“Bisogna parlare con tutta la sinistra, ma Grillo è lontano”

Un confronto con il Pd in vista delle Comunali 2021? “Sì, va bene, però non solo con i dem, ma con tutta la sinistra”, chiede Max Bugani, veterano del M5S, capo-staff della sindaca di Roma, Virginia Raggi. Il quale però ha molto da eccepire, innanzitutto sui mancati accordi nelle Regioni: “Le alleanze non si fanno per abbattere un avversario, ma per costruire qualcosa”.

Sul Fatto Luigi Di Maio ha proposto un tavolo nazionale con il Pd per le Comunali del 2021. E ministri come Stefano Patuanelli e Federico D’Incà hanno sostenuto che la direzione è quella, verso accordi stabili con i dem. Condivide?

Mi dispiace che gli Stati generali del Movimento si stiano facendo solo sui giornali e non in un momento di confronto che io ho chiesto da un anno e mezzo. Andrebbero consultati gli iscritti e i portavoce sui territori. La politica seria non si fa così.

I processi politici si avviano anche in questo modo, con interventi pubblici.

Ogni giorno gli iscritti del M5S leggono cose diverse, e sono esclusi dal dibattito. Non vorrei che alcuni al vertice si fossero illusi che quel 33 per cento preso alle Politiche fosse merito loro: se abbiamo preso tutti quei voti è per il lavoro fatto in tanti anni sui territori.

In queste Regionali Pd e M5S andranno assieme solo in Liguria. Non si poteva fare di più, tutti?

Chiedere alla nostra candidata in Puglia Antonella Laricchia di fare un passo indietro a due giorni dalla chiusura delle liste è stato demenziale. Io chiedevo un confronto da oltre un anno proprio per evitare situazioni di questo tipo. E comunque anche in Liguria il nostro candidato Ferruccio Sansa è stato indebolito sin dall’inizio, con dichiarazioni contro di lui.

Perché?

Perché attualmente nel M5S si vive alla giornata, pensando all’immediata convenienza. Ma la politica non è improvvisazione. Bisogna lavorare a programmi, a candidati incensurati e ad accordi sulla trasparenza dei finanziatori, coinvolgendo tutta la sinistra. Penso anche a Pier Luigi Bersani, per esempio.

Perché questo scenario?

Su questa situazione incide anche il fatto che Beppe Grillo è distante.

È poco presente per disamore o stanchezza?

Non lo so, e non voglio neppure abbozzare una risposta. C’è già troppa gente che tenta di sfruttare i silenzi di Beppe.

Teme che nel tavolo con il Pd possa tornare in gioco anche Roma?

Gli iscritti del M5S hanno già promosso Virginia Raggi. Di Maio e Zingaretti non possono pensare di chiudersi in una stanza e decidere. Andranno sempre consultati i territori, anche per gli altri Comuni.

Il Messaggero ha scritto di un possibile sottosegretario ad hoc per Roma Capitale e la sindaca Raggi ha risposto: “No, piuttosto mi diano i poteri speciali”.

Il sottosegretario per Roma è già lei, Virginia, che sta facendo miracoli in una città dove prima mangiavano in tanti. Roma Capitale ha diritto a poteri speciali.

Lei parteciperà alla Festa dell’Unità a Bologna?

Sì, il 6 settembre. Con me ci saranno la vicepresidente regionale dell’Emilia-Romagna Elly Schlein, il segretario del Pd di Bologna Luigi Tosiani e la sindaca di San Lazzaro Isabella Conti (Iv).

Dicono che lei pensi di candidarsi come sindaco…

Proprio no. Dialogo da tempo con il governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini e il mio obiettivo è capire se si può costruire qualcosa di solido e credibile per la città. Ma non certo in un’ottica personale.

Lei è vicino ad Alessandro Di Battista. Vuole candidarsi come capo politico?

Non so se voglia farlo. Penso che prima di rimettersi in gioco voglia vederci più chiaro, capire come stanno le cose.

Il M5S rischia una scissione?

Ogni giorno perso senza fare gli Stati generali perdiamo pezzi. Se non ci sbrighiamo il rischio vero, più che di una scissione, sarà quello di restare in pochi.

Guanti, distanze e niente passaggi di schede: ecco come si voterà

Una cosa è certa: saranno le prime elezioni della storia repubblicana con una pandemia in corso. Con tutto quello che comporta: ingressi contingentati ai seggi, obbligo di mascherina, scrutatori con i guanti e soprattutto disposizioni per far votare anche chi è positivo al Covid (da casa). I ministeri dell’Interno e della Salute il 7 agosto hanno firmato un protocollo che individua le regole per andare a votare al referendum costituzionale, alle regionali, alle amministrative e alle elezioni suppletive del Senato di due collegi in Sardegna e Veneto: non si potrà andare al seggio con una temperatura pari o superiore a 37,5 gradi, se si è in quarantena e se si è stati a contatto con persone positive negli ultimi 14 giorni. Il Cts non ritiene necessario che all’ingresso dei seggi venga misurata la temperatura. Per evitare di consegnare la scheda allo scrutatore, per il referendum e le Regionali ogni elettore dovrà piegare la propria scheda e inserirla autonomamente nell’urna. Per le Suppletive, invece, sarà lo scrutatore dotato di guanti a rimuovere il ticket antifrode e convalidare il voto. Seggi elettorali saranno istituiti negli ospedali Covid con più di 100 posti letto e potranno votare da casa gli elettori che si trovano in quarantena o in isolamento fiduciario. Per fare ciò, questi ultimi dovranno richiederlo, con certificato medico, all’ufficio elettorale del Comune di residenza tra il 10 e il 15 settembre . Resta un’incognita: come farà a votare chi sarà obbligato alla quarantena dal 16 al 19 settembre? Ancora non è dato saperlo.

“Forza Italia mi usava come un mulo da voti: alzo bandiera leghista”

Si chiama Franco Landella, è sindaco di Foggia. Ha appena trasferito da Berlusconi a Salvini “le chiavi della città”.

Rettifichiamo: ho trasferito sotto il suo comando solo l’amministrazione comunale.

“Sotto il suo comando”. Molto bene.

Rettifichiamo: ho trasferito politicamente.

“Da oggi sul nostro campanile svetta la bandiera della Lega”. Chi l’ha detto?

Intendevo in termini politici.

Landella, l’uomo dei record rimasto appiedato da Forza Italia.

È indubitabile che la mia carriera sia disseminata di record. Da anni sono il più votato.

E il più grande dispetto che potessero farle è non aver candidato sua cognata, Michaela Di Donna, alle Regionali.

Una bestemmia. Una pugnalata alla schiena. Un affronto. Anzi: un suicidio. Lei è mister preferenze.

Lei chi?

Miss lei. Mister sono io, mi sono confuso.

In odio a Forza Italia il mister ha dunque scelto Salvini.

Non mi vuoi, mi tarpi le ali, mi dici sempre no. Attendo da anni una promozione che non arriva, un riconoscimento che non si vede, un qualcosa e niente. E allora sai che ti dico?

“Berlusconi è un pover’uomo di 80 anni”. Chi l’ha detto?

In senso politico quella mia frase va giudicata. Provo un grande affetto per lui.

Prova grande affetto per il pover’uomo.

Grande stima, grande rispetto. Anche se non me lo passano mai al telefono.

Lei è sindaco da marciapiedi, dentro le viscere del popolo.

Trascino, coagulo, collego, connetto. Io sono uno che viene da giù e resta giù.

Pirotecnico, scatenato, esorbitante, annichilente. Esonda, confonde, clientelizza.

In maggioranza sono belle parole, grazie per la stima.

Va ovunque ci sia un voto da catturare.

La mia forza viva.

E prima di consegnare Foggia a Salvini ha avuto approcci anche con Emiliano, con i Cinquestelle.

Approcci? Ho ricevuto offerte, questo sì. La gente ti rincorre. Sono un cavallo di razza e gli amici, notando i veti di cui ero continuamente vittima, mi dicevano: vedi come ti trattano, passa con noi.

Lei è sindaco di Foggia.

Esattamente.

E sceglie il municipio per issare il vessillo della Lega.

Frainteso. Era un discorso politico più ampio.

Come se il municipio fosse casa sua.

Frainteso.

E poi sua cognata.

Frainteso.

Landella, il pesce in barile!

Qui Forza Italia mi ha trattato come mulo da traino.

E porta voti una volta, e due, e tre.

E quattro!

E diamine!

E che cazzo!

La sfida dei replicanti ma il nemico è il covid-19

Le Puglie, plurale. Ci sono almeno quattro Puglie, due delle quali se si parlano non si capiscono.

Cerignola, per fare un esempio, è lontana da Capo Leuca 100 km in più di quanto lo sia Bari da Napoli. Nelle Puglie il sud e il nord sono capovolti. Foggia è la capitale della provincia povera, assediata da una criminalità feroce e zingaresca nei suoi passaggi da paese a paese. E così spavalda da aver messo fuori uso, nelle ultime quattro settimane, per ben tre volte, l’autostrada adriatica, che conduce a Pescara e poi in Romagna, incendiando auto e camion pur di assaltare i furgoni portavalori. Che le rapine siano finite male per i banditi è piuttosto relativo. Hanno dimostrato, reiterando la prova di egemonia territoriale nei confronti della polizia e dei carabinieri, di quale forza militare siano capaci e quanto massiccia l’organizzazione e spietata la condotta criminale.

Se a nord si spara, a sud si raccoglie l’uva e quest’anno sarà forse una benedizione per il primitivo e il negroamaro, i due rossi portabandiera, e il turismo – per via della pandemia – ha reso il Salento l’isola della felicità possibile (e il Salento si è fatta sardina, accogliendo la sovrabbondanza a volte senza fatturarla, stipandola e cibandola alla meglio).

La Puglia, singolare. Tre mesi fa, era annoverata come la regione leader del confronto elettorale: il centrodestra avrebbe vinto la battaglia col governo se avesse conquistato Bari. Tre mesi dopo tutto è cambiato. Lo scontro clou, quello che elettrizza perché combattuto sul filo del rasoio, si sposta nella rossa Toscana, bastione non più inespugnabile, e invece qui la battaglia ha un andamento rallentato, persino annoiato. Un enorme déjà vu. A Michele Emiliano, governatore in carica, già due volte sindaco di Bari, si contrappone Raffaele Fitto, che vent’anni fa faceva quel che vorrebbe rifare il 21 settembre: mettersi in tasca la Puglia che fu sua e ancora prima di suo padre.

Dei 50 consiglieri regionali uscenti, sono 49 quelli ricandidati a conferma di un’aspirazione collettiva alla poltrona, finché morte non li separi. Quindici sono le liste che sorreggono Emiliano, solo cinque quelle di Fitto, trapassato da Forza Italia a Fratelli d’Italia. In effetti tragitti interni, o escursioni da un polo all’altro sono frequenti ma non imbarazzano più. L’età dei transfughi si è fatta permanente e la confusione tra destra e sinistra è tale che indicare un tratto, almeno somatico, diviene impossibile. Folta la delegazione dei cravattoni, le Asl e il parastato sfornano candidati come se piovesse, e i due competitori non hanno remore, né vincoli ideologici, né alcun motivo di perplessità. Infatti imbarcano, agganciano, acquisiscono personaggi che fino a ieri militavano nell’altrove indefinibile. Emiliano così perde un assessore uscente (Di Gioia) che viene acquisito da Fitto ma arruola il sindaco di CasaPound di Nardò (Pippi Mellone) che candida alle Regionali la sua assessora comunale, Giulia Puglia, a conferma di quanto organica sia l’intesa col governatore che, lo diciamo sottovoce, è pur sempre del Pd. Emiliano mette in campo 750 acchiappavoti (ogni lista ha 50 candidati, ma è vero che alcuni nomi sono così esili da apparire solo dei riempitivi e assumere le sembianze di fantasmi), sperando che bastino alla bisogna.

E Fitto? Raggranella il meglio del peggio del centrodestra, nuovi e vecchi arbusti clientelari (vedi l’immarcescibile Azzollini, potenza di Molfetta, già sindaco, già senatore, già inquisito e pure condannato) ma la truppa che mette in campo almeno numericamente risulta in affanno rispetto all’uscente: solo 250 i nomi in corsa. Emiliano conta sul traino dei sindaci delle maggiori città (Taranto, Lecce, Brindisi, Bari) e su un dato nient’affatto irrilevante: la forza dei 5Stelle, che giunsero nel 2017 a fare l’en plein dei collegi elettorali col 45% dei voti di lista, ora è una presenza che declina verso la testimonianza. L’accordo che non c’è stato con Antonella Laricchia, anche lei già in gara cinque anni fa, costa molto di meno di quel che pareva. E ancor di meno farà male la presenza di Ivan Scalfarotto, che Renzi ha voluto candidare un po’ per rompergli le scatole. Il voto utile tra Emiliano e Fitto costringerà Italia Viva a fare i conti con le sue solite cattive performance.

Più di Scalfarotto, dei 5Stelle e, diciamolo, più del centrodestra e della forza di Fitto, l’uomo sul quale Giorgia Meloni punta per scalare la leadership salviniana, conta la cattiveria del virus.

Sulla gestione della pandemia, Emiliano si è giocato e continua a giocarsi tutto. Al punto di candidare il suo consulente (che però si è dimesso dall’incarico) Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa, a futuro assessore alla Sanità. Se il contagio non avanza, o anche rientra nei limiti accettabili e rende la Puglia quella regione felix di cui Emiliano si è fatto promoter assicurando – era giugno – ai vacanzieri un’estate indimenticabile, allora la riconferma sarà più certa e vicina e per Fitto sarà dura. Certo, all’epidemiologo di maggioranza l’opposizione risponde candidando una virologa e i due maggiori schieramenti ingaggiano e propongono al voto medici che postano imbracature lunari, in una prossemica da guerrieri della scienza, per capitalizzare il favore del popolo, fin qui al riparo dai drammi di altre regioni.

“Sono al lavoro per tenere sotto controllo il virus, farò poca campagna elettorale”, dice Emiliano. Invece il controllo del virus è – come detto – elemento elettorale così solido che il governatore riduce opportunamente gli incontri, già rarefatti per via di una svogliatezza condita dalla paura per gli assembramenti che non ha pari. È così anche per il suo concorrente, che infatti traffica poco nelle piazze lasciate all’unico leader in grado di conquistarle: Matteo Salvini. Ma anche per lui il virus è il nemico da battere. Anche per lui le feste e gli abbracci, soprattutto i selfie, sono divenuti ricordi felici e il timore di dover ridurre ancora di più l’esposizione fisica, la sua vera forza, è più che reale.

Altri tre temi ingombranti (Tap, Ilva e Xylella) finiscono nella penombra di fatti accaduti e ormai improcessabili. Il gasdotto sottomarino sbuca sulla piana che illustra, nello spettacolo desolante degli ulivi bruciati, la guerra perduta con quest’altro misterioso batterio. E l’Ilva? Non pervenuta.

Molto più rumorosa la polemica sul cadeau nuziale, il cosiddetto bonus matrimoniale da 1.500 euro, che Emiliano ha fabbricato per le coppie che si sposeranno entro quest’anno. Anche la Multiservizi di Bari, azienda comunale, ricerca proprio in questi giorni (scadenza dell’avviso il 30 settembre) giardinieri e altri profili da ingaggiare a tempo determinato.

È campagna elettorale. È così, se vi pare.

Il virus riduce i fuorisede. Così gli affitti sono fermi

Il mattone come termometro. O, per dirla meglio, l’andamento del mercato immobiliare delle stanze in affitto può essere usato per capire come sta cambiando la geografia dell’università italiana. Se infatti è ancora presto per dire quanto il Covid inciderà sulle iscrizioni, i dati dell’immobiliare indicano già una tendenza: chi abitualmente affitta stanze agli universitari quest’anno sta facendo molta più fatica. E, seppure alla fine riuscirà ad affittare, dovrà probabilmente accontentarsi di canoni più modesti del passato.

Secondo un’analisi dell’ufficio studi di Immobiliare.it, pubblicato il 24 agosto, rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento medio del 149% dell’offerta di stanze in affitto. Significa che oggi ci sono molte più stanze vuote rispetto a un anno fa. Le differenze tra le varie città sono marcate, ma la tendenza è generalizzata. Milano fa segnare il record delle stanze sfitte (+290%), seguita da Bologna (+270%), Padova (+180%), Firenze (+175%), Roma (+130%), Torino (+108%) e Napoli (+100%). L’incremento più contenuto riguarda Pisa, che comunque fa registrare un aumento a doppia cifra (+12%).

I dati del sito specializzato Immobiliare.it sono confermati da un altro studio pubblicato nelle scorse settimane da “Solo Affitti”, la principale rete di franchising per gli affitti immobiliari grazie alle circa 350 filiali sparse su tutto lo Stivale. Lo scorso 31 luglio la società romagnola ha scritto che il 75% delle sue agenzie ha riscontrato finora un “forte calo” di richieste da studenti rispetto al 2019. Il 14,6% ha segnalato una “riduzione moderata” e solo l’8,3% una situazione “sostanzialmente stabile” se comparata con quella dell’anno scorso. “Il calo delle richieste era facilmente prevedibile visto il periodo”, è stato il commento ai dati di Silvia Spronelli, amministratore delegato di Solo Affitti. Secondo Spronelli, questa tendenza potrebbe però “essere semplicemente frutto di attendismo: è infatti plausibile ipotizzare almeno un parziale recupero a settembre, quando sarà più chiara agli studenti sia la situazione epidemiologica del Paese, sia quali modalità didattiche sceglierà per le lezioni ciascun ateneo: se si proseguirà con la didattica a distanza o se si tornerà alle lezioni in aula, se riprenderanno le attività come i laboratori, borse di collaborazione presso gli atenei o se incominceranno i tirocini”.

E infatti proprio questo sembra essere il punto dirimente. Finché non sarà chiaro che tipo di anno universitario sarà, se cioè gli studenti saranno costretti a seguire le lezioni da remoto o comunque avranno la libertà di farlo, è probabile che molti genitori aspettino prima di firmare un contratto d’affitto per i loro figli. Di certo tutta questa incertezza sta pesando sui prezzi. Quelli delle stanze sono calati in media del 2% a livello nazionale rispetto all’anno scorso, dice Solo Affitti evidenziando però enormi differenze tra le città. Per dire: si va da Genova, dove il prezzo ufficiale di una stanza doppia in un anno è aumentato del 33%, fino a Padova, dove gli studenti pagano oggi il 32% in meno.

Numeri da prendere con le pinze perché, si sa, i pagamenti in nero spopolano negli affitti di case a studenti. Senza considerare il fatto che molti proprietari immobiliari potrebbero aver semplicemente cambiato obiettivo, sostituendo gli universitari con i turisti e aumentando il canone di locazione. Al di là dei mille caveat del caso, i dati dei contratti registrati permettono comunque di farsi un’idea sul fenomeno. E il quadro che emerge non è dei più rassicuranti, almeno per chi sugli affitti agli studenti ha costruito una fortuna.

Bus, le regole del Cts: capienza al 75% come “soluzione estrema”

Gli scienziati dicono 75 (in casi eccezionali), governo e Regioni puntano all’80. Somiglia a un’asta il dibattito sulla capienza massima consentita a bordo dei mezzi di trasporto pubblico locale, con il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli a spostare in alto l’asticella fissata dal Comitato tecnico-scientifico. “Solo in situazioni di assoluta eccezionalità” – si legge nel verbale del Comitato – e solo quando “tutte le altre iniziative non si siano potute intraprendere” allora “potrebbe prendersi in considerazione un indice di riempimento fino ad un massimo pari al 75%”. Insomma, per il Cts l’aumento ai tre quarti (dalla metà attuale) della capienza su autobus, tram e metro è davvero l’extrema ratio (e certo non avrebbe potuto dire altrimenti), mentre dal confronto di ieri tra Regioni e ministero dei Trasporti è emerso che il punto d’incontro sarebbe su “quota 80” (per cento), come chiedono i governatori.

Non solo. Tecnici e scienziati ricordano di aver “già messo in evidenza” (fin dallo scorso aprile) l’esigenza di trovare soluzioni adeguate “da parte di enti e delle istituzioni coinvolte”. Così, scrivono, “si sarebbe potuto assicurare con congruo anticipo il diritto alla mobilità dei cittadini”. Ma adesso, prima di aumentare la capienza, andranno messe in campo tutte le misure per garantire la distanza di un metro. E cioè “riorganizzazione di percorsi, corse e orari”, “incremento del numero dei mezzi” anche con “soluzioni di contingenza (Ncc, noleggio da rimessa…)”, “aumento delle corse, soprattutto nelle ore di punta”. Ma anche l’uso di “separatori costituiti da materiali idonei alla interruzione delle proiezioni del droplet” tra i sedili e una “flessibilità degli orari delle attività produttive finalizzata alla riduzione” del pendolarismo nelle ore di punta. Bocciata, invece, l’idea di Mit e Regioni di considerare “congiunti” compagni di classe e colleghi di lavoro, in modo da derogare al distanziamento a bordo. I congiunti sono “persone che vivono nella stessa unità abitativa” nonchè “persone che intrattengono rapporti interpersonali stabili”. Viceversa, “il distanziamento nell’ambiente di lavoro deve essere rispettate anche in occasione di viaggi di lavoro con mezzo di trasporto pubblico”.

Ma il timoreè che pur con le nuove regole molti studenti restino a piedi. A lanciare l’ allarme sono gli assessori all’Istruzione delle grandi città, ma anche chi, nelle aree interne del Paese, deve fare i conti con gli accorpamenti delle scuole: la riunione di più istituti comporta una durata maggiore del tragitto degli scuolabus. Il che potrebbe essere un problema, visto che la capienza al 100% – sempre da indicazioni del Cts – si può mantenere per un massimo di 15 minuti. E sugli autobus il 75% potrebbe non bastare. “Non sta a noi stabilire la capienza, ma i Comuni hanno bisogno di un altro stanziamento di 220 milioni per acquistare nuovi pulmini per la primaria”, dice il presidente dell’Anci, il sindaco di Bari Antonio Decaro.

Sara Funaro, assessore all’Istruzione a Firenze, parla di una situazione “complicata”: “Se si deciderà per il 75% dovremo rifare le simulazioni”. Al lavoro da settimane è anche il Comune di Napoli: “Le aziende di trasporto locale – spiega l’assessore all’Istruzione Anna Maria Palmieri – stanno potenziando le linee. Chiedono di avere la collaborazione degli istituti per spalmare gli orari d’ingresso”. Mentre Raffaele Trivilino, referente tecnico dell’area interna del Basso Sagro Trigno in Abruzzo, è lapidario: “Dovremo scegliere. Qualcuno resterà a piedi”.

Università, bene gli iscritti. Ma sempre più vicino casa

Il Covid-19 potrebbe aver cambiato la geografia dell’università con la scelta di atenei più vicini per questioni economiche ma anche per evitare di rimanere bloccati di nuovo lontano dai familiari nell’eventualità di un nuovo lockdown. Così, il calo delle immatricolazioni potrebbe essere meno grave di quanto previsto e anzi, potrebbe non esserci proprio o tramutarsi in un “rimescolamento” di iscrizioni lungo lo stivale. Si vedrà col tempo. Intanto abbiamo cercato di tracciare un quadro sui dati preliminari.

Partiamo da Bergamo, la città più colpita dai contagi: qui il ministro dell’Università Gaetano Manfredi il 30 settembre inaugurerà l’anno accademico. “Il dato di immatricolazioni e iscrizioni per la nostra Regione, è tendenzialmente in aumento rispetto allo scorso anno – spiega il rettore Remo Morzenti Pellegrini (è anche coordinatore delle università lombarde) – per noi significa che le famiglie e i ragazzi vogliono scommettere sulle università al di là dell’emergenza”. Si temeva che Bergamo potesse essere percepita come una città poco sicura: “Immaginavamo una regressione, uno stop alla crescita che, comunque, negli ultimi anni era stata costante. Invece abbiamo più pre-iscritti di quelli dello stesso periodo dell’anno scorso. Per le lauree magistrali, che riguardano una utenza più consapevole e che di solito sceglie di andar fuori, sono il 12 per cento in più”. Sulle triennali Bergamo un anno fa ha introdotto il numero programmato e chi si iscrive deve passare un test online: “Sommando chi si è già immatricolato a chi non ha fatto ancora i test, si ottengono numeri superiori a quelli alla stessa data dell’anno scorso quando l’accesso era addirittura libero”. Ed è in aumento anche il numero di studenti stranieri, sia in entrata che in uscita (complice la vicinanza dell’aeroporto, secondo il rettore, e l’offerta formativa in inglese). Chiediamo dei fuori sede. “Circa la metà dei nostri studenti non è bergamasco e di questa metà un quarto viene da fuori regione. Ed è ancora così”.

Non calano le pre-immatricolazioni al Politecnico di Torino, sulla stessa linea di quelle dell’anno scorso e anche da Pisa non arrivano segnali negativi. La Bocconi cresce del 5 per cento. Certo, tutti i numeri andranno poi ri-conteggiati con le immatricolazioni vere e proprie, che arriveranno per lo più dal primo di settembre, ma intanto è un segnale che fa ben sperare.

Lo spiega il rettore dell’Università della Calabria, Nicola Leone: “Da dieci anni la nostra università ha avuto una riduzione costante di iscrizioni – spiega – l’anno scorso abbiamo registrato un -5 per cento”. Quest’anno, invece, i primi dati segnano una inversione: “Non solo non c’è stato un calo, ma vediamo anche un leggero aumento e sono certo si tradurrà in una crescita effettiva”. Complice la volontà e la necessità di non spostarsi, nonché l’incertezza epidemiologica dei prossimi mesi. “Ma anche le innovazioni introdotte, l’attenzione per gli studenti e la capacità che abbiamo avuto di adattare la comunicazione – continua Leone – avvicinandola a studenti e famiglie”. Qualche giorno fa il pro-rettore vicario della Cattolica di Milano, Antonella Sciarrone Alibrandi, ha raccontato a Quotidiano.net che le immatricolazioni sono in aumento anche per “l’incertezza che grava sugli spostamenti internazionali. Così, tantissimi maturati che magari sarebbero andati a studiare in Inghilterra o altrove, hanno deciso di restare in Italia”. A fornire qualche numero generale è stata skuola.net: il portale ha coinvolto un campione di 2mila studenti fuori sede. Uno su cinque ha dichiarato che tornerà dove ha la residenza, quindi potrebbero essere circa 70mila se si considera che le matricole fuori sede lo scorso anno erano almeno 340mila. Di questi, 2 su 3 effettivamente si iscriveranno in una sede universitaria più vicina a casa, gli altri continueranno “a distanza”. Per più della metà degli studenti i motivi del ritorno sono economici. Negli atenei più grandi come la Sapienza di Roma, il collettivo Link ha segnalato nei giorni scorsi, il rischio di “spopolamento, ovvero iscrizioni invariate ma aule e corridoi vuoti’: gran parte delle università si sta orientando su una divisione tra didattica a distanza e in presenza, la Sapienza vorrebbe assicurare lezioni in presenza per tutti i 115mila iscritti con turnazioni precise mentre Roma Tre vorrebbe garantire lezioni frontali solo alle matricole. E c’è chi prevede lezioni in presenza solo per i corsi con pochi iscritti.

L’imperativo è comunque fornire le lezioni online a chi ne farà richiesta: oltre la geografia, gli atenei iniziano a cambiare anche forma.

Da 6 mesi sciopero della fame: muore l’avvocatessa turca

Non si alimentava da 238 giorni perché voleva un processo equo dopo che era stata condannata a 13 anni di reclusione per “appartenenza a un’organizzazione criminale”. Ieri l’avvocata Ebru Timtik, 42 anni, è deceduta in un ospedale di Istanbul. A dare notizia della sua morte è stato il suo studio legale. “Ebru Timtik, socia del nostro studio, è morta da martire”. Dopo l’annuncio la polizia ha cercato di impedire la marcia di protesta organizzata dai sostenitori dell’oppositrice.

La donna aveva iniziato lo sciopero della fame a febbraio: insieme al collega Aytac Unsal, pure lui in sciopero della fame, Timtik faceva parte dell’Associazione contemporanea degli avvocati, specializzata nella difesa di casi politicamente delicati. Le autorità turche accusano l’associazione di essere legata all’organizzazione marxista-leninista radicale Dhkp-C, che ha commesso diversi attacchi ed è definito “terrorista” da Ankara e dai suoi alleati occidentali.

Ebru Timtik aveva difeso in particolare la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente morto nel 2014 per le ferite riportate durante le proteste antigovernative a Gezi Park nel 2013. Il mese scorso, un tribunale di Istanbul ha rifiutato di scarcerare la donna, nonostante un referto medico indicasse che il suo stato di salute non le permetteva più di restare in carcere. Analoga richiesta è stata depositata anche ad agosto presso la Corte costituzionale, senza successo. Invece di essere scarcerati, Timtik e il collega Unsal sono stati trasferiti in due diversi ospedali a luglio. L’avvocata, che ha consumato solo acqua zuccherata, tisane e vitamine durante lo sciopero della fame, pesava 30 chili al momento del decesso, secondo quanto hanno riferito i parenti.

La morte dell’avvocato ha indignato molti membri dell’opposizione. “Ebru Timtik è stata fatta morire sotto i nostri occhi”, ha twittato Sezgin Tanrikulu, deputato del Chp, la principale forza di opposizione al presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

“Teste di c.? Il candidato Fd’I si ritiri”

È polemica a Falconara Marittima dopo l’anticipazione sulla nostra newsletter “Giustizia di Fatto” delle intercettazioni tra l’ex sindaco, non indagato, Goffredo Brandoni, presidente del Consiglio comunale e candidato consigliere regionale di Fd’I, e l’ad della raffineria Api, Giancarlo Cogliati, per il quale la Procura di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio insieme al responsabile sicurezza Giovanni Bartolini e alla società, per inquinamento ambientale, getto pericoloso di cose e violazione delle prescrizioni Aia e della direttiva Seveso. L’appellativo da parte del candidato Brandoni di “teste di c.”, riservato a quelli che il 5 gennaio 2018 avevano segnalato le persistenti esalazioni, non è stato gradito. “Ovvia conseguenza – si legge su Facebook – sarebbe il ritiro dalla corsa elettorale”. E ancora: “Forse meglio tacere e uscire dal mondo politico per sempre!”. Ma la leader di Fd’I, Giorgia Meloni, al momento lo esclude: “Non conosco la persona, ma a noi non risultava nulla. È curioso – dice – che queste informazioni escano solo a liste presentate e mai prima”.

Brandoni si difende: “Non ho mai appellato i cittadini di Falconara con quelle parole. Se linguaggio colorito c’è stato va indirizzato nei confronti dei miei oppositori politici”. Riferendosi al Fatto parla di “una giustizia a orologeria a ridosso delle elezioni”. Ricondurre tutto allo scontro politico è ciò che ha fatto anche durante la telefonata con l’ad di Api, intercettata dal Noe. Per gli inquirenti la società avrebbe risparmiato oltre 7 milioni di euro non attuando un sistema di recupero vapori. L’ipotesi per Brandoni, invece, è che “abbia preferito sottovalutare le problematiche odorigene, omettendo i relativi provvedimenti d’urgenza, per un qualche tornaconto di natura politico/personale”. L’8 gennaio 2018 l’ad di Api chiama Brandoni, che attende una nota dalla raffineria sulla torcia del giorno prima. Cogliati si sfoga per l’arrivo del Noe: “Come si fa a vivere in questo Paese?”. Brandoni dice: “Una cretina, che forse sarà la candidata dei 5s, ha scritto anche se non sentite odori cattivi segnalate, perché voglio vedere cosa fa il Comune”. L’ad si lamenta e lui risponde: “Lei pensi, se va su chi non deve andar su. Finisce l’Italia. Chiudiamo”. Poi arrivano i nomi di chi ha segnalato i miasmi: “Ci sono state tre segnalazioni, chi erano queste tre faccia di cazzo? Mi auguro che quello che le sto dicendo sia registrato da qualcuno – dice – Carracenti, che è una del M5s che vorrebbe fare la candidata sindaco. Roberto Cenci, che s’è presentato con Rifondazione in Regione. E una figura di secondo piano dei comitati”. La questione sembrerebbe di natura politica. Per Brandoni l’importante è ricevere la nota e ristabilire “la tranquillità”. Ma a Falconara è bufera. Lunedì è fissata dai partiti di opposizione una riunione per chiederne le dimissioni. Anche i comitati ambientalisti sono insorti: lamentano delusione e “la conferma di atteggiamenti già riscontrati in passato”.

I Nar, l’omicidio “sbagliato” dopo la strage di Bologna

La sera tardi del 2 settembre 1980, quarant’anni fa, ricevemmo al Messaggero, che dirigevo, un comunicato dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) di estrema destra nel quale comunicavano di avere “giustiziato” un cronista del giornale. Che però io avevo scorto, poco prima, nel corridoio e che il capocronista Vittorio Roidi mi disse di aver spedito su un delitto a Monteverde. Lo scongiurai di richiamarlo perché andava, come vedremo, ad assistere, in qualche modo, alla “sua” morte.

Mi spiego meglio: qualche giorno avanti era arrivata in una busta indirizzata a me una minaccia e cioè una P38 di carta ritagliata nella quale era scritto soltanto per XJ, il nome del giovane cronista che per noi e in precedenza per Panorama di Carlo Rognoni si era occupato di estremismo di destra suscitando accesi malumori. Ancor più ne aveva suscitati il nostro marcato antifascismo e la pubblicazione a tutta prima pagina della foto del Pg Mario Amato assassinato in giugno dai NAR praticamente davanti alla Città Giudiziaria e disteso al suolo nell’acqua piovana, con una scarpa dalla suola bucata. Paolo Gambescia, bravissimo responsabile della giudiziaria, mi aveva avvertito: “Direttore, sono i NAR, quelli sparano, uccidono”.

Eravamo fra due fuochi: fra le BR che in aula avevano minacciato fra gli altri lo stesso Paolo Gambescia, e i NAR che ora garantivano ritorsioni. Chiesi allora al cronista minacciato di scegliere un Paese straniero, lontano, dove andare per un certo periodo. Ma mi rispose orgogliosamente che non voleva scappare. Cercai di convincerlo più volte. Inutilmente.

La sera del 2 settembre, trigesimo della strage di Bologna, i NAR mantennero la parola sia pure sbagliando clamorosamente persona. Frutto di un pedinamento frettoloso? Ma com’era possibile? Maurizio Di Leo era piccolo, magro, sempre vestito con giacca e cravatta e abitava con la madre a Monteverde. Il cronista per il quale era stato scambiato era alto, grosso, vestiva sempre con jeans e maglioni o giacconi e abitava vicino a Villa Ada. Sembrava piuttosto una strategia volta a spargere il terrore in un giornale fortemente antifascista: abbiamo assassinato uno nel mucchio, siete tutti nel mirino. Così comunque venne largamente percepita.

Ricevetti molte testimonianze di solidarietà, la più intensa fu la costante presenza al giornale per alcuni giorni e al funerale dell’allora sindaco di Roma, Luigi Petroselli. Nulla dal Msi-Dn, tranne un telegramma da collega a collega del direttore del Secolo d’Italia Franz Maria D’Asaro.

Le indagini, mesi dopo, portarono a Cristiano Fioravanti che confessò, e a un gruppo dei NAR, uomini e donne finiti nel frattempo in carcere. Il fratello di Giusva Fioravanti confessò questo e altro, divenendo in quella circostanza collaboratore di giustizia e scomparendo per sempre dalla scena italiana. Per cui la Corte d’appello mutò la condanna del Tribunale di prima istanza in una assoluzione generale per insufficienza di prove (che all’epoca sussisteva). E tutto finì lì.

Rimasero il ricordo dei colleghi di lavoro e dei giornalisti per il povero Maurizio Di Leo che era, oltreché sindacalista della Uil, musicista, chitarrista apprezzato anche da complessi importanti. Per lui, una targa commemorativa nell’atrio del giornale inaugurata da Giorgio Benvenuto e un volume di ricerche su origini e storia del sindacato tipografi a Roma con scritti dei vincitori di un concorso.

Le notizie scaturite da recenti indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, i finanziamenti di Gelli e della P2 al terrorismo “nero” possono riaprire pure il caso Di Leo, assassinato per “festeggiare” il trigesimo della bomba alla stazione ferroviaria di Bologna? Ce lo chiediamo perché ci sembra profondamente ingiusto che quel vile assassinio rimanga di autore tanto ignoto quanto palesemente fascista in un momento di reviviscenza, specie a Roma, della destra più “nera” con una evidente, voluta sottovalutazione della sua consistenza e diffusione.