Senza gli americani, Venezia sarà piena (di illustri sconosciuti)

La necessità è evidente, che Venezia 77 sappia farne una virtù da vedere, come i film del resto. Ha ragione però il presidente di Biennale, che festeggia i 125 anni dalla fondazione, Roberto Cicutto ad andare al sodo: meglio una Mostra così o nessuna Mostra? La domanda non è retorica, è pieno di festival cancellati e non è che ci siamo strappati le vesti, ma fare le pulci a questo, perché i blockbuster americani non ci sono, il red carpet sarà zeppo di perfetti sconosciuti, le proiezioni andranno prenotate online, la temperatura monitorata, gli accessi contingentati, il tracciamento attivo e altre amenità di epoca Covid, non è un po’ meschino? Esecrabile è piuttosto il sistema cinema globale, che malgrado i proclami (la paventata e poi naufragata sinergia tra Cannes e il Lido) e le occasioni (l’attesissimo titolo della ripartenza, Tenet di Christopher Nolan, sarà in sala, fuori dagli Usa, il 26 agosto: una première in Laguna pareva brutto?) non è capace di intendimento alcuno: si va in ordine sparso e chi primo arriva, Venezia appunto, ha oneri e onori. Tra i secondi, non includiamo l’aumento di donne registe, otto su 18 in Concorso: come non gridavamo allo scandalo quando latitavano, non esultiamo ora, al solito, prima vedere cammello, ovvero film. Quattro gli italiani per il Leone d’Oro: il più forte è il documentario Notturno di Gianfranco Rosi, girato nel Medio Oriente squassato dalla guerra, che passerà anche a Toronto e New York, poi troviamo Miss Marx, la socialista e femminista ultimogenita di Karl Eleanor, di Susanna Nicchiarelli, Le sorelle Macaluso di Emma Dante, Padrenostro di Claudio Noce, con Pierfrancesco Favino, cui va aggiunto il rimpianto del direttore Alberto Barbera per Assandira di Salvatore Mereu, piazzato Fuori concorso. Lacci di Daniele Luchetti in apertura, in chiusura Lasciami andare di Stefano Mordini, esordienti, promesse, terzimondi e scommesse si sprecano, meno gli statunitensi: Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand che guarda al terzo Oscar, e The World to Come di Mona Fastvold, con Vanessa Kirby e Casey Affleck. Tra le possibili chicche, il corto BMM dell’esordiente regista Jasmine Trinca, i doc Paolo Conte, vieni via con me e Salvatore – Shoemaker of Dreams, dedicato a Ferragamo da Luca Guadagnino. Tutto il resto è scongiuro: che da qui al 2 settembre “possa accadere qualcosa di grave – chiosa Barbera – non vogliamo pensarci”.

Coca, scazzottate, corna e tanta rabbia: altro che Oasis di pace

Cinque fottutissimi minuti. Se quella sera la Dea della Pazienza non si fosse distratta, la data del 28 agosto 2009 sarebbe stata solo un’altra stazione di posta nel crac emotivo dei fratelli Gallagher. Invece, eccola lì in pezzi la leggenda Oasis, e non solo quella. Quando sullo schermo del festival parigino Rock En Seine compare la scritta: “A causa di un litigio all’interno della band il concerto è cancellato”, Noel è a bordo di un taxi ed è già uscito dal gruppo. Cinque minuti funesti in camerino prima di andare in scena. Liam strimpella la sua chitarra acustica, il fratello lo prende classicamente per il culo: “Lascia perdere”. Il cantante gliela tira addosso, mancandolo. Noel salta sullo strumento e lo distrugge. Liam si fionda sul palco e gli disintegra l’arsenale chitarristico.

Addio Oasis: la faida tra il Piccoletto e il Comandante non troverà mai ricomposizione. Da undici anni va avanti a colpi di tweet all’arsenico e perfide interviste, con rari calumet della pace fumati tra i fans a sperare nella reunion. I bookmaker, dopo aver analizzato un messaggio possibilista di Noel del gennaio scorso, puntano sul 2022, pandemie permettendo. Liam scrive ogni giorno enigmatici post, con lo slang di un inattendibile ubriacone. Per giunta, sostiene di essere perseguitato dallo spettro di Lennon, di cui ode la voce. Prima del redde rationem, il filo scoperto nel dna dei Gallagher non aveva impedito agli Oasis di marcare (con album-pietre miliari come Definitely maybe e What’s the story, morning glory?) il decennio in cui Britannia Felix rivendicava il primato nel rock. I nuovi Beatles? Quasi. I nipotini degli Stones? Allievi, come minimo. I cuginetti dei concittadini Smiths? Sicuro. Si fottessero gli americani, nei Novanta sulla fortezza del r’n’r sventolava di nuovo la bandiera inglese. Il derby era con i londinesi Blur, geniali ma più fighettini dei mancuniani, già contaminati da sangue accidioso dentro la pancia di mamma Peggy, dove filtrava l’eco della violenza di papà Thomas. Stirpe irlandese, genitori proletari andati a cercar fortuna oltre il canale. Quando tornano nell’Isola di Smeraldo con i bambini (tre: il primogenito è Paul, poi Noel, buon ultimo Our Kid Liam), per non dover pagare un biglietto plurimo sul traghetto da Holyhead li nascondono sotto le coperte in auto. Fanculo la povertà. Tom lavora, ma non basta mai. Torna a casa annebbiato dopo il pub e picchia la moglie. Ogni sera. A volte alza le mani pure su Paul e Noel, che diventano balbuzienti. Liam no, è troppo piccolo: un altro dei suoi soprannomi è “Peggy’s shadow”, l’ombra di mamma. Ma quando la donna troverà la forza di separarsi dall’orco, Liam le buscherà pure da lei.

Ne combina troppe: bigia la scuola, mente per negare le zuffe. Scopre l’amore per la musica, racconterà, dopo la martellata in testa da un bullo: Liam si risveglia in ospedale ossessionato da Like a virgin di Madonna. Sarà vero? Di sicura c’è la sua fede (e quella dei fratelli) per il ManCity, che in quegli anni è la squadra degli sfigati: a Burnage, il quartiere dove nacque Roger Byrne, il capitano dello United morto con gli altri “Busby Babes” nello schianto di Monaco nel ’58, tifare per i rivali è un affronto e un sabotaggio nei confronti del padre. Pure Noel, da adolescente, non è uno stinco di santo: ruba, si mischia a una gang di hooligan. A 13 anni si becca una condanna per furto. Sei mesi bloccato a casa, e l’odio edipico va in cortocircuito: Noel afferra la chitarra di papà, gli si apre un mondo. Vorrebbe emulare Johnny Marr degli Smiths, così come Liam resterà folgorato dagli Stone Roses. Manchester ha bisogno della loro rabbia: i Gallagher, zelanti copisti del canone rock, la trasformeranno in un epos. Milioni di ragazzi hanno suonato Wonderwall in ode alla fidanzata; tutti hanno intonato in coro l’inno motivazionale Don’t Look Back in anger, come dopo il minuto di silenzio per le vittime dell’attentato allo show di Ariana Grande nel 2017.

L’idiosincrasia tra Liam e Noel, malgrado 70 milioni di dischi, è frutto delle manie reciproche di protagonismo. Noel è The Chief, quello che ha la musica in ogni poro. Our Kid è il frontman riluttante, che si spintona con l’ex calciatore Paul Gascoigne, o trascina la band in una scazzottata con cinque italiani in albergo, o crea scompiglio durante un volo di linea. Il cuore del conflitto è sul fronte interno. Spesso i parenti-serpenti litigano per le rispettive compagne.

Nel ’97 Liam sposa Patsy Kensit (la ninfetta degli Eight Wonder) e Noel la bolla come una Yoko Ono. Intanto Liam si incasina per conto suo: un mese dopo le nozze gli nasce una figlia da un’altra donna. Finirà male, come anche nella relazione con Nicole Appleton delle All Saints o più recentemente con la compagna Debbie Gwyther, dopo un’aggressione costata al cantante un’accusa per maltrattamenti. Ben prima Liam si era reso imperdonabile, agli occhi di Noel, insinuando che Anais, la figlia avuta dal fratello con Sara MacDonald, fosse di un altro uomo. Mai sublimata, dai Gallagher, l’ottusa eredità dell’insolenza paterna. Meglio, diamine, la provocazione rock. Come la notte in cui Noel si appartò a Downing Street durante un ricevimento del premier Blair. Andò a tirarsi una striscia nella toilette della Regina. Sentendosi onnipotente e impunito.

Piccolo Teatro, grandi inciuci: si cerca ancora il direttore

Il mondo va alla rovescia, in Italia: la patria di Zenone e i paradossi, in cui tocca persino applaudire due leghisti e boicottare una donna, l’unica in corsa per la poltrona di direttore del Piccolo Teatro di Milano. Classe 1953, formatasi alla “caserma”, scrive lei, dello Stabile meneghino e poi per anni sovrintendente del San Carlo di Napoli, Rosanna Purchia è la favorita tra i quattro candidati, sponsorizzata dal Mibact, leggasi Franceschini ma soprattutto Nastasi (il cui delegato in Cda è Andrea Cardamone), e dal Comune di Milano (rappresentato da Salvatore Carrubba e Marilena Adamo): indubbiamente è una signora amante della lirica e della prosa, ma non della grammatica tanto il suo progetto – di una paginetta – è pieno di strafalcioni, tipo “i you tuber più famosi” e “il Festival prima edizione 2022 Milano dove uno spazio importante dovrà essere destinato ai teatri milanesi al fine di creare il Sistema Milano”.

Non proprio una intellettuale, la Purchia, ma “una donna concreta che deve però sognare in Alto per il Piccolo”, e non a tutti – si sa – piace il sogno in alto: per questo i succitati “leghisti”, Angelo Crespi ed Emanuela Carcano, membri del Cda designati dalla Regione Lombardia, hanno fatto mancare il numero legale dei due consigli di lunedì, mentre per venerdì è convocato il terzo per “discutere” dei progetti, non per “decidere” il direttore. Il primo a fare una timida retromarcia è stato il sindaco Beppe Sala (“Ritengo sia opportuno un approfondimento ulteriore delle candidature, anche considerando altri candidati”); intanto, i lavoratori del teatro stigmatizzano “lo scontro di natura prettamente politica, che ben poco sembra aver a che fare” con l’arte. Per definizione messa da parte.

Se la quota rosé del Cda sponda la quota rosa, Marco Accornero (per la Camera di Commercio) è il più imperscrutabile e l’ala verde preferisce Antonio Calbi (57 anni), già amatissimo dall’ex sindaco Letizia Moratti e attualmente sovrintendente dell’Inda. Il suo progetto si distingue per colto citazionismo e attenzione alle minoranze, ipotizzando ad esempio “un trio di artisti in residenza, di cui almeno uno straniero e una donna”. Il terzo è un panda. Che è pure bianco e nero e non scontenta nessuno.

Da tutti apprezzato – per aver “preso sul serio la candidatura”, sussurrano nei corridoi del Piccolo, presentando un progetto molto articolato di 40 pagine, e pazienza per i troppi inglesismi e businessismi – è Filippo Fonsatti, il più giovane in corsa, classe 1968, direttore dello Stabile di Torino con ottimi risultati. Questo è, però, anche il suo handicap perché il Mibact – qualora Fonsatti traslocasse a Milano – dovrebbe rifare la stessa estenuante trafila e trovare un degno sostituto per il Carignano & C. Oltretutto, Fonsatti al Piccolo porterebbe con sé, come consulente artistico, Mario Martone, davvero troppo meridionale per gli amici del Carroccio. Chiude, infine, la rosa dei papabili Marco Giorgetti (60 anni) dal Nazionale di Toscana, tra le cui proposte spicca l’ideona di “alzare il valore del biglietto medio” per far cassa. Glielo impone l’Olanda.

“Fratella” Giorgia, il tonno Salvini e la destra centrista

Blu d’occhi e rosa di sondaggi: da un anno Giorgia Meloni si cucina fischiettando quel tonno di Salvini sulla padella della destra italiana. Di mese in mese, di citofono in mojito, bada che il suo Matteo continui a crogiolarsi inconsapevole coi selfie e che il fuoco resti al minimo. Dai giorni del Papeete a quelli del Covid, il Capitano è regredito Sergente, perdendo 12 punti. La Meloni da guerriera si è fatta principessa e di punti ne ha guadagnati 10. Ora stanno 23 a 18. Con questo ritmo, ci sarà il sorpasso. E con il sorpasso una destra meno carognona, arraffona e inquisita a giocarsi il futuro dell’Italia tricolore che fa il muso lungo all’Europa, ma incassa con entusiasmo i suoi vantaggi. Straparla di Soros “l’usuraio”, ma si gode i vantaggi del bazooka della Bce, la Banca centrale, che da anni paga un bel po’ dei nostri stipendi e dei nostri privilegi.

Giorgia Meloni, a parte gli occhi e il carattere di ferro, di privilegi ne ha avuti pochini. È nata nel pieno degli scontri di piazza, anno 1977, ma deve averne respirato i feromoni ostili, e a 15, per ripicca e anticonformismo, si è infilata nei residui della destra romana nostalgica di un passato missino non proprio edificante, anche se già ripulito dagli ultimi anni di Almirante che si era tolto la camicia nera, consegnando il suo ultimo doppiopetto al primo tra i colonnelli, Gianfranco Fini, il moderato. Il quale perfezionò lo spegnimento della Fiamma nelle acque di Fiuggi, inventandosi Alleanza nazionale, proprio mentre la giovanissima Giorgia prendeva il volo coi Gabbiani, che poi erano i post-post fascisti della sezione Colle Oppio, tristemente nota.

“Ero piccola, arrabbiata e tosta”, racconta, rievocando i suoi primissimi anni, trascorsi prima alla Camilluccia – “andò a fuoco la casa, fu colpa mia, giocavo con una candela accesa, incendiai le tende e tutto il resto” – poi alla Garbatella, quartiere di popolo e tifo romanista, un paesone dal cuore familista nella grande città impersonale dei Palazzi e del potere. Lei cresciuta monella in un protettivo gineceo: la nonna, la mamma, la sorella, la gatta. Il padre commercialista sparito con la barca a vela alle Canarie, dove pare abbia aperto un ristorante, lasciandosi dietro tutti i conti affettivi da pagare. “Avevo tre anni e neanche me lo ricordo”. Sembra uno scherzo, ma era l’unico comunista di famiglia. E dunque oltre al vuoto ha lasciato anche buoni motivi per veleggiare più a destra possibile dalla sua ombra. Più o meno dalle parti di Paolo Borsellino, il giudice: “Lo ammiravo e quando nel 1992 è stato ucciso dalla mafia ho deciso di impegnarmi”. Entra nel Fronte della gioventù. Nel suo Istituto alberghiero, l’Amerigo Vespucci, fonda il coordinamento studentesco degli Antenati. Parla alle assemblee anche quando non la lasciano parlare. A 18 anni diventa responsabile nazionale degli studenti di destra. Legge Tolkien. Sogna elfi e hobbit. Si incanta alle avventure di Atréju, il ragazzo in guerra contro il Nulla nel paese di Fantàsia. Nella sua camera, e poi nella vita, colleziona angeli di gesso, di legno, di cristallo, “ne ho più di trecento”, dice oggi, ma fuori casa le interessano solo i satanassi della politica. Per mantenersi fa la barista al Piper. La cameriera. La babysitter, una volta anche a Olivia, la figlia di Fiorello. Per il resto vive in sezione. Organizza presìdi e attacchinaggi. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno. E se qualcuno si azzarda a trattarla da mascotte, lei lo dissuade: “Quando mi arrabbio dico molte parolacce. Sono incazzosa. Sono lunatica. Sono un Capricorno”.

Fini la sceglie come sua pupilla. A 21 anni è consigliere provinciale. A 27 parlamentare. A 31 il più giovane ministro di sempre, dicastero della Gioventù, quarto governo Berlusconi, l’ultimo, quello che manda in malora i conti di tutti gli italiani, ma non i progetti di Giorgia Meloni.

La quale non ci pensa due volte a mollare il sultano di Arcore, travolto dallo spread e – come direbbero alla Garbatella – dalle mignotte. E nemmeno a voltare le spalle a Fini, quando va a fondo, senza bombole, con tutto il mobilio della casa di Montecarlo, bye bye giovinezza, inventandosi il nuovo inizio di Fratelli d’Italia. Che alla prima occhiata sembra una pattuglia raccogliticcia. C’è il vecchio arnese di Ignazio La Russa, passato dai picchiatori della sezione milanese di via Mancini, alle sventole del Gilda, apoteosi del generone di bisboccia e di governo. E c’è Guido Crosetto, detto il Gigante buono, anche se buono mica tanto, vista la sua passione per le armi, quelle in formato grandi appalti, che passano per il ministero della Difesa della sua amica Roberta Pinotti, gli stati maggiori, le aziende aerospaziali.

Con loro si inventa una destra centrista. Va in battaglia contro Monti, Gentiloni, Letta, Renzi: tanti nemici, tanto onore. Attacca la Fornero e dà del bamboccione a Tommaso Padoa-Schioppa. Ma prende le distanze dalla Lega: “Noi siamo un’altra cosa”. E non cambia idea sui grillini, “dilettanti allo sbaraglio”. Quindi non entra nel primo governo Conte, quello Salvini-Di Maio. E incassa consensi durante il secondo. “Ci ripagano per la coerenza”. Si congeda definitivamente dal fascismo: “La libertà e i diritti civili valgono più delle bonifiche pontine”. Si dichiara cristiana, anche se non le garba papa Francesco, la sua accoglienza la chiama “sostituzione etnica”. È per la linea dura sull’immigrazione, blocco navale in tutto il Mediterraneo, anche se non spiega come. Condanna l’aborto e il divorzio. Ma a forza di difendere la famiglia tradizionale, ne ha formato una a sua misura, con figlia e convivente. Realismo e insieme ordinaria ipocrisia. Ha i numeri per salire ancora. A offrire un patto di collaborazione al governo per il “rilancio Italia”, mentre Salvini naviga verso la tonnara. Peccato la sua ossessiva retorica della patria. Il mantra del tricolore, del sacro suolo. Dovrebbe sapere che il nazionalismo è una fiamma pericolosa, un po’ di disattenzione e vanno a fuoco le tende e le nazioni.

Gianrico Tedeschi, l’attore “totale” che recitò nei lager

Cento anni che lasciano tracce indelebili. E una voce, indimenticabile. Gianrico Tedeschi se n’è andato dopo una vita fatta on stage, fra palchi, set e microfoni. L’intero mondo della performance non può che piangerlo e celebrarlo all’unisono avendo lui, come pochi altri, attraversato ogni forma espressiva tenendola equidistante nella propria carriera: il teatro di tutti i generi, il cinema (in presenza e come doppiatore), la televisione (in varie modalità), la radio. E se è vero che la caramella Sperlari oggi non sarebbe la stessa senza il Tedeschi touch, è altrettanto veritiero che il suo sacro fuoco rimase acceso soprattutto sul palcoscenico, che riuscì a calcare per oltre 70 anni, recitando fino a quattro anni fa e dichiarando ai colleghi in ansia per la sua tenuta: “La scena dà forza”.

Lo scorso 20 aprile era diventato centenario con tanto di auguri presidenziali e in piena pandemia da Covid, che evidentemente non l’ha sfiorato. Mattarella lo ha omaggiato non solo come interprete straordinario dell’intero ‘900 del Belpaese (e almeno 15 anni del nuovo millennio…) ma anche come grande italiano, avendo Gianrico iniziato a recitare in un contesto non del tutto comune. Chiamato infatti a combattere durante la Seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre, e nelle fatiche del lager dove era deportato (girò tre campi di concentramento, Beniaminovo, Sandbostel e Wietzendorf) si mise a recitare coi compagni. Internati come e con lui, figuravano anche Giovannino Guareschi ed Enrico Paci. Quella prigionia bellica lo segnò al punto che nel tempo si trovò a dichiarare: “Sono diventato attore perché sono stato in campo di concentramento”. Una vita salvata per donarla a quella magica pedana di legno che trasforma l’uomo in maschera, e dove tutto diventa possibile nel misterioso mondo dell’immaginazione. Dice bene, non a caso, il titolo che la figlia Enrica ha scelto per il libro dialogo-biografia sul padre, Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi. Aveva donato corpo e voce ai più grandi il milanese Tedeschi dopo essersi diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma: Giorgio Strehler (che lo scelse e diresse già dal 1947), Luchino Visconti e Luca Ronconi. Con e per loro, e in compagnia di colleghi immensi al par suo (dalla Magnani a Mastroianni) ha dato nuova vita ai classici e alle sperimentazioni, senza trascurare quel teatro “leggero” della rivista musicale di cui si ricorda il celebre My Fair Lady del ’64 per la regia di Garinei & Giovannini con Delia Scala. E se gli stessi classici l’hanno portato alla tv nei famosi (e compianti) sceneggiati della Rai, anche il cinema ha vissuto il suo momento di qualità grazie a Gianrico Tedeschi. Tanti e diversi i titoli interpretati a partire dall’esordio del 1951 Il padrone del vapore per la regia di Mario Mattoli. Tra i film che l’hanno visto recitare, il meraviglioso Adua e le compagne (1960) di Antonio Pietrangeli, Il Federale (1960) di Luciano Salce, l’episodio Illibatezza di Rossellini in Ro-Go-Pa-G (1963), diversi lavori di Steno, e ancora Camillo Mastrocinque, Pasquale Festa Campanile, Mario Camerini, Luigi Zampa e il Monicelli di Brancaleone alle Crociate (1970). Nel 1975 diventa per Armando Crispino niente di meno che il dottor Frankenstein nella commedia parodistica Frankenstein all’italiana. La sua carriera cinematografica si è chiusa nel 2013 con Viva la libertà di Roberto Andò.

Australiana nel carcere-lager: “È una spia”

È stata trasferita a Qarchak, nella famigerata prigione nel deserto, Kylie Moore-Gilbert, docente alla Melbourne University, in carcere dal settembre 2018 in Iran per spionaggio. La donna britannico-australiana sta scontando una pena di 10 anni dopo essere stata processata in segreto e ritenuta colpevole. La prigione di Qarchak è nota per essere usata per punire i prigionieri politici iraniani tenuti in condizioni spaventose, secondo la loro testimonianza alle associazioni per i diritti umani di Teheran. Non che negli ultimi due anni la docente di Politica mediorientale se la sia passata meglio nel carcere di Ervin a dormire sul pavimento, in isolamento e in sciopero della fame. Secondo quanto riferito da un amico, Moore-Gilbert sarebbe stata picchiata per aver cercato di confortare altri detenuti. Ora l’allarme arriva dal marito di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, anche lei arrestata nel 2016: “La prigione di Qarchak si trova nel mezzo del deserto, non c’è acqua corrente, il cibo è scarso, il pane e il riso sono drogati ed è pieno di bande: puoi aspettare mesi per trovare un letto”, ha spiegato Richard Ratcliffe. D’altra parte, secondo un’amica della famiglia Moore-Gilbert, la donna si sente abbandonata dal governo australiano che “non sembra essere stato molto attivo” e si troverebbe in difficoltà, e senza soldi, di cui avrebbe bisogno per comprare provviste in prigione”. La donna ha rivelato a un’attivista per i diritti umani che le sono state vietate da un mese le chiamate alla famiglia. “Non sono mai stata una spia, temo per la mia salute mentale e ho rifiutato denaro dall’Iran per diventare una spia”, ha scritto Moore-Gilbert nelle lettere clandestine. L’anno scorso altri due cittadini britannico-australiani – Jolie King e il suo compagno Mark Firkin – sono stati arrestati e poi rilasciati per aver pilotato un drone senza permesso.

La veterana o la poliziotta: Biden, tante le aspiranti vice

La “donna nuova” è Karen Bass, che non prenota il futuro. La figura in crescita è Val Demings, che è stata capo della polizia di Orlando dopo 27 anni nei ranghi delle forze dell’ordine. Ma nel cuore dei commentatori dei grandi media c’è Tammy Duckworth, mutilata e decorata di guerra, mamma senza gambe, coraggiosa e disinibita. Invece di restringersi, la lista delle possibili ‘vice’ di Joe Biden resta molto ampia, quando ormai l’annuncio è imminente. Il candidato democratico alla Casa Bianca l’ha promesso per fine mese e, quindi, a questo punto, i giochi dovrebbero essere fatti: Biden ha già detto che sarà una donna; e ci si attende che sia una afro-americana, specie nel clima di tensioni anti-razziste di questa estate calda americana. Il che mette ai margini dei pronostici candidate come le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar, che da tempo s’è fatta da parte. Una mezza dozzina i nomi più citati dai media, dove va forte la Bass, 66 anni, una deputata della California con un passato da operatore sanitario, punto d’incontro fra le diverse anime del Partito Democratico, dall’establishment alla sinistra liberal.

Con una formazione e un passato di lavoro tra l’assistenza e il sociale, Karen Ruth Bass è deputata dal 2011 e prima era stata per sei anni all’Assemblea statale – divenendo la prima afro-americana speaker di una qualsiasi Assemblea statale dell’Unione –: da quasi due anni, è presidente del caucus, cioè del gruppo, che riunisce tutti i deputati e i senatori neri. Dalla sua, c’è il fatto che ha già escluso una sua candidatura alla presidenza nel 2024: Biden, che ha 77 anni e che si vedrebbe presidente per un solo mandato, vorrebbe accanto una persona concentrata a fargli da vice e non impegnata a preparare la propria campagna presidenziale. Contro di lei, c’è una dichiarazione fatta alla morte di Fidel Castro, cui tributò un ‘comandante in capo’: la battuta potrebbe alienare a Biden il voto degli esuli cubani determinante in Florida, uno degli Stati in bilico. Proprio dalla Florida viene Valdez Venita Demings, 63 anni, deputata solo da due legislature: è stata eletta solo al terzo tentativo, dopo due sconfitte nel 2012 e nel 2014. La speaker della Camera Nancy Pelosi la scelse per un ruolo di rilievo nella procedura d’impeachment contro Donald Trump, tra l’autunno e l’inverno. A suo favore, il passato da poliziotta e l’essere stata la prima donna comandante della polizia di Orlando. Contro di lei, la scarsa esperienza politica e internazionale. C’è poi la Duckworth, 52 anni, senatrice dell’Illinois al primo mandato. Afro-americana di padre e asiatica di madre, era pilota di elicotteri con l’esercito in Iraq nel 2004: il suo Black Hawk venne abbattuto da un razzo sparato dagli iracheni. Ferita gravemente, la Duckworth perse entrambe le gambe, ma due protesi al titanio le garantiscono piena mobilità. Battagliera e coraggiosa, sposata con un reduce, ha due figlie di sei e due anni, che porta spesso in Senato. Insieme a Tulsi Gabbard, deputata delle Hawaii, fino alla primavera in corsa per la nomination democratica, fu la prima veterana donna eletta al Congresso. L’attenzione mediatica focalizzata negli ultimi giorni su Bass, Demings e Duckworth protegge, forse, la corsa delle – sulla carta – favorite: la senatrice della California Kamala Harris, anch’essa rivale di Biden per la nomination, e l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Susan Rice, che fu pure rappresentante degli Usa all’Onu. Relegate a outsider le sindache di Atlanta, Keisha Lance Bottoms, e di Washington, Muriel Bowser.

Turchia, voglia matta di califfato

Chi riteneva che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe finalmente appagato la sua smania di accreditarsi come il vero e unico difensore dell’Islam nel Terzo millennio, con la riconversione della basilica cristiana di Santa Sofia in moschea, si era sbagliato. E di grosso. Incurante della Costituzione laica voluta da Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna nel 1923, su cui ha giurato, il “Sultano contemporaneo” ora mira a trasformare il Paese in Califfato, non solo ufficiosamente.

Dato il carattere estremamente sensibile della questione ed essendoci in Turchia ancora metà della popolazione (su un totale 80 milioni di abitanti) che non vota per il suo partito della Giustizia e Sviluppo, Erdogan manda avanti la cosiddetta destra islamista, dietro cui però c’è lui e il partito ultranazionalista islamico dei Lupi Grigi guidato da anni dal vecchio e screditato Devlet Bahceli, suo alleato nelle numerose tornate elettorali anticipate dal 2015 a oggi. Con l’ennesimo giro di vite parlamentare nei confronti dei social network e la riforma del processo che tiene in carcere gli oppositori politici, come Ahmet Altan e Osman Kavala, nonostante l’evidente fabbricazione dei reati per cui sono finiti dietro le sbarre e nonostante la diffusione irrefrenabile dei contagi da Covid, il capo dello Stato ormai crede di potere fare della Turchia ciò che vuole. Ma qualcuno tenta ancora di resistere. Ieri l’Ordine degli avvocati di Ankara ha presentato una denuncia penale per eversione costituzionale e istigazione alla violenza nei confronti dell’editore e del direttore responsabile della rivista della destra islamista turca Gercek Hayat, che nella ultima edizione ha pubblicato una copertina dal titolo “Raduniamoci per il Califfato”, accompagnato dall’occhiello “Se non ora, quando, se non tu, chi?”.

Il periodico lega la campagna per il ritorno al Califfato, abolito dalla Turchia con l’ascesa al potere di Atatürk (padre dei turchi, ndr), alla recente riconversione da museo in moschea dell’ex basilica cristiana di Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul e della cristianità. Secondo gli avvocati turchi, si tratta di un messaggio contrario ai “valori fondamentali” della Costituzione che rischia di fomentare violenza e odio sociale.

Gercek Hayat è una rivista di proprietà di un gruppo editoriale filo-governativo, per meglio dire di proprietà dello stesso Erdogan visto che è pubblicata dall’Albayrak Media Group. Berat Albayrak, il figlio del proprietario nonchè ex manager del gruppo, è infatti l’attuale ministro delle Finanze e del Tesoro, cariche dirimenti nella Turchia impoverita da due anni di gravissima crisi economica. Nella precedente legislatura, il giovane businessman era stato nominato dal suocero ministro dell’Energia e delle Risorse naturali. Berat è infatti il genero di Erdogan per averne sposato la figlia Summeye nonché il padre di tre dei nipoti del Sultano. L’ultimo è nato il mese scorso. Prima di iniziare la carriera di ministro era stato parlamentare nel partito fondato dal nonno dei suoi figli. “Hagia Sophia e la Turchia sono libere ora”, si legge in apertura dell’articolo riferito agli estremisti islamici turchi usciti dai loro covi dopo la prima preghiera a Santa Sofia lo scorso venerdì. Decine di invasati vestiti con gli abiti tradizionali turchi hanno marciato per le strade di Istanbul gridando “Dio è grande” senza più il timore di venire arrestati. Lo stesso Erdogan finì in cella vent’anni fa dopo essere stato eletto sindaco di Istanbul perché lesse durante un comizio una delle poesie più amate dai musulmani integralisti in cui il poeta militante scriveva “i minareti sono i nostri fucili”.

Il Sultano venne subito ammanettato con l’accusa di “incitamento all’odio su base religiosa”. Oggi la storia si è letteralmente capovolta e Mustafa Albayrak, proprietario della rivista, e il caporedattore Kemal Özer, noto per la sua militanza islamista, possono aspirare a vedere la Turchia ritrasformata in Califfato per la gioia del “Sultano parente”.

Mustafa Albayrak è anche Ceo del quotidiano YeniŞafak, filo-governativo, per usare un eufemismo. La deriva fascio-islamista imposta da Erdogan a tutto il paese ha spaccato anche il partito della Giustizia e Sviluppo da lui fondato nei primi anni del Duemila. Ömer Çelik, portavoce del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), ha inviato una serie di tweet sulla questione. In uno si legge: “La Repubblica turca è uno Stato di diritto democratico, laico e sociale. Con queste caratteristiche, la Repubblica è il nostro terreno comune”. In un altro tweet ha affermato: “È sbagliato fomentare la polarizzazione politica. La nostra Repubblica durerà per sempre”. La spaccatura nell’Akp, c’è da giurare, rientrerà presto, pena non solo l’espulsione dal partito ma anche il carcere, vista la facilità con cui si può finire nelle more delle purghe del Sultano.

La Polizia: “La denuncia della trans fu trasmessa”

“Quella deposizione è stata trasmessa in Procura”. È quanto spiegano fonti della Polizia riferendosi alle parole di Francesca, la trans che ha raccontato a questo giornale di aver denunciato già anni fa di aver subito un sopruso da parte di un carabiniere (di cui non rivela l’identità) della Stazione di Levante, ora sequestrata nell’ambito dell’inchiesta dei pm di Piacenza. “Sono andata in Questura per avvertire che c’era un carabiniere che si approfittava della mia situazione di inferiorità e mi chiedeva prestazioni sessuali”, ha raccontato Francesca, nome di fantasia, al Fatto. La trans ha spiegato che il suo racconto era stato verbalizzato da una poliziotta. Circostanza che però resta un mistero: gli investigatori di Piacenza che seguono il caso, infatti, non ne sanno nulla. E ora si aggiunge un altro tassello, perché fonti della Polizia spiegano che quella deposizione fu inviata in Procura. Secondo queste fonti non si trattava di una denuncia. “Verosimilmente la versione della trans rientra in un’indagine del 2015 – spiegano fonti della Polizia –. All’epoca era in corso un’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione e in questo contesto sono state sentite alcune transessuali. Tra queste, c’era chi raccontava l’episodio di un carabiniere che si approfittava di lei dicendo, appunto, di essere un esponente dell’Arma”.

Intanto l’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Grazia Pradella, prosegue. Ieri è stato sentito il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della Compagnia da cui dipende la stazione Levante. “Ha risposto a tutte le domande”, hanno fatto sapere i suoi difensori. Si è poi presentato alla stampa anche il nuovo comandante provinciale, il colonnello Paolo Abrate. “La bufera” che si è abbattuta sull’Arma piacentina “ci ha colpito nella nostra intimità”, ha detto. “Non sono uno che guarda alla statistica”, ha aggiunto rispondendo alla domanda se d’ora in avanti si penserà meno ai numeri degli arresti, uno dei temi caldi dell’indagine.

Blitz della giunta per il controllo di Pedemontana

L’ok dell’aula arriva in fretta e senza neanche che la proposta venga discussa in Commissione o in Consiglio. A ogni modo, nonostante le proteste dell’opposizione, la Lombardia ha deciso: con un emendamento presentato dall’assessore leghista al Bilancio, Davide Carlo Caparini (nella foto), la Regione cede le proprie quote di Milano Serravalle (la società che controlla tre tangenziali e un tratto della Milano-Genova) a Ferrovie Nord Milano (Fnm, che gestisce il trasporto locale su rotaia), ma soprattutto mette le mani sulla Pedemontana, l’eterna incompiuta che dovrebbe snellire il traffico a Nord di Milano.

L’emendamento in questione è stato depositato lunedì sera e votato ieri mattina tra le ire di Pd e Movimento 5 Stelle, che attraverso i consiglieri Pietro Bussolati e Marco Fumagalli parlano di “mancanza di trasparenza” e “decisione antidemocratica”, dato che il merito della decisione – che implica manovre da oltre mezzo miliardo di euro – non è stato discusso prima dell’arrivo in aula.

E così, come si legge nel testo approvato, viene autorizzata “la cessione della partecipazione azionaria” della Regione “nella società Milano Serravalle-Milano Tangenziali a favore di Fnm”, che corrisponde alla Lombardia circa 519 milioni di euro in cambio di 148 milioni di azioni (valutate 3,50 euro l’una). Al tempo stesso viene autorizzata “la partecipazione di Regione Lombardia alla Società Autostrade Pedemontana” attraverso “la sottoscrizione di un aumento di capitale fino a 350 milioni”. In questo modo la Regione cerca di salvare l’opera ferma da anni, irrobustendo un assetto societario che altrimenti difficilmente avrebbe potuto rispettare gli impegni con lo Stato per ottenere i prestiti necessari a concludere i lavori.