Province, ci risiamo: riforma in autunno

Eliminate, poi riprese, poi svuotate e infine lasciate per anni nel guado. Dopo riforme e referendum, la storia delle Province potrebbe arrivare presto a un nuovo punto di svolta, ora che il governo ha avviato l’iter per la loro revisione. Tutti giurano che non si tratterà di una “restaurazione del vecchio ente”, ma della razionalizzazione di una struttura che negli anni ha mantenuto alcune competenze fondamentali (su tutte le strade e le scuole) senza però avere più il denaro né il personale per gestirle.

E così il Movimento 5 Stelle torna sul luogo del delitto, se è vero che poco più di un anno fa i grillini litigarono con gli ex alleati leghisti proprio sul ripristino delle Province. Adesso il clima è diverso: al ministero dell’Interno c’è il sottosegretario dem Achille Variati, che fino al 2018 era presidente dell’Unione delle Province e che ora si confronta con la viceministra dell’Economia, Laura Castelli, per dare un senso alle Province senza creare imbarazzi a chi nel M5S non vuol sentir parlare di “ritorno delle poltrone”. L’idea di partenza è quella di enti visti più come unioni di Comuni che come istituti sovraordinati: “Credo ci sia una larga volontà nella maggioranza – è la versione di Variati – non per una restaurazione, ma per pensare alla provincia come ‘Casa dei Comuni’ in cui dar voce ai sindaci”.

Come immaginarsi, allora, le nuove Province? Il presidente di Upi, Michele De Pascale, chiede di pensare a una identità precisa: “Non servono doppioni che fanno lo stesse cose. La nostra idea è che le Province si occupino di investimenti: non solo strade e scuole per sé, ma anche interventi per opere di cui hanno bisogno i Comuni o lo Stato”.

Oltre a Variati, Castelli e alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, al Viminale lavora pure una task force guidata dal professor Alessandro Pajno, già presidente del Consiglio di Stato, con il compito di fornire supporto tecnico alla riforma. Con la speranza, caldeggiata da De Pascale, di non finire vittima delle beghe di partito: “Se non si porta il tema sul piano ideologico, come avvenne l’anno scorso, una soluzione pragmatica la si può trovare”. E Variati ipotizza anche una scadenza: “Entro ottobre potremmo portare in Parlamento un primo testo, nel rispetto del mandato di una legge delega che ci fu assegnato nell’ultimo aggiornamento al Def”.

D’altra parte le Province chiedono da tempo un intervento. La riforma Delrio del 2014 le svuotò in vista della cancellazione che sarebbe dovuta arrivare col referendum costituzionale del 2016. Saltata la riforma costituzionale, le Province restarono nel limbo. Senza più uscirne.

Gettoni in pieno lockdown. Indaga la Corte dei conti

Non basterà la restituzione, ex post, dei rimborsi spese incassati dai consiglieri regionali di tutta Italia durante il lockdown, nonostante non dovessero spostarsi per andare in aula. Adesso, sulla questione anticipata sabato dal Fatto, si stanno muovendo i giudici contabili con l’ipotesi di danno erariale: in Friuli-Venezia Giulia la procuratrice della Corte dei Conti Tiziana Spedicato ha aperto un fascicolo sul “bonus trasferte” riscosso dai 49 consiglieri durante e da ieri un’inchiesta è stata avviata anche in Toscana. Nel mirino della procuratrice, Acheropita Rosaria Mondera, c’è la delibera dell’Ufficio di Presidenza del 25 maggio che, fissando le regole delle sedute telematiche, stabiliva che per i rimborsi forfettari dei consiglieri valessero le stesse regole delle sedute in presenza. Anche quelli relativi agli spostamenti verso Firenze, la sede del consiglio regionale. I giudici contabili stanno facendo tutti i conti per capire se si possa ipotizzare un danno erariale e individuare le relative responsabilità amministrative di quell’atto. Un fascicolo che potrebbe preoccupare non poco Eugenio Giani, candidato governatore del Pd alle prossime Regionali, e che da presidente del consiglio regionale quell’atto ha firmato. Lui sulla questione, è lapidario: “Era pienamente legittimo” spiega al Fatto.

Nel frattempo spunta un’altra delibera, successiva di un mese a quella del 25 marzo, che crea altri imbarazzi in Toscana. Non contento del primo atto, il 4 maggio l’Ufficio di presidenza stabilisce le modalità delle nuove sedute in presenza per la “fase 2” e conferma tutte le “disposizioni” di quelle via telematica già messe nero su bianco un mese prima. La delibera riguarda le quattro commissioni che, per rispettare le regole anti-Covid, si sarebbero riunite quasi tutte via Skype. Continuando quindi a incassare anche il “rimborso spese” anche se collegati da casa. Da inizio marzo ad oggi, i 40 consiglieri toscani si sono riuniti via computer 36 volte per partecipare a sedute di commissione per un totale di circa 3mila euro di “rimborsi chilometrici” per ogni seduta. Fino a luglio, le indennità dei consiglieri arrivavano a un totale di 229 mila euro su 2 milioni di stipendio totale. Ad agosto poi, quando il consiglio regionale chiuderà per ferie, come ogni anno i 40 rappresentanti continueranno a prendere un rimborso spese, nonostante la fine delle attività istituzionali: 40 mila euro che, per cinque anni di legislatura, portano il totale a 200 mila euro. Non pochi spiccioli. Intanto ieri, nella penultima seduta della legislatura, si è discusso del caso e tutti i consiglieri si sono dimostrati filantropi, ex post: molti hanno annunciato di aver già fatto donazioni con quei soldi ma Giani non ci sta e ha chiesto a tutti di restituire quei soldi entro 15 giorni. “In un momento in cui chiediamo sacrifici ai toscani, è stato inopportuno prendere quei rimborsi” ammette ora il candidato governatore dem. Il M5S, unico gruppo ad aver donato 85 mila euro, tramite la candidata Irene Galletti attacca: “Non basta, quei soldi vanno rendicontati”. La patata bollente passa al prossimo consiglio. Dopo le elezioni.

Il sospetto: “All’estero anche soldi di Attilio”

Se il giro del contratto per la fornitura di camici poi passato a presunta donazione mai accettata dalla Regione, è ormai chiaro con il “ruolo attivo” del presidente Fontana, risulta ancora tutta da scoprire la pista dei soldi legata al conto Ubi di Lugano nella disponibilità del governatore e gestito da una fiduciaria milanese.

Un’indagine parallela nata dopo una segnalazione per operazione sospetta legata al tentativo di Fontana di bonificare 250 mila euro al cognato Dini per risarcirlo del mancato guadagno per la vendita dei camici. L’ipotesi sulla quale la Procura veleggia a vista è che i 5,3 milioni riemersi da uno dei due trust appoggiati alle Bahamas dopo lo scudo fiscale del 2015 siano riferibili anche solo in parte direttamente a Fontana e non alla madre, deceduta quell’anno. Su questo fronte non vi sono ipotesi di accusa. Ciò che incuriosisce i pm è il fatto che nella voluntary disclosure del 2015 il governatore abbia indicato solo la voce eredità. Nei prossimi giorni partirà una rogatoria a Lugano per tentare di capire chi si celi realmente dietro a quel pacchetto di euro e ai due trust, il primo aperto nel 1997, il secondo nel 2005, e gestito come trustee da una Fondazione con sede a Vaduz in Liechtenstein. Entrambi chiusi dopo il 2015. L’ipotesi della Procura è che il conto svizzero fosse preesistente al primo trust. Bisognerà poi capire che ruolo avesse Fontana su quel conto prima che nel 1995 diventasse sindaco del Comune di Induno Olona in provincia di Varese. Al momento si valuta l’esistenza di più conti, almeno due. Il primo acceso prima del 1997 dalla madre di Fontana, poi deceduta e un secondo riferibile a dopo il 2015, ovvero a voluntary conclusa.

La pista dei soldi sembra quella più calda e che potrebbe in ipotesi creare altri grattacapi a Fontana. Se infatti la Procura arriverà a dimostrare che il denaro non è della defunta madre ma del presidente potrebbe scattare l’accusa di falso in voluntary, perché lo scudo fiscale del 2015 sarebbe in questo caso nullo e basato su un dato non vero, cioè l’origine del denaro. Anche su questo fronte, la posizione di Fontana non sembra del tutto congruente. Il governatore, infatti, nei giorni scorsi aveva spiegato che quel conto non era operativo perché vi erano appoggiati i risparmi di sua madre ex dentista. In realtà i documenti allegati alla voluntary pubblicati ieri dal giornalista Giovanni Tizian sulla newsletter di Domani dimostrano il contrario, ovvero il fatto che da quel conto entrasse e uscisse denaro. Tra il 2009 e il 2013 l’operatività è dimostrata da una serie di movimenti in entrata e in uscita. Nel 2012, ad esempio, entrano 442mila euro. Nel 2009 poi il conto segna 4.565.839 euro. Sei anni dopo, quando Fontana fa la voluntary la cifra è di 5,3 milioni, scesi, nel 2018 a 4,4. Questo ci mostra che il conto era operativo. Non dimostra invece che ad operarvi vi fosse lo stesso Fontana. Sappiamo infatti che fin dall’inizio il presidente della Regione ha la facoltà di potervi operare come anche la madre che è l’intestataria. Potrebbe essere stata anche la donna, all’epoca quasi novantenne, a fare quelle operazioni. Su questo si sta lavorando in Procura a Milano.

Terreni e mattoni, il tesoro del leghista conta 35 immobili

Non ci sono solo i 5,3 milioni di euro sul conto svizzero, denaro dichiarato dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e oggi gestito all’estero dalla società milanese Unione fiduciaria. La ricchezza del governatore si basa anche su altro: sull’intramontabile mattone. Basta una visura catastale per scoprire che è proprietario (in alcuni casi al cento per cento, in altri con la moglie in regime di separazione dei beni) di 31 fabbricati e quattro terreni, tutti sparsi tra Varese e Induno Olona. Non che sia un reato, anzi questi immobili sono stati pubblicati nella dichiarazione sostitutiva relativa alla situazione patrimoniale che si trova nella sezione “amministrazione trasparente” del sito della Regione Lombardia.

Ci sono dunque abitazioni, alcune con annessi box, appartamenti in villini, negozi, uffici, locali di deposito e immobili catalogati come “stalle, scuderie, rimesse, autorimesse (senza fine di lucro)”.

Il feudo del presidente della Regione Lombardia sembra essere fuori Milano, a Induno Olona, paesino in provincia di Varese, che conta quasi 11mila abitanti e del quale in passato, dal 1995 al 1999, Fontana è stato sindaco. Qui, stando alla visura, ma risulta anche dalla dichiarazione del governatore, si trovano 20 fabbricati di proprietà del governatore: “magazzini e locali”, “negozi” o anche come “abitazioni civili”. Tra le proprietà ad esempio Fontana è proprietario del piano terra (7,5 vani), del primo piano (7 vani) e del secondo (4,5 vani) di un villino. Sempre a Induno Olona, risultano quattro terreni di sua proprietà.

A meno di sei chilometri di distanza, nella più popolata Varese – anche qui Fontana ha ricoperto la carica di sindaco, eletto nel 2006 e confermato nel 2011 – si estende il resto del patrimonio immobiliare di Attilio Fontana. Undici fabbricati, di cui alcuni posseduti in separazione dei beni, altri da solo: anche qui ritroviamo abitazioni civili, uffici e fabbricati classificati come “stalle, scuderie, rimesse, autorimesse (senza fine di lucro)”. Ad esempio, è proprietario di un piano da 7,5 vani di un palazzo.

Fontana viene da una famiglia benestante, con madre dentista e padre medico condotto. È proprio dalla madre che il governatore eredita i 5,3 milioni di euro: denaro, per quanto ricostruito dai pm milanesi, gestito fino allo “scudo fiscale” da un doppio trust aperto alle Bahamas.

C’è poi un immobile in Svizzera. Quest’ultimo non risulta dalla visura catastale, ma è annotato nella dichiarazione patrimoniale del presidente lombardo. Si tratta di una “casa plurifamiliare”, che sarebbe così composta: “appartamento e box con giardino, ruscello e bosco”.

Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza – che ha la delega a indagare nell’ambito dell’inchiesta dei pm milanesi sui camici prima venduti alla Regione dal cognato del governatore Fontana e poi trasformati in un tentativo di donazione mai formalizzata – ha acquisito anche le dichiarazioni patrimoniali del governatore, ma solo per avere un quadro completo della situazione.

L’attenzione degli investigatori si concentra infatti sull’ormai noto conto svizzero aperto presso la Ubs, dal quale Fontana ha tentato un bonifico (poi fallito) da 250mila euro in favore del cognato Andrea Dini e della società Dama Spa protagonista della vicenda dei camici. Obiettivo del bonifico, secondo i magistrati: risarcire il parente della fornitura non pagata.

Ed è questo il cuore dell’inchiesta che vede indagato il governatore per frode nelle pubbliche forniture.

“Informai Fontana il 16 aprile” “I camici? Non servivano più”

Il 20 maggio scorso, Andrea Dini, patron della Dama Spa, con un’email avverte l’allora direttore generale di Aria che la fornitura di camici per l’emergenza Covid si fermerà a 49 mila invece dei 75 mila iniziali e sarà trasformata in donazione. Il dg della centrale acquisti della Regione Lombardia, Filippo Bongiovanni, prende atto e ringrazia.

Perché non fece presente a Dini la differenza di 26 mila camici ancora da consegnare secondo l’accordo siglato il 16 aprile? La domanda è stata posta dalla Procura al dirigente ed ex finanziere durante l’interrogatorio della scorsa settimana. Secondo quanto ricostruito dal Fatto, Bongiovanni ha spiegato ai pm che in quel momento – siamo ancora in piena emergenza – i camici non servivano più. Questa, secondo l’accusa, la spiegazione dell’ex dirigente oggi indagato per turbata libertà del contraente e frode in pubbliche forniture. Posizione curiosa visto che pubblicamente, più volte, la Regione ha spiegato in questi mesi di aver necessità di 3 milioni di camici al mese, circa 50 mila al giorno. I camici mancanti – hanno ricostruito i pm – saranno oggetto di un tentativo di vendita separata da parte di Dini a un’azienda del Varesotto a un prezzo di 9 euro, 3 in più rispetto all’offerta iniziale fatta ad Aria. La scelta di bloccare la fornitura a 49 mila camici fu poi dettata dall’intervento di Fontana, che chiese al cognato di rinunciare al compenso. Denaro che lo stesso governatore tenterà di risarcire con un bonifico di 250 mila euro da un suo conto svizzero. E proprio sui camici mancanti ieri sera la Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione lampo alla sede della Dama dove sono stati trovati i camici e altro importante materiale probatorio.

Non è però solo questa l’unica incongruenza che emerge dalle indagini. Una seconda riguarda il periodo in cui il governatore, indagato solo per frode in pubbliche forniture, è venuto a conoscenza del rapporto commerciale tra Dama e Aria. Secondo Bongiovanni la notizia arrivò sul tavolo del capo segreteria Giulia Martinelli domenica 10 maggio, secondo Fontana, che ne ha parlato lunedì in Consiglio regionale, il 12 maggio ovvero il giorno prima dell’intervista fatta a Report. C’è però una terza versione ed è quella messa a verbale dall’assessore regionale all’Ambiente, Raffaele Cattaneo, sentito a sommarie informazioni e non indagato. Durante l’emergenza Covid, Cattaneo ha diretto la task force per gli approvvigionamenti di mascherine e altro. Ai pm, per quanto risulta al Fatto, spiega che informò Fontana di un possibile rapporto commerciale tra Dama e la Regione prima che la società di Andrea Dini sottoscrivesse il contratto retrodatando il tutto a metà aprile, cioè un mese prima rispetto alla versione di Fontana. Una ricostruzione involontariamente confermata dallo stesso presidente, quando in Consiglio ha spiegato: “Sapevo che Dama si era dichiarata disponibile a rendersi utile. L’assessore Cattaneo aveva interpellato Dama e altri imprenditori sul territorio disposti a dare una mano”. Nessuna delle altre aziende, spiega la Procura, ha fatto donazioni ad Aria, ma solo offerte. Del resto, in una lettera poco prima del 12 aprile, giorno di Pasqua, già pubblicata dal Fatto, lo stesso Dini invia a Bongiovanni l’offerta commerciale di 75mila camici per 513 mila euro. Qui Dini scrive: “Egregio dottor Bongiovanni, come da indicazioni del dottor Cattaneo le invio la nostra proposta”. Dopodiché chiude con un “Buona Pasqua”. Il contratto viene siglato il 16 aprile. Insomma ben poco torna nelle ricostruzioni del governatore Fontana. Incongruenze che, secondo la Procura, corroborano e chiudono il cerchio attorno alla vicenda-camici dove Fontana è accusato di frode in pubbliche forniture. Accusa legata al suo “ruolo attivo” nel far retrocedere il cognato Dini dal rapporto commerciale con la Regione per tutelare la sua immagine. Ciò provocherà una inadempienza nella fornitura.

Vale tutto

Ogni tanto mi diverto a scorrere i commenti sulla mia pagina Facebook e provo pena non tanto per le persone raziocinanti sopraffatte dai dementi che delirano sulle mie cause perse con l’Innominabile (mai perso una causa con lui), sui soldi che mi versa Casaleggio (che mi ha fatto causa), sui milioni che il Fatto incassa dallo Stato (mai un euro in 11 anni) e sul simpatico giochino del “Parlaci di Bibbiano” se scrivi di Salvini, “Parlaci di Salvini” se scrivi di Bibbiano, “Perché non critichi i 5Stelle?” se hai appena criticato i 5Stelle. Ma quello è un mondo a parte: il dessert della legge Basaglia e l’antipasto dell’Era del Mitomane prossima ventura. Il guaio è che ormai vale tutto anche sui media tradizionali. Su La7 si parla di Fontana e una poverina tira in ballo l’ex fidanzato di Casalino: come se un cameriere cubano (privato cittadino non indagato) che si fa fregare 18mila euro (soldi suoi) col trading online c’entrasse qualcosa col presidente di Regione (pubblico ufficiale indagato) che mente una dozzina di volte sull’appalto da 513mila euro (soldi nostri) senza gara alla ditta del cognato e della moglie, poi camuffato da donazione gratuita quando Report lo scoprì, gratuita mica tanto perché tentò di girare 250mila euro al cognato dai 5,3 milioni trasferiti dalle Bahamas su un conto svizzero. E, su Repubblica, scarica elegantemente le colpe su sua madre, ovviamente morta.

Sul Corriere il presidente di Confindustria Carlo Bonomi dà fiato alla bocca come nemmeno al bar: “Per il governo la fase 2 non è ancora iniziata” (se era per lui, manco la fase 1, visti i suoi ostruzionismi da presidente di Assolombarda contro la chiusura delle aziende mentre i lombardi morivano come le mosche); “mi aspettavo di vedere già scritto il Piano nazionale delle riforme” per il Recovery fund (tutti i Paesi Ue lo presenteranno a ottobre, ma lui deve pur dire qualcosa, visto che un mese fa chiedeva “un altro governo” perché questo non prende ordini da lui); “non potremo più confondere l’Europa con task force e stati generali” (dove parlò anche lui, tanto erano inutili); urgono le riforme di “burocrazia e fisco” (la prima appena fatta nel dl Semplificazioni, la seconda in cantiere da questa settimana); quanto al lavoro, “siamo alle solite” perché se ne occupa “un comitato” (pensa che le leggi si scrivano da sole, o che sia meglio fare come B. e l’Innominabile: Confindustria dettava e i governi scrivevano); “scostamento di bilancio da 25 miliardi per distribuire altre risorse a pioggia” (invece di regalarle tutte ai ricchi, si aiutano anche poveri e i disoccupati), anziché “eliminare” il blocco dei licenziamenti (giusto: mettiamo per strada milioni di persone come in America).

Del resto il giornale di Confindustria, il Sole 24 Ore, spara l’ennesimo allarme inesistente: “Scuola rischio caos per settembre” perché è “impossibile fornire 3 milioni di banchi” (come se oggi le scuole avessero zero banchi o il governo le obbligasse a cambiarli tutti). Intanto, non contenti di contar balle sulla condanna di B. facendo parlare un giudice morto che, da vivo, l’aveva firmata pagina per pagina, i giornali di destra se ne inventano un’altra: l’ex sindaco FI di Parma Pietro Vignali è stato “abbattuto dai giudici”, mentre era “pulito” come giglio di campo per sostituirlo col grillino Federico Pizzarotti, tant’è che “la sua posizione è stata archiviata dopo 10 anni” ed è stato “completamente riabilitato” (Giornale, Verità e Riformista, che confondono un’archiviazione-prescrizione per abuso d’ufficio col processo sulla Tangentopoli parmigiana che indusse la giunta Vignali a dimettersi nel 2011). Resta da spiegare come mai Vignali nel 2015 patteggiò 2 anni di carcere per peculato e corruzione, cioè per aver derubato il suo Comune, che infatti s’impegnò a risarcire con mezzo milione di euro: tipico caso di innocente che si crede colpevole.
Siccome vale tutto, si ascoltano squilibrati in Parlamento e a convegni No Covid che strillano alla dittatura per la proroga dello stato d’emergenza quando il virus è sotto controllo. Ma il virus è sotto controllo, almeno in Italia, proprio grazie alle misure adottate dello stato di emergenza. Eravamo già pronti ad assegnare il Cazzaro d’Oro a Salvini per il suo strepitoso “La mascherina non ce l’ho e non la indosso” (basta dire “non ce l’ho” o “non la indosso”, salvo spiegare come si potrebbe indossare una cosa che non si ha), per giunta pronunciato in Senato, cioè nel luogo dov’è stato approvato l’obbligo di mascherina nei luoghi chiusi senza distanziamento (con multe per i contravventori che però a Salvini, chissà perché, non vengono mai inflitte). Poi abbiamo scoperto che all’insigne consesso ha dato un imperdibile contributo il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, in arte Capannelle, con una perla di rara saggezza: “Non si può prorogare lo stato di emergenza perché l’emergenza non c’è più”. L’arzillo vegliardo dimentica che l’emergenza c’è molto più oggi di quando fu deciso lo stato d’emergenza: era il 31 gennaio e i contagiati erano appena 2 in tutt’Italia e i morti 0, mentre ora i positivi sono 12.609 (181 infetti e 10 morti solo ieri). E nel resto del mondo (anche in Paesi vicini come Spagna e Francia) oggi, non sei mesi fa, si registrano i picchi massimi di contagio, con rischi di focolai d’importazione. Quindi l’ambìto riconoscimento va all’emerito Capannelle: come nei Soliti ignoti, un bel baracchino di pasta e ceci.

Il compromesso storico è Sarrismo e Cristianesimo

Due frasi di Maurizio Sarri raccontano, più e meglio di un trattato, il suo primo scudetto, che è poi il nono consecutivo e il trentaseiesimo della Juventus, tanti quanti ne ha raccolti Milano (18 l’Inter, 18 il Milan). La prima, rilasciata alla vigilia della sfida con la Sampdoria: “Devo essere io ad adattarmi alle caratteristiche dei giocatori, perché non si possono ogni anno comprarne 25. Altrimenti vado alla ricerca di allenare me stesso”. La seconda, nel bordello del dopo, rivolta ai dipendenti: “Se avete vinto con me, siete forti”. Toscano, 61 anni, Sarri non è un maniaco degli schemi. A Napoli, non vinse ma incantò con un 4-3-3 molto elettrico, molto fisso. Con il Chelsea, capì che i dribbling di Eden Hazard avrebbero giovato alla causa più dei quaderni: si adeguò e ghermì l’Europa League. Alla Juventus, condizionato dalla polmonite che lo privò di una fetta cruciale della stagione, quella iniziale, non ha esitato, fiutato il vento, a scendere a patti con Cristiano. E proprio dal compromesso storico fra Sarrismo e Cristianesimo è nato il titolo, tribolato e frugale, del campionato spaccato dal Covid. Cristiano è la soluzione dei problemi legati al campo e il problema per le soluzioni studiate alla lavagna. Stanco “solo” di vincere, Andrea Agnelli aveva reclutato Sarri per andare oltre Massimiliano Allegri. Sazio di gestioni, cercava visioni. Non le ha avute, se non in modica quantità: contro l’Inter, per esempio. Tre con Antonio Conte, cinque con Allegri, uno con Sarri: la sequenza indica nella continuità del club la chiave di lettura più saliente. Gli infortuni di Giorgio Chiellini e Sami Khedira hanno contribuito a sabotare il trasloco tattico. Le rimonte subìte, un’enormità, sono state nascoste dal masochismo della concorrenza. E il mercato? Confuso. Fabio Paratici aveva offerto Paulo Dybala al Tottenham e perfino all’Inter: si è rivelato, con il marziano, la pedina più preziosa, più decisiva; e qui bravo Sarri ad averlo rianimato. La Juventus più grande del ciclo rimane la Juventus di Berlino 2015. Il centrocampo è passato, da Andrea Pirlo e la sua Camelot, a un condominio di gregari. La celeberrima Bbc, per otto edizioni la difesa più munita, si è sciolta. Lo scudetto aiuta a digerire gli smacchi di Supercoppa (Lazio) e Coppa Italia (Napoli). Sarà però la Champions a dire l’ultima. Sette agosto, ritorno degli ottavi allo Stadium: Juventus-Lione (da 0-1 senza Dybala, stirato). E in Europa è diverso, i tiranni sono altri.

Vulcano e Stromboli, la guerra del cinema sotto il cielo delle Eolie

Capire quel che è stato, con le lenti del cinemino nostro contemporaneo, è impossibile. Per dare una scala di grandezza, basti dire che l’addetto ai festoni, approntati nella suite della coppia al Grand Hotel Excelsior di Roma, fu Federico Fellini: “Aveva appeso alle pareti delle deliziose caricature di Roberto e me sull’isola di Stromboli”.

Roberto è Rossellini, il verbatim di Ingrid Bergman, che del “ti amo” pronunciato in italiano nell’Arco di trionfo di Lewis Milestone farà buon uso in una lettera indirizzata al maestro di Roma città aperta e Paisà – “Li ho apprezzati moltissimo” – e affrancata dal destino: “Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il tedesco, non si fa quasi mai capire in francese, e in italiano sa dire solo ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.

Rossellini all’epoca è sposato alla scenografa Marcella De Marchis, ma non ci vive: sta all’Excelsior con Anna, Magnani. Che è smodata, indomita, totale, ovvero, con il regista William Dieterle, “l’ultima delle grandi passionali spudorate”. Sul set come nella vita: al marito Goffredo Alessandrini aveva spaccato gelosa una bottiglia sul capo, a Rossellini va meglio, il 7 maggio del 1948 il telegramma della Bergman gli vale un piatto di pasta fumante rovesciato in testa. Dove i pensieri che gli frullano sono tacciabili di arrivismo – Ingrid è una star, Ingrid è Hollywood – non di moderazione: “Non posso negare tuttavia – scrive alla nuova musa – che, nel fondo della mia anima, si cela un’invidia segreta per quelli che sanno amare in un modo così appassionato e selvaggio da dimenticare qualsiasi forma di tenerezza e di pietà per chi amano”.

Se è vero che “la civiltà ha attenuato la forza dei sentimenti”, la ribattezzata “guerra dei vulcani” assegnerà a isole, film, Stromboli (Terra di Dio) di Rossellini e Vulcano di Dieterle, e a cineasti la recrudescenza: tradimenti, anatemi, vendette sbattuti in faccia al mondo intero per interposto arcipelago, le Eolie, che grazie a quel conflitto prenderà domicilio nel jet-set e trarrà salvezza economica. “Sono sette isole, situate nel mar Tirreno, a nord della Sicilia, e una volta erano tutti vulcani. Ne è rimasto attivo solo uno, lo Stromboli. Ai piedi del vulcano, in una baia, sorge il paese. Qualche casa bianca, con i muri pieni di crepe a causa dei terremoti. Gli abitanti vivono di pesca e di quel poco che riescono a cavare dalla terra brulla”.

La guida turistica è ancora Rossellini, e per la Bergman ha in serbo “una ragazza lettone, così alta e bionda, in quell’isola di fuoco e cenere, tra i pescatori piccoli e bruni e le donne degli occhi splendenti, pallide e sciupate dalle gravidanze”. Per sciupare, sciupa anche l’amore, e se per Marisa Merlini “Anna ha amato Massimo Serato (attore, ndr), la follia della sua vita è stato lui”, con Rossellini sarà stato pure “un altro tipo di sentimento: ugualmente forte ma radicato soprattutto sull’importanza di Roberto”, comunque le fa perdere dodici chili quando lui le preferisce la Bergman: “La figura che mi ha fatto fare davanti a tutto il mondo!”. Vulcano avrebbe dovuto dirigerlo Rossellini, produzione Panaria film, “una storia ricavata da tutti quei fatti che avevamo sentito dai pescatori”.

Invece, rammenta il produttore principe-subacqueo Francesco Alliata, “il regista ci piantò e se ne andò in America con Ingrid, lasciandoci la Magnani feroce come una tigre”. Un po’ per cachet – siamo nel 1949 e prende 60 milioni di lire: fate i conti, un’enormità – un po’ per tigna, Anna va avanti, ex prostituta col foglio di via per finzione, amante mollata nella vita: “Ogni sera – registra il collega Rossano Brazzi – si metteva sulla punta dell’isola e mandava colorite maledizioni in direzione di Stromboli, dove l’idillio tra il suo uomo e la Bergman aveva avuto il proprio momento magico”.

Altri tempi, altri nomi, ben altre passioni: L’avventurosa storia del cinema italiano, quella che non è più, quella intercorsa tra il 1935 e il 1959, già sottratta da Goffredo Fofi e Franca Faldini alla sciatteria e piccineria del presente, e riconsegnata al mito. Rispolverata da Francesco Patierno nel documentario omonimo del 2012, la guerra dei vulcani converge in un campo di battaglia che più simbolico non si può: la tonnara di Oliveri, in provincia di Messina, dove i due film-fotocopia gettano la maschera e affilano le armi. “A girare la scena della tonnara, anche se per le altre scene stavano su due isole diverse (Vulcano in realtà a Salina, ndr), si sono trovate le due troupe insieme, perché la mattanza dura poco e dovevano girarla entrambe”, rammenta Jone Tuzi, che seguiva Dieterle.

Sono passati settant’anni dall’uscita in sala, nel 1950, di Vulcano e Stromboli (Terra di Dio): tra i due litiganti non godette nemmeno il terzo, che fosse il pubblico (box office gramo per entrambi) o la critica.

Rossellini recriminò come “molti si sono accaniti e per vari motivi. Tutti tendevano a dimostrare che ero un cretino”, e segnatamente “i critici ufficiali di sinistra, quelli che non avevano idee precise, i moralisti-giustizieri, i cronisti del pettegolezzo”. Vulcano lo precedette sul grande schermo, me non trovò gloria, anzi: “Alla prima – ancora Jone Tuzi – la Magnani si aspettava che tutti ne parlassero. Invece la mattina dopo c’erano sui giornali titoli enormi che annunciavano che la Bergman aveva partorito! Le bruciò anche la prima! Proprio sfortunata!”. Peggio: cornuta e mazziata.

 

Sono io la scimmia (dispettosa)

Era passata la mezzanotte già da un pezzo quando l’auto si è fermata davanti al Motel dei Sogni. Ho pagato l’autista, mi sono assicurata di non dimenticare niente, e ho suonato il campanello per svegliare la proprietaria. “Sono quasi le tre di notte,” ha detto lei, ma mi ha dato comunque la chiave della stanza e una bottiglia di acqua minerale. (…) A quel punto ho pensato a Sandy. Avrebbe dovuto essere qui, in una delle stanze lungo il corridoio. La mattina del nostro primo concerto, io e Lenny Kaye siamo andati al reparto terapia intensiva dell’ospedale della Marin County. Sandy era in coma con tubi dappertutto, avvolto in un silenzio angoscioso. Ci siamo messi ai lati del letto, promettendo di sostenerlo con i nostri pensieri, di tenere aperto un canale, pronti a intercettare e accogliere ogni segnale. Non solo schegge d’amore, come avrebbe detto Sandy, ma l’intera coppa. (…) Di colpo mi sono ritrovata a vorticare intrappolata in spirali di vento semitrasparente. Si è sentito tuonare di sotto e si è aperta una crepa. Sono caduta in ginocchio e ho visto un labirinto di grotte che ospitavano cumuli di pietre preziose, chincaglierie dorate e rotoli di pergamena. Era il meraviglioso mondo sotterraneo che immaginavo da bambina, con i suoi elfi e gli gnomi e le grotte di Ali Babà. Il fatto che esistesse davvero mi riempiva di gioia. Una gioia seguita presto dal rimorso. Una nuvola caparbia è passata davanti al sole e il gelo nell’aria a quel punto ha illuminato tutto per quel che era. (…)

Il pomeriggio si è fatto sera. La luna è sorta, quasi piena, ha influenzato i miei comportamenti. Mi sono seduta sul muretto basso di cemento guardando le luci distanti del Wow che si spegnevano. Come in risposta, le stelle sono apparse una dopo l’altra. Di colpo ho capito che non era affatto necessario che stessi in ospedale con Sandy. Perché negli ultimi vent’anni avevamo vissuto sulle coste opposte, tenendo aperti i canali, fidandoci del potere della mente di trascendere cinquemila chilometri. Perché le cose adesso dovevano essere diverse? Potevo continuare a vegliare ovunque fossi, componendo un’altra forma di ninnananna. (…) Quella sera ho usato il telefono dell’albergo e ho chiamato tutti quelli che pensavo avrei dovuto chiamare. Non ho trovato nessuno, o meglio: non ha risposto nessuno. Ho lasciato dei messaggi. “Ho il cellulare scarico. Sto bene. Puoi chiamarmi in albergo.” Tutta la faccenda aveva qualcosa di funereo. Quattro persone, quattro telefoni muti. Ho chiuso la finestra. Iniziava a fare freddo. Ho preso la penna dell’albergo e ho riempito qualche pagina del taccuino aspettando che squillasse il telefono, ma non ha squillato. (…) Facevo avanti indietro tra l’albergo e l’ospedale. L’odore dei medicinali e il suono dei passi attutiti dalle suole di gomma delle infermiere con portablocchi e buste di plastica piene di fluidi mi innervosiva mentre me ne stavo seduta accanto al letto alla ricerca disperata di una via d’accesso, di un qualche canale di comunicazione. (…)

Questo è il gioco che faccio a volte quando il sonno mi sfugge, un gioco nato leggendo Melville, che mi porta dal materasso in bagno al mio letto, concedendomi una piacevole dormita. Ma non è così che va in questa notte umidissima. La scimmia dispettosa, giocando con il clima, giocando con le elezioni imminenti, giocando con la mente, produce un sonno agitato o non ne produce affatto. (…)

Questo è ciò che so. Sam è morto. Mio fratello è morto. Mia madre è morta. Mio padre è morto. Mio marito è morto. Il mio gatto è morto. E il mio cane che era morto nel 1957 è sempre morto. Eppure continuo a pensare che qualcosa di meraviglioso stia per accadere. Magari domani. Un domani che segue una serie di domani. (…) Sapevo che doveva esserci un cannocchiale d’ottone montato da qualche parte sulle assi di legno ed ero decisa a trovarlo, non esattamente un cannocchiale ma uno strumento per vedere oltre. (…) E vedevo i giorni antichi. C’erano campane che rintoccavano e ghirlande lanciate e donne che giravano in cerchio e c’erano api impegnate nella danza del ciclo della vita e c’erano grandi venti e lune gonfie e piramidi che si sgretolavano e coyote che ululavano e onde che crescevano e tutto odorava della fine e dell’inizio della libertà. E vedevo i miei amici scomparsi e mio marito e mio fratello. Vedevo coloro che sono considerati veri padri salire sulle colline distanti e vedevo mia madre con i figli che aveva perso, di nuovo sani. E vedevo me stessa con Sam nella sua cucina in Kentucky e parlavamo di scrittura. “Alla fine,” diceva, “tutto è foraggio per una storia, il che vuol dire, immagino, che siamo tutti foraggio”. Ero seduta su una sedia di legno dallo schienale dritto. Lui era in piedi che mi guardava dall’alto proprio come sempre. La radio trasmetteva Papa Was a Rolling Stone, una di quelle radio portatili tipo tweed marrone, un po’ anni Quaranta. E, mentre lui allungava un braccio per scostarmi i capelli dagli occhi, pensavo: il problema dei sogni è che alla fine ci svegliamo.

Il Covid minaccia il mandato divino di Kim Jong-un

Il Covid-19 potrebbe rivelarsi la più grande minaccia per la dinastia Kim dopo la carestia degli anni 90, e non solo per il sacrificio di vite umane, ma per il futuro del regime al potere in Corea del Nord che predica la straordinaria capacità di proteggere il popolo dagli attacchi esterni. Fa lo stesso che si tratti dei capitalisti del Sud, degli Stati Uniti o della pandemia. Così la notizia del primo caso di coronavirus nel Paese non preoccupa Kim Jong-un per via del portatore, un disertore di ritorno dalla Corea del Sud che sarebbe fuggito strisciando attraverso un tubo di scarico e poi a nuoto per circa un miglio. La minaccia è l’impossibilità di controllare il virus che ha ucciso 650 mila persone in tutto il mondo, con un sistema sanitario fatiscente. Timore che ha portato Kim a reagire tempestivamente chiudendo i confini già a gennaio, alle prime notizie dell’epidemia in Cina, nonostante l’importante colpo per l’economia, dipendente da quella di Pechino. D’altra parte – se fosse vero che il Paese di 25 milioni di abitanti è stato Covid free finora – lo si dovrebbe proprio alle limitazioni imposte dal regime. Ai nordcoreani non è consentito viaggiare all’estero senza l’approvazione del governo, pandemia a parte. Il leader stesso teme il virus per sé: cardiopatico e cagionevole, da poco operato al cuore, Kim è ricorso da subito al lockdown. Così come ha risposto rapidamente al primo caso di Kaesong, isolando città, distretto e regione. Il suo obiettivo è uno: che non tornino neanche alla memoria gli anni 90, quando 3,5 milioni di nordcoreani morirono di fame per la carestia, ci fu il più grande esodo dal Paese e il sistema sanitario collassò. “L’ardua marcia”, una seconda terribile crisi sanitaria nell’arco di una generazione, sarebbe un colpo devastante per il mandato “divino”. Tuttavia il disertore infetto potrebbe alimentare la propaganda: è tutta colpa dei capitalisti sudcoreani.