Oggi i dati sono più importanti che mai. Il numero di contagi e l’andamento del Pil scandiscono la nostra quotidianità. “Non hai dati” è la classica obiezione rivolta a chi ragiona in astratto. Anche i numeri migliori, però, possono essere alterati. Anzi, ogni dato, se adeguatamente manipolato, dà sempre il risultato voluto.
Proprio per una faccenda di manipolazione è nei guai la Banca Mondiale. Il suo rapporto annuale “Doing Business” è stato sospeso dopo 17 anni di onorata carriera. Si tratta del principale punto di riferimento per valutare la facilità di fare impresa in un Paese. Più sei business friendly, più sei in alto nella classifica. Vuoi salire? Facile: liberalizzare, privatizzare, fare le “famose” riforme strutturali…
Le irregolarità riguardano i rapporti del 2018 e del 2020 e coinvolgono i dati di Cina, Azerbaigian, Emirati e Arabia Saudita. La Banca Mondiale ha annunciato un’indagine interna e la revisione delle pubblicazioni degli ultimi 5 anni. Chissà se revisioneranno anche i consigli dati in giro per il mondo con numeri sbagliati (o forse truccati). Ma qualche dubbio già c’era. Nel 2018 il capo economista della Banca Paul Romer aveva sostenuto che la metodologia del rapporto fosse cambiata più volte in modo iniquo e fuorviante e che i dati fossero manipolabili. Non solo. Secondo Romer, i numeri del Cile furono alterati per far sembrare peggiore il clima imprenditoriale sotto il governo della sinistra.
Quella storia, subito dimenticata, oggi torna a galla. E fa vacillare il vitello d’oro della “datacrazia”. Già Leopardi prendeva in giro chi si fidava ciecamente dei numeri e definiva ironicamente “fortunati” quelli ai quali i progressi della statistica avrebbero svelato “quante moggia di farina inghiotta il patrio borgo in ciascun mese”. Oggi gli autori di “Doing Business” sembrano addirittura poter far apparire e sparire le moggia di farina a comando. Un bel progresso!