ora sono solo auspicati. “Senza, sappiamo già come andrà a finire”, ha spiegato ieri all’Eco di Bergamo Ezio Finazzi, segretario regionale del sindacato dei pediatri di famiglia, Simpef. Per lui, “tempo qualche settimana e avremo moltissimi bimbi ammalati con sintomi molto simili a quelli del coronavirus. E, come da protocollo, dovremo richiedere i tamponi per tutti. Anche i famigliari dovranno mettersi in isolamento: rischiamo il blocco generale”. Il piano Crisanti, che prevede di investire 40 milioni su 40 laboratori fissi e mobili in tutta Italia più 1/1,5 milioni al giorno per la gestione, non risolve le carenze a monte.

Scendendo a Sud la Calabria è uno dei casi più critici. Sempre tra il 22 e il 28 agosto, ha effettuato in media 1.370 tamponi giornalieri, uno ogni 1.400 abitanti circa. Ma con i suoi nove laboratori ha raggiunto la capacità massima.

Il test rapido lo sta sperimentando il Piemonte, anche se come osserva Roberto Testi, direttore del dipartimento di Prevenzione dell’Asl Città di Torino, “ha una soglia di sensibilità più bassa” ma “potrà essere utile”. Qui la media giornaliera di test è di circa 3.800, uno ogni 1.138 abitanti. Per ora sufficienti, secondo la Regione che ha puntato sullo screening con i test sierologici per poi sottoporre a tampone solo i positivi. Nelle prossime settimane, prosegue Testi, “con oltre venti laboratori abbiamo una potenzialità di 10-12 mila tamponi al giorno”.

Indietro anche la Sicilia, che viaggia sui tremila al giorno, uno ogni 1.600 abitanti. Ma dalla Regione assicurano: “Stiamo gestendo la fase dei rientri con l’isolamento obbligatorio imposto dal presidente Nello Musumeci, quando termineranno le quarantene i numeri saranno più alti”.

A procedere verso l’obiettivo dei 15 mila tamponi quotidiani (entro la fine di settembre) è invece l’Emilia-Romagna. Ora è a quota 9 mila al giorno di media, uno ogni quasi 500 abitanti. Dati che l’avvicinano agli obiettivi indicati da Crisanti.

In Veneto proprio il professore di Padova ha fatto acquistare innovativi macchinari e si fa l’analisi dei tamponi in “pool” (mescolando 10 campioni e verificandoli uno ad uno solo in caso di positività). Così la capacità dei laboratori sfiora i 18 mila tamponi al giorno, ne fanno 15 mila in media: uno ogni 326 abitanti. La Regione guidata da Luca Zaia vorrebbe arrivare in autunno a circa 35 mila, “testando anche altre realtà di estrema innovazione” sulle quali però viene mantenuto il riserbo per evitare competizioni sul mercato o intoppi nei Paesi di scalo. Se i laboratori vanno forte, il problema resta la capacità delle Ulss venete di raccogliere i tamponi, intervenire sui focolai ed effettuare il tracciamento in tempi rapidi. Il caso del maxi focolaio scoppiato nello stabilimento Aia di Vazzola (Treviso) è emblematico: dopo le prime positività riscontrate a Ferragosto su due operatori sintomatici, i lavoratori in attesa dell’esito del tampone hanno continuato ad andare a lavorare insieme agli altri, risultando poi in alcuni casi positivi. Intanto 178 lavoratori su 560 sono risultati contagiati, oltre a 35 persone esterne all’azienda, tra famigliari e contatti.

Il Lazio vuole arrivare a 30.000 test al giorno, oggi è a 13 mila e quindi uno ogni 452 persone. Erano tremila il 30 marzo, nel pieno dell’emergenza. Ma punta tutto sui test veloci, come si è fatto negli aeroporti, nei porti e nelle stazioni ferroviarie. Al netto delle lunghe attese a Civitavecchia agli sbarchi dei traghetti dalla Sardegna. Così a Fiumicino bastano 30 minuti per avere il responso, nei 22 drive-in di Roma e dintorni si fanno anche 6 ore di fila e poi 5-6 giorni di attesa per i risultati, fra reagenti che scarseggiano e laboratori stracolmi. Il piano Crisanti sarebbe utile. Da ieri i test rapidi sono sbarcati al drive-in del San Giovanni Addolorata, cui seguiranno via via tutti gli altri punti Asl. È una corsa contro il tempo, perché il modello servirà anche per le scuole dove ci si aspetta uno tsunami di casi, con almeno 50 istituti chiusi entro ottobre “come a Berlino”. Per questo ogni Asl metterà a disposizione una equipe scolastica e un referente per ogni plesso. Infine, il turismo. Su input del Lazio, i ministeri di Esteri e Salute stanno lavorando ad accordi di reciprocità con Francia, Spagna, Germania e con New York e Dubai per fare tamponi rapidi sia in partenza sia in arrivo. A giorni il via con la “sperimentazione” sulla Roma-Milano, per valutare le tempistiche. E da oggi al ‘Da Vinci’ si parte con il drive-in h24 per permettere a tutti i viaggiatori di farsi testare appena sbarcati. Per l’istituto Spallanzani, i test rapidi sono attendibili “per l’85%”, ma il loro impatto rappresenta comunque una buona “scrematura”.

In Campania non sono ancora al limite della capacità di processare tamponi, “anzi siamo attrezzati anche per 10mila al giorno, circa il doppio di oggi”, parole dell’infettivologo Alessandro Perrella, dell’Unità di crisi della Regione Campania. I positivi aumentano. È frutto di uno screening a tappeto su quanti rientrano dalle vacanze, ordinato da Vincenzo De Luca il 12 agosto. In aeroporto, nelle stazioni ferroviarie e nei terminal dei bus si formano le file per effettuare i tamponi rinofaringei – e non quelli rapidi – entro 45 minuti dall’arrivo, con obbligo di isolamento a casa prima della risposta del test, che di solito arriva tra le 24 e le 48 ore. Chi non vuol fare la fila attende l’operatore dell’Usca a casa.