Per i tecnici di Palazzo Chigi il dibattito intorno alla proroga sì, proroga no dello stato di emergenza per il nuovo Coronavirus è “lunare”. Perché il Parlamento resta sovrano e laddove dovesse passare la risoluzione dell’opposizione di centrodestra che chiede l’immediato rientro nell’ordinario, semmai il problema sarà quello di cambiare nome alle cose: “Al posto del commissario sarà necessario istituire un comitato di rientro. Che cambia? Sarà comunque il governo centrale a dover gestire la transizione”.
Sì, perché passata la fase acuta dei contagi e la conta dei morti che hanno terrorizzato l’Italia per mesi, la voglia di tornare alla normalità e lasciarsi per sempre alle spalle l’emergenza dichiarata il 31 gennaio scorso dopo la conferma dei primi due casi (una coppia di cittadini cinesi ricoverato allo Spallanzani di Roma), è tanta. Così come le pressioni delle imprese che temono ulteriori freni all’attività economica. Per tacere dei giuristi preoccupati che il regime derogatorio possa rappresentare un vulnus per l’ordinamento democratico. E poi c’è la politica che fa il resto. Tuttavia, ragionano dalle prime file della macchina operativa predisposta con la dichiarazione dello stato di emergenza, “ci sono 101 motivi, al netto di una ripresa dell’epidemia sempre possibile, che consigliano una proroga breve ma necessaria”, dunque fino al 31 ottobre e non fino al 31 dicembre come era stato inizialmente ventilato.
Quali siano i motivi è presto detto. Innanzitutto la preoccupazione è quella di dare un segnale sbagliato con il rischio di un abbassamento del livello di attenzione e del rispetto delle norme di precauzione fin qui richiesto alla popolazione. Per tacere poi della gestione concreta di questa fase intermedia di convivenza con il virus: allo stato di emergenza infatti sono collegati tutti i provvedimenti, dai protocolli di sicurezza sul lavoro allo smart working, alle norme sul distanziamento, passando per l’uso delle mascherine e il divieto di assembramenti. È vero, tuttavia, che decreti legge ed eventuali Dpcm possono mantenerli in vigore anche senza lo stato d’emergenza. Questo vale anche per il divieto di licenziamenti per motivi economici, che scade il 17 agosto e può essere ripristinato, anche solo per alcuni settori. E vale, in generale, per le severe deroghe ai diritti fondamentali di riunione e circolazione, oltre che alla libertà d’impresa, imposte nei duri mesi del lockdown e che tutti, ovviamente, si augurano di non rivedere mai più. Allo stesso modo il ministro della Salute manterrebbe comunque il potere di ordinanza contingibile e urgente in materia sanitaria, come del resto i presidenti delle Regioni e i sindaci.
Quelli che verrebbero meno sono i poteri d’ordinanza del direttore della Protezione civile, Angelo Borrelli, indicato fin da gennaio come responsabile dell’emergenza in base alla legge che regola la Protezione civile stessa: ultimamente sono stati utilizzati per regolare l’attività degli uffici postali. Preoccupano anche le misure in corso di elaborazione per la riapertura delle scuole a settembre, ma soprattutto i poteri del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri che nel marzo scorso affiancò Borrelli con ampi poteri di spesa in deroga alle normative generali. Allora serviva per gli ospedali, che dopo il 20 febbraio e il primo caso di Codogno (Lodi) fecero i conti con enormi carenze, dalle mascherine ai ventilatori per le terapia intensive. Oggi Arcuri e il suo staff sono alle prese con i bandi per l’acquisto dei nuovi banchi scolastici, ma anche per i due milioni di kit sierologici necessari per i test sul personale scolastico. I bandi in corso al 31 luglio dovranno essere gestiti e ulteriori commesse potrebbero essere necessarie prima e dopo la riapertura degli istituti scolastici il 14 settembre.
E ancora. Allo stato di emergenza è collegata l’esistenza stessa del Comitato tecnico scientifico che ha accompagnato fin qui le decisioni del governo. C’è comunque l’ipotesi di costituire un team di consulenti specialisti al ministero della Salute, dove in tutto o in parte potrebbero essere trasferiti gli esperti e i professori che in questi mesi si sono riuniti nel quartier generale della Protezione civile in via Vitorchiano a Roma. Naturalmente verrebbero meno i poteri di coordinamento della stessa Protezione civile in materia di mobilitazione dei volontari, controlli negli scali aeroportuali e per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria dei migranti che arrivano nel nostro Paese. Per finire con il tema enorme delle Regioni alle prese con la rendicontazione delle spese sostenute per acquistare, tra l’altro, i dispositivi di protezione individuale necessari: le decisioni su cosa rimborsare e cosa no, che rischia di terremotare i bilanci dei governatori, spetta a oggi al commissario Arcuri. Se non ci sarà più lui, toccherà a qualcun altro definire la partita. Ma sempre a Roma dove, emergenza o no, sarà indispensabile mantenere una cabina di regia governativa. Il primo a riconoscerlo è il presidente del Veneto, Luca Zaia, che pure spinge affinché una serie di attività vengano ora affidate agli enti locali. “Ma con la pandemia ci sono aspetti che devono necessariamente avere una regia nazionale”.
Su questo fronte il governo è pronto a giocare il quarto tempo con la proroga dell’emergenza fino al 31 ottobre. Che idealmente dovrebbe scandire l’ultimo passaggio prima del rientro nell’ordinario della gestione dell’epidemia. La scadenza a fine ottobre consentirà anche di misurarsi con l’andamento delle curva epidemica del Covid-19 e con i primi dati sull’influenza stagionale, per meglio valutare come procedere nei mesi più freddi di novembre e dicembre.
Ora il tema è come fare questo passaggio entro venerdì 31 luglio. Per il costituzionalista e deputato dem, Stefano Ceccanti, è necessario che il governo assuma la decisione della proroga con decreto legge ossia con norma di rango primario e stabilendo limiti preventivi al proprio operato se si dovessero rendere necessarie nel caso di una nuova ondata di contagi: una serie di paletti e rassicurazioni anche sullo svolgimento delle elezioni regionali di settembre che dovrebbero sminare il campo dalle polemiche sui cosiddetti “superpoteri” di Giuseppe Conte. I pur discussi Dpcm, peraltro, si basano su decreti legge convertiti dal Parlamento, non sullo stato d’emergenza in sé. Proprio il presidente del Consiglio di fronte alla Camera e al Senato nelle prossime ore farà una ricognizione non solo delle ragioni che consigliano la proroga, ma anche degli strumenti adottati nel corso delle varie fasi dell’emergenza, modulati rispetto all’andamento dell’epidemia.