La lezione Usa: indipendenza non vuol dire irresponsabilità

Il 18 luglio 2012, convocato sulle misure prese dopo la crisi finanziaria, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, spiegò ai deputati della Camera che la banca centrale avrebbe fatto “tutto quello che il congresso ci dirà di fare”. È il Congresso che ha il “potere di gestire la politica monetaria” ed è una “decisione politica” quella di delegarla alla Fed: “Anche la supervisione spetta al Congresso e noi accettiamo pienamente la necessità di trasparenza e responsabilità”.

Dagli anni 80 alla crisi finanziaria del 2008, la politica macroeconomica è stata condotta all’ombra della teoria monetarista di Milton Friedman. Banche centrali indipendenti devono solo tenere sotto controllo l’inflazione, perché quella dei prezzi è l’unica “stabilizzazione” che serve a un’economia di mercato che – tenendo i bilanci pubblici in “equilibrio” – arriva al suo “tasso naturale di disoccupazione”. Le politiche monetarie non hanno prevenuto le crisi finanziarie né garantito una ripresa adeguata. La crisi del 2008 ha cambiato il mondo, molti tabù sono caduti, le banche centrali hanno accumulato nuovi e vasti poteri (lo leggete qui a sinistra). Quello del banchiere centrale non è più “il mestiere più noioso del mondo”, ma l’aumento degli strumenti di intervento mette a nudo il concetto di indipendenza. Controllo e responsabilità diventano fondamentali.

Scene come quelle di Bernanke sono impossibili in Eurozona. La Fed ha il doppio mandato di stabilizzare l’inflazione e perseguire la massima occupazione. La Banca centrale europea ha solo il primo, un caso unico. Il suo mandato ricalca quello “monetarista” della Bundesbank tedesca ed è forse anche per questo che finora ha fallito nel centrare l’obiettivo (l’unico) di tenere l’inflazione poco sotto il 2% (la deflazione deprime l’economia). Nel settennato di Mario Draghi la Bce si è mossa nel solco della Fed Usa, seppure con grave ritardo, forzando i limiti del suo mandato. La sua indipendenza è un dogma, ma in un sistema disfunzionale come l’Eurozona è diventata un attore politico: può dettare – tramite lettere – la politica economica dei singoli Stati; nel giugno 2015 le sue scelte sulla liquidità di emergenza alle banche greche sono state determinanti per far cedere il governo di Syriza.

Negli Usa la svolta della Fed di giovedì apre a un lungo periodo di politiche monetarie espansive. La sfida è conciliare i nuovi poteri con il controllo democratico. Indipendenza non vuol dire irresponsabilità.

To’, ci sono paesi in cui il mondo dello sport produce un pensiero

Il posto delle fragole. La startup dei frutti di bosco a chilometro zero fondata a Milano dal bocconiano di nobili natali Guglielmo Stagno d’Alcontres era un’azienda da 7,5 milioni con gli schiavi extracomunitari. Per i quali non c’era nemmeno la toilette. I servizi igienici, un bagno chimico, erano a esclusivo uso del personale di origine italiana. Niente bagni per i braccianti provenienti dall’Africa che, in caso di necessità fisiologica, potevano accomodarsi nei campi. Chi provava a protestare veniva cacciato. Illuminanti le intercettazioni: “Domani cominciamo a buttarli fuori uno alla volta, anche quelli vecchi. Cominci a buttarne fuori uno, no? E vediamo gli altri. Il primo che rompe i coglioni va a casa, vediamo se gli altri non stanno attenti. Con loro devi lavorare in maniera tribale. Tu devi fare il maschio dominante, è quello il concetto, io con loro sono il maschio dominante. Sono più orgoglioso di avere inventato StraBerry che avere questi metodi coercitivi. Ma sono i metodi con cui bisogna lavorare”. Speriamo nel metodo della giustizia (si sa, siamo manettari).

Mistero camuffo. Intanto sedetevi. La notizia è questa: il Comune di Massa Martana, in provincia di Perugia, avrebbe deciso di non mettere in scena il Mistero Buffo di Dario Fo perché non “adeguato, per i temi attinenti alla religione cattolica, alla popolazione”. Così ha spiegato Eugenio Allegri, regista de Il primo miracolo di Gesù Bambino, spettacolo che doveva essere rappresentato il 29 agosto, nell’ambito del Festival Notti in Massa. “Il 21 agosto, a contratto firmato, apprendiamo dall’organizzazione del festival che l’amministrazione della cittadina umbra si è opposta alla realizzazione dello spettacolo”. Dal Comune umbro si affrettano a smentire: “C’è stato un fraintendimento. Non ci sarà, ma non per la censura”, ha detto il sindaco spiegando che volevano cominciare la rassegna con una cosa più “leggera”. Come si dice imbecilli in Gramelot?

Lirici fraintendimenti La soprano Luz del Alba Rubio in una lunga intervista a Repubblica accusa Placido Domingo: “La cosa peggiore è che abusava del suo potere: eravamo in un posto di lavoro, lui era il mio ‘capo’, mi vergognavo per lui. Baci troppo vicini alla bocca, approcci evidenti, l’invito nel suo appartamento privato dove la violenza è stata anche fisica perché baciava e non voleva essere respinto”. Lui respinge con fermezza: “Sono sconcertato dalle dichiarazioni gravemente lesive rilasciate da Luz del Alba Rubio nei miei confronti e le contesto fermamente”. Benissimo. Ci permettiamo di ricordare che un anno fa – a seguito di alcuni articoli dell’Associated Press, che aveva raccolto decine di testimonianze sui suoi atteggiamenti poco consoni con le colleghe – in una nota si era scusato. “Rispetto il fatto che queste donne si siano infine sentite abbastanza al sicuro da poter parlare, voglio sappiano che sono veramente dispiaciuto per la sofferenza che ho causato loro. Accetto la piena responsabilità per le mie azioni, questa esperienza mi ha fatto crescere”. La nota, dice ora placidamente, è stata completamente fraintesa. Per fortuna che accettava la piena responsabilità….

Sport ideas matter La protesta contro le violenze razziste negli Usa non si ferma. E non riguarda solo LeBron & c. Dopo il basket professionistico (molti atleti si sono esposti personalmente), si sono fermati anche il baseball e il calcio. Sono state posticipate tre partite della Major League di Baseball e cinque della Major League Soccer, dopo il rifiuto dei giocatori di scendere in campo. Segnale forte anche dal tennis: il torneo di Cincinnati si è fermato per un giorno. To’, ci sono Paesi dove il mondo dello sport è in grado di partorire un pensiero, perfino politico. Confortante.

 

Successi effimeri. Errori e poca scuola La dura la vita del calciatore in pensione

Mentre tengono banco le discussioni sul possibile addio di Messi al Barcellona e sui 700 (diconsi settecento) milioni della sua clausola compromissoria, ci sono due notizie, apparentemente scollegate tra loro, che arrivano dal mondo del calcio e meritano invece di essere riconsiderate: la prima riguarda la truffa da 30 milioni di cui è stato vittima l’inquieto allenatore dell’Inter Antonio Conte, derubato da un investitore truffaldino; la seconda riguarda la scelta compiuta dal capitano della Reggiana Alessandro Spanò che a 26 anni, dopo aver centrato la promozione in serie B, massimo traguardo della sua carriera, ha conseguito la laurea in Economia e Management all’Unicusano e avendo vinto una borsa di studio per frequentare la Hult Business School ha deciso di abbandonare il calcio (vivrà per tre anni tra Shanghai, Londra e San Francisco) per abbracciare la nuova vita che grazie agli studi gli si è spalancata davanti.

Perché i due fatti sono solo apparentemente scollegati tra loro, essendo invece inestricabilmente legati? Per spiegarlo ci rifacciamo a un recente studio compiuto da Giuliano Stendardo, 39 anni, oggi avvocato e docente Luiss, ieri valido calciatore con lunghi trascorsi in A come difensore di Napoli, Lazio, Juventus, Lecce e Atalanta. Stendardo ha squarciato il velo sul finto “mondo dorato” del pallone denunciando l’alto rischio povertà cui vanno incontro a fine carriera (mediamente i problemi nascono cinque anni dopo il ritiro) i giocatori professionisti: il 40% in Europa e addirittura il 60% in Italia, dove tra serie A, B e C militano 3 mila calciatori di cui il 70% ha un livello d’istruzione da terza media e meno dell’1% ha la laurea. In un’intervista concessa a “Leggo”, Stendardo ha detto: “In Italia il giovane calciatore tende a trascurare l’istruzione e non si preoccupa di studiare e formarsi per il futuro. In più, fino a quando è in attività tende a seguire un tenore di vita alto che i buoni guadagni gli permettono. Il ridimensionamento, poi, è complicato e iniziano i disastri”.

Secondo Stendardo solo il 10% dei 3 mila professionisti guadagna cifre che consentono loro di non lavorare dopo il calcio. Nove su dieci devono reinventarsi in lavori nuovi, ma mal consigliati e a digiuno di educazione finanziaria incorrono in scelte e in investimenti sbagliati che compromettono, a volte irreparabilmente, la loro vita futura. Se sei Antonio Conte e ti fai infinocchiare 30 milioni da tal Massimo Bochicchio puoi pensare, grazie agli ingaggi di Suning, di recuperarli; se sei Roby Baggio e in compagnia di Costacurta, Carrera e Sebastiano Rossi investi 7 miliardi (di lire: siamo negli anni 90) in una fantomatica società di nome Imisa che estrae una rara e pregiata qualità di marmo nero in cave del Perù che nemmeno esistono, vinci il Pallone d’Oro e ti salvi in corner; se sei Gigi Buffon e perdi 48 milioni investendo nella Zucchi (industria tessile), provi a giocare fino a 50 anni per salvare capra e cavoli. Ma se ti chiami Piripicchio, la vita finito il calcio si fa dura. “Bisogna aiutare i giovani calciatori a studiare, informarsi e prepararsi in tempo per il futuro nel mondo del lavoro – sostiene Stendardo – serve un fondo di accantonamento per almeno 5 anni che dia agli atleti serenità economica, oltre a polizze vita che offrano rendite vitalizie. E bisogna che Lega e Figc facciano presto, perché i dati sono già drammatici”.

 

Italia Reale. Far finta di essere sani, dove togli la sedia per evitar l’infrazione

Questa è una miscellanea di storie italiane estive. Minime e istruttive. Che iniziano da un villaggio ionico calabrese, acque blu che scompigliano i sensi. Il quale al viaggiatore che vi giunga nel sabato pomeriggio potrebbe apparire un monastero, svista clamorosa di chi ha prenotato le vacanze. Perché dietro il verde cancello, tra le casette a due piani, si apre una piccola piazzetta dalle panchine in pietra. Di fronte a esse, le spalle a chi arrivi, una specie di edicola votiva con una Madonnina. E intorno un gruppetto di pie donne ma anche qualche uomo intenti a recitare il rosario. Ogni pomeriggio, il numero che raddoppia di sabato. C’è chi guarda la scena con sussiego nordico, ma vedi questi calabresi. Chi, davanti a quella devozione, scopre che l’antropologia religiosa non è solo roba per Malinowski e si fa affascinare dal contrasto con la celebre secolarizzazione dei costumi. Certo è che tutti immaginano di essere in un posto timorato di Dio. Poi, tempo un giorno, si imbattono però nelle voci e nei litigi turpiloquianti, e le finestre aperte e il silenzio ventoso degli eucalipti non aiutano. Soprattutto capita di entrare in contatto acusticamente con i bambini e i ragazzini che giocano a palla sulla spiaggia infinita. Non pensate però ai giovanotti superbi e avvinazzati della Verona di Shakespeare. Pensate proprio ai bambini, diciamo fra i sette i dodici anni. Ecco, è lì che l’immagine devota implode e la seconda infanzia sfodera il suo turpiloquio e le sue bestemmie con naturalezza ribalda. Pensi di avere sentito male, ma è così. Genitori lontani, qualcuno insospettabile, ma come – ti giurano – la mamma recita il rosario, il padre è nelle forze dell’ordine, ma il gruppo di bambini di queste cose non si cura, si inebria del suo vuoto nelle luci del tramonto, solo chi arriva da fuori sente e si scandalizza. Gli altri no, sembra abbiano tutti licenza, sarebbero pronti a smentire. Far finta, non educare, non litigare. La società dell’ipocrisia funziona così.

Ma mica accade solo nel villaggio ionico apparecchiato per mister Malinowski. Accade anche nel paese che vola e solca i cieli, tecnologie di avanguardia. Che sta faticando a fronteggiare l’effetto Covid. E perciò chiede documenti da riempire prima di partire. E ti prova la febbre quando arrivi. E toglie posti a sedere dai luoghi d’attesa perché, siamo matti?, c’è il distanziamento sociale e se non sopprimi materialmente le poltroncine gli italiani ci si siedono sopra anche se è scritto vietato. E poi tenete le mascherine tutti insieme, signora si copra anche il naso. È il grande ballo aeronautico dell’anti-Covid, con i suoi riti e le sue giuste premure. D’altronde vogliono mettere i banchi monoposto nelle scuole, anche se lì i bambini si conoscono tutti e nessuno può capitare vicino a uno sconosciuto, figurarsi negli aeroporti e sugli aerei, dove ti si potrebbe sedere accanto uno che arriva da un altro paese, magari toccandoti tutto il tempo perché è grande e grosso e straborda dai bracciali e mica puoi imporgli di distribuirsi in due posti. E invece succede che proprio in aereo il distanziamento sociale, zac, non esiste più. Altro che alternanza. Sei posti pieni tutti in fila. Non c’è un solo sedile vuoto. Anzi ogni tanto sono seduti in sette perché c’è anche il bambino in braccio. “Signore, i voli sono stati comprati”. Sì, anche i bambini sono stati iscritti a scuola. Ma dei bambini ci dicono ogni giorno. Dell’Alitalia che stipa folle esattamente come prima non ce lo dice nessuno. Di nuovo la società dell’ipocrisia. Lo sanno tutti e nessuno lo scrive. Verrebbe da dire che è un paese di buffoni. Però nel paese di Vigata Nord, di cui vi ho parlato mesi fa, il vigile detto Sportina ha smesso di passare dai negozi. Il sindaco ha riconosciuto in Vigata Nord il suo paese ed è intervenuto. Sia resa lode a quel sindaco.

 

 

Sogni & realtà Dalla follia sarda di Briatore al sapore delle “cronache di Narnia” in Molise

 

Il Billionaire e la mia storia d’amore con la Sardegna

Ciao Selvaggia, vorrei raccontarti una bella storia, la mia storia d’Amore con la Sardegna, Regione in quest’ultimo periodo in bocca a persone che stanno tentando di masticarla e di sputarla come una cicca senza più sapore. La Sardegna è una terra che mi ha salvato la vita tanti anni fa, durante un’estate che sarebbe potuta essere per me l’ultima.

Arrivo in questa Terra con in tasca una diagnosi nefasta, di quelle che muori solo a leggerla, ma avevo chiesto al dottore che mi seguiva un ultimo desiderio: voglio fare un’ultima vacanza.

Quando scesi dalla nave fui subito abbagliata dai colori e dalla gente. Wow che popolo. Nessuno di loro sapeva cosa io avessi dentro, eppure ricevevo solo dolcezza. Da milanese, reduce dalla Milano da bere, dagli anni degli yuppies, donna in carriera, avevo respirato tutti i pregiudizi del cazzo che giravano sui sardi. Tutto questo per dire cosa? Che la Sardegna è una Terra straordinaria e va rispettata! E pensa: io intanto abbattetti il mostro e quasi sicuramente per l’overdose di bene che mi feci quell’estate. Per riconoscenza mi trasferii a vivere in Sardegna.

A Briatore, al Barman, a tutti i malati di Covid e non solo, auguro di guarire, ma da sarda acquisita, esigo il rispetto. E c’è una regola universale: se ti accade qualcosa non è sempre colpa di qualcun altro o “del vento” o del destino … a volte è perché̀ sei tu cretino .

V.

O perché pensi che anche se ti ammalerai, ti curerà il migliore medico e magari si chiamerà prostatite.

Selvaggia Lucarelli

 

Quel sapore dolce del Molise, le mie “cronache di Narnia”

Signora, ho letto il suo articolo del 23 agosto sul Molise. Il suo acume e la sua sensibilità nel leggere gli spazi, le pietre , il paesaggio e la meravigliosa gente, mi ha commossa.

Sono molisana di nascita ; Montefalcone nel Sannio (poco distante da Trivento, visto che lo ha citato). Sono andata via all’età di 8 anni, vi sono tornata per tre i anni della scuola media dai nonni, poi definitivamente trasferita. Era il 1964! Mentre leggevo le sue parole , nella mia mente si è srotolato il film della mia infanzia: ho sentito il fresco dell’aria, il profumo delle ginestre e dei tanti fiori colmi di insetti, lo scorrere delle acque delle fontane, il gorgoglio del mio adorato fiume che vedevo scorrere ma non sapevo dove finisse ne’ perché facesse sempre la stessa strada e lo ammiravo per ore, il profumo dei dolci fatti in casa, delle marmellate, i canti delle lavandaie e dei contadini sparsi ovunque con i loro somari calcitranti e canterini con ragli lunghi e profondi. La mia scuola, la mia maestra , i miei compagni che ho poi ritrovato alle medie…

Oggi, ultra settantenne , ho provato un’emozione inusitata che lei mi ha provocata col suo attento e profondo dire: ho rivisto la mia terra ancora arcaica, che ha salvato la sua integrità di freschezza e bellezza, quasi incontaminata (…..Narnia…) con persone che hanno saputo resistere e difendere cultura, spazi, cibi, colture, abitudini, ma più di tutto ospitalità e sentimenti saldi che lei ha ben scoperto , evidenziato e raccontato . Grazie

E. Bonifacio

Il Molise esiste ed esistono molisani così. Che meraviglia.

Selvaggia Lucarelli

 

Quegli anziani nell’albergo sospeso nel tempo in Toscana

Chianciano terme, il 25 di un agosto al tempo di Covid. Un albergo qualsiasi, in un posto qualsiasi, immerso nel verde. Gestione famigliare, arredi tardo anni ’70 con le piastrelle verde salvia nel bagno e i copriletto bordeaux. Alla reception un signore distinto, elegante nei modi, gli occhiali appesi con la catenella, di quelli che ti chiamano preoccupati per chiederti se ce la fai ad arrivare in tempo perché la cena è alle otto. In sala la moglie, presumibilmente. Di quelle signore calde nei toni, materne nei modi, che chiama il bambino tesoro, mentre si ricorda del suo di bimbo, al tempo che fu. E la cena, che parla schiettamente toscano, si ordina il giorno prima, per prepararsi, per non sprecare niente. Nelle stanze anni ’80 si è infiltrata prepotentemente la modernità.

Il televisore piatto, il climatizzatore, il wi-fi. Ma le prese sono ancora quelle color oro di una volta, con gli interruttori fuori dal bagno per accendere la luce con lampadina a bulbo. Una casa praticamente. E poi è venuto il Covid. Le mascherine, il gel. Il termoscanner all’ingresso. La chiave da riconsegnare ogni volta perché́ ogni volta va sanificata. La bustina di plastica pazientemente avvolta ad ogni telecomando. La biancheria della sala cambiata ad ogni pasto. Le abitudini consolidate da anni di onorata e onesta gestione stravolte per sempre. Fuori, sul portico, alcune anziane coppie a godersi il fresco, ma a bestemmiare il caldo che fa sotto la mascherina. Qualcuno mette Modugno su youtube del telefonino, e gli altri tutti a portare il ritmo con la testa e gli occhi chiusi. Da qualche altra parte d’Italia invece c’è Briatore. Gallipoli e il samsara. Le folle, gli abbracci e i selfie spudorati. Le parole arroganti, la riccanza.

Ecco, stasera penso a questi due signori e al loro albergo tranquillo immerso nella Toscana e allo sforzo immenso che nel mezzo del cammino della loro placida quotidianità, hanno dovuto fare. E non mi é difficile capire da quale parte dello stivale mi piace stare. L’Italia che resiste, come sempre, nonostante tutto.

M.

È una descrizione così perfetta che è sembrato di essere lì con te. E con l’Italia migliore

Selvaggia Lucarelli

“Homo homini Covid” Salvarsi è possibile, con o senza Mastella

Elementare, Watson “Il leader della Lega, Matteo Salvini, sarà multato per non aver indossato la mascherina in occasione dell’incontro che ha avuto in via Traiano a Benevento. Un comportamento in totale spregio alla normativa, che obbliga tutti dalle ore 18 in poi a indossare le mascherine anche all’aperto e in circostanze di potenziali assembramenti”: Clemente Mastella, nella sua veste di sindaco della città di Benevento, ha scelto di multare Matteo Salvini per un comportamento a cui il leader della Lega non è nuovo.
Per quanto la decisione di Mastella appaia quasi obbligata, una posizione netta dal punto di vista amministrativo, nei confronti di quei personaggi pubblici che attraverso i loro comportamenti veicolano messaggi sbagliati in un momento cruciale per il Paese, non era ancora stata presa. Sanzionare coloro che ‘fanno opinione’, muovendosi nel solco tracciato dalla legge, senza bisogno di avventurarsi in battaglie partitico-ideologiche, è una delle poche decisioni che possono riportare il dibattito sanitario a quella concretezza pratica che, nel corso dei mesi, è stata sostituita dalla schermaglia politica.
Per sottrarsi alle distorsioni del partito preso, sotto la lente del quale tutto si deforma, bisogna ripartire dall’ovvietà delle regole condivise: solo se la legge fa da garante alla responsabilità individuale è possibile mettersi in salvo dall’“Homo homini Covid”.

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In Irlanda non si scherza “Stava diventando sempre più chiaro che la controversia sulla mia recente visita in Irlanda stava diventando una distrazione dal mio lavoro di commissario dell’Ue e avrebbe minato il mio lavoro nei mesi chiave a venire”: così Phil Hogan, commissario al commercio dell’Ue, ha annunciato le sue dimissioni a seguito di una cena del Golf Club dei parlamentari irlandesi, alla quale ha preso parte, insieme ad altre 80 persone, il giorno successivo alla decisione del governo di Dublino di vietare eventi di questo genere per ragioni sanitarie.
La decisione di Hogan, caldamente sollecitata dal governo irlandese, mette l’Unione europea in condizione di dover rinunciare ad uno degli uomini chiave per le trattative commerciali post Brexit con la Gran Bretagna: la morale della favola è che la capacità di dare il buon esempio, per un personaggio pubblico, viene prima di qualsiasi altra qualità.

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Inquinamento referendario Quanto la discussione attorno a questo referendum sul taglio dei parlamentari, tra paure di apparire filo-casta e speranze di sbarazzarsi di coloro che hanno avanzato la proposta, si stia inquinando di giorno in giorno fino a perdere ogni contatto con la materia in questione, lo descrive bene Chiara Geloni in un tweet: “Io figuratevi, non ho neanche ancora deciso come voterò al referendum. Ma quelli che nel 2016 facevano la ola all’orrendo #bastaunsì per “tagliare le poltrone” e adesso votano no per difendere la democrazia in pericolo, quelli un po’ li disprezzo”.
Ecco, se ogni tanto si riuscisse ad esprimersi nel merito di una questione e non su tutti gli ipotetici effetti collaterali che ad essa si attribuiscono sarebbe molto molto bello.

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Presidenziali Usa. C’è persino la sfida tra religiose: Suor “Dede” per Trump e Sister Simone per Biden

Due suore e le presidenziali americane. Suor Deirdre “Dede” Byrne (nella foto) che alla convention repubblicana incorona Donald Trump come “il presidente più pro life che la nostra nazione abbia mai avuto”. E Sister Simone Campbell che al contrario va a sostenere Joe Biden alla convention democratica e davanti ai giornalisti sostiene che “l’aborto non è il nostro problema”. Piuttosto “la nostra agenda sono i problemi di giustizia economica, cui ci richiama spesso papa Francesco”.

Quando in Italia ci sono le elezioni politiche siamo abituati a vedere le suore solo il giorno delle urne, mentre silenti e composte escono dai monasteri e vanno a votare. Negli Stati Uniti, la settimana scorsa, sono state invece l’ultima frontiera dello scontro tra i due candidati alla Casa Bianca, per fare breccia tra i credenti. Suor “Dede” si è presentata alla convention repubblicana con il suo abito nero e tanto di velo. Per tre decenni è stata un chirurgo con i gradi di colonnello dell’Esercito. Da ufficiale medico ha operato in Afghanistan e sul Sinai e l’Undici Settembre fu tra le prime ad accorrere tra le macerie di Ground Zero. All’inizio del millennio ha preso i voti (religiosi) ed è entrata nella congregazione cattolica delle Piccole Operaie del Sacro Cuore di Gesù e Maria.

Nell’intervento a favore di Trump ha ricordato il suo impegno a favore di poveri e malati in vari Paesi: Haiti, Sudan, Kenya e Iraq. Oggi è in attività a Washington, in una clinica al servizio dei bisognosi. Ma per la combattiva Suor “Dede” “i più grandi emarginati sono i non nati”. Ergo, contro Biden e Kamala Harris che “sostengono gli orrori dell’aborto e dell’infanticidio a termine”, bisogna scegliere Trump la cui “fede nella santità della vita trascende la politica”. Addirittura.

Suor Simone Campbell ha parlato alla convention democratica come una borghese qualunque: vestito a fiori e cardigan azzurro, ma senza richiami all’arcobaleno Lgbt che è sovente il suo tratto distintivo. Direttrice di Network, che si batte per la giustizia sociale, e soprattutto leader delle Nuns on the bus, le suore sul bus, ha da sempre posizioni ritenute troppo “aperte” dalla curia vaticana su aborto, diritti civili e dialogo con le altre fedi. Il suo discorso è diventato una preghiera rivolta allo “Spirito divino” per i “più emarginati”. I poveri: che siano bambini malnutriti o migranti. E in totale accordo con l’ecologismo di papa Francesco. La sua preghiera si è articolata in “visioni”. Ecco la parte più importante: “Una visione che ponga fine al razzismo strutturale, al bigottismo e al sessismo così diffusi ora nella nostra nazione e nella nostra storia. Una visione che assicuri che le persone affamate siano sfamate, i bambini siano nutriti, gli immigrati siano i benvenuti”.

Suor “Dede” e suor Simone. La prima per Trump, la seconda per Biden: entrambe costituiscono la rappresentazione perfetta delle divisioni che squassano oggi la Chiesa ai tempi di papa Bergoglio. Da una parte la trincea pro life della destra clericale, dall’altra la giustizia sociale evocata da sempre dal pontefice argentino. Il Dio degli eserciti e della dottrina oppure il Dio della misericordia.

 

La rivoluzione rossa del 1920: così provarono a rapire Agnelli

Uno degli ultimi processi si tenne il 12 marzo del 1923 alla Corte d’Assise di Torino. Accusati di “complicità nel reato di eccitamento alla guerra civile con raggiungimento parziale dell’intento”, alcuni operai, che avevano dato vita a reparti di “guardie rosse” durante l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, vennero condannati a pene comprese tra i quattro e i cinque anni di carcere. L’amnistia del 22 dicembre del 1922 non fu dunque applicata per Giovanni Parodi, uno degli imputati, futuro esponente di un certo rilievo, dopo la Liberazione, del Pci e della Fiom, e per i suoi compagni. Le condanne attestavano pertanto, pur nel linguaggio arido della giurisprudenza, che a Torino, e in altre parti d’Italia, nella tarda estate del 1920 c’era stato chi si era armato non tanto per difendere le officine in mano ai lavoratori, ma per “eccitamento alla guerra civile”, o alla rivoluzione proletaria. E le descrizioni nei dibattimenti di diversi episodi di violenza, con sparatorie e uccisioni tanto di “guardie rosse” come di guardie regie avvenute in quei giorni, sembravano non lasciare dubbi.

L’avanguardia del movimento, soprattutto tra gli anarchici e i socialisti che presto avrebbero dato vita al Partito comunista d’Italia, voleva fare “come in Russia”, come l’Internazionale Comunista che, nel luglio del 1920, da Mosca, aveva proclamato, sostenendo che la “guerra civile era all’ordine del giorno in tutto il mondo”.

A fare riemergere dagli archivi la documentazione processuale, e numerose altre carte di polizia, comprese quelle su un tentativo di sequestro da parte delle “guardie rosse” di Giovanni Agnelli, padrone della Fiat, è il ricercatore Roberto Gremmo. Lo ha fatto con il volume Guardie Rosse sotto la Mole. La speranza rivoluzionaria nell’occupazione delle fabbriche torinesi nel 1920 (Edizioni Storia Ribelle; per acquistarlo si contatti: storiaribelle@gmail.com), in cui ha portato alla luce un materiale mai esaminato o dimenticato, oppure sottovalutato, dagli storici che si sono occupati, a cominciare da Paolo Spriano, del cosiddetto “Biennio Rosso” 1919-1920 e delle lotte operaie e sociali di quel periodo.

La tesi di Gremmo, del resto, è chiara e dichiarata fin dalle prime pagine. “Il proletariato torinese – scrive – o almeno la sua avanguardia, aveva in testa ben altra idea che quella della produzione da realizzare nelle officine occupate. Lo dimostrano i verbali di dibattimento e le sentenze dei numerosi vendicativi processi celebrati nei mesi successivi all’occupazione torinese contro i militanti che maggiormente s’erano distinti nella lotta”.

Una documentazione, prosegue l’autore del saggio, “credibile, preziosa ed inconfutabile”, ma non utilizzata da chi scrisse sull’occupazione delle fabbriche, come lo storico comunista Spriano. Lo stresso Partito comunista, d’altronde, e i suoi leader primcipali, come Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, che pure dalle colonne del giornale L’OrdineNuovo sostennero il movimento del settembre del ’20, minimizzarono la portata potenzialmente rivoluzionaria, nel senso del sovvertimento violento dello Stato e del sistema capitalistico, di quelle settimane. La rivoluzione non ci fu. Giovanni Giolitti, il partito socialista e il sindacato riformista, poi, fermarono l’occupazione delle fabbriche. “I codardi dei vertici – dice Gremmo – avevano tradito la volontà rivoluzionaria delle masse popolari”. La “guerra civile”, invece, si trascinò fino all’avvento del fascismo. Soltanto durante la guerra fredda, però, negli anni Cinquanta, e soprattutto dopo l’attentato a Togliatti, certi apparati del Pci, che facevano capo a Pietro Secchia, recuperarono la memoria della rivoluzione mancata, o comunque la possibilità di una insurrezione armata.

Certo è che dalla fine dell’agosto del ’20, e fin dopo settembre, le “guardie rosse” torinesi, forse duemila e più, si prepararono alla rivoluzione, fabbricando armi ed esplosivi nelle fabbriche occupate e partecipando a molti scontri. Il medesimo Togliatti, rammenta Gremmo, aveva affermato nel maggio del ’20, su Falce e Martello, che il proletariato doveva attrezzarsi alla “materiale preparazione alla insurrezione”, per poi cambiare idea. Un episodio la dice lunga su quanto volessero fare le “guardie rosse”. Nella notte fra il 19 e 20 settembre, a Torino, “in corso Regio Parco da due carri e due automobili armate di mitragliatrici venivano esplosi diversi colpi d’arma da fuoco contro le forze dell’ordine proprio nelle ore in cui otto operai cercavano di penetrare nella villa del commendator Agnelli in via Burdin”, ma “erano stati messi in fuga a colpi di moschetto dai militari che la presidiavano”. Lo stesso Giovanni Agnelli, diventato nel frattempo senatore del Regno, avrebbe rischiato di essere arrestato dai partigiani nel maggio del 1945, tra i quali c’era Giorgio Bocca, ma, di nuovo, riuscì a salvarsi.

La sai l’ultima?

Val di Susa, l’epopea del gatto viaggiatore: 

si perde nei boschi e lo ritrovano in Francia

Un po’ Reinhold Messner e un po’ Forrest Gump, un po’ alpinista e un po’ corridore folle. Un gatto di razza bengalese – quei micioni maculati che sembrano piccoli ghepardi – si è perso durante la vacanza con i suoi proprietari in Val di Susa. I padroni, disperati, dopo averlo cercato per tutta la valle sono dovuti tornare a casa, in Svizzera. Hanno sporto denuncia di smarrimento e lanciato appelli sui profili social, ma avevano perso le speranze. E invece il gatto Shir Khan, scomparso il 24 luglio, è stato ritrovato a Ferragosto. Non più in Italia, ma Oltralpe: il felino vagabondo si era spinto fino a Nevache, in Francia, a 30 chilometri di distanza da Oulx, il luogo di smarrimento. I padroni l’hanno riconosciuto grazie a una fotografia pubblicata su Facebook da un francese, Sébastien Renaud. Come racconta Today.it il gatto era visibilmente dimagrito dopo 20 giorni di vagabondaggio alpino, ma tutto sommato in buone condizioni.

 

Rimini, la nonnina punk mostra il dito medio 

nella fotografia del suo manifesto funebre
Andarsene con stile. La signora Irma di Spadarolo (Rimini) è morta il 18 agosto a 84 anni, ma vivrà in eterno nella memoria di chi le ha voluto bene e di chi ha apprezzato la sua ultima prodezza. Il manifesto funebre di Irma è particolare, diciamo: nella foto lei mostra il dito medio e sorride beffarda. Grazie alla pagina Facebook “Matti di Rimini”, che ha pubblicato la fotografia, Irma è diventata un idolo virale. Non è stata una sua specifica disposizione, ma l’immagine – raccontano gli eredi – rappresenta alla perfezione il carattere della signora. In senso positivo: “Era una donna dalla grande apertura mentale, quella foto rispecchia la sua personalità”. Una nonna punk rock che saluta il mondo con un cordiale “fanculo”. La fotografia, dice la figlia, sarà la stessa anche sulla lapide, nonostante le resistenze dell’agenzia funebre: “Non volevano nemmeno stamparla, abbiamo dovuto insistere”.

 

Ancona, paura e delirio al supermercato di Moie: 

un uomo si mette a fare pipì in mezzo alle corsie
Quando si dice “cambiare l’acqua alle olive”. A Moie, in provincia di Ancona, un mansueto signore ben conosciuto dalla comunità locale come una persona sobria e per bene, un bel pomeriggio si è messo a fare pipì in mezzo alle corsie del supermercato. Con grande disinvoltura, piuttosto che cercare il bagno più vicino, evidentemente preda di un bisogno insopprimibile, si è calato le brache e l’ha fatta in mezzo agli scaffali. Quando ci vuole, ci vuole. Ne dà notizia sobriamente, con rigore anglosassone, il quotidiano locale qdmnotizie.it: “Il fatto è stato ovviamente notato da alcuni dei presenti, che hanno avvertito il personale. Incredulità, stupore, ma nessuna scena fuori le righe. Allertate le forze dell’ordine, l’uomo, con discrezione, è stato accompagnato fuori per l’identificazione e le formalità del caso. Una pronta e vigorosa pulizia e tutto è ben presto tornato alla normalità”.

 

Detroit, una 20enne dichiarata morta si risveglia all’obitorio
mentre le pompe funebri stanno per sigillare la sua bara
Sembra la sceneggiatura di un film horror scadente e invece è una notizia vera, riportata dai media internazionali: a Detroit una ragazza di 20 anni, dichiarata morta, si è svegliata improvvisamente all’obitorio proprio mentre gli inservienti delle pompe funebri si apprestavano a sigillare la sua bara. Timesha Beauchamp, 20enne di Southfield, Michigan, ha riaperto gli occhi poco prima di essere seppellita viva. Quella stessa mattina era stata trovata dai genitori priva di sensi dopo aver avuto un infarto. I medici del primo soccorso avevano tentato di rianimarla per 30 minuti, senza riuscirci. Poi è andato tutto secondo procedura: un medico del pronto soccorso è stato chiamato sul luogo e ha ratificato il decesso della ragazza. Che però non era deceduta affatto. Per fortuna se ne sono accorti gli addetti alla sepoltura, che l’hanno sentita respirare prima del disastro irreparabile. Le condizioni della ragazza restano critiche. Però, insomma, poteva andare molto peggio.

 

Atlanta, l’esperimento: se pagate in modo ingiusto

anche le scimmie si arrabbiano e iniziano a scioperare
Anche le scimmie nel loro piccolo s’incazzano. E scioperano. La lotta di classe dei primati è andata in scena durante un esperimento scientifico condotto dall’Emory University di Atlanta. Due scimmie cappuccine erano piazzate in gabbie comunicanti, di modo che ognuna potesse vedere il comportamento dell’altra. Gli veniva chiesto di svolgere alcuni piccoli compiti, dopo i quali a entrambe veniva data la stessa quantità di cibo. Quando all’improvviso, senza motivo, a una delle due cavie è stata consegnata una ricompensa maggiore che all’altra, sono iniziati i casini. La scimmia trattata ingiustamente ha cominciato a lamentarsi rumorosamente, sbattendo via il (poco) cibo che le spettava e rifiutandosi di compiere i suoi esercizi. “Praticamente abbiamo ottenuto Occupy Wall Street”, ha dichiarato il primatologo olandese Frans de Waal, responsabile dell’esperimento. È la dimostrazione che le scimmie comprendono il concetto di giustizia, che si credeva fosse esclusiva – ampiamente rinnegata – degli esseri umani.

 

Il titolo della settimana “Ladro di biciclette
riconosciuto grazie alla maglietta della Juventus”
Stavolta il titolo della settimana è una notizia che mezza Italia aspettava e sospettava. Ce la regala la Gazzetta di Reggio: “Ladro di bici riconosciuto grazie alla maglietta della Juventus”. Succede a Fabbrico, Reggio Emilia: fuori da un bar un ragazzo in maglia bianconera si allontana di soppiatto con una bicicletta rubata, il proprietario non ha il tempo di riconoscere il ladro, ma non fatica ad accorgersi delle strisce zebrate. È proprio grazie a loro – ironia della sorte – che per una volta il furto non può essere compiuto: il signore derubato va dai carabinieri, la descrizione della maglietta della Juventus gli permette di individuare facilmente il responsabile. Il trentenne, residente in paese, è stato denunciato con l’accusa di furto, la bicicletta è stata restituita al proprietario, un pensionato 68enne anche lui cittadino di Fabbrico. Il ladro juventino indossava la maglia numero 8 di Ramsey. Si vede che quella di Ronaldo era finita.

 

Salvini fa il video con il cagnolino in braccio,
la povera bestiola si ribella e prova a morderlo
La scena è struggente: Matteo Salvini in spiaggia, a torso nudo, con un piccolo cane peloso in braccio. L’ex ministro sta registrando un video, un’ennesima piccola clip a metà tra la propaganda e la pubblicità progresso. Guarda in camera e invita i suoi “amici” a non abbandonare i cani, ché “mica sono giocattoli, pupazzi o peluche, sono parte della famiglia”. Chi abbandona “non è uomo, non è donna”. Bello, bellissimo. Solo che la bestiola non vorrebbe avere niente a che fare con la Bestia: il cane è irrequieto, si agita, prova a sfuggire la presa del leghista, allunga la capoccetta verso le braccia di Salvini e tenta di mordicchiarlo, non ci riesce. Si arrende, resta qualche secondo inebetito, come ipnotizzato dalle parole dell’imbonitore, poi ricomincia a dimenarsi e a cercare la libertà. A Salvini non gliene può fregare di meno: guarda in camera e va avanti come se nulla fosse, porta a casa il suo spottino. Una scena bestiale, canina. Una grande metafora della comunicazione e della politica.

“Il Covid s’è abbattuto sulla politica barbarica dei partiti di destra”

Di straordinario, in questa ultim’ora della pandemia, c’è la foto da Cortina: bolidi di cilindrata variabile in fila al drive in per il tampone. Tutti passeggeri abbastanza ricchi, tutti reduci da una festa top class dove il virus non era previsto nel menù.

Il virus ci ha fatto scoprire un codice di comportamento estraneo al nostro regime di vita. Era il senso civico di stare al mondo, la capacità di rispettare se stessi e gli altri. Una virtù che non conoscevamo, e si può dire che sia stata la più bella novità, quel che di buono ci ritroviamo nel mondo oscuro di questa pandemia.

Erri De Luca, la supremazia del libero arbitrio per la prima volta subisce un contenimento sociale, così come il capitalismo egoista è obbligato a un freno. Scorgiamo una disciplina nell’uso della nostra libertà. La rinuncia non è un patimento solo di chi è povero, e non sempre il più debole è l’unico a farne le spese.

Il coronavirus sta costruendo un mondo nuovo. Non sappiamo se il vaccino sarà questione di pochi mesi, io credo di no, ma quel che si scorge, o almeno si intuisce è un possente fenomeno carsico, un capovolgimento profondo delle urgenze sociali, e dunque un primato di diritti finora relegati a questioni secondarie, come appunto la tutela della salute anche nel lavoro che era tema per i ceti cosiddetti deboli, e per ciò stessi irrilevanti.

Si ammalano anche i ricchi.

E giunge al centro del dibattito collettivo il modo di stare al mondo, la supremazia di un diritto fondamentale. Il governo in questi mesi si è dovuto occupare delle persone, delle loro paure e dei loro bisogni. Una trasformazione radicale della gerarchia dei valori, delle incombenze, delle necessità cosiddette di Stato.

Questo coronavirus sembra danneggiare politicamente più la destra che la sinistra. È la destra, con la sua bandiera della forza suprema dell’individuo e anche del suo legittimo arbitrio, a fare i conti con regole alle quali è stata sempre allergica.

In autunno faremo, con le elezioni americane, il primo test. Ma è assolutamente evidente che la politica barbarica di Trump è risultata incapace a leggere persino questa nuova realtà, a intenderla minimamente.

Per la prima volta sembra che la sinistra sia più attrezzata a farvi fronte.

C’è un profilo nuovo, una vocazione nuova o almeno, non voglio farmi troppe illusioni, un’esigenza nuova che assilla la politica. Aspettiamo per esempio di vedere come il governo sosterrà i cinquecentomila precari che hanno perso il lavoro in questi mesi. Capiremo ancor meglio la direzione della sua rotta.

Grazie alla pandemia abbiamo scoperto che le scuole fanno schifo, che gli arredi sono vecchi, che l’istruzione è un investimento decisivo per la società.

E prima ancora che gli ospedali sono il perno della nostra civiltà. Abbiamo scoperto dettagli di vita quotidiana, la necessità di aiutare un nonno solo in casa, o trovare una baby sitter per i genitori al lavoro, abbiamo riconosciuto il valore indiscutibile della solidarietà. Finora la questione centrale era stata il mezzo punto del Pil. Bastava discostarsene di qualche decimale e avremmo conosciuto l’inferno. Abbiamo cambiato sceneggiatura, abbiamo scoperto che il mondo si è impoverito insieme a noi, ma che resta possibile rimanere vivi e persino ottimisti anche perdendo dieci punti di Pil. Anzi: se il governo ha guadagnato in reputazione è perché ha dovuto occuparsi della vita vera delle persone. Non è già questa una rivoluzione? Non è un fatto enorme?

Intanto vedremo nel voto di settembre.

Vedremo.

Al referendum cosa vota?

Sì, e anche convintamente.

Chi sostiene il No ribatte che è un modo per salvarsi l’anima. Il problema è la qualità della rappresentanza più che il numero degli eletti.

Intanto il numero. È un segno importante: si ha cura di ridurre un privilegio.

A lei il lockdown ha fatto bene o male?

Ho fatto le stesse cose. Ma con la mascherina.

Ha scritto.

Ho letto soprattutto. Voglio bene alla scrittura ed ella per fortuna mi ricambia.