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I negazionisti vanno citati per danno erariale

Gentile direttore, premesso che ho apprezzato la tua umana pietà per chi fa di tutto per non meritarsela, debbo dire che è arrivato il momento di presentare il conto a questi irresponsabili, sollecitando la Corte dei Conti a farli processare per danno erariale. Quanto costeranno le buffonate dei negazionisti da quattro soldi, e la loro congenita allergia al rispetto delle regole?

Antonio Profico

 

Il distanziamento vale anche per la funivia

Qualcuno controlla la funivia che collega Moggio ai piani di Artavaggio? E non mi riferisco al controllo dei macchinari ma dell’affluenza della cabinovia, rispetto alle normative Covid e al distanziamento previsto. Ieri mi sono recato a fare un’escursione. Sia all’andata che al ritorno la cabinovia era piena di turisti ed escursionisti. La vicinanza era tale da stare gomito a gomito.

Roberto Vassallo

 

Salvini le prova tutte per risalire nei sondaggi

Gentile direttore, il Felpato è disperato: per risalire nei sondaggi le prova tutte: prima dice che il virus non esiste per cui: “Io la mascherina non ce l’ho e non la metto” poi, il 3 agosto cambia idea e dichiara: “La mascherina quando serve si mette”. Infine, gioca la carta che crede vincente: il virus è morto, ma resuscita con l’arrivo dei migranti. Niente da fare: i focolai si accendono nei paradisi dei vip. Ormai la sfortuna lo ha preso di mira e si accanisce contro di lui. Una prece.

Maurizio Burattini

 

Corrias narra il passato da baro di Briatore

Vorrei ribadire i miei complimenti a Pino Corrias per il suo contributo odierno sull’eroe di Verzuolo. È l’unica nota ove si fa chiaro riferimento a una delle sue attività di base della sua storia: quella del baro, a causa della quale ha avuto i suoi problemi con la magistratura. Anche se oggi tutti lo dipingono come un esempio dell’imprenditoria.

Pino Rappini

 

Per ripensare la scuola vanno ascoltati i genitori 

Buongiorno, sono una mamma sicuramente indignata e normale. Sento tanto parlare della ripresa delle scuole e, senza voler salire in cattedra, mi indigno ogni giorno di più perché ogni decisione sembra presa più tenendo conto di motivazioni politiche che non della reale volontà di tutelare la salute dei cittadini tutti. Noi genitori siamo costretti a mandare a scuola i nostri ragazzi in presenza senza neanche poter decidere se dare priorità alla loro salute o preferire ancora la didattica a distanza (ovviamente, con regole ben definite). L’indignazione è tanta come la frustrazione e il timore per un anno pieno di incognite. Sembra quasi che i nostri ragazzi siano stati scelti come cavie senza neanche avere il diritto di scelta.

Anna Colombo

 

L’ultima di Trump: test antidroga per Biden

Caro direttore, in America, la campagna elettorale procede velocemente, e l’ineffabile Donald Trump ha fatto una proposta assolutamente ridicola. Per il dibattito televisivo in programma per il 29 settembre, lo stramiliardario Donald ha annunciato che chiederà test antidroga sia per il rivale Joe Biden che per se stesso. Il capo della Casa Bianca ha espresso sospetti per l’improvviso miglioramento nelle ultime performance dialettiche di Biden, suggerendo che il leader democratico probabilmente abbia fatto uso di droghe. Se dovessero fare un test contro la propaganda strumentale, contro il sessismo, contro l’omofobia, contro la xenofobia, contro il razzismo, Donald non lo farebbero neppure entrare in studio per il confronto televisivo.

Marcello Buttazzo

 

“Non faccio la giravolta. Ho detto No da sempre”

Gentile Direttore, le scrivo da Deputato (del Movimento 5 Stelle) e dal giurista in risposta all’articolo a firma di Tommaso Rodano “Referendum, la giravolta dei parlamentari” del 28 agosto. Volevo comunicare, sia a lei che al giornalista, che mai c’è stata, da parte mia, una giravolta. Infatti sono stato l’unico, all’interno del Movimento 5 Stelle e uno dei pochi alla Camera dei Deputati, a spiegare, pubblicamente con una dichiarazione di voto in Aula, i motivi per il No a questa modifica legislativa. Quindi tale appellativo risulta essere del tutto scorretto, almeno nei confronti del sottoscritto. Magari potrebbero essere tacciati di giravolta tutti i deputati del Partito Democratico che hanno votato a favore nonostante avessero votato contro durante la prima lettura. Inoltre mi domando come il Fatto Quotidiano possa farsi latore di una posizione favorevole al referendum – utilizzando anche dei dati “furbetti” come ha fatto Gomez in un suo articolo – considerato che questa riforma accrescerà di molto il potere delle segreterie di partito e delle lobby che le finanziano.

Avv. Andrea Colletti

 

Gentile Colletti, “il Fatto” si batte fin dalla sua nascita (e molti di noi anche da prima) per la riduzione del numero dei parlamentari. Lo strapotere delle segreterie dei partiti non dipende certo dai 945 o dai 600 eletti (anzi, meno sono, meno poltrone si possono promettere), ma da una legge elettorale infame che consegna ai capipartito il potere di nominare chi vogliono e sottrae agli elettori il diritto di scelta. Sappiamo benissimo che lei si pronunciò per il No in aula. Ma che diavolo si è candidato a fare, nel 2013 e nel 2018, in un Movimento che, fin dalla sua fondazione, propone il taglio del numero dei parlamentari? Non aveva letto il programma e l’ha scoperto l’anno scorso, alla sua seconda legislatura? O ha proprio sbagliato partito?

M. Trav.

Donna Lucrezia e il povero Floro, nascosto dentro la cappa del caminetto

Dalle Novelle apocrife di Luigi da Porto. Donna Lucrezia fu svegliata nottetempo da un fracasso. Tanto bella quanto piena di risorse, scosse l’amante, il caro Floro, che dormiva beato della grossa, la testa sulle sue poppe; gli ingiunse di nascondersi nel camino, su per la canna fumaria; e, avvolta in un mantello, scese di corsa, attraversando il giardino con una torcia in mano, il tumulto nel cuore. Temeva fosse suo marito, tornato a sorpresa dalla guerra; invece al cancello trovò il Capitano della Guardia. Come si permetteva di importunarla a un’ora tanto indecente, abusando dell’assenza di suo marito? Il Capitano rispose che c’era stato uno scontro fra bande rivali su una strada vicina; e uno degli assassini era stato visto entrare dentro le mura della magione da una porticina laterale, aperta da una fantesca. Lucrezia dovette schiudere, e permettere al Capitano e ai suoi cagnotti di setacciare il palazzo, che fu messo a soqquadro: esplorarono ogni angolo, aprirono ogni cassettone, saggiarono con le spade ogni letto e ogni imbottitura. Nessuna nicchia fu risparmiata dalla loro malizia, mentre il Capitano, l’armatura sferragliante, entrava nella camera matrimoniale. Dentro il camino, Floro già se la faceva sotto, al pensiero di un’alabarda su per le chiappe. Per fortuna, nessun intruso fu trovato, e la milizia lasciò il palazzo. Floro era appena sceso dalla canna fumaria, quando si udirono nuove urla: stavolta era il marito d Lucrezia, tornato anzitempo. Perché il suo giardino era invaso da soldati, il suo palazzo in subbuglio, ogni suo bene sottosopra?

Il pericolo, si sa, aguzza l’ingegno. Lucrezia gli corse incontro, lo abbracciò tutta tremante, e indicò il Capitano della Guardia, accusandolo con veemenza di scostumatezze. Il marito, fuori di sé, prese a strattonare il Capitano, insultandolo con vituperi irriferibili, e lo cacciò a pedate dalla sua proprietà. Tornata la quiete, Lucrezia prese per mano il maritino e lo condusse in casa: di stanza in stanza, si lamentava del disordine ad alta voce, in modo che Floro, avvertito, corresse a rintanarsi su per la cappa. Cosa che fece, non era stupido. Entrati in camera, Lucrezia contava sulla voglia del marito, per tanti motivi, ma quello era infreddolito dalla cavalcata notturna, e ordinò alla servitù di accendere il fuoco nel caminetto. Lucrezia sbiancò, immaginando il suo amante offerto in sacrificio al dio dell’amore. Chiusi gli occhi, pregò che Floro fosse salvato in qualche modo; e il dio dell’amore, mentre i servi scendevano a prender legna, le diede un’idea: la fantesca doveva correre alla gendarmeria, e dire che aveva appena visto due estranei armati entrare a palazzo, senza dubbio gli assassini. E così, quando i due servi stavano per accendere il fuoco sotto il povero Floro, ci fu un nuovo trambusto. Il Capitano irruppe nella camera da letto con i suoi soldati e arrestò i due servi, legandoli insieme con una treccia di canapa. Il marito estrasse la spada per difenderli, e il Capitano arrestò anche lui, portandolo via che ancora strepitava. Il grande segreto, nell’amore, è attendere che la ruota della fortuna dia un giro. Con il silenzio, Floro ricomparve, pallido come un cadavere, e tutto sporco di fuliggine. Lucrezia scoppiò a ridere, al vederlo; e lui con lei, a causa del pericolo scampato. La fantesca fedele preparò quindi il bagno caldo, e i due amanti, una volta ristorati, poterono riprendere senza pensieri il duello migliore, quello che ha solo vincitori.

 

L’Irpef ha 50 anni e da tempo non è più “progressiva”

A47 anni dal varo (fu istituita nell’ottobre del 1973 da un governo Rumor durato poi in tutto 8 mesi) l’Irpef mostra tutte le sue rughe. Sotto i colpi di centinaia di sconti e deroghe a beneficio di intere categorie – ma a volte anche di pochi contribuenti “eccellenti” – e di un sistema di controlli che lascia a briglia sciolta uno dei più imponenti fenomeni di evasione di massa dell’Occidente, l’Imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef, appunto) è ormai molto lontana dal soddisfare i principi di progressività ed equità dettati dalla Costituzione. L’ultimo studio in materia di politica fiscale pubblicato dalla Uil nei giorni scorsi delinea la cartina di un’Italia spaccata a metà: non solo tra i vari “nord” e i tanti “sud” sociali ed economici, ma anche tra chi paga tutto senza avere scampo e chi non paga, o paga molto poco.

Le entrate erariali ammontavano nel 2018 a 463 miliardi e 775 milioni di euro: il 40% del gettito assicurato dall’Irpef, il 29% dall’Iva sui consumi e il 7% dall’Ires, l’imposta sui redditi delle società. I contribuenti Irpef sono al 97,7% pensionati e lavoratori dipendenti. Nell’audizione sul Def 2020 davanti alle commissioni Bilancio del Parlamento, la Corte dei Conti segnala al capitolo fisco “il susseguirsi di interventi frammentari che hanno introdotto regimi sostitutivi, deroghe ed eccezioni, agevolazioni delle quali non si conosce esattamente neppure il relativo costo in termini di mancanza di gettito”.
Una valutazione attendibile viene dall’Ufficio valutazione d’impatto del Senato. Nel 2016 sono state censite 610 misure agevolative diverse, tra detrazioni e deduzioni, con una perdita finanziaria per lo Stato quantificata in 76,5 miliardi. Ma sul 67,5% delle cosiddette spese erariali non sono disponibili informazioni complete. E da allora la situazione si è aggravata e, se possibile, ulteriormente complicata. Prima il bonus Renzi, poi le leggi di Bilancio 2019 e 2020 che hanno confermato, seppure introducendo nuovi paletti, l’applicazione di una “flat tax” con aliquota Irpef al 15% per le partite Iva che fatturano fino a 65mila euro l’anno. Ma anche la politica dei condoni ha contribuito a indebolire le gambe su cui poggia il finanziamento di istruzione, sanità, sicurezza, welfare e servizi.
Sempre secondo uno studio della Corte dei Conti, le cartelle esattoriali non pagate ammontano a 954,7 miliardi di euro a fine 2019, ma soltanto 79,6 miliardi hanno ancora una qualche probabilità di essere incassati dallo Stato. Tra il 2008 e il 2019, a fronte di 302,9 miliardi di imposte da riscuotere coattivamente per iscrizioni a ruolo superiori a 100 mila euro, l’incasso è stato di 8,2 miliardi: il 2,7%.

Il risultato è che dell’imposta progressiva delineata dalla riforma Cosciani quasi cinquant’anni fa rimane solo il nome. L’apporto del lavoro autonomo è del tutto residuale, i redditi da patrimonio sono quasi totalmente usciti dall’Irpef e il tutto viene tassato con aliquote uniche. “Per quanto riguarda i redditi rimasti in Irpef – sottolinea Ruggero Paladini del centro studi Nens – la situazione si presenta confusa al punto di poter parlare di un sistema diversificato a seconda della tipologia di lavoro e della struttura familiare. Capire quale sia l’aliquota media, per non parlare di quella marginale, diventa problematico anche nei casi più semplici. Una cosa è certa, a essere tartassato maggiormente è il ceto medio, o almeno quello che, volente o nolente, paga le tasse. Dai 28mila euro di imponibile la progressività dell’Irpef si impenna per scendere dopo i 55mila. I redditi compresi fra 35mila e 50mila euro, dove si colloca il maggior numero di contribuenti, subiscono un’aliquota media effettiva elevatissima, oltre il 24%. E a questa aliquota vanno aggiunte quelle delle addizionali applicate da Regioni e Comuni sugli stessi imponibili”.

La riforma: ecco come sarà il fisco del futuro

Calcolare al centesimo le imposte da pagare con un click e fare la denuncia dei redditi in pochi secondi con una App, grazie a un sistema di tassazione equo e a prova di evasione. Rispetto al ginepraio di norme in cui i contribuenti italiani e un esercito di consulenti sono costretti oggi a districarsi per adempiere agli obblighi fiscali, per altro con scarsi risultati per l’Erario, sembra un sogno molto difficile da realizzare. Ma pare che al ministero dell’Economia stiano cominciando a crederci veramente, confortati dalle analisi dei principali centri studi in materia fiscale che ruotano nell’area di governo. E che confermano: i tedeschi lo fanno e con qualche aggiustamento può funzionare anche da noi.

“Per il 2021 lavoriamo sulla riduzione delle tasse, prevedendo il calo dell’Irpef e apprezzo il modello tedesco, progressivo e con aliquota continua”, conferma a un quotidiano il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Anche se aggiunge subito che “niente è deciso”. La cautela del politico è d’obbligo, visto che all’interno della maggioranza sono ancora in molti i sostenitori di un semplice accorpamento o di una riduzione del livello delle attuali aliquote, con l’obiettivo minimale di ridurre la pressione tributaria sulla fascia media della piramide dei contribuenti, quella che risulta la più tartassata. Tuttavia il fascino esercitato sui cultori della materia dalla semplicità di applicazione e dalla concretezza dei risultati raggiunti dalla macchina teutonica ha messo in movimento da tempo intorno ai tavoli del Mef esperti e simulazioni.

L’algoritmoUn sistema che segue i redditi, l’anti-flat

Il segreto è tutto nella messa a punto di un piccolo algoritmo che serve a calcolare in maniera puntuale, contribuente per contribuente, l’imposta dovuta, moltiplicando l’aliquota media per il reddito imponibile. Le aliquote partono praticamente da zero e crescono linearmente per piccoli incrementi percentuali costanti del reddito. La funzione continua applicata è analoga a una struttura a scaglioni con numerose aliquote, una dozzina o più, e costituisce un’alternativa radicale alle tendenze che propongono al contrario riduzioni del numero di scaglioni, fino ad arrivare alla flat tax.

Il vantaggio più evidente, dal punto di vista dell’equità, è che non vi sarebbe più la grande distanza di trattamento tra contribuenti che ricadono per pochi euro in uno scaglione di reddito o nel successivo come nel sistema attuale. Un meccanismo che spinge in molti casi a dichiarare quanto basta per evitare salti di aliquote. In alcune simulazioni, che non tengono conto della no tax area (redditi annuali fino a 8.174 euro quest’anno), a mille euro di reddito l’aliquota media ammonterebbe all’1% per raggiungere il 38,7% a 100mila.

Ipotesi: L’assegno al posto delle “tax expenditures”

Il mix di detrazioni e deduzioni è l’altro grande fattore decisivo, politico ed economico, che determina la pressione fiscale su ogni singolo contribuente. Il ministero sta studiando un riordino e una razionalizzazione delle cosiddette “tax expenditures”, le centinaia di agevolazioni fiscali che vengono spesso concesse per motivi di scambio elettorale ma che aprono una voragine nelle entrate dello Stato. È allo studio l’idea di accorpare le risorse e sostituire al meccanismo delle detrazioni fiscali i trasferimenti diretti in denaro, come l’assegno unico per le famiglie. In questo modo godrebbero totalmente del sostegno economico dello Stato anche gli incapienti (i contribuenti che non hanno imposte sufficienti da compensare con le detrazioni e le deduzioni) e si renderebbe il sistema fiscale neutro rispetto all’assistenza sociale. Rimangono in piedi in tutte le consuete detrazioni principali per lavoro dipendente, autonomo e pensionati.

Le proposte di Nens e Astrid: usare ancora le detrazioni

In un’elaborazione del Nens, il centro studi presieduto dall’ex ministro Vincenzo Visco, accanto alla funzione continua si propone una detrazione fissa rimborsabile per i lavoratori dipendenti di 1.800 euro e per i pensionati di 800 che consente di elevare da 8.100 a 8.300 il limite dell’imposta nulla. Successivamente fino a 75mila euro di reddito vi sarebbero guadagni per i pensionati che arriverebbero a superare i mille euro; dopo i 75.000 cominciano delle perdite ma con percentuali molto limitate. Per quanto riguarda gli autonomi (una volta che siano rientrati tutti nell’imposta personale), una detrazione di 500 euro consentirebbe di estendere il limite dell’imposta nulla da 4.800 a 6.500. Fino a oltre 60mila euro i guadagni arriverebbero a oltre i 700 euro. Nell’elaborazione del Nens si propone una stessa struttura di aliquote per tutti e differenziazione per detrazioni.

Nella proposta della fondazione Astrid, presieduta da Franco Bassanini, si formula invece un sistema a tre funzioni per dipendenti, pensionati e autonomi. Lo scopo è di sgombrare dal tavolo il sistema delle detrazioni che sono oggetto di una continua contrattazione con le organizzazioni di categoria. Ma anche la soluzione delle tre diverse funzioni non sembra risolvere il problema di eliminare le occasioni di controversia. Infatti tra le categorie si prevedono coefficienti diversi e soprattutto diverse soglie d’inizio della tassazione. Insomma, per una riforma funzionale e condivisa serve ancora confronto.

La simulazione Lef: la tabella accanto

A fornire un quadro estremamente positivo dei possibili effettivi dell’applicazione della funzione continua delle aliquote medie alla struttura dell’Irpef arrivano le tabelle elaborate dal centro studi di Lef, l’associazione per l’equità e la legalità fiscale. I presupposti su cui sono basati i calcoli è un’esenzione totale fino a 8.145 euro di reddito e un’aliquota progressiva a partire dal 15% fino al 41% in corrispondenza di un reddito di 80mila euro. Se si mettono a confronto l’imposta calcolata col vecchio e il nuovo sistema emerge un risparmio tra i 1.873 e i 2.513 euro per i redditi compresi tra gli 8.145 euro e i 20mila euro. La riduzione maggiore dell’imposta lorda si ha per i redditi medi che, non godendo appieno delle agevolazioni sono i più svantaggiati, mentre per i redditi medio-alti l’inversione della curva dei risparmi scatta a 72.500 euro, con una perdita di 244 euro che si stabilizza a 781 fino a 350mila euro di imponibile.

L’incasso dell’imposta lorda dichiarata con l’aliquota progressiva prevista dalla proposta Lef è stimabile attorno ai 146 miliardi. Si avrebbe, pertanto, una riduzione di quella attualmente dichiarata di 74 miliardi. Tuttavia a seguito dell’eccezionale numero di detrazioni e crediti esistenti – fanno notare i ricercatori di Lef – l’imposta netta, quella che effettivamente paga il contribuente con le attuali regole dell’Irpef, risulta pari a 145 miliardi, tenendo conto anche delle ultime agevolazioni concesse con l’ultima finanziaria.

“Questi valori – si legge nello studio firmato da Lelio Violetti – mostrano che la strada dell’aliquota progressiva può esser seguita non solo per ridurre in modo equo e razionale il prelievo dell’imposta personale ma è compatibile finanziariamente con l’esigenza di ridurre drasticamente le agevolazioni al fine di semplificare il calcolo dell’imposta”.

Addio Boseman, primo supereroe afroamericano

Addio a Chadwick Boseman. L’attore americano è morto a quarantatré anni, da quattro gli era stato diagnosticato un cancro al colon. Aveva raggiunto il successo interpretando Pantera Nera alias Re T’Challa, il primo supereroe africano protagonista di un film Marvel, Black Panther. Il cinecomics diretto da Ryan Coogler nel 2018 ha incassato un miliardo e trecento milioni di dollari ed è stato il primo candidato all’Oscar Best Picture. Boseman aveva incarnato T’Challa, l’illuminato sovrano dell’immaginaria, e nei fatti formidabile per la causa degli afroamericani, Wakanda, anche in Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Endgame: tornerà nel sequel di Black Panther, atteso per il 2022. Tra i ruoli preminenti, Jackie Robinson, il primo afroamericano della Major League Baseball, in 42, la soul star James Brown in Get on up, e il primo giudice della Corte Suprema nero, Thurgood Marshall, in Marshall. Più recentemente il poliziesco City of Crime e Da 5 Bloods di Spike Lee. Tra un film e l’altro, si sottoponeva a operazioni chirurgiche e cicli di chemioterapia, senza rivelare pubblicamente la propria malattia. Nato il 29 novembre del 1976 ad Anderson, Carolina del Sud, Boseman è stato aiutato nella sua carriera da Denzel Washington, che anonimamente pagò a lui e altri giovani colleghi un corso di recitazione a Oxford: lo stesso Washington lo saluta ora quale “anima gentile e artista geniale”. Tra i numerosi messaggi di cordoglio sui social, quelli del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Joe Biden e dell’ex presidente Barack Obama, che ricordando l’incontro alla Casa Bianca twitta: “Si capiva subito che era benedetto. Essere giovani, talentuosi e Neri; usare quel potere per dare loro degli eroi a cui guardare; fare tutto mentre si soffre – come ha speso bene i suoi anni”.

Mogul, Celtic, Pioneer, Eagle: Secret Service, che rompicapo

“Pioneer”: ovvero “la pioniera”. Kamala Harris, prima donna nera a mirare alla vicepresidenza americana, ha scelto di farsi chiamare così dal Secret Service che la proteggerà durante la corsa elettorale. Affiancherà “Celtic”, il democratico Joe Biden che per i repubblicani è sleepy, il “sonnolento”, battezzato invece così dalle divise della sicurezza in onore delle sue origini irlandesi. Nomi in codice: ogni presidente o candidato alla guida degli Usa ne ha avuto uno. Per assegnarlo bisogna compiere qualcosa che sta a metà tra un’operazione di marketing e la sintesi perfetta di una biografia in una parola sola. A riempire questo memorabile almanacco è l’immaginazione degli impiegati del Whca, Ufficio della comunicazione della Casa Bianca, creato dal presidente Roosvelt nel 1942 per la gestione di informazioni segrete. Il dipartimento presenta una lista di epiteti selezionati in base a originalità, facile pronuncia e riferimento a un particolare tratto della personalità del politico designato. I leader poi scelgono la parola che più credono gli somigli nel complesso tentativo di farsi pubblicità, compiacere l’elettorato, fornire un titolo alla stampa assetata di storie da action movie.

Il primo a riceverlo in America è stato Harry Truman nel 1945, come ha scritto il suo biografo Michael Beschloss, decantando le lodi del “The General”.

Intrappolato nella sua leggenda nera, al potere adesso c’è il “Mogul” : è il nome in codice dell’ossigenato Trump, marito di Melania detta la “Musa”, già padre di “Marvel”, un’Ivanka che si è battezzata meravigliosa ma è sposa del “Mechanic”, il robotico e monoespressivo Jared Kushner. Trump figlio, per qualche ragione non resa nota, è invece “Mountaneer”, il montanaro. Per i nomi in codice della famiglia presidenziale vige la regola della stessa iniziale: marito e moglie rimangono inchiodati l’uno all’altra per sempre dalla stessa lettera. Se McCain è stato accompagnato dal leggendario nome “Phoenix”, fenice più volte risorta dalle sue ceneri d’Arizona, sua moglie Cindy è stata sempre la meno epica “Parasole”. “Lanciatore” e il suo “Merletto” furono John Kennedy e la sua Jacqueline.

Se eccessivo, lo pseudonimo può fare ombra al politico che lo porta e diventare una beffa inappropriata. Flora e fauna dei Clinton: Bill scelse “Eagle”, l’aquila, Hillary optò per “Evergreen”, la sempreverde. Nessuno dei due aveva previsto le barzellette che seguirono negli anni. La lettera T ha accompagnato invece la dinastia dei presidenti Bush con pseudonimi freudiani. Se Bush padre era lupo grigio “Timberwolf”, Bush figlio è rimasto, anche quando ha occupato la poltrona del genitore, sempre “Tumbler”, “l’acrobata”, ma anche “bicchiere da whiskey”. Giochi di sedie, nomi e poteri.

Prima del Mogul, – ora in tour elettorale difeso da quegli agenti che non hanno contratto il Covid-19 come invece decine di colleghi -, c’era “Renegade”. il rinnegato Obama insieme a “Renassance”, la Michelle rinascimento. Più di tutti gli altri, il primo presidente nero della storia ha collezionato battesimi da una latitudine all’altra mentre compiva visite ufficiali in giro per il mondo. Nel 2011, quando ha stretto la mano della regina Elisabetta (nome in codice Sharon o semplicemente S.), le divise della sicurezza di Londra lo chiamavano “Chalaque”, ovvero il saputello. Se i nomi in codice ad alcuni ingrandiscono l’aura, ad altri la rimpiccioliscono. Il 34esimo presidente Dwigh Eisenhower era solo “Scorecard”, un segnapunti. Se Lyndon Johnson era “il Volontario”, Nixon predilesse la scelta di “Riflettore”. Perfetti per i titoli della stampa a stelle, strisce e sensazionalismo, gli pseudonimi entrano, se scelti con la dovuta maestria, nei libri di storia, ma se sono sbagliati non galleggiano nemmeno sulle ultime pagine dei quotidiani. In pochi sanno chi sia “Denali”: come i picchi selvaggi del parco nazionale della sua Alaska è stata chiamata Sarah Palin.

Un nome in codice che non rimane segreto come i servizi che lo usano è un ossimoro e, infatti, ha riferito il portavoce del dipartimento Eric Zahren una volta, “non ha significato in termini di sicurezza”. Si mantengono infatti più per dovere alla memoria, per malinconica nostalgia, soprattutto a Washington e Mosca, le vecchie regine della Guerra Fredda, l’epoca in cui gli pseudonimi valevano più del nome di battesimo. Putin in diretta tv ha svelato il suo quando, spia a Dresda del Kgb, si chiamava con un insignificante e discreto Platov: “Tutti avevano un nome in codice, il lavoro era quello, presupponeva cospirazione”. Oggi dice di essere definito dalle sue guardie del corpo con “un nome assurdo” che nessuno sceglierebbe mai per se stesso e che nessuno sa quale sia. Chi lo abbia scelto non si sa. Forse la risposta esiste, ma non la rivelerà nessuno.

Ultima fermata Sirte: il futuro della Libia fra petrolio e milizie

Il bellissimo lungomare di Sirte è deserto. Non è certo per la bruciante calura estiva. Sirte non è solo il banco di prova della tregua di carta annunciata solo una settimana fa congiuntamente dal governo di Tripoli di Farraj al Sarraj e dal presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh: a Sirte si decide la sorte della Libia. Quel cessate il fuoco è stato smentito poche ore dopo dal generalissimo Khalifa Haftar, un militare inetto e borioso che nonostante il fiume di aiuti dall’estero ha vinto solo poche battaglie e probabilmente sta perdendo la guerra.

Mentre le forze di Sarraj (Gna) hanno affermato che si sarebbero impegnate pienamente per il cessate il fuoco, le forze di Haftar (Lna) lo hanno respinto e definito “solo propaganda dei media”, aggiungendo che non si ritireranno pacificamente da Sirte e Jufra. La tregua nella città natale del defunto dittatore Muhammar Gheddafi – denuncia il governo di Tripoli – è già stata violata più volte.

Negli uffici municipali, le pareti sono adornate con le immagini in divisa di Haftar. Nel deserto le sue truppe, pochi libici e molti mercenari, sorvegliano l’orizzonte dietro le dune di sabbia. I contractor russi stanno piazzando trappole esplosive agli ingressi della città. Già segnata dalla rivolta libica del 2011 e poi nel 2012 da una presa di potere da parte dei gruppi armati dell’Isis, conquistata dall’esercito lealista di Sarraj (Gna) nel 2016 e poi caduta nelle mani del generale Haftar, la città aspetta ora il suo destino. Da quando l’intervento turco ha aiutato Tripoli a respingere Haftar nella sua offensiva per prendere il centro del governo suo avversario, le linee del fronte si sono stabilite intorno a Sirte, sulla costa mediterranea della Libia e vicino ai principali terminali petroliferi.

“La città ha visto guerre e crisi che hanno spaventato la gente”, ha raccontato alla Reuters Adel Mohamed, 43 anni, mentre faceva la spesa in un supermercato nella città di cui ben poco è rimasto in piedi. “Un tempo contava 120 mila abitanti, ora a stento arriva a 40.000. C’è sempre ansia per quello che sta per succedere”.

“Le nostre forze armate sono di stanza intorno a Sirte e anche oltre. Siamo preparati”, dice spavaldamente Miftah Shaqlouf, capo del centro operativo dell’Lna nell’area. “Le nostre dita devono rimanere sul grilletto finché la Libia non sarà purificata da mercenari e colonizzatori, e da tutti coloro che hanno avidamente cercato la nostra terra e le sue ricchezze”.

Quando parla dei mercenari, Shaqlouf si riferisce ai siriani reclutati nei campi profughi controllati dalla Turchia e pagati con i petro-dollari del Qatar, ma dimentica di citare quelli che sono schierati al fianco di Haftar, i 3.000 Janjaweed – la milizia sudanese che per conto del dittatore Omar Bashir ha massacrato i ribelli nel Darfur una decina di anni fa – pagati con i soldi degli Emirati Arabi Uniti, il piccolo Stato del Golfo Persico già coinvolto nel disastro umanitario dello Yemen, sempre sostenendo profumatamente mercenari, anche lì in parte sudanesi, ma anche colombiani e pakistani.

Fonti dell’esercito libico hanno raccontato all’Agenzia turca Anadolu di aerei cargo Ilyushin II-76 di fabbricazione russa provenienti dalla Siria atterrati nelle basi aeree di Sirte, Jufra e Bayda. Il crescente traffico di mercenari stranieri e il corrispondente rafforzamento militare indica che Haftar certamente non vuole cedere il controllo della città, solo una sconfitta sul campo può spingerlo alla ritirata, che potrebbe segnare definitivamente il suo destino di perdente. Ha sempre ignorato gli appelli della comunità internazionale a una soluzione pacifica della guerra civile che va avanti da 9 anni, la parola negoziato non è nel suo vocabolario. Secondo Africom, il comando Usa per l’Africa, almeno 14 Mig-29 e Su-24 sono arrivati dalla Russia alla Libia attraverso la Siria. E sempre Africom ha fornito prove fotografiche del lavoro dei mercenari russi. Il gruppo Wagner, di proprietà dell’imprenditore Yevgeny Prigozhin, figura molto vicina al presidente russo Vladimir Putin, ha inviato circa 1.500 mercenari a combattere in Libia e quasi tutti sono ora schierati a Sirte. La città, che si trova a metà strada tra Tripoli e Bengasi, è a soli 150 chilometri a ovest dei principali terminal di esportazione di petrolio. Controllare questa zona significa avere il controllo di installazioni vitali, terminali e giacimenti petroliferi. Se si dà uno sguardo alla cartina della Libia si vede che i pozzi petroliferi (che interessano francesi, inglesi e americani ma anche cinesi, russi e brasiliani) sono concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, dove ci sono l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (che interessa l’Italia) si trova invece soprattutto nel mare a est di Tripoli e nella regione di Gadames anch’essa a est della vecchia capitale.

Quando in gennaio le truppe di Haftar entrarono a Sirte la battaglia durò meno di tre ore, difficile che accada ora la stessa cosa a posizioni invertite. Se al-Sarraj adesso vuole Sirte dovrà combattere strada per strada. Nel frattempo cerca di mettere una pezza alla crisi del suo governo; silurato il ministro dell’interno di Tripoli, Bashagha, per come ha gestito le proteste nella capitale, ha affidato l’incarico al generale Khaled Ahmed Al Tijani Mazen.

Covid-19 nel mondo. Il rischio “ondata di ritorno”

Francia Sono 21 i distretti rossi si teme un nuovo lockdown

L’epidemia di Covid-19 in Francia cresce in modo “esponenziale”, secondo la Direzione generale della Sanità. Il che vuol dire molto rapidamente: +6.111 giovedì, +7.379 venerdì, meno ieri, +5.453. È lo stesso livello di aprile, nel picco della crisi. Il tasso di riproduzione del virus è di 1,4 (era 0,7 a maggio). Da marzo i contagi complessivi sono più di 272 mila. Più stabile la situazione negli ospedali: i ricoverati sono 4.530 (-5 in 24 ore), di cui 400 in rianimazione (+13). La Francia sta analizzando 313 cluster (+23). Da marzo il virus ha ucciso 30.602 persone (+6). Sono ormai 21 i dipartimenti “rossi”, soprattutto nella regione di Parigi e Marsiglia. “Faremo il possibile per evitare un nuovo confinamento”, ha detto Emmanuel Macron ma, alla luce dell’esperienza passata, non può neanche escluderlo del tutto. Dei piani di “riconfinamento”, locali o nazionale, sono già pronti. Per evitarlo la Francia punta sulla mascherina. Dal primo settembre sarà obbligatoria a scuola, per tutti gli insegnanti e per gli studenti a partire dalle medie, e in tutti i luoghi di lavoro. Dopo Marsiglia (dove bar e ristoranti sono obbligati a chiudere alle 23), Tolosa e Parigi, anche a Strasburgo da ieri bisogna coprire il viso anche all’aperto.

Luana de Micco

 

Germania 1,2 milioni di tamponi alla settimana, più fondi ai Länder

Sono state segnalate 1.479 nuove infezioni da coronavirus nella giornata di venerdì, il dato porta il numero di casi accertati a 240.986. Le cifre sono quelle del Robert Koch Institute. Un solo decesso, il numero delle vittime nel Paese sale a 9.289. Per Wolrdmeters, sono 242.328 gli infetti, con un incremento di 214 unità. Il 27 agosto la cancelliera Angela Merkel ha tenuto un vertice con i governatori dei Länder: fra le misure, multe a chi non indossa la mascherina, nessun grande evento fino alla fine dell’anno, partite di calcio a porte chiuse. Per quanto riguarda i test, secondo il governo si effettuano fino a 1,2 milioni di tamponi la settimana, Berlino intende fornire sostegno economico ai Länder, fino a 500 milioni di euro per mettere in atto programmi di prevenzione. Ogni federazione poi ha deciso di attuare o meno restrizioni, Nord-Reno Vestfalia per quel che riguarda le scuole, ha stabilito che l’obbligo di mascherina scadrà domani. Ieri a Berlino due dimostrazioni dei negazionisti del virus. A fine giornata la polizia ha stimato 38.000 persone. Il corteo è stato sciolto perché non si stavano rispettando le misure di sicurezza minime previste dalla legge per la protezione dal virus; gli agenti hanno consentito il raduno tra la colonna della vittoria e la Porta di Brandeburgo, dove “in qualche modo” era possibile mantenerle. Fra le bandiere anche quelle dei Cittadini del regno, movimento di estrema destra.

Uski Audino

 

Regno Unito Contagi ai livelli di giugno, ora si pensa alle scuole

Gli ultimi dati verificati sui decessi si fermano al 14 agosto: 125 morti da Covid in Inghilterra, 14 in Galles, 4 in Irlanda del Nord e 3 in Scozia. Contagi ai valori di giugno, con un picco di 1.522 giovedì. Ieri 1.108 nuovi casi, e 12 morti. La priorità del governo ora è il ritorno a scuola, per evitare l’aumento delle disuguaglianze nell’istruzione, e in ufficio, per scongiurare la disoccupazione di massa nella ristorazione e nell’immobiliare commerciale. Obbligo di mascherine a scuola nelle aree comuni delle superiori in Scozia, (scuole aperte dall’11 agosto), Galles e Irlanda del Nord. In Inghilterra linee guida irrigidite solo venerdì sera tardi, fra le proteste degli addetti ai lavori. Dal 2 settembre, giorno di riapertura, mascherine e frequenza a scaglioni saranno obbligatori solo nelle aree in lockdown (fra cui Manchester) e a discrezione dei presidi nelle altre. Ieri a Londra si è svolta una manifestazione di negazionisti, coloro che ritengono che il Covid non esista, oppure che sia una malattia che non giustifica le misure drastiche adottate dal governo. Più di un migliaio di persone si è riunito a Trafalgar square, chi ha partecipato al raduno non ha rispettato le distanze e non ha indossato mascherine. Molti cartelli affermano che proprio le protezioni sul viso aumentano il rischio di contagio, qualcuno ha azzardato un paragone fra le misure anti covid e la dittatura descritta nel libro di Orwell, ‘1984’.

Sabrina Provenzani

 

Russia Quasi Un milione di casi: la speranza è il vaccino Sputnik

La cifra presto sarà funesta e tonda: un milione di russi contagiati da Covid-19: fino a ieri erano 985.346. I morti però sono solo 17 mila, un dato spesso criticato da attivisti, medici e oppositori del Cremlino accusato di occultare le vere cifre della pandemia. Dopo Usa, Brasile e India, la Russia è la quarta nella lista dei Paesi al mondo più colpiti dal coronavirus che nella Federazione ha ucciso più di 100 persone nelle ultime 24 ore, non registra rallentamenti ed è riuscito a raggiungere i picchi più remoti della Siberia, quelli al confine della Mongolia, nella Repubblica di Tuva. Il governatore della regione Sholban Kara-Ool è stato il primo caso di politico russo a contrarre il Covid-19 non una volta sola: “Pensavo di non poter ammalarmi due volte, ecco perché è successo” ha scritto sui social. Il ministro della Salute russo Mikhail Murashko ha riferito invece che il vaccino, che i russi hanno brevettato per primi, battezzandolo come il satellite spaziale Sputnik, sta cominciando ad arrivare negli ospedali saturi della Russia. Una lista di Paesi è già in fila per ottenerlo: Messico, Brasile, Arabia Saudita, India, Kazakistan, Filippine e altri. Il primo Paese che però lo riceverà, dopo esplicita promessa del presidente Putin, sarà la Bielorussia in rivolta del presidente Lukashenko, che in precedenza aveva riferito che il “virus è una psicosi, non esiste”.

Miac

 

Svizzera I Divieti di assembramenti sono prorogati fino a ottobre

L’epidemia di Covid-19 è in ripresa da metà giugno in Svizzera dove questa settimana, per la prima volta da aprile, si sono registrati più di 300 nuovi casi accertati al giorno: 376 ieri, (erano 340 venerdì), portando a 41.722 i casi totali da marzo, stando dai dati dell’Ofsp, l’Ufficio federale della salute pubblica. I nuovi ricoveri sono stati 6 in 24 ore; i malati che hanno avuto bisogno di un ricovero in ospedale sono a questo punto 4.533. In Svizzera sono morte di Covid 1.725 persone in tutto, cinque nell’ultima settimana. Oltre 11 mila persone inoltre, di ritorno dai paesi in “lista rossa”, tra cui anche Belgio e Spagna, si trovano attualmente in quarantena. Per far fronte all’aumento del contagio, nuove misure anti-covid sono state prese di recente. Il divieto degli assembramenti di più di mille persone, che doveva concludersi entro il 31 agosto, è stato prorogato fino al primo ottobre. La mascherina, obbligatoria su treni, tram e autobus dal 6 luglio, lo è dal 15 agosto anche sui voli in arrivo e in partenza dalla Svizzera. È obbligatoria anche nei negozi e ristoranti di Ginevra, dove il contagio sta crescendo di più, e da qualche giorno anche a Basilea e a Zurigo, dove ieri si è tenuto un raduno di no-mask.

Ldm

 

Spagna 450 mila gli infetti, la Catalogna è la più colpita

Sulla mappa della pandemia la Spagna rimane cerchiata di rosso come uno dei Paesi più colpiti dal Covid-19 con 450.621 infetti. Nel Paese è la Catalogna a soffrire di più rispetto ad altre regioni per i nuovi picchi di contagi. Madrid è stata costretta a prendere atto di un nuovo triste record: secondo i dati degli ultimi giorni, è stato registrato il più alto numero di infezioni dall’inizio della pandemia, con 9.779 nuovi casi nel solo giorno di venerdì scorso e 20 mila nuovi casi negli ultimi tre giorni. Nelle ultime due settimane quasi 90 mila nuove infezioni sono state confermate dal ministero della Salute spagnolo. La situazione è così grave che è stata anticipata la somministrazione dei vaccini anti-influenzali e il premier Pedro Sanchez ha proposto di ricorrere all’aiuto dell’esercito per tenere sotto controllo la situazione con test e tracciamenti, promettendo che “il virus non avrà il controllo sulle nostre vite”. Per far tornare in maniera sicura gli studenti in aula, la ministra dell’Istruzione Isabel Celaá, il ministro della Salute, Salvador Illa e la ministra delle Politiche Territoriali, Carolina Darias hanno imposto l’uso della mascherina obbligatoria per gli alunni che hanno già compiuto sei anni e deciso che in ogni istituto verrà nominato un “coordinatore Covid-19”.

Estate vip col virus Sgarbi multa chi ha la mascherina

Il Country Club, il Billionaire, il Sottovento, il Twiga. Altro che macelli, residenze per anziani o aziende di logistica: nell’estate del Covid i focolai portano il nome dei locali più chic di Versilia e Costa Smeralda. Il marchio infame di “zona a rischio” si sposta da anonimi, industriali paeselli lombardi alle capitali del bon vivre come Porto Cervo, Porto Rotondo, Baja Sardinia, Cortina, Pietrasanta. E a tutta la Sardegna, che nel giro di un mese è passata Regione a zero contagi a “lazzaretto” d’Italia. A farne le spese i danarosi vip che sulle spiagge dell’isola, tra luglio e agosto, sono di casa: trascorso il lockdown in ville da centinaia di metri quadrati, forse si sono illusi che l’epidemia, in fondo in fondo, non fosse affar loro. Per scoprire dove meno se lo aspettavano – tra il privé e la pista da ballo – che non era così. A partire da Flavio Briatore, dimesso ieri dal San Raffaele dopo sei giorni di ricovero. Positivo al Sars-CoV-2, il ruspante 70enne ha pagato per farsi isolare in un reparto speciale, lontano dai comuni mortali (ancorché contagiati come lui). Lo ricordiamo inveire contro il sindaco di Arzachena colpevole di aver chiuso il suo Billionaire: “L’ennesimo grillino contro il turismo”. Bene: al Billionaire, dopo i tamponi, sono risultati positivi in 58. Altri 21 al Phi Beach di Baja Sardinia, l’ultimo locale smeraldino a chiudere. In mezzo il Sottovento di Porto Cervo, il cui gestore – un uomo di 56 anni – è finito intubato in terapia intensiva a Sassari.

Da ieriBriatore è ospite per la quarantena a casa dell’amica Daniela Santanchè, a Milano. Aveva ancora voglia di scherzare: “Vi attacco tutto”, ha detto ai fotografi. L’ex manager di F1 è socio proprio della Santanché nella proprietà di un altro ritrovo dei vip in Versilia, il Twiga di Marina di Pietrasanta. Lì qualche giorno fa il cantante Nek ha improvvisato un concerto durante una festa privata: le immagini circolate sui social mostrano gli ospiti ballare appiccicati sulle note di Laura non c’è, rigorosamente senza maschera. Ma i tamponi fatti al personale, c’è da dirlo, non hanno rivelato contagi. Tutt’altra la situazione al Country Club di Porto Rotondo, da dove è partita una catena di contagi che ha mandato nel panico i giovani della Roma bene. Il 9 agosto in consolle c’è il 21enne dj pariolino Lorenzo Palazzi, nipote dell’ex ct azzurro Marcello Lippi, insieme al collega Riccardo Carnevale (figlio di Paola Perego) e all’amico Manfredi Alemanno, rampollo dell’ex sindaco di Roma Gianni. Otto ragazzi di Roma Nord che avevano partecipato alla serata si sono scoperti positivi, dando vita a uno dei maggiori focolai della Capitale. Non lontano da Roma, poi, c’è un altro vip che la sua incoscienza vuol farla scontare anche agli altri: il sindaco di Sutri Vittorio Sgarbi si è inventato un’ordinanza in cui vieta l’uso della mascherina dove non necessario, pena una multa. E infine c’è il caso-Cortina: al Summer Festival dello scorso 20 agosto, “l’evento gourmet più glamour dell’estate ampezzana”, un “pic-nic all’aperto” con i piatti di 25 ristoranti stellati, abito tirolese gradito era pieno zeppo di vip, manco a dirlo (tra cui l’imprenditore Alessandro Benetton). Spunta un positivo: risultato, 600 tamponi svolti a tempo di record. Tutti negativi, per fortuna. Ma che spavento, signora mia…

“Sì al piano Crisanti sui tamponi Bisogna rafforzare anche le Asl”

Aun soffio dai 100 mila: 99.108 tamponi, quelli comunicati ieri dal ministero della Salute, per scovare 1.444 nuove infezioni da SarsCov2, in lieve calo rispetto agli ultimi giorni.

Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano e ordinario alla Statale. Da più parti si chiede di aumentare ancora il numero dei test. È il ragionamento giusto?

Sì. Adesso stiamo trovando più asintomatici perché li stiamo cercando, specie in chi torna dalle ferie. Ma non ci sono solo Grecia, Spagna, Malta e Croazia più la Sardegna. Di movidee di discoteche aperte cene sono state in tutta Italia. E probabilmente ci siamo portati a casa problemi non trascurabili.

Perché è importante individuare gli asintomatici?

Sono il serbatoio di distribuzione del virus verso i più fragili. Se non li cercassimo, potremmo trovarci di nuovo con l’infezione dispersa in tutti gli strati della popolazione e rischieremmo di ripopolare le rianimazioni. Giusto al vostro giornale Crisanti (Andrea, direttore della Microbiologia dell’università di Padova, ndr) ha parlato della necessità di 300 mila tamponi al giorno. Ora siamo entusiasti quando arriviamo a 80-90mila.

Crisanti ha presentato al ministero un piano in cui si parla di 250-300mila test al giorno. Per farli, dice, servono 20 laboratori, uno per Regione, più altre 20 unità mobili per raggiungere i focolai sui territori. Il tutto al costo di 40 milioni. Lo ritiene fattibile?

È una spesa che dovrebbe essere sostenuta. Credo che al momento un potenziamento di questo genere non sia evitabile. Dobbiamo adeguare la nostra capacità diagnostica a quella di Paesi vicini per cultura e composizione sociale come Francia e Spagna. Il mestiere di Crisanti è quello di garantire questo servizio per un’intera Regione e credo che i conti li abbia fatti giusti.

I problemi sono solo i laboratori? Se i casi e i tracciamenti da fare si moltiplicano, le Asl sono strutturate per fare i test e seguire in isolamento i positivi?

Evidentemente non si risolve tutto coi laboratori. Serve la ricostituzione e il potenziamento di una medicina territoriale che è stata trascurata e dimenticata, ha organici del tutto insufficienti e non vede un reale coordinamento dei medici e dei pediatri finalizzato anche al tracciamento dei contatti.

Se le strutture pubbliche non sono sufficienti a garantire i tamponi necessari ha senso appoggiarsi ai privati?

Quando c’è una necessità impellente uso una massima di Deng Xiaoping secondo cui non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda il topo. Però forse è fin troppo pragmatica. Sono sempre del parere che finché lo Stato e le Regioni sono in grado di fare da soli è meglio.

In Lombardia ci sono nuovi focolai nelle Rsa. Ci risiamo?

Qualcuno ha subito detto ‘tutto bene, perché queste persone sono del tutto asintomatiche’’. Non è così, alcune sono ricoverate da me e proprio asintomatiche non sono.

Perché è accaduto, dopo tutto quello che abbiamo visto nei mesi scorsi?

Il virus è entrato probabilmente come aveva fatto in altre Rsa all’inizio della pandemia, cioè portato al loro interno da qualcuno del personale, visto che i contatti tra gli ospiti e i parenti sono molto contingentati. Non si vuole colpevolizzare nessuno, ma secondo logica il meccanismo è stato probabilmente questo.

Non abbiamo ancora imparato la lezione?

Servono controlli periodici sul personale. Non è semplice, ma è necessario. E questo vale per le Rsa e per i reparti non Covid degli ospedali. È il motivo per cui stiamo proponendo il test sierologico per il personale della scuola.

A proposito, bisognerà monitorare anche le condizioni degli studenti.

Stiamo lavorando alla ricerca del virus in campioni di saliva di più persone studiati in pool.

Ovvero?

Se si vuole fare una verifica in una classe un conto è fare 30 tamponi, un altro è chiedere ogni 7 o 15 giorni a tutti i ragazzi un po’ di saliva, mettere il materiale insieme e analizzare questo campione. Se si riscontra una positività allora si fa il test a tutti, ma solo in questo caso. Sarebbe un modo molto meno invasivo e più sostenibile per monitorare la situazione. Alcuni lavori in letteratura lo descrivono, stiamo cercando di capire se può funzionare.