I “nuovi malati” della scienza

I pazienti immunocompromessi sono incredibilmente aumentati negli ultimi decenni. È l’effetto paradosso del raggiungimento di nuovi traguardi della ricerca scientifica. Oggi, infatti, molte malattie prima fatalmente mortali si sono trasformate in affezioni croniche. Pensiamo a molte forme di cancro, all’Aids e tante altre. Questa nuova categoria di pazienti costituisce un problema, non solo terapeutico, nel continuo sforzo di bilanciare la tossicità collaterale di trattamenti a lungo termine, ma anche per la loro fragilità rispetto a patologie che possono subentrare. Fra queste, le più temibili sono quelle infettive, che possono costituire una seria minaccia per la loro vita. La prevenzione delle malattie infettive mediante vaccini è tra le misure sanitarie più efficaci principalmente per questi soggetti, che da tempo vengono sottoposti a vaccinazioni, come quella annuale dell’influenza. Tuttavia le persone immunocompromesse variano nel loro grado di immunosoppressione e suscettibilità alle infezioni e, quindi, rappresentano una popolazione eterogenea per quanto riguarda l’immunizzazione. A oggi non ci sono prove consolidate per l’uso dei vaccini in pazienti immunodeficienti e le indicazioni non sono chiaramente definite nemmeno nella maggior parte delle linee guida preparate per fornire raccomandazioni in tal senso. Mancano informazioni sull’immunogenicità e sicurezza dei vaccini, principalmente a causa della variabilità dei difetti immunitari tra soggetti con la stessa malattia. Il programma di vaccinazione nelle persone con immunodeficienza dovrebbe sempre contemplare una precisa valutazione del rapporto rischio-beneficio e un programma di immunizzazione specifico dovrebbe essere eseguito in base allo stato clinico e immunologico di ciascuna di queste condizioni. È necessario arrivare a un equilibrio tra la necessità di proteggere tali soggetti e quella di evitare i potenziali effetti avversi del vaccino stesso. In quei vaccini che vengono ripetuti nel tempo, bisogna esaminare se e che risposta immunologica riescano a provocare.

 

“Un utile monito contro la credulità”

Dacché La Russia ha invaso l’Ucraina sarà capitato a tutti di pensare all’aforisma “la prima vittima della guerra è la verità”. Frase sulla cui genesi, curiosamente, c’è grande incertezza. Una leggenda metropolitana – secondo un esaustivo pezzo storico statunitense – l’attribuzione a Eschilo, come pure quella che va per la maggiore, al senatore isolazionista della California Hiram W. Johnson, che la usò nel 1917 quando già era uno slogan di moda (ne esistono almeno due attestazioni precedenti). Insomma, la nascita non è chiara e probabilmente tutto origina da una frase dal significato assai simile scritta da Samuel Johnson nel lontano 1758. Tra le false attribuzioni la più densa di conseguenze è quella ad Arthur Ponsonby, politico inglese meglio conosciuto per essere l’autore del classico Falsehood in War-Time (“Falsità in tempo di guerra”, 1928), che analizza la propaganda durante la Prima guerra mondiale. Come scrisse il Times, in una recensione peraltro non del tutto positiva, “un utile monito contro l’eccessiva credulità”. La storica belga Anne Morelli, siamo nel 2001, sistematizzò il lavoro di Ponsonby nel suo Principi elementari di propaganda di guerra, ricavandone pure un utile decalogo (“i dieci comandamenti della propaganda”) che qui vi proponiamo:

1) Noi non vogliamo la guerra

2) È l’altra parte da sola ad avere la colpa della guerra

3) Il nemico è intrinsecamente malvagio e assomiglia al diavolo

4) Noi difendiamo una nobile causa, non i nostri interessi

5) Il nemico commette atrocità di proposito, i nostri sono incidenti

6) Il nemico usa armi proibite

7) Noi soffriamo piccole perdite, quelle del nemico sono enormi

8) Grandi artisti e intellettuali sostengono la nostra causa

9) La nostra causa è sacra

10) Chiunque dubiti della nostra propaganda è un traditore

Non che questo decalogo riguardi l’attuale conflitto in Ucraina, per carità, lo citiamo così, per amor di divagazione a tema storico.

Sotto le bombe, la fotografia torna a fare giornalismo

“Robert Capa sapeva che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”

(da John Ernest Steinbeck, scrittore e giornalista)

Senza nulla togliere ai meriti degli inviati di guerra, né a quelli dei giornalisti e degli operatori tv che rischiano tutti la pelle per trasmetterci cronache, storie, racconti, immagini, suoni e fragori del conflitto in Ucraina, si può dire che sotto le bombe russe la fotografia s’è presa la rivincita. E ha dimostrato che la forza dell’istantanea, anche in confronto al cinema e alla tv, può prevalere sulla suggestione emotiva delle immagini in movimento. Il fotogiornalismo s’è riconquistato così quello spazio e quel ruolo che ha avuto nell’informazione dai tempi di Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernö Friedmann. Il fotoreporter ungherese, naturalizzato americano, documentò le guerre più grandi del secolo scorso, fino allo sbarco degli alleati in Normandia e alla liberazione di Parigi. Fu lui l’autore della storica foto scattata nel 1936 a Cordova, in Spagna, nell’attimo in cui un miliziano repubblicano in camicia bianca viene colpito a morte dai franchisti. Ma anche il fotogiornalismo italiano vanta “grandi firme”, tra cui quella indimenticabile di Gianfranco Moroldo, un nome legato alla guerra in Vietnam e al vecchio settimanale L’Europeo.

Il drammatico album del conflitto in Ucraina ha raccolto finora immagini emozionanti e commoventi. Foto di distruzione e di morte. Di disperazione e di terrore. Da quella di Polina (8 anni) a quelle di Sofia (6 anni) e del suo fratellino Ivan, uccisi nei primi giorni dell’invasione. E poi, quella della famiglia sterminata in strada a Irpin; quelle numerose dei profughi, in prevalenza mamme e bambini; quella più “cinematografica” della statua di Cristo trasportata in un bunker; o ancora, quella dei passeggini vuoti schierati in piazza in segno di protesta.

Oltre a suscitare un’emozione, come fanno prevalentemente i filmati o i video, una fotografia d’autore ferma un istante, si fa “leggere” e fa anche riflettere. “Dura” – per così dire – di più. Documenta una situazione. Racconta una storia. Resta impressa negli occhi e nella mente. E a volte, attraverso la mediazione della carta stampata, perfino le foto “costruite” appaiono vere, autentiche. Risultano più reali di certe immagini in movimento che paradossalmente possono sembrare artificiose, da fiction televisiva o da set cinematografico, “ciak si gira!”.

Certo, c’è una guerra feroce in corso e ai fotoreporter non mancano, purtroppo, spunti e soggetti da ritrarre. Ma non sarebbe sbagliato se i giornali, piuttosto che usare le immagini per lo più come un riempitivo o un accessorio superfluo, riscoprissero e valorizzassero in futuro le istantanee come strumento di comunicazione più immediato ed efficace. Magari insieme ai siti web. Le Photogallery, del resto, sono già un prodotto interattivo che si presta in certi casi anche a un’utilizzazione multimediale, per esempio nell’abbinamento con l’audio dei podcast. Si tratta di incrementare una cultura fotografica, incentivando la ricerca delle immagini ed elevandone la qualità per offrire al pubblico un valore aggiunto. La storia dei mass media insegna che nessun nuovo mezzo ha mai soppiantato completamente quelli precedenti. E come è accaduto per la radio rispetto alla televisione e rispetto a Internet, un fenomeno analogo potrebbe avvenire per la fotografia. Il giornalismo per immagini non è una prerogativa esclusiva della tv. Questo non basterà a risollevare le sorti dell’editoria, ma può contribuire ad arricchire di contenuti l’informazione e a rivitalizzare la funzione della carta stampata agli occhi dei lettori. Anche, e speriamo sempre più, in tempi di pace.

 

Che razza di animalisti: amano i loro cani più degli esseri umani

“Quando si arriva a produrre e commercializzare ‘shampoo e linee di beauty per cani’, gli si fa indossare, oltre ai cappottini, t-shirt, cappellini, trench, bretelle, stivaletti di montone, occhiali da sole, gli si smaltano le unghie, li si irrora di eau de toilette alla vaniglia perché non odorino da cani, di ‘Color Highlight’ per fare le meches al pelo, striandolo di rosa, di arancione, di blu, di fucsia, di oro, li si fa massaggiare, in centri specializzati, con gli oli essenziali e si fanno loro impacchi d’argilla, li si vaporizza con spray anti-stress, li si porta dallo psicoanalista da 300 dollari l’ora e infine si stipulano polizze vita a loro favore del valore di 200 milioni di dollari, vuol dire che una società è giunta al capolinea”. Così scrivevo ne Il ribelle dalla A alla Z del 2006. Pensavo che avessimo toccato il fondo. Invece si può sempre scavare.

Il New York Times ci informa che negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in parte anche da noi, è in crescita il fenomeno delle cerimonie di nozze per cani e gatti, “toelettandoli a festa e vestendoli con smoking, frac, pizzi, volant di tulle, fiocchi e merletti”. Alcuni, e sono i peggiori, per toelettarsi la coscienza, affermano che il tutto ha scopi benefici per supportare i rifugi dei randagi o dei cani trovatelli, altri, più sinceri, ammettono che è per il proprio puro piacere. In Germania, Paese notoriamente sensibilissimo agli esseri umani, è stata approvata una legge che obbliga i padroni a portare fuori i loro animali almeno due volte al giorno e stando almeno un’ora a passeggiare. Negli Stati Uniti, come ha raccontato la nostra Camilla Tagliabue, non si può identificare un animale con il termine “pet”, è meglio utilizzare “animal companion, compagno animale, perché in America qualcuno, più di uno, pensa che l’espressione pet qualifichi l’animale come proprietà, mentre companion dà l’idea della convivenza con esso, senza specificare alcun padrone o possesso”. Insomma siamo all’estremizzazione della cancel culture per cui gli Lgbtqi+, come se non bastasse, non possono essere semplicemente indicati così ma gli deve essere aggiunto un segno speciale, una sorta di e rovesciata, perché non ci siano indicazioni di genere. In Grecia è vietato mangiare carne di cavallo. Ora l’uomo è un animale onnivoro, e quindi anche carnivoro, e perciò ha diritto di sfamarsi come meglio può. È antropocentrico, così come il gatto è gattocentrico e il leone leonecentrico. Il leone si stupirebbe molto se qualcuno andasse a dirgli che non è etico che si divori l’antilope. Lasciamo qui perdere il discorso, che riguarda i vegani e i vegetariani, se non sia peggio mangiarsi una sana cotoletta di una mucca allevata all’alpeggio o piuttosto tenere le mucche, i polli, i conigli, stabulati, sotto i riflettori 24 ore su 24, e quindi torturandoli, ingrassati così artificialmente per poterli smerciare a un peso che non è il loro, perché ci porterebbe troppo lontano.

In questi giorni di guerra abbiamo visto molti ucraini, non particolarmente coraggiosi, filarsela tenendosi stretti al petto i loro cani e gatti, senza capire, credo, che questi animali toglievano spazio ad altri umani in fuga. La mia fidanzata, molto animalista, ha inviato come aiuto dei croccantini per gatti, senza rendersi conto, almeno lo spero, che la distribuzione degli aiuti è un fatto molto complesso e che i suoi croccantini sarebbero stati solo d’impaccio.

In realtà cani, gatti e consimili sarebbero di per sé delle brave bestie se non ci fossero i loro padroni. Scriveva Ernest Hemingway in Morte nel pomeriggio: “Io sono persuaso, per esperienza e osservazione, che coloro i quali si identificano con gli animali, vale a dire gli innamorati quasi professionisti di cani e altre bestie, sono capaci di una maggiore crudeltà verso gli esseri umani, di coloro che stentano a identificarsi con gli animali”.

 

La cretinata asimmetrica per linciare il prof. Orsini

Nel giorno in cui il professor Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, si è visto rescindere il contratto con Cartabianca perché non gradito ad alcuni politici e all’intellighenzia liberale italiana, lo stesso Orsini è stato invitato a Piazzapulita, dove, poiché viviamo in una democrazia e non in Russia, ha potuto democraticamente esprimere il suo pensiero insieme a giornalisti e analisti.

Introduce Formigli: “Per aver detto ‘siamo sicuri che dare più armi all’Ucraina non porti più massacri?’ Orsini è diventato un criminale, che non ha diritto di parola”. Mario Calabresi è sarcastico: “Orsini è tanto demonizzato e ostracizzato che le trasmissioni fanno a pugni per averlo ospite”, e lo indica come a dire che infatti sta lì, ancora respira, per di più. Quindi: uno a cui si vuole impedire di parlare in Rai e che è costretto a rinunciare al compenso non è ostracizzato, anzi; altra cosa sarebbe se fosse attaccato a un palo con una patata in bocca come i presunti ladri in Ucraina, allora si potrebbe forse dire che qualcuno lo demonizza.

Qui da noi è fin troppo coccolato: per il deputato del Pd Andrea Romano, storico e all’occorrenza picchiatore web (lo diciamo con cognizione di causa), Orsini è un “pifferaio di Putin”. Per Anzaldi (Iv) è “un’opinionista filo-Putin che recita una parte”. Per Repubblica è “filo-Putin” tout court; per il Corriere, via Gramellini, “ha una faccia sofferta” e una voce “tra l’assertivo e il piagnucoloso”; per molti è “una quinta colonna di Putin”. Perciò secondo Calabresi Orsini deve solo rallegrarsi: “Nella Russia di Putin sarebbe stato prelevato e sarebbe scomparso”, invece qui può ancora parlare (forse perché non comandano Romano, Anzaldi, etc.). Sarà per la libertà di cui gode che è l’unico, tra tutti gli ospiti di talk show, a dover dichiarare il suo orientamento politico. Dice di avere una formazione “francescana e socialista-liberale”: praticamente una confessione di nazionalismo panrusso. A scanso di equivoci, dice pure di non avere mai messo piede in Russia e di non avere amici russi.

La politologa Tocci, membro del Cda di Eni, dice che poiché Orsini non ha mai messo piede in Russia non dovrebbe parlare della guerra in Ucraina. L’accusa diuturna rivolta a Orsini di avere rapporti con la Russia e di esserne una specie di spia ora è diventata: non è mai stato in Russia, quindi non può parlare di Russia (pregansi adeguarsi tutte le redazioni). Difatti noi sappiamo che gli astrofisici prima di parlare di Marte hanno calpestato il suolo marziano. Orsini obietta che allora nessuno potrebbe parlare di Seconda guerra mondiale. Tocci: “Io non andrei mai in televisione a parlare di Seconda guerra mondiale!”. Orsini prova a spiegare che non è una cosa personale, nessuno nato dopo il 1945 potrebbe parlarne. Tocci insiste: in Russia “un ricercatore ci va, parla con le persone”. Raccoglie vox populi, insomma, e questa – spiega – è “la competenza”.

Formigli cita quella che per molti è la pistola fumante del suo filoputinismo: aver pubblicato sul sito di geopolitica che dirige un articolo sul lancio del vaccino russo Sputnik. Un analista di sicurezza non avrebbe dovuto occuparsi di sicurezza in epoca pandemica per non essere sospettato di intelligenza col nemico; fermo restando che se si non si fosse occupato di sicurezza non sarebbe stato titolato a parlare di sicurezza, sub specie Toccis et cetera, che invece possono parlarne senza limiti. Puro Comma 22.

Fubini (Corriere) dice che “possono esserci opinioni diverse”, bontà sua, ma “i fatti devono essere quelli per tutti”. Decide il Corriere quali sono i fatti: secondo il Corriere Orsini non ha mai condannato Putin; però Orsini l’ha condannato, quindi non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, forse farsi paracadutare sul Cremlino con una cintura esplosiva. Calabresi è in grado di rivelare il “sottinteso” dei discorsi di Orsini, cioè “che Putin non bisogna provocarlo”. Orsini dice che non è vero. Calabresi lo deride: “Allora non abbiamo capito niente io, il Corriere, Repubblica…”, che sarebbe pure una possibilità. Tocci ridacchia. Al che Orsini dice la cosa peggiore che potesse dire: “Il mio pensiero è complesso”. Dio ci scampi! La complessità è il nemico uno per gli editorialisti italiani! Gramellini l’ha sbeffeggiata su Corriere, accostando Orsini a Povia (come per Repubblica Barbara Spinelli è simile a Savoini). Dire “è complesso” equivale a dire “speriamo vinca Putin uccidendo tutti i bambini ucraini”. Orsini riesce a dire: “Putin vuole prendersi l’Ucraina”. Calabresi: “Quindi va bene che prenda l’Ucraina??”. Orsini si ribella all’illazione. Calabresi banalizza: “Mentre lei mette sul tavolo la popolazione, l’esercito, la demografia (cioè quello che dovrebbe fare un ricercatore universitario, ndr), quello coi carrarmati entrava in Ucraina!”. Manca solo lo strale “contro i professoroni”, che siccome Calabresi è di sinistra arriva in termini più eleganti: “Non esiste solo l’accademia, c’è la realtà!”. La stampa italiana tutta, schierata a favore della guerra, a destra di Luttwak, crivella di colpi (non fisici, ma neanche dialettici: non si sente una sola contro-argomentazione valida) un professore che dice quel che dice il Papa; quindi o Orsini è papale, o il papa è filo-Putin.

Inutile ribattere, in base alla legge di Brandolini (nota anche come “bullshit asymmetry principle”, principio della stronzata asimmetrica): “l’energia necessaria a confutare una sciocchezza è superiore a quella necessaria a produrla”. La stronzata è la più efficace arma nucleare: meglio arrendersi.

 

Giulia Tracchia critica i genitori, mentre Macron e Draghi ballano il tango

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Ieri il collettivo Anonymous ha annunciato di aver hackerato il cellulare di Evaristo Tracchia un mese fa, e di averlo usato da remoto. “35 mila video di Tracchia che si scaccola saranno pubblicati nelle prossime 48 ore”, ha intimato sui social il cybercollettivo “se Tracchia non deciderà la cessazione immediata delle ostilità.” Intanto, riuniti a Bruxelles, Nato, G7 e Ue hanno commemorato con un concerto di Povia l’inizio dei bombardamenti sulla Serbia nel 1999. Sulle ali della nostalgia, hanno quindi deciso altre sanzioni contro i Tracchia (bloccati i conti correnti dei loro animali domestici: cani, gatti, coccodrilli, elefanti e acari; e delle loro piante da giardino); hanno inviato altri corridoi umanitari gonfiabili alle gemelle; e altre armi, come chiesto espressamente dal papa al Tg1. Tolte però le sanzioni a Giulia Tracchia, la figlia adolescente e ribelle che potrebbe giocare un ruolo nel facilitare i negoziati di pace. Giulia non risparmia critiche ai genitori: “Spero vi rendiate conto che la grande opinione che i nostri gatti hanno di voi è dovuta solo al fatto che sapete aprire le scatolette!”. Gli Usa sono pronti a fornire alle gemelle 15 miliardi di metri cubi di croccantini, a fronte della riduzione di un terzo dell’import dal negozio di pet food dei Tracchia (50 miliardi di metri cubi su 150). L’accordo è stato chiuso ieri dopo la tradizionale gara di ballo, da qualche anno uno dei punti di forza del G7, che per l’occasione ha visto il presidente Usa, Joe Biden, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, interpretare una salsa cubana che ha convinto pubblico e critica. Draghi e Macron si sono esibiti invece in un tango sulle note di “Domenica 24 marzo” di Enzo Jannacci (“Domenica 24 marzo / che mi ero svegliato prima io / di fuori cantava ancora il cannone / di dentro per me la guerra finiva / Come si fa a dirci / che non c’ho neanche vergogna / sentìm dì vigliac / anca dai me cumpagn”). Ballo emozionante e pieno di qualità: il pubblico scatta in piedi regalando alla coppia una meritata standing ovation. La giudice Carolyn Smith: “Questo è vero tango. Emmanuel, di te mi piace che non hai barriere. Non hai paura di perdere la tua virilità. Lo dico sempre agli uomini, lasciatevi andare perchè il mondo è un posto bello”. I Tracchia replicano alle sanzioni insistendo per il pagamento in rubli dei rubli, cosa che “potrebbe creare problemi ai Paesi a noi ostili”; per l’Ue, questo equivale “a una violazione assurda della logica aristotelica, le cui conseguenze potrebbero essere catastrofiche, se non addirittura nulle.”. Costernazione unanime, stamane, alla notizia che i capelli di Boris Johnson erano stati assaliti durante la notte da un porcospino dell’FSB. Johnson stava dormendo con una sbornia, al momento: Lynn Sbornia, una donna isterica (mi chiedo dove l’abbia trovata) che ha dato subito l’allarme. L’Onu ha stigmatizzato l’episodio con un documento. Sorrentino, intervistato da Cattelan: “I documenti dell’Onu sono sopravvalutati: hanno un valore politico e simbolico, ma non puoi ricavarne un film da Oscar.” Draghi è tornato a Roma. DRAGHI: “Perché devo incontrare ogni giorno questi qui?” LA MOGLIE: “E chi vorresti incontrare?” La Cina ha chiesto che i biolaboratori Usa nel centro commerciale delle gemelle siano sottoposti a ispezione, nell’ilarità dei Coronavirus ovunque, al volante delle loro Renault. Commozione in tutto il mondo per la performance pacifista, subito diffusa dai social, di Kyros Papadopoulos, un danzatore greco con una gamba sola, specializzato in calci in alto e cadute sul culo. (20. Continua)

 

Sanzionata anche la quercia russa di Turgenev: niente premio al concorso

La vera domanda è: quante volte un pensiero stupido – un’alleanza, un patto, una federazione, fate voi – può superarsi in stupidità? Non ci è dato sapere il numero, ma un fatto sì: quel numero, se lo trovate, moltiplicatelo all’infinito. Ivan Turgenev. Uno dei nostri padri russi, scrive cosette da niente tipo Padri e figli, qualche drammucolo, roba da nulla insomma. È finito dietro la lavagna. E con lui la rigogliosa quercia che lo scrittore di Orel piantò 198 anni fa. Sergey Palchikov, con molta spregiudicatezza, ha presentato l’esemplare secolare alla manifestazione europea “L’albero dell’anno”. In un battito di ciglia ha dovuto retrocedere, come non detto, signori. La fondazione Giant Trees e l’entourage che si occupa del contest avrà sillabato un sintomatico sapienziale: Niet! Niente da fare, Sergey è russo, la quercia è russa, Turgenev è russo. Siamo in guerra, accidenti. A ogni declinazione con un qualsiasi sinottico e onomatopeico russo opponiamo un no, per non sapere né leggere né scrivere. No alla quercia russa. Il concorso è bene che lo vinca piuttosto la quercia collega polacca, più anzianotta, 400 anni, vive paciosa nella foresta di Bialowieza. La creatura vorrebbe evitare l’idiotismo collettivo (Marco Travaglio lo definisce meglio: il cretino collettivo) e invece eccola tirata in mezzo. Lasciatemi in pace, mormora tra i rami. I polacchi sono tutti buoni e accolgono i profughi ucraini. Ed è vero, ed è commovente. Mentre asciughiamo i nostri occhi, affondiamo i pensieri nel categorico muro che, proprio da quelle parti lì, si inerpica divisivo, al confine tra Polonia e Bielorussia, dove pare che altra razza di profughi, di una qualche sottomarca, irachena, siriana, afghana, non smettano impunemente di morire.

Il Pontefice tra cuore e fotonotizie

Sono un po’ confuso (di questi tempi mi capita spesso) se leggo di Francesco, furibondo a dir poco, quando dice “pazzi” ai governanti, Draghi compreso, che vogliono spendere il 2% del Pil per spese militari, e quasi grida: “Mi vergogno”. Per chi ama il Papa e odia lo zar criminale e assassino (oggi le due cose vanno di pari passo) non è affatto semplice riuscire a far coincidere il rifiuto delle armi con l’esigenza di aiutare il popolo ucraino a difendersi dall’aggressore. Non possiedo una risposta certa e dunque mi affido a chi, basta poco, ne sa più di me. Cerco su Repubblica e trovo a pagina 14 una fotonotizia di Bergoglio che si vergogna.

Si vergogna pure sul Corriere, ma la fotonotizia è a pagina 15 (può darsi che i grandi direttori concordino i titoli come ai tempi di Mani Pulite, ma senza vergognarsi).

Il sempre vigile Michele Anzaldi ci dice che, fatto senza precedenti, il Tg1 ha “censurato” il Pontefice, come se si trattasse di un qualunque professor Orsini. Mentre il Foglio, con il consueto simpatico piglio da mo’ te lo spiego io il Vangelo, rimbrotta il Papa (“e gli ucraini come si difendono, con i fiori?”), e per penitenza tre pater, tre ave e tre gloria.

Chi indica la via più paracula è come al solito il Pd. Sostiene, infatti, Francesco Boccia, che se con il cuore il partito appoggia le parole del Papa, con il cervello deve approvare l’aumento delle spese militari. Cuore o cervello? Liscia, gasata o Ferrarelle?

Insomma, sarebbe cosa buona e giusta se in futuro questo signore vestito di bianco si astenesse dall’intervenire su temi sensibili, che esulano dalle sue competenze, suscitando vasto imbarazzo nel fronte belligerante dei salotti televisivi. Come si permette di dire “che si continua a governare il mondo come uno ‘scacchiere’, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”?

Definisce “insopportabile” quello che succede a Kiev “frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica”?

Un altro pifferaio di Putin? Ascolti piuttosto chi ne sa più di lui. Per dirla con Nathalie Tocci, come si può dare retta a chi si ostina a parlare dell’Aldilà visto che non c’è mai stato?

La guerra finanziaria non è roba per banchieri

Se “la guerra è una cosa troppo seria per affidarla a dei militari” (Clemenceau), la guerra finanziaria è troppo seria per farla fare ai banchieri. Non è solo perché non capiscono gli altri tipi di guerre e i relativi rischi: è perché non ammettono neppure che sia una guerra, ma un mercato. Poco importa se le leggi del mercato sono identiche a quelle della giungla (vince il più forte). C’è poi il fatto che mentre i militari guardano i conflitti con una sorta di senso etico e l’affrontano con strumenti e scopi reali e visibili, i banchieri non hanno alcuna etica al di fuori del profitto e manovrano strumenti immateriali, simulacri di ricchezza più immaginata che tangibile. Mentre i militari coltivano l’idea e l’arte della guerra pensando agli interessi della nazione e alla sicurezza dei suoi cittadini, i banchieri hanno interessi vincolati ai flussi di denaro e dei suoi surrogati. Infine, ogni azione dei militari tende a vincere o pareggiare nel continuo timore di perdere perché la loro sconfitta sarebbe la rovina della nazione, i banchieri fanno la guerra finanziaria pensando di vincere sempre: comunque vada e a prescindere dai motivi e dalle distruzioni che la loro guerra provoca. Ecco perché le nazioni più promettenti non sono quelle che mettono le proprie forze armate al servizio dei banchieri che difendono i loro interessi, ma quelle che mettono i banchieri a disposizione dei militari che difendono la Patria.

Il Campo Largo di Letta “vasa vasa”

Da qualche mese Enrico Letta bacia tutti. Partiti e associazioni. Va ovunque, benedice relazioni impossibili, abbraccia alleati come se piovessero, a sinistra e a destra, senza distinzioni. Giovedì ha stretto a sé l’Anpi, ospite del congresso a Riccione: “Ci tenevo ad essere qui di persona. Il Pd e i partigiani saranno sempre dalla stessa parte del campo”. La scorsa settimana aveva accarezzato la sinistra di Elly Schlein e rinsaldato il rapporto con Giuseppe Conte e i Cinque Stelle: “Trovo una sintonia molto profonda, una sintonia che oggi per me è ancora più forte. Tradurremo queste idee in qualcosa di molto concreto. Tutti insieme offriremo al paese un progetto politico che sono convinto sarà vincente”. Un mese prima, il 19 febbraio, era invece ospite del congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda. E anche lì parlava da alleato: “Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il nostro Paese, sono sicuro che voi giocherete un ruolo importante e che insieme, senza ambiguità tra di noi, vinceremo le elezioni politiche del 2023 e daremo un governo riformista e europeista a questo Paese”. Qualche giorno prima aveva visto persino Matteo Renzi, stavolta in privato. Il rapporto tra i due è migliorato molto con il lavoro comune per il bis di Mattarella al Quirinale, e soprattutto dopo il voto “garantista” del Pd sul caso Open in Parlamento. Infatti Renzi ha riaperto all’ipotesi di un percorso comune: “Vedo segnali interessanti, il Pd ci dica da che parte vuole stare” (assemblea di Italia Viva a Roma, 26 febbraio).

La domanda è legittima: Letta da che parte sta? Di cosa parla quando parla di “campo largo”? Quale parte della società vuole rappresentare il Partito democratico? Cosa ha in comune con i Cinque Stelle, oppure con Bersani, o con Calenda, o con i Radicali, o con i renziani? Mentre il segretario del Pd bacia tutti e parla di una coalizione immaginifica, i presunti alleati continuano a non potersi vedere. Litigano su qualsiasi argomento, mettono veti reciproci: Renzi attacca Conte, l’Anpi e i sindacati; Conte attacca Calenda e Renzi; Calenda attacca Renzi, Conte, l’Anpi e i sindacati. Letta sta in mezzo, non entra nel merito. Sembra che la sua idea di centrosinistra sia un contenitore senz’anima, purché il più ampio possibile. “Capisco che sembri strano – ha risposto giovedì mattina a Riccione – ma continuo a pensare che il ‘campo largo’ sia una possibilità concreta. Certo, dipenderà anche dall’atteggiamento degli altri”.

Proprio mentre era dai partigiani, a Roma è comparso un manifesto satirico contro di lui e la linea iper atlantista, nel suo quartiere di Testaccio. Sotto al volto di Letta, il motto di Mussolini: “Credere (alla Nato), obbedire (alla Nato) e combattere (per la Nato)”. Non si può piacere a tutti.