Guerini e l’affare con l’Egitto: “Non è freno su Regeni”

La ripresa delle relazioni con l’Egitto non è “un freno alla ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni”, una “barbara uccisione” che rappresenta “una ferita che non potrà mai rimarginarsi”. Dinanzi alla Commissione che indaga sul caso del ricercatore friulano ucciso nel 2016, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha fatto il punto sui rapporti con il Cairo. “Noi pretendiamo passi avanti nell’individuazione delle responsabilità sull’omicidio e siamo preoccupati per i mancati passi avanti registrati sulla ricerca della verità giudiziaria”, ha premesso l’esponente del Pd. Lo sviluppo di relazioni con l’Egitto, ha sottolineato, “è tuttavia necessario, a partire dallo scenario libico”. Una posizione che ricalca quella espressa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “Non credo che” la vendita di due fregate Fremm Bergamini “infici la ricerca della verità”, aveva detto il capo della diplomazia il 16 luglio davanti alla commissione. “L’Italia – aveva proseguito il titolare della Farnesina – non ha mai incoraggiato con strumenti istituzionali le relazioni commerciali tra aziende italiane ed Egitto. Quello che è avvenuto finora, ad esempio nella vicenda delle due fregate, rientra in una dinamica di mercato”.

Ieri Guerini ha ribadito il concetto. L’Egitto è una potenza militare che persegue una strategia di ammodernamento del proprio arsenale ed è quindi un partner per l’industria italiana. È in questo contesto che si spiegano i colloqui tra Fincantieri ed il Cairo nel primo semestre del 2019. Concretizzatisi a febbraio con l’individuazione di due unità navali da vendere al Paese africano: la Schergat e la Bianchi, destinate all’inizio alla Marina italiana. Dalla Difesa è arrivato l’ok alla cessione, dopo aver valutato l’assenza di danni “alla nostra sicurezza nazionale”. E dopo aver ricevuto da Fincantieri l’impegno a reintegrare entro il 2024 alla Marina due unità di ultima generazione, la cui costruzione inizierà quest’anno.

Libia, riportati a terra dalla Guardia costiera. Uccisi tre sudanesi che cercavano di fuggire

La Guardia costiera libica li aveva intercettati in mare e riportati a terra, in Libia. In tutto 70 persone, in maggioranza provenienti dal Sudan, oltre a qualche cittadino marocchino. Lunedì alcuni di loro hanno provato a fuggire, ma sono stati fermati a colpi di arma da fuoco. Non sono ancora tutti perfettamente nitidi i contorni di quanto accaduto lunedì nella città di Khoms, 120 km a est di Tripoli. Di certo c’è solo che tre migranti, tutti sudanesi, sono rimasti uccisi: due sul colpo, il terzo è spirato durante il tragitto in ospedale. Altre due persone sono rimaste ferite.

“La Guardia costiera libica ha intercettato la barca e l’ha riportata a terra – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, agenzia collegata alle Nazioni Unite che ha reso noto l’episodio – a sparare sono state le autorità locali che si occupavano delle operazioni di sbarco”. Che nella maggior parte dei casi avvengono nel porto di Tripoli, dove nel settembre del 2019 si era verificato un episodio simile: un migrante, anch’egli sudanese, che faceva parte di un gruppo di 100 persone riportate nella base di Abu Sittah, era stato ucciso da un colpo di arma da fuoco dopo un tentativo di fuga.

Sono 6.300 i migranti fermati nel 2020 dalla Guardia costiera di Tripoli e riportati in territorio libico in base all’accordo firmato il 2 febbraio 2017 dal premier Paolo Gentiloni con il capo del governo di unità nazionale Fayez Al Sarraj. “Diverse centinaia di queste persone sono state chiuse in centri di accoglienza non ufficiali, sempre gestiti dal ministero dell’Interno libico – prosegue Di Giacomo – di loro non abbiamo avuto più notizie e a queste strutture noi non abbiamo accesso”. Una situazione che “è peggiorata rispetto allo scorso anno”, prosegue il portavoce, quando le persone riportate nel Paese, dilaniato da anni di guerra civile e da un assedio della capitale durato mesi a opera del generale della Cirenaica Khalifa Haftar, erano state 4.800. “Le sofferenze patite in Libia sono intollerabili”, ha commentato Federico Soda, capo missione Oim, che continua a considerare il Paese “porto non sicuro”.

Nicola Fratoianni, portavoce di Sinistra Italiana, parla “di un massacro di persone inermi. Il governo e le forze politiche vogliono davvero continuare a finanziare questa milizia?”. Critico anche il Pd, che pure aveva patrocinato l’accordo con Tripoli. “Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile”, lo ha definito Matteo Orfini. Mentre proseguono gli sbarchi sulle coste italiane: ieri a Lampedusa sono arrivati 3 barchini con a bordo 66 cittadini tunisini. In Sardegna nella notte tra lunedì e martedì una barca con 8 algerini è approdato a Sant’Anna Arresi.

Carcere delle Vallette e accuse di tortura. Saltano il direttore e il capo degli agenti

Sono stati rimossi il direttore del carcere di Torino, Domenico Minervini, e il comandante della polizia penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza. Entrambi sono indagati dalla Procura per favoreggiamento: avrebbero coperto e omesso di denunciare pestaggi e torture (reato contestato a 21 agenti) che sarebbero stati commessi all’interno della struttura, nel reparto dei condannati per reati sessuali. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) è intervenuto per motivi di opportunità, dopo che il pm Francesco Saverio Pelosi, nei giorni scorsi, ha fatto notificare a entrambi (e ad altri 23 indagati) l’avviso di conclusione delle indagini. Per Minervini si sta valutando un posto al Provveditorato regionale. Alberotanza dovrebbe prendere servizio nel carcere di Asti. I loro successori potrebbero essere nominati oggi: i nomi che circolano sono quelli di due donne. In pole position, per sostituire Alberotanza, ci sarebbe Mara Lupi. Al posto di Minevini dovrebbe tornare a Torino l’attuale direttrice del carcere di Novara, Rosalia Marino.

Mail Box

 

Che paura, la pandemia con Matteo al governo

Caro Direttore, da due anni circa compro ogni giorno il Fatto e spesso acquisto copie in più da regalare ai colleghi nella speranza che la lettura li possa aiutare a capire meglio chi sono davvero “il cazzaro verde” e “l’innominabile”. Credo che in compagnia di B. siano quanto di peggio un Paese possa avere. La scorsa estate abbiamo corso un rischio enorme perché non oso pensare quale ecatombe sarebbe stata l’emergenza Covid gestita da Mr. Papeete. Grazie dell’ottimo lavoro che ogni giorno ci fate trovare in edicola. Con riconoscenza.

Elisabetta Calegari

 

Draghi smentisca quanti lo reclamano premier

Gentile Direttore, sono uno dei tanti lettori/lettrici transfughi da Repubblica che vi legge da svariati anni e approfitto di questa breve lettera per farvi i complimenti per come fate informazione: continuate così! Le rivolgo una domanda che mi pongo tutte le volte (e non sono rare) che qualcuno auspica per il Paese la sostituzione del governo Conte con uno presieduto da Mario Draghi. Come mai il diretto interessato continua a tacere e non interviene per smentire queste voci, pur essendo una persona seria che viene continuamente “tirata per la giacchetta” anche da personaggi che definire discutibili è dir poco?

Paola Brondolo

 

Il nuovo “Fatto” avvince proprio come un libro

Dichiaro sentimenti contrastanti verso il Fatto Quotidiano, perché non riesco a smettere di leggerlo tutto o quasi (soprattutto ora nella nuova veste smart con approfondimento) e mi resta meno tempo per leggere i libri.

Germana Piovesan

 

La didattica online richiede preparazione

Caro Direttore, vorrei intervenire sull’applicazione del principio di uguaglianza nell’attuale sistema di istruzione nel nostro Paese. A seguito dell’emergenza Covid-19, si è virato verso la didattica a distanza. Nella circostanza, sono stati dunque pienamente riconosciuti e accettati anche dall’opinione pubblica generale i vari corsi formativi on line con tutto il corollario di esami. Negli ultimi mesi abbiamo potuto festeggiare felicemente esami e lauree online in medicina, giurisprudenza ecc. di figli di amici e parenti. Il momento doloroso è giunto quando mia figlia, lavoratrice precoce oggi ventottenne, iscritta da due anni a una scuola online, ha sostenuto l’esame di maturità da candidato esterno, presso un istituto scolastico locale, come previsto dalla legge. Incoraggiata dalle affermazioni pubbliche della ministra Azzolina, e cioè che dopo il 18 maggio si sarebbe svolto l’esame di maturità on line, mia figlia si preparava all esame 2020 da mesi, con l’aiuto della sua sorella maggiore, già laureata col massimo dei voti in Scienze internazionali e diplomatiche e dottoranda in Economia (precisazione utile soltanto a testimoniare che ognuno, in casa mia, ha liberamente scelto in coscienza il proprio avvenire). La decisione del 18 maggio è stata poi rivista dalla ministra in favore di un esame in presenza ma solo orale. A giugno, si accenna infine a una differente impostazione di esame per gli studenti esterni: si procederà con un preesame e, a seguire, l’esame di maturità a settembre. Tuttavia, date e modalità delle prove sono rimaste indefinite almeno fino al 20 giugno. Da qui in poi, mi ritrovo a osservare varie stranezze nel trattamento dei candidati esterni. Le mail informative giungono a circa venti giorni dalle prove, ben 6 scritti da sostenere in tre giorni, e circa sette ore a testa di esame orale, in modo da poter richiedere il programma intero a ciascun candidato. Contemporaneamente, un po’ ovunque in Italia, un enorme numero di laureati, in vista del prossimo concorso per l’insegnamento, sosteneva a distanza i 4 esami universitari integrativi dei 24 Cfu richiesti, dopo aver pagato 500 euro alle università online più diverse. Intanto, mia figlia non è stata ammessa all’esame finale di settembre, nonostante lei fosse abbastanza convinta di aver sostenuto le prove in maniera più che sufficiente. Si sente vittima di un sistema scolastico confusionario, dove persino la buona capacità di giudizio degli insegnanti viene a un certo punto messa in dubbio a causa del livello di stress a cui sono stati sottoposti.

T.F.

 

I NOSTRI ERRORI

Vari lettori mi hanno segnalato un evidente errore di calcolo nel Chierico vagante di lunedì, dedicato all’eretico Pomponio de Algerio. Anziché scrivere che il suo rogo nel 1556 avvenne 44 anni prima di quello di Giordano Bruno nel 1600, ho ridotto la distanza a soli quattro anni: in modo inconscio ho associato gli anni di un secolo ai minuti di un’ora. Chiedo scusa.

fd’e

 

Sul Fatto del Lunedì, a pagina 2, nel pezzo dal titolo “Fontana, nuove bugie. Ma mezzo Pd e Iv sono pronti a salvarlo”, abbiamo scritto “È un bonifico da 250 mila euro partito il 19 maggio da un suo conto in Svizzera e diretto al marito della moglie”, volendo intendere il fratello della moglie (di Fontana): ce ne scusiamo con gli interessati e i lettori.

FQ

 

Ieri, nell’articolo a pagina 6 dal titolo “L’illogico balletto dei ‘Gedi’ su B. e P2”, abbiamo scritto “gli Organon” (di Aristotele) anziché “l’Organon”: ce ne scusiamo con Angelo Cannatà, autore del pezzo, e con i lettori.

FQ

Aerei. L’odissea dei voli cancellati e dei call center che non rispondono

 

L’Alitalia aveva sospeso un volo che avevo pagato emettendo un “buono elettronico” (scritto esattamente così) a me intestato. Decido di prenotare adesso un altro volo online, ma il buono elettronico non viene accettato facendo un biglietto via web ma solo esclusivamente tramite telefonata al call center Alitalia ovviamente a pagamento a 0,64 centesimi al minuto! Dopo parecchi tentativi di chiamate senza successo per operatori non disponibili, riesco ad avere una risposta che da subito mi segnala che il prezzo è di molto superiore a quello che vedo in Internet. A una mia insistenza, segnalo che questa differenza è eccessiva, uno squilibrio di prezzo tanto più se non mi è data la possibilità di utilizzare il “buono elettronico” per acquistare il biglietto in Internet. A questo punto l’operatore mi dice che non esistono buoni elettronici, ma il numero che ho io è un “voucher”! Nella lettera Alitalia non si parla di voucher, ma di buono elettronico. La telefonata è terminata solo 22 minuti dopo (a pagamento mio) senza ancora avere nessuna certezza dell’emissione del mio nuovo biglietto. L’Alitalia non si predispone certo per una ripartenza/ridecollo tanto brillante! Tra tutti quei miliardi di euro che regaliamo ad Alitalia , se una piccola parte non viene investita per migliorare anche questo disservizio della compagnia di bandiera a cosa servono?

Pier Livio Marabotto

 

Gentile Marabotto, la sua è solo l’ultima delle segnalazioni che abbiamo ricevuto in queste settimane sul caso dei mancati rimborsi o dei disservizi di Alitalia e delle altre compagnie aeree nel periodo di lockdown. Si tratta di voli acquistati e mai usufruiti, rimborsi promessi e mai arrivati, e dell’impossibilità di mettersi in contatto con gli operatori per ottenere almeno una risposta, come nel caso di Alitalia . Nonostante l’ennesimo nuovo rilancio, continua a offrire un pessimo servizio di call center con attese lunghissime, costose e inutili. L’assurdità è che in 22 minuti non sono riusciti a spiegarle che l’Ue ha imposto alle compagnie di concedere il rimborso anziché i voucher e che i clienti hanno il diritto di rifiutare il buono elettronico. Tant’ è che l’Antitrust ha deciso di avviare un procedimento istruttorio contro Alitalia che intanto resta impegnata nell’ennesimo progetto di nazionalizzazione e di rilancio tra miliardi statali e rischio di esuberi.

Patrizia De Rubertis

Quanto è attuale il saggio papà dei Moschettieri

Immaginate Don Chisciotte a 18 anni, ma un “Don Chisciotte senza la corazza, senza la cotta, vestito con una tunica di lana”. Viso lungo e bruno, zigomi pronunciati, “mascelle robuste, indizio infallibile di un guascone anche senza il tipico berretto”… È stato proprio D’Artagnan – qui sopra la descrizione con cui ce lo presenta Dumas, nel primo capitolo – a ispirarci questa rubrica e a breve spiegheremo perché. Il permesso di leggere e rileggere i Moschettieri ce lo ha dato Benedetto Croce, che dall’alto dell’ austera autorità letteraria, invitava a non provar rossori nell’apprezzare il libro dal momento che trovava i Trois mousquetaires “condotti con grande brio e spigliatezza” (quanta verità!). E poi: “Ancora molti li leggono e li godono senza nessun’offesa della poesia, ma nascondendo in seno il loro compiacimento come si fa per gli illeciti diletti, ed è bene incoraggiarli a deporre la loro falsa vergogna e il loro congiunto imbarazzo” (La poesia, Adelphi). E dunque tanti saluti ai mal di pancia di Flaubert che diceva che per leggere I tre moschettieri non è necessaria alcuna iniziazione. Chiuso il libro, pensava Flaubert, ciascuno può tornare ai propri affari perché non resta nulla su cui riflettere. Non è proprio così, e anzi si scopre che Dumas può dare un saggio contributo al dibattito sul politicamente corretto, che impera senza requie nei travagliati Stati Uniti (di questi giorni la notizia che i Washington Redskins intendono cambiarsi nome perché offensivo nei confronti dei nativi americani).

Veniamo a Dumas. Come ricorderete, i nostri eroi – tutti intenti alla gloria e al servizio del Re – sono spesso a corto di doppie, cioè di denaro. Il prestante Porthos non si fa scrupolo di farsi mantenere dalle sue amanti, come la procuratrice Coquenard, una cinquantenne con cui la natura non è stata generosa, ma che si rivela fondamentale nel procacciare al diletto l’equipaggiamento necessario per partire alla volta de La Rochelle. E pure D’Artagnan, durante l’affaire con la perfida Milady, si trova negli impicci per via del corredo militare. Uno zaffiro, ottenuto con l’inganno nel buio dell’alcova di casa de Winter, potrebbe forse rappresentare l’ultimo espediente per non ritrovarsi in battaglia senza cavallo e moschetto? Se lo domanda l’autore, che subito precisa: “Si avrebbe torto giudicando le azioni di un’epoca dal punto di vista di un’epoca diversa. Quel che oggi sarebbe considerato come una vergogna per un galantuomo, era in quei tempi cosa del tutto semplice e naturale, e i cadetti delle migliori famiglie si facevano generalmente mantenere dalle loro amanti”. E così non ci dobbiamo stupire del cattivo giudizio dell’integerrimo signore di Treville sulle donne: “Diffidate di tutti, soprattutto della vostra amante”; “Una donna vi vende per dieci doppie”, spiega il capitano dei moschettieri al giovane Guascone. Per non dire della vera anima nera del romanzo che è appunto una donna, Milady, riassunto di tutte le crudeltà, astuzie e perversioni immaginabili. Ma avrebbe senso leggere questa meravigliosa storia di spade, cappe, amori, potere e tradimenti attraverso la lente della misoginia? Ci restano poche righe e visto che parliamo di romanzi d’avventure, la memoria ci riporta a Salgari, scrittore con cui generazioni di ragazzi hanno un immenso debito di fantasia e sogni. Jolanda la figlia del corsaro nero, ha appena compiuto quindici anni quando sposa Morgan, il filibustiere che con suo padre espugnava le fortezze nei mari del Sud; Milady ha un anno di più quando diventa contessa de la Fère (e ha già un passato marchiato con il giglio sulla spalla…).

Ps: Se questo breve apologo non vi ha convinto, il rimedio è presto detto: rileggere uno dei romanzi citati!

 

Non solo Covid. Il negazionismo è il virus più pericoloso di tutti

Il convegno che si svolse a Milano nel 1630 finì malissimo. Il titolo, “La peste non esiste” era suggestivo e carico di sottintesi, si sosteneva tra le altre cose che l’epidemia fosse una favola messa in giro dai poteri forti perché un radical-chic come il Manzoni potesse, duecento anni dopo, scrivere un libro di successo. I soliti intellettuali staccati dalla realtà, ovvio, mentre la gente del popolo veniva chiusa in casa e poteva appena portare a pisciare il cane, due onesti lavoratori lombardi come Renzo e Lucia non riuscivano a sposarsi per oltre cinquecento pagine, all’Inps si giravano i pollici e gli imprenditori chiedevano sussidi. L’Innominato non metteva la mascherina, un gesto di ribellione.

Ora, per fortuna, è tutto diverso: al convegno organizzato in Senato da Vittorio Sgarbi il livello era decisamente più alto, infatti è intervenuto il famoso virologo Andrea Bocelli con un argomento che ha convinto tutti: “Io conosco un sacco di gente, ma non ho conosciuto nessuno che sia andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?”. Giusto, implacabile, non fa una piega, mi ha convinto: anch’io non ho mai conosciuto nessuno colpito da un fulmine, quindi mi pare palese che i fulmini non esistono, saranno un’invenzione di Bill Gates, o di Saviano, o delle Ong, tutta gente senza cuore che chiude in casa milioni di persone per impedire a Salvini di girare l’Italia baciando salami e capocolli. I soliti comunisti, insomma, gli stessi che hanno diffuso la foto dei camion militari che portano via i morti da Bergamo.

Non mi pronuncio sul valore scientifico del convegno, che mi sembra altissimo anche grazie a Bocelli, ma leggo che un certo Angelo Giorgianni ha parlato del Covid come di “un’ingegneria genetica per un colpo di Stato globale”. Interessante. E poi c’era un nutrizionista del Centro di Educazione al Dimagrimento, il dottor Franco Trinca, che se l’è presa con “il vaccino di Bill Gates”, che sarebbe “eugenetica nazista” e “chissà cosa ci mettono dentro”, forse cose che fanno ingrassare, maledizione.

Va bene, mi avete convinto, mi iscrivo ai negazionisti, dopotutto non conosco nessuno che sia morto nella tragedia del Vajont, quindi sono propenso ad accettare il fatto che la cosa non sia mai successa, forse anche quella un’invenzione di Bill Gates e dei radical-chic, come del resto il bombardamento di Dresda (conoscete qualcuno che sia morto a Dresda? No, vero? Visto?).

Ora non c’è bisogno di essere fini psicologi per capire che la gente mente volentieri a se stessa per allontanare ombre e paure. È lo stesso meccanismo per cui il marito che trova un uomo nell’armadio pensa che sia il falegname che lo sta riparando, giusto? Dunque c’è il rischio che il pensiero negazionista cresca e prosperi, con due azioni parallele: negare la realtà da un lato e, se proprio bisogna accettarla, dare la colpa a qualcun altro. Ultimamente ai migranti, che sarebbero i nuovi untori (dopo i cinesi), e qui ci viene in aiuto un’altra virologa illustre, Annalisa Chirico, che garantisce quasi da sola, a mani nude, l’impianto ideologico-culturale di Salvini, compito titanico.

Pensa cosa fa la gente pur di non parlare di Attilio Fontana e dei camici del cognato, anche se credo che le finalità del prestigioso convegno fossero altre e più nobili: dare finalmente un po’ di visibilità all’organizzatore Vittorio Sgarbi, che in effetti ne ha poca, poverino, e in qualche modo deve farsi notare, visto il suo noto aplomb elegante, misurato e mai scomposto che i media trascurano.

 

Lévy-Salvini: filosofuffa contro gastropolitica

È una “sfida culturale”, quella andata in onda a Quarta Repubblica, il programma di Nicola Porro su Rete4, tra il filosofo francese Bernard-Henri Lévy e Matteo Salvini. Del resto pure Pericle discettava con Protagora e Zenone. L’intuizione è suggestiva: il filosofo, noto con l’acronimo logistico di BHL, ha scritto il Covid-instant-book Il virus ci rende folli (La nave di Teseo), in cui sostiene che siamo stati investiti da isterismo igienico e “messianesimo virologico”, un misto di “malthusianesimo, antiumanesimo e marshmallow penitenziale” (non avete già l’acquolina in bocca?). Il caso ha voluto che nel pomeriggio si sia tenuto al Senato un convegno di (come chiamarli?) dissidenti sanitari, tra i quali ha spiccato, per ruolo e impunitaggine, lo stesso Salvini, la cui rima buccale rigorosamente non protetta è diventata ormai un simbolo politico di resistenza e libertà, oltre che di minchioneria. L’operazione è audace: vuoi vedere che il più fico rappresentante della sinistra al caviale e il più elementare dei sovranisti mondiali concordano sul fatto che il Coronavirus è un’enorme montatura dei poteri forti per soggiogare le masse?

Inizia BHL, acconciatura aerodinamica da vanitoso engagé e camicia bianca da gelataro-sur-Sienne: “È stato tutto folle! C’è stata un’epidemia di paura e terrore!”. Salvini, occhiali da intellettuale (sarebbe da rivedere il luogo comune: ci sono eccezioni talmente clamorose da confutare la regola), annuisce. BHL: “È colpa dei giornalisti che hanno parlato tutti i giorni dell’epidemia, ce ne sono state di peggiori nella Storia” e non se ne parlava. È vero, è molto strano: nel ’300 non c’era tutto questo allarmismo in Tv e su Internet. Salvini fa sì con la testa, sono le stesse parole precise che lui ripete da mesi, e colpisce che il filosofo che ama Macron e Renzi (“il vulcanico Renzi”) emetta più o meno le stesse perle che sgorgano gratis tutti i giorni da quel pozzo di scienza dei social di Salvini. Ma il match intellighenzia contro gastropolitica riserva sorprese: “I migranti sono diventati untori”, dice BHL, e qui Salvini, intuendo l’ironia, comincia quel suo risolino isterico accompagnato da scrollata di capo e sguardo in camera, un’intramuscolo di semiotica-base per il suo pubblico già stanco dei pensieri cotonati dello studioso.

Quando BHL dice “L’Italia ha dato all’Europa un esempio di disciplina”, Salvini fa sì sì sì, lui che con un misto di disciplina e lucidità il 21 febbraio intimava: “Blindare! Proteggere! Bloccare!”, e il 27: “Riaprire tutto! Fabbriche, negozi, musei, gallerie, palestre, discoteche, bar, ristoranti!”. E pensare che i due potrebbero trovarsi a metà strada: BHL, consigliere di Sárkozy, elogiò “il coraggio politico di Calenda, la virtù di Renzi”, insomma “le belle élite”, e voleva Draghi a capo delle forze di polizia; Salvini ha citato la Thatcher e invocato Draghi premier: vuoi vedere che l’ex maoista e l’ex comunista padano sono liberisti? Purtroppo BHL rovina tutto: “Andiamo a beccare qualche barchetta” quando “l’Italia ha la mafia”. Porro lo interrompe: pensava di aver invitato la versione chic di Paolo Becchi e invece ha in collegamento il solito rompicoglioni di sinistra, subito ribattezzato da Salvini “dottor professor filosofo”, tutti titoli di estremo disonore.

È che BHL solidarizza coi migranti che scappano dalla guerra: non male, per un simpatizzante delle bombe Nato sulla ex Jugoslavia (1999) e sulla Libia (2011), dove tra l’altro si è recato giorni fa confidando di essere accolto dai miliziani con un tè al gelsomino e un invito a parlare di Lévinas, invece quelli l’hanno allontanato sparando colpi in aria.

Salvini sfodera i classici: il filosofo “non conosce i 5 milioni di disoccupati italiani”, per cui invece tanto si spende la Lega, i cui dirigenti tengono 5 milioni di spiccioli in Svizzera per le donazioni agli indigenti. BHL ride sprezzante, facendoci venire in mente di quando nel 2017 denunciò al mondo il dramma di possedere troppe case e di dover svendere quella di Tangeri per 6 milioni di euro.

I due si riavvicinano su Erdogan: per BHL “ha un progetto di imperialismo politico”; per Salvini, “il governo italiano è silenzioso di fronte all’aggressione turca”, fatta “con la spada islamica sguainata” (crede che Santa Sofia sia a Carugate). Verso la fine BHL sostiene che se troviamo un vaccino lo dovremo ai migranti (?). Salvini non vedeva l’ora: “Ah, adesso non è grazie ai medici di San Matteo di Mantova!” (che non esiste, casomai di Pavia: questo perché lui conosce il territorio). BHL lo zittisce alludendo ai soldi presi da Putin, Salvini lo irride: “Bla bla bla”. Così impara, BHL, ad accettare queste sfide culturali terra-terra, fermo restando che se Salvini leggesse il suo libro e ne imparasse dei passi a memoria potrebbe dire le stesse stronzate che dice ma con più forbitezza.

 

Il limite dei due mandati è una boiata pazzesca: Ai politici serve il voodoo

Nel Movimento 5 Stelle si discute del limite dei due mandati, quello che impone a chi ha cariche elettive di non ricandidarsi al termine del secondo giro (L. Giarelli, FQ, 21 giu 2020).

Il limite dei due mandati è ridicolo, nella sua pochezza, perché l’esperienza di un parlamentare con più di due legislature può fare del bene al Paese. Certo, politici come De Gasperi, Berlinguer e Pertini non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una norma, ci vorrebbe il voodoo. Solo che il limite dei due mandati era fondativo, dimostrava l’idea di Grillo che “i politici sono nostri dipendenti”. Grillo fece proseliti promettendo pratiche libertarie (decisionalità orizzontale, revocabilità della delega, leadership diffusa e mobile, partecipazione collettiva e allargata), che poi tradì avocando ogni decisione ultima a sé e a Casaleggio (anche attraverso una piattaforma misteriosa, Rousseau, che è l’E-Meter di Grillology), istituendo una relazione di potere verticale, gerarchica e coercitiva (Grillo ama firmarsi “L’elevato”, ma per alcuni è “il simpaticissimo Franco”), nell’entusiasmo di seguaci con reazioni da taverna. Il risultato è un movimento poujadista, che non è così diverso dalla Lega (Bannon lo capì subito, e promosse l’accordo gialloverde).

L’altra cazzata demagogica era “non siamo né di destra né di sinistra”. Qui l’intreccio si infittisce. Ci sono infatti due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra. In più siamo nell’Italia di Machiavelli, per cui occorre una spiega. Riassumendo: chi è di sinistra è contro le discriminazioni e i privilegi. Chi è di destra, invece, difende i propri privilegi, a scapito delle fasce più deboli della società, su cui le politiche di destra infieriscono. (Cos’è il neo-liberismo? Punire i bambini che non hanno saputo trovarsi genitori ricchi). Poi ci sono i centristi, che sono di destra in tema di diritti civili e di sinistra in tema di diritti sociali: però tendono a usare i diritti sociali per conculcare i diritti civili, una moda recente che è di destra. È di destra anche deviare la rabbia popolare, causata dalle politiche neo-liberiste di destra, in direzione di temi-fantoccio (la Casta, il Signoraggio), e illudere la gente con baggianate sulle magnifiche sorti e progressive di Internet, che modernizzerà tutto e ci libererà pure dai partiti: un modernismo reazionario che non è diverso da quello fascista degli anni 30. È di destra, infine, difendere l’ordinamento sociale occidentale dalla “invasione” degli immigrati, dimenticando che essi immigrano per colpa delle politiche occidentali di sfruttamento, colonizzazione e conflitto. (La grossa bugia è che siano un “peso”: generano il 10 per cento del nostro Pil; tanto che è allarme nelle nostre campagne, a cui serve che quei lavoratori vengano tolti dallo schiavismo, e regolarizzati subito e per sempre).

Grillo acquistò consensi sparando a zero sul Pd. Per oltre dieci anni. Oggi è al governo col Pd. I grillini della prima ora si sentono presi per il culo, ma per placarne gli animi Grillo ha tentato una formula magica: “Non dovete pensare al Pd del passato”. Rimangiarsi il limite dei due mandati certificherebbe di essere diventati Casta, ovvero che la scatoletta di tonno ha vinto; ma se, dopo tredici anni, il grillino migliore è un non-grillino (Conte), qualcosa vorrà dire.

(2. Fine)

 

Sono libera, altro che negazionista

Non ci sto. La libertà è libertà, senza se e senza ma, per amici e nemici politici. Leggere strumentalizzazioni e falsità mi disgusta. Non permetto a nessuno di etichettarmi come negazionista, termine che detesto per ciò che storicamente evoca. Sono stata invitata a un convegno su Covid, organizzato dal sen. Siri e dall’on. Sgarbi in Senato e ho accettato, come ho fatto qualche tempo fa intervistata da un europarlamentare del Pd, con lo stesso spirito con cui ho accettato di parlare al Bundestag. Sono orgogliosa di aver pubblicato un libro con l’introduzione del viceministro Sileri. Sono, come ho precisato nel mio intervento, acromatica. A prescindere da chi mi ha invitata, ho detto le stesse cose di sempre, quelle che penso e confronto con altri ricercatori. Sono una donna libera. Non permetto che mi si impedisca di parlare e diffido chi mi attribuisce dichiarazioni mai fatte o abiti politici mai indossati. Diffido chi, dimenticando la deontologia professionale, giudica colleghi inadeguati scientificamente a esprimere pareri. Il mio pensiero, alla luce dell’attuale situazione (non mi si dica in futuro, se dovesse esserci una recrudescenza di contagi, che ho minimizzato!), è quello di Zangrillo, di Bassetti, e persino di Silvestri e di Lopalco che hanno criticato l’iniziativa ma, come noi relatori, invitano a tornare alla vita normale, pur con le dovute precauzioni. Oggi, benché il virus esista ancora in casi sporadici (lo dice anche il viceministro Sileri), non dà patologia. A chi mi chiede della seconda ondata, dico che non sono una veggente ma, pur mantenendo un’attenta preparazione, non possiamo privarci della vita per la paura di un futuro ignoto. Come donna di scienza cerco risposte a stranezze del fenomeno Covid. Le mie sono, in parte, domande che persino la rivista Nature ha appena pubblicato. Pur non condividendo la posizione di qualche relatore, devo dire che Sgarbi e Siri hanno sottolineato l’intenzione di rimanere nell’ambito istituzionale senza esprimere pareri scientifici. Con piacere ho assistito alla partecipazione di un esponente 5Stelle, a garanzia della pluralità dell’incontro. Nota sgradevole: il comportamento del sen. Salvini che si è rifiutato di indossare la mascherina. Quella sì è una condotta pericolosa: da l’esempio di una trasgressione alle regole che un parlamentare dovrebbe rispettare, eventualmente contestandole nelle sedi opportune.