Il nodo trasporti: bus pieni all’80%, i treni invece saranno vuoti a metà

Alla fine bisogna accontentarsi: dei mezzi che si hanno, degli autisti che si hanno, dei parafiati che non si hanno ancora. E lo si fa perché non c’è alternativa e perché, a quanto pare, che si possa salire su un autobus urbano per andare a scuola derogando al metro di distanza (però c’è la mascherina) e riempiendo i mezzi fino all’80 per cento della capienza è l’unico modo per permettere a mezza Italia di riprendere a muoversi con il suono della prima campanella.

È l’esito dell’accordo di ieri sera tra il governo e le Regioni per cercare di sciogliere il rebus del pendolarismo in sicurezza dopo che il Comitato tecnico scientifico aveva “aperto” all’estrema soluzione (dunque solo qualora tutti gli altri accorgimenti fossero già stati messi in atto) del 75 per cento di capienza. Si è arrivati all’80 per cento (o più quando saranno pronti i separatori idonei) e alla stesura di linee guida che scandiscono le buone pratiche del trasporto pubblico: ricambio dell’aria, apertura delle porte, non salire qualora si abbiano sintomi influenzali, predilezione per mezzi di trasporto alternativi e meglio se sostenibili, differenziazione di ingresso e uscita, installazione di dispenser e igienizzanti, sanificazione sistematica dei mezzi. Si potrà derogare al metro in caso di congiunti e di persone “che intrattengono rapporti interpersonali stabili”: in caso di controllo bisognerà compilare un’autocertificazione che lo attesti. Sui territori, i settori “istruzione” e “trasporti” si dovranno parlare per coordinare entrate e uscite scaglionate e le deroghe valgono anche per il trasporto ferroviario regionale. Immutate, le regole sui treni a lunga percorrenza la cui capienza resta al 50 per cento. Insomma, una vittoria per le Regioni e anche per la ministra Paola De Micheli che vede alleggerirsi una grossa grana, forse l’ultima questione su cui si navigava davvero a vista (al netto delle decine di criticità che verranno fuori comunque). Gli enti locali, infine, proprio sul trasporto urbano ottengono i 200 milioni richiesti.

Fronte scuola, invece, si attende, anche con un ordine ben preciso: 1) la circolare del ministero della Salute che detterà le linee guida sui lavoratori fragili dando così ai medici che faranno sorveglianza sanitaria una bussola per decidere; 2) il punto sugli spazi alternativi a cui dovranno ricorrere gli enti locali per garantire il distanziamento degli studenti (alla rilevazione del ministero hanno risposto in circa 1500); 3) una decisione definitiva delle Regioni che a giorni alterni cambiano idea sulla data d’avvio delle lezioni (ieri, per dire, l’Abruzzo ha annunciato che riaprirà il 24 e non il 14, mentre la Basilicata ci sta pensando). È una competenza regionale, ma il governo chiede che decidano in fretta e una volta per tutte “per evitare che decisioni tardive possano ricadere sulle spalle di famiglie, studentesse e studenti”.

Quanto alla mascherina, altro tema assai dibattuto, ieri il Cts ha confermato che non è necessaria in situazioni di staticità e quando c’è il metro di distanza, anche alle superiori. Decisione che era stata auspicata durante una riunione con i capigruppo di maggioranza dalla ministra Azzolina: “La scuola riapre senza se e senza ma – ha detto – mi ha fatto male veder fare campagna elettorale sulla scuola”. La sua vice, Anna Ascani, deputata dem spesso descritta come nemica della ministra, ha invece “riconosciuto a Lucia di aver lavorato senza sosta” ed esortato ognuno a essere “responsabile della sua quota parte nella riapertura, trasporti e salute”. La campagna elettorale sulla scuola, ha detto pure lei, va lasciata a Salvini.

Incognita sul tempo pieno. C’è chi lo ha “sacrificato”

Tempo pieno a rischio nelle scuole italiane. Mezzo milione di alunni che nell’anno scolastico 2019/2020 usufruivano di questa possibilità rischiano di restare a casa. A suonare il campanello d’allarme è la rivista specializzata sull’informazione educativa Tuttoscuola che ha analizzato le criticità della ripartenza arrivando a ipotizzare dei numeri, forse fin troppo pessimisti ma che ad oggi in mancanza quelli fatti dal ministero dell’Istruzione, non si possono smentire. Sono dati, infatti, che in Viale Trastevere considerano assurdi: “Non sono previste riduzioni di tempo pieno. L’indicazione data è quella di mantenerlo assolutamente. L’organico per il tempo pieno è stato confermato in via ordinaria e sarà potenziato a seguito dei due provvedimenti che hanno previsto risorse per assumere docenti e Ata in più, a tempo determinato, per quest’anno scolastico”. Tocca misurare, intanto, la distanza tra i suggerimenti e la realtà.

“Quest’anno – spiega Tuttoscuola – per assicurare nuovi spazi interni a favore delle classi sdoppiate o con capienza non conforme ai parametri di distanziamento, molti dirigenti scolastici sono costretti a utilizzare (oltre alle palestre) i locali adibiti a mensa e anche i laboratori utilizzati per il tempo pieno. Un’ipotesi pessimistica ma purtroppo fondata in base alle scuole interpellate è che mezzo milione di alunni che nel 2019-20 si avvaleva del tempo pieno potrebbe essere costretto a rinunciarvi, determinando sulle loro famiglie una difficoltà di organizzazione lavorativa non da poco”. Una proiezione che potrebbe far fare dei passi indietro al sistema d’istruzione italiano. Nell’ultimo quinquennio, infatti, la crescita del tempo pieno è stata costante sia per numero di alunni sia per classi, toccando nel 2019-20 il 37,8% degli alunni che se ne sono avvalsi e il 36,2% di classi funzionanti con questo modello organizzativo. Ma nel nord-ovest si arriva a un alunno su due. Ormai la regione dove è più diffuso è il Lazio con il 54,7%, che ha superato la Lombardia (50,8%).

A Milano, dove nel 2019-20 gli alunni in classi a tempo pieno nella scuola primaria sono stati 122.130 (il 94% del totale), nell’ipotesi peggiore (metà classi con tempo pieno declassate), vi sarebbero 61mila ragazzi privati del tempo scuola con conseguenti disagi per altrettante famiglie. Se le classi declassate fossero un quarto, riguarderebbe 30mila bambini.

La musica non cambia a Roma, dove gli alunni che si avvalgono del tempo pieno sono 124.819 (72% del totale): nella peggior ipotesi si dovrebbero accontentare del tempo normale in quasi 62.500; se fosse declassato un quarto, vi sarebbero oltre 31mila alunni romani senza tempo pieno. E a Torino, con 63.197 alunni in tempo pieno, sarebbero costretti a utilizzare il tempo normale in 31.600 (ipotesi peggiore) oppure quasi 16mila (declassamento di un quarto delle classi).

“Anche se è difficile sapere esattamente per quanti non potrà essere assicurato il tempo pieno in assenza di rilevazioni da parte del ministero, da un nostro sondaggio a campione – spiegano i redattori della rivista specializzata – abbiamo rilevato che la ricerca di spazi ha portato molte scuole a doversi privare dello spazio della refezione e quindi a non poter assicurare il tempo pieno. Vorremmo essere smentiti da viale Trastevere ma non sarà così”.

Dal canto suo il ministero ribadisce che a loro “non risulta assolutamente questo tipo di allarme” e che i risultati dei monitoraggi fatti sugli spazi non si possono ancora rendere pubblici perché i dati non sono completi. “Alle scuole – spiegano a Viale Trastevere – è stato chiesto di mantenere il servizio mensa che potrà essere riorganizzato, qualora gli spazi destinati alla refezione siano utilizzati quest’anno per fare lezione. Il ministero, tramite gli uffici scolastici, sta tenendo monitorata la situazione”.

A suffragare l’ipotesi di Tuttoscuola sono, invece, le organizzazioni sindacali che prevedono una ripartenza in salita: “Nelle prime settimane di scuola – spiega la segretaria generale della Cisl Scuola – non tutti potranno assicurare il tempo pieno. Speriamo che la situazione si possa normalizzare al più presto”.

Neanche con l’ok del Garante l’Inps farà i nomi dei furbastri

L’Ufficio di presidenza è in calendario per domani. A meno di sorprese, la Commissione Lavoro della Camera formalizzerà l’invito in audizione per Pasquale Stanzione, il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, nel tentativo di “chiarire le condizioni che ancora ostano alla pubblicazione”, da parte dell’Inps, dei nomi dei politici che hanno richiesto il bonus Covid da 600 euro destinato alle partite Iva. Il problema è che, nel frattempo, l’Inps è sotto istruttoria proprio dell’Authority, poco convinta dai metodi di indagine utilizzati dall’ente per scoperchiare lo scandalo. Se prima non sarà riconosciuta la legittimità dell’azione dell’Inps, i nomi non usciranno di certo. A prescindere dalla liceità della divulgazione che il Garante ha già richiamato in passato e che ora potrebbe ribadire in Commissione.

Riannodiamo il filo. A oggi siamo fermi alle rivelazioni e autodenunce dei tre deputati (i leghisti Andrea Dara e Elena Murelli e il 5 Stelle Marco Rizzone) e di una decina di consiglieri regionali, ma mancano i nomi di altri due parlamentari che hanno chiesto i 600 euro senza ottenerli e di parecchi altri eletti nei territori. Il Garante si è espresso due volte. La prima attraverso un comunicato stampa che, richiamandosi alle linee guida dell’Anac e alla giurisprudenza, dava l’ok alla pubblicazione. La seconda, su ulteriore sollecito del presidente Inps Pasquale Tridico, per ribadire la sostanza (chiarendo anche che chiunque sia beneficiario di sussidi pubblici oltre i 1.000 euro deve essere reso noto) escludendo però di poter fornire un “parere formale” e addossando la responsabilità di una eventuale pubblicazione all’ente di previdenza.

Per sbloccare l’impasse, domenica Debora Serracchiani, presidente dem della Commissione Lavoro, ha annunciato di voler audire il Garante. Qualunque cosa emerga alla Camera, però, difficilmente si farà un passo in avanti nell’immediato. Di fronte ai deputati, il Garante potrebbe infatti sollecitare l’Inps a divulgare i dati, ma i principi richiamati finora sono troppo deboli per far sbilanciare l’Istituto. La legge che impone la pubblicazione di chi riceve sussidi superiori a 1.000 euro è una forzatura che l’ente ritiene possa essere giudicata eccessiva e sproporzionata, e che quindi non può mettere al riparo da ricorsi. Più probabile, semmai, che Tridico divulghi i nomi accogliendo le richieste di accesso civico inviate da alcuni giornali, tra cui Il Fatto Quotidiano, forti del diritto all’informazione.

C’è però un grosso problema. Come già sottolineato da Tridico in una lettera alla Commissione qualche giorno fa, resta aperta la questione dell’istruttoria. Si tratta di un’indagine con cui l’Authority vuole verificare che l’Inps non abbia trattato in maniera illegittima i dati personali dei politici coinvolti in fase di erogazione del bonus.

Come è possibile, si chiede il Garante, che l’Inps abbia individuato e isolato tutti i casi dei deputati e dei consiglieri regionali? In realtà la risposta Tridico l’ha già data in Commissione Lavoro prima di Ferragosto ed è la stessa che riproporrà all’Authority: l’Antifrode dell’ente ha vigilato sui casi dei politici (e su circa 40 mila altre posizioni) per scoprire se l’essere iscritti alla cassa pensionistica della Camera o delle Regioni impedisse l’ottenimento del bonus. La questione è controversa (la Camera, per esempio, ritiene che la cassa che eroga la pensione da parlamentare non sia un ente previdenziale), e perciò motivo di approfondimenti.

Finché l’Autorità mantiene aperta l’istruttoria su questo passaggio, l’Inps ritiene di non potersi sbilanciare: anche qualora l’interesse pubblico giustifichi la divulgazione, in un secondo momento l’indagine con cui l’ente ha scoperto quei nomi (ancor prima di pubblicarli) potrebbe essere giudicata illegittima e i politici interessati avrebbero gioco facile a rifarsi legalmente contro Tridico e contro l’ente.

Se il Garante si convincesse invece della versione dell’Inps e chiudesse l’istruttoria, allora le cose cambierebbero. Ma difficilmente una simile svolta si può aspettare a breve in Commissione.

L’estate bruciata di Solinas: tanto rumore, zero controlli

C’è un tratto caratteriale che accomuna il governatore sardo Christian Solinas al suo leader politico di riferimento, Matteo Salvini. Una certa tendenza a straparlare, senza far seguire i fatti alle parole. “Chiacchiere e distintivo” direbbe Robert De Niro. Quarantatré anni, barba appena accennata, cresciuto coi consigli di Francesco Cossiga, l’ex senatore già da aprile ha iniziato a terrorizzare tutti coloro che avevano prenotato le vacanze in Sardegna. “Si entra solo col tampone negativo. Chiederemo ai turisti il passaporto sanitario!”, tuonava il leader del Partito Sardo d’Azione, eletto governatore nel febbraio 2019 alla guida di una coalizione di centrodestra che ha nella Lega di Salvini il suo centro di gravità permanente. E giù improperi di vario tipo contro quei cattivoni del governo, come il ministro Francesco Boccia, che gli facevano notare che “sarebbe lievemente incostituzionale dato che i cittadini italiani sul territorio possono muoversi liberamente”.

“Ce ne ricorderemo…”, la reazione un po’ mafiosetta del sindaco Giuseppe Sala per conto dei milanesi. Alla fine Solinas è dovuto scendere a più miti consigli, anche per le maledizioni che gli arrivavano dagli imprenditori sardi. “Ma sei pazzo? Già abbiamo mezza stagione compromessa, se continui così qui non ci viene nessuno…”, era il tono. Così il governatore s’è dovuto accontentare di un’autocertificazione dove i turisti dichiaravano di “non avere il virus e nemmeno i suoi sintomi”, scaricabile dal sito della Regione. Il fatto è che, persa la battaglia sui tamponi, Solinas avrebbe potuto sfoderare lo stesso piglio nel far rispettare le regole. Invece in Sardegna è andata com’è andata, con l’esplosione dei contagi al Nord e in Costa Smeralda, con 470 turisti in isolamento in un resort della Maddalena e una sessantina di dipendenti del Billionaire contagiati, tra cui lo stesso Flavio Briatore. Per non parlare dei clienti. Risultato: emergenza Sardegna sui giornali di tutto il mondo e disdette a pioggia. Almeno il 40% di prenotazioni perse per settembre. Insomma, stagione già finita, con un danno economico enorme. Tutta colpa di Briatore? Può darsi, ma nel frattempo a colpire negli ultimi giorni è l’assordante silenzio del governatore proprio sugli imprenditori del turismo in Costa Smeralda. “Quel che è accaduto al Billionaire dovete chiederlo al Billionaire”, il commento un po’ pilatesco di Solinas, che qualcosa in più avrebbe potuto fare.

Per esempio obbligare i Comuni più a rischio a maggiori controlli sulle misure di sicurezza nei locali e nelle piazze più affollate. O obbligare i ristoratori a prendere nomi e recapiti dei clienti, cosa che invece è rimasta facoltativa. O fermare subito le discoteche, anziché attendere l’ordinanza di governo del 16 agosto. “I ragazzi si sarebbero assembrati comunque, è un’ipocrisia pensare che si affollino solo in discoteca”, la sua giustificazione. Nel frattempo, a posteriori, si è capito perché Briatore ha deciso la chiusura del suo locale il 18 agosto: non per polemica col sindaco di Arzachena, ma perché i contagiati tra i dipendenti erano già almeno una decina e a Cala di Volpe non si parlava d’altro. Su una cosa, però, Solinas ha ragione: se il tasso dei contagi s’è impennato, il numero dei malati nell’isola resta piuttosto basso, al 15esimo posto tra le regioni italiane.

Resta però stucchevole la polemica sul virus venuto da fuori. “Qui non c’era. Avevo ragione io a volere i tamponi, ma il governo mi ha bloccato, ho avuto tutti contro”, ha ripetuto. Sempre colpa degli altri, meglio se stanno a Palazzo Chigi. Ora però i tamponi se li fanno quelli che dalla Sardegna arrivano in continente. Perfetta nemesi della pazza estate del governatore Solinas.

Enrico Letta si schiera a favore: “Era un tema dem”

Enrico Letta si schiera con il fronte del Sì al referendum. L’ex presidente del Consiglio aveva annunciato nei giorni scorsi la sua posizione nei confronti del taglio al numero dei parlamentari e ieri ha chiarito il suo pensiero alla Festa dell’Unità di Modena: “Voterò sì convintamente. Io ho sempre, in ogni referendum, applicato lo stesso metodo. Il referendum è fatto dalla domanda e da tutte le conseguenze politiche intorno alla domanda. Normalmente il dibattito spinge a votare in un modo o nell’altro a seconda delle conseguenze, io invece non ho mai guardato a questa parte della questione, fermandomi alla sostanza. E mi sono sempre trovato bene perché con la volubilità della politica italiana se stai dietro alle conseguenze, cambiano nel giro di una settimana”. Dunque, ecco il Sì: “Non mi interessa chi lo ha proposto ma la sostanza. Si passerebbe da 945 parlamentari a 600. In tutte le nostre precedenti proposte di riforma costituzionale era prevista una riduzione all’incirca di un terzo del numero dei parlamentari. E in più, per la mia esperienza di parlamentare, ho sempre pensato che 630 deputati fossero troppi per le attività che si svolgono alla Camera”. Secondo l’ex premier, l’evoluzione della politica esige un cambiamento costituzionale: “Durante la Prima Repubblica si accettavano le assenze di chi aveva ruoli all’interno del partito e quindi non andava in aula per stare nei territori. Era un patto non scritto che non c’è più, per cui oggi è inaccettabile vedere parlamentari con il 5% di presenze in Parlamento”. Non regge neanche, secondo Letta, l’obiezione di chi crede che tagliare i parlamentari implichi un rischio per la democrazia: “Lo scempio semmai sono le liste bloccate nella legge elettorale”.

“La riduzione farà recuperare anche credibilità alla politica”

Dopo sei anni come consigliera all’Anac, il primo ottobre la professoressa Ida Angela Nicotra vorrebbe tornare dai suoi studenti di Diritto costituzionale all’Università di Catania spiegando loro cosa cambierà con la riduzione del numero dei parlamentari: “Voterò convintamente sì perché penso che questa riforma serva a migliorare l’efficienza della nostra democrazia”.

Professoressa, perché voterà a favore?

Aspettiamo questa riforma da almeno 40 anni quando a parlarne per prima fu la commissione di Aldo Bozzi: la razionalizzazione del numero dei parlamentari servirà a rendere il Parlamento più funzionale.

Ci spieghi perché.

Partiamo dalla situazione di oggi: il Parlamento italiano ha dei grossi problemi. Abbiamo due Camere pletoriche e con un numero di membri sovrabbondante anche confrontando l’ordinamento italiano ad altri parlamenti: il nostro è il più popoloso in Europa, se teniamo fuori il Regno Unito, che non si può comparare perché 800 membri della Camera dei Lords non sono eletti dai cittadini. Inoltre il numero fisso di 945 tra deputati e senatori è stato individuato nel 1963 e non con l’approvazione della Costituzione Repubblicana: era un numero legato al contesto politico di quel momento. Oggi da una parte è venuta meno la conventio ad excludendum che escludeva il Pci dalla maggioranza, dall’altra rispetto ad allora c’è una molteplicità di centri di produzione legislativa verso il basso (le Regioni) o verso l’alto (l’Unione europea) che ha reso inutile un numero così alto di rappresentanti.

Serve un segnale per i cittadini?

Penso che l’efficienza e il prestigio del Parlamento possano migliorare con la razionalizzazione degli eletti. A me la parola taglio non piace, ma una riduzione è necessaria. Oggi viviamo uno scollamento tra gente comune e istituzioni: con un numero minore e con un maggior funzionamento delle Camere anche quella disaffezione potrebbe venire meno.

L’efficienza potrebbe essere una conseguenza della riforma, non è oggetto del quesito.

Questo è un punto di partenza. Nel 2016 molti dicevano che si devono fare riforme puntuali e questa è la tipica micro riforma che consente di far capire esattamente all’elettore l’oggetto della modifica costituzionale. Poi ne serviranno altre…

Per esempio?

La modifica dei regolamenti parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto.

Con il taglio degli eletti si riduce la rappresentanza?

Per trovare un bilanciamento tra il principio della rappresentanza e il principio della governabilità serve una nuova legge elettorale. Ma non credo che questa questione incida sul referendum. D’altronde questa obiezione non la capisco: nel nostro paese ci sono state leggi elettorali che non hanno garantito la capacità di scelta e di rappresentanza tant’è vero che la Consulta ha pronunciato una sentenza di incostituzionalità contro le liste bloccate. Tutto insomma dipenderà dalla legge elettorale ma questa riforma costituzionale è neutra: sia i grandi che i piccoli partiti avranno una riduzione di parlamentari proporzionale.

Serve una legge proporzionale?

Sì, penso possa essere un buon bilanciamento politico e istituzionale.

Lei votò sì anche alla riforma del 2016. Si sente coerente?

Dopo il fallimento di due riforme ampie – quella del 2006 e 2016 – credo sia giusto da parte del legislatore fare riforme più mirate per permettere all’elettore di scegliere più consapevolmente.

Esiste anche il tema del risparmio.

Io penso che la questione del risparmio rispetto alla democrazia sia recessivo: non si può risparmiare quando il sistema democratico deve essere consonante agli elettori. Il risparmio però è una conseguenza di un Parlamento che funzionerà meglio. Se il Parlamento è più funzionale e recupera credibilità e prestigio e in più c’è un risparmio di costi, ben venga. Che male c’è?

Le riforme degli altri. Anche in Europa provano a sforbiciare

L’Italia non è un unicum, anzi: l’obiettivo di ridurre il numero dei parlamentari è comune alle altre grandi democrazie europee. Non solo con il “sì” al referendum costituzionale il nostro Paese resterà al vertice in Ue per rappresentanza tra eletti ed elettori, ma si assimilerà a molti paesi simili: in mezza Europa fioccano proposte per ridurre il numero dei parlamentari. Quanto basta per far dire allo studioso Giacomo Delledonne, ricercatore di Diritto pubblico comparato all’Università Sant’Anna di Pisa che all’argomento ha dedicato un paper, che “la vicenda italiana più recente può essere letta come una declinazione particolare di un più vasto movimento europeo”. Partendo dalla stretta attualità, parallelamente alla campagna referendaria italiana c’è un’altra grande democrazia europea che sta provando a tagliare i parlamentari: la Germania.

Nella notte tra martedì e mercoledì la Grosse Koalition che sostiene Angela Merkel (Spd e Cdu) ha trovato un accordo dopo un’estenuante trattativa sulla riforma elettorale che avrà l’obiettivo di ridurre da 298 a 280 i distretti e, di conseguenza, tagliare anche molti parlamentari. Al momento infatti, il Bundestag (la Camera bassa tedesca, l’unica elettiva) è composto da un numero variabile di parlamentari: oggi sono ben 709 nonostante nel 1996 il governo ne avesse stabiliti 598. E questo per un complesso principio di mandati in eccedenza e mandati compensativi del sistema elettorale che fa sì che dal 2002 a oggi i componenti del Bundestag siano cresciuti esponenzialmente da 603 ai 709 attuali. E, secondo le previsioni, il prossimo parlamento tedesco potrebbe arrivare a 800 componenti, la seconda camera al mondo dopo la Cina: sarà il “Bundestag XXL” come lo hanno ribattezzato i giornali tedeschi. Ma considerata l’attenzione teutonica per costi e sprechi (il Bundestag è arrivato a 1 miliardo l’anno), la Germania sta correndo ai ripari: la riduzione dei distretti avverrà gradualmente già a partire dalle elezioni federali del prossimo anno e si completerà dopo quella del 2025.

Un’altra riforma sovrapponibile a quella italiana è quella del governo francese. Il progetto di riduzione degli eletti all’Assemblea Nazionale era uno dei punti principali del discorso di inizio mandato del Presidente Emmanuel Macron e da qui è nato il progetto di legge governativo presentato dal premier Philippe il 29 agosto 2019 che riduce il numero dei deputati di un quarto: da 577 a 404. In caso di approvazione, la Francia passerebbe da 0,9 deputati ogni 100.000 abitanti a 0,6 contro l’1 dell’Italia.

Infine anche il Regno Unito si sta muovendo per tagliare i componenti della House of Commons composta da 659 deputati contro gli 800 della Camera dei Lords (non eletti). Il progetto è partito nella legislatura 2010-2015 (governo Cameron) in cui conservatori e liberaldemocratici avviarono il processo di riforma: il Parliamentary voting system and Constituencies Act individuò a 600 il numero massimo di deputati, ma a oggi non è ancora stato trovato un accordo sulle nuove circoscrizioni elettorali. Per questo, conclude Delledonne, “non c’è nessun caso italiano e nessuna anomalia: “La tendenza è comune a molti altri Paesi europei”.

Taglio e proporzionale: col Sì tutti rappresentati

Tutti rappresentati. O quasi. Se dovesse vincere il “sì” al referendum costituzionale del prossimo 20-21 settembre, non ci saranno problemi di rappresentanza come denunciano molti fautori del “no”. E non solo perché l’Italia resterà uno dei paesi con il più alto numero di parlamentari in rapporto agli abitanti ma perché, con una legge elettorale proporzionale, tutti i partiti attuali continueranno ad essere rappresentati nell’ipotetico Parlamento ridotto. A fotografare la possibile situazione è stato ieri l’Istituto Cattaneo che in uno studio di 14 pagine ha svolto le simulazioni sul Parlamento che potrebbe nascere con 600 eletti invece che 930.

L’Istituto bolognese ha preso come riferimento una supermedia dei sondaggi di Swg, Euromedia Research, Demos e Termometro Politico e in base a questi dati ha costruito le diverse simulazioni: il taglio degli eletti è stato incrociato con l’approvazione di una legge proporzionale su cui la maggioranza giallorosa ha trovato un accordo e sta accelerando in questi giorni. Il risultato ovviamente cambia in base alla soglia di sbarramento: se sarà al 3%, tutti i partiti saranno rappresentati, compreso LeU che, se dovesse raggiungere la soglia, avrebbe 13 deputati e 3 senatori, mentre se salirà al 5% resteranno fuori Italia Viva, LeU e Azione. “Ma questo sarà indipendente dal taglio dei parlamentari – spiega Marco Valbruzzi, coordinatore del Cattaneo e autore dello studio – con una soglia al 5% questi partiti rimarrebbero fuori anche con gli attuali 945 parlamentari”. Inoltre, con una soglia di sbarramento al 5%, Italia Viva, Azione e Più Europa potrebbero pensare di costruire un polo unico e in quel caso entrerebbero in Parlamento con 32 deputati e 15 senatori (l’equivalente del 7,5%). Insomma, chiosa Valvruzzi: “Il referendum non incide per nulla sulla rappresentanza alla Camera mentre qualche piccola distorsione ci sarà al Senato (che è eletto a livello regionale, ndr) soprattutto in piccole regioni come Basilicata e Molise, ma complessivamente non si rifletterà sulla distribuzione dei seggi”. Detto questo, secondo il coordinatore del Cattaneo, la legge elettorale “va fatta dopo la riforma” e dovrà essere “proporzionale per rafforzare la rappresentatività del Parlamento”.

A proposito di rappresentanza, la prima parte dello studio si sofferma sulla comparazione tra i parlamentari di tutti i 192 paesi esistenti e il rapporto con la popolazione. In valore assoluto, l’Italia oggi ha il più alto numero di parlamentari al mondo (945), solo dopo Cina (2.975) e Regno Unito (1.445) che però sono “due casi molto peculiari” perché quello di Pechino non è un vero e proprio parlamento perché i suoi componenti “sono chiamati a confermare le scelte adottate dai vertici del Partito comunista” mentre nel caso del Regno Unito “800 Lord a vita non sono stati eletti”. Calcolando il rapporto tra i parlamentari ogni milione di abitanti, l’Italia oggi è in cima alla classifica: 16 eletti. Dopo la riforma, considerando solo gli eletti dal popolo, diventerebbero 10, più di Francia (9), Germania (8,7), Spagna (7,8) e poco sotto la Gran Bretagna (10,4). Insomma, conclude il Cattaneo: “L’Italia post-riforma si colloca in linea con gli altri paesi europei”.

Sul versante politico, sia con una soglia del 5% che del 3%, il centrodestra avrebbe la maggioranza: più ampia con il 5% (circa 30 deputati e 10 senatori), più risicata con il 3% (3 deputati e 8 senatori). Per questo il centrodestra ha tutto l’interesse a tenere più alta possibile la soglia. L’unica variabile riguarda il futuro di Iv, Azione e Più Europa: in caso di “terza gamba” all’alleanza Pd-M5S (idea di Goffredo Bettini), nel prossimo Parlamento le due coalizioni sarebbero equivalenti.

Concorso a premier

Avete presente la sofferenza di Nanni Moretti (Aprile, 1996) mentre guarda Porta a Porta con D’Alema e B.? “D’Alema reagisci, di’ qualcosa, rispondi, dài, non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi! Di’ una cosa di sinistra, di’ una cosa anche non di sinistra, di civiltà. D’Alema di’ qualcosa!”. Ecco, da quando mi son preso un po’ di ferie dalla tv e càpito sui talk show popolati di rottweiler antigovernativi che mettono in mezzo (anzi, sotto) i rari e afasici esponenti della maggioranza, mi domando sempre perché nessuno di questi dia la risposta più semplice e definitiva: “Voi, al posto nostro, cosa avreste fatto esattamente?”. Ora va di moda inventare gialli sui nuovi “documenti segreti” (regolarmente sui giornali) che proverebbero come il governo già a febbraio, o a gennaio, o forse a novembre-dicembre (prima della Cina), sapesse tutto e non facesse nulla: l’ultimo l’ha svelato Repubblica (noi ne scrivemmo il 28 marzo e il ministro Speranza ne riferì al Copasir il 28 aprile).

È uno studio sui possibili impatti del contagio in Italia, richiesto dal ministero della Salute il 22 gennaio a un ricercatore della fondazione Kessler, che ne consegnò una bozza il 12 febbraio e la stesura definitiva di 55 pagine il 4 marzo con vari scenari: da 1 milione a 2 milioni di contagiati, da 200mila a 400mila ricoverati, da 35mila a 60mila morti. Ovviamente fu tenuto riservato per non scatenare il panico, visto che gli scenari erano tutti da verificare e non c’erano due esperti che facessero la stessa previsione. Basti pensare che il 14 febbraio l’Agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava “bassa probabilità” di contagio in Europa. Che, in tutto, contava 46 infetti (e l’Italia 3). Ma il governo prese sul serio il rapporto Kessler là dove segnalava un dato oggettivo: il drammatico deficit di posti letto nelle terapie intensive. Infatti, già tre giorni prima della consegna definitiva, ordinò alle Regioni (che non ne volevano sapere) di raddoppiarli da 5 a 10mila. Ma tutto questo gli aspiranti premier e ministri da divano che infestano i media non lo sanno. E strillano contro il governo che “sapeva tutto” (falso), ma “non fece nulla” (falso), “non informò le Regioni” (falso) e anzi “spedì 18 tonnellate di mascherine e guanti alla Cina” (l’unico Paese allora massicciamente colpito dall’epidemia che poi, quando toccò a noi, ci ricambiò per tre mesi con 25 milioni di tonnellate di mascherine alla settimana). Ma il bello degli attacchi al governo che non dispose il lockdown il 12.2 (con 3 positivi, tutti cinesi) è che vengono dagli stessi che lo contestarono quando lo dispose un mese dopo (con 12.462 positivi e 827 morti).

Gli stessi che non volevano saperne della zona rossa in Val Seriana e ora accusano il governo di non averla disposta. Gli stessi che accusano Conte di aver chiuso troppo e troppo tardi, ma anche troppo poco e troppo presto. Gli stessi che negano il virus contro gli “allarmisti” e attaccano il governo per averlo sottovalutato, cioè per non essere stato abbastanza allarmista. Ieri La Verità titolava: “Sapevano tutto dal 12 febbraio. Ma non hanno fermato l’epidemia” . E Libero, invece: “Conte ha insabbiato il report sull’emergenza Coronavirus e continuato a spedire camici in Cina”. E il Giornale, viceversa: “Sapevano tutto il 12 febbraio. Il report segreto inguaia Conte. L’opposizione: ‘Incapaci’”. A parte che non è vero niente, chissà come avrebbero titolato Sallusti, Feltri e Belpietro se Conte avesse chiuso tutto il 12.2, con tre contagiati cinesi in tutt’Italia: se dopo il lockdown dell’11.3 gridavano alla dittatura e paragonavano Conte a Maduro, Chávez, Stalin e Hitler (a Mussolini no perché per loro è un complimento), che avrebbero fatto se fosse arrivato un mese prima, senza un solo italiano infetto? Si sarebbero messi a sparare: non le solite cazzate, ma proiettili veri.

Infatti un mese fa, quando Conte prolungò lo stato di emergenza fino a metà ottobre, tornarono a strillare al golpe, sventolando le scemenze di Cassese sullo “stato di emergenza senza emergenza” (a proposito: che dice ora Cassese con oltre mille contagi al giorno?). E quando s’è scoperto che il Cts, ai primi di marzo, suggerì la zona rossa ad Alzano, mentre il governo era già orientato a chiudere tutta la Lombardia e poi tutta l’Italia, partiti e giornali di destra han ricominciato a contestare il lockdown. Poi se la son presa con Conte per i divieti estivi. Il Giornale: “Conte paralizza l’estate”, “Fermano pure i treni per dispetto a Zangrillo”, “Ganasce all’Italia”. La Verità: “Regime sanitario”, “Il virus è sotto controllo, l’allarmismo meno” . Libero: “Il Covid arma il governo per avere più potere e sospendere la democrazia: nuovi divieti, balli vietati, obbligo di mascherina di sera”, “Sfrutta la pandemia per fottere il popolo”. Salvo poi accusarlo di avere riaperto le discoteche (sono state le Regioni), ma anche di averle richiuse. Ciliegina sulla torta: la Verità che ieri tuonava contro “il governo dei misteri” che “sapeva tutto già dal 12 febbraio ma ha fatto finta di nulla”, il 25.8 esaltava i tre governi più fallimentari contro il Covid, quelli che hanno fieramente evitato il lockdown: “Non siamo come Usa e Brasile. Purtroppo”, “I numeri assolvono il modello Svezia”. Quindi, per tornare a bomba: gentili signori Tutto-e-il-contrario-di-tutto, voi esattamente cosa avreste fatto?

Insulare o appenninico? È il giallo mare & monti

C’è un giallo insulare dove a dominare è il profilo delle montagne, anziché l’orizzonte del mare. Sono i misteri della Sardegna in nero, sviscerati quest’estate da una folta schiera di autori. L’avvocato Alessandro Gordiani, per esempio, è ben felice di vivere e lavorare a Roma. Ma la consuetudine vacanziera con l’isola gli procura un incarico che fa vacillare la sua coscienza di legale: difendere un pregiudicato accusato di aver ucciso un ragazzino appena quindicenne. Una sola fucilata al petto. La vicenda è ambientata nel Nuorese: a Fonni, “il paese più in alto della Sardegna”, ovviamente “annidato ai piedi del massiccio del Gennargentu”, e si basa sulle faide familiari scandite nei decenni dall’atavico codice barbaricino. Solo Dio è innocente è un serrato legal-thriller del penalista Michele Navarra.

Poi ci sono i dieci racconti di Giallo Sardo (Piemme, 327 pagine, 17,50 euro) che assembla scrittori di rango, tutti autoctoni: Marcello Fois, Francesco Abate, Ciro Auriemma & Renato Troffa, Eleonora Carta, Fabio Delizzos, Elias Mandreu, Carlo A. Melis Costa, Piergiorgio Pulixi, Ilenia Zedda, Gavino Zucca. La citata Eleonora Carta, infine, è in libreria dalla settimana scorsa con Piani inclinati in cui il Male è rappresentato nel suo aspetto peggiore: il rapimento e l’omicidio dei bimbi. A indagare nella Sardegna settentrionale, tra monti e costa, è il maggiore del Ros Linda De Falco, con il supporto decisivo di Daniele Fois, ispettore della Forestale. De Falco, come già il Gordiani di Navarra, arriva da Roma e uno dei tratti prevalenti della narrazione è il contrasto cromatico e acustico tra la Capitale e l’isola.

Viola, invece, è una giornalista romana che vive a Palermo. Altra isola, altro giallo insulare. Hanno ammazzato una ragazza ventenne, Romina. Strangolata. Conosci l’estate?(Sellerio, 271 pagine, 14 euro) ha l’io narrante di una figura classica del genere: la cronista investigatrice alla ricerca dell’assassino. Questo è il primo caso di Viola, scritto da Simona Tanzini, a sua volta giornalista della Capitale trasferitasi in Sicilia. Ma il titolo più originale dell’isolitudine trasfigurata in mistero è quello della catanese Marilina Giaquinta: Non rompere niente . Già dirigente della Polizia, Giaquinta ambienta in un’isoletta senza nome un giallo dominato dalla parola, con lunghi e anarchici monologhi dei protagonisti in una lingua meticcia, rinforzata da rimandi letterari e cinematografici. Il personaggio principale è il commissario Anastasio Ventura che rientra nell’ampia casistica dei poliziotti carismatici e solitari. In coppia o quasi, professionalmente parlando, con l’agente Maria Lo Faro risolverà l’enigma di un tentato omicidio in una villa maledetta.

Risalendo l’italica penisola, c’è l’immaginario paesino calabrese di San Telesforo Jonico, tra Catanzaro e Crotone. Gori Misticò, maresciallo che legge Topolino, è in aspettativa per curare un cancro ma non può fare a meno di aiutare il suo sostituto alla stazione dei carabinieri, il brigadiere Federico Costantino. L’omicidio di un nobile è il gancio narrativo per raccontare una regione meravigliosa ma deturpata da un potere avido e corrotto. La mezzaluna di sabbia (Bompiani, 398 pagine, 18 euro) è un noir di grande umanità vergato da Fausto Vitaliano, scrittore e sceneggiatore. La questione meridionale a tinte gialle prosegue con La ferita del tempo di Franco Festa. Stavolta siamo ad Avellino, dove il tremendo terremoto dell’Ottanta è ancora un buco nero di degrado e speculazioni. Un vecchio delitto passionale del 1975 vede sulla scena due commissari: il primo in servizio, Gabriele Matarazzo, il secondo in pensione, Mario Melillo. Lo sfondo della montagna “sacra” di Montevergine ne fa un giallo appenninico che si muove tra malaffare politico e coincidenze da tragedia greca. Al filone montuoso, ma decisamente più cupo, appartiene Gli scomparsi dell’esordiente Alessia Tripaldi (Rizzoli, 396 pagine, 19 euro). In un centro dell’Abruzzo viene ritrovato un ragazzo rapito lustri prima. C’è anche il cadavere di quello che lui chiamava “Padre” (un po’ come nella recente trilogia di Sandrone Dazieri).

Ma la novità del romanzo è la comparsa di Marco Lombroso, discendente del famoso Cesare e ossessionato dalla criminologia come il suo avo. A chiedere il suo aiuto per il “ragazzo dei boschi” sarà il commissario Lucia Pacinotti, suo amore tormentato ai tempi dell’università di Torino. Arrivando al nord, a Bologna quest’estate c’è stato un ritorno atteso: quello di Giorgia Cantini l’investigatrice privata di Quo vadis, baby?, indimenticato successo di Grazia Verasani. In Come la pioggia sul cellofan (Marsilio, 175 pagine, 15 euro) tutto inizia con la stalker di un cantautore al crepuscolo. Il mare, per chiudere. Quello di Trieste, dove il commissario Renzo De Stefano trova due corpi a bordo di un’imbarcazione: è Il violino della salvezza di Salvo Bilardello (Libro/Mania, 345 pagine, 9,90 euro).