Oltre 800mila assistiti, l’appello dei familiari dei malati mentali

Gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso del 2018 (anno a cui si riferisce il rapporto del ministero della Salute del dicembre 2019) ammontano a 837.027 unità. Gli utenti sono di sesso femminile nel 53,8% dei casi con un’ampia percentuale sopra i 45 anni (68,3%).

Per quanto riguarda le patologie, si riscontrano tassi relativi ai disturbi schizofrenici, ai disturbi di personalità, ai disturbi da abuso di sostanze e al ritardo mentale maggiori nel sesso maschile rispetto a quello femminile, mentre l’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi.

Gli operatori prevalenti sono rappresentati da medici (32,5%) e infermieri (44,2%); il 31,0% degli interventi è rappresentato da attività infermieristica al domicilio e nel territorio, il 24,9% da attività psichiatrica, il 13,7% da attività di riabilitazione e risocializzazione territoriale, il 6,5% da attività psicologica-psicoterapica e da attività di coordinamento; la quota restante riguarda attività rivolta alla famiglia e attività di supporto.

Diverse le associazioni che si occupano della malattia mentale. Tra queste, l’Unasam lotta per il riconoscimento della dignità e dei diritti di cittadinanza dei sofferenti di disturbi psichici e dei loro familiari. L’Arap, invece, fondata nel 1981, si batte per la riforma dell’Assistenza psichiatrica allo scopo di “ottenere una reale assistenza e risolvere realisticamente il problema principale: curare il malato non consenziente”. “Purtroppo la Legge 180 del 1978, preparata in pochi giorni e approvata ancor più frettolosamente – spiega l’associazione – ha smantellato le strutture psichiatriche esistenti senza averle prima sostituite con adeguate strutture alternative. Il risultato è stato quello di ributtare i malati nella strada o nelle famiglie”. L’Arap sostiene che sia scientificamente provato che le cause dei disturbi mentali siano soprattutto di natura organica e fra le malattie del cervello “la schizofrenia è una delle più gravi perché non dà ai malati la percezione della propria condizione e quindi gli schizofrenici spesso rifiutano di curarsi o farsi curare”. “L’idea che ricoverare forzosamente una persona incapace di comprendere la propria patologia e il proprio bisogno di cura sia un attentato alla sua libertà è semplicemente aberrante. Milioni di bambini vengono ospedalizzati e assistiti indipendentemente dalla loro volontà perché ciò è necessario per il loro bene”.

La vera follia fu far tornare i folli a casa: vittime due volte

Cadono i quarant’anni dalla “legge Basaglia”, così chiamata dal suo ideologo Franco Basaglia, che imponeva la chiusura degli ospedali psichiatrici, in lingua italiana manicomi, sui quali per dirla con lo stesso Basaglia doveva “essere sparso il sale”.

La “legge Basaglia” è una dimostrazione plastica del detto di Chesterton: “L’errore è una verità impazzita”. Cominciamo dalle verità.

È assolutamente vero che in Italia c’erano manicomi, pardon ospedali psichiatrici, come quello di Barcellona di Sicilia, in cui i pazzi, pardon “i malati di mente”, erano tenuti in condizioni disumane. È anche vero che molte famiglie per liberarsi di un soggetto turbolento o comunque scomodo, magari un genio (qualcuno ricorderà forse il bellissimo film A Beautiful Mind), lo facevano rinchiudere in un manicomio.

L’errore sta nel fatto che la legge fu applicata da Basaglia e soprattutto dai suoi discepoli, spesso dei teorici che un matto vero non lo avevano mai visto in faccia, con una coerenza omicida. Chiusi infatti gli ospedali psichiatrici, dove dovevano andare i malati di mente? Per “risocializzarli” dovevano tornare sul mitico “territorio” o in famiglia. La famiglia è esattamente il posto dove un malato di mente non deve tornare, perché è quasi sempre in famiglia che si è ammalato. Il “territorio” è un’illusione ottica.

Nella società medievale, preindustriale, dalle piccole dimensioni del villaggio era possibile che la comunità si prendesse cura del pazzo, anzi quella società era riuscita a metabolizzare questa figura dandogli un ruolo pensando che avesse, per suoi misteriosi canali, uno speciale rapporto con Dio.

Ma in città come Milano o Trieste o Roma il “territorio” non esiste. Uscendo sul “territorio” il malato di mente andava a finire semplicemente sotto un tram o un autobus e così la pratica era felicemente chiusa. Per Basaglia e i suoi quella di mente non era diversa da tutte le altre malattie, andava anzi terminologicamente abolita (Edgar Quinet nel 1865, quando l’astrazione dell’Illuminismo aveva già fatto parecchi danni, scriveva ne La Révolution: “È caratteristica essenziale della nostra società bizantina quella di mettere le parole al posto delle cose, nell’illusione di mutarne la sostanza”).

All’inizio di questa follia, di Basaglia e dei suoi, non dei pazzi propriamente detti, poiché la malattia mentale, ammesso che esista, non è diversa da tutte le altre, si mettevano questi malati insieme a tutti gli altri negli Ospedali generali. Si dovette fare qualche passo indietro quando si scoprì, con qualche meraviglia, che questi malati strappavano il catetere o i tubi dell’ossigeno agli altri.

Ma la follia, di Basaglia e dei suoi non si fermò di fronte a queste bazzecole. Quando i malati erano in “acuzie” come si dice in gergo medico, cioè davano fuori di matto in italiano, venivano ricoverati nei “repartini” speciali degli Ospedali generali. Ma in questi “repartini” non c’era nulla, nemmeno un flipper. Perché? Perché il malato di mente non doveva essere “istituzionalizzato” e per lo stesso motivo dimesso entro quindici giorni.

Così cominciava il suo penoso elastico fra “repartini”, territorio, famiglia, finché non commetteva qualche sciocchezza e veniva sbattuto nei manicomi giudiziari, tipo Castiglion delle Stiviere, che oggi hanno un altro nome ma, seguendo Quinet, nella sostanza sono più o meno la stessa cosa.

All’Antonini di Limbiate, Mombello per i milanesi, quel santo laico di Alberto Madeddu, un Mario Tobino (Le donne di Magliano) delle nostre parti, aveva attrezzato una struttura dove c’erano la palestra, l’atelier di pittura, la sala cinematografica, la musicoterapia, il campo di calcio dove i malati facevano ergoterapia giocando con infermieri e medici deviando così la propria aggressività. Più o meno allo stesso modo, sempre a Milano, era organizzato il Paolo Pini, dove sentii un infermiere, molto lumbard, concreto e solido, dire a un medico basagliano tutto ideologico: “Sì dottore, ma ci vorrebbe anche un po’ di umanità”.

Tutto questo fu spazzato via in nome della teoria basagliana dello “spargere il sale”. L’unico supporto ai malati di mente, almeno quando feci per il Giorno un reportage di quattro puntate, nel 1984, a sei anni dal varo della legge Basaglia, dovevano essere i Cps, i centri psicosociali. Cioè per non ledere la dignità del malato di mente doveva essere costui a rivolgersi autonomamente a questi centri. Ora questo lo può fare un depresso o un nevrotico non uno psicopatico che crede di essere Gesù Cristo e che malati siano tutti gli altri (forse a ragione, non si può mai dire, ma certamente in questo modo il malato viene lasciato a se stesso).

Ma questa non è che una succinta epitome delle follie della follia di Basaglia e dei suoi. A quarant’anni di distanza non possiamo che contarne le vittime, in modo approssimativo, perché le statistiche tacciono opportunamente e prevale tuttora il bla bla ideologico in cui cade anche un grande giornalista come Gian Antonio Stella.

Basaglia, la preziosa eredità che nessuno ha mai rivendicato

Non so quante altre leggi portino il nome di una persona che in Parlamento non c’è mai stata.

Temo che se la legge 180 del 1978 che ha portato alla chiusura dei manicomi in Italia porta il nome di legge Basaglia questo corrisponda anche al fatto che nessun politico ne ha mai rivendicato la paternità. Né allora né soprattutto poi.

La grande battaglia che l’uomo di cui ricordiamo i quarant’anni dalla morte (quando aveva solo 57 anni) ha condotto, prima da Gorizia negli anni Sessanta, poi da Trieste nei Settanta, si è giocata su due fronti: le imprescindibili pratiche concrete di cambiamento a livello locale (nei fatti) e la formidabile campagna culturale con l’aiuto di grandi fotografi, artisti, potenza mediatica e libri di singolare successo.

Le lotte sociali di quegli anni accompagnavano la lucida critica radicale a tutte le istituzioni totali di cui il manicomio rappresentava forse la forma più caricaturale. Alla fine degli anni Cinquanta c’erano centomila persone nei manicomi italiani. La cultura di questo Paese registrò un cambiamento reale.

Ma se poi non riusciamo a citare il nome di alcun presidente di Regione che in questi decenni si sia segnalato per l’attenzione nell’organizzazione di politiche e di servizi per la salute mentale, registrare tutte le inadempienze nell’implementazione di quella legge è conseguenza inevitabile.

Tuttavia tanti piccoli Basaglia, in tanti luoghi di questo strano Paese, sono stati comunque capaci “nell’evidente povertà dei mezzi”, di salvaguardare parte rilevante di una riforma epocale. E comunque i manicomi non ci sono più.

Si sa, mancano servizi, altri sono ancora contenitivi, a volte stupidamente violenti, troppo spesso difensivi, erogatori di farmaci e null’altro. Residenze costose, inefficaci e affollate rispondono alla orrenda domanda: “Dove lo metto?” invece di quella dovuta: “Cosa facciamo con lei/lui?”.

Altrove, poi, l’abbandono. Passare dalla psichiatria a vere politiche di salute mentale è un lungo e difficile percorso, tuttavia in atto in vari luoghi.

Basaglia ci ha insegnato che “la libertà è terapeutica” e per fortuna un certo numero di noi ha assunto fino in fondo la responsabilità di dimostrarlo e di saper proteggere le persone dentro questo percorso.

Oggi chiediamo al governo, che sembra voler riprendere il cammino di una sanità territoriale vera, di capire che la Salute Mentale è un grande tema su cui coinvolgere molte forze, dentro un nuovo Welfare di Comunità e politiche sociosanitarie integrate che non lascino la vita delle persone nelle sole mani delle psichiatrie.

La drammatica denuncia di Basaglia su cosa fu la psichiatria lasciata a sé non ha perso il suo valore oggi.

Le politiche di esclusione avevano trovato una grande barriera critica. Occorre rinnovarne la forza, oggi che tutti ammettono che siamo tutti nella stessa barca e che “o ne usciamo insieme o non ne usciamo”.

Lui ha cominciato a dircelo sessanta anni fa, a partire da ciò che stava addirittura oltre il margine. E che si è stati capaci di riportare dentro.

Un’eredità troppo preziosa, che ci consente di continuare a interrogarci su molte questioni e ci impedisce di chiudere gli occhi e di annullare l’altro, chiunque egli sia.

*Psichiatra, protagonista con Basaglia della riforma e suo successore all’ospedale psichiatrico di Trieste dal 1979 al 1995

Rete unica, il fronte del no perde pezzi: ora palla a Enel

Aquesto punto il pallino è nelle mani dell’Enel, socio di Open Fiber assieme a Cassa Depositi e Prestiti. Dopo l’endorsement del governo per la rete unica, ieri Telecom ha incassato anche la disponibilità a valutare il progetto da parte di Vodafone, Sky e WindTre, concorrenti dell’ex monopolista, nonché fra i più importanti clienti di Open Fiber. Si tratta però di un via libera condizionato: le tre società hanno precisato che saranno “cruciali” gli “accordi societari e di governance” e tutta una serie di altri aspetti operativi a tutela del mercato, come spiega una nota congiunta diffusa al termine di un incontro con il governo e Cdp.

Lunedì 31 agosto il cda di Telecom darà quindi il via libera alla nascita di FiberCop in cui confluirà la parte di rete che va dall’armadietto di strada fino alle case degli italiani. Telecom cederà poi il 37,5% di FiberCop al fondo KKr per 1,8 miliardi. In seguito, per creare la rete unica bisognerà mettere mano alle nozze di FiberCop con Open Fiber. Cdp è favorevole al matrimonio, mentre l’ad dell’Enel, Francesco Starace, non ha ancora deciso il da farsi. Starace sa bene che la rete è la nuova gallina dalle uova d’oro e non ha intenzione di svendere il suo 50% di Open Fiber, finito nel mirino del fondo australiano Macquarie. Quest’ultimo presenterà un’offerta all’Enel nel giro di una decina di giorni. E se dovesse confermare la valutazione di 7,7 miliardi per l’intera Open Fiber, l’Enel sarebbe davanti ad una plusvalenza potenziale da almeno 1,6 miliardi (stima Bloomberg). A quel punto, Starace non potrà accettare offerte inferiori a quella di Macquarie perché rischierebbe un’azione di responsabilità da parte dei suoi soci. Così per conquistare l’intera Open Fiber, Cdp sarà costretta ad alzare la posta in gioco. Prospettiva infelice visto che l’operazione rischia di pregiudicare i rapporti di forza nella successiva trattativa per le nozze fra Open Fiber e FiberCop. Società di cui Telecom vuole a ogni costo il 51 per cento.

Ambiente, Costa non mantiene la promessa “La sede del ministero in affitto altri 4 anni”

“Il ministero dell’Ambiente si trova in una sede dove si paga (e quindi tutti noi cittadini paghiamo) più di 6 milioni di euro all’anno di affitto”. Era il dicembre del 2018 quando Sergio Costa, da pochi mesi nominato a capo del dicastero, scriveva queste righe sul Blog delle Stelle. Costa definiva la situazione “insostenibile e senza senso”. E annunciava di aver già avviato le procedure per disdire il contratto d’affitto perché, nel frattempo, era già stata individuata la nuova sede del ministero: un palazzo di proprietà dello Stato, nel quartiere romano dell’Eur, in via Boston. “Ovviamente spostare un ministero è molto complicato, ci vorrà almeno un anno per il trasferimento”, fu la previsione di Costa. A 20 mesi di distanza dall’annuncio, la sede del ministero dell’Ambiente è ancora nello stesso palazzo in via Cristoforo Colombo a Roma e lì rimarrà per altri 4 o 5 anni. Motivo? La nuova sede dell’Eur è da ristrutturare. Il Fatto ne ha chiesto conto al ministero: ci spiegano che adesso i soldi per pagare i lavori (53 milioni di euro) ci sono, sono stati individuati dal governo nell’ultima legge di bilancio, ed entro settembre dovrebbero essere assegnati. “Ad oggi – spiegano dal ministero – la stipula prevede un finanziamento di 40, 7 milioni a carico del MATTM e 12,8 milioni a carico dell’Agenzia del demanio”. La ristrutturazione avverrà con “materiali ecosostenibili” e altri accorgimenti che renderanno, si assicura, la nuova sede “un esempio di massima attenzione dal punto di vista della sostenibilità ambientale”. L’affitto intanto è stato ridotto, ma i cittadini continueranno a pagare poco più di 5 milioni di euro annuo (per due stabili, via Cristoforo Colombo e via Capitan Bavastro) almeno per altri quattro o cinque anni. Questo, spiegano dal ministero, è il tempo stimato prima del trasferimento. Una cattiva notizia per i contribuenti, ma buonissima per i proprietari dell’immobile di via Colombo. Si tratta del fondo d’investimento Italian Opportunities Fund IV gestito dalla Castello Sgr, società che in ultima istanza fa capo all’Arcidiocesi di Trento attraverso l’Istituto Atesino di Sviluppo. Il fondo d’investimento cattolico ha comprato l’immobile da un altro fondo, Alpha Immobiliare, nell’aprile 2019, quando ormai erano già chiare le intenzioni di traslocare da parte di Costa. Prezzo della compravendita: 53 milioni di euro. Esattamente la stessa cifra che lo Stato italiano spenderà per ristrutturare la nuova sede dell’Eur. Con il senno di poi, viene da dire, il ministero avrebbe potuto comprarsi l’immobile di via Colombo l’anno scorso. Così oggi risparmierebbe già il canone d’affitto milionario.

La renziana Baffi sta con la destra e fa la sovranista

Tutti contro Attilio Fontana? Non proprio, neanche tra le opposizioni alla giunta di centrodestra.

Come già accaduto nei mesi scorsi, in Lombardia il governatore leghista ha trovato nuova sponda nella consigliera regionale renziana Patrizia Baffi, l’unica tra gli eletti della minoranza che ieri non ha firmato la mozione di sfiducia nei confronti del presidente presentata al Pirellone. Una decisione anticipata da settimane dalla consigliera di Italia Viva, che più volte si è già smarcata dagli attacchi a Fontana e che adesso lascia intendere che confermerà il suo soccorso al governatore anche durante il voto della mozione in aula, previsto tra una decina di giorni, al rientro dalla pausa estiva. Secondo le opposizioni, “le scelte di politica sanitaria poste in essere da Regione Lombardia si sono rivelate in gran parte sbagliate, d’improvvisazione a volte antiscientifiche ed opache”. Parole non condivise dalla renziana Baffi, che d’altra parte a inizio estate era stata indicata dalla maggioranza leghista come presidente della Commissione d’inchiesta sull’emergenza coronavirus, senza che la scelta fosse stata condivisa con la minoranza. Baffi si era dovuta dimettere, ma il suo atteggiamento nei confronti della giunta non è cambiato.

E nel frattempo la rappresentante di Italia Viva comunica la sua presenza al “Lavs Festival” di Lodi, la “festa sovranista” organizzata da Fratelli d’Italia. La Baffi – unica esponente non di centrodestra a prendere parte alla kermesse – parteciperà al panel “La politica italiana ai tempi del Covid”, l’11 settembre alle 21.30. Al festival – dedicato alle espressioni politiche della cultura sovranista – saranno ospiti anche Francesco Polacchi, noto esponente di Casapound oggi editore di alcune pubblicazioni di area, e Riccardo Colato, responsabile politico di Lealtà e Azione, altra formazione neofascista.

Maroni candidato a Varese, la città di Attilio Fontana

Roberto Maroni potrebbe candidarsi a sindaco di Varese nel 2021. Lo ha confermato lo stesso ex governatore lombardo al sito Malpensa24, chiarendo che la proposta di correre per la sua città – dove fu sindaco il suo successore alla Regione Attilio Fontana – è arrivata nelle scorse settimane da Matteo Salvini, leader della Lega: “Io avevo dato la mia disponibilità, ma me l’ha chiesto Salvini di candidarmi.

L’ho incontrato, dopo parecchio tempo, a Roma a inizio luglio. E mi dice: ‘Chi candidiamo a Varese? Non abbiamo nessuno. Tu lo faresti?’. Mi disse questo prima ancora di chiedermi: ‘Come stai?’”.

Una richiesta che ancora solletica l’ex governatore: “Ho dato la mia disponibilità. Sono tentato dal candidarmi, come è vero che devo pensarci con attenzione e che, alla fine, chi deciderà è il consiglio nazionale e federale. Oggi faccio molte altre cose che, nel caso in cui diventassi sindaco, dovrei abbandonare per incompatibilità con il ruolo istituzionale. Insomma, devo smettere di dedicarmi a ciò che comunque mi piace”.

E in effetti Maroni è impegnato in diverse attività da quando, nel 2018, decise di non ricandidarsi alla Regione. L’ultima nomina, solo in ordine cronologico, è quella nel consiglio d’amministrazione del Gruppo San Donato, il colosso della Sanità privata lombarda di cui è presidente l’ex ministro Angelino Alfano. A sentirlo parlare, però, Maroni sembra già lanciato sulla corsa da sindaco: “Nel 2013 io feci la Lista Maroni Presidente per le Regionali che prese il 10 per cento. Con me c’erano anche persone che non erano della Lega, ma credevano e credono che la nostra regione è “in testa” alle classifiche perché è la migliore. Quello potrebbe essere un modello ripetibile per le Amministrative di Varese”.

Ercolano, stop del sindaco di Iv ricandidato: per evitare il virus niente comizi elettorali

Prima o poi poteva accadere da qualche parte ed è successo a Ercolano (Napoli), dove a causa di 14 positivi su 53mila abitanti un sindaco ricandidato decide di fermare la campagna elettorale, sua e dei rivali, per motivi sanitari. Proprio ieri il renziano Ciro Buonajuto ha firmato l’ordinanza, stop fino al 10 settembre per tutti gli eventi pubblici sul territorio cittadino: le visite notturne al parco archeologico, uno spettacolo jazz, il concerto di Teresa De Sio, l’open festival, ma anche comizi e iniziative politiche, come ha precisato il sindaco. “La battaglia contro il coronavirus è più importante della campagna elettorale – ha detto Buonajuto in un video – e sono certo che come me la pensano tutti i candidati di ogni schieramento”. Dai quali, per la verità, fino a inizio serata non arrivano reazioni. “Si tratta di eventi per cui erano stati venduti da mesi i biglietti – spiega Buonajuto – e per cui avevano lavorato tante persone. Appena passata questa bufera, sarà bellissimo recuperare ogni singolo evento. Ora, però, la salute prima di tutto”. E anche i comizi possono aspettare.

Joe Biden Sleepy ha unito il partito non c’è più l’effetto Hillary

RealClearPolitics continua ad attribuire a Joe Biden un netto vantaggio su Donald Trump, in termini sia di preferenze degli elettori sia di ripartizione dei Grandi Elettori: il sito che aggiorna la media dei sondaggi nazionali e statali vede il candidato democratico oltre sette punti avanti il suo rivale repubblicano e addirittura sopra i 300 Grandi Elettori (per conquistare la Casa Bianca, ne servono 270 su 538). Ma il campo democratico è ugualmente inquieto: Trump è capace di rimonte e i sondaggi non sono sempre affidabili: sono due lezioni imparate da Usa 2016; inoltre, Trump è incline a sorprese, e quest’anno, potrebbe essere il vaccino per il Covid 19; infine, Trump può sfruttare nei dibattiti televisivi doti di aggressività che Biden non ha. Per di più, la convention democratica, la scorsa settimana, non ha smosso le acque: nessun rimbalzo, negli indici di gradimento. E la scelta come vice di Kamala Harris non ha finora portato aumenti di consensi misurabili. Così, Biden ha finalmente deciso di fare comizi in giro per l’Unione, cominciando all’inizio di settembre dagli Stati in bilico dei Grandi Laghi e del Midwest. Accanto ai segnali di allarme, gli analisti vedono ancora punti forti nella campagna democratica.

1. Un candidato debole, cioè forte. Joe Biden non ha un carattere imperioso, non è una personalità dominante e non suscita, quindi, le passioni e le antipatie che minavano, quattro anni or sono, la candidatura di Hillary Clinton: sono pochi quelli che andranno alle urne per votare contro Biden o che non ci andranno per non votarlo. Sono, invece, molti, moltissimi, quelli che andranno alle urne per votare contro Donald Trump: non per nulla, il messaggio della convention democratica era ‘abbasso Trump’ più che ‘viva Biden’.

2. Un partito diviso, cioè unito. Con una trentina di candidati alla nomination, i democratici apparivano, all’inizio della campagna, un partito diviso. Con l’aiuto di Barack Obama, Biden è rapidamente riuscito a fare l’unità dei moderati. E lo scoppio della pandemia ha tagliato corto le primarie e la resistenza di Bernie Sanders e della sinistra radicale. Che, dopo avere sperimentato quattro anni di Trump, è meno disposta a rischiarne altri quattro che nel 2016, quando molti liberals disertarono le urne per non votare Hillary: tanto, pensavano, avrebbe lo stesso vinto. Biden, poi, ha concesso qualcosa loro a livello di piattaforma elettorale e probabilmente di amministrazione.

3. Il virus che c’è e uccide. Sei milioni di americani contagiati, presto il 2% della popolazione, 180 mila morti – saranno oltre 200 mila per l’Election Day: il virus non è colpa di Trump, ma l’epidemia poteva essere gestita meglio, soprattutto all’inizio e dopo la fine precipitosa del lockdown. Per Biden, il Covid 19 diventerà un problema quando lo dovrà gestire, se dovrà farlo: fino a quel momento, è un fardello per l’Amministrazione in carica.

4. L’economia in recessione . Solo Trump e la finanza di Wall Street dicono che l’America ha il vento della ripresa nelle vele, senza badare ai dati del Pil in picchiata e della disoccupazione lievitata. Se il virus non sparisce e l’economia non decolla, l’ambo è vincente per lo sfidante: Trump pagherà colpe che magari non ha (ma, secondo gli oppositori, ne ha comunque tante).

5. I neri, le donne, i ‘diversi’. Biden mantiene un solido vantaggio fra i neri e le minoranza in genere, le donne, gli elettori che non sono bianchi e wasp, maschi e over 50, rednecks, fondamentalisti, suprematisti, anti-governo. Nella convention repubblicana, Trump ha tentato di migliorare le sue posizioni in queste constituencies, ma è presto per dire se c’è riuscito.

Donald Trump “Supereroe” contro i Dem, radicali portatori del caos

Donald Trump esce carico e rinfrancato dalla convention repubblicana: è già partito per fare campagna nel New Hampshire, mentre Washington, ieri mattina, veniva invasa da decine di migliaia di manifestanti anti-razzisti di Black Lives Matter. I sondaggi devono ancora indicare se l’effetto convention, che è mancato la scorsa settimana per Joe Biden, abbia invece funzionato per lui. In ogni caso, la corsa 2020 è più aperta e incerta che mai. Per The Hill, la rivista degli insider della politica di Washington, Trump ha cinque punti di forza.

1. Il partito è con lui, anzi lui è il partito. Quattro anni fa la convention di Cleveland mostrò crepe nel Partito Repubblicano: ci fu pure una fronda che tentò di negare in extremis la nomination al magnate. Quest’anno è invece parso compatto: anzi a questo punto sembra “un partito famiglia”, con pochi leader che non siano figli e/o congiunti e/o amici collocati in posizione d’influenza e di visibilità. Anche dal punto di vista economico-politico, il “trumpismo” ha ormai rimpiazzato l’ortodossia repubblicana. Le assenze sono state numerose: tutti i Bush, senza eccezioni; Mitt Romney; quelli che, come John Kasich e molti altri, hanno preferito la convention democratica alla repubblicana.

2. Il tentato recupero di neri e minoranze. Sul palco della convention si sono susseguiti neri ed esponenti di altre minoranze, sostenendo che Trump non è razzista e lavora sodo per la comunità afro-americana. Il presidente ha affermato che nessuno, a parte Abraham Lincoln, ha fatto tanto quanto lui per i neri. Ma, nonostante gli sforzi di persuasione fatti, resta in svantaggio su Biden tra l’elettorato afroamericano. Del resto, la convention ha diffuso messaggi contraddittori: Trump non sarà razzista, ma lo sostengono persone come Mark e Patricia McCloskey, i coniugi di St. Louis nel Missouri che hanno spianato le armi contro un corteo di Black Lives Matter che sfilava davanti alla loro proprietà. Ora, i McCloskey parlano a un’altra fetta dell’elettorato americano: i bianchi delle periferie ricche ed eleganti, quelli che temono di essere “invasi” da neri e minoranze con Biden al potere.

Se un nero si collega alla convention mentre ci sono loro, fa fatica a credere che Trump sia la scelta giusta.

3. I Democratici? Di sinistra, anzi di estrema sinistra. Il cavallo di Troia non era mai stato così citato prima nella politica americana: per i Repubblicani, Biden e la sua vice Kamala Harris, che paiono di centro e pure un po’ Law & Order, sono strumenti, magari inconsapevoli, di diffusione del socialismo nel cuore dell’Unione: “Se Biden non ha la forza d’opporsi ai marxisti con la rabbia agli occhi come Bernie Sanders e i suoi compari radicali, e ce ne sono un sacco, come potrà mai difendervi?”, ha insinuato Trump. I fan del magnate ne sono convinti, ma loro credono pure alle teorie di Qanon.

4. Il virus. Chi l’ha visto? Se c’è stato, se n’è andato. Forse non c’è neppure stato: nonostante le oltre 180mila vittime, il Covid-19 è stato il grande assente della convention repubblicana. La strategia negazionista pagherà? C’è solo da sperare, per Trump e i suoi fan, che il virus non fosse presente tra la folla senza mascherina e senza distanze alla Casa Bianca, a Baltimora, a Charlotte.

5. Le donne? Trump le ama. Elettoralmente, il gap di genere, trasversale, è peggio di quello fra le minoranze. La convention è stata una sfilata di donne rampanti e “trumpiane”, ora aggressive e ora concilianti, ora urlanti e ora suadenti. Che Trump le ami, non c’è dubbio: ne ha sposate tre e sono solo la punta dell’iceberg. Che le rispetti, può essere un altro discorso.