Se ti avvicini scatta l’allarme: distanziamento stile Amazon

Un sistema di intelligenza artificiale basato sulle telecamere di sicurezza che analizza le immagini negli stabilimenti Amazon e avvisa in automatico potenziali violazioni delle regole di distanziamento sociale. Esagerando, si potrebbe dire che è nato il Grande Fratello della sicurezza anti-Covid, nella realtà si può dire che serve solo qualche pixel in più perché avvenga e si sappia anche come si muovono “fisicamente” i dipendenti in fabbrica.

Parliamo dell’ultima trovata in casa Amazon per garantire, all’interno degli stabilimenti, che i lavoratori mantengano sempre una distanza di almeno due metri. Il gigante dell’e-commerce, infatti, in uno sforzo di fin troppa estrema cautela nei confronti dei suoi dipendenti (che ai malpensanti potrebbe sembrare anche utile a ovviare proteste, pretese e scioperi presenti e futuri sulla sicurezza sul luogo di lavoro) ha fissato in due metri la distanza minima nonostante le indicazioni normative italiane ne suggeriscano uno circa. In più, nell’anelare alla massima efficienza, ha deciso di introdurre anche qui – negli stabilimenti di Passo Corese e di San Giovanni – uno dei sistemi di controllo automatici utilizzati in molte sue sedi nel mondo (e respinti in altre).

Il sistema si chiama “Proxemics” e in sostanza viene considerato da Amazon uno strumento necessario a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori individuando le aree a maggior rischio di assembramento senza che ci sia quindi bisogno dell’intervento di personale. Funziona praticamente così: il software dovrebbe utilizzare le telecamere di sicurezza già installate (e quindi autorizzate per proteggere il patrimonio) per raccogliere e analizzare un flusso continuo di immagini e per identificare, tra esse, i casi in cui il distanziamento di 2 metri venga “violato”. A fine giornata, su quelle analisi viene redatto un report che indica quante volte questo sia accaduto, dove e come. In questo modo, nelle intenzioni di Amazon, è possibile capire quali siano i punti deboli all’interno degli stabilimenti e in caso procedere a “ridisegnare il layout” della struttura per evitare che le persone si incrocino a meno di due metri. Come conseguenza, si dovrebbero solo creare nuovi perimetri o nuovi percorsi. L’azienda assicura infatti che il flusso sarà assolutamente anonimo e senza possibilità che le persone siano identificabili o che si controlli la loro attività lavorativa.

Una funzione però è particolarmente allarmante: il sistema permette di “correggere” tempestivamente eventuali situazioni di assembramento ‘estremo’, dunque 15 o più persone, e invia una notifica ai responsabili del sito che possono così intervenire per ristabilire la giusta distanza. Ma una volta che interviene qualcuno, ci si chiede, dove va a finire l’anonimato? E che garanzie ci sono che i dati non servano anche a monitorare l’efficienza e i movimenti “dentro i ranghi” dei lavoratori?

“La salute e il benessere dei nostri dipendenti sono la nostra priorità e abbiamo implementato diversi nuovi processi per garantire la sicurezza nei nostri siti, tra cui un sistema di sicurezza completamente anonimo – ci spiegano da Amazon –. Attualmente stiamo seguendo tutti i passaggi autorizzativi per poterlo utilizzare nei nostri siti”. Chiediamo se si deciderà di utilizzare Proxemics nonostante l’eventuale non accordo dei sindacati: “Abbiamo già ottenuto l’autorizzazione nella maggior parte dei nostri siti, dove abbiamo già iniziato a implementare il sistema. Stiamo seguendo i passaggi autorizzativi previsti nei rimanenti siti”, è la risposta. Poi la riassicurazione: “Non c’è intenzione e non c’è possibilità di monitorare i lavoratori individualmente: si tratta semplicemente di un altro meccanismo per garantire la sicurezza dei nostri dipendenti. Le immagini sono infatti sfocate e gli individui non possono essere riconosciuti”.

Qualche settimana fa, a Passo Corese, i sindacati hanno deciso di non firmare l’accordo. “In sede di incontro con la rappresentanza aziendale delle Risorse Umane, unitamente alle Rsa Filt-Cgil abbiamo negato il consenso alla stipula dell’accordo collettivo per l’installazione del software”, aveva fatto sapere la rappresentanza della Uiltrasporti Fco. Ma la questione non è chiusa, anzi.

Il timore forte è che con il passaggio della competenza all’Ispettorato del Lavoro, il sistema arrivi lo stesso nelle fabbriche. “Comunicheremo le nostre motivazioni ed esprimeremo le nostre perplessità” hanno aggiunto i sindacalisti. La stessa Cgil, come riporta il Corriere di Rieti, pochi giorni prima dell’incontro, aveva fatto sapere che riteneva sufficienti le misure già in atto per arginare il problema del rischio di creazione di assembramenti nei luoghi di lavoro (entrate scaglionate, zero spogliatoio, controlli serrati). “Pertanto – hanno detto – ci siamo rifiutati di firmare l’accordo. Crediamo infatti che tutto ciò non possa far altro che aumentare i livelli di stress e ansia già fin troppo elevati all’interno del magazzino in questo difficile periodo”. Ora, la stessa proposta sta arrivando a Castel San Giovanni, a Piacenza, dove il 3 settembre le organizzazioni sindacali incontreranno l’azienda.

Da giornaloni e Pd un tiro al piccione contro la Azzolina

Non si era mai visto un tale volume di fuoco contro una ministra dell’Istruzione come nel caso di Lucia Azzolina. Provenendo dal Movimento 5 Stelle la titolare del Miur ha, agli occhi dei “liberal” di casa nostra (politici e giornalisti) un “difetto di fabbrica”: non va bene a prescindere. E così si fa finta di non ricordare più i “giganti” della politica che hanno calcato le scene di viale Trastevere come Maria Stella Gelmini, Stefania Giannini o l’improbabile Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione per mancanza di laurea (per analogia ci limitiamo a nomi femminili altrimenti si potrebbero citare, tra gli altri, fenomeni come Francesco Profumo, Marco Bussetti o Giuseppe Fioroni).

In questo slancio emotivo finisce che il confindustriale Sole 24 Ore apra il giornale sulla denuncia del sindacato – come se l’Unità di una volta titolasse sulle lamentele della famiglia Agnelli – relativa alla difficoltà di far entrare in ruolo tutti gli assunti deliberati dal governo (anche se, correttamente, nel pezzo si spiega che il problema è strutturale e che alla fine il Covid ha impedito di fare i concorsi).

Questo approccio preventivo, con titoli che un giorno dicono una cosa – “Conte commissaria la scuola” oppure “Scuola, niente corsi di recupero” – e il giorno dopo vengono smentiti, impedisce di esaminare laicamente ritardi, impreparazioni, disservizi o magari qualche buon risultato. E rimuove del tutto la natura strutturale dei problemi della scuola, frutto di una distruzione politica operata proprio da quelli che oggi fanno i maestrini e che non ricordano più che dal 2009 al 2017 l’istruzione complessiva ha perso 6 miliardi in valore nominale ma lo 0,8% del Pil (in termini attuali circa 14 miliardi).

Ad Azzolina si è rimproverata anche l’assunzione dei nuovi presidi, ricavati dall’apposita graduatoria, perché in quella graduatoria c’è anche lei (vincitrice del concorso, ma non assunta). Il capogruppo del Pd al Senato, di cui non si conoscono particolari competenze, le dà un “insufficiente” nel lavoro svolto finora. E così continua a confermare l’interesse del Pd per quel ministero.

Persino il nodo dei trasporti, di competenza e responsabilità della ministra Paola De Micheli – che cerca di ovviare al problema delle distanze sugli scuolabus estendendo la denominazione di “congiunti” anche agli studenti (sigh) – viene scaricata sull’Istruzione. Nell’ultimo incontro tra i ministri a Roberto Speranza, che proponeva misure più rigorose sulla quarantena per le classi in cui si verificasse uno studente contagiato, Azzolina ha chiesto: cosa fare dei genitori? Nessuna risposta, tranne la solidarietà della ministra renziana Elena Bonetti, probabilmente più sensibile al tema delle famiglie.

Come si vede i problemi sono più seri delle battute. L’articolo a fianco fa il punto della situazione e aiuta a capire dove si è andati avanti o dove invece si è ancora fermi. Non c’è dubbio che si sarebbe dovuto iniziare prima dell’estate ad affrontare il tema e andrebbe capito se la burocrazia ministeriale è davvero all’altezza della situazione e forse anche un bilancio del Comitato di esperti di cui il Miur si è avvalso aiuterebbe. Ma non si può negare che in Germania, alla ripartenza delle scuole a Berlino si siano verificati i primi problemi così come aiuta a dimensione il problema la lettera di sabato scorso su Repubblica di una madre italiana residente a Parigi: “In Francia per i bambini sotto gli 11 anni si fa come se niente fosse stato: niente mascherine né distanziamento. E io con una bimba con delle fragilità polmonari evidenti, ho paura e guardo con ammirazione ai dibattiti in Italia su come affrontare il rientro”.

Se un rimprovero va fatto a questa ministra è su un punto che la riguarda direttamente. È stata forse la parlamentare che si è distinta di più sulle “classi-pollaio”, ma su questo non ha fatto nulla. Lei, quando è interpellata sul tema, risponde che il problema è di risorse e quindi la palla è nel campo del ministero dell’Economia. Però una battaglia visibile con dichiarazioni, convegni, accordi sindacali che mettano questo tema al centro della scuola oltre a conferirle un’immagine più interessante, permetterebbe di discutere davvero della scuola pubblica.

Scuola, volata finale. E per il voto nessuno trova sedi alternative

Il voto del 20-21 settembre obbligherà a sospendere le lezioni subito dopo la riapertura: è rimasta inascoltata la lettera con cui il Viminale (era fine giugno) chiedeva ai Comuni una “rapida ricognizione” per trovare soluzioni alternative: delle circa 54 mila sezioni da allestire per il voto, si è riusciti a spostarne solo 271. Un’unica città – Bergamo –, il resto sono piccoli centri sparsi per lo Stivale, tra le province di Ancona, Lodi, Sondrio, Novara, Verbania Cusio Ossola e Vercelli, Trento, Verona e Treviso, Enna, Messina e Ferrara. La ministra Lamorgese ha avvertito che per le amministrative della prossima primavera si dovrà fare di più (ci vorrà poco, va detto). Intanto, ogni giorno c’è chi minaccia di spostare la prima campanella e chi invece prova a trovare una soluzione alle questioni ancora aperte. Di seguito un parziale elenco.

I trasporti. Con grande ritardo e nonostante anche gli scienziati avessero segnalato più volte la necessità di predisporre piani per il momento in cui il pendolarismo sarebbe ripreso a regime, si prova a guadagnare qualche punto percentuale sulla capienza dei mezzi di trasporto pubblico locale. La ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli punta, rispondendo anche alle richieste delle Regioni, ad alzarla all’80 per cento mentre il Comitato tecnico scientifico nel suo verbale ha fissato un tetto massimo del 75%. In entrambi i casi una foglia di fico per mascherare l’assenza di alternativa. Non c’è tempo per acquistare nuovi mezzi o assumere nuovo personale.

Gli spazi. Dovrebbero bastare i 70 milioni stanziati: è l’orientamento in Viale Trastevere dopo una prima analisi delle domande inoltrate dagli enti locali per gli spazi aggiuntivi (teatri, palestre, ecc.) destinati ad accogliere i circa 150mila ragazzi che ancora non hanno una collocazione che garantisca il distanziamento. Centocinquantamila, va detto, su una situazione iniziale che riguardava circa 1,2 milioni di studenti e dopo l’avvio di oltre mille cantieri per l’adeguamento delle strutture scolastiche.

Recuperi. L’altro punto urgente riguarda i corsi per chi dovrà colmare le insufficienze. “Il recupero degli apprendimenti ci sarà – assicura il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, di fatto rispondendo a quei sindacati che chiedono più soldi per i docenti per questa attività – Comincerà dai primi di settembre (in alcuni casi in presenza, in altri, per il secondo grado, a distanza, a seconda dell’autonoma scelta delle singole scuole) e proseguirà anche durante i prossimi mesi. Nessun allarme, dunque”. Viale Trastevere difende gli insegnanti: “Alimentare la narrazione del rifiuto dei docenti di svolgere alcune attività crea solo un danno” sottolineano. In generale i docenti prendono infatti servizio il primo settembre e dunque il recupero, fino all’avvio dell’attività didattica vera è propria, sarà attività ordinaria. Solo dopo l’inizio delle lezioni sarà considerato (e pagato) extra.

Le supplenze. Uno degli allarmi riguarda i supplenti: ci sono posti per 84mila cattedre, ma a inizio anno saranno assunti circa 30mila docenti tra chi ne ha diritto. Il resto dei posti, che per i sindacati sono circa 200mila ma che verosimilmente saranno circa 100mila (l’incremento di solito si ha durante l’anno, con le deroghe sul sostegno) saranno coperti dai supplenti in attesa dei concorsi. Quest’estate la ministra aveva proposto un concorso facilitato per i precari della scuola (36 mesi) che avrebbe riempito almeno altri 10mila posti ma i sindacati (col Pd) lo hanno fatto slittare a ottobre.

La Grande Nave di Brugnaro (carica di conflitti di interessi)

Una querela? “Nessuna”. Richieste civili di danni? “Macchè”. Neppure una rettifica? “Nulla di nulla”. Marin Starnudo è la versione moderna dello storico veneziano Marin Sanudo, che tra ’400 e ’500 tenne le cronache della vita cittadina, a cominciare dalle corruzioni all’epoca della Lega di Cambrai, quando i ricchi volevano comprarsi il titolo di senatore. Oggi è un nome collettivo ideato dal gruppo 25 Aprile, una piattaforma civica (e apartitica) per Venezia nata ai tempi dello scandalo Mose, che da anni punzecchia il sindaco Luigi Brugnaro, illuminata figura di imprenditore che si è donato alla città. Già, perché amministra, non prende un euro di stipendio, ha rinunciato alle sue tentacolari attività economiche affidandole a un blind trust di New York di cui dice di non sapere nulla (salvo incassare a fine anno), non mescola gli affari pubblici con gli interessi privati, anzi, va al lavoro pagando spese, parcheggio e barca di tasca propria. Perché lui, nato a Mirano, abita a Mogliano Veneto, in una villa con piscina. Non fosse per questo dettaglio extra-comunale, è praticamente perfetto. Così assicura lui.

Eppure Marin Starnudo la sa lunga, raccoglie le ciacole, le verifica, fa le visure camerali, legge i bilanci. “Ciò che scriviamo e diciamo è provato, ma neanche una volta il sindaco si è degnato di tirarci in ballo” dice Marco Gasparinetti, laurea in giurisprudenza, trent’anni di lavoro alla Commissione Europea. Con il gruppo “Terra e Acqua 2020” sta provando a dare l’assalto alla Grande Nave elettorale di Brugnaro o al relitto della corazzata Potemkin del Pd, fino al 2015 ritenuta inaffondabile, oggi affidata al sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Sono loro, oltre ai Cinquestelle che presentano Sara Visman, i giamburrasca delle elezioni amministrative di Venezia. A corollario il professor Stefano Zecchi, filosofo del Partito dei Veneti, il comunista Alessandro Busetto, l’avvocato separatista Marco Sitran, Maurizio Callegari di Italia Giovane Solidale e l’ecologista Giovanni Martini.

Un’elezione che non può prescindere da Brugnaro, non fosse altro perché cinque anni fa, nel segno del colore fucsia, indipendente di centrodestra, recuperò al ballottaggio 20 mila voti all’attonito Felice Casson, del centrosinistra. Segno che una città levantina come Venezia, ingrassata da turismo e abbuffate del Consorzio Venezia Nuova, mal digeriva un ex magistrato di ferro. Finì un’epoca, a riprova che la classe operaia di Marghera non votava più compatta, o semplicemente era scomparsa.

Riuscirà Brugnaro a riconfermarsi, come prevedono i sondaggi? “Dipende da che Venezia vogliamo” osserva l’avvocato Davide Scano, candidato Cinquestelle nel 2015. “Quella delle navi da crociera che Brugnaro vorrebbe far finire vicino ai Pili, dove aspetta di sviluppare un pezzo di laguna che ha comperato? O quella di alberghi e supermercati, che sorgono ovunque in terraferma? O ancora la Mestre capitale della droga, dove si mandano i vigili a sequestrare marijuana, senza preoccuparsi di affrontare, da un punto di vista sociale e preventivo, lo spaccio e il consumo?”. Marin Starnudo suggerisce un elenco di sospetti, degno di riempire di denunzie segrete un’intera boca de leon, come ai tempi della Serenissima. Gasparinetti: “Brugnaro ha una ragnatela di società e interessi, che partono da Humana, agenzia di lavoro interinale, e arrivano ovunque. Dai lampadari di Teknica Lumen forniti alle navi da crociera fino ad ‘Attiva spa’ che si occupa di pubblicità. Dal collocamento di lavoratori attraverso Humana ad AliLaguna, che ha il monopolio del trasporto dall’aeroporto al centro al prezzo di 25 euro per passeggero, fino alle sponsorizzazioni della stessa AliLaguna alla Reyer, la squadra di basket del sindaco”. È tutto? “Come la mettiamo con la Scuola Granda della Misericordia che Brugnaro ha in concessione per 40 anni – e di cui ora è anche concedente – sui cui lavori di restauro finiti in ritardo avrebbe dovuto pagare una penale mai richiesta? Ma soprattutto c’è la grande area lagunare dei Pili, dove vuol far sorgere palasport, albergo e darsena. Oppure la svendita a prezzi stracciati di due palazzi comunali a un magnate cinese. O la cessione diretta di azioni della scuola del vetro Abate Zanetti dal Comune a Humana…”.

Il sindaco non ha tempo per le interviste. “Non ha mai replicato alle provocazioni” fa sapere l’ufficio stampa, che produce vecchi comunicati. “La Reyer, il mio cuore, mi costa milioni di euro. Con il blind trust mi sono staccato dalle aziende. Non ho e non avrò nessun conflitto d’interesse… Io rispondo solo ai cittadini”. E ancora. “I Pili? In cinque anni non è stato fatto niente, se ne occuperà il blind trust. ‘Attiva’? Non è il sindaco a decidere. AliLaguna? Lui non c’entra. La Misericordia? L’ha restaurata lui. La scuola del vetro a Murano? L’ha restituita alla città”. Ciliegina sulla torta, lo stipendio che non ha mai intascato. “Ha regalato e distribuito ad associazioni private 450 mila euro”. Ma dove lo trovate un sindaco così?

“Prego? Ha accentrato tutto su di sé. Ha svilito il consiglio comunale. Ha sottratto deleghe alle municipalità. Ha smantellato gran parte dei servizi, in particolare sociali”, risponde Sara Visman candidata M5S. “Al consiglio straordinario sugli interessi legati all’area Pili è venuto, ha messo sul tavolo la coppa vinta dalla Reyer, ha letto un discorso e se n’è andato. I monologhi non sono la democrazia”. Qualche idea, se lo eleggeranno, ce l’avrebbe il sottosegretario Baretta. “Intanto il sindaco di una grande città con interessi rilevanti nel territorio, blind trust o meno, è un problema anche per chi fa affari con lui”. E poi? “Ci divide un’idea di città. Brugnaro pensa si possa tornare al pre-Covid. Ma Venezia non può più essere solo una città da turismo di massa. E poi ci divide il metodo di fare politica. Lui ha azzerato il decentramento. L’uomo solo al comando non funziona più. Le pare possibile che Venezia non abbia un assessore alla cultura?”. Ufficiosamente il Pd ha fatto qualche timida avance di alleanza nei confronti dei 5 Stelle. Loro hanno preferito andare da soli.

“Riforma giusta, ma io ne taglierei parecchi di più”

Paolo Flores d’Arcais, andrà a votare per il referendum sul taglio dei parlamentari?

No, non vado a votare.

Su MicroMega l’ha definita “una riformetta”. Per quale ragione?

Perché dà una sforbiciata, abbastanza pronunciata, ma comunque una sforbiciata al numero dei parlamentari. E null’altro.

Non crede che diminuire il numero degli eletti aumenterà la cautela dei partiti nel presentare certe candidature?

Non vedo come. È una misura che simbolicamente va nella direzione giusta. Se andassi a votare sceglierei il “sì”, ma considerandolo un fatto di scarsissimo rilievo. Ora, siccome penso che sia di maggior rilievo la ripresa del Covid, io personalmente non vado a votare. Mi sembra che sia evidente a tutti che il risultato di questo referendum, che avrà una bassissima partecipazione, servirà solo per nuove schermaglie all’interno della partitocrazia e della Casta.

Con meno parlamentari avremmo meno peones, no?

Il problema è impedire che in Parlamento ci vadano non solo i peones, ma pure i “transumanti” (gli eletti che cambiano casacca, ndr). Bisogna mettere in discussione il carattere in effetti non rappresentativo degli attuali rappresentanti, perché sono gli stessi elettori a lamentarsi di loro, a non riconoscerli e a disprezzarli. Abbiamo assistito alla trasformazione dei partiti in partitocrazia e della partitocrazia in casta, poi della casta in imitazione dei reality televisivi. Una riforma seria deve avere l’ambizione di intervenire su questo fenomeno.

Con quali misure?

Nel secondo numero di MicroMega – era il 1986, quasi 35 anni fa – proponemmo un sistema monocamerale con cento parlamentari eletti in un collegio unico nazionale. Allora non si usava ancora il termine “casta”, non era arrivato ancora il bel libro di Stella e Rizzo, io parlavo di “gilda” della politica, ma il senso era lo stesso. Serve una radicale riforma istituzionale che avvicini il più possibile la volontà del cittadino all’attività degli eletti. Se si stabilisse che quando il 40% degli elettori non va a votare, il 40% dei seggi si estrae a sorte, penso che i partiti farebbero uno sforzo per presentare candidati più credibili.

È una provocazione?

In Francia un conservatore come Macron ha dato vita a un esperimento di questo tipo, con un’assemblea (consultiva) di estratti a sorte che riproducesse statisticamente la composizione sociale e culturale del paese. Ha funzionato: l’assemblea ha proposto un elevato numero di puntuali riforme con maggioranze altissime, che sfioravano l’unanimità.

È un’interpretazione della democrazia piuttosto radicale.

È una proposta radicale ma non bizzarra. Probabilmente aumenterebbe notevolmente l’efficienza del Parlamento.

Lei quindi non ritiene che ridurre il numero di eletti significhi diminuire la rappresentatività delle Camere.

No. Non credo affatto che gli eletti debbano rappresentare i territori, ma l’intera nazione. Rappresentare un territorio significa molto spesso assecondare le clientele, se non le mafie. I collegi elettorali, laddove si mantengano, dovrebbero essere a macchia di leopardo, in modo che non ci sia radicamento locale, ma la capacità del candidato di essere credibile rispetto a un programma elettorale di tipo nazionale. E poi ci sarebbe tutto il capitolo delle incompatibilità e dei conflitti di interesse…

Dalle sue parole si evince una sfiducia cosmica nei partiti.

Non nei partiti in astratto, ma nei partiti come sono diventati in Italia. Assistiamo a comportamenti che non si trovano parole per giustificare. Ogni tanto viene eletta qualche persona che “svolge le funzioni pubbliche con disciplina e onore”, come recita l’articolo 54 della Costituzione. Ma sono eccezioni. La selezione è per fedeltà o per pacchetti di voti.

Questo non da oggi però.

Anche negli anni di Mani Pulite, ovviamente, c’erano parecchi corrotti. Ma quando risultavano certi comportamenti, ben prima di qualsiasi giudizio penale, i partiti erano costretti ad allontanare quelle persone. Si parlava di “mele marce” e “mariuoli”. Oggi avere una quantità di accuse o processi in corso è diventato un titolo di merito. Più ne hai e più hai opportunità di diventare ministro, spesso.

Assenteisti e fannulloni: un terzo dei parlamentari è a tempo perso

Quattordici lo frequentano da più di vent’anni. Pier Ferdinando Casini, il recordman in materia, ci ha messo piede per la prima volta il 12 luglio 1983. Altri ancora sono eletti, ma a votare in Aula vanno una volta su cento (e non per modo di dire). Tra le 945 storie che il Parlamento offre a ogni legislatura, anche questa volta non ne mancano di curiose, soprattutto perché l’alto numero di deputati e senatori difficilmente consente un controllo quotidiano sulla loro attività. Motivo per cui un taglio degli eletti, più che la deriva autoritaria paventata dal fronte del No al referendum potrebbe invece essere occasione per un utile snellimento. Basta guardare alcuni dati per scoprire come gran parte degli eletti passi il tempo altrove più che in Parlamento, come hanno notato anche Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica: “Nella passata legislatura il 40% dei deputati e il 30% dei senatori ha disertato più di un terzo delle votazioni; l’attività legislativa si è concentrata su poco più del 10% dei parlamentari che hanno sommato tra loro più di un incarico, mentre due terzi non hanno ricoperto alcun ruolo”.

Chi l’ha visti? In fuga dalle Camere

I dati diffusi da OpenParlamento sulle presenze in Aula di deputati e senatori sono allarmanti. Le percentuali sono calcolate non sulle sedute, ma sul totale delle votazioni svolte da inizio legislatura. Alla Camera il primato tra gli assenteisti spetta a Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia), che dal 2018 ha partecipato soltanto a 78 votazioni su 6.304. Risultato: il tasso di assenze è del 98,76%. Ci si avvicina Antonio Angelucci, dominus della sanità privata laziale che supera il 94%di assenze a Montecitorio. Più distante Vittorio Sgarbi, tornato in Parlamento dopo 12 anni ma senza far troppo l’abitudine all’Aula: OpenParlamento riporta un 79,52% di assenze alle votazioni. A Palazzo Madama le cose non vanno meglio. Senatori a vita a parte, la percentuale di assenze più alta ce l’ha Tommaso Cerno, eletto col Pd e di recente passato al Misto, mancato all’84,31% dei voti. Segue il forzista Niccolò Ghedini, il fedelissimo avvocato di Silvio Berlusconi assente nel 69% delle sedute analizzate.

Altro da fare Più poltrone per tutti

D’altra parte, lo si è accennato, il tempo per fare il parlamentare è un lusso che non tutti hanno a disposizione. È ancora OpenPolis ad aver realizzato un’indagine sugli incarichi privati di ogni eletto, scoprendo che la maggior parte dei deputati e dei senatori, al momento dell’elezione, aveva un ruolo nel board di almeno un’azienda. Anche qui si arriva a casi estremi, come quello di Guido Della Frera, deputato di FI alla prima legislatura: al marzo 2018, quando è diventato parlamentare, Della Frera aveva 21 incarichi in aziende, oltre a partecipazioni in 8 imprese. Su tutte c’è il Gdf Group, holding attiva nell’immobiliare e nel settore alberghiero.

Notevoli anche i 16 incarichi censiti per Daniela Santanché, senatrice berlusconiana socia e presidente di Visibilia Editore, oltreché di imprese dell’edilizia e di prodotti bio. Poco sotto, nella classifica dei più attivi nelle imprese, c’è un altro forzista, il deputato Maurizio Carrara, con interessi nel manufatturiero e nell’immobiliare che al momento dell’elezione risultava consigliere di ben 14 società.

Trai più attivi negli altri partiti ci sono poi i leghisti Massimo Bitonci e Giulio Centemero (11 incarichi a testa), il 5 Stelle Michele Gubitosa (otto incarichi) e alcuni giallorosa dagli interessi ingombranti, come Andrea Marcucci (sette incarichi, tra cui quello del colosso farmaceutico Kedrion) e Matteo Colaninno (Italia Viva), presente in sette imprese e soprattutto nel gioiello di famiglia Immsi (nautica, meccanica e alberghi).

Tasso zero Leggi, mozioni e altre fatiche

Per capire quanto un parlamentare lavori i numeri non bastano. Possono però aiutare a farsene un’idea. Durante la scorsa legislatura OpenParlamento aveva elaborato un “indice di produttività” calcolato sulla base delle proposte di legge presentate, delle presenze, degli interventi e così via. Un metodo non scientifico – e la fondazione sta lavorando per migliorarlo, tanto che i dati su questa legislatura non sono disponibili – ma utile a far emergere storture.

Spulciando tra i dati aggiornati al 2018, si scopre che molti dei parlamentari con indice più basso sono stati rieletti. È il caso di Gianfranco Rotondi: chiuse la scorsa legislatura al 619 esimo posto tra i deputati più produttivi, con un indice di 29,33 ben lontano dalla primatista alla Camera, la dem Donatella Ferranti (1.752), ma anche dalla media degli eletti, che si assestava a 213.

Peggio avevano fatto il deputato leghista Carmelo Lo Monte (620esimo), con un indice di 26,8 nonostante il suo partito fosse il più attivo (media oltre i 400), e il forzista Alfredo Messina al Senato (305esimo; 26,63). Nulla però in confronto a Antonio Angelucci e Niccolò Ghedini, uno a Montecitorio e l’altro a Palazzo Madama: il primo, 623esimo per produttività, fermo a 0,78; il secondo, 311esimo su 315, a 0,94. A ogni modo non si tratta di casi isolati, se si pensa che il 90% dei gruppi alla Camera e l’83,33% di quelli al Senato ha la maggior parte dei membri che produce meno della media. A dimostrazione che in molti sono già esclusi, di fatto, dall’attività del Parlamento.

Fàmolo strano

Posto che, secondo Flaiano, in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco, resta da capire che forma abbia il cervello di Prodi. Che ne abbia in abbondanza lo si desume, tra l’altro, dalle dimensioni della testa che lo contiene. Ma ciò che affascina, alla luce dei motivi da lui addotti per votare No al taglio dei parlamentari, è la conformazione. Il quesito referendario è semplicissimo, così come la riforma in ballo: siete favorevoli alla legge costituzionale votata quattro volte dalle due Camere con maggioranza oceaniche che riduce i deputati da 645 a 400 e i senatori da 315 a 200? Chi vota Sì ritiene che i parlamentari siano troppi e chi vota No che siano troppo pochi o perfetti. I partiti, i giornali e il mondo giuridico sono affollatissimi di voltagabbana in malafede che predicavano il taglio fino all’istante in cui non l’hanno ottenuto i 5Stelle: poi son diventati contrarissimi, regalando agli odiati “grillini” l’esclusiva della probabile vittoria del Sì e un’ottima copertura per la sicura sconfitta alle Regionali. Ma Prodi è di un’altra categoria, ancor più bizzarra e indecifrabile: quella dei coerenti nell’incoerenza. Spiega infatti sul Messaggero: “Pur riconoscendo che, dal punto di vista funzionale, il numero dei parlamentari sia eccessivo, penso che sarebbe più utile al Paese un voto negativo, per evitare che si pensi che la diminuzione del numero dei parlamentari costituisca una riforma così importante per cui non ne debbano seguire altre ben più decisive”. Cioè: gli eletti sono troppi, ma lui vota No perché se vince il Sì, che condivide, qualcuno penserà (chi? perché? maddeché?) che questa riforma meno importante sia così importante da impedirne altre più importanti.

Lo sragionamento ricorda il “famolo strano” di Verdone e fa il paio con quello che nel 2016 portò Prodi a dire Sì alla schiforma Renzi anche se non la condivideva: “Le riforme proposte non hanno la profondità e la chiarezza necessarie, tuttavia per la mia storia personale e le possibili conseguenze sull’esterno, sento di dovere rendere pubblico il mio Sì, nella speranza che giovi al rafforzamento delle regole democratiche soprattutto attraverso la riforma elettorale” (non oggetto del referendum). La riforma era una “modesta” ciofeca, ma bisognava accontentarsi: “Meglio succhiare un osso che un bastone”. Quindi: quattro anni fa Prodi votò Sì a una legge che non gli piaceva perché ne avrebbe innescate altre che gli sarebbero piaciute; oggi vota No a una legge che gli piace perché ne impedirebbe altre che gli piacerebbero. Fila, no? Sì, se si esclude un cervello a linea retta. Restano l’ondulata, la spezzata e l’intrecciata. Ma, in attesa di una bella Tac, propenderei per la spirale. O la serpentina.

Risi, ritratto d’Italia dietro l’amore per il padre (Dino)

Ho letto un libro affascinante. L’autore è Marco Risi, il bravissimo regista di, tra l’altro, Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Tre tocchi (2014). Il libro s’intitola Forte respiro rapido. È un racconto della sua vita col papà Dino, uno dei genî del nostro cinema. Un rapporto lungo e caratterizzato da una legge dal papà imposta al figlio, che la manifestazione dell’affetto doveva essere minimizzata, quanto più esso fosse profondo. “Questo era tipico suo ed è anche tipico mio: a qualcosa di serio, di pensoso, mai dar seguito con qualcosa di ancora più serio e pensoso, ma alleggerire con uno sberleffo, con una battuta. Non, come si potrebbe pensare, per accantonare, ma per rendere questo pensiero, proprio nel contrasto, ancora più profondo.” E battute di Dino il libro ne riporta formidabili. Ricordiamo intanto alcuni dei principali films di Dino; almeno i miei preferiti. Il vedovo (1959), con Alberto Sordi e Franca Valeri; Il mattatore (1960), con Vittorio Gassman; Una vita difficile (1961), con Alberto Sordi; Il sorpasso (1962), con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant; La marcia su Roma, con Gasmman e Ugo Tognazzi; I mostri (1963), con Gassman e Tognazzi; Il gaucho (1964), con Gassman; Operazione San Gennaro (1966), con Totò e Nino Manfredi; In nome del popolo italiano (1971), con Tognazzi e Gassman; Profumo di donna (1974), con Gassman; La stanza del vescovo (1977), con Tognazzi e Ornella Muti. Marco Risi non si limita al racconto del papà: vario, ampio, complesso: per esempio, di quando, negli anni tardi, Dino incominciò a venir scambiato per Gianni Agnelli, e di come giuocava sull’equivoco. Narra di Alberto Sordi, del quale smentisce la leggendaria avarizia, rivaluta l’umana sensibilità e che giustamente giudica, dopo Totò, il più grande di tutti. Fa un vero ritratto della storia del cinema degli ultimi decennî. Per esempio, parla di Anita Eckberg, del suo amore col papà finito male. Poi dice della mamma, rampolla della nobiltà svizzera, la quale negli ultimi anni si ammalò di demenza senile. Dino la tradiva spessissimo: ella lo scacciò di casa e Dino abitò per trent’anni in un residence. Racconta degl’incubi infantili, della sua stessa vita erotica, dello zio Nelo, del fratello Carlo…

L’ho letto due volte, questo libro, tanto piacere mi dà.

Ballo in mascher(in)a e affronto epicamente una fetta di roast-beef

A rileggerlo oggi, il meraviglioso racconto di E. A. Poe del 1842 La maschera della Morte Rossa genera parecchi sentimenti, il primo dei quali è il senso del ridicolo. Sì, perché diciamoci la verità: la peste aveva ben altra potenza epica, quando entrava a contatto con la borghesia, a quei tempi. E anche in precedenza, i giovani di Boccaccio chiusi all’interno della loro bella villa a raccontarsi storie mentre fuori infuriava il contagio avevano un allure che oggi come oggi ci sogniamo.

Perfino i ballerini in smoking e abito lungo sul ponte del Titanic, che volteggiavano sulle note dell’orchestra mentre acqua gelida entrava dalla falla procurata dall’iceberg, hanno avuto la forza di diventare proverbiali, rappresentando per sempre con la propria indifferenza l’incoscienza che le classi sociali ricche e superficiali manifestano di fronte alle calamità.

Maria Antonietta e le sue brioches, d’altronde, avevano fatto scuola.

Oggi invece tristemente la borghesia si confronta tremebonda e consapevole con un’estate che mai avrebbe immaginato di vivere, divisa tra negazionisti a parole e assai prudenti nei comportamenti e traumatizzati con l’amuchina nel taschino della camicia, comunque determinati a “fare qualcosa per questi giorni” che non sia una riproduzione autarchica del lockdown di troppo fresca memoria.

Perché se è vero che sui lungomare delle località del turismo di massa si registrano vuoti e sovrapprezzi insostenibili, con conseguente spaventoso alleggerimento delle presenze, è anche vero che la stragrande maggioranza di quelli abituati a scappare all’estero o ad assembrarsi in barca sono assai meno inclini ai consueti comportamenti, nell’intento di evitare problemi. Vale la pena però di entrare nel merito dei timori, perché sono assai diversificati.

La paura principale, sembra di capire confrontandosi con molti, non è tanto e non è solo prendersi il Covid 19 il quale, contravvenendo maleducatamente a quanto previsto da molti virologi dell’ultimo momento ed epidemiologi da Wikipedia, non solo non è scomparso col caldo come avrebbe dovuto, ma ha rinforzato allegramente il proprio piano d’infiltrazione, quanto incorrere nella quarantena.

I governatori di regione, alle porte di una scadenza elettorale di inizio autunno, hanno reagito male alla fase tre, esponendo psicopatologie di varie forme. Quelli che hanno riscosso complimenti e balzi nei sondaggi per gli ottimi risultati vogliono a tutti i costi mantenere il vantaggio, quelli che hanno titubato e balbettato e registrato numeri perdenti vogliono sovvertire il pronostico: tutti, nessuno escluso, vogliono proporre l’immagine dell’Uomo Forte, quindi sventolano la bandiera della quarantena minacciata come un patriottico vessillo. Ciò diventa un fattore profondamente incidente sulle vacanze a cavallo di ferragosto, perché chi parte deve sapere che potrebbe non rientrare: ma va bene, tanto andare all’estero è poco stimolante per le misure imposte sui mezzi di trasporto, trolley sì e trolley no, un posto ogni due o ogni tre, aeroporti e stazioni off limits e termometri ovunque.

Anche la vacanza domestica però diventa complicata. Avendo per fortuna in questa regione un presidente che si colloca tra Metternich e Lefebvre come posizione ideologica, pur appartenendo in teoria al campo progressista, abbiamo assistito a furti di documenti di nonni costretti a letto da esibire in ristoranti e bar, per non incorrere nel pericolo che il transito di un asintomatico positivo possa costringere al confino per due settimane; e abbiamo visto genitori scongiurare figli adolescenti a non partire per un fine settimana in barca, cedere alla fine e salutare con la pena negli occhi di chi sta perdendo per sempre il contatto con una persona cara.

E tuttavia la parte più divertente sono le cene in terrazza, incentivate dal cielo stellato e dal caldo torrido, nonché, diremmo soprattutto, dalla mancanza di alternative.

Mascherine per tutti, portate al gomito senza alcuna utilità sanitaria, ma come dimostrazione di sensibilità civica latente, o rigorosamente sulla faccia con funzione dietetica: provate voi a reggere un piatto di plastica con un cubo di parmigiana inscindibile senza un laser, un coltello e una forchetta, tenere le distanze di almeno un metro e mezzo e spostare il presidio dalla bocca a ogni boccone.

Senza essere la dea Kalì o un giocoliere, diventa complicato nutrirsi adeguatamente.

Ma qualcosa, come anche Poe e Boccaccio suggerirebbero, si deve pur fare: il ferragosto è per sua natura aggregativo, e anche se stavolta arriva dopo un congelamento delle abitudini sociali e ben prima di una liberatoria (si spera) distribuzione di un vaccino, è pur sempre un ferragosto o giù di lì. Per cui la terrazza con mascherina, il parlarsi ad alta voce, l’interpretare gli occhi strizzati senza vedere la bocca tra diffidenza e sorriso, il mancato (anche volontariamente) riconoscersi e salutarsi, la lotta impari col roast beef non tagliabile con le posate di plastica e quindi da piegare e masticare per cinque minuti, inghiottendolo rassegnati alla fine così come introdotto in bocca, resta l’ultima frontiera della non vacanza borghese.

Tanto ci sono i social, che accoglieranno gioie e dolori e soprattutto auguri di compleanni e onomastici mai ricordati in precedenza.

Che Dio benedica i maledetti social, perché consentiranno di proporre di sé l’immagine migliore, e di sembrare ancora e sempre sulla breccia.

Tanto una foto dell’anno scorso, quando in spiaggia il futuro sembrava roseo, la si trova: e sarà bello sembrare un negazionista coraggioso e smascherato, mentre in pantofole e col colorito bianchiccio si attende il prossimo bollettino delle diciotto.

Carrozze per signora. Le dame del Grand Tour

La chiamavano la comare di Bath, come la protagonista del racconto dei Canterbury Tales: la signora, volendo dar retta alle malelingue che affollavano i salotti della buona società, non aveva a prima vista nulla di straordinario. Anzi. Era “grassottella” e “volgarotta”, nonostante gli abiti eleganti che Anna Riggs coniugata Miller si poteva permettere perché, dopotutto, era pur sempre un’ereditiera. Ricca e ambiziosa, vivace e ardimentosa è stata la prima donna ad aver scritto una guida dell’Italia (in tre volumi, documentatissimi). È il 1770 e il libro di viaggio scritto in forma epistolare intende descrivere “gli usi, i costumi, le antichità, le pitture” del nostro Paese senza incappare negli errori che l’esuberante ereditiera imputa ai colleghi, tutti maschi, rimproverando loro di copiarsi a vicenda rinnovando così gli stessi errori. L’itinerario che la signora segue è, per quel periodo, classico: attraversa il passo del Moncenisio seduta su una seggetta di vimini (“come una strega a cavallo di un manico di scopa”) giunge fino a Napoli, passando per Torino, Genova, Bologna, Firenze, Siena, Roma. Fermiamoci un momento al Nord: a Genova – città affollata di galeotti, sbirri e loschi figuri – Anna ci arriva per una valle assai accidentata, “il letto del fiume Polcevera”.

A questo punto siamo rimasti a bocca aperta: Anna Miller, già nel 1770, osserva che ci sono parecchi ponti in val Polcevera “i cui monconi ammiccano all’aria”. Non è l’unica storia di questo delizioso, intelligentissimo, libro – Le viaggiatrici del Grand Tour. Storie, amori, avventure di Attilio Brilli e Simonetta Neri (Il Mulino) – che ci ha folgorati. Protagonista è l’Italia (il cui nome, secondo Mary Shelley “contiene una magia in ogni sillaba”), vista dagli occhi di sedici donne, grandi dame o borghesi, da Anne-Marie du Boccage a Madame de Staël. La storia italiana di Elisabeth Webster, pure lei ereditiera ma americana data in moglie giovanissima a un gottoso e dissoluto baronetto inglese che le poteva esser padre, è degna di un romanzo nero, come annotano gli autori. E, aggiungiamo noi, particolarmente attuale perché il tutto accade mentre in molte regioni italiane imperversa un’epidemia. Approdata in una locanda di posta nel villaggio di Pavullo, con i tre pargoli e la governante al seguito, la donna simula la morte per morbillo della figlia di due anni, arrivando perfino a inviare una bara al console inglese di Livorno perché la faccia seppellire nel cimitero della comunità britannica. Poi, dopo aver rispedito con la governante la piccola in una località segreta dell’Inghilterra, comunica la tragedia ai figli e, per lettera, al marito. Cos’era capitato alla giovane lady, per spingerla a un gesto tanto orribile? L’amore, naturalmente! In assenza del consorte, tornato alla madre patria dopo il Grand Tour per necessità elettorali, Elisabeth si era concessa all’aitante lord Holland (che alla fine sposerà) e si era scoperta incinta. In previsione della causa di divorzio, non voleva perdere la custodia della figlia più piccola e più bisognosa dell’affetto materno. Muore davvero, ma a Venezia, la figlia di Mary e Percy Bysshe Shelley, Clara Everina, “sfinita dalla dissenteria per la sconsiderata vita raminga che gli Shelley solevano condurre al tempo del loro soggiorno in Italia”. Un colpo inaspettato che aveva ridotto la mamma di Frankestein alla disperazione. La scrittrice e il poeta, esuli volontari dopo la fuga d’amore, visitarono quelle che Byron definiva le città capitali, Roma e Napoli. “Salgono a dorso di mulo sul Vesuvio per ammirare il ‘mare di liquido fuoco’ e vanno a Baia”. A capo Miseno, Sorrento, Salerno, a vedere le rovine di Paestum, Ercolano, Pompei. A proposito di rovine: a spasso per Roma Elisa von der Recke si chiede perché mai marmi e colonne esercitino sull’animo umano un’influenza talmente pervasiva che si “può camminare per ore fra archi e capitelli in preda a un misterioso incantamento”. Chi è costei? Una coraggiosa pioniera del #metoo, potremmo dire oggi, scrittrice e instancabile ambasciatrice delle idee illuministe, dal tumultuosissimo passato. Era nata in Curlandia, l’attuale Lettonia, e ancora fanciulla era stata sedotta da Cagliostro, approdato nel ducato polacco diventato poi provincia baltica della Russia.

Dopo essersi liberata dal giogo psicologico del sedicente mago, Elisa aveva scritto un pamphlet, pubblicato nel 1787 a Berlino, in cui aveva svelato le astuzie con cui l’uomo l’aveva concupita approfittando della sua impressionabile gioventù, per mettere in guardia il mondo intero dal truffatore e dalle sue superstizioni esoteriche. Il libro-denuncia, tradotto in varie lingue aveva avuto un’incredibile fortuna perché, oltre allo scandalo del conte italiano, le menti più aperte dell’età dei Lumi vi avevano letto una messa alla berlina della “follia del soprannaturale”. Non solo: la zarina Caterina II, aveva disposto per Elisa una rendita perché fosse economicamente indipendente.