Leopardi, i dati e quelli sbagliati della (prestigiosa) Banca mondiale

Oggi i dati sono più importanti che mai. Il numero di contagi e l’andamento del Pil scandiscono la nostra quotidianità. “Non hai dati” è la classica obiezione rivolta a chi ragiona in astratto. Anche i numeri migliori, però, possono essere alterati. Anzi, ogni dato, se adeguatamente manipolato, dà sempre il risultato voluto.

Proprio per una faccenda di manipolazione è nei guai la Banca Mondiale. Il suo rapporto annuale “Doing Business” è stato sospeso dopo 17 anni di onorata carriera. Si tratta del principale punto di riferimento per valutare la facilità di fare impresa in un Paese. Più sei business friendly, più sei in alto nella classifica. Vuoi salire? Facile: liberalizzare, privatizzare, fare le “famose” riforme strutturali…

Le irregolarità riguardano i rapporti del 2018 e del 2020 e coinvolgono i dati di Cina, Azerbaigian, Emirati e Arabia Saudita. La Banca Mondiale ha annunciato un’indagine interna e la revisione delle pubblicazioni degli ultimi 5 anni. Chissà se revisioneranno anche i consigli dati in giro per il mondo con numeri sbagliati (o forse truccati). Ma qualche dubbio già c’era. Nel 2018 il capo economista della Banca Paul Romer aveva sostenuto che la metodologia del rapporto fosse cambiata più volte in modo iniquo e fuorviante e che i dati fossero manipolabili. Non solo. Secondo Romer, i numeri del Cile furono alterati per far sembrare peggiore il clima imprenditoriale sotto il governo della sinistra.

Quella storia, subito dimenticata, oggi torna a galla. E fa vacillare il vitello d’oro della “datacrazia”. Già Leopardi prendeva in giro chi si fidava ciecamente dei numeri e definiva ironicamente “fortunati” quelli ai quali i progressi della statistica avrebbero svelato “quante moggia di farina inghiotta il patrio borgo in ciascun mese”. Oggi gli autori di “Doing Business” sembrano addirittura poter far apparire e sparire le moggia di farina a comando. Un bel progresso!

Accolti i primi 49 salvati dalla nave di Banksy Pressione delle agenzie Onu: “Si muova l’Ue”

Sono più di 400 i migranti in mare in attesa di un porto sicuro di sbarco, fermi su tre navi dopo i salvataggi dei giorni scorsi. Particolarmente complessa è la situazione della nave Louise Michel, ultima Ong giunta nel mare tra la Libia, Malta e l’Italia, fondata e finanziata dall’artista Banksy. Dopo essere intervenuta in soccorso a diversi naufragi venerdì scorso raccogliendo a bordo 219 persone, la nave ha chiesto aiuto a diversi coordinamenti nazionali di salvataggio: al centro radio di Lampedusa, ai Mrcc di Brema (la nave batte bandiera tedesca) e Malta e un May Day generale, senza ricevere risposta immediata. Secondo quanto riporta la Ong su Twitter, Malta ha dichiarato di non avere asset da inviare, essendo impegnata in altri salvataggi. La Guardia costiera italiana è intervenuta nel pomeriggio di ieri, prendendo in carico 49 persone (32 donne, 13 bambini e 4 uomini) ritenute fragili. Nessuna indicazione al momento per lo sbarco dei rimanenti 170. In soccorso della Louise Michel è intervenuta anche la nave della Ong tedesca Sea Watch, che a sua volta ha a bordo 200 naufraghi salvati nei giorni scorsi. Banksy ha detto di aver comprato “una nave perché le autorità europee ignorano deliberatamente le richieste di soccorso dei non europei”.

Le agenzie Onu, Unhcr e Oim, hanno chiesto con una nota l’individuazione immediata di un punto di sbarco per i 400 naufraghi sulle tre navi, ricordando i 27 tra migranti e rifugiati salvati della nave commerciale Maersk Etienne tre settimane fa: “Una petroliera commerciale – scrivono – non può essere considerata un luogo adatto”.

A Lampedusa, intanto, continuano ad arrivare imbarcazioni dalla Tunisia, mentre l’Hotspot resta in gravi difficoltà. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha ammesso i problemi legati alle misure anti-Covid e annunciato la diminuzione degli arrivi dalla Tunisia, che quest’anno sono ottomila su poco più di 20 mila totali. I tunisini però sono passati dai 4.226 di luglio a 1.976 per agosto.

Rispetto al 2017 – quando gli sbarchi erano molto più numerosi – oggi il pericolo di naufragio sembra essere aumentato, anche per il ridotto impegno nei soccorsi. Unhcr e Oim esprimono “profonda preoccupazione per la continua assenza di un meccanismo di ricerca e soccorso dedicato, guidato dall’Ue”. L’unica missione navale Ue attiva al momento, Irini, non ha questo obiettivo.

Incendi in Sardegna, arresti e perquisizioni Indagati anche addetti allo spegnimento

Il Nucleo investigativo del Corpo forestale della Sardegna ha condotto ieri un’ampia operazione mirata a contrastare gli incendi che dall’inizio dell’estate stanno mettendo in ginocchio l’isola. Sono in corso decine di perquisizioni nelle zone di Pula, Sarroch e Villa San Pietro, nel Cagliaritano. Tredici le persone indagate, alcune di queste sono state arrestate. Da quanto si apprende, anche se non ci sono conferme ufficiali, sono coinvolti addetti alle operazioni di spegnimento degli incendi stessi. Nel corso delle prime perquisizioni sono state rinvenute parti di ordigni incendiari, armi, munizioni e selvaggina cacciata da poco. Nel pomeriggio di ieri poi in frazione La Sarra nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Olbia-Tempio sono state evacuate anche alcune famiglie. Una misura assunta a titolo precauzionale: le fiamme divampate dalle campagne di Zappallì infatti stavano procedendo lungo i pendii delle vallate. Complicato riuscire a raggiungere da terra il fronte dell’incendio a causa della carenze di strade e percorsi.

Punto in Polonia: il prestito Fca non serve all’indotto

Intascato solo due mesi fa il prestito da 6,3 miliardi garantito dallo Stato (e quindi con interessi molto bassi), quello che secondo il ministro Roberto Gualtieri servirà a “rilanciare investimenti e occupazione in Italia”, Fiat Chrysler inizia a scoprire le carte sulle strategie future: pure la nuova Punto sarà prodotta in Polonia, a Tychy. E la vera novità è che nascerà sulla piattaforma sviluppata da Psa, la casa francese titolare di Peugeot e fresca di fusione con Fca.

L’anticipazione, uscita dalla stampa di settore, non è stata smentita. In tanti, a questo punto, si chiedono allora quali fossero i termini dell’accordo che, a fine giugno, ha spinto il governo a dare via libera alla garanzia Sace sul lauto prestito ricevuto dalla non più italiana Fca. Si disse che la somma doveva mettere al sicuro i posti di lavoro diretti e – particolare non secondario – quelli nella filiera. Già la mossa di confermare la Punto “polacca”, però, pone dubbi in merito alle ripercussioni sui livelli occupazionali delle fabbriche italiane, anche quelle dei fornitori. Non è una de-localizzazione, se non altro perché quell’auto ha dato l’addio a Melfi già diversi anni fa in nome della strategia, voluta da Sergio Marchionne, di puntare su altri segmenti, come i Suv premium e il lusso. Problema: questo non ha mai portato alla piena occupazione degli impianti in Italia, pur promessa entro il 2018, e il ricorso alla Cig è stato costante. I più ottimisti speravano che il prestito fosse l’occasione per discutere con Fca un ritorno di modelli come la Punto: “Fiat i grandi risultati li ha fatti sempre sulle auto di massa – spiega Michele De Palma della Fiom –. Per far lavorare a pieno regime gli stabilimenti bisogna riportare quelle produzioni”.

Non sarà così e ora c’è pure la piattaforma Peugeot. È fondato il rischio che le aziende della componentistica, oggi basate in Italia, non riescano a entrare in questa nuova filiera: e tanti saluti ai 6,3 miliardi che proteggono la filiera italiana.

AAA segretaria “bionda e di bella presenza” cercasi: Forza Italia style

Mancavano le misure di giro vite e seno. Sul resto Forza Italia di Taranto era stata più che circostanziata. Cercavano, fino alle 18 di ieri sera, per l’ufficio della sede di via Virgilio della città dell’Ilva una segretaria amministrativa, anche però con un po’ di passione politica. Segretaria. Meglio se “bionda”. Ancor di più se “di bella presenza”. E automunita, provvista di tutti i segreti del mestiere (“ottima conoscenza del pacchetto Office”). Vi chiederete: ma perché si arriva a questo punto? Quel che è certo è che l’avviso è stato pubblicato sulla bacheca facebook con tanto di bollo di autenticità, la bandiera di Forza Italia, della sede affidata ci par di capire, a un signore, ingegner Claudio Michelangelo Ferrara. L’annuncio, che in qualche modo si connetteva ai gusti estetici dell’anziano leader, è parso plausibile, del resto coerente – come detto – col profilo intimista e gaudente del dante causa. Però come succede in questi casi i commenti infastiditi e anche le pernacchie sono stati sicuramente più numerosi delle candidature, delle quali poco è trapelato, ed è successo ciò che sempre accade: Forza Italia di Taranto si è vista costretta a rimuovere la richiesta che “a sua insaputa” era stata pubblicata. “Qualche persona che lavorava al computer”, ha scritto l’anonimo responsabile di sede, ha “manipolato” il profilo. Dunque le tracce dell’inchiesta interna si fanno più nitide: qualcuno, mentre lavorava per raggranellare voti in aiuto di Raffaele Fitto, il candidato presidente del centrodestra, ha immaginato di irrobustire lo staff. E ha pensato a una compagna di lavoro “bionda” e, trovandosi, anche “bella”. A ogni modo il partito a livello regionale è intervenuto, ha annunciato una durissima verifica interna e promesso sanzioni severe. Forza Italia non è un night club.

Tutta colpa di chi tagliò i posti letto

I numeri di questa pandemia sono stati oggetto delle critiche e riflessioni più svariate. I negazionisti (chi vuole è invitato nel mio laboratorio a guardare in faccia il virus isolato dai nostri pazienti e messo in cultura), i catastrofisti e poi un esercito trasversale, formato da chi da sempre addossa le colpe di tutto al governo, qualunque sia il colore politico. Piove, governo ladro! Lasciando agli statistici lo studio approfondito e l’esame definitivo dei dati: qui vorrei invitare a (non solo mia) analisi del numero dei decessi in Europa, con uno sguardo anche al quadro mondiale. Dai dati Oms (Health Emergency Dashboard) del 26 agosto, nel mondo vi sono 23.697.273 casi confermati di cui 814.438 morti che attestano la letalità della pandemia (decessi su casi totali di infetti) al 3,4 %. In Europa questo dato si attesta al 5,3 %. L’Italia ha un triste primato, con una letalità pari al 13,6 %. Rispetto ai dati degli altri Paesi europei, lontani dal nostro, è legittimo e istruttivo per il futuro cercare di comprenderne la motivazione. Escludo di mettere in discussione la professionalità e dedizione dei sanitari. E prendo in esame la relazione fra posti letto in rianimazione e decessi. Basta un calcolo elementare per evidenziare il rapporto inversamente proporzionale tra questi e i decessi. In Europa, Germania (letalità 3,9%), Austria (letalità 2,8 %) e Lituania (letalità 3,1%) sono i Paesi che, all’inizio della pandemia avevano il numero più alto di posti letto, con un minimo di 6 per 1.000 abitanti. Italia, Francia e Spagna (queste ultime con una letalità del 7,46%) sono i Paesi, che, unitamente all’Italia, avevano il numero più basso di posti in rianimazione. Pur riconoscendo alcuni errori evitabili, non dobbiamo dimenticare che chi si è trovato a gestire l’emergenza Covid è rimasto col cerino in mano, passato dai precedenti governi. Negli ultimi 10 anni nella Sanità sono stati fatti tagli pari a 37 miliardi di euro e chiusura di 70.000 posti letto (di questi il 51% erano destinati alle terapie intensive e sub-intensive). Il personale medico è stato ridotto di 5.700 unità e quello infermieristico di 11.700. Non sono mai stata “filogovernativa”, ma sul banco degli imputati, prima di evidenziare gli errori fatti nella gestione della pandemia, chiamerei a risponderne i governi degli ultimi 10 anni che hanno preparato il campo al disastro.

*Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Alluvioni sulle Alpi. E metà del mondo è sempre più a secco

In Italia il lungo elenco di nubifragi di questa estate si è ampliato con gli eventi di sabato 22 agosto a Merano (raffica di vento record a 122 km/h) e in Valtellina (strada interrotta da una colata detritica a Sernio), ma soprattutto con quelli di domenica pomeriggio in Veneto.

Colpita Verona, strade ed edifici sommersi da un metro di acqua e grandine, alberi schiantati sulle auto e i vigneti della Valpolicella rasi al suolo da folate forse vicine a 150 km/h (tuttavia non si è trattato di tornado). Da primato le intensità di precipitazione, 18 mm – cioè 18 litri al metro quadro – in soli 5 minuti a Verona e 58 mm in mezzora a Malo, Vicenza. Allagamenti anche a Cortina d’Ampezzo lunedì sera, al Sud invece proseguiva la calma estiva e in Sicilia si sfioravano i 40 °C. Tuttavia martedì una tromba d’aria ha creato scompiglio sulla spiaggia di Pescoluse (Lecce). Per il resto la settimana è passata tranquilla fino a venerdì e ieri, quando una vigorosa perturbazione atlantica ha innescato la classica “rottura” dell’estate con piogge torrenziali su Alpi e Appennino Ligure, anche con alluvioni, danni e strade interrotte tra Lago Maggiore, alta Lombardia e Grigioni (fino a ieri pomeriggio erano già piovuti anche 250 mm sull’alto Lario). Da oggi a giovedì Trieste ospita il festival “ESOF/Science in the City” con incontri dal vivo e virtuali, dall’innovazione tecnologica alla sostenibilità del cibo ai cambiamenti climatici, e – al Porto Vecchio – la mostra “La memoria dei ghiacciai” del Friuli Venezia Giulia.

Nel mondo – Giovedì 27 agosto l’impatto di Laura in Louisiana è stato distruttivo, d’altronde per velocità del vento al “landfall” (approdo dal mare in terraferma) si è trattato del più violento uragano tropicale nello Stato (categoria 4, raffiche a 240 km/h) insieme a quello del 1856 a Last Island, e il quinto in tutti gli Stati Uniti dopo la Labor Day storm (1935), Camille (1969), Andrew (1992) e Charley (2004): 800.000 edifici senza elettricità, il radar meteo di Lake Charles distrutto, e pianure costiere inondate da una marea di tempesta da 2,7 m, che avrebbe potuto dare effetti catastrofici in zone più abitate se – come era atteso – si fosse realizzata una traiettoria un po’ più occidentale. Nel suo viaggio dai Caraibi al continente Laura ha causato 41 vittime, di cui 16 negli Stati Uniti, e 21 ad Haiti già domenica 23, proprio mentre la tempesta Marco, meno violenta, giungeva presso New Orleans. Disastro in Afghanistan, dove le alluvioni hanno causato almeno 150 morti e distrutto centinaia di abitazioni, ma inondazioni anche in Pakistan, più volte colpito in questa stagione monsonica con 90 vittime da giugno. In Africa lo straripamento del Niger (livello record di 6,7 m) ha alluvionato Niamey; sott’acqua pure N’Djamena (Ciad). Al contrario siccità eccezionale nel Nord dell’Argentina, dove non cade una goccia da più di tre mesi. Polvere sahariana e inconsueta ondata di calore alle Canarie, 43,2 °C giovedì con la prima allerta rossa mai emessa dal servizio meteo spagnolo per l’arcipelago, inoltre domenica scorsa massima di 41,2 °C a West Roebuck, costa Nord-Ovest dell’Australia, nuovo record di caldo per agosto nel continente (dove ora è inverno).

Continua a bruciare il Nord della California, e uno studio su Nature Geoscience a cui ha contribuito anche l’italiano Daniele Peano del Cmcc (Observed changes in dry-season water availability) dice che nell’ultimo secolo circa il 60% della superficie terrestre, tra cui Ovest americano ed Europa, ha visto peggiorare l’aridità nel mese già più asciutto dell’anno, non tanto per minori precipitazioni, quanto per l’aumentata evaporazione dovuta al riscaldamento atmosferico di origine umana. A parità di pioggia, saremo sempre più a secco.

 

Conversione Come per San Paolo affidarsi a Gesù significa comprendere

“Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,4) è la domanda che, sulla via di Damasco, il Signore rivolge a quello che diventerà poi l’apostolo Paolo (il suo nome latino, probabilmente perché cittadino romano: “Saulo detto anche Paolo”, Atti 13,9). Saulo/Paolo, prima di diventare seguace di Gesù, è stato uno dei primi persecutori dei cristiani, e anche molto efficace e zelante: “Saulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore” (9,1). Anche per questo è figura esemplare della potenza della conversione (9,21).

Perché Saulo è così pieno di furore contro i suoi fratelli (ricordiamo i primi cristiani erano tutti ebrei della regione palestinese) che seguono “la Via” (Atti 24,14)? Perché quando un tuo confratello, un tuo vicino, un tuo concittadino, prende una strada diversa dalla tua, tu sei sempre disturbato, non capisci, ti senti offeso e minacciato perché percepisci la strada diversa del tuo vicino come un tradimento, non ti puoi più fidare di lui. O di lei, come ha sperimentato amaramente Silvia Romano, la cooperante milanese, convertitasi all’Islam, tornata in Italia nel maggio scorso dopo 18 mesi di prigionia tra Kenya e Somalia. Quelli di un altro paese, di un’altra religione, di un’altra cultura, si sa, sono diversi, con loro ci possono essere diversità anche molto grandi, anche conflittuali, ma perché chi è vicino a te deve essere diverso da te?

Se si tratta di religione – da sola o in aggiunta ai pregiudizi razziali e culturali, come è accaduto e accade tragicamente agli ebrei – le cose si complicano, perché la religione tocca corde profonde e oscure di noi stessi. Tocca paure e speranze che affondano nella nostra intimità. E tocca valori che intendiamo come assoluti, non negoziabili. Per questo le persecuzioni e i conflitti che hanno una componente religiosa sono sempre feroci e dolorosissimi, e restano a lungo nelle memorie collettive.

Saulo è il prototipo del Grande Inquisitore che considera ogni dissenso e ogni diversità come attentati diretti contro Dio, che meritano quindi la punizione più decisa e definitiva. Egli non fa alcuno sforzo per cercare di comprendere le ragioni dei suoi fratelli che hanno deciso di seguire “la Via”, in lui non sembra sorgere alcun interrogativo. Strano, come discepolo del grande rabbi Gamaliele (Atti 22,3) avrebbe dovuto avere una comprensione più dialogica della fede, secondo la migliore tradizione ebraica. Ma quelli erano tempi duri: dissenso e opinioni diverse? Erano solo debolezze, anzi pericoli insidiosi, che andavano recisi alla radice.

Stranamente, però, quando si trova davanti all’apparizione sulla via di Damasco, il brillante e zelante inquisitore sembra perdere ogni capacità di argomentazione. Alla domanda, semplice e diretta: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” non risponde nulla! Non sa trovare una motivazione plausibile. Il Grande inquisitore è muto di fronte alla domanda di Colui che egli perseguita, e muto resterà a lungo, fino a quando nuove parole, nate da un nuovo spirito, alimenteranno la sua fede e la sua azione. E coloro che una volta considerava suoi nemici, ora diventano suoi amici, compagni nella “Via” che ora anch’egli seguirà. E quando a sua volta sarà colpito dalla persecuzione, quelle parole rivoltegli dalla Voce sulla via di Damasco saranno per lui una grande consolazione perché, come nota Martin Lutero in un sermone su questo brano biblico: “Se uno si scaglia contro di me, si scaglia contro Pietro, Paolo, Maria, Isaia e Cristo stesso (…) Se uno solo fra i cristiani viene calpestato, viene calpestato Cristo stesso”.

*Già moderatore della Tavola Valdese

 

Usa, una destra violenta e una sinistra accecata

Coloro che hanno seguito le Convenzioni (Congressi di partito) democratiche e repubblicane, il cruciale momento pre elettorale del sistema bipartitico americano, sanno che il tempo di Donald Trump ha portato una grande rivelazione, o meglio la ha dimostrata e certificata.

La destra si espande e domina fino al punto di far pensare che potrebbe diventare estrema, come sa quel poliziotto di Minneapolis che ha pubblicamente tenuto il ginocchio sul collo di un afroamericano (non un criminale, non un ricercato, solo un nero) per i nove minuti necessari alla morte, dunque eseguendo una pubblica esecuzione. La destra vorrebbe diventare estrema, come sa il diciassettenne armato di fucile automatico che è riuscito a uccidere due neri prima di essere bloccato dalla folla. Voi direte: ma c’erano i disordini, c’era la ribellione nera alla esecuzione esemplare di George Floyd. C’era quella coppia di coniugi bianchi, classe media, età media, che ha partecipato alla Convention repubblicana con il fucile in mano sulla porta di casa, dicendo “siamo pronti.” Donald Trump o qualcuno dei suoi, ha visto il problema e lo ha risolto in due mosse: da una parte restare chiuso nella Casa Bianca, sede e simbolo presidenziale, che per la prima volta nella storia americana è diventata sede e simbolo elettorale di un partito. Dall’altra contrapporre l’ordine (la forza) al disordine (la Costituzione americana). Qui, chiusi nella Casa Bianca, i repubblicani attivi e sereni che tengono testa sia alla pandemia che alla instabilità economica, dimostrando di occuparsi con successo di cose serie. Dall’altra afroamericani offesi e borghesi che sognano il passato, guidati, nientemeno, da Obama e altri marxisti, se lasciati liberi, essi scardineranno l’America invece di farla grande. In altre parole: la destra era sola, e si è inventata il nemico. Immaginate Joe Biden come un radicale violento che attaccherà la pacifica e inclusiva America bianca di Trump. Come sempre, quando si tratta di Trump, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Qui Cesare è Berlusconi. È lui che ha enfaticamente lanciato l’invenzione dei comunisti che stanno per prendere tutto il potere, e ha ripetuto la parola e l’allarme fino a quando non lo ha reso luogo comune per un numero abbastanza grande di persone disposte ad accettare la clamorosa falsità. E adesso, forte del riuscito esperimento berlusconiano, Trump grida al suo mondo che Joe Biden, che è stato già due volte vicepresidente degli Stati Uniti, è un rivoluzionario pericoloso, e usa la parola chiave “ socialista”, lo indica come l’uomo che guiderà la rivolta. Non lo dice perché tutti gli elettori ci credano, è impossibile. Lo dice perché i suoi suprematisti bianchi si tengano e si procurino le armi. Come si vede, la destra tiene molto a mostrarsi salda al potere e fiera della sua capacità di insulto e di sfida. Ma non conta materialmente sulle armi, a parte il suggerimento continuamente diffuso “però se fosse necessario, contro i socialisti contate su di noi.” Durante la campagna pre-elettorale, due volte Trump ha usato la polizia a cavallo per disperdere i dimostranti, molte donne e bambini, davanti alla Casa Bianca , e unità militari per le strade, nei giorni peggiori, dopo Minneapolis. Allo schieramento naturale di Trump, alla folla disorientata che teme il socialismo senza sapere che, negli Usa, significa cure per tutti in ogni ospedale, si aggiungono i QAnon, strana e misteriosa aggregazione che non dà notizie sulla sua identità, ma diffonde, con professionalità e intenso attivismo, continue “prove” della depravazione morale, oltre che politica, della “sinistra”: questo anomalo e sconosciuto settore della destra americana (che certo ha ispirato in Italia sia Giorgia Meloni, sia Matteo Salvini) e che ha inventato una pizzeria di Washington ispirata alla storia di Bibbiano (o viceversa); far sparire i bambini, a cura di indegni politici tra cui Hilary Clinton. Bene, i QAnon sono ancora sul posto, in attesa di sapere dove e come intende colpire in nome di Trump, che naturalmente appare estraneo e costernato per la pericolosità della sinistra. Come in Italia, la strategia post berlusconiana ha funzionato. La sinistra americana, come quella italiana, vuole poco, e crede che sia un errore alzare la voce contro la prepotenza e la strategia di invasione della destra . Lo scontro però è drammaticamente asimmetrico, la destra si spinge avanti fino a occupare la Casa Bianca, che è di tutti gli Americani. La sinistra educatamente si indigna secondo le regole della buona educazione, lasciando credere che Trump sia un avversario normale. Con questa strategia non vince il migliore.

 

Il M5S deve perdere pure se vince

“Il 57 per cento dei repubblicani dice che i morti di Covid sono accettabili se l’83 per cento sono democratici”.

Vignetta pubblicata su “Internazionale”

 

Uno legge: “Taglio parlamentari: Sì all’82 per cento” (“Repubblica”), e pensa che tutto sommato non avevano poi così torto i 5 Stelle che per primi si sono battuti per ridurre il numero dei deputati a 400 e dei senatori a 200. Visto e considerato che, secondo i sondaggi (ultimo quello di Ilvo Diamanti) la stragrande maggioranza degli italiani è d’accordo. Poi uno legge (leggere fa parte del nostro lavoro) l’autorevole commento di Marcello Sorgi sulla “Stampa” dal titolo: “Una vittoria che può non essere a valanga”. Lungi da noi il pensiero che sia un auspicio (del titolista) anche se poi nel suo articolo Sorgi scrive che “diversamente da quel che si poteva immaginare, il taglio dei parlamentari in questo momento interessa molto poco agli italiani”, e “mobilita invece l’elettorato 5 stelle”. Conclusione: “Così che gli alleati e gli avversari che a denti stretti stanno invitando a votare Sì, lo fanno in sostanza per consentire a Di Maio di festeggiare la sera del 21 settembre”.

Quindi, all’inizio avevamo capito male poiché la vittoria del Sì dipende non dalla percentuale finale dei Sì ma dal numero complessivo degli elettori. Che sotto una certa quota (da determinarsi, par di capire, a cura di una speciale commissione di esperti istituita presso il gruppo editoriale Gedi) non sarà affatto una vittoria del Sì. Bensì un gentile cadeau che “amici e avversari” faranno recapitare a Luigi Di Maio (anche se “a denti stretti”) per consentirgli di fare festa. Certamente un bel gesto che avrà lo scopo di togliere qualsiasi significato politico al risultato del referendum, ridotto a una festosa torta (in faccia) per Di Maio. Come dice la vignetta di cui sopra, tutto in politica è relativo, a cominciare da numeri e percentuali. Basta decidere come e contro chi vanno usate.

Antonio Padellaro