Un boato e poi l’esplosione. Per motivi ancora in fase di accertamento ieri, intorno alle 12 di ieri, una barca a vela sulla quale alcuni migranti stavano cercando di raggiungere le coste italiane è esplosa: tre persone –una donna, un uomo ed un ragazzo, tutti di origine africana – sono morte ed una (o forse più) è ancora dispersa. Sulla barca, intercettata nella notte al largo delle coste calabresi nei pressi di Sellia Marina si trovavano 34 persone: 13 erano riuscite a sbarcare sulla spiaggia del comune catanzarese. L’imbarcazione, con il resto dei migranti a bordo, invece, si era diretta verso Crotone sotto scorta di una unità navale della Guardia di Finanza. C’era mare mosso, forte vento di scirocco e l’imbarcazione sembrava non governabile così due finanzieri sono saliti a bordo. Nel corso della navigazione però il motore ha preso fuoco. Sono stati i finanzieri, nonostante le fiamme a bordo, a permettere alla maggior parte dei migranti di potersi salvare. I due sono stati poi investiti dall’esplosione insieme ad altri migranti finiti in acqua. “Non immagineresti mai che dietro persone che vedi tutti i giorni possano nascondersi degli eroi come i due ragazzi che sono saliti a bordo di quella nave ed aiutato le persone a mettersi in salvo” ha sottolineato il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Crotone, Emilio Fiora. Uno dei militari ha subito la frattura di una gamba, mentre l’altro quella di un piede. Dal mare sono stati recuperati cinque migranti feriti, due dei quali presentano ustioni molto gravi. La Procura della Repubblica di Crotone ha aperto un fascicolo. Intanto cresce la tensione a Lampedusa, dove l’altra notte sono sbarcati circa 400 migranti. Il sindaco dem Totò Martello minaccia lo sciopero generale “siamo in ginocchio”: l’hotspot per migranti ospita 1.500 persone, molto di più della capienza. Ieri sera l’annuncio del Governo che 120 migranti verranno trasferiti e tre navi arriveranno per la sorveglianza sanitaria.
L’Autorità può salvare Venezia puntando su Laguna e “green”
Nel severo rapporto della Commissione Unesco su “Venezia e la sua Laguna” (7 luglio 2020) si lamenta l’assenza di una strategia chiara e condivisa nella gestione del sito, e l’inefficienza della catena decisionale. L’art. 95 del “Decreto Agosto” sembra rispondere ad alcuni di questi rilievi, istituendo una “Autorità per la Laguna”, dotata di poteri di controllo e azione sia sul Mose sia sull’insieme dell’area: avviando a liquidazione il Consorzio Venezia Nuova (concessionario unico del Mose, travolto nel 2014 dalle inchieste su pervasivi fenomeni di corruzione), si cerca di ricreare qualcosa di analogo alla secolare istituzione del Magistrato alle Acque, frettolosamente gettata via con l’acqua sporca dal governo Renzi.
La nuova Autorità si occuperà degli interventi legati alla salvaguardia e al regime idraulico della Laguna, nonché di regole di navigazione, depurazione delle acque, canoni demaniali, progettazione di opere ingegneristiche etc. Dovrà nel contempo, forte di 40 milioni annui fino al 2034 (non basteranno), provvedere alla manutenzione del Mose e vigilare sul suo funzionamento. Il Presidente sarà di nomina governativa, e il Comitato di gestione comprenderà un membro per ogni ministero interessato (Ambiente, Infrastrutture, Economia, Beni Culturali) e uno per ogni ente locale (Regione, Comune, Città metropolitana): incuranti del fatto che la Laguna sia stata proclamata da decenni bene di interesse nazionale, il sindaco Brugnaro e il governatore Zaia mal tollerano questa preponderanza del governo centrale; gli autonomisti già parlano di “carrozzone romano”.
Questa Autorità rappresenta una svolta, e un’opportunità unica per riaffermare quel legame organico tra città e Laguna troppe volte interrotto o infirmato. Perciò sono indispensabili, nella conversione del decreto, alcuni correttivi: anzitutto, come rileva Andreina Zitelli, l’Autorità non deve assolutamente essere incardinata sotto il ministero di Infrastrutture e Trasporti, in quanto la Laguna non è un’infrastruttura, non è il Mose, bensì un organismo complesso dotato di valori ambientali, antropici e culturali di primaria importanza. La Zitelli ritiene che l’unica sede capace di garantire controllo ed equa vigilanza su tutti questi aspetti sia la Presidenza del Consiglio, presso la quale è già incardinato il “Comitatone”; una pattuglia di ingegneri e urbanisti (sul sito veneziacambia.org) insiste invece per mettere l’Autorità in capo al ministero dell’Ambiente, chiarendo all’art. 1 che la sua missione è quella di rendere coerenti ed efficaci le azioni riguardanti la Laguna in un quadro di sostenibilità complessiva. Nel rispetto delle norme comunitarie, bisognerebbe attribuire all’Autorità esplicite competenze sullo stato ecologico delle acque, sull’aggiornamento del Progetto Generale per il recupero morfologico della Laguna, sull’attuazione dei Piani di Gestione delle acque e del rischio alluvioni, sul monitoraggio meteo-climatico (anche in raccordo con la Regione e l’Autorità di Bacino); ed esentarla invece dall’attività tecnica di supporto per l’edilizia demaniale, dalla realizzazione diretta di opere pubbliche, dissodamenti, piantagioni e altre mansioni che possono rimanere in capo al Provveditorato alle Opere Pubbliche, o alla stessa Regione.
Sono gli uomini che fanno le istituzioni: essenziale dunque indovinare non solo la nomina della governance (a cominciare dal Presidente), ma anche il reclutamento dei 100 dipendenti previsti: tra di loro dovranno esserci esperti di questioni non solo idrauliche e ingegneristiche, ma anche ecologiche e ambientali (si paventa l’assunzione sic et simpliciter degli ex dipendenti del Consorzio Venezia Nuova). Sarà poi indispensabile ragionare sulla ridefinizione (o l’eventuale abolizione) di enti come il Corila (sventurato organo di ricerca), l’Ufficio di Piano, la stessa Commissione di Salvaguardia. Il rapporto Unesco – che ribadisce la minaccia di declassare Venezia inserendola nella lista del “World Heritage in Danger” – oltre a battere sul tasto improvvisamente inattuale (ma per quanto?) dell’overtourism e dello spopolamento della città storica, esige il completamento e l’attuazione del Piano ambientale e geomorfologico della Laguna, la tutela della sua biodiversità, il monitoraggio costante degli effetti dei cambiamenti climatici, l’estromissione definitiva delle Grandi Navi (non a Marghera, ma fuori), e la mitigazione degli effetti negativi del Mose sull’ecosistema. L’Autorità potrebbe essere l’organismo giusto per realizzare tutto questo: a condizione che parta con il piede giusto.
Allarme virus “60mila morti” Così il governo corse ai ripari
L’opposizione torna alla carica: alla ripresa dei lavori prevista da domani in Parlamento tenterà di far calendarizzare in aula un dibattito sulla gestione dell’emergenza coronavirus. E così – questo l’auspicio di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – inchiodare il governo alle sue responsabilità di fronte al Paese in vista delle elezioni amministrative di fine settembre. L’uscita su Repubblica di alcuni dettagli dello studio sulla possibile evoluzione del contagio elaborato a febbraio per conto del ministero della Salute, tenuto finora riservato, riaccende lo scontro politico: perché avendo previsto il disastro – si chiede in coro il centrodestra – furono spedite 18 tonnellate di mascherine in Cina che nelle settimane successive sarebbero servite al nostro Paese? E perché le Regioni non furono avvertite per tempo di quello che sarebbe accaduto? L’accusa è che il governo, lo stesso che è accusato da Salvini&Co. di aver preso in ostaggio il Paese con la scusa del Covid, abbia sottovalutato l’epidemia. Anzi per dirla con la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni “le responsabilità penali di queste inadempienze che hanno con ogni probabilità contribuito ad aggravare la crisi coronavirus, competono alla magistratura, ma di certo le responsabilità politiche sono chiare e lampanti e non possono restare senza conseguenze”.
Finora dal governo nessuna replica ufficiale, anche perché del piano “segreto” si parla da tempo: il ministro della Salute Roberto Speranza, per dire, è già stato convocato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica lo scorso 28 aprile all’indomani delle polemiche deflagrate per un’intervista rilasciata pochi giorni prima dal direttore della Programmazione del ministero Andrea Urbani che aveva confermato l’esistenza del dossier da 55 pagine con gli scenari su contagi e impiego delle terapie intensive: lo studio è da allora nelle mani del Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Del documento Il Fatto ha scritto il 28 marzo scorso.
Gli spunti per una nuova eventuale risposta, questa volta in aula alla Camera e al Senato, sono già pronti: il pezzo forte è proprio il carteggio con le Regioni inizialmente recalcitranti rispetto alla durezza dell’ordine impartito dal governo di raddoppiare i posti nei reparti di terapia intensiva. Ad ogni buon conto in tre mesi precisano ancora fonti ministeriali “è stato fatto uno sforzo che non si vedeva dal secondo dopoguerra: i numeri parlano chiaro”. L’ordine sull’aumento del 50 per cento delle terapie intensive e sul raddoppio dei posti letto di Pneumologia e Malattie infettive isolati e con supporto ventilatorio è datato 1° marzo, tre giorni prima che il piano di scenario fosse acquisito in versione definitiva dal Comitato tecnico scientifico. In quei giorni è stato avviato anche l’approvvigionamento di ventilatori, che però ha incontrato difficoltà sul mercato ed è stato realizzato solo dopo la nomina di Domenico Arcuri a commissario per gli acquisti.
Il ministero della Salute aveva richiesto un’analisi sull’impatto dell’epidemia già il 22 gennaio al ricercatore Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler. Che aveva presentato una prima bozza del modello matematico con gli scenari di diffusione del virus e gli impatti sul sistema sanitario italiano il 12 febbraio. “Abbiamo ordinato uno studio sulla possibile evoluzione del contagio quando i casi erano appena 4 e le istituzioni europee erano assai tranquille”, spiegano dal ministero di Roberto Speranza riferendosi al documento dell’Ecdc (l’agenzia dell’Unione Europea per la prevenzione e il controllo delle malattie) del 14 febbraio, in un suo documento ufficiale, dava come “bassa” la possibilità di diffusione del contagio in Europa: in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Il centrodestra proverà comunque a picchiare duro. Anche se l’autogol è dietro l’angolo. Specie sulla fornitura italiana alla Cina (in quel momento era l’unico Paese colpito in maniera massiccia dal coronavirus) di 18 tonnellate tra guanti e mascherine di protezione. Nei 100 giorni che successivamente hanno sconvolto l’Italia, la Cina ha fornito al nostro Paese circa 25 milioni di tonnellate di mascherine a settimana.
Bonus Covid: l’Inps rinvia e la Camera convoca il Garante
Ci risiamo: per la divulgazione dei nomi dei 5 deputati che hanno chiesto il bonus Covid per le Partite iva sembra che manchi sempre un pezzo. L’ultimo rinvio arriva dall’Inps, che sabato sera ha risposto con una lettera alle sollecitazioni della Commissione Lavoro della Camera rimbalzando la responsabilità della trasparenza all’Autorità Garante della privacy e ammettendo che per il momento i nomi non verranno pubblicati. Una melina per nulla apprezzata dalla Commissione, che ora pretende un’audizione col Garante in modo da chiarire senza più ambiguità che cosa impedisca ancora la divulgazione.
Un passo indietro. Lo scandalo è scoppiato il 9 agosto, quando Repubblica ha rivelato che 5 deputati e decine di consiglieri regionali hanno chiesto (e in molti casi ottenuto) il bonus da 600 euro, nonostante stipendi da oltre 12 mila euro mai scalfiti dall’emergenza coronavirus. Tre parlamentari (i leghisti Andrea Dara e Elena Murelli e il 5 Stelle Marco Rizzone) e una manciata di consiglieri si sono autodenunciati, ma da subito l’Inps ha ricevuto richieste affinché svelasse i nomi degli altri due deputati coinvolti (che hanno chiesto ma non ottenuto i soldi) e di tutti gli altri politici locali.
Anche il Fatto, lo scorso 11 agosto, ha inviato a Pasquale Tridico, presidente dell’ente previdenziale, una richiesta di accesso agli atti per conoscere l’identità dei richiedenti, forte di un comunicato del Garante della privacy che confermava, in base alla giurisprudenza e alle linee guida Anac, la legittimità della divulgazione. Prima di Ferragosto la Commissione Lavoro della Camera ha convocato Tridico, che però in audizione ha preferito temporeggiare chiedendo un approfondimento al Garante, il quale pochi giorni dopo ha confermato nella sostanza quanto già affermato in precedenza (e cioè che i nomi si possono fare) senza però fornire a Inps un parere formale, lasciando così Tridico esposto ad eventuali beghe legali.
Di lì il sollecito inviato all’Inps dalla Commissione Lavoro, a cui Tridico ha risposto nelle scorse ore, ribadendo che al momento non ha intenzione di fornire i nomi dei deputati e dei consiglieri: “Al riguardo è opportuno evidenziare che è in corso un’istruttoria presso il Garante riguardante il trattamento dei dati personali effettuato dall’Istituto per la verifica della sussistenza dei presupposti per beneficiare dei sussidi. Conseguentemente, l’Istituto ha, al momento, sospeso ogni ulteriore attività di trattamento di tali dati e sta quindi valutando l’ipotesi di differire la decisione sull’ostensione o meno dei medesimi all’esito delle determinazioni che verranno assunte dalla predetta Autorità”. Il riferimento è al fatto che il Garante ha avviato un’istruttoria per verificare come l’Inps si sia accorta dei politici coinvolti e su come abbia trattato quei dati personali. Finché l’istruttoria sarà aperta, dice ora Tridico, l’Inps starà ferma, rimandando ogni decisione sulla pubblicazione dei nomi.
L’ennesimo rinvio ha spazientito la Commissione Lavoro della Camera, presieduta dalla dem Debora Serracchiani, che ieri ha provato a stanare Tridico: “La Commissione ha chiesto al presidente di fornire tutti i dati, ma la risposta è ancora interlocutoria. Appare opportuna l’audizione in Commissione del Garante per la protezione dei dati personali, al fine di chiarire le condizioni che ancora ostano alla comunicazione da parte dell’Inps dei nominativi dei beneficiari del bonus che ricoprono cariche elettive a livello nazionale e locale”.
La soluzione potrebbe dunque essere un’audizione del neo-presidente dell’Autorità, il professor Pasquale Stanzione, in modo da poter incalzare il Garante su che cosa Tridico possa o non possa dichiarare riguardo al bonus. A quel punto, se Stanzione dovesse dare il via libera, l’Inps potrebbe avere sufficienti garanzie per tornare in Commissione e divulgare i nomi. Anche perché la pressione politica è forte: oltre alla Serracchiani, anche Forza Italia ha più volte chiesto una nuova audizione di Tridico, col M5S si è detto disponibile. E Walter Rizzetto (FdI) attacca: “La Commissione non deve arretrare. Sarà utile audire il Garante entro qualche giorno e chiedere di chi sia la responsabilità di questa melina che sta screditando le istituzioni”.
“Meno sprechi e più lavoro: ecco il Parlamento con il Sì”
“In questi giorni sul taglio dei parlamentari sento dire molte cose inesatte da parte di politici e intellettuali. Nel primo caso è opportunismo politico, nel secondo superficialità. Bisogna ristabilire un po’ di verità su questa riforma”.
Tipo, professor Perotti?
Per esempio sui costi.
Roberto Perotti, 59 anni, è l’uomo dei conti: oltre a essere professore di Macroeconomia all’Università Bocconi, è stato consulente del governo Renzi alla spending review, ruolo da cui si è dimesso perché “non c’era la volontà politica per tagliare la spesa”. Perotti voterà “sì” al referendum e ha fatto i conti in tasca alla riforma sul taglio dei parlamentari.
Quindi professore quanto si risparmia?
Secondo un calcolo che ho fatto con Tito Boeri il taglio di 345 parlamentari permetterà di far risparmiare 22 milioni di indennità all’anno, 35 milioni di rimborsi spese, diaria e assistenti e altri 20 milioni per i vitalizi e la doppia pensione. Questo farebbe risparmiare 80 milioni di euro l’anno ma non abbiamo calcolato alcuni costi variabili: con meno eletti il Parlamento spenderà meno in computer, pulizia e produzione di carta. Il risparmio oscilla tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno. Per un totale di quasi mezzo miliardo a legislatura.
I fautori del “no” dicono che si risparmia un caffè all’anno per ogni cittadino, lo 0,007% della spesa pubblica.
È ovvio che con questa riforma non si risolve il problema del debito pubblico ma se questa è l’unica obiezione mi sembra assurda: se invece di 100 milioni l’anno fosse 1 euro, sarebbe sempre un risparmio. È sempre meglio di zero. Poi c’è l’aspetto simbolico…
Ovvero?
In politica i simboli contano anche più dei numeri. Questa riforma ha un valore simbolico importante: risparmiare, in un momento di grossa crisi economica, è un segnale forte da dare ai cittadini.
Secondi i dati di Openpolis, un terzo dei parlamentari è assenteista. Cambierà qualcosa?
Questo è il principale argomento per sostenere il “sì”. Con il taglio, il Parlamento sarà più efficiente per quattro motivi. Primo: ci sono meno persone e quindi meno confusione. Gli organi deliberativi molto grandi non funzionano. Secondo motivo: è più facile monitorare 600 parlamentari che 945. Nessun cittadino oggi sa chi è il parlamentare che lo rappresenta e invece con la riforma non sarà più così. E poi ci sono due incentivi a lavorare di più e meglio…
Perché?
Essere meno numerosi sarà un incentivo per i parlamentari a lavorare meglio perché il proprio contributo non sarà più marginale. E poi sarà un disincentivo a lavorare poco e male: oggi un deputato che non va mai in Parlamento può sempre confidare nel fatto che gli altri 629 lavoreranno per lui; se vince il “sì” sarà più difficile sfruttare il lavoro degli altri.
Per i costituzionalisti del “no” ci sarà meno rappresentanza. È vero?
Su questo punto si è fatta tanta confusione: si è preso uno studio di Camera e Senato per dire che con il taglio dei parlamentari saremo l’ultimo Paese per rappresentanza. In realtà non è così perché il paragone va fatto solo tra i parlamentari eletti nelle altre democrazie: oggi l’Italia ha 1,6 parlamentari ogni 100.000 elettori e con la riforma ne avrà 1. In linea con gli altri grandi Paesi europei: la Francia ne ha 1,4 (ma c’è una proposta governativa di tagliarli a 1,1), la Spagna 1,3, il Regno Unito 1,1 e la Germania 0,9.
Il Pd dice che ci vuole una legge elettorale proporzionale.
Non si può stabilire a priori se qualche partito sarà meno rappresentato perché dipende da molti fattori (la distribuzione geografica dei partiti, come saranno disegnati i collegi). Purtroppo il Pd oggi vuole il proporzionale per motivi contingenti e, come Berlusconi, cambia idea a seconda della convenienza del momento.
Si dice che così si dà tutto il potere alle segreterie di partito.
Questo dipende dalle liste bloccate che vanno eliminate e non dalla riforma costituzionale.
Una parte della sinistra è contraria alla riforma.
Del taglio dei parlamentari si parla da 40 anni, dalla commissione Bozzi. E la sinistra è sempre stata favorevole. Poi questa riforma è stata votata da tre quarti del Parlamento e nessuno faceva le obiezioni che vengono fuori solo oggi.
Perché?
Perché si teme di portare acqua al mulino del M5S. Ma non è che si può essere contrari a prescindere perché la propongono loro. I politici che fanno così sono opportunisti, gli intellettuali superficiali.
Ma mi faccia il piacere
Il Verano Illustrato. “Ancien Régime. Parlamento svuotato. Democrazia indebolita. Capi partito onnipotenti. Con il referendum costituzionale, chi combatteva ala Casta ne costruisce un’altra. Ancora più intoccabile. Mentre nel Paese cresce il fronte del No” (l’Espresso, 30.8). Il primo settimanale che non riesci neppure a sfogliare perchè hai entrambe le mani impegnate.
L’Apocalisse prossima ventura. “L’Europa c’è, insieme batteremo il Covid” (Piero Fassino, deputato Pd, 24.8). Allora è vero che siamo spacciati.
Copione. “Sono vittima di un complotto politico!” (Steve Bannon, dopo l’arresto per frode e riciclaggio, 22.8). Questa mi sa che l’ha imparata in Italia.
Battista, le pantofole! “É un governo che si regge sulla paura. Se davvero rinviano le elezioni, prepariamoci alla guerra civile” (Pierluigi Battista a la Verità, che lo definisce “l’intellettuale liberale”, 24.8). Uahahahahahah.
Battista, i calzini! “Per il Campidoglio una persona capace realmente di guidare la città: Guido Bertolaso” (Battista, ibidem). Quello, zitto zitto, ti fa una terapia intensiva dentro il Colosseo. O al Salaria Sport Village.
United Sardins. “Il taglio dei parlamentari rende i forti più forti e i deboli più deboli” (6000 Sardine, l’Espresso, 30.8). Tipo i Benetton.
Slurp. “Chi è Mattia Santori? Una vita vagabonda, la sua… non solo lunghi viaggi in bici con gli amici, ma anche vere e proprie ’emigrazioni’ in altri paesi. Sette mesi in Francia per studio, altrettanti in Grecia per amore… Tornato nella sua Bologna, continua a viaggiare, questa volta con la mente. Perché, in fondo, Mattia Santori è questo. Un sognatore, un vulcano di idee ed emozioni, di visioni, di prospettive… Un eterno ragazzo che crede di poter cambiare il mondo partendo da un cambiamento interiore… Da mesi vive il peso di una responsabilità enorme. Nonostante i suoi occhi siano stanchi, capisci al volo che è innamorato profondamente di quello che fa” (Facebook, profilo ufficiale delle Sardine, 21.8). Poi però ha anche dei pregi.
La Sacra Bibbiano. “Dopo Bibbiano minori più soli” (il Dubbio, 27.8). Non li ruba più nessuno.
Tormenti interiori. “I 300 euro mensili alla piattaforma Rousseau li ho pagati fino a inizio anno, poi ho smesso. Mi sono interrogato sul senso di questi versamenti” (Giorgio Trizzino, deputato M5S, Corriere della sera, 24.8). E, dopo lunghe e travagliate riflessioni, ha deciso che è meglio tenerseli.
Parla per te. “Parlo a nome di 8 milioni di studenti e famiglie, di 1 milione di professori, dei presidi e di tutto il personale” (Matteo Salvini, segretario Lega, 27.8). Soprattutto dei ripetenti.
Da non perdere. “Penso sia arrivato il momento di ritrovarci in una piazza (anche virtuale), mettendo assieme le voci di tutti coloro che dicono NO a una riforma fatta male e pericolosa” (Emma Bonino, deputata eletta col Pd, 28.8). “Maratona oratoria di Bonino per il NO” (Repubblica, 29.8). Pronti con le transenne.
Nunzia vobis. “Sono riuscita a fare più battaglie con Giletti che in Parlamento. Non rimpiango la politica” (Nunzia De Girolamo, ex deputata FI, ex ministra Ncd, conduttrice di un talk su Rai1, La Stampa, 26.8). Lo vedi, cara, che la cosa è reciproca?
Italia vivacchia. “Alle Regionali andremo molto bene. La cartina di tornasole sarà il seggio di Sassari” (Matteo Renzi, leader Italia Viva, La Stampa, 30.8). Vasto programma.
L’autoesclusione. “Non si può affidare il governo del Paese a persone che non hanno mai gestito nulla” (Carlo Calenda, leader di Azione, Libero, 30.8). Quindi si ritira?
Due di coppe. “Roma, nel Pd spunta la carta Cirrinnà” (Repubblica-cronaca di Roma, 30.8). Mecojoni!
Risparmi. “Misure alternative al carcere: si potrebbe risparmiare mezzo miliardo” (Il Dubbio, 22.8). Ma, se abolisci le carceri, molto di più.
Celeste nostalgia/1. “Urge il Celeste Formigoni per difendere la democrazia. L’ex governatore aveva già previsto l’attacco alla Lombardia per piegare il Nord, cuore della resistenza antioligarchica” (Vittorio Feltri, Libero, 28.8). Purtroppo, fra una previsione e l’altra, gli erano sfuggite le manette.
Celeste nostalgia/2. “Tagliare i parlamentari non serve” (Roberto Formigoni, Libero, 30.8). Giusto: meglio arrestarli.
Il titolo della settimana/1. “Effetto Draghi sui leader. Gli elettori del Pd divisi sul referendum” (Repubblica, 29.8). Il titolo si riferisce al sondaggio di Ilvo Diamanti che dà Conte primo fra i leader con consensi del 60%, poi Zaia e Draghi solo terzo; e l’82% degli italiani per il Sì al referendum. Ma benedetti ragazzi: perchè ostinarvi a fare i sondaggi, con quello che costano, se poi ogni volta dovete nascondere i risultati?
Il titolo della settimana/2. “Un premio a Sangennaro” (a proposito del Premio Divergenze” al direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, Libero, 27.8). Ma gli hanno dato un premio o l’han fatto santo?
Il titolo della settimana/3. “Scendono i nuovi contagi: 878. Focolaio in una ditta di polli” (Corriere della sera, 26.8). Il Billionaire.
Tagli, ciuffi e parrucche: la storia presa per i capelli
Gli hipster si fanno crescere la barba; i punk la cresta; gli skinhead si rasano a zero; gli ortodossi non tagliano mai i capelli sulle tempie per mostrare sotto il cappello dei lunghi boccoli chiamati payot mentre le loro donne sono costrette a raparsi e indossare una parrucca; e ancora gli afro sfoggiano il loro riccio serratissimo, mentre lo chignon (nato nelle accademie di danza) è ormai aureolato a effigie del bon ton. Eppure, siamo sicuri di parlare solo di capelli o di bellezza? No, stiamo parlando di simboli.
Basterebbe rinverdire che quando chiesero a Clotilde (475-545), Regina dei Franchi se avesse preferito vedere i suoi nipoti pelati o morti, costei preferì la seconda alternativa, per dimostrare che i capelli hanno a che fare con il potere. Basti pensare che quel capriccioso di Luigi XIV ne usava una decina al giorno. Non a caso, poi, insieme alle coulottes di nanchino (da cui i sanculotti) scomparvero anche le parrucche, due dei simboli cortigiani, con la Rivoluzione francese. A dipanare la matassa fluente (è il caso di dirlo) dei messaggi veicolati con i capelli ci pensa Fuori di testa. Storia spettinata dei capelli di Louise Vercors e Pierre d’Onneau.
Anche nel passa1to più recente e nella contemporaneità i capelli sono scientemente utilizzati per catalizzare l’attenzione: il ciuffo “a banana” di Elvis, poi ripreso dalla giornalista vestale della moda Suzy Menkes; i rasta di Bob Marley; il caschetto à la Valentina; il paggetto dei Beatles; e ancora Hillary Clinton che “cita” Margaret Thatcher con la scriminatura a destra, o Kennedy e altri uomini di potere che la portano a sinistra (qualcuno dice abbia a che fare con l’abbottonatura). E poi, il nostro amico salvatore (l’aggettivo), Gesù: nella Bibbia non v’è descrizione fisica alcuna, ma tutta l’iconografia lo ritrae di lucente vello. La riprova, però, che i capelli sono più di quello che sembrano è la loro penetrazione nel linguaggio in molteplici esercizi di stile: “avere un diavolo per capello” (essere arrabbiati); “far rizzare i capelli” (per spavento od orrore); “avere più guai che capelli” (essere sfortunato); “non torcere un capello” (non fare alcun male); “mettersi le mani nei capelli” (essere disperati); “essere preso per i capelli” (salvarsi all’ultimo). Sono solo alcune delle tante espressioni idiomatiche che hanno per fulcro i democratici capelli. Perché democratici? Ovvio, perché anche i calvi possono usare queste metafore!
“GF: io, Rocco e gli altri. È un gioco che ha stravolto l’esistenza di tutti noi”
Il supermercato delle emozioni (televisive) ha alzato la saracinesca il 14 settembre del 2000. Vent’anni fa, e poco più, dieci sconosciuti varcavano la porta rossa di una casa posticcia a Cinecittà, salutavano un mondo, e da inconsapevoli diventavano il “genitore zero” di quello successivo. Iniziava l’era del Grande Fratello, “Gieffe” per gli amici. “Nessuno di noi aveva chiaro cosa sarebbe successo. E quando dico nessuno, non mi riferisco solo a noi dieci, ma includo la produzione, la Rete (Mediaset), gli autori, gli autisti, gli psicologi. Tutti. Finita quell’esperienza così estrema, ognuno ha cambiato vita”. Marina La Rosa era una dei dieci. A lei il ruolo della sofisticata, della provocatrice, della seduttrice presunta passiva. Della donna divisiva nei giudizi esterni, perfetto soggetto in grado di suscitare un dibattito tra sostenitori e detrattori (“Mi hanno detto qualunque cosa”).
Lei oggi ha 43 anni, due figli, nel curriculum ha del teatro, della televisione (compresa una partecipazione a Beautiful) e dei reality come L’isola dei famosi; certi vezzi li ha mantenuti intatti, si diverte sempre a provocare, a volte gioca con il personaggio di un tempo, le appartiene, ma oggi sa che certe sfumature spesso nascondono una sostanza.
Vent’anni fa.
Studiavo Economia e Commercio a Messina. Mi sentivo annoiata. Scontenta. Mi concedo una pausa caffè, e leggo un trafiletto che pubblicizza un nuovo programma televisivo: “Se vuoi partecipare, chiama”. Neanche sapevo cosa fosse.
Ma…
Ho telefonato e sentito una voce registrata, così ho lasciato un messaggio in segreteria; dopo qualche giorno mi hanno richiamata e sono andata ai casting di Palermo: davanti a me centinaia di persone, e ho detto a mia sorella: “Figurati se mi prendono”.
Sfiduciata.
No, realmente sono andata senza pretese, ero motivata da quel senso di dubbio sul mio futuro: dentro di me avvertivo una spinta, ma non conoscevo la direzione.
Insomma?
Al provino ho preso in giro uno degli autori, Gian Maria Tavanti: “Il suo nome non si può sentire, sembra da intellettuale”; poi lui mi chiese: “Non ti trucchi?”; io capii: “Non ti tocchi?”. Ovvio, il fraintendimento generò una serie di risate.
Il “ruolo” era suo…
Dopo un mese ricevo la telefonata, e da lì una serie incredibile di provini, neanche ricordo quanti, fino alla prova finale: “Deve incontrare lo psicologo”. E io: “Allora è finita”.
Invece.
Mi pose solo due domande: “Cosa vuoi fare da grande?” e “Cosa è importante nella tua vita?”. Risposte: “Non lo so” e “la mia famiglia”, e sono passata come “soggetto centrato”. Che errore.
Il suo?
No, il loro. Io “centrata”?; (sorride) comunque, finito il percorso, si presentarono a casa mia, la famiglia riunita, e i responsabili iniziarono a spiegare che poi nulla sarebbe stato come prima, e ci chiesero se eravamo consapevoli e certi del percorso.
E voi?
Abbiamo sottovalutato; (ci pensa) non solo noi, ognuno dei coinvolti ha sottovalutato l’impatto. (Interviene Daniela Piu, al tempo ufficio stampa del programma, era lei ad accoglierli, a prenderli in dote, una volta usciti dalla casa: “Ricordo la prima puntata: a mezzanotte, finita la diretta, tutti se ne andarono, dai responsabili del programma a quelli della Rete. Tutti. Io e pochi altri rimanemmo negli studi, solo per curiosità. La mattina seguente ci ritrovarono ancora lì. “Non siete andati a casa?”. “No, è una droga”. Nessuno aveva calcolato che il vero Grande Fratello iniziava dopo la fine dello show ufficiale, quando i ragazzi erano liberi di scoprirsi”) .
Nonostante i moniti, avete firmato.
Non era una questione economica, ma esistenziale; sono cresciuta con i genitori separati, unica nella mia classe, anzi di tutta la scuola, una forma di diversità che per fortuna oggi non si può più comprendere; inoltre siamo cinque fratelli, io la più piccola, e non volevo incidere sulle spese di mamma. Per questo cercavo ogni possibile lavoro.
Tipo?
Statistiche per il Comune, cameriera, rappresentante di preservativi, e non ne ho venduto uno, dimostratrice di bungee jumping, barman e bigliettaia alla Fiera di Messina.
I giorni prima dell’inizio.
Chiusi dentro un albergo di Roma con i bodyguard a controllare che non ci incontrassimo.
Poi il 14…
Non ricordo se ero o meno emozionata, ho delle idee confuse, ma non volevo vestirmi da grand soirée; so per certo che secondo i miei programmi sarei uscita per prima.
Perché?
Da sempre sto sulle palle, ero convinta che dentro la casa mi avrebbero odiato.
Ancora: perché?
Era già successo ai tempi della scuola, e dopo con gli amici: una costante. Con i ragazzi va bene, sono le donne a considerarmi pericolosa; (sorride) ho una forte sensualità innata, ma a quel tempo non ne ero consapevole.
Una volta dentro.
Risulto accettabile, e mi lego a Francesca (Piri, uscita per prima) e soprattutto a Rocco (Casalino, quarto classificato). Con Rocco parlavamo di omosessualità, lui sosteneva di non esserlo. Non era pronto.
La vostra percezione dell’esterno.
Nessuna. Non c’erano parametri. Ripenso a una sera, noi sul letto ci interrogavamo se qualcuno era interessato a noi, e avevamo posto l’asticella del successo a un milione di spettatori.
Così all’oscuro?
Una lampadina mi si accese grazie a Rocco, che era uno dei più intelligenti e simpatici: una mattina prese in mano un vasetto di yogurt, mostrò l’etichetta e disse: “Mangiatelo anche voi”. Noi abbiamo riso. Il giorno successivo hanno tolto i marchi da tutti i prodotti, e le sigarette venivano consegnate sfuse.
Le telecamere erano evidenti.
Sì, e aggiungo: se ci avvicinavamo agli specchi, vedevamo dentro l’ombra delle persone, ma nonostante ciò, vivevamo in una bolla, in un’altra dimensione; un giorno in un confessionale chiesi agli autori se mamma li chiamava per avere mie notizie. Risposta: “No”.
Solo “no”?
Non concedevano alcun appiglio o rassicurazione, non volevano alterare la narrazione, puntavano all’essenza di noi stessi.
A ogni costo…
(Sorride) Ognuno di noi dieci ha subito qualche denuncia.
Cioè?
Desideravamo conoscerci e vivevamo la quotidianità come in una comune casa privata, quindi senza alcuna censura nei racconti e nei giudizi rispetto alla vita precedente.
Esempio.
Massacrai con appellativi non carini la seconda moglie di mio padre.
Venivate imbeccati dagli autori?
Mai, però se dal programma avvertivano un po’ di stanca, allora creavano dei diversivi, come regalarci dell’olio per i massaggi.
Vi annoiavate.
A morte! Stavamo sempre al sole e solo per passare il tempo; a un certo punto sono crollata mentalmente, volevo uscire, chiamavo in continuazione lo psicologo, che sistematicamente mi rispondeva: “Nessuno ti tiene prigioniera, ma se apri quella porta hai perso con te stessa”.
E quando ha aperto quella porta?
Ripenso alle parole di Pietro (Taricone, poi finalista), era il più lucido di noi, aveva percepito la realtà, e serio mi si avvicinò: “Sii forte”. In me aveva colto delle fragilità.
Lo era veramente?
Tanto; (cambia tono) sono sempre stata vulnerabile, solo con gli anni ho trovato il mio equilibrio.
Fuori.
Sono entrata in macchina e ho trovato Daniela (Piu): “Marina, ora cosa pensi di fare?”. E io: “Tornare a casa da mamma”. Scoppiò a ridere: “Non potrai, e per un bel po’”. Era vero.
Lo studio televisivo.
Sono entrata e ho subito verificato che Pietro aveva ragione: trovai le belve, con il pubblico libero di spararti in viso le certezze sulla tua persona, e ho dovuto affrontare le opinioni più strane, strampalate, nelle quali non mi riconoscevo. E pensavo: “Ma cosa avete visto?”. Da lì sono stata costretta a ricostruirmi psicologicamente.
È successo a tutti voi?
Pietro era talmente stupito, da chiudersi in casa per rivedere e rivedere tutte le puntate. E analizzarle.
Non semplice.
In studio con Daria Bignardi si alzò uno dei presenti con una sentenza tra le labbra: “Sei una bella ragazza, ma non potrai mai diventare una brava moglie”. Ero finita in una lavatrice mediatica.
Un’escalation.
Mi cercava chiunque, dalle copertine dei settimanali, ai registi televisivi e cinematografici, fino alle ospitate in discoteca. Avevo a disposizione suite, aerei privati, ogni desiderio era giusto esaudirlo, ma la mia parola non aveva grande importanza.
E così?
A un certo punto fuggii in Messico, con Giorgio Gori (allora direttore di Mediaset) che mi chiamava. “Dove sei?”. “Ho bisogno di una settimana per riprendermi”.
Niente era più come prima.
Tornata a Messina, chiesi a mia sorella di andare al cinema. Una volta sedute iniziarono i cori, urlavano qualunque cosa, fino a quando il direttore della sala ci ha chiesto di andare via: era impossibile proiettare il film; un altro giorno entro in un negozio di vestiti a Roma in via Condotti, con calma guardo gli stand. Sono stati costretti a chiamare una volante affinché potessi uscire e scappare. La via era bloccata.
Paura, mai?
No, però ci rimasi male una sera in taxi: l’autista non mi aveva riconosciuta, ma poco dopo iniziò a pontificare proprio su di me, a millantare di conoscermi, di avermi accompagnata nella casa del Gieffe; esprimeva una confidenza quasi da fratello, però mi definiva “puttana”.
E lei?
Pietrificata, ho percepito la follia; l’aspetto più complicato è stato riuscire nel raccordo tra quello che pensavo di me e quello che il pubblico ha percepito. A un certo punto sono stata assalita da attacchi di panico.
I soldi?
A palate. Il top in discoteca: entravo, salutavo il dj, parlavo con il pubblico, sistematicamente partiva il coro “faccela vede’, faccela tocca’”. Scendevo dal palco, mi sedevo sui divanetti, foto e autografi e andavo via. Bastava un’ora e intascavo 50 milioni di lire, contanti.
Arriva il però…
Non ero felice di quei guadagni, li trovavo irrispettosi, per questo ho partecipato a meno serate rispetto agli altri concorrenti.
Nel post GF, con chi si è confrontata?
Con Pietro: parlavamo tantissimo, e lui provava a trasmettermi un po’ di leggerezza, io invece ero pesante; (sorride) come dicevo prima, il Grande Fratello non ha cambiato la vita solo dei concorrenti, ma è stata un’analisi collettiva, tutti i coinvolti dopo la fine hanno cambiato esistenza; anche lo psicologo ha lasciato la professione ed è andato in giro per il mondo.
Gli uomini come si sono rapportati a lei?
Venir percepita come una “gatta morta” (il suo soprannome) ha lasciato liberi gli altri di provarci senza riserve, anche solo quando l’appuntamento era per lavoro, o almeno credevo; così mi sono ritrovata lingue in bocca o persone già in mutande, altri che palesemente mettevano la condizione sessuale perché ottenessi un ruolo.
La sua reazione?
Per molto tempo ho creduto fosse colpa mia, con annessi sensi di colpa.
E oggi?
È totalmente diverso; pochi giorni fa ero in montagna con i miei figli, giocavamo a nascondino. Dopo un po’ si avvicina un signore: “Mia moglie ti ha riconosciuta, vorrebbe salutarti e domandarti cosa fai ora”. E io: “Gioco con i miei figli”.
Qual è la morale?
Che esistono delle categorie e il pubblico ha la necessità di incasellarti.
La sua casella?
Il bello è che oggi posso essere chiunque voglio; (ci pensa) però vorrei chiederle un favore.
Proviamo?
Può non farmi risultare antipatica?
Come fu che un album divenne un monumento
Il consigliere onorario Kraterov, secco e sottile come la guglia dell’ammiragliato, si fece avanti e, rivolgendosi a Žmychov, disse: “Vostra Eccellenza! Toccati e commossi nel più profondo dell’anima dal modo in cui per tanti anni avete diretto il nostro ufficio, e dalle vostre paterne cure…”.
“Manifestateci per più di un decennio”, suggerì Zakuskin.
“Manifestateci per più di un decennio, noi, vostri dipendenti, oggi, giorno importantissimo per tutti noi… ehm… offriamo all’Eccellenza Vostra, in segno di stima e di profonda riconoscenza, questo album coi nostri ritratti, e ci auguriamo che nel prosieguo della vostra illustre vita, ancora per molto tempo, fino all’ora della morte, Voi non ci abbandonerete mai…”
“Né mai ci priverete dei vostri paterni consigli lungo la via della verità e del progresso…” aggiunse Zakuskin, tergendosi dalla fronte il sudore che l’aveva subitamente imperlata; si vedeva che aveva una gran voglia di parlare e che si era già preparato il discorso: “Che possa sventolare la vostra bandiera”, terminò, “ancora per lungo e lungo tempo sull’arengo del genio, del lavoro e della coscienza sociale”.
Sulla rugosa guancia sinistra di Žmychov rotolò una lacrima.
“Signori!” disse con voce tremante. “Non mi aspettavo, non potevo prevedere che avreste festeggiato il mio modesto giubileo… Sono veramente commosso… altamente commosso… Serberò fino alla tomba il ricordo di questo momento, e, credete, credete pure, amici, che nessuno vi augura tanto bene quanto me. E se a volte sono stato un po’ severo, è stato nel vostro interesse…”.
Il consigliere di stato effettivo Žmychov a questo punto baciò il consigliere onorario Kraterov, che non si attendeva minimamente questo onore e impallidì dall’emozione. Quindi il capo fece un gesto con la mano a significare che la commozione gli impediva di parlare, e scoppiò in lacrime come se gli avessero non regalato, ma rubato, il prezioso album… Poi, ripresosi, pronunciò ancora qualche sentita parola, porse a tutti i presenti la propria mano da stringere, e infine, fra sonore ed entusiastiche acclamazioni, scese le scale, montò in carrozza, e si allontanò, accompagnato dalle benedizioni di tutti. Seduto in carrozza, si sentì inondare il cuore da un afflusso di sentimenti gioiosi, mai provati fino ad allora, e scoppiò nuovamente in lacrime.
A casa lo attendevano nuove gioie. Familiari, conoscenti e amici gli tributarono una tale ovazione che egli ebbe l’impressione di aver compiuto veramente qualcosa di utile per la patria, e che, senza di lui, la patria si sarebbe veramente trovata in cattive acque. Il pranzo fu tutto discorsi, brindisi, abbracci, lacrime. In poche parole, Žmychov non si aspettava proprio che i suoi meriti fossero così apprezzati dagli altri.
“Signori!” disse al dessert. “Due ore fa io sono stato ricompensato di tutte le sofferenze inevitabili per chi serva diciamo così, non la forma, non la lettera, ma il dovere. Per tutto il tempo che ho lavorato, mi sono costantemente attenuto a questo principio: non il pubblico per noi, ma noi per il pubblico. E oggi ho ricevuto la più alta ricompensa! I miei dipendenti mi hanno offerto un album… Eccolo! Sono profondamente commosso…”.
I volti festosi dei presenti si chinarono tutti sull’album per osservarlo da vicino.
“Ma è un album proprio bello!” disse Olja, la figlia di Žmychov. “Costerà almeno cinquanta rubli. Oh, che meraviglia! Papà, dallo a me! Mi senti? Lo conserverò io… È così bello!…”.
Dopo pranzo Olecka si portò l’album in camera sua e lo chiuse a chiave nel cassetto del tavolino. Il giorno dopo tolse i ritratti dei funzionari, li gettò per terra, e al loro posto mise quelli delle sue compagne di collegio. Le uniformi impiegatizie cedettero posto alle bianche mantelline delle collegiali. Kolja, il figlioletto di Sua Eccellenza, raccolse i ritratti dei funzionari e colorò di rosso le loro uniformi. A quelli senza baffi disegnò dei baffi verdi, a quelli senza barba delle barbette marroni. Quando poi non ci fu più nulla da colorare, ritagliò dai cartoncini le sagome degli ometti, bucò loro gli occhi con uno spillo, e ci si mise a giocare ai soldatini.
Ritagliato il consigliere onorario Kraterov, lo fissò su una scatolina da fiammiferi e lo portò, così accomodato, dal padre, nello studio. “Papà, guarda, un monumento!”.
Žmychov scoppiò in una risata che lo fece scuotere tutto; poi, intenerito, coprì di baci la guancia di Kolja: “Va’, monello, vai a mostrarlo alla mamma! Fallo vedere anche a lei!”.
Don Chisciotte, Woody e farsi male con un Toblerone
Il modo più sorprendente di modificare un testo consiste nel cambiare quello che gli sta intorno. Borges, inventando Pierre Menard, colui che riscrisse il Don Chisciotte parola per parola trecento anni dopo, dimostrò che in un nuovo contesto un testo ridiventa “originale”. Un’altra applicazione di questa idea rivoluzionaria (che è alla base delle poetiche modernista e post-modernista, e della loro tecnica principale, il collage) è l’invito di Borges a leggere l’opera di De Sade come se l’avesse scritta San Paolo. Analizziamo dunque le metabole del contesto.
Metabole del contesto.Il criterio delle figure del significante (metaplasmi, metatassi) è la sostituzione, il criterio del tropo (metasemema) è il cambiamento di significato, il criterio del metalogismo è la falsificazione. Il contesto completa la determinazione non solo dei metalogismi, ma anche delle figure e dei tropi: non li si può isolare dal loro contesto particolare. Il contesto è tutto ciò che appartiene al discorso e alla situazione in cui si svolge. In un testo linguistico ce ne sono diversi, ciascuno con una sua norma da trasgredire: di frase, di paragrafo, di opera, di scrittore, di un periodo di vita dello scrittore, di corrente, di genere, di epoca, di lingua, di un gruppo di lingue, &c. Il contesto fa perdere alla metabola la sua neutralità di strumento, le annette un orientamento specifico, un’ideologia. “Mi sono dato alcune regole di vita. La mia prima regola: non credo a niente di quello che mi dice il governo.” Questa battuta di George Carlin cambia di significato a seconda del governo cui si riferisce. L’importanza semantica del contesto è tale che, agendo su di esso, si può rendere divertente qualcosa che non lo è, come fa Carlo Gozzi, nella Zobeide, quando ottiene effetti comici mettendo in bocca a due buffoni alcune stanze dell’Ariosto. Allo stesso modo, due versi di e. e. cummings (“la voce dei tuoi occhi/è più profonda di tutte le rose”) diventano una battuta se presentati come uno stratagemma per rimorchiare. In entrambi i casi, si creano oggetti comici nuovi. Ci ritorneremo. Vediamo intanto alcuni esempi divertenti di metabola del contesto, secondo le quattro operazioni logiche (sottrazione, aggiunzione, sostituzione, permutazione).
Per sottrazione: contesto ignorato (Il comandante di un grosso aereo Lufthansa in volo verso Buenos Aires accende l’intercom e dice ai passeggeri: “Signore e signori, ho una cattiva notizia: abbiamo finito il carburante e dovrò tentare un ammaraggio. A quelli di voi che sanno nuotare dico: nuotate dritto, sono solo 12 miglia. Seguite il sole. A quelli che non sanno nuotare dico: grazie di aver volato Lufthansa.”).
Per aggiunzione: contesto svelato (Emo Philips: “Quando morirò, voglio andarmene tranquillamente nel sonno, come mio nonno. Non urlando, come i passeggeri della sua auto.”); contesti unificati (Un ladro ha rubato cianfrusaglie, tralasciando oggetti di valore. Il giudice: “Come mai ha preso solo cianfrusaglie tralasciando gli oggetti preziosi?” Il ladro: “Signor giudice, la prego, ne ho già sentite abbastanza da mia moglie, non ci si metta anche lei!”); anacronismi (come fa Woody Allen nel racconto Il caso Kugelmass, dove un professore di lettere, ebreo di New York, finisce dentro il libro Madame Bovary e diventa l’amante di Emma; poi, per inversione, Madame Bovary finisce nella New York di oggi, e la storia ha sviluppi).
Per sostituzione: contesti sostituiti (Un marito torna a casa tardi. Per non svegliare la moglie, entra in camera al buio e si fa strada a tentoni. Tocca il comodino. “Questo è il comodino…” Tocca la moglie. “Questa è mia moglie…” Tocca l’amante della moglie. “Questo sono io…”).
Con permutazione: contesto ambiguo (“È mezzanotte. La pioggia sferza i vetri. Non era mezzanotte. Non pioveva affatto.” Beckett, Molloy, 1951).
Colorazione della metabola. Metabole identiche possono avere effetti espressivi differenti a seconda della loro colorazione, che è data dall’ambito linguistico nelle sue varie forme: genere letterario, epoca, ambito geografico e socioculturale (classi, professioni, attività umane, rapporti naturali come parentela, età, sesso, &c.); e dall’unità linguistica (frequenza nella lingua, derivazione, arcaismi, paragoni, neologismi, citazioni, parole straniere, metabole rinnovate, &c.). Un metalogismo ha una colorazione diversa, per esempio, se invece del verbo “copulare” uso il verbo “chiavare”. Me lo insegnò un vecchio attrezzista del Teatro Sala Umberto, a Roma, 30 anni fa. Una sera mi disse: “Quella sua battuta all’inizio: invece di sedere, dica culo.” E così la battuta ottenne il boato che fino a quel momento era mancato.
Logos, ethos, pathos.Le realtà espressive sfuggono alla presa dei sistemi logici: per descriverle, i concetti di “effetto” e di “valore” hanno un ruolo rilevante. Aristotele identifica tre modalità di persuasione (logos, ethos e
pathos) che provocano reazioni emotive sia tramite la partitura che con l’esecuzione. Il logos è pensiero, parola, enumerazione, racconto, scelta. L’ethos è il carattere: in un individuo, deriva dall’interiorizzazione di valori e norme; in un personaggio, o in un testo, dall’implicazione/espressione di valori e norme (scarto connotativo). È pathos tanto il mezzo retorico quanto l’emozione che esso suscita nell’uditorio.
Retorica, poetica.La retorica analizza figure e tropi (lo scarto denotativo). La poetica analizza l’effetto (lo scarto connotativo).
Tratti dell’ethosdivertente. L’ethos dipende dalla struttura della metabola, dai materiali e dai modi che utilizziamo per crearla, dal contesto in cui la inseriamo. Quello divertente è un ethos di genere, creato dalla attivazione scherzosa di stati di coscienza tramite: metabole comiche; parola nuda; parole che riempiono l’immaginazione a poco a poco in modo totale; incongruità del contesto; espressività corporea buffa.
La parola nuda agisce per effetto sorpresa, che dipende da: posizione nella frase, salienza (la rilevanza psicologica), suono, tono, tempismo e ritmo. “Il Toblerone! È impossibile mangiare un Toblerone senza farsi male!” (Billy Connolly)
Salienza. Termini con salienza maggiore fanno più ridere di quelli a salienza ridotta. Ogni parola ha sinonimi con cui condivide grosso modo il concetto. Li si può ordinare in una serie sinonimica secondo la salienza: per esempio morire < decedere < trapassare < crepare < tirare le cuoia. La sinonimia è graduata anche a livello di frase. Se modifichi l’ordine dei termini, una frase neutra diventa marcata: “mi piace scopare con te” è diverso da “con te mi piace scopare”. Non sempre i sinonimi sono interscambiabili: faccia è sinonimo di viso, ma dire viso di bronzo fa ridere. Ovvero, faccia e viso appartengono a contesti semantici diversi. “Dire ‘mi dispiace’ equivale a dire ‘mi scuso’. Tranne a un funerale.” (Demetri Martin).
(19. Continua)