Mediterraneo conteso: la Ue rimbrotta Ankara per finta

Si è concluso con un ultimatum generico su possibili sanzioni future alla Turchia il consiglio dei ministri degli Esteri della Ue a Berlino sul tema delle esplorazioni turche di idrocarburi nel fondale marino nella zona economica esclusiva contesa tra Grecia, Cipro e Turchia.

“Diamo una chance alla diplomazia” nel Mediterraneo orientale, ha sintetizzato il ministro tedesco Heiko Maas (in foto) parafrasando John Lennon. Se la Turchia rinuncerà alle manovre militari che hanno accompagnato le ricerche della nave Oruc Reis e si faranno passi avanti nel dialogo tra i due principali contendenti, allora amici come prima. In caso contrario, se non ci sarà l’auspicata de-escalation, al prossimo Consiglio europeo del 24 settembre Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera Ue, presenterà “una serie di proposte su possibili misure restrittive per la Turchia”. Alias: sanzioni. Ma “è chiaro che c’è una frustrazione crescente nei confronti del comportamento turco” ha aggiunto lo spagnolo. Il termine “frustrazione” però è una parola che ha senso nel linguaggio politico, ma non in termini giuridici. Piuttosto il suo uso è la spia dell’assenza di un vero accordo a 27. Le posizioni tra chi sostiene le sanzioni e chi non le ritiene opportune, come Italia e Germania, sono ancora una volta molto distanti tra loro. Pare che Grecia e Cipro abbiano tentato di forzare la mano con un do ut des sul dossier bielorusso in discussione in contemporanea. Appoggiamo le sanzioni sulla Bielorussia se voi, partner europei, appoggiate le sanzioni contro la Turchia, avrebbero sostenuto greci e ciprioti.

La vicenda non è ufficiale, nulla è venuto fuori nero su bianco, anche perché in un vertice informale non circolano bozze di dichiarazioni. Ma il ministro degli Esteri cipriota Nikos Christodoulides, arrivando il primo giorno, ha chiarito che “non ci può essere un doppio standard” sulle sanzioni a Bielorussia e Turchia. Ieri invece l’omologo greco Nikos Dendias ripeteva che “le sanzioni alla Turchia sono assolutamente necessarie”. Maas però ha replicato che “non si possono mettere insieme i due conflitti” perchè “se iniziamo a farlo non siamo più in grado di agire come Ue”. Il corno della discordia, secondo i greci, è che Atene è disponibile al dialogo sulla piattaforma continentale nell’area in prossimità della costa turca davanti all’Egeo, mentre Ankara vuole riaprire il dossier costiero nella sua totalità.

C’era una volta Charlie Hebdo. Processo per una strage

Mercoledì prossimo, il 2 settembre, si apre a Parigi il processo sugli attentati del gennaio 2015 nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher di porte de Vincennes. Si sarebbe dovuto tenere a maggio, ma poi l’epidemia di Covid-19 e il lockdown hanno messo in pausa anche i tribunali. Un processo necessario per le famiglie delle vittime. Ricordiamo i fatti. Quel 7 gennaio 2015, Chérif e Saïd Kouachi, dicendo di agire in nome di Allah, sono entrati nella redazione di Charlie Hebdo e hanno fatto fuoco con i kalashnikov. È stato un massacro: 12 persone sono morte. Il giorno dopo, Amedy Coulibaly ha ucciso una poliziotta di Montrouge, nella periferia di Parigi. Poi, il 9, è entrato in un negozio kosher alle porte di Parigi, ha ucciso quattro uomini, tutti e quattro ebrei, e preso gli altri clienti in ostaggio. L’attacco a Charlie Hebdo è stato rivendicato dal gruppo yemenita di al Qaeda. In un video Coulibaly ha promesso fedeltà allo Stato Islamico.

Due giorni dopo, l’11, una folla immensa, più di un milione di persone, si è radunata a Parigi, ai piedi della statua della Marianne, in place de la République, e ha marciato in silenzio, in uno slancio di solidarietà che ancora adesso, a pensarci, fa emozionare. Je suis Charlie, “Io sono Charlie”, si rivendicava, alzando la matita, simbolo della libertà d’espressione attaccata e della resistenza contro la barbarie terrorista.

Cinque anni dopo, cosa resta? Il mondo del disegno e della satira avevano perso in una manciata di minuti delle firme di talento: Cabu, Honoré, Wolinski, Tignous, Charb, il direttore del giornale. Da allora non è che la libertà di espressione ne sia uscita più forte: proprio Charlie Hebdo aveva stilato un bilancio amaro in un numero speciale del 7 gennaio scorso. Nel suo editoriale, il direttore Riss aveva additato un nuovo nemico, l’autocensura, e denunciato “i nuovi censori che si credono i re del mondo dietro le loro tastiere”. In copertina una vignetta firmata Coco con un disegnatore schiacciato da uno smartphone gigante. Cinque anni dopo il terrorismo continua a fare paura. Da allora Parigi e la Francia hanno conosciuto altri attentati, al Bataclan il 13 novembre 2015, sulla Promenade des Anglais di Nizza il 14 luglio 2016, al mercato di Natale di Strasburgo l’11 dicembre 2018. All’epoca, nello slancio dell’emozione, il Je suis… era diventato uno slogan. Si diceva Je suis juif, “Io sono ebreo”. Si diceva anche Je suis policier, “Io sono poliziotto”, per ringraziare gli agenti-eroi che avevano fermato i terroristi.

Ma gli atti antisemiti, aggressioni o minacce, non smettono di crescere in Francia: +27% nel 2019 rispetto al 2018, e persino +74% nel 2018 rispetto al 2017. Non si applaude più per i poliziotti. Contro di loro c’è chi ha gridato: “Uccidetevi” negli scontri violenti con i gilet gialli. “Cinque anni dopo il processo ci dirà forse a che punto sta la società francese”, aveva detto al Fatto Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, ricordando il triste anniversario dello scorso gennaio. Da questo processo, che durerà due mesi (fino al 10 novembre), non ci sono probabilmente da aspettarsi grandi colpi di scena. I principali responsabili del massacro sono morti. Sia i fratelli Kouachi, che si erano asserragliati in una stamperia di Dammartin-en-Goële, sia Coulibaly, rinchiuso nel supermercato di porte de Vincennes, sono rimasti uccisi durante i due blitz delle forze dell’ordine, portati avanti a pochi minuti l’uno dall’altro. Gli imputati sono 14. Quattro sono accusati di complicità in atto terroristico, reato per cui è previsto il carcere a vita, ma tre non saranno presenti. Si tratta di Hayat Boumedienne, la compagna di Coulibaly, e dei fratelli Mehdi e Mohamed Belhoucine: sarebbero fuggiti insieme nelle zone in guerra della Siria pochi giorni prima degli attentati e su di loro pesa un mandato di arresto internazionale, ma non sono mai stati trovati. Si ritiene che i due uomini possano essere morti in combattimento. Sarà presente invece in aula Ali Riza Polat, un nome che dice poco ai francesi, ma che è considerato il braccio destro di Coulibaly: l’uomo, un franco-turco di 33 anni, arrestato a marzo 2015, è accusato di avere svolto un ruolo logistico di primo piano nell’organizzazione degli attentati e in particolare di aver fornito le armi ai tre terroristi. Gli altri imputati sono accusati di associazione terroristica e criminale e rischiano da 10 a 20 anni di detenzione. Circa 200 persone si sono costituite parte civile.

Nel nuovo Far West, dove sfrecciano i monopattini elettrici

“O futuro é em duas rodas”

(Slogan della campagna per la mobilità urbana in Portogallo)

 

Nelle strade di Lisbona, sui bus pubblici o sulle locandine affisse dalla Câmara Municipal, si legge che il futuro sarà a due ruote: s’intende, il futuro della mobilità sostenibile, urbana. Non è un caso che la città portoghese sia stata scelta già due anni fa come “Capitale del monopattino elettrico” e sia stata dichiarata Capitale Verde europea per il 2020. Costruita come Roma su sette colli, ma più ripidi e scoscesi di quelli “fatali”; fitta di vicoli e stradine nei quartieri più antichi come l’Alfama e il Chiado; dotata di lunghe piste ciclabili nella parte più moderna, la “sfavillante” Lisbona di Fernando Pessoa è diventata dal 2018 la sede del progetto-pilota lanciato dalla società “Hive” per sperimentare il monopattino elettrico in condivisione, utilizzabile attraverso un’App sul modello del bike sharing. E il successo dell’operazione, replicata poi da diverse altre aziende, è visibile ovunque, presso gli stalli metallici riservati a questi mezzi che sfrecciano silenziosamente a più di 20 chilometri all’ora, si vendono in molti negozi di elettrodomestici o di articoli sportivi e spesso vengono parcheggiati qua e là sui marciapiedi in attesa dell’utente successivo.

Con l’emergenza sanitaria imposta dall’epidemia di coronavirus, si può dire che il monopattino elettrico è diventato in tutt’Europa un simbolo del Covid-19, quasi un’icona di questa travagliata e drammatica stagione della nostra vita collettiva. Costretti dal lockdown a usare di meno i mezzi pubblici, per evitare gli affollamenti e contenere l’inquinamento prodotto dalle auto private, abbiamo imparato a muoverci di più a piedi, abbiamo rivalutato la bicicletta e scoperto appunto il monopattino in condivisione. Ne ha guadagnato senz’altro la mobilità urbana e anche la qualità dell’aria. E ora, alla vigilia della riapertura delle scuole, c’è da prevedere che la diffusione di quell’esile bolide elettrico sia destinata ad aumentare in particolare fra gli adolescenti che non vogliono usare l’autobus, il tram o la metro per andare a lezione e non dispongono di un motorino.

Fatto sta che, da Roma a Milano, si segnala purtroppo nel post-lockdown un aumento degli incidenti in bicicletta o sui monopattini elettrici. Il record spetta al capoluogo lombardo: 43 sinistri con lesioni negli ultimi due mesi, di cui uno mortale. Secondo l’associazione amici e sostenitori della polizia stradale, questo boom dipende soprattutto dalla guida in stato di ebbrezza o contromano e da altre imprudenze come viaggiare in due, farsi trainare da una moto o da una bicicletta, transitare con il semaforo rosso. Un nuovo Far West, insomma, che rischia di alimentare non la mobilità bensì la mortalità urbana, compromettendo ulteriormente la circolazione e anche l’incolumità degli inermi pedoni. Tant’è che – come ha segnalato recentemente La Gazzetta del Mezzogiorno – un negozio “Expert” di Bitonto, in provincia di Bari, ha deciso di rinunciare alla vendita di monopattini e biciclette elettriche, per non incrementare i pericoli delle due ruote.

Naturalmente, questo è un caso estremo, ma sintomatico. Non si tratta, beninteso, di proibire o interdire veicoli di per sé innocui che in effetti possono contribuire a incrementare la mobilità sostenibile. Quanto piuttosto di lanciare una controffensiva mediatica d’informazione sociale, di stabilire regole più rigorose e quindi di farle rispettare. In questo caso, la deregulation non s’accorda con la sicurezza.

 

“Non invocare Rodotà per il Sì” “Giusto, però leggetelo bene”

Da più parti mi hanno invitato a intervenire sul pezzo in cui Salvatore Cannavò invocava l’autorità di Stefano Rodotà a favore del Sì al referendum costituzionale. Non sono neutrale, avendo contribuito a far schierare il “Comitato Rodotà per la difesa dei beni pubblici e comuni” a favore del No. Inoltre, la presidenza del Comitato che porta il suo nome non mi dà alcuna legittimazione per rivendicare il ruolo di interprete autentico del pensiero del caro Stefano. Ricordo per esempio un dibattito nel lontano 1992 intorno al referendum elettorale Segni/Giannini, in cui, pur condividendo la centralità del Parlamento e la necessità di avvicinare la rappresentanza al popolo, Stefano era proporzionalista mentre io ero favorevole a collegi uninominali.

Il lavoro politico sui beni comuni svolto con lui negli anni compresi fra il 2005 e la sua morte non aveva al centro il problema della rappresentanza. Credevamo nella democrazia partecipativa e ci battevamo per istituzionalizzarla. Nel 2009 ebbi prova diretta dell’immensa considerazione che Stefano aveva per Gianni Ferrara, il grande costituzionalista, come lui firmatario di quella proposta. Rodotà, dopo aver preparato insieme a Lucarelli e al sottoscritto i quesiti su cui poi vincemmo il referendum sull’ acqua del 2011, volle il suo magistrale via libera costituzionalistico prima di condividere la loro pubblicazione .

Stefano, come me, non era un costituzionalista ma un civilista. Aveva dunque bisogno di costituzionalisti di riferimento e non c’è dubbio che la proposta di riforma informata al monocameralismo come strategia per riconquistare la centralità del Parlamento (strategia su cui io sono in totale disaccordo credendo fortemente nel bicameralismo) portava la sua firma, ma non era primariamente farina del suo sacco. È certo tuttavia che si trattasse di una proposta organica, ben strutturata e approfondita da costituzionalisti che, come Ferrara, lui stimava moltissimo. Un’operazione in stile sinistra indipendente, sicuramente il gruppo parlamentare più colto che mai ci sia stato in Parlamento. Difficile trovare questi tratti in una proposta come quella di oggi, che sembra disorganica e improvvisata, volta a capitalizzare il consenso di chi (giustamente) odia la casta.

Cinque anni dopo il referendum sull’ acqua, ci trovammo di nuovo schierati convintamente dalla stessa parte, questa volta a favore del No, rispetto alla riforma Renzi su cui si votò nel 2016. Le motivazioni di Stefano, ampiamente pubblicate su Repubblica, non erano dettate certo dal solo desiderio di difendere l’immodificabilità della Costituzione. Stefano non la considerava un monumento ai Costituenti, un feticcio inemendabile. Piuttosto era la prospettiva dei beni comuni e della democrazia, intesa come autentica partecipazione diffusa, a fargli respingere una riforma avente come scopo la concentrazione del potere. Proprio come mi pare faccia la riduzione dei parlamentari oggi.

 

Caro Ugo, nel mio articolo non mi sono mai sognato di invocare l’autorità della proposta Rodotà-Ferrara a favore del Sì. Non mi sognerei mai di strumentalizzare un maestro come Rodotà. Quella legge, anzi la lunga relazione introduttiva (quasi un piccolo saggio costituzionale) poneva invece già allora un punto decisivo: “Le istituzioni centrali in Italia hanno urgente necessità di recuperare una loro autenticità democratica, un’immediatezza espressiva”. Il problema della credibilità delle istituzioni era chiaro a sinistra già allora e nulla fu fatto. Credo che quell’intuizione sia giusta ancora oggi e che la sinistra italiana abbia perso 35 anni per dare una risposta efficace. A volte, addirittura, nel nome di Rodotà.

Salvatore Cannavò

 

Voto Sì per riequilibrare i rapporti Stato-Regioni

Nel testo originario gli articoli 56 e 57 Cost. prevedevano un deputato ogni 80.000 abitanti o frazione superiore ai 40.000 e un senatore ogni 200.000 abitanti o frazione superiore ai 100.000. I Costituenti motivarono l’ampio numero con la finalità di promuovere la formazione della nuova classe politica. Giustificazione non apprezzata dal maestro del Diritto pubblico, Costantino Mortati, che lamentò quanto poco l’obiettivo fosse stato raggiunto “considerando le prove date da una notevole parte dei parlamentari” (così nel lontano 1975!) Bisogna, tuttavia, ammettere che il modesto rapporto tra abitanti ed eletti operava nel collasso dell’impianto stradario e nell’assoluta povertà dei mezzi di comunicazione del primo dopoguerra. Un ambito elettorale di uno ogni 80.000 abitanti si rivelava agevole per i candidati solo nelle città, ma non per molte zone rurali e montane. La modifica costituzionale del febbraio 1963 eliminò la varianza tra abitanti e parlamentare e fissò le rispettive rappresentanze a 630 deputati e 315 senatori. Un grosso regalo di 34 deputati e di ben 69 senatori in più! Eppure il contesto era cambiato con il miglioramento della rete stradale e delle comunicazioni e l’allargamento dell’utenza agli strati popolari. Ne sarebbe dovuta scaturire una rivalutazione in senso restrittivo e non certo un forte ampliamento soprattutto del senato, del quale veniva stravolta l’originaria funzione di camera alta con l’accesso limitato ai più elevati esponenti della classe politica nazionale. L’aumento dei parlamentari corrispondeva, in realtà, alle istanze della trionfante partitocrazia ansiosa, come ogni metastasi, di meglio penetrare nel corpo dello Stato. Con la nascita delle Regioni del 1970, il quadro si modifica ancora. L’istituzione dei consigli regionali, muniti di un pur limitato potere legislativo, avrebbe dovuto suggerire una riduzione del numero dei membri del Parlamento, sgravati per dir così di una parte del loro lavoro. Ovviamente non se ne fece nulla. Con la modifica del titolo V del 2001, infine, le attribuzioni normative delle Regioni sono di gran lunga aumentate. Il numero dei consiglieri regionali, per contro, è stato diminuito nel 2011 per contenere i costi (cioè per una delle ragioni che motivano la riforma costituzionale oggetto di referendum). Il provvedimento (d.l. n. 138/2011) fu allora subito senza che gli odierni auguri e vestali del no si strappassero le vesti. Oggi i consiglieri regionali sono 897. Sommati ai parlamentari formano un corpo di 1842 addetti alla funzione legislativa, nazionale e regionale. Ciò rende evidente l’abnormità del nostro sistema, indifferente all’evoluzione sociale e alle trasformazioni che riducono le distanze e ammettono grandi platee a una comunicazione istantanea e comunitaria. In realtà l’iper rappresentanza italiana costituisce un’anomalia rispetto agli Stati europei. In un incisivo intervento pubblicato il 22 agosto su Repubblica, il ministro Federico D’Incà ha rammentato che l’Italia ha oggi un parlamentare elettivo ogni 64.000 abitanti. Con la riforma il rapporto salirà a uno ogni 101.000 abitanti, con un assestamento ancora generoso se paragonato con la relazione di 1 ogni 117.000 operante in Francia e Germania. Il calcolo è metodologicamente corretto in quanto tiene conto dell’esercizio collettivo d’identica funzione da parte di Camera e Senato (art. 70 Cost.). Senatori e deputati, quali operatori di unica sequenza legislativa, non assumono un ruolo o un titolo diverso di partecipazione perché il loro concorso a eguale titolo è elemento indispensabile per la produzione della legge. Unità nell’articolazione in due assemblee, confermata dalla unificazione dei due consessi per alcuni atti di rilievo, nei quali è assicurata in modo esplicito la pari ordinazione di tutti i componenti. In verità, senza un oracolo che indichi il giusto numero di rappresentanti, è opportuno omologarsi con ordinamenti costituzionali di maggiore affinità. La proporzione, anche se più severa nella Repubblica federale tedesca, risponde alla similare conformazione della nostra Repubblica a ripartizione regionale, perfino esaltata dalla riforma del titolo V. Ora è proprio del regionalismo avanzato rimodulare l’ambito di produzione normativa dei parlamenti nazionali. La modificazione numerica è, perciò, funzionale al migliore riequilibrio delle attribuzioni legislative tra Stato e Regioni.

 

Lo sport è un palcoscenico efficace di lotta

Caro Fatto, ho qualche dubbio su quanto avvenuto in Nba, con il rifiuto dei giocatori di disputare le partite come forma di ribellione al razzismo. Ecco, non so quanto sia giusto. Cosa avverrà in futuro? Chi deciderà quali sono le situazioni corrette per la serrata? Quali i casi gravi e quali meno? E soprattutto, se ci fosse stato il pubblico presente e pagante, avrebbero rinunciato?

Stefano Chiulli

 

Gentile Stefano, chiarisco subito che la protesta dei giocatori Nba per il gravissimo fatto del Wisconsin è sacrosanta, poiché ciò che è successo nel Wisconsin, quando un poliziotto ha sparato sette colpi di pistola a bruciapelo nella schiena del disarmato Jacob Black, nero di nome e di pelle (mentre tentava di salire sulla sua vettura dove c’erano i figli piccoli che hanno assistito allo scempio) è davvero ignobile, di una violenza assurda e inconcepibile, tale da suscitare una vasta e profonda indignazione in tutti gli Stati Uniti, e anche fuori degli States. La protesta è stata condivisa anche da altri sport e dai loro pubblici, come hanno dimostrato le numerose interviste di alcuni dei più famosi campioni e l’appoggio delle loro tifoserie.

Il mondo afroamericano rappresenta il 12,7 per cento della popolazione Usa, ma nella Nba la percentuale di giocatori neri supera il 75 per cento, per questo è percepita come una lega di neri per neri, assai poco trumpiana. Facile pronosticare altre serrate se si ripeteranno episodi simili: del resto, è già avvenuto qualche mese fa. La peculiarità di questo campionato (sublime) di basket sta pure in quella degli spettatori. Secondo una ricerca di Morning Consult, il 47 per cento dei fan Nba è composto di neri, il 34 di bianchi e il 19 di latinos e altre razze. Dopo il clamoroso gesto di Tommie Smith e John Carlos, oro e argento dei 200 metri, che sul podio dei Giochi Olimpici di Città del Messico alzarono al cielo i pugni chiusi in guanti neri il 16 ottobre 1968 per protestare contro il razzismo e contro chi viola i diritti umani, lo sport di grande livello è diventato sempre più spesso il palcoscenico più efficace per diffondere proteste e affermare solidarietà contro i soprusi razzisti, il terrorismo e l’ingiustizia.

Leonardo Coen

Mail box

Salvini senza mascherina va fermato non multato 

Matteo Salvini, con fare criminogeno, si è esibito, nel suo show elettorale in quel di Benevento, indossando la maglia della squadra di calcio locale e, rigorosamente, senza mascherina. Il sindaco della ridente cittadina della Campania, Clemente Mastella, ha annunciato che il leader leghista verrà multato. Ora, va bene la multa, ma durante la sua solita esibizione da guitto della politica, è possibile che nessun rappresentante delle forze dell’ordine sia intervenuto a fermarlo e a impedirgli di continuare se non si fosse messo la mascherina, obbligatoria quando ci si trova in ambienti affollati? Di fronte al rischio di diffondere il virus va usata la prevenzione, bisogna agire “prima”, impedendo di commettere l’infrazione e non colpevolmente “dopo” con una sanzione.

Mauro Chiostri

 

Il barman del Billionaire merita comprensione

Leggo sui social diverse persone “indignate” che invitano a esprimere solidarietà a Briatore perché “il male non si augura a nessuno”. Certo, ciò è vero. Ma si pone un interrogativo: tutti, compresi i negazionisti, sono stati ampiamente messi in guardia dagli scienziati che raccomandano prudenza e l’osservanza delle prescrizioni previste, per evitare contagi. Se i signori negazionisti fanno orecchie da mercante e contraggono il virus, quale pietas vi può essere per chi ha fatto tale scelta ben precisa? Sento più spontanea, invece, la vicinanza a chi si è infettato perché il proprio datore di lavoro non ha adottato le dovute precauzioni ma ha preferito fare cassa. Penso al barman del Billionaire, intubato, non per sua scelta.

Francesco Forino

 

L’informazione è ricolma di tabù e non detti

I gravissimi fatti accaduti anche in questi giorni negli Stati Uniti, che vedono le persone di colore vittime di una cieca violenza da parte della polizia, confermano quel che è evidente da tempo, e cioè che al fondo della società americana, al di là delle forme democratiche di facciata, continuano a sussistere una forte componente razzista e l’idea che sia legittimo farsi la propria personale giustizia, come dimostrato anche dalla libertà d’azione concessa a quel giovane esagitato che ha ucciso due dimostranti. Da sempre però l’Occidente, politicamente ed economicamente in stato di sudditanza verso gli Usa, pur parlando di questi fatti, si guarda bene dal giungere alle relative conclusioni. Poiché l’America deve sempre rimanere, a prescindere da ogni cosa, un simbolo della democrazia. Così come, qualsiasi sia la condotta dei governi di Israele, gli eventuali rilievi critici, se qualcuno si spinge a farli, debbono essere espressi in forma blanda, per evitare l’accusa di antisemitismo. Questi sono i moderni tabù e il mondo dell’informazione fa ben poco per superarli.

Loris Parpinel-Prata

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo di Marco Palombi “Il nuovo piano Alitalia? Sarà dell’autore di quello vecchio”, pubblicato il 27 agosto sul Fatto Quotidiano, si precisa che: a) La società Oliver Wyman non ha ricevuto “almeno 5 milioni di euro” per l’incarico avuto da Ferrovie dello Stato; La società di cui faccio parte è stata selezionata a fronte di una procedura ufficiale e gli importi non solo non corrispondono assolutamente alla cifra indicata ma sono conformi agli standard di mercato. b) Il piano Alitalia per Ferrovie non fu materialmente redatto dal sottoscritto, bensì da un pool di primari consulenti incaricati dal gruppo Ferrovie e di cui io facevo parte. Tale piano fu approvato all’unanimità dal Cda di Ferrovie e da quello di Delta e non fu oggetto di alcun “mormorio interno” come commenta il giornalista in modo diffamatorio. Il piano che il potenziale socio Atlantia definì non sostenibile è invece un piano differente, elaborato da un’altra società di consulenza per conto della stessa Atlantia. c) I miei rapporti con Meridiana e con il suo azionista Akfed sono riportati in modo falso, diffamatorio e volto a creare discredito come ho già avuto modo di ricordare al Suo giornale lo scorso anno nella nota allegata. d) Riferimenti a mie presunte amicizie con personaggi politici o magistrati sono non solo inesatti, ma anche inutili e presentati al fine di creare discredito. Nel caso specifico, come ho già avuto modo di indicare al Suo giornale ho incontrato il dott. Palamara una volta, anni fa, e sono ben lungi dall’essere “il suo miglior amico tra i magistrati” o dall’aver “condiviso molte cene in Sardegna”. Evidentemente si vuole creare con finalità denigratoria un collegamento inesistente tra la mia persona e le vicende che di recente hanno interessato il dott. Palamara. e) Sono stato nominato Presidente di Enav nell’aprile 2017 dal Governo Gentiloni e non dal Governo Renzi come erroneamente riporta il giornalista. La mia selezione fu svolta da primari head hunter internazionali sulla base delle mie competenze tecniche, manageriali e internazionali. Evidentemente ricondurre, come fa il giornalista, la mia nomina a relazioni personali dimenticando le procedure e le competenze in questione è funzionale all’obiettivo aprioristicamente scelto di screditare la mia figura professionale. f) I riferimenti a miei familiari, peraltro assai risalenti, sono completamente fuori luogo e utilizzati all’evidenza al fine di creare discredito. I fatti ricordati sono peraltro stati oggetto di ampia ricostruzione da parte della Alta Corte Inglese senza alcun addebito a mio fratello, anzi con importanti riconoscimenti.

Ing. Roberto Scaramella

Superquark, Piero Angela a 91 anni ha perso del tutto i freni inibitori

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Canale 5, 21.00: Finale Champions League, calcio. Ho smesso di guardare il calcio in tv quando ho capito che non era necessario per rimorchiare le mogli dei calciatori.

La7, 21.15: Trappola mortale, film-thriller. A Disneyland, una ragazzina di 13 anni inseguita da un killer si nasconde dentro la vagina di una gigantesca statua di Biancaneve. Ma mentre il killer è sotto la statua, la ragazzina dentro la vagina ha le sue prime mestruazioni. E una goccia di sangue cade sulla punta del naso del killer…

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. Confidando nel fatto che i rapporti fra loro siano migliorati, Giuda chiede un favore a Gesù risorto, che però è ancora risentito nei suoi riguardi.

Sky Cinema Due, 23.05: Ultimo tango a Parigi, film drammatico. L’ennesimo film su un turista americano a Parigi. Preferisco la versione con Gene Kelly. Gli bastava ballare per sedurre. Col burro ci imburrava solo i panini.

Rai 2, 23.00: La notte della taranta, musicale. Nella prima edizione c’era Stewart Copeland, l’ex batterista dei Police. Respinsero invece Bono degli U2, che si presentò con lui, ma non era stato invitato: passò la serata nella pineta lì vicino, a sgasare col suo suv.

Rai 1, 21.25: Superquark, documentario. Piero Angela, a 91 anni, ha perso del tutto i freni inibitori, a giudicare da come introduce il primo filmato, un’inchiesta sul dilagare delle violenze ai danni delle donne: “C’è un momento, a letto, in cui una donna getta la maschera: è quando alza il bacino per permetterti di sfilarle gli slip”.

Italia 2, 23.35: Prigionieri di un incubo, film horror. Non dico che sia un brutto film, ma durante le riprese l’attrice protagonista ha chiesto a chi doveva darla per andarsene.

Tv8, 21.30: Attacco glaciale, film fantascienza. Jake Tate, esperto di fisica, si rende conto che dal suo buco del culo filtra aria ghiacciata che minaccia la Terra: bisogna intervenire subito per evitare una nuova era glaciale.

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. Paolo Mieli racconta le Olimpiadi disputate a Roma nel 1960. Furono uno spartiacque tra lo sport dilettantistico del passato e quello professionistico moderno. Per la prima volta si parlò di doping, per la prima volta furono venduti i diritti televisivi, e per la prima volta comparve il cartello “Ci scusiamo per l’interruzione”, quando durante una diretta un giornalista Rai fu infilzato da un giavellotto lanciato fin sugli spalti da un atleta russo strafatto di efedrina.

Rai 1, 11.20: Don Matteo 11, serie tv. Una prostituta ucraina accusa Frassica di averla importunata e aggredita. Fuori dal set.

Rai 5, 21.15: Art Night, documentario. La puntata si apre con un’intervista del 1968 a Henry Moore, celebre per le sue sculture astratte. Le statue di Moore sono belle, ma, quando tira il vento, i fischi attraverso i buchi ti mandano al manicomio.

TV2000, 17.30: Diario di Papa Francesco, varietà. Papa Bergoglio ha un successo mondiale. Motivo? La folla stravede per gli anziani in uniforme. Ed è pure simpaticissimo. Difficile poi allontanare i bambini, che vogliono guardarlo mentre muove le orecchie.

MTV, 12.00: La rivincita degli ex, reality. La cameriera dell’albergo dove trascorro le vacanze fa body-building. Ha muscoli così sviluppati e definiti che credo ti potrebbe strangolare con la sua vagina. Ecco un reality che mi piacerebbe vedere.

 

Quanto è triste la vita smeralda dopo la pandemia

Fino all’altro giorno la migliore definizione di “sfigato” si poteva ricavare, per antitesi, dalla “vita smeralda”, da quel format esistenziale che Pino Corrias ha brillantemente descritto ieri sulle pagine di questo giornale. Perché nel ritratto di Flavio Briatore, eroe eponimo del Billionaire e della omonima Costa si sostanzia la lunga, strenua, pervicace, impavida lotta di un uomo “venuto dal nulla” per emanciparsi da quel nulla. Edificando nel contempo il proprio personale e monumentale antidoto contro la mediocrità umana e il miserello tran tran della gente qualunque (gli sfigati). Un Partenone sardo dove celebrare le tre divinità più propizie e adorabili: la gnocca (“mai sopra i 32 anni”), la grana (di arduo accertamento, soprattutto per il Fisco), la fama (naturalmente virale, ma non in quel senso). Poi, è successo qualcosa che ha come sconvolto e in qualche modo ribaltato quella consolidata scala “figa” dei valori. Più ancora che la positività al Covid dell’imprenditore (niente di grave, fortunatamente), si tratta di tutto ciò che è venuto prima e dopo l’insorgere del suo problema di salute. A cominciare dalla “tattica mediatica”, che una fonte non sospetta come Alessandro Sallusti ha definito “disastrosa”, basata com’era sul “negare l’esistenza” alimentando così “sospetti e illazioni di ogni genere”. “Ci voleva tanto a dirlo?”, si è chiesto giustamente il direttore del Giornale

. Se non fosse che a differenza delle “migliaia di italiani vip e non vip” vittime del contagio, Briatore e i consiglieri a lui più vicini (a cominciare dall’onorevole Daniela Santanchè) avevano rappresentato fino a un momento prima dei noti accadimenti la punta di lancia (un cicinin negazionista) nella crociata contro divieto di ballo nelle discoteche (“non ci sono evidenze scientifiche ma una grande limitazione delle nostre Libertà”). Tutto un agitarsi inconsulto inserito in un contesto che appare tuttavia totalmente fuori sincrono rispetto a quello spirito dei tempi di cui abbiamo scritto. Poiché se la razza cafona costituiva un genere comico già negli anni del berlusconismo arrembante, in questi giorni strani l’estetica del Billionaire, con tutto l’armamentario di gnoccone, macchinone, champagne a mille euro la bottiglia, e gente che balla sui tavoli appare definitivamente tristanzuola, e glamour

tipo borsello e pantaloni a zampa d’elefante (o come se dopo la Grande guerra si fosse tornati alla Belle Époque

con le ballerine sulle ginocchia dei vecchi panzoni in redingote). Domanda: e se gli sfigati fossero diventati loro?

Ferie finite, ma i nomi ancora non ci sono

La pausa estiva finirà questa settimana e la Commissione Lavoro della Camera tornerà a riunirsi martedì e mercoledì. Eppure negli ordini del giorno delle sedute non c’è traccia dell’argomento lasciato in sospeso durante l’ultima riunione prima delle ferie, ovvero la divulgazione dei nomi dei 5 parlamentari e delle decine di consiglieri regionali che hanno chiesto il bonus Covid da 600 euro destinato alle Partite Iva.

Tre deputati beneficiari sono noti (i leghisti Andrea Dara e Elena Murelli e il 5Stelle Marco Rizzone), ma solo a giornali e autodenunce, le stesse che hanno fatto venire allo scoperto una manciata di eletti nelle Regioni. Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico però non ha ancora voluto rendere pubblici gli altri nominativi. Colpa di un parere del Garante per la privacy che nella sostanza ha consentito la divulgazione, richiamandosi all’interesse pubblico e alla scarsa riservatezza di cui gode chi riveste incarichi pubblici, ma che al tempo stesso non ha concesso a Tridico un placet formale che avrebbe consentito al presidente di difendersi da eventuali beghe legali con gli interessati.

E allora, nonostante una prima audizione in Commissione Lavoro, tutto è rimasto nel limbo per settimane: la dem Debora Serracchiani, che presiede la Lavoro, ha sollecitato l’Inps a fornire indicazioni su come intendesse muoversi dopo il via libera a metà del Garante, senza però ricevere risposta. E adesso Walter Rizzetto, deputato di Fratelli d’Italia, attacca: “Farò di tutto per riportare il caso in Commissione, è scandaloso che nessuno si assuma la responsabilità di fare i nomi. E oltre tutto vorrei chiedere ancora una volta a Tridico di chiarire le circostanze della sua telefonata con il deputato di Italia Viva Ettore Rosato, che ha dichiarato pubblicamente di essere stato rassicurato da lui sul fatto che nessun renziano avesse chiesto il bonus”. Nei giorni scorsi anche il Movimento 5 Stelle si è detto disponibile al ritorno di Tridico in Commissione, preteso anche da Forza Italia che da tempo approfitta del caso per chiedere le dimissioni del presidente e per criticare il governo sui criteri di assegnazione del bonus.

Quel che è certo è che se anche la Commissione non riuscisse ad ottenere i nomi dall’Inps, l’ente dovrà rispondere alla richiesta di accesso agli atti presentata dal Fatto Quotidiano l’11 agosto. Per legge l’istituto aveva 30 giorni per rispondere: ne sono trascorsi 18 (20 da quando è scoppiato lo scandalo, sollevato da Repubblica), dunque tra altri 12 l’Inps dovrà rendere noti i nomi di chi ha chiesto il bonus (in Parlamento e nelle Regioni) oppure motivare per iscritto il suo No alla divulgazione.

Così come la richiesta della Commissione Lavoro, anche la domanda inviata dal Fatto presupponeva un parere dell’Autorità garante per la privacy, che però nel testo fatto avere all’Inps qualche giorno fa specificava di fornire indicazioni anche in risposta alle richieste di accesso civico arrivate dalla stampa, rendendo superflui ulteriori passaggi. Un buon motivo per sperare che nel giro di qualche giorno finisca il balletto tra gli enti.