Alla fine bisogna accontentarsi: dei mezzi che si hanno, degli autisti che si hanno, dei parafiati che non si hanno ancora. E lo si fa perché non c’è alternativa e perché, a quanto pare, che si possa salire su un autobus urbano per andare a scuola derogando al metro di distanza (però c’è la mascherina) e riempiendo i mezzi fino all’80 per cento della capienza è l’unico modo per permettere a mezza Italia di riprendere a muoversi con il suono della prima campanella.
È l’esito dell’accordo di ieri sera tra il governo e le Regioni per cercare di sciogliere il rebus del pendolarismo in sicurezza dopo che il Comitato tecnico scientifico aveva “aperto” all’estrema soluzione (dunque solo qualora tutti gli altri accorgimenti fossero già stati messi in atto) del 75 per cento di capienza. Si è arrivati all’80 per cento (o più quando saranno pronti i separatori idonei) e alla stesura di linee guida che scandiscono le buone pratiche del trasporto pubblico: ricambio dell’aria, apertura delle porte, non salire qualora si abbiano sintomi influenzali, predilezione per mezzi di trasporto alternativi e meglio se sostenibili, differenziazione di ingresso e uscita, installazione di dispenser e igienizzanti, sanificazione sistematica dei mezzi. Si potrà derogare al metro in caso di congiunti e di persone “che intrattengono rapporti interpersonali stabili”: in caso di controllo bisognerà compilare un’autocertificazione che lo attesti. Sui territori, i settori “istruzione” e “trasporti” si dovranno parlare per coordinare entrate e uscite scaglionate e le deroghe valgono anche per il trasporto ferroviario regionale. Immutate, le regole sui treni a lunga percorrenza la cui capienza resta al 50 per cento. Insomma, una vittoria per le Regioni e anche per la ministra Paola De Micheli che vede alleggerirsi una grossa grana, forse l’ultima questione su cui si navigava davvero a vista (al netto delle decine di criticità che verranno fuori comunque). Gli enti locali, infine, proprio sul trasporto urbano ottengono i 200 milioni richiesti.
Fronte scuola, invece, si attende, anche con un ordine ben preciso: 1) la circolare del ministero della Salute che detterà le linee guida sui lavoratori fragili dando così ai medici che faranno sorveglianza sanitaria una bussola per decidere; 2) il punto sugli spazi alternativi a cui dovranno ricorrere gli enti locali per garantire il distanziamento degli studenti (alla rilevazione del ministero hanno risposto in circa 1500); 3) una decisione definitiva delle Regioni che a giorni alterni cambiano idea sulla data d’avvio delle lezioni (ieri, per dire, l’Abruzzo ha annunciato che riaprirà il 24 e non il 14, mentre la Basilicata ci sta pensando). È una competenza regionale, ma il governo chiede che decidano in fretta e una volta per tutte “per evitare che decisioni tardive possano ricadere sulle spalle di famiglie, studentesse e studenti”.
Quanto alla mascherina, altro tema assai dibattuto, ieri il Cts ha confermato che non è necessaria in situazioni di staticità e quando c’è il metro di distanza, anche alle superiori. Decisione che era stata auspicata durante una riunione con i capigruppo di maggioranza dalla ministra Azzolina: “La scuola riapre senza se e senza ma – ha detto – mi ha fatto male veder fare campagna elettorale sulla scuola”. La sua vice, Anna Ascani, deputata dem spesso descritta come nemica della ministra, ha invece “riconosciuto a Lucia di aver lavorato senza sosta” ed esortato ognuno a essere “responsabile della sua quota parte nella riapertura, trasporti e salute”. La campagna elettorale sulla scuola, ha detto pure lei, va lasciata a Salvini.