Bandito il futuro: solo l’indicativo presente è valido

Aderisco alla proposta del collega Mario Giordano che vuole l’abolizione del futuro prossimo e anteriore, oltreché del gerundio, nelle dichiarazioni dei politici, soprattutto se di governo. Quelle per capirci del tipo: faremo (o stiamo facendo), serve, servirà, ci impegniamo a. Con tutte le forme verbali legate a promesse, auspici, impegni, assicurazioni. Divieto assoluto per “spero, promitto e iuro”, che infatti reggono l’infinito futuro. Mentre si raccomanda caldamente l’uso del tempo passato, in tutte le sue forme, e con la possibilità seduta stante di una verifica fattuale. Quindi non sarà sufficiente dire: abbiamo fatto questo o quello se non si potrà dimostrarlo tangibilmente.

Giordano, alfiere di un’opposizione di destra disorientata dai 209 miliardi ottenuti dal premier Giuseppe Conte a Bruxelles, prima di ammettere il successo del detestato avversario aspetta (giustamente) che tutti quei soldi vengano immessi, presto e con risultati positivi, nell’economia reale del Paese. E dunque vuole vedere cammello (anche se per convincerlo temiamo che di mammiferi gobbuti non gliene basterebbe un’intera mandria). Tuttavia non ha torto quando pone la questione della credibilità del linguaggio politico, di fatto ormai azzerato (dal consumo delle parole vuote) se non immediatamente riscontrabile nella realtà delle cose. È la ragione per cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno così fortemente osteggiato la sfilza di Dpcm targati Conte durante il lockdown: perché si rendevano conto di quanto fosse tremendamente efficace l’esercizio di governo senza mediazioni in una situazione eccezionale. E di quanto la popolarità del premier se ne giovasse, come infatti ne ha giovato. Adesso però l’accatastarsi di Stati Generali, commissioni bicamerali e comitati vari sul come meglio distribuire gli aiuti europei, se non rapidamente operativi rischia effettivamente di procrastinare all’anno del poi un’emergenza che non può certo attendere. Ecco perché, caro Mario, potremmo accontentarci di un governo che intanto comunica con l’indicativo presente: tempo che indica generalmente un’azione che si svolge, e si completa, al momento dell’enunciazione. O non ti basta?

A Scandicci piazza vuota per il sen. di Scandicci

Sarà la calura estiva, sarà che i tempi del Giglio magico sono un lontano ricordo, ma tant’è: l’unica isola felice per Matteo Renzi, quella dove si è rifugiato dopo la sconfitta referendaria e quella dove torna se si sente troppo solo, dovrebbe essere la sua città. E invece, da lunedì sera anche questa certezza è svanita: il senatore di Scandicci è riuscito a non riempire nemmeno la piazza di Scandicci. Lunedì era in pieno centro per presentare la sua ultima fatica letteraria (La mossa del cavallo) intervistato dalla direttrice de La Nazione Agnese Pini e si aspettava la platea delle grandi occasioni. Ma niente, Renzi è rimasto deluso: oltre ai suoi due compagni di partito, i toscani Francesco Bonifazi e Cosimo Ferri, c’erano poco più di 100 persone. E, nonostante le sedie contingentate per l’emergenza covid, molte sono rimaste vuote. Anche l’accoglienza è stata tiepida: pochi applausi. Che per una assemblea di condominio allargata, è già una soddisfazione.

La lega mutilata dal “capitano”, e Giorgia avanza

Nel mentre che Attilio Fontana portava avanti la sua grottesca autodifesa di presidente riccone che risarcisce di tasca sua il cognato con fondi custoditi all’estero, dai banchi della maggioranza i consiglieri leghisti agitavano drappi con lo stemma della Lombardia inneggiando all’autonomia regionale.

Peccato che il loro leader Salvini, quando ha impresso alla Lega la svolta nazionalista, per forza di cose sia stato costretto a rinnegare quelle medesime istanze autonomiste. Non le ha perseguite quando stava al governo, né le ha riprese ora che sta all’opposizione.

Ben presto i leghisti si renderanno conto che per saziare il suo delirio di onnipotenza, Salvini ha inferto al leghismo una fatale mutilazione: non può esistere infatti un partito, tantomeno di governo, che non esprima un suo progetto di Stato. La Lega ce ne aveva uno, inscritto addirittura nel primo articolo dello statuto (mai abrogato): l’indipendenza della Padania. Velleitario ma chiaro. In seguito attenuato nel progetto federalista della devolution

. Anch’essa, per quanto discutibile e probabilmente inadatta all’Italia, era una riforma degli assetti istituzionali ben definita.

Da quando si è posto l’obiettivo di conquistare l’elettorato meridionale (peraltro senza riuscirci), Salvini si è disinvoltamente sbarazzato delle finalità originarie del suo movimento. Ha puntato a costruire un grande partito di destra, per sua stessa natura centralista, ergendosi a difensore dei sacri confini della nazione e ostentando un falso patriottismo che è l’esatto contrario dei sentimenti campanilistici di cui si è sempre nutrito il leghismo.

Ora deve fronteggiare al tempo stesso il fallimento della sua classe dirigente lombarda e la concorrenza di una vera sovranista qual è Giorgia Meloni. Un partito sprovvisto di un’idea di Stato non va molto lontano.

“Alunni In aula e in presenza”

Lo ripete ormai da mesi senza sosta: a settembre la scuola riparte e questo, come ribadito anche durante l’informativa di ieri alla Camera dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, sembra essere un punto ormai di non ritorno. Ha parlato di “toni allarmistici e apocalittici” che avrebbero travolto prima di tutto le famiglie e ha sollecitato la necessità da parte della politica di “fare squadra” in questo momento delicato. Insomma, la ministra si prepara ad affrontare forse il periodo più difficile da quando si è insediata, più di quello dell’emergenza quando, appunto, errori e ritardi potevano ancora essere ancora giustificati dal carattere improvviso ed eccezionale dell’epidemia. Ora no. Si va verso il tempo dei bilanci.

“Ho letto diverse corbellerie in questi giorni, numeri e cifre dati a caso, anche rispetto ai costi – ha detto Azzolina ieri –. Ho letto che il governo sta sprecando denaro sulla scuola, credo invece che ogni singolo euro speso per la scuola non sia perduto ma costituisca un investimento. Arredi compresi”. Smentisce di aver “imposto una sola tipologia di banco” e affronta il tema del rapporto diretto con le scuole e dell’autonomia lasciata ai presidi. Dice di aver concesso agli istituti “ulteriori forme di flessibilità”, rispetto all’autonomia scolastica per individuare gli spazi necessari al buon funzionamento dell’istituto e ha annunciato “a stretto giro” l’arrivo delle linee guida che ancora mancano, dalla riapertura dei nidi alla didattica digitale integrata. “Abbiamo chiesto al Mef oltre 80mila assunzioni a tempo indeterminato per i docenti” dice rispondendo alle polemiche sulla carenza di organico, derubricando poi a “pretestuose” quelle sull’aggiornamento delle graduatorie provinciali per le supplenze (operazione che da quest’anno si può svolgere in digitale) e che secondo i sindacati e le opposizioni stanno registrando disservizi sul portale. Agosto sarà un mese lunghissimo.

“Polemica assurda”. Così Arcuri punta a riaprire le scuole

Attendere e vedere come va: poi, in caso, se ne riparla. Il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, insiste sulla correttezza della gara pubblica per la fornitura dei banchi monoposto per le scuole e, va detto, mostra anche un discreto ottimismo. Si vedrà tra un paio di giorni, poi, se sia tattico oppure se dipenda dal fatto che la soluzione esiste (magari dall’estero). O, ancora, si vedrà se sia ottimista perché, qualora la gara pubblica andasse deserta sul lato italiano, dimostrerebbe che i produttori nostrani non vogliono in realtà mettere a disposizione neanche i pezzi che hanno in deposito e quelli che avrebbero potuto produrre dall’avvio delle pratiche, magari consorziandosi come prevede il bando. Oggi, il commissario sarà in audizione alla Camera per parlare appunto dell’avvio dell’anno scolastico 2020/21 e delle misure “di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica nelle scuole”. E ci va nei giorni in cui è assediato dalle accuse dei produttori italiani di arredi scolastici che, come avete potuto leggere nel pezzo qui accanto, non sembrano essere intenzionati a partecipare alla gara.

Alle polemiche, racconta chi gli è vicino, risponde con quelli che ritiene fatti inconfutabili. “La scuola deve riaprire, per garantire distanziamento abbiamo previsto un bando di banchi monoposto”. Classifica le polemiche come “surreali”. Pur ammettendo che il bando superi di gran lunga la capacità produttiva nazionale, oggi spiegherà che è per questo che è stata bandita una gara europea, proprio per permettere anche ad aziende estere di partecipare. E se è vero che i tempi sono troppo stretti (“innegabile”) è anche vero che il Comitato Tecnico Scientifico ha deliberato a inizio luglio con le indicazioni sul distanziamento per gli alunni. Impossibile per la struttura commissariale sapere prima di cosa avrebbero avuto bisogno le scuole.

Arcuri non ama le polemiche. I dubbi, le osservazioni, le richieste di spiegazioni – come ha potuto notare chi lo segue sin dai suoi primi interventi nell’emergenza da Coronavirus – vengono spesso derubricati a mero scontro tra parole e fatti, tra polemizzare e lavorare. Il punto: il problema della scuola, ora, riguarda la disponibilità dei prodotti e su questo le aziende italiane potrebbero e dovrebbero cercare di dare il massimo. La distribuzione e lo smaltimento (a carico delle aziende), poi, rappresentano un passo successivo. E non si può escludere possa essere una fase supportata dallo Stato proprio come già avvenuto per la, seppur contestata, distribuzione dei dispositivi di protezione (anche se sarebbe utile ricevere qualche segnale a tal proposito) per i quali, oltretutto, sono state attivate nuove gare quando la richiesta non è stata soddisfatta. Per il commissario, comunque, l’atteggiamento verso la necessità di partecipare ai bisogni del Paese da parte delle aziende non sembra essere dei migliori. E dall’esterno la sensazione è che se i produttori dovessero decidere di non partecipare alla gara neanche per i pezzi che hanno a disposizione, per il governo sarà solo loro responsabilità.

Nell’attesa di sciogliere il nodo banchi, oggi Arcuri racconterà cosa invece è già stato fatto: ci saranno 11 milioni di mascherine al giorno distribuite in 43mila istituti, gel igienizzante, test sierologici gratuiti per il personale docente e non e test molecolari a campione sugli studenti. Ieri è stata poi firmata una ordinanza che permette al docente positivo al sierologico di contare come giorni di malattia quelli tra il sierologico e il tampone. La riapertura delle scuole si incontra, poi, con la necessità di prolungare lo stato d’emergenza al 15 ottobre sostenuto ieri dal premier Giuseppe Conte, tanto più se dovessero esserci questioni irrisolte, dal rafforzamento dei presidi sanitari al potenziamento dei braccialetti elettronici per il sovraffollamento delle carceri.

Le imprese italiane contro la gara per i banchi

Come per le mascherine, mai si poteva immaginare che un giorno i banchi di scuola sarebbero diventati i beni più richiesti sulla piazza. E invece. La corsa contro il tempo verso il 14 settembre, quando 8,4 milioni di studenti torneranno in classe dopo il Covid, ha caricato il piccolo e non florido comparto dell’arredo scolastico italiano di grandi aspettative e il commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri, della sfida di riuscire a spuntarla nonostante le difficoltà. Intanto, dopo giorni di appelli delle associazioni e le polemiche delle opposizioni, abbiamo provato a fare il punto della situazione.

In tutto il Paese, le imprese produttrici di banchi, sedie, armadi e cattedre per la didattica sono cinque. Altre cinque assemblano, trasformano e rivendono semilavorati prodotti altrove. Un settore il cui fatturato medio annuo supera di poco i 30 milioni di euro: generalmente, il valore di un appalto “tipo” è intorno ai 40-50 mila. Si tratta di numeri piccoli in confronto alla gara – in ballo fino a 35 milioni – indetta il 20 luglio dal commissario Arcuri per rifornire le scuole dei banchi monoposto necessari a garantire il metro di distanza in aula. Il bando europeo comprende 1,5 milioni di banchi + sedie “tradizionali” in legno e altrettanti di sedute “innovative” (la famosa sedia con le rotelle provata dalla ministra Azzolina in diretta tv). Tre milioni di pezzi.

Non solo:a fronte dell’assegnazione prevista per il 7 agosto, i vincitori si impegnano a rifornire tutte le 40.879 scuole italiane entro il 31, cioè un giorno prima che gli studenti inizino i corsi di recupero. Milioni di banchi prodotti, montati e consegnati dalle Alpi alla Sicilia, in 23 giorni. Per i produttori italiani è una richiesta non esaudibile e su questa base scomettono che domani, alla scadenza, il bando andrà deserto. “In assenza di modifiche, partecipare a questa gara è pressoché impossibile”, sostiene Stefano Bianchini, ad di Mobilferro, azienda veneta che con i suoi 18 milioni di fatturato è di gran lunga la prima del comparto. “Servirebbero tonnellate di materie prime già pronte nei magazzini. Nessuno può averle a disposizione a meno di non aver saputo in anticipo della gara. Peraltro i miei fornitori stanno per chiudere, è agosto. Anche volessi recuperarle, come faccio?”. Il bando prevede quindi la possibilità per i produttori di consorziarsi per raggiungere una produzione maggiore, ma anche questo sembra non bastare. Lo spiega Francesco Sirianni, titolare dell’omonimo mobilificio calabrese (6 milioni di fatturato e 60 dipendenti). “Poniamo che voglia concorrere per il lotto minimo, 200 mila banchi e 70 mila sedie. Poniamo che mi unisca in una grande Ati (associazione temporanea d’imprese, ndr) con tutti e 9 i miei concorrenti. Sarebbero 20mila banchi, il doppio della mia produzione mensile a pieno regime, cioè 100 autoarticolati da smistare in giro per l’Italia ad agosto”. A mancare è quindi anche la fiducia nella possibilità che lo Stato possa aiutare le aziende nella distribuzione.

A spaventare i produttori sono anche le penali in caso di inadempimento. “Oltre una settimana di ritardo (cioè dopo il 7 settembre, ndr) il fornitore inadempiente si espone al risarcimento del danno. Per quanto l’opportunità sia enorme, il rischio lo è di più”. Secondo Bianchini, neanche i maggiori player esteri sarebbero interessati a partecipare. “Ho sondato tre grandi aziende francesi, soggetti con fatturati importanti per il settore, oltre i 25 milioni l’anno. Non lo prendono nemmeno in considerazione”. Lo stesso varrebbe per i colossi tedeschi, nessuno dei quali ha sedi produttive o magazzini in Italia. E se spuntasse, come ventilato, un deus ex machina dall’Asia? “Dovrebbe aver già prodotto la merce e averla già messa in viaggio. Il tempo di arrivo dalla Cina è di 21 giorni”, spiega Sirianni. “Dovrebbero avere i container già pronti al confine”, rilancia Bianchini. E invece sono proprio i produttori esteri quelli su cui sembra fare affidamento il commissario Arcuri.

A peggiorarela situazione, le decisioni last minute delle singole scuole: “Ogni anno in questo periodo noi riceviamo gli ordini da singoli istituti ed enti locali”, racconta l’imprenditore calabrese. “Poche settimane fa il ministero del’Istruzione ha erogato fondi proprio a questo scopo. Ma una volta uscita la gara nazionale, le scuole hanno annullato moltissime richieste, contando sui banchi di Arcuri”. Secondo i produttori, poi, i 2,4 milioni di pezzi chiesti al ministero dell’Istruzione dalle direzioni scolastiche sarebbero un numero sovradimensionato. “Se le scuole possono chiedere quello che vogliono, è logico che sparino alto. Quando invece a fare gli ordini sono enti locali e istituti, le richieste sono commisurate alle esigenze reali. I banchi non sono come le mascherine o i test, non si producono nè si ordinano in modo massivo. Chiediamoci: perché nessun altro Paese ha fatto una gara del genere? ”.

Nessuna delle imprese sondate dal Fatto considera dunque di partecipare alla gara di Invitalia. Per farlo chiedono infatti una modifica in extremis, che investa in particolare i tempi per la consegna. “Per me se ne può ragionare se la consegna è dal 1° ottobre in poi”, dice Emidio Salvatorelli, presidente dell’azienda abruzzese Vastarredo. Bianchini di Mobilferro immagina “un accordo quadro, che consenta prima di tutto di tamponare le urgenze, spalmando poi il resto della fornitura nell’arco di un anno/un anno e mezzo”. Mentre per Francesco Sirianni la soluzione sono lotti più piccoli (da 10 o 15 mila banchi al massimo), da consegnare in ambiti territoriali circoscritti.

I “furbetti” della Cig c’erano davvero. Ma Confindustria batte ancora cassa

Il presidente dell’Inps, quando parlava di “furbetti” della cassa integrazione, non ci era andato lontano: “Dall’incrocio dei dati del monitoraggio dell’Inps con quelli della fatturazione elettronica dell’Agenzia delle Entrate, nel primo semestre del 2020, rispetto al primo semestre del 2019, emerge che se circa un terzo delle ore di Cig, Cig in deroga e Fondi della bilateralità è stato utilizzato da imprese con perdite di fatturato superiori al 40 per cento, oltre un quarto delle ore è stato tirato da imprese che non hanno subìto alcuna riduzione”.

A dirlo in audizione davanti alle commissioni del Senato è stato il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, voce formalmente neutrale e non di parte. Un quarto delle richieste non è poca cosa, visto che al 13 luglio l’onere complessivo degli ammortizzatori sociali ammonta a 10 miliardi. Una cifra considerevole che le aziende scorrette hanno sottratto a molte piccole e medie imprese in difficoltà.

Il deputato di LeU, Stefano Fassina, invita a chiedere scusa a Tridico, a partire dal presidente di Confindustria e lo stesso fanno i deputati e senatori M5S in commissione Lavoro.

Carlo Bonomi a chiedere scusa non ci pensa proprio. Anzi, continua la sua linea di attacco al governo su almeno tre punti: sgravi fiscali importanti per le aziende; riforma degli ammortizzatori sociali e, soprattutto, revisione dei contratti di lavoro con la messa da parte del contratto nazionale e la centralità di quello aziendale.

Il leader degli industriali, in tema di ammortizzatori, propone “di distinguere le crisi tra quelle reversibili, da gestire con una Naspi riformata”, cioè un assegno di disoccupazione, mentre “dove ci sono crisi strutturali e quindi irreversibili ha senso usare la cassa integrazione”, non nelle forme ancora esistenti ma in modalità unica.

In realtà anche il governo punta alla Cig “unica”: la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, l’ha illustrata il 15 luglio in Parlamento, parlando di “un sostegno al reddito, universale, per tutte le imprese e i lavoratori sia pure con alcune specificità”.

Nella sua audizione, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, per quanto riguarda la Cig dei prossimi mesi, nella fase di emergenza, ha parlato di “elementi di differenziazione e selezione della platea delle imprese, chiedendo a quelle che possono un contributo a questo strumento. La differenziazione sarà probabilmente basata sui dati della fatturazione elettronica, sul diverso impatto della crisi”. La soglia possibile per formulare questa selettività è l’eventuale calo del 20% del fatturato: sopra si è beneficiari netti, sotto si paga qualcosa.

Chissà se Bonomi apprezzerà l’idea di far pagare le imprese anche in presenza di piccoli cali di fatturato. Il presidente di Confindustria, per il momento, sembra più concentrato sulla revisione del contrattazione nazionale, non a caso il segretario della Cgil, Maurizio Landini, si affretta a dichiarare che “sul lavoro siamo molto distanti da Confindustria”. Che, a sua volta, preferisce rimanere molto distante dal governo accusato di essere lento e poco produttivo.

Il governo la pensa, ovviamente, in modo diverso. Ieri Gualtieri ha annunciato le linee guida del nuovo decreto sul quale è stato chiesto al Parlamento lo scostamento di bilancio da 25 miliardi che verranno impiegati per la proroga della cassa integrazione di 18 settimane, un meccanismo di “premialità per le aziende che rimangono aperte”, sostegni vari alle imprese, a partire dai fondi per la liquidità e “in particolare sull’automotive e sul turismo”. Ci sarà un miliardo aggiuntivo per la scuola “per consentire le assunzioni di docenti e risorse per l’acquisto di strutture, compresi i banchi”. Dopo il decreto “Agosto” si tratterà di approvare il Programma nazionale di riforma (Pnr) per il quale ci si trova ancora allo stato delle linee generali anche perché il vero piano sarà il Recovery plan da presentare all’Unione europea in settembre quando si capirà quali misure il governo prenderà per fare fronte, sul serio, alla crisi.

Intesa padrona della finanza: conquista Ubi (e pensa a Rcs)

La battaglia per la conquista del terzo istituto italiano si chiude prima del tempo. Intesa SanPaolo porta a casa l’offerta pubblica di acquisto e scambio di azioni su Ubi lanciata il 17 febbraio scorso. Una vittoria completa, dopo mesi di battaglia, perché, a due giorni dalla scadenza, la banca guidata da Carlo Messina ha già l’adesione del 71,9% del capitale dell’istituto bresciano-bergamasco, dunque oltre il 66,7% che serve per integrare del tutto l’ex popolare in Intesa.

È, insieme, l’ennesimo capitolo del declino del capitalismo italiano e, per così dire, la vittoria del mercato sulle logiche di campanile che hanno sgovernato il settore bancario.

A decidere la partita sono stati i grandi fondi azionisti di Ubi, ma i vertici, guidati dall’ad Victor Massiah, avevano già visto la defezione di buona parte degli azionisti storici che hanno sempre tenuto in pugno la banca. Ubi è nata 12 anni fa da un accordo di potere tra i “bresciani” e i “bergamaschi” cucito dal grande vecchio della finanza cattolica, Giovanni Bazoli che sottrasse il “suo” Gruppo banca lombarda alle mire del Santander di Emiliano Botin per fonderlo con la bergamasca Bpu (Botin fu ricompensato facendogli rifilare la scassata Antonveneta al Montepaschi, affossandolo del tutto).

Massiah e il suo dante causa Bazoli hanno governato le risse tra le famiglie locali, socie e debitrici della banca, con patti talmente al limite da finire a processo insieme a buona parte dei vertici di Ubi e ai capataz bresciani e bergamaschi. In questi anni la banca ha perso valore in Borsa mentre i vertici non sono riusciti a trovare un salvatore, sentendosi conquistatori. Che la prima banca italiana si prenda la terza (saranno il settimo gruppo in Ue) non è un bene per la concorrenza, ma Intesa fa fuori dal mercato un gruppo in difficoltà, gestito più con logiche di potere che finanziarie. Prova ne sia che per anni è stato eterodiretto dal bresciano Bazoli mentre era presidente della rivale Intesa (di cui oggi è presidente onorario). Anche questo è il mercato. Il terzo polo bancario italiano potrà nascere solo da ipotetiche fusioni tra Mps, Bper e Banco-Bpm, sempre ostacolate dalla cronica mancanza di capitali e dagli interessi di bottega dei vertici.

L’operazione proietta Messina e Alberto Nagel di Mediobanca, advisor dell’assalto, in una posizione di assoluta preminenza nella finanza italiana, in una triangolazione che ha coinvolto anche Unipol e la partecipata Bper (che si prenderà 500 sportelli di Ubi). La pace tra Intesa e Mediobanca servirà per la prossima partita finanziaria: la sorte di Rcs di Urbano Cairo, editrice del CorSera, di cui Intesa è grande creditrice. Il gruppo è appeso all’esito del mega contenzioso avviato da Cairo contro il fondo Blackstone sul palazzo della storica sede di via Solferino. Messina punta a un’intesa (previo ricambio in Rcs), ma Cairo resiste. Oggi all’asse Intesa-Nagel non ci sono contrappesi. L’unico è Leonardo Del Vecchio di Luxottica, che ha lanciato l’assalto a Mediobanca. Ma attende l’ok della Bce.

La delirante teoria pro Trump è in Italia. E flirta con Salvini

Lunedì mattina in una sala del Senato della Repubblica – durante il convegno sul Covid a cui ha partecipato anche Matteo Salvini – è stato regalato un palco e un microfono a queste teorie: “La falsa pandemia è un progetto di governo mondiale. È in atto una strategia della tensione globale. È la lotta del bene contro il male”. Oppure: “Il vaccino Ogm di Bill Gates è eugenetica nazista. È un progetto di estinzione delle razze animali non desiderate. Per Gates l’uomo è indesiderato: sogna un mondo transumano”.

Forse viene da ridere, ma le teorie del complotto sono un fenomeno globale. Non è una nicchia di pochi adepti folli, ma un’ideologia che informa milioni di persone. In America i complottisti sono stati e sono tuttora una costola attiva della propaganda di Donald Trump. La più famosa teoria del complotto prende il nome di QAnon. Nasce e si sviluppa sul web, su piattaforme come 4chan e 8chan, poi esonda e guadagna terreno su tutti i social network. Per QAnon il mondo occidentale è controllato da un deep state, uno stato profondo, schiavizzato da politici e media progressisti. La Cina, Black Lives Matter, il Covid-19 hanno tutti una cosa in comune: sono nemici di Trump, il miliardario che vuole “restituire il potere al popolo”, paladino degli Illuminati che si batte per l’umanità “contro gli adoratori di Satana”, le élite pedofile che governano il mondo, come la famiglia Clinton e Bill Gates.

Contro Trump agiscono anche i marxisti che lavorano per “potenziare il Partito comunista cinese, infiltrato ormai in tutte le organizzazioni mondiali”. Il Coronavirus è parte di questo disegno: non esiste, serve per spaventarci e controllare le nostre menti. È stato diffuso non solo dai soliti Soros e Gates – uno che vuole modificare il Dna umano per controllarlo con dei microchip per sterminare la popolazione mondiale e femminizzare gli uomini per renderli sterili – ma anche dalla star della tv americana Oprah Winfrey. I Gates e i Clinton sono ghiotti di adenocromo, ovvero adrenalina ossidata e compiono rituali satanici con i bambini non solo per sventrarli, ma anche per prelevare dai loro corpi questo composto chimico che usano come fonte di eterna giovinezza.

Una farsa anche Black Lives Matter: i manifestanti sono “i Sinistri” – ennesimo richiamo a Lucifero –, un’operazione finanziata da Soros per destabilizzare il presidente: il poliziotto che ha ucciso George Floyd è un attore. È luciferino ovviamente pure Papa Bergoglio: l’attuale Vaticano è la chiesa di Satana, Francesco è “personaggio oscuro, portatore di un nuovo vangelo del nemico di Gesù”. I seguaci di QAnon sono “guerrieri della verità” nella lotta in corso tra il Bene e il Male.

Questa ideologia non è più isolata nei deliri digitali dei social. Negli Usa QAnon è stato legittimato da Trump in persona, che due anni fa ha posato per un set fotografico alla Casa Bianca con Michael “Lionel” LeBron, un commentatore radiofonico, tra i più famosi megafoni della setta Q.

Di recente Twitter ha iniziato la sua guerra contro QAnon, sospendendo 7mila account americani e limitandone altri 150mila. Ma è tardi: la teoria della cospirazione globale ha superato rotto gli argini degli Stati Uniti, è sempre più diffusa in Francia, Germania, Italia.

Qui torniamo al punto di partenza. QAnon è tra noi. La pagina Facebook QAnon Italia, in sé, raccoglie poco più di 15mila persone. Ma i siti, gli account YouTube, i profili cospirazionisti più o meno organici alla teoria madre sono decine e decine, con un audience infinitamente più ampia. Hanno anche una paladina in Parlamento: la deputata No Vax, ex grillina, Sara Cunial.

Le dichiarazioni deliranti citate all’inizio dell’articolo sono del magistrato Angelo Giorgianni e del nutrizionista Franco Trinca. Sono tra i fondatori dell’associazione “L’Eretico”, un altro punto di riferimento del complottismo italiano. Hanno avuto la possibilità di parlare al Senato. Merito degli organizzatori del convegno sul Covid: il deputato Vittorio Sgarbi e il senatore leghista Armando Siri. In prima fila c’era Salvini. “Siete e siamo un po’ matti – ha detto ridendo – ma io in mezzo ai matti ci sto bene”. È una battuta che aiuta a capire la virata ancora aggressiva della sua propaganda nell’ultimo mese. Salvini – lo stesso che a un certo punto della pandemia attaccava il governo perché bisognava “chiudere tutto” e Conte era troppo timido – ora si presenta in Senato senza mascherina, si rifiuta di indossarla, sorride e interloquisce con chi definisce il Covid “terrorismo globale”. Forse non conosce QAnon, sicuramente sa che c’è un enorme bacino di elettori informati da teorie farneticanti. E per molti di loro è diventato un punto di riferimento.

Emergenza, sì a metà. Per la destra è dittatura

Sulla superficie dell’acqua, cioè in Senato, le onde sono gestibili. Quindi via libera con 157 sì alla proroga dello stato di emergenza per il Covid fino al 15 ottobre: anche se la risoluzione di maggioranza è un parto e un 5Stelle, Mattia Crucioli, vota contro mettendosi con un piede fuori dal Movimento. Ma un pelo più sotto lo stagno di governo è increspato di sospetti e paure. Perché ai piani alti del Pd c’è già ansia per le urne di settembre, mentre un bel pezzo del M5S, da Luigi Di Maio in giù, aspetta curioso sviluppi. Nell’attesa la maggioranza si accapiglia per la milionesima volta sulle presidenze delle commissioni.

Fastidi assortiti per Giuseppe Conte, che accetta la faticosa mediazione dei partiti. Ergo, i giallorosa votano sì alla proroga dello stato di emergenza, ma solo fino a metà ottobre, e soprattutto decidono di affidare “a norme primarie – ovvero a decreti legge – le eventuali misure di limitazione di libertà fondamentali”, come nuove zone rosse. Proprio ciò che chiedevano Pd e Iv, mentre Palazzo Chigi avrebbe voluto utilizzare ancora i Dpcm, più maneggevoli. Ma in vista del voto sullo scostamento di bilancio di oggi (dove servirà la maggioranza assoluta, cioè 161 voti) Conte ha accettato di ridurre la proroga (l’avrebbe voluta almeno fino al 31, se non sino a fine anno) e i decreti. Comunque troppo per Matteo Salvini, che esprime il suo “sconcerto” al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un apposito colloquio. Mentre in Senato va di citazione: “Si tratta di una richiesta inopportuna e illegittima, bisogna tornare a una ordinata normalità, firmato Sabino Cassese”. Conte non gradisce, e alle opposizioni lo dice così: “Vi sfido a interrogare i presidenti di Regione, vediamo se sono disponibili a dismettere queste misure di protezione”. La maggioranza è d’accordo con lui. Ma c’è chi dice no, come il grillino Mattia Crucioli, da tempo dato in bilico. Proprio come Tiziana Drago, senatrice corteggiata dalla Lega. “Ma i numeri per dire sì allo scostamento ci sono” giurano. E sarà importante capire cosa farà Forza italia. Nell’attesa fa rumore un retroscena dell’Huffington Post, in cui il segretario dem Nicola Zingaretti viene descritto colmo di rabbia. “Non c’è politica per l’immigrazione, non c’è niente” si sarebbe sfogato, fino a dire: “Magari si andasse a votare”. Frase però seccamente smentita dal Pd: “Mai detto o pensato”. Però il malessere c’è: “Tutto ciò che accade viene imputato al Pd, anche quando di mezzo non ci sono nostri ministri”. E l’allusione pare anche a Di Maio, reattivo in queste ore sul tema migranti. Poi però il Pd manda una nota: “Zingaretti sostiene l’esecutivo e rifugge dal gossip della politica”. E la temperatura scende. “Il Pd teme le Regionali di settembre” sibila un big del M5S in un corridoio.

I mancati accordi nelle Regioni, fatta salva la Liguria, sono un problema. E dire che per Puglia e Marche si era mosso anche Conte, chiedendo a Crimi e al sottosegretario Riccardo Fraccaro di intercedere. Ma non se ne è fatto nulla. Niente quadra neppure sulle commissioni, oggetto ieri di un vertice notturno. In serata infine, la prima riunione sul Recovery Fund del Comitato interministeriale per gli affari europei: il premier ha ricordato a tutti che bisogna essere “efficaci” e stare “al lavoro anche ad agosto”. Poi ha promesso interlocuzioni con il Parlamento, ricordando però che la “responsabilità del piano” e tutta e sola del governo.