L’arte e la storia sono politica: Banksy e la nave per migranti

Con questo quinto, e ultimo, lunedì di agosto giunge a termine, come promesso, il nostro itinerario nel patrimonio culturale italiano. Dopo un parco incantato che conserva parole e tombe di uomini illustri a Napoli e una cappella barocca a Taranto, dopo una città intera (Siena) con la sua festa, e dopo un singolo quadro celebre in un grande museo a Venezia, finiamo nell’unico modo in cui può finire un viaggio senza fine: e cioè con un’opera d’arte che si muove essa stessa. E siccome con questo articolo la rubrica festeggia il suo numero 100, e chi scrive è un sentimentale che festeggia compleanni e anniversari, ho scelto un’opera che obbliga a parlare del nesso, intimo e determinante, che lega pietre e popolo, e cioè arte e politica.

Quasi ogni giorno qualcuno mi rimprovera (in genere lo fanno ‘potenti’ di varia natura): “Ma perché non ti limiti a scrivere di quel che sai, di storia dell’arte?”, “ma questa è politica, caspita, non storia dell’arte!”, “ma perché buttarla in politica, se l’arte è così bella?” In questi casi, mi viene sempre in mente una frase di George Orwell: “La posizione secondo cui l’arte non dovrebbe aver niente a che fare con la politica è già una posizione politica”. In altre parole, chi proclama la neutralità politica dell’arte, lo fa perché ha un’idea politica diversa, o opposta, all’artista o allo storico dell’arte che vorrebbe neutralizzare. Del resto, l’arte è politica: sempre. Nel senso che non esiste arte, per quanto privata e disimpegnata, che non abbia un valore e un rilievo per la comunità, per la polis.

Nel caso dell’opera che ho scelto, la nave “Louise Michel” dipinta dal più importante artista del nostro tempo, Banksy, quel nesso è fondante, essenziale, determinante.

Il Guardian ne ha raccontato la storia. Un giorno Pia Klemp, attivista antifascista per i diritti umani e animali e comandante di navi in missione umanitaria, ha ricevuto la seguente email: “Ciao Pia, ho letto la tua storia sui giornali. Sembri un tipo cazzuto. Sono un artista inglese, e ho fatto qualche opera sulla crisi dei migranti, e ovviamente non posso tenermi i soldi. Potresti usarli tu per comprare una nuova nave, o qualcosa del genere? Ottimo lavoro, comunque. Grazie. Banksy”. Nonostante l’apparenza, non era uno scherzo: e oggi la barca esiste, ed è operativa. E la sua intitolazione a Louise Michel (1830-1905), straordinaria figura di anarchica francese che spese una vita intera per il diritto all’istruzione delle donne, senza mai piegarsi al dominio maschile, dà un’idea del grado di consapevolezza culturale dell’operazione.

La lettera di Banksy a Pia Klemp dovrebbe figurare in qualsiasi antologia di letteratura artistica del XXI secolo. Lo snodo concettuale centrale è questo: “Ho fatto opere sui migranti, e ovviamente non posso tenere quei soldi. Quindi li devo investire per i migranti”. In moltissimi murali disseminati in tutto il mondo (il più recente, bellissimo, è a Venezia) Banksy ha rappresentato l’umanità dei migranti, la loro sete di giustizia, la loro persecuzione. Lo scopo di queste opere è profondamente politico: servono a non far dormire le brave persone che sono convinte di vivere in stati democratici e di diritto. Come gli italiani: il cui governo, dove siede la “sinistra” di Pd e Leu, rinnova gli accordi omicidi con la Libia, e si guarda bene dall’abrogare i mostruosi Decreti Sicurezza Salvini-Di Maio-Conte.

Ma Banksy è un artista che si misura anche col, marcissimo, mercato dell’arte, traendone i fondi per finanziare la sua attività in tutto il mondo, e per vivere. Lo fa con una consapevolezza e un senso critico più unici che rari, che sono emersi in molti modi paradossali, e che ora arrivano al culmine nella dichiarazione per cui i soldi guadagnati con opere sui migranti devono tornare ai migranti. È l’esplicita teorizzazione di una concretissima responsabilità politica dell’arte.

Banksy “restituisce” quei soldi non solo attraverso il vitale soccorso in mare (la nave, che ha appena iniziato ad operare, ha già salvato 89 persone nel Mediterraneo), ma anche rappresentando un’esplicita attuazione del diritto di resistenza: il diritto di resistere ai poteri pubblici che violino diritti fondamentali della persona. Non per caso, sul sito della missione (mvlouisemichel.org) il classico Search and Rescue è riscritto in Solidarity and Resistance. Per questo Banksy ha reso noto il proprio ruolo, e – come comunica sempre il sito ufficiale – ha decorato personalmente la barca, facendone uno straordinario pezzo unico che, tra molti anni, finirà la sua vita gloriosa nella sala di un grande museo.

Così oggi chi vuol vedere, in questo scorcio d’estate, un’opera d’arte vera – in profonda comunione con il mare, con la natura umana e con la Politica con la P maiuscola –, può cercare, nei porti dell’Italia del Sud, la “Louise Michel”. Trovandola, potrebbe capitargli perfino di ritrovare se stesso.

Israele Il Patto con gli Emirati sconfessato dal Gran Mufti

L’annuncio della normalizzazione dei rapporti fra Emirati Arabi Uniti – un accordo “epocale” come ha scritto fin troppo ottimisticamente il New York Times – non sta dando i risultati sperati. Tiepidi i Paesi Occidentali e freddi gli Stati arabi, anche quelli di cui sperava una rapida adesione, come Bahrein e Arabia Saudita. Si moltiplicano invece le prese di distanza di eminenti rappresentanti del mondo arabo. L’ultima è quella del Gran Mufti di Gerusalemme che si è dimesso da un forum per “promuovere la pace” con sede negli EAU, dopo l’approvazione pubblica da parte dell’organismo della normalizzazione delle relazioni tra lo Stato del Golfo e Israele. Muhammad Hussein ha annunciato le sue dimissioni dal Forum per la promozione della pace nelle società musulmane (FPPMS) definendo l’intesa “una pugnalata alle spalle di palestinesi e musulmani, e un tradimento per i luoghi sacri musulmani e cristiani di Gerusalemme”. E come se fossero apostati ha annunciato il divieto ai musulmani degli EAU – in caso di future visite in Israele – di visitare e pregare nella moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, terzo luogo santo dell’Islam. La scorsa settimana, dal Forum era stata rilasciata una dichiarazione sostenendo che la normalizzazione “ha impedito a Israele di estendere la sua sovranità sulle terre palestinesi” ed è un mezzo per “promuovere la pace e la stabilità nel mondo”. Per gli Emirati, l’intesa con Israele è stata un mezzo efficace per scongiurare l’annessione della Cisgiordania e salvare la soluzione dei “due Stati”, ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua a ripetere invece che la questione è solo rinviata e lui rimane “impegnato ad annettere parti della Cisgiordania”.

In settimana anche l’attivista musulmano-americana Aisha al-Adawiya si è dimessa dal Forum – che venne creato nel 2014 ed è guidato dallo studioso saudita Abdullah bin Bayyah – a seguito della dichiarazione a sostegno della normalizzazione dei rapporti con Israele. Altri membri dell’organismo, compreso Abdullah al-Matouq, consigliere della corte reale del Kuwait, hanno preso le distanze dalla dichiarazione del forum.

 

Genocio Ruanda: l’Eichmann africano vive tra i francesi

Il Ruanda ha emesso un mandato di arresto internazionale contro Aloys Ntiwiragabo, uno dei presunti artefici del genocidio dei Tutsi del 1994. Ntiwiragabo era stato all’epoca il capo dei servizi segreti militari in Ruanda ed è sospettato di aver pianificato e coordinato i massacri. Il mandato di arresto è stato emesso dopo le rivelazioni di luglio di Mediapart, che avevano permesso di identificare l’uomo, 72 anni, nei pressi di Orléans (centro della Francia). Poco dopo la procura di Parigi aveva aperto un’inchiesta preliminare contro di lui per “crimini contro l’umanità”. Dopo la morte di Augustin Bizimana, l’ex ministro ruandese della Difesa al momento del genocidio, la scorsa primavera, solo due degli undici funzionari ruandesi che figurano ancora nella lista del Tribunale penale internazionale per il Ruanda tra gli artefici del genocidio Tutsi, sfuggono ancora alla giustizia. Il colonnello Aloys Ntiwiragabo è uno di questi. Stando ad una fonte vicina al dossier, la reazione del Ruanda alle nostre rivelazioni di luglio non si è fatta attendere.

Kigali ha subito trasmesso via canali diplomatici i documenti necessari a ottenere l’arresto del sospetto, di cui viene chiesta anche l’estradizione. La stessa fonte ci ha anche detto che il Ruanda è ora in attesa di una reazione da parte della Francia. Il 24 luglio scorso, poche ore dopo la pubblicazione della nostra inchiesta sul colonnello Ntiwiragabo, le autorità di Kigali sono entrate in agitazione. L’ufficiale, che non è mai stato arrestato, era scomparso da molti anni. Il Ruanda, che nel 2003 lo aveva piazzato al primo posto tra i responsabili del genocidio, ne aveva perso le tracce. Nel 2004, per mancanza di tempo, l’indagine del Tribunale internazionale era stata sospesa. Finora nessun mandato di arresto era stato emesso nei confronti di Ntiwiragabo e di fatto nessuno credeva più di poterlo ritrovare. Quando la notizia della sua identificazione ha raggiunto Kigali, il procuratore generale, Aimable Havugiyaremye, ha ereditato il caso: “È stato un sollievo apprendere che Ntiwiragabo si trova in Francia e che è stato identificato”, ha affermato dopo essere stato contattato da Mediapart. Per i magistrati ruandesi è iniziata allora una corsa contro il tempo.

Obiettivo: spiccare un mandato di arresto internazionale il più rapidamente possibile per essere sicuri che le autorità francesi possano fermare il sospetto in breve tempo. Quest’ultimo potrebbe decidere di svanire di nuovo nel nulla. Per quattordici giorni, i magistrati hanno scrutato meticolosamente gli archivi e convocato i testimoni. Hanno interrogato dei sopravvissuti al genocidio, degli ex membri dei servizi segreti e dei combattenti delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda. “Abbiamo ricostruito l’intero fascicolo di Aloys Ntiwiragabo, portato avanti e concluso le nostre indagini. Abbiamo riunito venticinque testimoni. Un numero che ci sembra sufficiente per formulare un corretto atto d’accusa”, ha spiegato Aimable Havugiyaremye. L’11 agosto, il Ruanda si è dunque rivolto ufficialmente al ministero francese della Giustizia. Il “paese delle mille colline” ha dunque trasmesso il suo atto d’accusa e reclamato l’arresto di Ntiwiragabo, nonché la sua estradizione verso Kigali. Le autorità giudiziarie ruandesi hanno anche chiesto a Interpol, l’Organizzazione internazionale della polizia criminale, di emettere una “red notice” contro il colonnello Ntiwiragabo, un avviso cioè che si rivolge alle polizie di tutto il mondo. L’istituzione internazionale, che ha sede a Lione, sta attualmente esaminando la richiesta del Ruanda. Un mese fa, la procura antiterrorismo di Parigi ha aperto un’indagine preliminare in Francia.

L’iniziativa del Ruanda dovrebbe poter accelerare la procedura giudiziaria e dunque l’arresto del sospetto. Il ministero francese della Giustizia, contattato da Mediapart, non ha voluto confermare di aver ricevuto le richieste del Ruanda: “Non ci è possibile comunicare su questa vicenda ancora in corso”, ci è stato spiegato. Da parte sua, la procura antiterrorismo ha rifiutato di rispondere alle nostre domande. Per rispetto dei protocolli diplomatici, Kigali si è astenuto dal reagire ufficialmente alla pubblicazione dell’inchiesta di Mediapart e all’apertura dell’inchiesta preliminare in Francia. In attesa della reazione delle autorità francesi, la diplomazia ruandese mantiene il dovuto silenzio. “Spero soprattutto che la vicenda non si trascini troppo e che Ntiwiragabo venga arrestato”, osserva Alain Gauthier, presidente del Collettivo delle parti civili per il Ruanda. I dubbi sono fondati: la procura di Kigali ha trasmesso alle autorità francesi 42 atti di accusa su sospetti del genocidio, senza ottenere nulla di concreto. La Francia è ancora oggi un santuario per i responsabili del genocidio in Ruanda. Solo tre di loro sono stati condannati da tribunali francesi. Per quanto riguarda gli altri incriminati, due hanno ottenuto il non luogo a procedere, due sono scomparsi e uno è morto senza essere processato. Restano ancora 22 casi aperti, di cui uno, il più datato, avviato nel 1995, che avanzano a fatica. Per i ruandesi, è semplicemente impensabile che il caso del colonnello Ntiwiragabo si ritrovi in questo genere di impasse. “Vorrei che Ntiwiragabo fosse processato qui in Ruanda e che si potesse recuperare la gabbia di vetro in cui Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista, comparve durante il suo processo, a Gerusalemme. Potremmo adattarla per farne una versione ruandese”, ci dice il giornalista Albert Rudatsimburwa, direttore generale della radio ruandese Contact FM a Kigali, e lui stesso sopravvissuto al genocidio. Ma rimane un problema: la Francia rifiuta di estradare in Ruanda gli autori presunti del genocidio, a differenza dei vicini europei, Germania, Norvegia, Olanda o Danimarca.

Malgrado gli sforzi portati avanti dal Ruanda in materia di funzionamento della giustizia, Parigi ha sistematicamente rifiutato di consegnarle i sospetti. “Disponiamo di tutti gli strumenti necessari per giudicare Aloys Ntiwiragabo. Diversi presunti responsabili del genocidio sono già stati inviati in Ruanda da vari paesi per essere processati qui e le autorità che li hanno estradati sono soddisfatte”, tiene a precisare il procuratore Aimable Havugiyaremye. Per il momento, l’uomo che per i sopravvissuti del genocidio potrebbe essere l’Adolf Eichmann ruandese, è dunque ancora libero in Francia. Per legge gode della presunzione di innocenza e, stando ai suoi avvocati, non ha ricevuto alcuna convocazione.

(Traduzione di Luana De Micco)

Truffe online L’ultima è la finta diretta Facebook con C. Ronaldo

Alzi la mano chi, praticante assiduo dei social network, non abbia avuto almeno un contatto che sia finito nella rete delle finte dirette di Cristiano Ronaldo. La truffa è la seguente: sul rullo delle notizie di Facebook appare un video con il bollino della “diretta” e il (bel) viso di Cr7. Sembra stia davvero parlando con gli spettatori. Accanto, un indovinello e una didascalia che invita a risolvere l’arcano per vincere i 5mila dollari destinati ai primi 2.500 utenti. Facile, si posta la risposta nei commenti e immediatamente si riceve un messaggio privato che può invitare a fare due cose per poter poi avere accesso agli agognati dollari: condividere il video della diretta in dieci gruppi attivi di Facebook e poi contattare i gestori della pagina dicendo “fatto”. A quel punto, l’ultimo passaggio: la richiesta di dati e coordinate bancarie che, come avvisano continuamente – e come hanno fatto anche questa volta – Polizia Postale & C. non bisogna mai fornire online.

Il livello di raffinatezza dell’operazione è impressionante: la finta diretta è composta da una lunga serie di reali dirette di Ronaldo “incollate” per un totale di circa quattro ore, con la consapevolezza che ogni utente ne vedrà solo una piccola parte e quindi crederà sia autentica, registrata in quell’esatto momento. C’è poi un vero e proprio esercito di pagine che, contemporaneamente, lanciano il video-truffa in ogni angolo del social intercettando una platea enorme e amplificandolo, con il trucchetto “condividi se vuoi i soldi” con la complicità degli utenti. Un mostro di quella che viene definita “ingegneria sociale”, insomma: con tecniche raffinate, umane o artificiali, si può evincere molto di una persona dai social network, anche risalire alle sue password.

Ancora una volta, poi, la truffa coinvolge l’immagine di un vip super-ricco, portando l’utente a pensare che sia verosimile che voglia donare qualche milione al “popolo” per festeggiare, per dire, l’arrivo di un figlio o – come era accaduto con la maxi truffa in cui si prometteva di moltiplicare per mille le donazioni in bitcoin – per essere solidale nell’emergenza Covid: in quel caso si era riusciti a prendere il controllo addirittura degli account ufficiali Twitter di Obama, Elon Musk, Bill Gates e altri. Dietro c’era una rete creata online da giovani e giovanissimi americani che probabilmente non si erano nemmeno mai incontrati. Non è escluso che pure stavolta l’organizzazione sia tanto criminale che “virtuale”.

 

Autostrade resta ad Atlantia? Lo Stato tagli i maxi-profitti

Il 15 luglio il Governo annunciava di aver trovato un accordo con Atlantia per risolvere definitivamente la questione Autostrade per l’Italia (Aspi). L’accordo consisteva in due parti: il passaggio del controllo di Aspi da Atlantia alla Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) e modifiche alla concessione con l’assoggettamento delle tariffe al price cap. Il Governo puntava ad effettuare il passaggio di controllo molto rapidamente; oggi invece la conclusione appare lontana e ci sono anche dubbi se quell’accordo verrà mai attuato.

Nel comunicato di palazzo Chigi si affermava che “Atlantia e Aspi si sono impegnate a garantire l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cdp) attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato in alternativa, Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento”. È evidente che entrambe le soluzioni presupponevano che si raggiungesse un accordo tra le parti sulla valutazione di Aspi. Ma sembra che Atlantia abbia deciso di percorrere una strada diversa: mettere sul mercato il suo 88% di Aspi attraverso una gara internazionale, lasciando quindi che sia il mercato stesso a determinarne il valore. Cdp sarebbe libera di partecipare alla gara, al pari di altri soggetti. Se Cdp partecipasse alla gara offrendo di acquistare il 51% (o quote tali da assicurarle il controllo) il prezzo delle azioni Aspi verrebbe spinto più in alto del valore della società quale risulterebbe senza la partecipazione di Cdp. Non si vede perché lo Stato dovrebbe pagare un premio salato per acquisire il controllo di una società concessionaria soggetta a regolazione. L’operazione richiederebbe comunque tempi lunghi ed il costo per Cdp resterebbe incerto sino alla fine.

Atlantia può avere interesse a prolungare i negoziati sia perché intanto Aspi continua ad incassare i pedaggi senza ridurre le tariffe come aveva proposto sia perché nelle more potrebbe subentrare un governo più amichevole.

Il Governo dovrebbe prendere atto senza indugio della difficoltà per Cdp di assumere il controllo di Aspi alle condizioni proposte da Atlantia. Può scegliere tra tre alternative: 1) imporre una procedura per determinare il valore di Aspi d’accordo tra le parti e procedere come previsto nell’accordo del 14 luglio; 2) revocare la concessione visto che l’accordo non viene attuato; 3) abbandonare il progetto di riportare il controllo di Aspi in mano pubblica e procedere subito alle modifiche della convenzione previste nell’accordo di luglio. Se lo Stato rinuncia ad acquisire il controllo viene meno anche l’interesse a forzare i Benetton a cedere il controllo ad altri. Chi considerava l’esclusione dei Benetton un grande successo politico verrebbe deluso. Ma l’obiettivo di ridurre i pedaggi e migliorare le manutenzioni della rete (oltre che farsi indennizzare i danni) non potrebbe essere raggiunto anche senza far pagare a Cdp un prezzo elevato per il controllo di Aspi? In fondo, alla gente importa molto di più avere tariffe contenute e buone autostrade piuttosto che saperne il controllo in mani pubbliche.

Lo Stato potrebbe puntare a gestire assai meglio che in passato il suo ruolo di regolatore, limitando gli extra-profitti del concessionario senza lederne i diritti contrattuali. Il Mit potrebbe ad esempio rivedere l’assegnazione e/o le condizioni del “Passante di Genova”, un maxi investimento di circa 4,5 miliardi. La costruzione del Passante fu assegnata ad Aspi senza gara nel 2002, uno dei tanti regali elargiti col IV Atto aggiuntivo che fece la fortuna dei Benetton. Ho stimato (si veda il mio libro “La svendita di Autostrade”, edito da Paper First) che le condizioni finanziarie dell’accordo raggiunto col ministro Del Rio nel 2017 per la costruzione del Passante avrebbero portato ad Aspi un beneficio valutabile attorno ai 10 miliardi. Quell’accordo non è ancora in vigore. Se il Mit fosse deciso potrebbe rivedere il progetto riducendo i costi, metterlo a gara o indire gare separate per la costruzione ed il finanziamento, tanti modi possibili per contenere i profitti di Aspi e soprattutto gli oneri sui pedaggiati. Se Aspi verrà quotata la valutazione degli investitori dipenderà anche dalle decisioni del Mit sul futuro del Passante ed in generale dalla percezione se ci saranno veri cambiamenti nella gestione del Mit, se si comincerà a difendere con rigore i poveri pedaggiati o si continuerà a fare regali ai concessionari come in passato.

Attendiamo infine che il tribunale di Genova si esprima sulle responsabilità del crollo del ponte, che potrebbero avere risvolti patrimoniali rilevanti e magari riaprire la discussione sulla revoca.

Ecco perché TikTok è così importante (e vale 30 miliardi)

Isocial network alla lunga stancano, i soldi e il controllo no. Si spiega così l’influenza che una piattaforma di video brevi e divertenti come TikTok riesce ad avere sulle dinamiche geopolitiche che coinvolgono le due maggiori potenze mondiali. Per farla breve, fino a che il mondo dei social network era confinato in un monopolio americano è andato tutto bene. Ora, che a suon di teenager e canzoncine è in atto una transumanza generale verso l’applicazione cinese, tutto diventa più complesso. E per evitarlo acquistando almeno la parte statunitense del servizio, aziende come Microsoft e il gigante della distribuzione Walmart (che consente alla prima di aggirare i vincoli antitrust) sono pronte a sborsare molti miliardi di dollari, con la benedizione di Donald Trump.

La notizia è di qualche giorno fa e ci si aspetta che la partita si chiuda a stretto giro: dopo le minacce del presidente Trump (che voleva bandire l’applicazione di Pechino negli Usa) e le dimissioni del Ceo Kevin Mayer – arrivato in cima da pochissimo per rassicurare i mercati e la Casa Bianca e “de-cinesizzare” l’immagine del social – TikTok non solo ha acconsentito a vendere le sue attività in Usa e Australia, ma ne ha anche stabilito il prezzo: ben 30 miliardi di dollari.

L’asse Microsoft-Walmart, uno dei possibili acquirenti, sarebbe però disposta ad offrire 10 miliardi e si è parlato dell’interessamento di Oracle e quello (non confermato né smentito) di Alphabet, la casa madre di Google: il movimento di un elefante che potrebbe condizionare molto le trattative ma che darebbe nuovo materiale a un Antitrust particolarmente attivo contro big tech negli ultimi mesi. Certo è che nella partita delle grandi potenze mondiali, iniziano a giocare le grandi potenze digitali. Ma come è possibile che una piattaforma di balletti, playback e sketch crei tutto questo trambusto, tanto da richiedere, per la vendita, addirittura l’autorizzata dal governo di Pechino per motivi di “interesse nazionale” (notizia di ieri)? Secondo le accuse del presidente Usa, TikTok sarebbe un cavallo di troia cinese capace di spiare (non bastasse Huawei) gli americani e di schedarli uno per uno. Scenario possibile, ma non meno di quanto potrebbe fare la Casa Bianca coi social a stelle e strisce. In meri termini economici, questa profilazione si traduce nell’affaccio all’oceano della pubblicità targhettizzata, ormai fulcro dei mercati online. Tradotto: è sconveniente che le informazioni di milioni di americani finiscano nelle mani di un’azienda cinese, generino profitti per un azienda cinese e lo facciano senza che nessuno possa metter becco sui meccanismi che regolano piattaforma e algoritmi. Da questo punto di vista, import ed export sono più facili da controllare e regolare rispetto al traffico dati.

Ma il punto più sensibile riguarda l’addio di TikTok alla “nicchia”: fino a poco tempo fa sfogo dei più piccoli (che, a proposito, iniziano a lamentarsi per l’invasione dei “grandi”), la piattaforma ha registrato una crescita eccezionale negli ultimi mesi, iniziata a fine 2019. I dati arrivano da più “termometri” specializzati: da App Annie a Com Score a Sensor Tower. Gli utenti statunitensi passano ormai più tempo su TikTok che su Instagram mentre il tempo trascorso dagli utenti cinesi nella prima settimana di febbraio sarebbe aumentato del 130% rispetto alla media settimanale del 2019. Qualcuno parla di incremento del 93% del tempo totale trascorso su TikTok negli Stati Uniti da ottobre 2019.

TikTok è stata anche l’applicazione non di gioco più scaricata al mondo a luglio: oltre 65,2 milioni di volte, con un aumento del 21,4% anno su anno e con oltre 102,5 milioni di dollari di spesa degli utenti. A marzo ha raggiunto i 2miliardi di download (di fatto inseguendo Facebook) e a febbraio ha realizzato 50,4 milioni di dollari di entrate pubblicitarie (+784,2%). Se dunque c’è un cavallo vincente su cui puntare, TikTok lo è e fa ovviamente paura. Facebook ad esempio si è dovuta accontentare del secondo posto nella gara dei download, con il maggior numero di installazioni in India (23,1%) e Indonesia (9,1%). Un mercato emergente che fa gola anche a TikTok, dove ha la crescita più forte secondo Sensor Tower.

Dominio e influenza, insomma, si spostano sul terreno digitale – il “soft(ware) power” come lo ha già definito qualcuno – ma questo comporta l’entrata in gioco di interessi complessi. Basti dire che la casa madre ByteDance nel 2017 ha acquisito una app di video con sede a Shanghai – Musical.ly – pagandola un miliardo: l’ha rilanciata l’anno dopo come TikTok e ora vale 50 miliardi. Ecco, dice Reuters che circa il 70% del capitale che ByteDance ha raccolto da investitori esterni proviene dagli Usa: il “social cinese” è un po’ più complicato di come lo racconta Trump.

Elogio delle banche centrali: adesso non sono più noiose

Poco più di vent’anni fa Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, introdusse un parametro fondamentale per valutare il successo del banchiere centrale: “Una Banca Centrale di successo dovrebbe essere noiosa – un po’ come un arbitro il cui successo viene giudicato da come poco le sue decisioni si intromettono nel gioco stesso”. Il mestiere del banchiere centrale doveva essere assolutamente prevedibile: l’economia doveva fare il proprio corso, i mercati funzionare in modo autonomo e la banca centrale solo conseguire un obiettivo di inflazione di lungo termine (inflation targeting) aggiustando i tassi di interesse a breve termine. Dalla crisi innescata dai mutui subprime americani del 2008 in poi, tutte le principali banche centrali del mondo hanno perso questa prevedibilità: niente più noia, dal 2008 il loro interventismo è cresciuto in maniera esponenziale. Una volta azzerati i tassi o portati in territorio negativo, la politica monetaria ha agito soprattutto sulla quantità di liquidità da emettere nel sistema e gli strumenti da utilizzare per l’emissione. In questi 12 anni le tre principali banche centrali del mondo, la Bce, la Fed Usa e la Banca del Giappone (BoJ), hanno espanso il proprio bilancio di circa 17.000 miliardi di dollari.

Critica/1. Questo attivismo ha portato con sé anche numerose critiche da parte di chi lo ritiene inutile e/o dannoso. La prima è che questa immissione di liquidità senza precedenti avrebbe portato a scenari tipo Repubblica di Weimar: inflazione fuori controllo e svalutazione. La realtà è andata da tutt’altra parte. Nonostante il più grande stimolo monetario mai visto, i prezzi nelle principali economie del globo sembrano non volersi schiodare da un livello vicino alla deflazione: è la confutazione empirica della teoria “quantitativa”, che vuole l’andamento dei prezzi determinato da una relazione meccanica con la moneta in circolazione.

Critica/2. La seconda critica è che la liquidità immessa ha alimentato una bolla del mercato, una crescita dei titoli azionari in Borsa in modo del tutto scollegato dai fondamentali economici sottostanti. Se guardiamo al caso degli Usa, tutti gli indici di Borsa in questi anni hanno di volta in volta aggiornato nuovi massimi: anche ora, nonostante 20 milioni di disoccupati e un’economia che stenta a superare i disastri della pandemia, la corsa sembra inarrestabile. Questo ha amplificato le disuguaglianze: solo la parte più ricca della popolazione, avendo risparmi investiti in titoli finanziari, ha potuto beneficiare dei rialzi. Questo tipo di correlazione, però, non convince completamente. La crescita esponenziale della Borsa americana è per molti versi un caso a parte: gli indici dell’Eurozona, ma anche di Giappone o Regno Unito, sebbene in presenza di un’espansione monetaria paragonabile, non solo hanno stentato a ritornare ai livelli precedenti il 2007, ma, complice la caduta post-Covid, viaggiano ancora su valori inferiori rispetto a 13 anni fa. Con il Quantitative Easing, l’oggetto di scambio tra banca centrale e mercato non sono le azioni, ma titoli obbligazionari pubblici o privati. Non si aggiunge alcuna ricchezza netta al settore privato: si trasforma solo lo strumento nel quale è collocata.

Critica/3. Nell’Eurozona, svanita la paura che la politica monetaria portasse ad un’inflazione fuori controllo e non essendoci nemmeno stati rally di Borsa, la critica maggiore si è concentrata sulla politica dei tassi negativi. L’accusa, mossa soprattutto in Germania, è che sono un costo applicato alle banche, che ne mina la redditività e di conseguenza la capacità di far credito all’economia reale. Insomma, i tassi negativi non solo non vengono trasferiti alla clientela, ma ridurrebbero i prestiti che esse sono disponibili a erogare. Le banche di conseguenza impiegherebbero la liquidità ottenuta dalla banca centrale per aumentare solo le loro esposizioni in titoli di Stato. Anche il legame tra tassi negativi e contrazione del credito rimane però debole. Di recente Isabel Schnabel del comitato esecutivo della Bce ha fornito un interessante resoconto dell’esperienza che la banca centrale sta ricavando da questi anni di tassi negativi: “Tassi negativi possono avere effetti collaterali sulla redditività delle banche e sul comportamento di assunzione di rischi. Ciò detto, l’esperienza della zona euro suggerisce che gli effetti positivi hanno dominato, supportati dal ricorso ad altre misure politiche che mitigano direttamente i costi dei tassi negativi”. Secondo Schnabel, il cosiddetto reversal rate, il livello sotto il quale ulteriori riduzioni di tassi si trasformano in costi per il settore bancario (e per la clientela), è ancora abbastanza distante, grazie alle misure introdotte in questi anni. Nuove riduzioni di tassi potrebbero ancora essere possibili. È vero: l’espansione monetaria non ha portato a un aumento proporzionale di prestiti all’economia, ma su questo potrebbero aver influito forze più importanti, come ad esempio le varie regolamentazioni di Basilea introdotte in questi anni, l’aumento del ruolo di vigilanza della banca centrale con richieste sempre di maggior capitale e una minor propensione all’indebitamento della clientela in seguito alla crisi.

A favore/1. Se è evidente che il sistema economico non è più riuscito a raggiungere la crescita dell’economia, della produttività, dei salari e quindi di inflazione che registrava fino alla crisi del 2008, rimane ancora tutto da dimostrare quanto questo sia dovuto all’inefficacia della politica monetaria. O meglio, potrebbe essere interessante valutare cosa sarebbe successo se le banche centrali si fossero astenute dal compiere gli interventi monetari effettuati in questi anni o avessero modificato la propria politica prima di aver raggiunto gli obiettivi di inflazione. La storia ci insegna che lasciare che siano le forze del mercato a fissare tassi d’interesse e moneta in circolazione, come succedeva negli Usa col National Banking System, non evita né le bolle finanziarie né drammatiche depressioni: quel sistema – che restò in vigore per 50 anni fino al 1913 (quando venne sostituito dal Federal Reserve System con la creazione della Fed) – durante la sua esistenza sperimentò varie bolle con conseguenti crisi che si trasformarono in 4 depressioni, delle quali l’ultima, il panico del 1907, portò alla chiusura dell’intero sistema bancario ed a una frammentazione dei sistemi finanziari degli Stati, nei quali i certificati di piccolo taglio delle clearing house distrettuali avevano in parte sostituito il dollaro dalla circolazione.

A favore/2. Un’altra lezione, stavolta in negativo, può essere ricavata dall’esperienza della Bce nel 2010/2011. Sotto la direzione di Jean Claude Trichet non solo la Bce ha interferito, con le famose lettere, nelle politiche economiche dei singoli Stati, ma ha varato una serie di misure inadeguate (vedi il programma SMP) e un doppio rialzo dei tassi mentre tutto il mondo stava ancora andando in direzione opposta e parti della zona euro erano sottoposte a feroci fughe di capitali. Queste misure hanno trasformato una crisi finanziaria confinata in Paesi marginali in una crisi complessiva del sistema dell’euro che lo ha portato a un passo dalla distruzione.

Conclusione. Con l’arrivo della crisi del 2008, come detto, gli strumenti utilizzati dalle Bc sono gioco forza aumentati, molti tabù sono stati abbattuti e impostazioni teoriche non più supportate dai fatti sono state abbandonate. Un ulteriore passo fondamentale lo si è avuto pochi giorni fa quando, al simposio di Jackson Hole, il governatore Jerome Powell ha esplicitato il nuovo modo con il quale la Fed condurrà la sua politica monetaria: per i prossimi anni utilizzerà il cosiddetto meccanismo di Average Inflation Targeting, abbandonando l’obiettivo specifico di inflazione. Tradotto: verranno tollerati periodi più o meno ampi di inflazione sopra il 2% senza che si avvii, come nel 2016, un percorso di normalizzazione della politica monetaria. Fino a quando non ci saranno segni di rialzi non voluti dei prezzi, sarà così possibile portare l’economia a livelli di crescita e occupazione più elevati, anche superiori al valore massimo stimato dalla Fed, in modo che di essa ne beneficino anche gli strati sociali più bassi della popolazione. Il modo con il quale verranno valutati i periodi di media di inflazione sarà flessibile, non sottoposto a formule rigide, ampliando ancora la discrezionalità nelle decisioni. Con la Fed come apripista è probabile che anche altre Bc in tempi più o meno brevi possano seguirla. Disse Mario Draghi qualche anno fa: “C’è stata un’epoca, non molto tempo fa, in cui fare il banchiere centrale era considerata una professione piuttosto noiosa e poco emozionante (…) Alcuni pensavano che la politica monetaria potesse effettivamente essere gestita col pilota automatico. Posso dire con certezza che quel tempo è passato”.

Amarcord. Mi piacerebbe rivedere Roma (quando, d’estate, ci si tuffava nel Tevere)

L’altro giorno rivedevo il film Poveri ma belli pellicola spensierata, leggera, giovanile di Dino Risi che arriva dritta al cuore. Un film comico di successo che non si serve di comici di professione, ma punta sul gioco di squadra degli attori. Siamo nel ’56, questi ragazzi ballano e si divertono con bagni e tuffi nel Tevere, in prossimità di Castel Sant’Angelo su un galleggiante detto “Dar Ciriola”, dal nome del pescatore delle prelibate anguillette che una volta popolavano il Tevere. Lì i romani passavano le loro vacanze sorvegliati dal grande fiumarolo e lì nascevano e finivano i primi grandi amori. Sono passati 40 anni e questa Roma non esiste più. Impensabile fare oggi il bagno in prossimità dei grandi monumenti, nel cuore della città durante le calde e afose giornate d’estate. Questa Roma semplice e ingenua non aveva bisogno di fare viaggi all’estero, l’importante era riuscire a trovare i soldi per andare a vedere un film in un’arena all’aperto o andare a prendere un gelato o una grattachecca con la fidanzata. Son tornata a vedere questi posti per capire se qualcosa per caso fosse rimasto di questa Roma antica e leggera, di questa umanità che affollava le rive del fiume. Il Tevere è sempre più sporco, lo stabilimento non c’è più, ogni tanto provano a mettere dei bar o dei ristoranti con risultati non soddisfacenti. L’unica cosa rimasta di questa antica tradizione è un rito che si ripete ogni Capodanno. Uno bizzarro signore che si fa chiamare Mister OK, puntualmente si tuffa da ponte Marconi in mutandoni con un cilindro in testa, per augurare buon anno. Forse è figlio di Dio, o forse è figlio der Ciriola. È un peccato che questa realtà così semplice e così minima non ci sia più. Il Tevere ha una sua magia e ne è passata tanta di acqua sotto i ponti, mi piacerebbe sentir dire ancora “Me vado a buttà a fiume!”. Bisogna sempre vedere se i topi che lo popolano sarebbero d’accordo.

 

 

Ragazzo italiano La felicità è una bella storia: la prova è nel romanzo di Gian Arturo Ferrari

Quasi a metà del libro (finalista al Premio Strega) Ragazzo italiano (Feltrinelli), l’autore, Gian Arturo Ferrari, super manager Rizzoli e Mondadori che comincia come giornalista-studente e ritorna scrittore in grande, racconta perché per il bambino protagonista del suo libro superare un esame appare più semplice di quel che aveva temuto.

Il tema della prova scritta d’Italiano, infatti, era “raccontate una vostra vacanza”. “Facile” ha pensato subito il bambino evocato dalla memoria di Gian Arturo Ferrari. Ed è entrato con facilità e di corsa in una scuola superiore che lo avrebbe portato a un’altra e a un’altra, godendosi il viaggio del bambino, ragazzino e ragazzo (sono le tre parti del libro) che va bene a scuola. Però non è facile per l’autore, scrivere un libro facile, come è stato il tema sulle vacanze del suo personaggio bambino. O meglio un libro dove la vita si apre, porta dopo porta, fra parenti intelligenti, insegnanti tollerabili e un bel rapporto fra immaginazione e realtà. Il tutto intorno a un bambino che nasce, cresce, apprende e diventa una persona solida e serena. Gian Arturo Ferrari ha dovuto tener conto della famosa e autorevole affermazione secondo cui le famiglie felici non hanno storia. E (questo è il suo successo) ha deciso di narrare la storia di un ragazzo felice.

Lungo questo percorso non aveva molti modelli a cui ispirarsi. Abbandoni, distacchi prematuri, collegi infami, educatori bugiardi, padri distratti o inferiori al compito e madri “ balocchi e profumi” sono il campo minato che i narratori delle proprie vita devono attraversare, tra esplosioni devastanti e voltafaccia inattesi. Ferrari ha avuto coraggio e il gioco gli è riuscito. Provo a dire perché.

Una prima ragione è che il ragazzo felice non ha speciali tormenti. Vede, ascolta, capisce e risponde gradatamente (è il grande pregio della prima parte del libro) al mondo che lo circonda. Qui c’è una trovata che sembra ovvia e invece nelle narrazioni di questo tipo è rarissima: il bambino Ninni che ci chiedono di osservare mentre tocca e viene toccato dal mondo dà e riceve affetto in modo stabile e profondo e, come certe vitamine in grandi dosi, si forma così una piccola persona solida e armoniosa che capisce molto, ama molto, ha poche paure e sta bene tra gli umani. Diventa intorno a lui a mano a mano più limpido e bene identificato, un cast (prevalentemente famiglia, ma non solo) di persone amorevoli o affidabili. Come ho detto il libro è diviso in tre parti. E quando passiamo dal “bambino” al “ragazzino” bisogna riconoscere all’autore l’agilità che lo induce a cambiare (come si fa con le “chiavi” in musica) il tono narrativo (linguaggio e pensieri) spostandoci nel nuovo mondo dove la vita continua diversa, ma carica dello stesso equilibrio affettivo e mentale. E poiché il passaggio al liceo appare ricco di nuove cose buone che cambiano tutto ma non il mondo di Ninni diventato Piero e in procinto di entrare a pieni voti all’università, non ci resta che salutare questo riuscito rovesciamento di convenzioni. Un romanzo felice può essere un bel romanzo.

Ragazzo italiano – Gian Arturo Ferrari, Pagine: 320, Prezzo: 18, Editore: Feltrinelli

Corsa al gas. Intesa investe 750 milioni di euro per trivellare l’Artico. Garantisce tutto lo Stato

La penisola Yamal, in Siberia, è una lingua di terra piatta che si estende per 700 chilometri nel Mar Glaciale Artico. Secondo Roshydromet, l’agenzia di Stato russa per il monitoraggio meteorologico e ambientale, è una delle zone del mondo che negli ultimi 30 anni ha subito il maggior aumento della temperatura. Il termometro è arrivato in qualche caso a sfiorare i 30 gradi d’estate, causando lo scioglimento del permafrost e stravolgendo la vita nomade dei Nenets, gli indigeni che su queste terre inospitali allevano renne da migliaia di anni. Una catastrofe? Dipende dai punti di vista.

Prendiamo quello del governo italiano e della più grande banca del Paese, Intesa Sanpaolo. Valorosi combattenti nella lotta alla crisi climatica, in teoria. “Ci impegniamo concretamente per un’economia e una società più verdi a livello nazionale, europeo e globale”, ha detto un anno fa il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Per non parlare di Intesa, che sul proprio sito si descrive come “La banca per uno sviluppo sostenibile”, con l’articolo determinativo davanti a banca. Peccato però che Intesa e governo siano impegnati nei fatti a finanziare una gigantesca operazione di estrazione e liquefazione di gas nell’Artico.

Il progetto si chiama Yamal Lng. Lanciato nel 2013, è uno dei più grandi piani di sviluppo di gas liquefatto al mondo. Ad estrarre il metano ci sono la russa Novatek, azionista di maggioranza del consorzio, la francese Total, i cinesi di Cnpc e del fondo Silk Road. Tutte aziende a controllo pubblico. L’oro azzurro verrà estratto dalle immense riserve nascoste sotto i ghiacci della penisola Yamal, liquefatto sul posto e trasportato via nave in Asia sfruttando la Northern Sea Route. È la nuova via marittima che va creandosi grazie allo scioglimento dei ghiacci. Uno dei vantaggi del riscaldamento globale, visto con gli occhi di Big Oil. Sì, perché invece di dover dirigersi ad ovest, circumnavigando l’Europa via Gibilterra e poi Suez, la nuova rotta permette il passaggio a est attraverso lo Stretto di Bering. Così, per consegnare in Cina il gas siberiano una nave impiegherà 15 giorni. Esattamente la metà rispetto a oggi.

Che c’entra l’Italia con tutto questo? C’entra, perché lo sviluppo del progetto è stato reso possibile anche grazie a un prestito da 750 milioni di euro offerto da Intesa Sanpaolo. Soldi che a cascata finiranno a una ventina di aziende basate in Italia e specializzate nella fornitura di componenti, come la Nuovo Pignone. La banca guidata da Carlo Messina, in realtà, non rischia molto. A garantire il suo credito è infatti Sace, società controllata da Cassa depositi e prestiti e in procinto di tornare sotto l’ala del ministero dell’Economia guidato da Gualtieri. In parole povere significa che, se per qualche motivo il prestito non dovesse essere restituito a Intesa, sarà Sace a metterci i soldi. Cioè i contribuenti italiani, visto che in ultima istanza il pallino è in mano al governo. Lo stesso che dice urbi et orbi di voler combattere per un mondo più verde. Verde, forse, come le pianure siberiane dove il ghiaccio sta sparendo per lasciare spazio alle trivelle.