Trump gioca a fare il leader, Merkel invece lo è sul serio

Chi ha detto che un leader per essere amato deve fare il mattatore? Sembrerebbe vero proprio il contrario, secondo quanto emerge dai risultati del sondaggio Gallup sulla leadership 2019 in 135 Paesi del mondo. La cancelliera Angela Merkel si colloca in testa alla classifica mondiale, raccogliendo il 44% dei consensi, mentre il presidente Usa Donald Trump raggiunge appena il 33%, un punto inferiore al minimo raggiunto da George W. Bush nel 2008 con il 34%. La Cina e la Russia seguono a ruota, rispettivamente con il 32% e il 30%. Secondo l’analisi del capo-redattore di Gallup, Mohamed Younis, è la prevedibilità la chiave del lungo successo politico della cancelliera tedesca: “la cancelliera tedesca Angela Merkel, amata o odiata, è stata la più prevedibile dei leader in tempi di grande incertezza sia in Europa che nel mondo”.

Se la stabilità in Germania è un valore-bussola che orienta tutti i partiti tedeschi, dall’ala conservatrice ai socialdemocratici passando dai verdi, Merkel ha saputo unirlo con uno stile understatment che ha reso la politica un affare serio, per persone che badano più alla sostanza che alla forma. E questo, in un paese pragmatico come la Germania, viene apprezzato.

Quella scattata dal sondaggio Gallup però è una fotografia ante-covid, scattata nel 2019. Cosa è successo da gennaio in avanti? Secondo uno studio pubblicato ieri dall’Istituto demoscopico Allensbach, il 90% del personale dirigente tedesco – nell’amministrazione, nell’economia e nella politica – è soddisfatto della gestione del governo dell’emergenza Covid. Un risultato che si colloca nello stesso trend di un sondaggio del 26 giugno scorso dell’emittente pubblica Zdf, che registrava una crescita del consenso per la formazione Cdu-Csu della cancelliera Merkel, tornata a vette inviolate da anni del 40%. Dunque se prima andava bene, ora va meglio. Molto consenso il governo della Grosse Koalition se lo è conquistato nella gestione dell’emergenza quotidiana del coronavirus. Una gestione pragmatica. Si sono sfruttate le poche settimane di vantaggio sull’Italia per fare le stesse cose che il nostro Paese ha dovuto fare in corsa: svuotare gli ospedali delle operazioni non in emergenza, allertare le terapie intensive, richiamare alle armi il personale sanitario, estendere i test a tappetto, cambiare i protocolli negli ospedali per prevedere misure di igiene più stringenti.

Ma soprattutto si è arrivati a norme restrittive nei comportamenti sociali senza misure drastiche come il divieto di uscire di casa o il dispiegamento delle forze dell’ordine. Il richiamo alla responsabilità individuale, insieme a una gestione oculata dell’emergenza, nel rispetto della libertà individuale, è stata la formula più apprezzata dai tedeschi. Sul piano dell’economia si è agito in modo tempestivo (il primo pacchetto è del 25 marzo) e consistente, mandando in cantina vecchi arnesi come lo schwarze null (il pareggio di bilancio) e aprendosi a una moderata dose di debito pubblico. Tutto questo ha prodotto finora risultati all’altezza delle aspettative. L’indice Ifo, che misura la fiducia delle imprese tedesche, è in risalita per il secondo mese e la Banca centrale tedesca prevede il proseguimento di una lenta ripresa economica nella seconda parte dell’anno. Badare alla sostanza ha i suoi vantaggi.

I Black Guns Matter: afroamericani, fucili d’assalto e pugni chiusi

Il ragazzo di colore porta una pistola e una carabina M4. Un giornalista gli chiede: “Perché sei armato?”. Il ragazzo risponde come se il reporter venisse dalla luna: “Amico, per i confederati”. Per il cronista i confederati non esistono più dal 1865, ma il giovane afroamericano si infervora: “Ci puoi scommettere che ci sono ancora amico, vengono qui e molestano le nostre ragazze, cercano di portarle via, minacciano la nostra comunità. Ci puoi scommettere: loro ci sono, ma ci siamo anche noi”. E porta la destra sull’impugnatura della carabina semiautomatica.

Sono nero, sono orgoglioso. E sono armato.

La tendenza delle comunità afroamericane negli Stati Uniti a imbracciare il fucile è in aumento, tanto che se ne accorge anche Politico, magazine che segue con attenzione le evoluzioni della società a stelle e strisce. Si moltiplicano le iscrizioni al National African American Gun Owners Association. Phillip Smith, il presidente, a Politico racconta che l’adesione è aumentata fino a 2.000 nuovi membri al giorno. La sua organizzazione è cresciuta e conta oltre 30.000 affiliati, con un seguito online di quasi 90.000 persone. L’immagine di un afroamericano armato per motivi “politici” riporta alla mente immagini che hanno fatto la storia: una su tutte, la celebre foto scattata da Don Hogan Charles a Malcom X: pubblicata sulla rivista Life nel marzo 1964 e di nuovo su Ebony nel settembre dello stesso anno. Nella foto, Malcolm X, ormai ex leader della Nazione Islamica in rotta con il gruppo dirigente, tiene in mano una carabina M1 mentre guarda fuori dalla sua casa nel Queens, a New York; il 21 febbraio 1965, mentre teneva un discorso in un hotel, Malcom X fu assassinato. Nel 1969 imperversavano le Pantere Nere che sostenevano proprio il diritto degli afroamericani ad armarsi per autodifesa: il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover descrisse il Black Panther Party, come “la più grande minaccia alla sicurezza interna del paese”. Oggi a spingere gli afroamericani verso l’acquisto di armi sono più fattori: due fra i principali, l’incertezza sociale causata dalla pandemia del Covid-19, e la morte di George Floyd avvenuta il 25 maggio a Minneapolis durante l’arresto portato a termine da tre agenti bianchi. Per Smith, le proteste scaturite dopo la morte di Floyd, sono state una specie di linea di demarcazione: “Sono finiti i giorni degli afroamericani seduti a cantare sperando e pregando che qualcuno venisse a salvarli. Lo faremo da soli, e qualsiasi politico che desideri il nostro voto è meglio che stia allineato. Non saremo più pecore”, dice Smith. Lettura in parte condivisa da Derrick Morgan, a capo della Black Gun Owners Association che a Politico dice: “Potrebbe trattarsi della paura per la carenza di cibo, del timore di dover lottare per entrare nei pochi negozi di alimentari che hanno le scorte, del fatto che le forze dell’ordine non ti tutelano, o semplicemente della paura di essere attaccati”; fatto è che Morgan ammette che l’interesse per il suo gruppo è cresciuto così rapidamente che il suo sito web è andato in crash a causa dei troppi accessi. Il 5 luglio c’è stata una sfida aperta al Ku Klux Klan: circa 150 persone di colore, dotate di armi semiautomatiche ed equipaggiamenti tattici hanno marciato in Georgia, verso il parco di Stone Mountain. È stata chiesta la rimozione del bassorilievo che rappresenta personaggi emblematici per quello che fu l’esercito confederato: Stonewall Jackson, Robert E. Lee e Jefferson Davis. Gli organizzatori della protesta si sono appellati al secondo emendamento che stabilisce il diritto di portare armi, la stessa norma tanto cara alla Nra (National rifle association), l’associazione nazionale che sostiene il presidente Trump. Si crea dunque un corto circuito: The Donald nella Nra ha un valido sostegno e si impegna a difendere il secondo emendamento, ma ora queste formazioni si armano e marciano con pistole e carabine M4, invocando lo stesso diritto. Oltre che Black Lives Matter – il movimento che contesta le uccisioni arbitrarie degli afroamericani da parte della polizia – esiste da diversi anni Black Guns Matter: l’associazione vuole educare le persone di colore all’utilizzo delle armi e alle sue regole.

Se negli Stati Uniti il diritto di portare armi è sancito, resta il fatto che una popolazione nera poco istruita corre il rischio di andare in galera. Shaneen Allen, una donna di Filadelfia, è stata condannata a cinque anni di prigione per aver portato un’arma da fuoco da Philadelphia al New Jersey. La pistola era legalmente registrata in Pennsylvania ma Allen ignorava il fatto che il New Jersey ha regole severe. Così Black Guns Matter organizza seminari e si autofinanzia con collette su GoFundMe che hanno permesso di raccogliere fino a 160 mila dollari. Sul sito dell’associazione il responsabile, Maj Toure, indossa una t-shirt con scritto “All gun control is racist”. Dunque, possedere un fucile d’assalto rende una persona di colore più sicura? Non tutti la pensano così. Kat Trylor ha una pistola ma allo stesso tempo fa parte del gruppo Moms Demand Action, e ha lottato per la Red Flag, il diritto del giudice di sequestrare le armi se chi le possiede è un pericolo per se stesso o per gli altri. Ma in questo momento di incertezza l’afroamericano ha trovato un nuovo alleato: il black rifle, un fucile d’assalto che ha lo stesso colore della sua pelle.

Cronaca da “Mafiopoli”: hanno ammazzato Peppino

“Alle prime luci dell’alba del 9 maggio 1978, in contrada Feudo di Cinisi venivano ritrovati i resti di un corpo umano, ridotto a brandelli, sparsi in un raggio di 300 metri intorno ai binari della strada ferrata Palermo-Trapani”.

La cella si apre mentre don Tano cammina attraversando il corridoio. Anche in New Jersey, al passaggio del Padrino, tutti fanno un passo verso le sbarre in segno di rispetto per l’eroe che ha unito Italia e Usa con un ponte di cocaina e morti ammazzati. Cammina, don Tano, mentre quelle parole riempiono definitivamente di terra la sua fossa: fine pena, mai.

“Le condizioni in cui era ridotto il cadavere, che appariva irriconoscibile potendosi dire solo che apparteneva ad un individuo di sesso maschile”.

Più di un miliardo e mezzo di dollari sono transitati negli Stati Uniti, solo grazie a lui. E gli americani gli hanno sempre portato rispetto. E rispetto, don Tano, ne ha dimostrato sempre, fin dall’inizio. Antonino Calderone – fratello di Pippo, il capo indiscusso di Catania ucciso per mano di Santapaola su decisione dei Corleonesi nel 1978 – raccontò di don Tano che, una volta diventato rappresentante provinciale di Palermo, ordinò al camorrista Salvatore Zaza di uccidere un uomo che aveva mancato di rispetto a Lucky Luciano, appena tornato dagli Stati Uniti. E adesso don Tano cammina verso quella stanza in cui lo aspetta uno schermo e una telecamera, manco fossimo ai tempi del Covid. Chissà se ha mai pensato di fare l’attore. A Palermo lo stanno aspettando per parlargli di quel comunista che giocava a fare la radio, “nu nuddu mmiscato ccu nenti”

“Il fatto che proprio in quel punto uno dei binari era divelto mentre l’altro risultava tranciato per la lunghezza di metri 0,54 e i relativi frammenti (repertati in apposito verbale di sequestro dai Carabinieri) erano sparsi a distanza di cento metri da quello stesso punto”.

La porta si apre e le parole dei giudici risuonano in quelle casse poste di fianco allo schermo. Sono le stesse che ha letto nella condanna all’ergastolo per Vito Palazzolo. Don Tano è colpevole di aver difeso il suo onore, anche contro quell’infame di Buscetta. Di essere un capo, sempre. E don Tano prima di sedersi di fronte a quello schermo chiude gli occhi e una sola frase gli rimbomba in testa: don Tano seduto, capo indiano di mafiopoli.

“Fonogramma delle ore 9.45 dal Pretore di Carini all’ufficio di Palermo: Informo la S. V. che è stato rinvenuto cadavere irriconoscibile di persona di sesso maschile che allo stato sembra identificarsi con IMPASTATO Giuseppe, nato a Cinisi il 15.1.1948”.

Cosa realmente pensasse Gaetano Badalamenti in quel momento, non lo sapremo mai. Ma quello che sappiamo per certo è inserito in un volume, inedito, che racconta Peppino Impastato in un modo inaspettato. Un racconto per immagini che racchiude il senso della ribellione che Peppino riuscì a imporre su Cosa nostra attraverso la Bellezza, e una parte consistente delle carte processuali che portarono alla condanna di Palazzolo e Badalamenti. Inquietante, suggestivo, drammatico e onirico nel suo essere un’opera di graphic journalism. Questo èPeppino Impastato, western a mafiopoli di Luca Scornaienchi e Luca Ralli. La conclusione (magari solo per ora?) della fortunatissima serie a fumetti ideata da Paper First e Round Robin, in collaborazione con Becco Giallo, per Il Fatto Quotidiano. Volevamo scegliere qualcosa di straordinario e forte che concludesse l’esperienza di questi mesi passati di fronte ad uno schermo. La pandemia, nelle tredici settimane in cui vi abbiamo raccontato non l’antimafia, ma la meglio gioventù di questo paese, “non ha fermato il pensiero”, come ha sottolineato Marco Lillo, direttore della collana #chiedichieranoglieroi. E appena la proposta del fumetto su Peppino è arrivata sul tavolo di Alessandro Zardetto, non abbiamo avuto alcun dubbio su un’opera che vi lascerà senza parole. Troverete la storia di Peppino e di Felicia, e troverete degli scenari che trasformano Cinisi in un tributo a Jacovitti e George Herriman, grazie alla matita straordinaria di uno dei più talentuosi disegnatori italiani, Luca Ralli, già autore di molte e fortunatissime copertine dei romanzi di Stefano Benni. E, la poesia nel racconto, rende Luca Scornaienchi, definitivamente, uno dei migliori sceneggiatori in circolazione. Troverete un fumetto ricco di cose inaspettate, compresa una introduzione di Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, che ricorda e racconta persino del padre Luigi. E troverete il rigore giornalistico che contraddistingue queste graphic novel, grazie anche al prezioso aiuto del centro di documentazione Impastato. Non vi resta che leggerlo.

Carrà, Loren e l’idea classista del carisma

Durante il periodo del coronavirus, fase uno fase due fase tre, in televisione si vedevano solo repliche. Anche il telegiornale sembrava una replica. (Ma quello sempre. Anche prima, anche adesso). Speravo che con la fine del lockdown le cose sarebbero cambiate. Che avremmo finalmente capito ciò che succede veramente oggi e ciò che invece è successo un anno fa. E invece no. Adesso è peggio. Adesso se vedi un programma ti chiedi: è vero? O è roba vecchia? Anche se vedi il ponte che crolla rimani basito. Crollato di nuovo? Insomma non si capisce niente.

Così quando ho visto Raffaella Carrà intervistare Sophia Loren mi son detto: ma intervista sempre la Loren? Non so quando finirà questo straniamento. Quand’è che vedendo Paolo Rossi segnare un fantastico goal alla Germania, non mi dirò: ma gioca ancora? E vinciamo sempre quattro a tre?

Vabbè veniamo al punto. Carrà domanda: “Che cosa è per te l’eleganza, la classe, il fascino?” Tonfo a terra degli zebedei. Possibile? Eleganza? Classe? Fascino?

Ma non esistono, Raffaella! Sono parole inventate dai ricchi per apparire migliori di quanto non siano. Per allargare il fossato sociale e tenere distante la povera gente. Sono le tre parole più stupide del vocabolario. Solo “carisma” è più stupida ancora. Quello ha carisma! Ma quale carisma? Berlusconi ha carisma! Ma dai. Si dice: quello ha i soldi, quello ha potere, quello è furbo, quello sa più parole di tutti! Insomma, ho aspettato con ansia la risposta di Sophia Loren. È napoletana, mi sono detto, non si farà infinocchiare. E lei: “Le donne fantastiche ce l’hanno già da quando sono nate”. Dio mio Sophia! L’altro giorno è nato mio nipote. L’ho guardato e mi sono detto: “Che eleganza”. Anzi no: “Che carisma”.

Friuli, il presidente FI del consiglio regionale assunse se stesso: deve restituire 140 mila €

L’amministratore unico di Mtf Srl di Udine, architetto Piero Mauro Zanin, scrive al “Signore Zanin Piero Mauro”, il 30 dicembre 2016: “In relazione alle intese intercorse, al verbale dell’assemblea dei soci e alla determina dell’amministratore unico, abbiamo il piacere di confermarle l’assunzione alle dipendenze della nostra azienda nella categoria dei Dirigenti… le verranno affidate le mansioni di Direttore generale…”. Seguono mansioni e trattamento economico (66 mila euro lordi), oltre a una “retribuzione variabile incentivante”. Non è un’allucinazione: l’amministratore unico e il neo direttore generale sono la stessa persona, ovvero l’architetto Zanin, di Forza Italia, che dal luglio 2018 è presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia. L’amministratore unico assumeva se stesso, ma col pudore di firmare la lettera con il nome e cognome completo, in quanto datore di lavoro, e con la semplice indicazione “Il Dirigente, per accettazione” nella parte in cui aveva apposto la sua firma autografa, identica all’altra. Come anticipato dal blogger Leopost, tre anni e mezzo dopo, visto che l’assunzione era civilmente irregolare, viene chiesta a Zanin la restituzione delle somme percepite dalla società pubblica a partecipazione comunale che si occupa di raccolta dei rifiuti a Lignano Sabbiadoro. Il Cda si è rivolto allo studio Avvocato De Tina di udine per recuperare dall’“ex direttore generale” 140 mila euro di retribuzione-benefit (da gennaio 2017 a luglio 2019) e altri 140mila euro circa per oneri Inps, Inail ed Entrate. Secondo il Cda “indebitamente percepiti” nel periodo della doppia carica. Un pasticcio per Zanin, allora sindaco di Talmassons. Non poteva assumere se stesso perché “il contratto risulta carente dei requisiti essenziali, non esistendo rapporto di subordinazione tra le due figure”. Mtf era di proprietà di Exe Spa, società pubblica di Udine, che nel 2017 l’ha ceduta ad Ambiente e Servizi, ai cui vertici c’è oggi Isaia Gasparotto, deputato del Pci negli anni 80-90. A gennaio la giunta delle elezioni del consiglio regionale aveva escluso l’incompatibilità tra il lavoro di Zanin e la carica regionale, sostenendo che spettava alla società Mtf stabilire se il ruolo rivestito fosse “gestionale o verticistico”. Nel frattempo Zanin si era dimesso da dg e la società ha verificato che non avrebbe potuto essere assunto. Ora, salvo opposizione, dovrà restituire i soldi.

Aspi, Atlantia e i fondi vogliono la plusvalenza

Più passano i giorni, più la trattativa per far uscire Atlantia da Autostrade per l’Italia (Aspi) si complica. Il tema, come al solito, è il prezzo da pagare per chiudere la storia dei Benetton – che possiedono il 30% della holding – nella concessionaria autostradale. I grandi soci di Atlantia, i fondi esteri, non ci stanno a perdere soldi e puntano addirittura ottenere una plusvalenza, cosa che ovviamente non dispiacerebbe neanche ai Benetton. Come se non fosse avvenuto il disastro del ponte Morandi.

L’accordo trovato col governo prevedeva un’operazione in tre step: Cassa Depositi e Prestiti entra nel capitale di Aspi col 33% con un aumento di capitale; Atlantia cede un altro 22% a investitori graditi a Cdp scendendo sotto il 40; a quel punto le azioni residue vengono distribuite ai soci di Atlantia e Aspi viene quotata in Borsa. I Benetton si ritrovano col 10% di Autostrade, che possono vendere sul mercato. Come si intuisce, il prezzo che Cdp paga per il suo 33% è determinante per dare il valore ad Autostrade e capire chi ci rimette: intorno ai 3-4 miliardi – la cifra ipotizzata – Aspi varrebbe 9 miliardi e Atlantia non avrebbe perdite a bilancio; sopra avrebbe perfino una plusvalenza. I fondi hanno alzato le barricate. Uno di questi, Tci, ha scritto al Tesoro contestando l’“esproprio”. Per loro, Aspi non vale meno di “11-12 miliardi”. La Cassa Depositi è corsa ai ripari e ha proposto ad Atlantia di entrare in Aspi contestualmente alla quotazione, in modo che il prezzo che deve pagare venga espresso dalla Borsa.

È evidente che così il rischio di far fare una plusvalenza ai soci è concreto. Un conto era una valutazione di Aspi espressa dalla trattativa tra Cdp, cioè il governo, e Atlantia stessa tenuto conto del disastro Morandi. Un’altra è una valutazione esclusivamente finanziaria, tanto più che è nell’interesse di Cdp avere una concessione che assicuri un buon margine di guadagno (cosa che alzerà anche la partecipazione di Atlantia in Autostrade).

La scienza del tornaconto

La scienza,che dovrebbe assicurare il progresso dell’uomo con un impegno continuo e disinteressato, spesso vive un ossimoro: progredisce grazie alla più aperta discussione fra scienziati pronti a rivoluzionare concetti importanti e a mettere in discussione i cardini stessi delle discipline ma, allo stesso tempo, coltiva comportamenti che si avvicinano molto alla strumentalizzazione per ottenere il monopolio del potere. Spesso, infatti, c’è chi cede alla tentazione di trasformarla in un “club totalitario” in cui tutti i membri devono allinearsi alle posizioni ufficiali se non vogliono rovinarsi reputazione e carriera. Qui si materializza lo scontro tra l’autentico scienziato – che lavora per avvicinarsi, in maniera critica e aperta, alla verità – e coloro che abusano del loro ruolo per coltivare opportunità personali. In questo contesto, ammettere discussioni rischia di mettere in dubbio quell’idea di infallibilità su cui si fonda il potere e perciò le reazioni contro coloro che sono considerati “dissidenti” perché osano parlare liberamente sono molto energiche, direttamente proporzionali alla paura che le ispira.

Ricordiamo i roghi voluti dalla Chiesa e le condanne degli scienziati non allineati ai regimi totalitari. Tutti i poteri non democratici hanno strumentalizzato la scienza a loro vantaggio. Ipazia di Alessandria, vissuta nel IV secolo d.C. fu perseguitata dalla chiesa fino alla morte, in nome della sua passione per la scienza, per la libertà e la ricerca della verità. Più tardi, Giordano Bruno e Galileo Galilei. Nel 1627, Francis Bacon (il padre della Rivoluzione Scientifica e del metodo induttivo) descriveva una società felice basata sulla ragione e sulla scienza. La sua opera offre, a poco meno di quattrocento anni di distanza, un eccellente spunto per una rilettura critica del rapporto tra società, politica e scienza, che dovrebbero sempre interagire, ma senza commistioni e interessi. La lezione resta attuale e oggi ancora è dovere di tutti i gli scienziati garantire, a tutti i costi, la libertà. Chi non lo fa merita la condanna sociale.

Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Cappato e Mina Welby assolti per Trentini: non fu un aiuto né un’istigazione al suicidio

Assolti perché il fatto non sussiste. Per la Corte di Assise di Massa, Marco Cappato e Mina Welby, moglie di Piergiorgio, non sono responsabili per la morte di Davide Trentini, il 53enne malato di sclerosi multipla dal 1993 che decise di ricorrere al suicidio assistiti in Svizzera nel 2017. La decisione dei giudici è arrivata dopo un’ora di camera di consiglio. Gli stessi togati in udienza hanno respinto la richiesta di rinvio – chiesta dal pm Marco Mansi – del processo “per ammissione di nuove prove”; nello specifico di una nuova consulenza d’ufficio, o l’acquisizione di nuove testimonianze. Per il legale Filomena Gallo la formula “applica pienamente la sentenza della Corte costituzionale”. La richiesta di condanna per gli imputati Welby e Cappato era stata di 3 anni e 4 mesi con “le attenuanti generiche”. In aula erano presenti Welby e Cappato. Il grande assente “è stato il Parlamento italiano” ha detto il co-presidente dell’associazione Luca Coscioni. Ancora una volta quando si parla di temi etici in Italia gli unici a dare risposte sono i giudici.

Test e supporto psicologico: il protocollo per settembre

C’è la bozza, ci sono molte indicazioni, ma molte altre ancora mancano. Il protocollo d’intesa tra le organizzazioni sindacali e il ministero dell’Istruzione per la ripresa dell’anno scolastico a settembre è però un avvio al lavoro che si spera sia, a questo punto, super veloce. Alcune indicazioni ribadiscono quanto già previsto nelle linee guida precedenti, altre le integrano. Ad esempio, non si potrà entrare a scuola con la febbre oltre i 37,5, con sintomi influenzali e bisognerà mantenere il distanziamento sociale in ogni situazione, dagli ingressi (che potranno essere scaglionati e differiti) al servizio di mensa (anche su turni) passando per l’utilizzo dei bagni (andranno separati quelli per gli esterni) e per l’incontro in sala professori. Il personale potrà sottoporsi volontariamente ai test sierologici mentre per gli studenti saranno previsti test a campione. Restano i percorsi prestabiliti, mentre viene indicata come obbligatoria la mascherina per chi accede alle strutture scolastiche, non ancora per gli studenti che lo sapranno a fine agosto.

Novità: il supporto psicologico “per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in presenza”. Tutte le scuole dovranno identificare il medico competente che effettui il servizio di sorveglianza sanitaria mentre il ministero dovrà prevedere una procedura standardizzata per il trattamento e l’isolamento di possibili casi positivi.

E ancora, resta da affrontare il nodo dei lavoratori fragili, si lavorerà, assicurano, “all’individuazione di indicazioni precise in ordine alle misure da adottare nei confronti dei cosiddetti ‘lavoratori fragili’ nelle istituzioni scolastiche”. Anche in questo caso, l’ultima parola è ai dirigenti scolastici: “Ogni istituto adotterà un protocollo di regolamentazione che tenga conto delle linee guida stabilite livello nazionale, integrandolo con ulteriori misure di precauzione – si legge – secondo le specificità e le singole esigenze connesse alla peculiarità del territorio e dell’organizzazione delle attività”.

“Il rischio c’è ancora, peccato servano regole speciali per gli appalti”

“Prorogare lo stato d’emergenza? Io so solo che l’emergenza non è ancora finita. Servono coraggio e uno sguardo nuovo per uscirne”. Il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia e virologia dell’Università di Padova, è ancora in prima linea nel contrasto al nuovo Coronavirus nonostante le polemiche con il governatore Luca Zaia l’abbiano quasi spinto a ritirarsi dal team degli esperti veneti. “Ormai si ascolta chi dice che il virus non esiste più, ma ho deciso di restare al mio posto perché in troppi me l’hanno chiesto”. Per Crisanti l’epidemia potrebbe dare segni di ripartenza “già a fine agosto”.

Lo stato d’emergenza scade venerdì prossimo, secondo lei andrebbe rinnovato?

Purtroppo non siamo mai usciti dall’emergenza, anche se tecnicamente non so dire se sia necessario prorogarne lo stato e fino a quando. Potrebbe essere una soluzione per mobilitare rapidamente le risorse in caso di necessità. Certo è un peccato che si debba ricorrere allo stato d’emergenza per affidare appalti e accelerare le procedure.

Si assiste ovunque a una ripresa dell’epidemia, anche nei Paesi che avevano piegato la curva.

I contagi stanno rimontando in tutto il bacino del Mediterraneo. Lo vediamo in tutti i Paesi in cui i governi hanno spinto per una riapertura più aggressiva. In Italia, anche se ci sono segnali preoccupanti, abbiamo numeri più contenuti. Ma questo non mi rasserena: non ho ancora capito se stiamo facendo qualcosa di particolarmente giusto o se abbiamo pochi casi perché non li troviamo. Il punto è: a chi facciamo i tamponi?

Almeno per ora non c’è un sovraccarico sugli ospedali.

Però sta aumentando il numero netto degli ospedalizzati. Finora il bilancio è sempre stato negativo, da qualche giorno invece è in pari o addirittura positivo, cioè ci sono più ricoveri che dimissioni. E non si dica che non sono ‘contagi italiani’ ma solo casi importati dall’estero. Nonostante un lockdown di due mesi, a contagi zero noi in Italia non siamo mai arrivati.

I casi importati dall’estero però sono preoccupanti anche per l’alta carica virale.

È vero, i focolai d’importazione sono un serio problema e ho proposto di fare sistematicamente i tamponi in aeroporto a chi proviene da zone a rischio. D’altra parte ieri ci sono stati 250 mila nuovi casi nel mondo, come possiamo pensare di restare ancora sereni e tranquilli nell’occhio del ciclone?

Rischiamo un nuovo lockdown?

Spero proprio di no. Dobbiamo avere il coraggio di intraprendere strade innovative e immaginare strategie diverse. Il lockdown funziona sempre ma è l’extrema ratio, un metodo antichissimo di contrastare le epidemie estremamente costoso per il tessuto socio-economico. Possiamo fare qualcosa di meglio.

Quali sono queste nuove strade contro il virus?

Tutti i sistemi efficaci che ci permettano di convivere con Sars-Cov-2. Dovremo trovare un equilibrio tra la spinta del virus a diffondersi e la nostra capacità di circoscrivere i focolai. Se impediamo che si passi a uno stato di epidemia diffusa possiamo conviverci grazie alla diligenza delle persone e a un sistema il più avanzato possibile di diagnosi e sorveglianza sul territorio. Ormai lo sappiamo, il lockdown ci costa decine di miliardi di euro ogni settimana: la prevenzione paga di più delle misure di contenimento.

È vero che le hanno proposto di entrare nel comitato tecnico scientifico nazionale?

Non ne so niente. Girano tanti nomi e lo capisco perché sono maturate tante esperienze sul campo ed è giusto che possano arricchire il comitato tecnico scientifico e mettersi al servizio del Paese. Se all’inizio gli esperti hanno avuto un ruolo soprattutto teorico, ora si possono prendere decisioni basate sull’esperienza. Due cose saranno fondamentali: la prevenzione sul territorio e le nostre università. Alla fine vinceremo grazie alla ricerca.