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Lombardia: la satira diverte, le colpe restano

Caro direttore, chieda magari a Luttazzi quale sia il meccanismo che mi porta a ridere di gusto anche di fronte a casi come i camici della Lombardia che, invece, dovrebbero suscitare solo disgusto e indignazione. Ovvero: i sentimenti avversi li provo pure, ma se lei li racconta con quella irresistibile verve satirica c’è il rischio che infici la “bontà” della notizia. Per cui, Travaglio, sia serio e non provi ad aiutare Fontana conferendogli quell’aura macchiettistica.

Lino Baldi

Caro Lino, io lo chiamo effetto “Soliti Ignoti” .

M. Trav.

 

Dilemma leghista: merito o “maritocrazia”?

Che ne dite di estendere a “spinoza.it” e alle cattiverie giornaliere del Fatto il dubbio che segue? La Lega salviniana, dopo il caso Fontana, continua a essere per la meritocrazia o si è già convertita alla maritocrazia?

Giovanni Panunzio

 

I giudici riflettano sulle cause pretestuose

Caro direttore, leggo con molta amarezza il suo fondo “Il pistola fumante” e penso a come i giudici italiani sono spesso sollecitati a giudicare a sproposito, direi anzi temerariamente, come meglio esprime il codice di procedura civile all’art. 96 del codice. Se questo articolo fosse maggiormente applicato dai giudici, sicuramente si ridurrebbe a dismisura il carico delle liti pendenti nella giustizia italiana. Spesso mi sono chiesto perché i giudici non riscontrino questa responsabilità aggravata di chi propone cause in assoluta malafede e colpa grave, pretestuose come quelle del lupo che accusava l’agnello di inquinargli l’acqua del ruscello, pur essendo egli a monte del flusso. In ogni caso, mi piacerebbe che si aprisse una raccolta fondi per la difesa del giornale e del direttore contro queste cause pretestuose. Se vedessero di che solidarietà siamo capaci per amore del buon giornalismo e della verità, forse si asterrebbero dal continuare con le molestie giudiziarie.

Roberto Napoletani

 

“L’Attilio” è il solo a manipolare la realtà

Come ricordato da Travaglio, Fontana aveva annunciato querela al Fatto per aver riportato “fatti volutamente artefatti per raccontare una realtà che semplicemente non esiste”. Anche alla luce delle comiche evoluzioni svizzero-bahamensi, non potremmo per una volta essere noi del Fatto a querelare? Magari l’umarell potrebbe dover attingere ai fondi svizzeri per una buona causa…

Valerio Avanzi

 

Guardiamo alla Grecia e temiamo il Mes

L’articolo di A. Bonetti sull’imboscamento della pellicola del grande Costa-Gravas Gli adulti, negata agli italiani (troppo piccoli?) ci fa capire che l’argomento è di non poco conto, visto che la Grecia ci è passata e ancora ne soffre i danni. La caduta nelle mani del Mes fa rizzare i capelli considerando la svendita delle nostre industrie più importanti, l’occupazione di aree strategiche da parte di grandi potentati familiari e non ultimo la botta del Covid (partita, questa, ancora non chiusa). Il tutto non fa ben sperare sulla ripresa a breve del nostro Pil e se cadessimo nelle grinfie degli strozzini del Mes, “Italia Kaput”, è il caso di dirlo. Non ho votato e non voterò mai il Cazzaro, Fdi e soci, però non vorrei che sottraessero questo importante argomento che fu alla nascita “cavallo di battaglia” del grillismo rampante prima e dei pentastellati dopo. Finora Conte e M5s con il Recovery Fund hanno evitato “l’inchino” al diktat che fu spietato con la Grecia, ma poi, prevarranno le imposizioni dei banchieri Ue? Il M5s ritrovi la politica originaria e un po’ di spirito dibattistiano e guascone… “Chi si fa pecora il lupo se lo mangia!”

Maurizio Dickmann

 

Droga e corruzione attecchiscono sui potenti

Viste le analisi delle acque fognarie (e i miliardi che girano), oltre al virus Covid abbiamo un altro virus molto importante in Italia: “il virus droga”. Per il Covid 19 i tamponi e controlli sierologici hanno funzionato e pertanto, secondo me, si dovrebbe fare qualcosa di simile per quanto riguarda la droga. Propongo controlli periodici concentrati su tutte le persone che comandano (nella politica, magistratura, forze dell’ordine, imprese ecc.), che guidano mezzi pubblici (aerei, treni, metro ecc.) e che sono responsabili per la salute pubblica (negli ospedali, cliniche ecc.) per il loro bene e il nostro. Pare che “il virus droga” abbia uno stretto legame con un altro virus italico, quello della corruzione, in quanto tutti due hanno la caratteristica principale di contagiare le persone in posizioni di potere.

Claudio Trevisan

 

Solidali con il “Fatto” contro l’innominabile

Voglio esprimere tutta la mia solidarietà al direttore Travaglio, dopo l’ennesima (la numero 15?) denuncia presentata nei suoi confronti da Matteo Renzi che, unitamente ad altri personaggi politici, a giornalisti, a imprenditori ecc. è convinto che bastino azioni del genere per intimorire e mettere a tacere il nostro direttore. Forza Marco, sono certo che sono migliaia le persone che apprezzano la tua penna e che in momenti come questi sono solidali con te.

Francesco Forino

Bocelli sul Covid. È stato superficiale e forse cinico. Ma poi si è scusato

 

Buongiorno,avevo dischi di Bocelli, avevo conoscenti che ora non ci sono più: morti a causa della pandemia. Dall’altra sera, dopo aver sentito le parole di Bocelli, non ho più neanche i suoi dischi: li ho buttati via.

Giovanni Ferrara

 

Abbiamo ricevuto molte lettere come questa. Per alcuni il gesto di rinnegare o cancellare l’opera dell’artista dopo le sue parole al convegno dei dissidenti al Senato è stato un atto liberatorio. Perché non riusciamo in questo caso a separare l’artista dall’uomo? Bocelli, artista famosissimo nel mondo, specie negli Usa (tanto da essere stato inviato da Trump a cantare alla cerimonia di insediamento, invito poi declinato per le proteste dei fan), ha deluso più di chiunque fosse presente a quel convegno, più dei medici e dei virologi, a cui pure è affidata la nostra salute di cittadini. Perché? Una risposta è che le sue parole sono state di una superficialità sconcertante: “Io conosco un sacco di gente, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?”. L’incapacità di uscire dalla propria esperienza diretta nella lettura del mondo è ingiustificabile in una persona così coltivata.

Ma forse c’è un altro livello, più sottile. Bocelli si esibì nel Duomo di Milano vuoto, ad aprile, in quella spettrale atmosfera che tutti abbiamo vissuto, e ha partecipato al concerto voluto da Lady Gaga per raccogliere fondi a favore dell’Oms. Molti hanno trovato conforto nella sua musica in quei giorni. Ma non poteva mettere più distanza tra la nostra esperienza e la sua: “Mi sono sentito umiliato e offeso come cittadino quando mi è stato vietato di uscire di casa. Devo anche confessare pubblicamente di aver anche disobbedito volontariamente a questo divieto”. Inevitabile leggere quelle esibizioni sotto la luce del cinismo e della legge del mercato. Ieri Bocelli si è scusato, dicendo l’esatto contrario di quel che aveva detto: “Le mie intenzione erano tutt’altre”. Dev’essersi accorto che 35 mila morti per Covid avrebbero dovuto imporre più rispetto a chi è abituato a maneggiare i sentimenti della gente, che ricambia con affetto, attenzione, acquisto di dischi e biglietti. L’arte, la poesia, impongono a chi le pratica delicatezza, pudore, pietas, compassione.

Daniela Ranieri

Fontana ha mentito: dovrebbe dimettersi (in attesa di giudizio)

In attesa che l’inchiesta giudiziaria sul presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana stabilisca eventuali responsabilità penali, allineiamo qui i fatti certi: solo fatti e date. Per farsi un’idea chiara su una storia complicata dalle dichiarazioni contrastanti dei protagonisti.

Marzo-aprile 2020. L’assessore Raffaele Cattaneo, che deve rifornire l’amministrazione regionale di camici, calzari e altri dispositivi di protezione per l’emergenza coronavirus, contatta svariati possibili fornitori, tra cui la Dama spa, azienda di Andrea Dini, cognato di Fontana, e (al 10%) della moglie di Fontana.

16 aprile 2020. Viene firmato il contratto in cui Dama Spa s’impegna a fornire alla Regione 75mila camici, al costo di 513mila euro.

15 maggio 2020. Un giornalista di Report, Giorgio Mottola, chiede a Dini della fornitura. È un affare in conflitto d’interessi. Dini risponde: “Effettivamente i miei, quando io non ero in azienda durante il Covid, hanno male interpretato la cosa, ma dopo ho immediatamente rettificato tutto”.

17 maggio 2020. Fontana chiede al cognato di rinunciare alla fornitura.

19 maggio 2020. Fontana ordina alla Unione Fiduciaria un bonifico urgente al cognato di 250 mila euro. Da attingere da un conto svizzero Ubs in cui sono custoditi i soldi “sbiancati” dalla voluntary disclosure con cui Fontana nel 2015 ha regolarizzato 5,3 milioni detenuti da due trust alle Bahamas aperti nel 1997 e nel 2005.

20 maggio 2020. Dini manda una email alla Regione in cui dice di rinunciare ai pagamenti, trasformando la fornitura in donazione. Non “dona” però i 25 mila camici non ancora consegnati, che tenta invece di vendere a prezzo maggiorato a una azienda di Varese.

7 giugno 2020. Il Fatto Quotidiano, anticipando il programma Rai Report, racconta la storia dei camici richiesti dalla Regione all’azienda del cognato e della moglie di Fontana. Il presidente replica di non aver saputo del contratto al cognato e di non essere mai intervenuto nell’affare.

9 giugno 2020. La Guardia di finanza va in Regione ad acquisire documenti su questa vicenda, dopo che l’Ufficio antiriciclaggio della Unione Fiduciaria aveva segnalato il bonifico richiesto da Fontana, inviando una Sos (“segnalazione di operazione sospetta”) alla Banca d’Italia, che la gira anche alla Procura di Milano.

11 giugno 2020. Fontana contatta la Unione Fiduciaria a cui ordina di non eseguire più il pagamento al cognato (intanto già bloccato e segnalato dall’antiriciclaggio della fiduciaria).

25 luglio 2020. Il Corriere della Sera rivela l’esistenza del conto svizzero e dei trust alle Bahamas.

28 luglio 2020. Fontana dichiara a Repubblica: “I miei hanno sempre pagato le tasse, mio padre era dipendente della mutua, mia madre una super fifona, figurarsi evadere. Non so davvero dirle perché portassero fuori i loro risparmi. Comunque era un conto non operativo da decine di anni”. Domani rende pubblica la documentazione che lo smentisce: il conto è operativo e i soldi provengono da “violazioni fiscali commesse dal 2009 al 2013”.

La magistratura, con i tempi della giustizia, stabilirà se Fontana ha commesso i reati di turbativa d’asta e di frode in pubbliche forniture (per non aver preteso la consegna dei 25 mila camici mancanti dei 75 mila totali previsti dal contratto, mai sospeso). Intanto però è certo che ha mentito più volte ai cittadini. E non ha avvertito i suoi elettori dei soldi detenuti all’estero. Una persona perbene, in un Paese normale, non potrebbe far altro che dimettersi.

 

L’uso politico del negazionismo penalizza i cittadini più deboli

Ha detto di essere stato frainteso e si è scusato, Andrea Bocelli, che lunedì ha deciso di partecipare al convegno, organizzato in Senato da Vittorio Sgarbi, “Covid-19 in Italia, tra informazione, scienza e diritti”. Un titolo tanto pomposo quanto falso, che avrebbe potuto tradursi tranquillamente con “non ci dovete rompere le palle, evviva la movida”, come i presenti hanno poi esplicitato.

Le parole del tenore hanno ben espresso il primo livello di una visione negazionista sul virus: siccome Bocelli “non ha conosciuto nessuno andato in terapia intensiva e dopo i maxi festeggiamenti per la Coppa Italia a Napoli non è successo niente” il Covid-19 non può essere così grave. In breve, la mia visione soggettiva è la realtà oggettiva. Se io non lo vedo, non c’è. Esiste però un secondo livello di negazionismo, molto più subdolo e pericoloso, quello di giornalisti come Nicola Porro. Che addirittura si è appellato a Popper per rivendicare il suo cavallo di battaglia sempre uguale, sia sul Covid-19 come sul cambiamento climatico: chi mette in discussione il pensiero dominante, anche scientifico, sta sullo stesso piano del pensiero dominante, sia pure la maggioranza assoluta degli scienziati. Si tratta di due opinioni, eguali e legittime. Peccato che “la verità scientifica non si fa mai con un solo articolo. E per questo 99-1 non è uguale a 50-50”, spiega Giorgio Vacchiano, ricercatore esperto di foreste e clima. “È come una misura. Se 100 persone misurano la tua altezza otterranno risultati diversi, ma la tua altezza è una sola. Se su 100 misure 99 convergono è probabile che la tua altezza sia quella. L’esistenza di uno studio che giunge a conclusioni differenti non è mai abbastanza per smentire i 99 a favore”.

E poi c’è un terzo livello, ancora più infame, cioè l’uso politico del negazionismo, quello di un Salvini che decide di non mettersi più la mascherina. Come spiega, tra gli altri, il sociologo Keith Kahn-Harris, il negazionismo, a differenza della semplice negazione, non si limita a rimuovere la realtà, ma ne costruisce una alternativa. Un conto dunque è chi ha un rifiuto psicologico nell’accettare la pandemia, o il riscaldamento globale, un conto è la decisione politica di ignorarla. La cosa più grave, di cui poco si parla, sono le conseguenze di questa scelta sciagurata: sono infatti i più fragili a fare le spese del negazionismo giornalistico e politico, in questo caso i colpiti gravemente dal virus così come dalla crisi climatica. Sarebbe stato forse meglio allora cambiare il titolo del convegno in “Covid-19, la nostra libertà, la vostra fine”. O meglio ancora: “La nostra libertà, la nostra fine”, visto che le scelte sanitarie e climatiche ricadono anche su chi le fa. Ma vai farlo capire a chi in Senato ci è andato per rivendicare, come ha fatto sempre Porro, il diritto all’aperitivo dei ragazzini e cioè, in fondo, di se stessi. Intanto, avanza un dubbio: ma l’Ordine dei giornalisti non ha nulla da dire su chi nega la pericolosità del Covid-19 e al tempo stesso l’esistenza del riscaldamento globale?

 

L’inchiesta sull’Italicus, Gelli e la P2 va riaperta

4 agosto 1974: l’Italia è di nuovo in lutto. La mano stragista colpisce il treno Italicus nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, nel Bolognese. Dodici morti e 40 feriti, ma solo perché il treno porta sei provvidenziali minuti di ritardo, altrimenti la bomba sarebbe scoppiata dentro una galleria e l’effetto detonante sarebbe stato orribile.

Aldo Moro sale a Roma su quel treno. Richiamato prima della partenza alla Farnesina, evita quella condanna a morte da cui non avrà scampo quattro anni dopo.

La strage non ha colpevoli per la nostra giustizia, né esecutivi né mandanti. Il principale indagato, poi definitivamente assolto, fu Mario Tuti, insieme a Luciano Franci e Piero Malentacchi. Per l’eccidio di Piazza Fontana, Franco Freda e Giovanni Ventura vennero e assolti e mai più toccati – per il famoso principio del ne bis in idem – eppure sappiamo tanto del 12 dicembre: chi architettò la strage, perché, il ruolo centrale di Ordine Nuovo, le deviazioni. Insomma, è chiara la cornice delle responsabilità. Ora occorre consegnare alle future generazioni una visione chiara di quel che accadde quell’agosto e non sarebbe oggi impensabile la riapertura di una indagine sui suoi mandanti.

Per la strage dell’Italicus è già stato accertato in sede parlamentare il diretto coinvolgimento della P2. La Commissione sulla P2 guidata da Tina Anselmi, sulla base degli elementi emersi dalle indagini delle autorità giudiziarie bolognesi, lo disse chiaro e tondo nella sua relazione finale: 1) la strage dell’Italicus è ascrivibile a un’organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; 2) la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; 3) la Loggia P2 è gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. Eppure i fascisti che misero quelle bombe non poterono essere condannati così come i mandanti della P2 perché tutti i fili che conducevano alle loro responsabilità vennero spezzati grazie al “circuito della morte”: si organizza una strage insieme al suo depistaggio, e il pacchetto è chiuso. Tina Anselmi si chiese poi come fosse possibile, dopo la sua relazione, che non si muovesse nulla nel sistema giudiziario.

Il fatto è che le indagini erano state immediatamente sbaragliate dal meticoloso lavoro di disturbo degli uomini della P2. Il teste-chiave Aurelio Fianchini, principale accusatore di Tuti, Franci e Malentacchi, si è inabissato chissà dove: detenuto comune, aveva appreso in carcere da Luciano Franci i particolari dell’operazione Italicus e di come Malentacchi avesse disposto l’ordigno alla stazione di Firenze mentre Franci gli copriva le spalle. Non si presentò al processo, sparì dalla circolazione e smise di “cantare”. Una donna disse a un giudice che l’autore della strage era proprio Tuti, ma la sua denuncia fu archiviata e lei spedita in una casa di cura per mitomania: il giudice era Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della Loggia massonica P2. Quanto poi all’imputazione di favoreggiamento aggravato nei confronti del colonnello Domenico Tuminello, comandante del gruppo carabinieri di Arezzo, iscritto alla P2, cadde in prescrizione: Tuminello aveva ignorato la segnalazione fatta nell’agosto-settembre del 1974 dal generale Bittoni, comandante dell’VIII brigata carabinieri di Firenze, relativa ai nomi (Franci, Malentacchi e Batani) di tre soggetti che secondo informazioni provenienti dalla federazione Msi di Arezzo sarebbero stati implicati nella strage. E poi: quando i giudici bolognesi chiesero notizie su Licio Gelli al Sid (che ne aveva in abbondanza) il comandante del servizio, l’ammiraglio Casardi, rispose inviando una misera rassegna stampa.

La bomba era stata collocata sul treno, nella carrozza numero 5, in prima classe, durante la sosta alla stazione di Firenze. Firmò la perizia balistica e chimica il colonnello Spampinato che, qualche anno più tardi, violando qualsiasi riservatezza, rivelerà al Sismi di Firenze la composizione dell’esplosivo utilizzato nella strage di Bologna, informazione che consentì a Gelli e ai suoi sodali di realizzare i depistaggi piazzando esplosivo analogo sul treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981. Nel maggio del ’74 il generale Gianadelio Maletti, capo del controspionaggio, piduista poi condannato per le protezioni ai fascisti che avevano organizzato la strage di Piazza Fontana, aveva redatto una dettagliata annotazione, grazie alla famigerata Fonte Tritone (Maurizio Tramonte, di recente condannato per la strage di Piazza della Loggia) che spiegava le connessioni tra il gruppo storico di Ordine nuovo, la sua diramazione toscana e la strage dell’Italicus. Maletti si guardò bene dal passare agli investigatori la breve nota. I processi si svolsero quasi al buio e furono “smembrati”: quelli per gli attentati ai treni realizzati nell’aprile del 1973, di sicuro finanziati da Licio Gelli, presero strade diverse, il terrorista nero Augusto Cauchi, allevato da Gelli personalmente, ricercato per quello e altri attentati ai treni in Toscana, fu avvertito dall’imminente cattura. Cauchi aveva potuto rifornirsi di armi ed esplosivo grazie a un assegno che il Venerabile Licio gli mise in tasca proprio nella sua comoda Villa Wanda. Insomma, la P2 di Licio Gelli realizzò la strage dell’Italicus e diede protezione ai suoi responsabili. Tanti documenti lo affermano. Il piano è noto: l’Italia non doveva essere un Paese democratico e le forze autoritarie della destra, attorno al sistema P2, tentarono prima il golpe, poi la via del presidenzialismo autoritario. Fallirono, lasciando tuttavia un Paese ferito. Stanno emergendo con chiarezza le nefandezze stragiste della P2 grazie alle indagini della Procura generale di Bologna: anche se il giudizio politico e storico è scolpito nella pietra, c’è quanto basta perché si riapra il processo giudiziario per i mandanti della strage dell’Italicus.

 

In tutti i meeting Trump regala ai capi di governo una foto di Melania nuda

Panico nei corridoi della Casa Bianca quando Trump ha condiviso via tweet il video di un suo supporter che urlava “White Power!” – il manifesto, sabato 4 lug 2020

The Room Where It Happened (“I quattro errori delle SS”, Mondadori) è il nuovo libro di John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale nei primi 17 mesi dell’Amministrazione Trump; e ha fatto imbufalire il presidente incapace. TRUMP: “Va bene, sono un megalomane narcisista senza scrupoli né etica, goffo e stupido, del tutto inadeguato alla carica. Ma razzista?”. BOLTON: “Non ho scritto che sei razzista”. TRUMP: “Sì, ma sono anche razzista”. Le rivelazioni sconcertanti di Bolton confermano che Trump è un incubo distopico di cui il lockdown mondiale da Covid-19 è solo la ciliegina sulla torta: Trump mandò a monte i colloqui con Kim Jong-un perché li paragonava a un corteggiamento, e voleva essere “quello che rompe per primo con la ragazza”, fregandosene di quale fosse l’interesse strategico per gli Usa, che peraltro ignorava; si complimentò con il dittatore Xi Jinping per i campi di concentramento dove la Cina tiene prigionieri un milione di Uiguri (musulmani cinesi turcofoni); espresse dubbi sulla colpevolezza del principe saudita Mohammed bin Salman (accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi) per distrarre la stampa dalla notizia sulla figlia Ivanka (aveva usato l’email personale per affari di governo, peccato di cui Trump aveva accusato Hillary durante la campagna elettorale); e disse che sarebbe stato “cool” (figo) invadere il Venezuela, “che in realtà è parte degli Stati Uniti”. Ora che anche Fox News comincia a criticare Trump, l’ultima pasionaria rimasta è Maria Giovanna Maglie, peraltro già craxiana.

Falco della guerra criminale, coloniale e illegale di Bush-Blair-Berlusconi in Iraq (sostenuta da Giuliano Ferrara, peraltro già craxiano), Bolton votò Trump alle Presidenziali, ma afferma che avendoci lavorato per un anno e mezzo non lo rivoterà. Per non violare gli accordi sulla riservatezza del suo lavoro alla Casa Bianca, Bolton ha omesso dalle sue memorie alcune chicche sfiziose:

– Nei meeting internazionali, Trump per bullarsi regala ai capi di governo una foto nuda di Melania formato poster dicendo: “Tieni, io me la scopo, ma tu puoi sempre fartici una sega”.

– Quando Trump regalò quel poster al Dalai Lama con la stessa frase, il Dalai Lama ricambiò con una foto nuda di Charlize Theron, scattata da lui, dicendo: “Idem”.

– Trump sta scrivendo un libro per bambini intitolato “Giocattoli che i bambini ricchi hanno e tu no”.

– Melania ne sta scrivendo un altro intitolato: “Come leggere un libro quando lui vorrebbe fare sesso”.

Ma forse le proteste che divampano cominciano a fare effetto: Trump avrebbe deciso di rimuovere il muro col Messico, e di regalarlo a Netanyahu.

Tre mesi fa, Trump era in collegamento video con Putin per la commemorazione della vittoria contro la Germania nazista. Cordiale la conversazione fra i due, fino al termine della parata delle forze armate sulla Piazza Rossa, quando Trump ha chiesto a Putin: “È tutto quello che avete?” ed è scoppiato a ridere. E Putin, gelido: “Un’altra come questa e col cazzo che ti faccio vincere di nuovo”. La parata consisteva in soldati a passo dell’oca, bandiere rosse, lanciamissili, carrarmati: tutto molto plumbeo. Neppure le ballerine di samba sul carro allegorico venuto da Rio sono riuscite ad alleggerire i toni.

 

Dalla sciatica alla lavastoviglie: guida ragionata ai sex toys

Tristi ripieghi per colmare la mancanza di un partner, sostituti freddi e meccanici di parti genitali o strumenti per saziare un appetito sessuale deviato: nonostante la rivoluzione sessuale e il porno su internet, i sex toys sono ancora lungi dall’essere visti come inoffensivi accessori per esplorare la sessualità in modo naturale e creativo; e ancora penalizzati dall’eterna avversione a qualcosa che minacci di sostituire l’umano e da una visione repressivo-sessuofobica e critica verso la masturbazione. Ed è per esaltare dildo e vibratore, quest’ultimo considerato da molti il “Sacro Graal dell’orgasmo”, che Morena Nerri e Ivano Messinese hanno scritto Sex Toys. Alla scoperta degli oggetti del piacere. Un’incredibile enciclopedia che arriva giusto alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Orgasmo (31 luglio) e che contiene anche un inedito excursus storico: dal dildo più antico del mondo, un fallo di roccia risalente al 29.000 a. C., per arrivare al coniglio vibrante Rabbit Pearl usato da Charlotte in Sex and The City.

Il libro racconta anche della guerra scatenatasi negli anni 70 tra dildo e vibratore (nato per curare sciatica ed emicrania): il primo criticato dalle femministe come strumento di patriarcato e dipendenza dal fallo, il secondo investito della missione di “guidare la liberazione a suon di orgasmi”. In realtà negli ultimi anni entrambi i sex toys si sono evoluti, prendendo sempre più sembianze astratte, progettate da designer famosi ed esposti in boutique del piacere.

E tuttavia, a causa dell’enorme offerta, destreggiarsi tra modelli e materiali è sempre più complicato. Ci sono giocattoli erotici dinamici e statici, con vibrazione “rombante” oppure “ronzante”, con pile intercambiabili o batteria ricaricabile. L’importante, ricordano gli autori, è optare per un materiale sicuro per il corpo, scegliendo negozi o siti specializzati ed evitando portali con distese di peni sotto cinque euro che trasudano o puzzano di plastica. Ma come inserire un sex toy nella vita di coppia? Mai sorprendere il partner con un maxi-vibratore a forma di pene, meglio parlarne prima e sceglierlo insieme. E per pulire il dildo? Acqua, sapone e olio di gomito, ma si può anche bollire o mettere in lavastoviglie. Infine dove riporlo? Un’idea sono i finti dizionari con il buco: un luogo ideale, perché, tutto sommato, anche quella del piacere è una lingua che in pochi conoscono bene.

L’Eco della mia lettera. E sono diventato giornalista

In quegli anni (anni Cinquanta), c’era una sola edicola per giornali stranieri a Manhattan. Era in Times Square, già allora trafficata da luci, pubblicità, autobus e folla, già allora sede (edificio triangolare e grandi scritte luminose delle ultime notizie) del New York Times. L’edicola la dovevi cercare perché sembrava una capanna di carta costruita da ragazzini, e nascosta dal traffico. Dentro la capanna dovevi trovare, tra pacchi di giornali ancora chiusi o stracciati in parte, in lingue e testate sconosciute, il pacco italiano. Arrivava solo una volta alla settimana, il giovedì, con dentro poche copie di ciascun quotidiano nazionale. Io, torinese mandato a New York da Olivetti, cercavo per prima cosa La Stampa, poi il Corriere della Sera, e – se c’era (non sempre spedivano i settimanali) – Il Mondo, perché mi interessava il mio coetaneo Arbasino. Arbasino c’era. Il suo testo occupava metà del paginone centrale. L’altra metà era un articolo con la mia firma. Lo stupore, ricordo, è stato persino più grande della felicità. Il Mondo aveva pubblicato un articolo che non avevo mai scritto. Riconoscevo una delle mie lettere settimanali a Umberto Eco. Mancava solo il “Caro Umberto” iniziale.

Lo scherzo era semplice per Umberto Eco, che a quel tempo era l’autore, già notato, del poi famosissimo Diario Minimo.

Io gli scrivevo da New York, una o due volte alla settimana. Gli raccontavo l’America vista da un esploratore meravigliato. Lui rispondeva raccontandomi come intanto l’Italia correva perché tutto era nuovo. E sulla busta scriveva “al letterato” (in quanto maniacale scrittore di lettere) per dirmi lo stupore divertito della grande quantità di racconti che continuavo a mandare. Due di quei racconti sono stati fatti leggere da Eco a Calvino, che li ha pubblicati sulla rivista Il Menabò. Questa la presentazione di Eco: “Furio era sempre stato un narratore di vocazione, ma consumava il suo estro nel racconto orale, diretto, cestinando con la severità di chi si crede un dilettante quello che metteva per iscritto. In America, trovandosi nella impossibilità di una comunicazione orale altrettanto sfumata, diede il via libera al suo gusto della scrittura”. Erano strani tempi, visti oggi. Erano tempi in cui grandi narratori come Moravia e Pasolini volevano diventare giornalisti assidui e frequenti per le maggiori testate. Una grande testata (piccolo giornale di grandissimo prestigio, frequentato quasi solo da scrittori) era Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, forse il più grande, in quel ruolo, nel giornalismo italiano dell’epoca. All’avventura emozionante di Times Square sono seguite due lettere. Una di Mario Pannunzio che mi chiedeva (un evento mai più accaduto nella vita) di scrivere articoli più lunghi, in modo da alternare Arbasino e me nel paginone centrale. L’altra di uno scrittore che mi era, e mi è ancora caro, Ottiero Ottieri, l’autore di libri chiave per capire l’Italia fra gli anni Cinquanta e l’inizio aspro e giovane degli anni Sessanta (La Linea Gotica, Donnarumma all’assalto). Nella lettera mi chiedeva di mantenere ben saldo il legame perché, in tempi in cui non esisteva alcuna altra formalità o esame, io avevo superato la barriera e toccava a me tener vivo il rapporto appena creato. Ottieri era di casa nella Bompiani Editore, uno dei due fortini della neo avanguardia (l’altro era Feltrinelli) dove il giovane Eco, che non era ancora in cattedra, era intanto diventato redattore e poi direttore editoriale. Con Ottiero avevo lavorato alla Olivetti nel mio breve periodo italiano e si era stabilito un legame profondo. Sui tavoli del neo direttore, alla Bompiani, Ottiero ha visto le mie lettere a Eco e, secondo una versione affettuosa ma attendibile di Silvana Mauri (la geniale signora Ottieri) la mia lettera-articolo a Il Mondo è stata mandata a Il Mondo da casa Ottieri.

Ma il filo della continua conversazione cartacea con Eco non si è mai interrotto. C’erano due grandi percorsi. Uno era l’arrivo di nuovi personaggi sulla scena, che stavano cambiando Milano, sul versante dello scrivere e del pubblicare. Per esempio l’esordio di Filippini, alla Feltrinelli, dove avviene una vera e propria irruzione di fatti, idee, persone nuove (e intere regioni ancora non colonizzate della cultura contemporanea). Per esempio il balzo in scena di Balestrini, la presenza ininterrotta di Sanguinetti, l’arrivo di Guglielmi e Giuliani, l’apparire e scomparire e ritornare di Goffredo Parise, l’inafferrabile diversità di Manganelli, lo spazio poetico di Pagliarani, l’estrosità inventiva di Pignotti, la guida di Anceschi. E Malerba allegro e inflessibile. Devo a quel reticolato di lettere se, vivendo a New York, ho cominciato a essere parte del Gruppo 63, abbastanza preparato al suo inizio e alle edizioni degli anni seguenti.

E poi del giornale del Gruppo Quindici di cui poi (tornato per un periodo in Italia nel 1965) ho fatto parte attivissima. Intanto per Il Mondo, grazie a quella lettera trasformata in articolo, che ho trovato per caso a Times Square come un dono non atteso sotto un albero di Natale, ho scritto dagli Usa o sugli Usa, una sessantina di articoli, pareggiando quasi con Arbasino.

Ce lo siamo detti un giorno, contenti come bambini, non tanto tempo fa. Ma io non ho svelato il segreto dell’idea, più affettuosa che letteraria, di Eco (o forse di Ottieri), di trasformare una lettera fra tante (raccontavo una conversazione con Eleanor Roosevelt nella vecchia casa di famiglia del presidente ad Hyde Park) nel mio cominciare a fare il giornalista.

“Ma che uomo sei se non fotografi il cielo”

Quando ero bambino, mi piaceva fare un gioco curioso sul grande terrazzo della mia casa paterna, sempre che il cielo me lo avesse permesso: alzavo il naso all’insù e fissavo le nuvole, cercando di decifrarle nella loro lenta mutazione. Una volta si materializzava la testa di un lupo, un’altra le sembianze di un mostro dalla grande bocca, un’altra ancora un volto comico che si deformava per unirsi a un altro cumulo e dar vita a un altro, fantasioso, disegno. Vedevo quindi il cielo come una immensa tela, dove opere astratte si componevano e decomponevano lentamente in significati che solo io potevo attribuire.

Da sempre, il cielo ha richiamato la mia attenzione. Attraendomi e inquietandomi allo stesso tempo: nella poesia dei suoi colori o nella sua cupezza minacciosa. L’ho sempre considerato come l’umore di Dio… o così mi piaceva interpretarlo. La fortuna di abitare in alto e di godere degli ampi terrazzi nel centro della mia Roma ha sicuramente contribuito a predispormi verso lo stupore di quella moltitudine di colori che scandivano le varie stagioni. Ogni mese ha una sua tonalità, la sua nitidezza, la sua afosa opacità, i suoi contrasti, la sua grazia cromatica, la sua malinconia. Così un giorno, quando mi fu prestata una preziosa Rolleiflex, alla quale seguì come regalo una Leica, iniziai a esercitarmi nella fotografia. Avevo un certo gusto (me lo dicevano in tanti) ma, nella realtà, mi ritenevo uno che faceva solo cartoline. Non riuscivo proprio a trovare un mio stile. Avevo imparato anche a sviluppare un negativo e a stampare. Ma nel vedere in fila tutti i miei scatti di scorci, stradine, vicoli, ponti, ruderi, mi sembrava che mancasse solo un francobollo e il tipico “Baci da Roma”.

La svolta avvenne quando, sfogliando un libro di mio padre, trovai una pagina dove’era stampato un dipinto del futurista-divisionista Luigi Russolo dal titolo Lampi. Pittore e musicista, Russolo nel 1910 aveva raffigurato un paesaggio notturno, inquietante, sul quale incombevano minacciose nuvole che venivano illuminate da potenti lampi. Era un’immagine di rara vibrazione e suggestione. Quelle energie nascoste, attraverso le scintille abbaglianti, mi ipnotizzarono a tal punto che cominciai a interessarmi al cielo visto da altri pittori. Tiepolo, Monet, Turner e Constable, a mio modesto avviso, ebbero un talento inarrivabile nel rappresentare la volta celeste nelle sue trasformazioni: bagliore divino, silenziosa malinconia, inquietudine imponente. Ben conscio che mai nessun fotografo avrebbe potuto rendere le loro creazioni più sconvolgenti e ipnotiche, cominciai a puntare la macchina fotografica verso l’alto. E ben presto il cielo divenne ispirazione e ossessione.

Fin dagli anni Ottanta, ascoltavo delle composizioni strumentali elettroniche di Brian Eno, Philip Glass, David Sylvian e Robert Fripp. Tutte caratterizzate da sonorità spesso monotone, orizzontali, dalle minime e, talvolta impercettibili, variazioni. Non so quante volte avrò ascoltato Lizard point di Brian Eno e Steel cathedrals di Sylvian, pezzi simbolo di una musica che devi accogliere in solitudine, tanto è il mistero ipnotico che emana. Ecco, quei suoni mi riportavano alla contemplazione, allo stupore silenzioso del cielo. Quel cielo che cominciava a essere oggetto di una nuova passione, assolutamente privata. Una passione liberatoria per chi, come me, ha dedicato e dedica ancora la sua vita artistica alla commedia, alla risata. Finalmente, attraverso la fotografia, potevo riappropriarmi della mia vera indole: contemplativa, malinconica spesso solitaria.

Quando scatto non voglio nessuno accanto a me. Quel momento “mistico” è solo mio. Io e il cielo, un albero, una lontana montagna, una vallata. All’alba o al tramonto, prima o dopo una tempesta. Io e la natura nel corso delle stagioni, dove tutto è immobile. Senza alcuna traccia di umanità. Queste che vi presento sono “preghiere senza parole”. È la definizione più sincera che ho trovato.

Belli gli uffizi,ci si ammucchia

Più che per le foto botticelliane della Ferragni, mi viene voglia di un giro agli Uffizi per l’egregio lavoro che stanno svolgendo su TikTok, il social giovane dove vengono postati brevissimi video.

Tra le svariate chicche, ritmate a suon di Trap, si possono vedere Angelo e Maddalena Doni ritratti da Raffaello che improvvisano dal Rinascimento una sorta di Casa Vianello, ed è giusto e accattivante (il linguaggio è sbagliato unicamente quando è fuori contesto) e sono sicuro che Andy Warhol da lassù guarda con un sorrisetto e annuisce compiaciuto (e, non a caso, gli Uffizi a tutt’oggi è il museo più seguito al mondo su TikTok).

Il giro lo comincio senza nessun pregiudizio circa il rispetto delle norme basilari anti-Covid19. Anzi, a dirla tutta, capire se il museo si dimostri adeguato o inadeguato nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso non è proprio tra i miei pensieri. Ritiro il biglietto – rigorosamente acquistato online – senza un secondo d’attesa, il che rafforza semmai il convincimento che la visita sarà agevole, senza troppe comitive di turisti tra i piedi. All’ingresso la sensazione è confermata da una fila ridicola se messa a confronto con quelle infinite che si allungavano come serpentoni tra i loggiati e nel cortile prima che scoppiasse la pandemia. L’unica nota stonata è un cartello gigantesco che suggerisce – intima? – di tenere una distanza di sicurezza pari a un metro e 80 centimetri, mentre invece tutti istintivamente convergono verso la strettissima porta d’ingresso.

Nel vestibolo c’è qualcosa che non torna, come se fossimo finiti dentro uno scenario ucronico. Il museo è palesemente rimasto fermo a un’emergenza fa. Non si occupa del virus, ma del terrorismo e il risultato è abbastanza ridicolo. L’allestimento è quello del controllo aeroportuale, c’è un metal detector e bisogna mettere borse e borselli dentro la classica vaschetta. Ai tornelli per l’accesso alle scale che porteranno ai famosi corridoi della Galleria nessuno si degna di misurare la febbre. Possibile che alla riapertura non sia stato preso neanche questo accorgimento minimo? Anche perché nel frattempo le persone si sono moltiplicate, e arrivato alle prime sale mi rendo conto che c’è un vero e proprio viavai, come se fosse una giornata ordinaria. Mancano gli americani e i giapponesi, ma gli europei ci sono quasi tutti, e i turisti alla fine sono tanti. Ci sono quelli con le audioguide che non capiscono, proprio perché tra loro e l’opera frappongono la spiegazione, e ci sono quelli che al contrario capiscono troppo, sovra-interpretano, sparano sentenze ad alta voce e trasformano il museo nella biglietteria del cinema di Io e Annie con l’immancabile esperto di Fellini logorroico. Soprattutto ci si assembra, è un fatto umano troppo umano. Non importa quanto grandi siano le stanze, le opere d’arte fungono da magneti, e tutti si accalcano in quei pochi metri quadri prospicienti ai capolavori. E così, ci si ammucchia per fare una fotografia con l’opera, l’inanimato diventa animato, nel senso che la statua o il dipinto si umanizzano, sono i soggetti insieme a cui immortalarsi, come se fossero vip che vengono a mangiare al nostro ristorante. Lo spazio gioco forza si rimpicciolisce, le distanze di sicurezza vanno a farsi benedire, siamo tutti addossati, e spesso con le mascherine penzoloni sulle orecchie, sennò che foto faremmo senza mezzo volto? Sembra che quasi più nessuno sia disposto a guardare dal vivo, men che meno a contemplare, si deve soltanto fare il giro per fabbricarsi questo assurdo catalogo (uno per ogni telefonino) fatto di fotografie sbilenche, malcerte, sfocate, da guardare in seguito, quando saremo tornati a casa, non tanto come esperienza, ma già come un ricordo, un ricordo di qualcosa che in fondo non abbiamo vissuto proprio perché eravamo troppo impegnati a fotografarlo. Possibile che a nessuno sia venuto il dubbio, alla luce di questa nuova, immedicabile fruizione museale, che l’organizzazione dell’emergenza sanitaria avrebbe potuto risentirne? Intanto ho percorso il corridoio di levante, di mezzogiorno e di ponente, e sono arrivato sulla terrazza panoramica da cui si possono ammirare la cupola del Brunelleschi e la torre merlata dell’orologio di Palazzo Vecchio (da dentro il museo, alla lettera, si guarda il museo di fuori, prospettiva unica ma anche unica prospettiva di una città forzata all’arte, costi quel che costi, Covid-19 o non Covid-19). Mi bevo uno spritz e spero di non essermi beccato niente, a parte una salubre sindrome di Stendhal. Ci penso anche quando ridiscendo le scale e percorro l’ultimo tratto del percorso. I custodi, lungi dal controllare alcunché, non paiono essere stati avvisati della nuova situazione pandemica. Fissano stanchi davanti a sé, pronti a ravvisare la non corretta distanza di sicurezza tra il pubblico e l’opera (ma l’opera, fino a prova contraria, risulterebbe negativa al tampone e anche al sierologico), ma non, mettiamo, una raffica di starnuti a maschera abbassata (è obbligatoria la maschera? Sì? No?). Certo che qualunque discorso è pronto a decadere, o quantomeno a trovare un suo oblio temporaneo, di fronte alla bellezza di un Giotto, di un Tiziano o di un Caravaggio, nessuno tiene testa agli Uffizi, nessun posto al mondo ha avuto l’ardire di conservare così tanta bellezza. È certamente così. Eppure, uscito fuori, allontanandomi, resta nitida la sensazione di aver rischiato più del dovuto: più, mettiamo, di aver viaggiato in treno o di aver visto un film in una cinema all’aperto.