Stato d’emergenza: ora è per le scuole

Per i tecnici di Palazzo Chigi il dibattito intorno alla proroga sì, proroga no dello stato di emergenza per il nuovo Coronavirus è “lunare”. Perché il Parlamento resta sovrano e laddove dovesse passare la risoluzione dell’opposizione di centrodestra che chiede l’immediato rientro nell’ordinario, semmai il problema sarà quello di cambiare nome alle cose: “Al posto del commissario sarà necessario istituire un comitato di rientro. Che cambia? Sarà comunque il governo centrale a dover gestire la transizione”.

Sì, perché passata la fase acuta dei contagi e la conta dei morti che hanno terrorizzato l’Italia per mesi, la voglia di tornare alla normalità e lasciarsi per sempre alle spalle l’emergenza dichiarata il 31 gennaio scorso dopo la conferma dei primi due casi (una coppia di cittadini cinesi ricoverato allo Spallanzani di Roma), è tanta. Così come le pressioni delle imprese che temono ulteriori freni all’attività economica. Per tacere dei giuristi preoccupati che il regime derogatorio possa rappresentare un vulnus per l’ordinamento democratico. E poi c’è la politica che fa il resto. Tuttavia, ragionano dalle prime file della macchina operativa predisposta con la dichiarazione dello stato di emergenza, “ci sono 101 motivi, al netto di una ripresa dell’epidemia sempre possibile, che consigliano una proroga breve ma necessaria”, dunque fino al 31 ottobre e non fino al 31 dicembre come era stato inizialmente ventilato.

Quali siano i motivi è presto detto. Innanzitutto la preoccupazione è quella di dare un segnale sbagliato con il rischio di un abbassamento del livello di attenzione e del rispetto delle norme di precauzione fin qui richiesto alla popolazione. Per tacere poi della gestione concreta di questa fase intermedia di convivenza con il virus: allo stato di emergenza infatti sono collegati tutti i provvedimenti, dai protocolli di sicurezza sul lavoro allo smart working, alle norme sul distanziamento, passando per l’uso delle mascherine e il divieto di assembramenti. È vero, tuttavia, che decreti legge ed eventuali Dpcm possono mantenerli in vigore anche senza lo stato d’emergenza. Questo vale anche per il divieto di licenziamenti per motivi economici, che scade il 17 agosto e può essere ripristinato, anche solo per alcuni settori. E vale, in generale, per le severe deroghe ai diritti fondamentali di riunione e circolazione, oltre che alla libertà d’impresa, imposte nei duri mesi del lockdown e che tutti, ovviamente, si augurano di non rivedere mai più. Allo stesso modo il ministro della Salute manterrebbe comunque il potere di ordinanza contingibile e urgente in materia sanitaria, come del resto i presidenti delle Regioni e i sindaci.

Quelli che verrebbero meno sono i poteri d’ordinanza del direttore della Protezione civile, Angelo Borrelli, indicato fin da gennaio come responsabile dell’emergenza in base alla legge che regola la Protezione civile stessa: ultimamente sono stati utilizzati per regolare l’attività degli uffici postali. Preoccupano anche le misure in corso di elaborazione per la riapertura delle scuole a settembre, ma soprattutto i poteri del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri che nel marzo scorso affiancò Borrelli con ampi poteri di spesa in deroga alle normative generali. Allora serviva per gli ospedali, che dopo il 20 febbraio e il primo caso di Codogno (Lodi) fecero i conti con enormi carenze, dalle mascherine ai ventilatori per le terapia intensive. Oggi Arcuri e il suo staff sono alle prese con i bandi per l’acquisto dei nuovi banchi scolastici, ma anche per i due milioni di kit sierologici necessari per i test sul personale scolastico. I bandi in corso al 31 luglio dovranno essere gestiti e ulteriori commesse potrebbero essere necessarie prima e dopo la riapertura degli istituti scolastici il 14 settembre.

E ancora. Allo stato di emergenza è collegata l’esistenza stessa del Comitato tecnico scientifico che ha accompagnato fin qui le decisioni del governo. C’è comunque l’ipotesi di costituire un team di consulenti specialisti al ministero della Salute, dove in tutto o in parte potrebbero essere trasferiti gli esperti e i professori che in questi mesi si sono riuniti nel quartier generale della Protezione civile in via Vitorchiano a Roma. Naturalmente verrebbero meno i poteri di coordinamento della stessa Protezione civile in materia di mobilitazione dei volontari, controlli negli scali aeroportuali e per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria dei migranti che arrivano nel nostro Paese. Per finire con il tema enorme delle Regioni alle prese con la rendicontazione delle spese sostenute per acquistare, tra l’altro, i dispositivi di protezione individuale necessari: le decisioni su cosa rimborsare e cosa no, che rischia di terremotare i bilanci dei governatori, spetta a oggi al commissario Arcuri. Se non ci sarà più lui, toccherà a qualcun altro definire la partita. Ma sempre a Roma dove, emergenza o no, sarà indispensabile mantenere una cabina di regia governativa. Il primo a riconoscerlo è il presidente del Veneto, Luca Zaia, che pure spinge affinché una serie di attività vengano ora affidate agli enti locali. “Ma con la pandemia ci sono aspetti che devono necessariamente avere una regia nazionale”.

Su questo fronte il governo è pronto a giocare il quarto tempo con la proroga dell’emergenza fino al 31 ottobre. Che idealmente dovrebbe scandire l’ultimo passaggio prima del rientro nell’ordinario della gestione dell’epidemia. La scadenza a fine ottobre consentirà anche di misurarsi con l’andamento delle curva epidemica del Covid-19 e con i primi dati sull’influenza stagionale, per meglio valutare come procedere nei mesi più freddi di novembre e dicembre.

Ora il tema è come fare questo passaggio entro venerdì 31 luglio. Per il costituzionalista e deputato dem, Stefano Ceccanti, è necessario che il governo assuma la decisione della proroga con decreto legge ossia con norma di rango primario e stabilendo limiti preventivi al proprio operato se si dovessero rendere necessarie nel caso di una nuova ondata di contagi: una serie di paletti e rassicurazioni anche sullo svolgimento delle elezioni regionali di settembre che dovrebbero sminare il campo dalle polemiche sui cosiddetti “superpoteri” di Giuseppe Conte. I pur discussi Dpcm, peraltro, si basano su decreti legge convertiti dal Parlamento, non sullo stato d’emergenza in sé. Proprio il presidente del Consiglio di fronte alla Camera e al Senato nelle prossime ore farà una ricognizione non solo delle ragioni che consigliano la proroga, ma anche degli strumenti adottati nel corso delle varie fasi dell’emergenza, modulati rispetto all’andamento dell’epidemia.

Riaccendiamo il Sud e l’Italia ripartirà

Alla vigilia di uno degli autunni più complicati della nostra storia, abbiamo il dovere di ricercare indietro nel tempo i motivi strutturali dei limiti della nostra economia, consapevoli che il coronavirus li ha improvvisamente e drammaticamente accelerati, ma non li ha del tutto determinati. Il paragone con il Dopoguerra è il più gettonato nel dibattito politico e mediatico, ma quasi mai vengono seriamente considerate le ragioni che hanno permesso all’Italia di entrare nel secondo conflitto mondiale da piccola nazione, uscirne sconfitta e umiliata, per poi trasformarsi in una delle prime potenze economiche mondiali. Ebbene il trentennio d’oro dell’Italia (1945-1975), quello culminato con il boom economico, si è realizzato perché il sud è stato parte integrante delle strategie di sviluppo della nazione, con la sua manodopera emigrata che ha reso possibile il balzo industriale del nord, con la costruzione di infrastrutture che hanno fatto uscire dal medioevo intere comunità isolate, con l’allargamento della sua base industriale e agricola, con la piena partecipazione alla società dei consumi di una parte consistente della sua popolazione, con la scolarizzazione di massa che ha permesso a diverse generazioni di cambiare radicalmente il mestiere dei padri. Tra il 1951 e il 1973 il Pil meridionale ha registrato un incremento superiore a tutto quello verificatosi dal 1861 in poi. Nel 1951 il Pil pro- capite nel meridione era il 52,9 rispetto a quello del centro-nord, cioè la metà. Nel 1973 arrivò al 60,5 (quasi otto punti in più rispetto al 1951) un risultato mai più raggiunto negli anni successivi. Il Sud cresceva contro ogni pretesa di inconciliabilità tra la mentalità dei meridionali e lo sviluppo produttivo.

C’è stata, all’epoca, una felice interconnessione tra la nazione e la sua parte più arretrata, tra Nord e Sud. Investendo sulle sue parti meno sviluppate l’Italia si è trasformata in una grande potenza economica. Perché non si diventa (e non si resta) una grande nazione industriale se si sviluppano solo parti di essa.

Dopo la seconda metà degli anni Settanta del Novecento, invece, si è scelta un’altra strada rispetto a quella del trentennio precedente: non allargare lo sviluppo industriale e produttivo alle parti che ne erano prive, ma concentrarlo solo in una parte. È stata questa, dunque, una scelta precisa e non una necessità, una decisione non una costrizione, un orientamento politico ed economico non una fatalità. E quando poi si è scelto di affidare alle Regioni il compito di ridurre le distanze tra nord e sud, esse si sono accentuate, perché nei territori arretrati l’autogoverno funziona solo con un ruolo attivo dello Stato centrale, altrimenti è una presa in giro.

Eppure questa semplice lezione storica non entra nei ragionamenti politici, non diventa verità storica ed economica, memoria attiva delle classi dirigenti nazionali.

È indubbio che la ricchezza di una nazione dovrebbe passare attraverso il benessere di tutte le sue parti; solo in questo caso la ricchezza diventa generale, stabile e duratura. Se, invece, cresce in una sola parte, la ricchezza non è né generale, né stabile, né duratura. Quando lo Stato italiano e la sua classe dirigente si sono posti seriamente il problema di allargare il perimetro geografico della crescita, dei risultati sono raggiunti; il sud si è mosso dalla sua staticità e ha dimostrato di poter ottenere performance di crescita anche superiori alle aree più sviluppate. E l’Italia intera è stata proiettata tra le prime nazioni al mondo. Nell’arretratezza di un territorio non c’è niente di ineluttabile e nessun dato negativo di partenza è impossibile da superare. Non si diventa una grande potenza economica (o non si resta tale nel tempo) se ci si comporta come una “nazione di due terzi”.

La più grande incongruenza economica del nostro Paese è che una parte di esso (pari a 20 milioni di abitanti, cioè il 34% dell’intero territorio) vive in condizioni sociali, economiche e civili così dissimili da farla sembrare quasi una nazione a parte. La miopia delle classi dirigenti italiane (in gran parte settentrionali negli ultimi decenni) è consistito essenzialmente nell’illusione e nella presunzione di poter fare a meno di un terzo della nazione. Senza minimamente riflettere sul fatto che se quel territorio arretrato recuperasse la via della crescita e si avvicinasse alle prestazioni delle altre due parti, l’Italia tornerebbe tra le nazioni leader dell’economia mondiale, in maniera ancora più solida del recente passato. È l’orizzonte territoriale ristretto in cui si è mossa la politica nazionale (dagli anni Ottanta in poi del Novecento) il vero responsabile di ciò che siamo oggi e delle nostre attuali difficoltà. Non tutte, dunque, riconducibili solo al coronavirus.

È possibile una rivoluzione copernicana nel dibattito economico e politico? Una nuova narrazione, un altro racconto sull’Italia e sul sud? È possibile, certo, ma per avviarlo bisognerebbe buttarsi alle spalle gli anni dell’ottuso rancore settentrionale e del pregiudizio antimeridionale. Bisognerebbe rendere obbligatorio lo studio delle conseguenze economiche dei pregiudizi territoriali e antropologici.

L’Italia è in difficoltà rispetto ad altre nazioni perché sta rinunciando da troppo tempo a un secondo motore della sua economia. Con due motori accesi il nostro Paese andrebbe molto più veloce e si metterebbe dietro diverse nazioni che ora la precedono nel calcolo della ricchezza prodotta. Ed è provato che quando si riaccende il motore economico meridionale, a beneficiarne è per di più l’apparato produttivo settentrionale.

Ma imporre una nuova narrazione non sarà facile, perché oggi la sinistra italiana (così come l’insieme del fronte progressista) non ritiene che le disparità territoriali siano un segnale di ingiustizia sociale; nella migliore delle ipotesi le considera un dato immodificabile della storia, se non addirittura (scavando nel profondo) un dato antropologico. Poche sono le eccezioni, a partire dal ministro Provenzano. Ed è probabile che la crisi spingerà di nuovo alcune regioni del Nord (comprese quelle a guida Pd) a riaprire il capitolo dell’autonomia differenziata. L’ossessione del Pd, al contrario, dovrebbe essere questa: come utilizzare il sud per arricchire l’Italia? Così come fece Kohl con la Germania Est dopo la riunificazione. Senza i massicci investimenti nella sua parte più arretrata, la Germania non sarebbe oggi la prima nazione in Europa.

E invece in quasi tutte le regioni meridionali il Pd si fa rappresentare dalla peggiore continuità con il passato clientelare, trasformista e familista. La Campania ne è l’esempio più clamoroso. Resta un limite strutturale delle strategie del Pd l’alleanza con le vecchie classi dirigenti meridionali. Così, per vincere in qualche regione perde la grande opportunità di rappresentare gli interessi e le speranze di una nazione senza pregiudizi territoriali.

 

Estranei alla rapidità, ai vecchi resta la curiosità della morte

Escono dalle tane. D’estate, al mare, i vecchi. È una processione ininterrotta di persone ingobbite dal peso dell’età, di malformati, di motulesi, di carrozzine, di bastoni, di audiolesi con protesi che non riescono a nascondere l’infermità, di non vedenti, cechi per dirla in italiano, che stretti fra di loro avanzano insieme come nel famoso quadro di Bruegel. Ma la condizione più penosa è delle donne over. In bikini come se trent’anni fossero passati impunemente, sempre a cospargersi di creme, per ripararsi dal sole, dicono, ma in realtà per tentare di recuperare una bellezza che nessun artificio può più restituire.

Negli anni Settanta cominciò il refrain “vecchio è bello”. Non era un modo pietoso di piegarsi sui vecchi, di cercare di lenire con un’illusione ottica la loro condizione, era il marketing che aveva scoperto che la popolazione stava diventando sempre più anziana e numerosa, i vecchi diventavano quindi un mercato appetibile per quanto consumatori debolissimi e allora li si spingeva a consumare di più, convincendoli a sgambettare impudicamente nelle balere, a scopare, con Viagra, anche se non ne avevano più alcuna voglia, a imbellettarsi e vestirsi da giovani. (È quanto era successo, in modo simmetrico, pochi anni prima con i giovani dopo il boom economico, adesso i ragazzi avevano qualche soldo in tasca, bisognava pur spillarglielo. E nacque il giovanilismo, per i cui i giovani, qualsiasi cosa facessero, avevano sempre ragione).

Tuttavia il peso maggiore per il vecchio, d’estate come d’inverno, non è l’assistere impotente alla inevitabile e inarrestabile decadenza fisica, a meno che l’Alzheimer o l’arteriosclerosi non lo metta al riparo, ma il senso di spaesamento di estraneità al tempo presente tanto più acuto in un mondo che ruota a velocità supersonica. Il paesaggio cambia in continuazione, i luoghi pure, gli oggetti sono diversi, altri i miti, gli idoli, gli attori, le letture di riferimento. Tutto appare remoto, lontano, lontano. Tutto è mutato. Siamo dei sopravvissuti. Solo i tuoi coetanei, sempre più simili a te, ti sono familiari e riconoscibili, ma eviti di guardarli per non specchiarti in loro. In questo appiattimento e sfocamento collettivo resta soltanto, a distinguerci, la singolarità della propria morte.

“Caro agli Dei è chi muore giovane” scrive Menandro. Ma forse a essere baciati in fronte dagli Dei sono solo coloro che non sono mai nati. Perché una volta che ci sei dentro, nella vita, non hai più scampo, non puoi più evitare il torturante confronto col Tempo. Sei entrato nel Tempo e non ne puoi più uscire. Se non con la morte. Ed è vero che la morte ce la si può dare anche di propria mano quando le condizioni ci sembrano diventate intollerabili. Ma si rimanda, si rimanda, si rimanda, si trova sempre una buona scusa cui aggrapparsi. Perché l’estremo, e doloroso, paradosso dei vecchi è che desiderano morire ma vogliono vivere.

 

Salvini, se non fosse quel che è, farebbe quasi tenerezza

Se non fosse quel che è, e cioè Salvini, farebbe tenerezza. La capacità di Mastro Ciliegia di sbagliarle tutte è ormai leggendaria. Prima del Papeete 2019 era solo uno dei tanti cazzari, ma dopo il suicidio agostano ha proprio messo la freccia. E nessuno ha potuto salvarlo più. Il suo suicidio politico tocca ogni giorno vette inusitate: non gli si sta proprio dietro.

Prendiamo la trattativa sul Recovery Fund: un’innegabile vittoria di Conte e dunque del governo, riconosciuta (benché in parte e ovviamente a fatica) persino da Meloni e dalle parti senzienti (dunque non da Gasparri) di Forza Italia. Salvini avrebbe potuto fare il signore, ammettendo che il presidente del Consiglio se l’è cavata bene, ma proprio non ci riesce. Un po’ perché l’hanno disegnato così e un po’ perché, per quanto confuso e già implodente, sa bene che il suo divertentissimo martirio è cominciato il 20 agosto con la macellazione dialettica a suo danno pronunciata da Conte: il grande nemico che lo manda sempre fuori giri, e a cui nulla perdonerà. Così, anche dopo il successo delle trattative in Europa, ha continuato a ruttare alla luna, straparlando di “fregatura” e “nuovo Mes” tra l’imbarazzo mal dissimulato dei suoi stessi alleati (figuriamoci degli altri). Poi, a mitraglia, Salvini ne ha combinate una più grossa dell’altra. Tipo queste.

– Ha organizzato (ieri) un simposio pateticamente negazionista sul Covid. Una sorta di All Star Game – fatte salve ovvie eccezioni – di casi umani. Erano presenti, tra gli altri, luminari di innegabile fama come Porro, Siri, Becchi, quello che scorreggiava al cesso parlando con Buffon durante Le Iene e altri sommi scienziati. Peccato solo per l’assenza del generale Pappagallo, del Poro Schifoso e di Jimmy Il Merda: avrebbero impreziosito il contesto, donando a esso ancor più allure.

– Ha proseguito pervicacemente nell’organizzare assembramenti continui, come se la pandemia fosse una realtà per tutti ma per lui un’invenzione.

– La pandemia sarà pure un’invenzione, ma Salvini – come sempre vagamente ondivago – prosegue nel dire che il governo “sparge infetti” (testuale) utilizzando i “migranti” per diffondere il virus e avere dunque la scusa per “prorogare lo stato di emergenza”. Teoria di per sé da ubriachi terminali, ma a ben pensarci c’è di più: se la pandemia non c’è più, come ripetono lui e i suoi giannizzeri, come fanno i migranti a “spargere” qualcosa che in realtà non esiste?

– A conferma di come Salvini si porti sfiga persino da solo, il 10 febbraio 2015 vomitava quanto segue sui suoi profili social: “Curioso di vedere quanti benpensanti e moralisti di sinistra saran beccati coi milioni nascosti in Svizzera”. I “moralisti di sinistra” non so, ma al suo amico Fontana è andata in merito malino.

– Già, Fontana. Dopo aver puntato per mesi sotto il lockdown non su Zaia (pronto a prenderne il posto a breve come capo della Lega per la gioia di Giorgetti) ma su Gallera e Fontana, ovvero il Duo Malombra, Salvini si trova ora costretto a difendere quel che resta politicamente del cosiddetto governatore della Lombardia. Più Fontana sprofonda, con quei bei dentini color Merit senza filtro, e più il Cazzaro Verde va a picco con lui.

Davvero: se non fosse quel che è, e cioè Salvini, farebbe quasi tenerezza. Ma essendo quel che è, vien rispettosamente da chiosare: mille di questi giorni, Capitano. Ti sia lieve il perdurante calvario autoindotto e continua così. Daje Matte’!

 

Quei bonifici di Fontana mentre la gente moriva

“Non scherziamo”. È questa l’espressione che ricorre quando il presidente Attilio Fontana viene intervistato dal Corriere della Sera il 9 giugno scorso, all’indomani della scoperta di Report, anticipata dal Fatto, dell’affaire “camici di famiglia” (ovvero l’ormai famosa fornitura di camici e calzari, per un totale di 513mila euro, assegnata in via diretta alla Dama Spa, azienda del cognato e della moglie di Fontana, da parte della centrale unica di acquisti regionale Aria). L’ospedale in Fiera un fallimento? “Non scherziamo”. Il modello della sanità lombarda che sotto Covid ha subito più di qualche ammaccatura? “Lei vuole scherzare…”. Non sapremo mai se il presidente avrebbe risposto “Non scherziamo” anche alla domanda su quella fornitura di camici poi trasformatasi oltre 40 giorni dopo in una donazione, e sul suo eventuale “ruolo attivo” in quella vicenda: non lo sapremo mai perché la domanda, allora, non gli venne posta. Del resto, come ha ricordato ieri Fontana nel suo discorso in aula al Consiglio regionale, “a divulgare tale vicenda è stata la più diffusa disinformazione”, “la più faziosa informazione” e “a causa di questi attacchi la Regione ha subito un grave contraccolpo a livello di reputazione, determinando un sentiment negativo”. Lui, “indagato per un regalo” (Il Giornale 27 luglio), per un fatto per cui “il contribuente non ha sborsato un euro” (La Verità 27 luglio). Lui, “vittima del tritacarne mediatico-giudiziario” (Silvio Berlusconi su La Stampa 27 luglio). Lui, “obiettivo di inchieste a orologeria” e del “clima anti lombardo creato per ragioni esclusivamente politiche per attaccare Salvini, per attaccare il centrodestra cercando di mettere in difficoltà quello che è un punto di riferimento di quella idea politica” (Varese7press 20 maggio). Lui, che “non ho mai pensato ad altro mentre prendevo decisioni sulla salute dei cittadini” (Corriere della Sera 22 aprile).

“Non scherziamo”, ma per davvero, presidente Fontana. Non scherziamo perché c’è un limite a tutto. E c’è un limite anche all’offesa che sta perpetuando all’intelligenza dei cittadini, e in particolare dei suoi corregionali, già duramente colpiti dalla disastrosa gestione dell’emergenza Covid messa in atto da Regione Lombardia. “Sapevo che Dama si era detta disponibile a dare un contributo per l’emergenza Covid, come altri imprenditori disposti a dare una mano”, ha detto ieri in aula. Il 7 giugno, invece, diceva alle telecamere di Report: “Non sapevo nulla della procedura”. E ancora, sempre ieri: “Soltanto il 12 maggio ho saputo dei rapporti negoziali a titolo oneroso tra Aria-Dama, un negozio del tutto corretto”. Ma la società in questione, Dama Spa, non ha invece mai sottoscritto il patto di integrità anti-conflitti di interessi previsto nei contratti regionali. Tant’è che l’assessore Raffaele Cattaneo avrebbe fatto presente la “problematicità” dell’affidamento, senza che Fontana muovesse, però, rilievo alcuno. E continuando a procedere come se nulla fosse.

Sulla beneficenza della ditta di famiglia, poi, la storia appare ancora più singolare. Si è fermata di fatto a metà: mezzo “regalo”. La restante parte dell’ordine, quei camici e calzari mai pervenuti ad Aria, il cognato Andrea Dini ha provato a rivenderseli pure a prezzo maggiorato. E visto che lo stesso Fontana ha sentito la necessità di “risarcire” il cognato, se non per un mancato guadagno, ci chiediamo, per cos’altro?

“Quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch’io, fare anch’io una donazione – ha detto Fontana in un’intervista ieri alla Stampa – mi sembrava il dovere di ogni lombardo”. Anche questa “donazione”, oltreché per il singolare tempismo, alla fine si interrompe, o meglio non parte proprio, nel momento in cui, segnalata alle autorità, diventa oggetto di indagine. Vizio di famiglia?

Così, mentre i suoi corregionali morivano a grappoli, mentre i medici lombardi spedivano foto ricoperti di sacchi dell’immondizia come tessuto per i camici e scotch ai piedi come calzari, mentre nelle Rsa non si riusciva a fermare la strage dei nonni, lei, presidente Fontana, si preoccupava di farsi accompagnare da un autista alla sede dell’Unione Fiduciaria, la società che amministra il suo patrimonio all’estero, per fare personalmente un bonifico da 250mila euro a Dama Spa. Per “risarcire”, o meglio “sanare” una vicenda che evidentemente sperava sarebbe rimasta sotto la sabbia. Ha raccontato di aver passato notti insonni, sotto il Covid. Di “un’angoscia personale grandissima, terribile”. Ma ha dichiarato anche di essere “in pace con la coscienza”. “Se poi qualcuno – diceva al Corriere il 9 giugno – cerca di usare la vicenda Covid per fini politici o altro, significa che non solo ha del tempo da perdere, ma che ha anche l’animo dello sciacallo”. Alla luce dei fatti, sciacallo a chi?

 

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I disabili vanno aiutati e non dimenticati

La pandemia da coronavirus ha lasciato un lungo strascico: giusto che ci si preoccupi di alleviare il danno che hanno subito baristi, proprietari di ristoranti, di cinema, di teatri e altri. Ma qualcuno si è preoccupato della sorte dei disabili? Che ci stanno a fare l’Osservatorio delle persone con disabilità, la Fish, la Fand, l’Ens e così via? I prospetti che indicano il rispetto da parte delle ditte della legge 68 del 1999 che ne prevede l’inserimento nell’attività lavorativa è ferma al 31.12.2018 mentre i dati sono stati certamente forniti dato che c’era stato l’obbligo entro il 31 gennaio. Perché questa trascuratezza? Non è difficile comprenderlo. Per anni si sono tollerate numerose falsificazioni nei prospetti sempre a danno dei disabili e gli Ispettorati del lavoro non volevano accorgersene. La presenza dei disabili dà fastidio: chi dovrebbe sanzionare le inottemperanze che sono evidenti fa finta di dovere eseguire prima dei lunghi controlli, prende tempo, stabilisce delle convenzioni per ritardare e rimandare l’adempimento. Raccontano la bugia che le ditte inadempienti preferiscono pagare la multa ma se chiedi informazioni precise si trincerano dietro la privacy. Può essere conveniente a una ditta pagare la multa di 153,20 per ogni scopertura di un disabile per ogni giorno lavorativo? Ma siamo seri. I genitori dei giovani disabili dovrebbero farsi sentire e rispettare: facciano valere le opportunità che vengono offerte dalla legge. E cessino di essere egoisti: purtroppo ognuno sente solo il proprio problema e non ha solidarietà verso altri che condividono una uguale sorte.

Antonio Fadda

 

A Matteo, la calura estiva fa salire l’incoerenza

La piena estate scatena l’incoerenza di Salvini: un anno fa, riesce a far saltare un governo accettato dagli italiani, dopo aver dichiarato pubblicamente decine di volte che quello giallo-verde sarebbe durato 5 anni. Oggi, da una parte critica il Recovery fund dicendo si tratta di oltre 200 miliardi ma arriveranno a metà 2021 quando le aziende italiane saranno saltate. Dall’altra respinge il Mes che ha 38 miliardi “immediatamente’’ disponibili. Il problema del leghista non è mettersi d’accordo con i propri alleati, ma con se stesso.

Francesco Degni

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento alla rubrica “Solo posti in piedi” a pagina 9 del “Fatto Quotidiano” di lunedì 27 luglio, Paolo Ziliani fa delle affermazioni non vere che mi riguardano. Chiedo pertanto al “Fatto” di precisare che: 1) Il dr. Guariniello non mi ha mai mandato alcunché; 2) Il capo della Procura della Repubblica di Torino dell’epoca, dr. Marcello Maddalena, mi ha ricevuto a Roma nel febbraio 2006 presso la sede della Dia e mi ha consegnato gli atti di una indagine giudiziaria riguardante alcuni tesserati. In tale indagine secondo la Procura di Torino non vi erano fatti penalmente rilevanti, ma la Procura stessa aveva ritenuto che la Figc avrebbe dovuto esaminare tali atti per valutare se il comportamento dei tesserati fosse stato rispettoso dei regolamenti sportivi. Rientrando in Figc, il giorno stesso ho consegnato tutta la documentazione all’allora Procuratore federale Palazzi, che ha poi svolto l’inchiesta Calciopoli; 3) Sono stato coinvolto nella vicenda Calciopoli e la mia posizione è stata valutata dalla Giustizia sportiva a livello nazionale ed internazionale, che alla fine ha riconosciuto che il mio operato è stato “istituzionalmente corretto”. Sul piano penale uguale decisione è stata adottata dal Gup di Napoli, con conferma da parte della Cassazione. Anche la Corte dei Conti che ha esaminato la mia posizione, è arrivata alla stessa determinazione; 4) Ricordo che nel maggio del 2006, non appena ho saputo che le indagini su Calciopoli coinvolgevano anche la mia persona, mi sono immediatamente dimesso da Presidente della Federcalcio per consentire alle indagini sportive, penali e contabili, di procedere con speditezza e trasparenza. 5) Come Presidente della Figc ho riconosciuto i miei errori di politica sportiva, ma non si può omettere il fatto che Giustizia sportiva, penale e contabile abbiano riconosciuto la mia assoluta correttezza.

Franco Carraro

 

Franco Carraro è stato presidente della Figc dal 28 dicembre 2001 all’8 maggio 2006. Quando scoppiò Calciopoli, che svelò l’esistenza di una Creatura una e trina che inglobava in un unico corpo malato Juventus, Figc e Aia (arbitri), falsando da tempo immemore la regolarità del campionato, il suo vice e braccio destro alla Figc Mazzini venne radiato dal mondo del calcio unitamente a Moggi e Giraudo della Juventus, ai designatori arbitrali Bergamo e Pairetto, all’arbitro internazionale De Santis. Carraro, al pari del capo del sedicente Ufficio Indagini della Figc, generale Italo Pappa, che invece di indagare intratteneva amichevoli rapporti con Moggi, fu naturalmente costretto a dimettersi per l’enormità e l’indegnità dello scandalo e venne squalificato per 4 anni e 6 mesi (6 mesi in più e sarebbe stata radiazione), pena poi commutata in multa. Oggi dice di non aver nascosto nulla e di aver passato il dossier della vergogna a Palazzi, disinteressandosene: non vedo, non sento, non parlo. Eppure i due libri dell’Espresso, che riportano integralmente anche tutte le intercettazioni che lo riguardano, dicono il contrario. Carraro, che presidente della Figc era già stato negli anni 70 e Commissario negli anni 80, sapeva che Moggi (la Juventus) falsava i campionati e condizionava gli arbitri, sapeva che ciò accadeva da anni e anni al punto da supplicare, prima di una partita importante, il designatore Bergamo di non esagerare nella tal partita: “Almeno nel dubbio, che non si favorisca la Juventus”. E poiché la cosa non succedeva, Carraro ritelefonava e piagnucolando singhiozzava: “Ma allora io non conto proprio un cazzo”.

Paolo Ziliani

Adriano Celentano “Il Fatto” non sta ai fatti…

Ciao Marco, spero che tu gradisca queste mie, solo per un piccolo aiuto al miglioramento del bel quotidiano che hai fondato.

C’è una differenza di stampa al quanto scandalosa tra la pagina 2 e la pagina 3. Nel senso che sulla 2, il NERO degli articoli è ben marcato sullo sfondo BIANCO della pagina, mentre sulla 3, le parole quasi svaniscono nel bianco accecante del foglio. E siccome non è la prima volta che succede, cosa ne pensi di licenziare in tronco il responsabile?… o ancora meglio, farlo arrestare direttamente…

L’inesistente

 

Caro Adriano, purtroppo ogni tanto qualche pagina esce fallata dalla tipografia e ieri la sfiga della copia sfigata è toccata a te. Ovviamente abbiamo già sguinzagliato i nostri segugi armati di manette per scovare il responsabile, che verrà al più presto assicurato alla giustizia e prontamente fucilato.

m.trav.

Beppe Grillo, il meet-up e il corto-circuito (geniale) che si è creato

Nel Movimento 5 Stelle si discute del limite dei due mandati, quello che impone a chi ha cariche elettive di non ricandidarsi al termine del secondo giro (L. Giarelli, FQ, 21 giu 2020)

Che il limite dei due mandati fosse una cazzata era già evidente l’11 settembre 2007 a chi ne scrisse, il giorno dopo il Vaffanculo Day 1, in un articolo per MicroMega (“Il cosa e il come”), dove fra l’altro faceva notare che Grillo, mentre i giornali lo trattavano ancora da comico imbonitore rompipalle, in realtà, con le sue idee e la sua struttura (i Meet-up), era già a capo di un partito. Conclusione del pezzo: “Nulla di male, ma non è più satira. Il leader politico dice ai seguaci cosa devono fare. L’artista satirico lascia il pubblico libero di decidere sul da farsi. Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d’ingresso. Ooooops!”. Quello di Grillo era un corto-circuito geniale: alimentava la politica dei Meet-up tramite monologhi cui assistevano, a pagamento, i membri dei Meet-up. Il cane che si ciuccia il pisello. Quattro mesi dopo, gennaio 2008, nascevano, come da profezia, le sue liste civiche col bollino blu. Il giudizio politico sul resto dell’avventura, che è ancora in corso, va lasciato ai posteri. Sul versante satirico accadde l’irreparabile: la satira esprime un punto di vista; e se è vero che ogni punto di vista è opinabile, non per questo è necessariamente pregiudiziale; ma lo diventa se fai attivismo partitico. Il satirico che fa attività di partito non fa più satira, ma propaganda; alla lunga, il satiro che si è incoronato finisce nella polvere, come tutti i potenti.

Nel 2009, il libro La guerra civile fredda ricostruiva quello che all’epoca era ancora un retroscena: il rapporto fra Grillo e la Casaleggio Associati, l’agenzia di marketing web che ne sosteneva l’attivismo ispirandosi al modus operandi del Bivings Group. Grillo aveva spacciato per “democrazia dal basso” una campagna di manipolazione dell’opinione pubblica che seguiva strategie di guerrilla advertising: teasing (il blog, le pagine a pagamento sui quotidiani); guerrilla (Meet-up, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale, ecc.). Paragrafo conclusivo dell’articolo su MicroMega (2007): “Il marketing di Grillo ha successo perché individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. È questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A questo punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire: ‘Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo’”. Una frase di Gandhi che Grillo userà dieci anni dopo, quando fece per la prima volta la mossa di farsi da parte, un beau geste che da allora ripete spesso. In teatro si chiama “carrettella”, e serve a chiamare l’applauso; in tv fu resa famosa dal tenente Colombo: fingeva di aver detto tutto, faceva per andarsene, poi sulla porta si fermava, tornava indietro, e si riproponeva, sfiancando l’interlocutore.

(1. Continua)

 

La disperazione dell’ex capitano, futuro martire

Fa tenerezza l’autoselfie di Matteo Salvini che s’immortala sulla fatale (per lui) spiaggia di Milano Marittima mentre armeggia con biglie e secchiello. Vuole banalmente comunicarsi come un pap affettuoso, come i tanti papà (sono uno di voi, uno di noi) che una domenica di fine luglio costruiscono piste di sabbia con gli amati figlioletti. Mentre (sottotesto) quei bastardi della sinistra vogliono processarlo per avere difeso gli italiani dall’invasione africana (in settimana c’è il voto del Parlamento sul caso “Open Arms”). È l’arma del vittimismo aggressivo che da ministro degli Interni egli ha utilmente praticato quando costringeva 124 disgraziati a stare sotto il sole ustionante per 19 giorni a largo di Lampedusa negando il permesso di sbarco. Per poi mostrare in video, con annessa lacrimuccia, il pervenuto avviso di garanzia giustizialista. Vedrete che farà il martire anche questa volta: a) per spaccare la maggioranza, dalla quale il “compare” Matteo Renzi infatti già si distingue. b) per sfruttare politicamente l’eventuale voto che autorizzi il processo, e proprio quando (come da sempre con il mare calmo) ritornano gli sbarchi. E dunque per attaccare il governo Conte, buonista con i clandestini che portano il Covid, e cattivista con gli autentici patrioti come il suddetto.

È la campagna d’estate salviniana, propedeutica all’apocalisse autunnale quando (così si augura la destra) il paese allo stremo scenderà in piazza attanagliato dalla fame.

Attenzione, per l’ex capitano sono le carte della disperazione ma non ancora quelle del suo tramonto politico, soprattutto con il sodale presidente della Lombardia nei casini, e la Lega sotto attacco. Quando si sente dire da un leader (o presunto tale), a proposito di un’inchiesta che riguarda la sua parte politica: “giustizia a orologeria”, la reazione può essere, o che il commento risale minimo a vent’anni fa (e già allora provocava sbadigli), o che costui non sa cosa diamine rispondere. Nel biascicare qualcosa sul caso Fontana, Matteo Salvini alle due ipotesi ne aggiunge una terza: la desolante povertà del suo discorso pubblico. Con i bestseller: “Il cazzaro verde” e “I cazzari del virus” (per sua fortuna ignorati dai giornaloni che preferiscono dare spazio alle opere invendibili degli amici), Andrea Scanzi ha colto in pieno la tragedia di un uomo ridicolo. Ma non per questo meno pericoloso.

Migranti in fuga, in Sicilia arriva l’esercito

Le fughe di massa dei migranti sbarcati in Sicilia diventano un caso politico. L’ultimo episodio si è registrato nel primo pomeriggio di ieri quando in 120, prevalentemente tunisini, sono scappati dalla tensostruttura della Protezione civile allestita a Porto Empedocle (Agrigento). Copione identico domenica ma all’interno del Cara di Pian del Lago, appena cinque chilometri dal centro di Caltanissetta. Si dileguano nelle campagne in 184. Le forze dell’ordine ne hanno rintracciati 118, gli altri sono chissà dove. Sabato era toccato a 30 tunisini. Veloci nell’eludere la sorveglianza per abbandonare l’hotspot di Pozzallo (Ragusa).

La struttura di Porto Empedocle, nata per le procedure di fotosegnalamento, prima della fuga di massa aveva 520 ospiti a fronte di una capienza consentita di 110. L’ultimo arrivo ieri mattina con circa 300 migranti sbarcati a Lampedusa e trasferiti in provincia di Agrigento da due navi militari. Il problema, al di là dei numeri, è il pericolo Covid. “Tutto questo era ampiamente prevedibile e io da marzo non faccio che ripeterlo”, spiega al Fatto Quotidiano Ida Carmina, sindaca di Porto Empedocle del M5S. “Ho scritto al governo senza mai ricevere risposta. C’è un’ipocrisia generale e noi sindaci veniamo lasciati da soli in prima linea – continua –. L’unica soluzione può essere una missione militare”.

Proprio l’invio dell’esercito in Sicilia è la decisione della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, esposta agli attacchi del presidente della Regione Nello Musumeci e dell’assessore alla Salute Ruggero Razza. Insieme ai militari,il governo centrale avrebbe preso l’impegno di inviare una grossa nave passeggeri da riservare ai migranti per le quarantene. Difficile il conteggio aggiornato dei migranti positivi al Covid-19. Dovrebbero essere alcune decine rispetto ai 6.000 tra tamponi e test sierologici effettuati, mentre sono 39 le persone transitate da Lampedusa e Porto Empedocle e ora isolate in Basilicata perché infette. In Sicilia la situazione più complicata è a Lampedusa. L’hotspost è al collasso: potrebbe ospitare 95 persone ma al momento ne contiene 726.

Il fronte più caldo non è però quello tradizionale con la Libia. Su poco più di 12 mila arrivi nelle coste siciliane, secondo i dati del Viminale,circa 5.000 sono partiti dalla Tunisia, e di queste 4.354 sono tunisini. “Flussi incontrollati che creano seri problemi legati alla sicurezza sanitaria nazionale che si riverberano sulle comunità locali”, spiega Lamorgese che ieri a Tunisi ha incontrato il presidente Kais Saied, che si è impegnato a intensificare i controlli sulle coste. L’emergenza Covid, con le sue ripercussioni sul traffico aereo, ha di fatto bloccato l’accordo sui rimpatri tra Italia e Tunisia, l’unico che in tempi normali funziona regolarmente. Chi vuole venire nel nostro Paese ne approfitta e tra loro anche pregiudicati e migranti già espulsi. Insomma non sono profughi come molti di quelli che partono dalla Libia, dove oggi non ci sono più centinaia di migliaia di persone nei campi. L’altra nazione maggiormente rappresentata è il Bangladesh con 1.786 persone: come è noto, da lì sono bloccati i voli. C’è dunque un aumento rispetto al 2019, quando nei primi sette mesi erano arrivati 3.590 migranti. Nel 2018, invece, a luglio erano stati oltre 18mila e a fine anno 23mila. Nulla a che vedere con il 2016: 181.436.