“Denunciai già un anno fa i carabinieri ora arrestati”

Oltre un anno e mezzo fa, una transessuale che chiameremo con un nome di fantasia, Francesca, entra in questura a Piacenza. Quel giorno non spiffera il nome di questo o di quello spacciatore, ma rivela ciò che stava avvenendo a poco più di un chilometro e mezzo di distanza, ossia nella caserma di Piacenza Levante, quella ora finita sotto sequestro.

Alla polizia, già molti mesi fa, Francesca dunque avrebbe raccontato delle visite a casa propria di un carabiniere: “Sono andata in questura – dice la donna – per avvertire che c’era un carabiniere che si approfittava della mia situazione di inferiorità e mi chiedeva prestazioni sessuali”. Sono circostanze che la trans dice di aver ripetuto più volte in caserma, finché un giorno il suo racconto è stato verbalizzato da una poliziotta. “Ma non ne conosco l’esito”, aggiunge. Che fine ha fatto quindi questa segnalazione? Gli investigatori della Procura di Piacenza non ne sanno nulla. Non ve ne è traccia infatti nel fascicolo che qualche giorno fa ha portato all’arresto di sei carabinieri (tutti in carcere tranne uno ai domiciliari), accusati a vario titolo di abuso d’ufficio, lesioni, spaccio di droga e tortura.

I pm, secondo quanto risulta al Fatto, adesso però disporranno accertamenti per capire se e come mai quella denuncia non sia arrivata sulla scrivania dei magistrati. Inoltre bisognerà verificare l’attendibilità della trans e capire a quale dei carabinieri si riferisce il suo racconto. Resta dunque un mistero, al quale fa da sottofondo una domanda: alcuni dei comportamenti dei carabinieri della caserma Piacenza-Levante potevano essere scoperti prima? Il rapporto tra l’Arma e Francesca risale a qualche anno fa, quando la donna inizia a fare da informatrice, ruolo che in passato svolgeva per la Polizia. “Prima ho iniziato con i poliziotti – spiega Francesca – e ho rischiato tante volte la vita, come ho fatto anche con i carabinieri. C’era un maresciallo che mi diceva: ‘Tu hai dato tanto lavoro alla questura, adesso dallo anche a noi’”. Tutto sembra rientrare in quella logica degli arresti per fare carriera. Un meccanismo che, scrive il gip Luca Milani, nella caserma di Piacenza Levante era reso possibile “dalla complicità di altri militari dell’Arma”, per poi non essere ostacolato dai superiori, “interessati esclusivamente al numero di arresti per potervi costruire prospettive di carriera, senza preoccuparsi delle modalità con le quali gli stessi venissero effettuati”.

Francesca racconta anche di aver partecipato a presunti festini organizzati in caserma, senza rivelare chi fosse presente. Di “serate” in caserma vi è traccia negli atti dell’inchiesta. Dalle intercettazioni tra due militari infatti si fa riferimento, secondo quanto ricostruito dal gip, a una serata organizzata “all’interno della Caserma alla presenza di due donne, presumibilmente escort, con le quali erano stati consumati rapporti sessuali”. Nessun reato, come sottolinea il gip: “Non sono forse ravvisabili reati in simili condotte, ma dalla descrizione delle stesse traspare ancora una volta il totale disprezzo per i valori della divisa indossata dagli indagati”.

La Procura quindi disporrà accertamenti per verificare l’attendibilità del racconto della trans e capire che fine abbia fatto la sua segnalazione. Ma in questa indagine ci sono anche altri aspetti da chiarire. A partire dalla catena di comando: i magistrati vogliono capire come sia possibile che nessuno si sia accorto di quel che accadeva. Verrà poi avviata l’analisi della documentazione – ordini di servizio, verbali di arresto – sequestrata nella caserma e gli esami tecnico scientifici che dovranno esser effettuati nei locali della stazione per rilevare eventuali tracce ematiche, biologiche e di Dna che poi dovranno essere comparate con quello degli indagati. Perché secondo l’accusa è anche in quelle stanze che si sono verificate le violenze.

Intanto ieri Marco Orlando, il maresciallo comandante della stazione ai domiciliari con le accuse di falso e abuso d’ufficio, si è avvalso della facoltà di non rispondere. “Potete immaginare umanamente come mi senta – ha detto Orlando – Dopo 30 anni di onorata carriera. Non ho mai avuto una sanzione disciplinare”.

Parma, il sindaco “riabilitato” aveva patteggiato 2 anni

La giustizia può essere materia impervia per i non addetti ai lavori, non fosse altro che per il frequente uso di latinismi, per i termini tecnici e per la tortuosità del sistema. È sufficiente però un po’ d’attenzione per non far confusione tra un’archiviazione e una riabilitazione, concetti che invece da qualche giorno vengono sovrapposti per riscrivere la storia giudiziaria e politica di Pietro Vignali, ex sindaco di Parma eletto nel 2007 con il centrodestra e dimessosi nel 2011 perché coinvolto nello scandalo che coinvolse la giunta, diversi imprenditori e dipendenti del Comune.

Nelle scorse ore si è tornati a parlare di Vignali perché il Tribunale di Sorveglianza gli ha concesso la riabilitazione penale, un istituto che “estingue le pene accessorie e ogni altro effetto penale” delle condanne ricevute in passato, purché sia trascorso un certo periodo di tempo dalla sentenza e il soggetto abbia dimostrato una buona condotta e abbia risarcito le eventuali parti lese. Si tratta, per intendersi, della stessa riabilitazione di cui due anni fa ha goduto Silvio Berlusconi, che ha potuto così recuperare il diritto di candidarsi a pubblici incarichi dopo la condanna per frode fiscale che lo aveva estromesso dal Parlamento.

La notizia è arrivata negli stessi giorni in cui Vignali veniva archiviato per l’accusa di abuso d’ufficio (nel frattempo era maturata anche la prescrizione) riguardo ad alcune assunzioni di dirigenti comunali. L’occasione si è fatta ghiotta e così Vignali, Forza Italia e diversi quotidiani ne hanno approfittato per farne un unico calderone, gridare all’ingiustizia e associare le sue forzate dimissioni del 2011 – che aprirono le porte del Comune all’ex 5 Stelle Federico Pizzarotti – a un’inchiesta che sarebbe perciò fondata sul nulla: “Causò dimissioni del sindaco di Parma. Dopo 10 anni: ‘Ci siamo sbagliati” (Il Riformista); “Colpo di spugna dieci anni dopo dopo l’avvio delle inchieste che provocarono la caduta del centrodestra” (Repubblica); “Giustizia è fatta” (Forza Italia).

In realtà il passato di Vignali è ancora piuttosto ingombrante. L’archiviazione riguarda infatti l’accusa di abuso d’ufficio, ma le cronache di questi giorni non raccontano che lo stesso Vignali nel 2015 aveva patteggiato 2 anni di reclusione con pena sospesa per i reati di peculato e corruzione, corrispondendo anche al Comune di Parma un risarcimento da oltre mezzo milione di euro per chiudere la vicenda processuale a suo carico.

Adesso la riabilitazione può contentare Vignali, ma la decisione del Tribunale di Sorveglianza non è certo una revisione del merito dell’inchiesta che ha portato al patteggiamento né cambia i termini politici della sua stagione da sindaco. Del resto, quando il Commissario straordinario Mario Ciclosi prese il posto del forzista in attesa di nuove elezioni, fu lo stesso prefetto a certificare nella sua relazione “un clima sociale, politico e amministrativo viziato da anni di degenerazione etica” in Comune, condizioni che fecero schizzare il debito della città ben oltre gli 800 milioni di euro.

La fake news pro B. smentita dalla data della prescrizione

Il mondo berlusconiano non sa più come alimentare la bufala della persecuzione politico-giudiziaria ai danni dell’ex presidente del Consiglio e così, in questi giorni, è tornata la storiella che ci fu un collegio ad hoc per condannare definitivamente Silvio Berlusconi per frode fiscale (processo Mediaset-diritti tv) tanto è vero che l’udienza fu fissata il 30 luglio 2013 perché la prescrizione veniva indicata al primo agosto, ma i giudici sapevano benissimo che il processo sarebbe andato al macero a metà settembre e che se non l’avessero celebrato loro non sarebbe più andato alla sezione feriale, come, invece, accadde. Addirittura lo storico avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, ha parlato di “falso”. L’unica cosa vera è che la prescrizione sarebbe scattata il 14 settembre, per una parte dei reati, per il resto è tutta una bufala.

Ma andiamo con ordine in questo guazzabuglio di date che, per i comuni mortali, può far venire un cerchio alla testa. Il fascicolo del processo, proveniente dalla Corte d’appello di Milano, che aveva condannato Berlusconi, arriva ad Antonio Esposito, presidente della sezione feriale, il 9 luglio del 2013 “alle ore 12”, proveniente dalla terza sezione penale, competente per quei processi, con scritto “Urgentissimo. Prescrizione 1 agosto 2013”.

L’indicazione della prescrizione era del magistrato delegato all’Ufficio esame preliminare dei ricorsi. Per i non addetti ai lavori, è un l’ufficio esame preliminare dei ricorsi, individua e segnare sulla copertina del fascicolo la data della prescrizione in modo che il presidente della sezione che riceve il fascicolo possa fissare l’udienza senza che il processo venga prescritto.

Dato che quel 9 luglio del 2013 il presidente Esposito legge che la prescrizione sarebbe scattata il primo agosto, naturalmente fissa l’udienza in tempo utile e cioè il 30 luglio. Quando il presidente decide il calendario è assolutamente ignaro che la Corte d’appello di Milano, resasi conto di un errore di calcolo della prescrizione, aveva inviato quattro giorni prima, il 5 luglio, una nota alla Suprema Corte. Peccato, però, che era finita alla sezione sbagliata. Tutta colpa della cancelleria centrale penale della Cassazione che ricevette il fax “alle 12.45” da Milano ma lo girò alla sesta sezione penale, invece della terza. Lo stesso giorno, la sesta sezione rispedì la nota a Milano: “Non avendo questa sezione procedimenti pendenti, non si capisce a quale procedimento ci si riferisce”. Quindi, quel 5 luglio né la terza sezione penale né la sezione feriale sapevano del calcolo modificato della prescrizione. Addirittura non avevano neppure contezza del fascicolo processuale, che non era stato ancora iscritto nel registro dalla cancelleria centrale penale nonostante l’avesse ricevuto il primo luglio.

L’8 luglio, la Corte d’appello apprende che in Cassazione la sua nota è finita alla sezione sbagliata, quindi decide di inviarla nuovamente, sempre via fax, e sempre alla cancelleria centrale penale, perché così è la procedura. La cancelleria questa volta gira la nota a chi di dovere: al presidente della terza sezione penale e anche alla prima sezione penale, che fungeva da sezione feriale. Ma l’invio avviene solo l’11 luglio mattina, timbro canta, quando ormai l’ignaro presidente Esposito aveva fissato il processo per il 30 luglio già da due giorni perché, come detto, il fascicolo gli era arrivato con la prescrizione del primo agosto.

In ogni caso, la difesa di Silvio Berlusconi capitanata dal professor Franco Coppi avrebbe potuto presentare un’istanza di rinvio, cosa che non fece. Inoltre, non è neppure vero, come è stato sostenuto, che se il processo fosse stato fissato a metà settembre non sarebbe toccato alla sezione feriale, ma a quella specializzata. Allora, tutti i processi con prescrizione fino al 30 ottobre e pervenuti alla Corte nel periodo “estivo” (o prossimo) dovevano essere celebrati entro il 14 settembre proprio dalla sezione feriale. Altro che “plotone d’esecuzione” contro Berlusconi.

Diasorin, sui sierologici si attiva anche la Consob

La Consob ieri ha aperto una pratica “esplorativa” su Diasorin dopo l’inchiesta avviata dalla Procura di Pavia. La Commissione nazionale per le Società e la Borsa accende il suo faro, come di prassi in questi casi, poiché Diasorin è una società quotata. La Procura di Pavia indaga – con l’accusa di peculato e turbata libertà degli incanti – sull’accordo tra Diasorin e Fondazione San Matteo di Pavia del 23 marzo 2020 per lo sviluppo di test sierologici e molecolari per la diagnosi da infezione Covid-19.

Sullo sfondo dell’accordo tra la multinazionale e la Fondazione San Matteo anche una presunta regìa della Lega – ancora tutta da verificare – poiché Diasorin nel triennio 2018/2020 ha stretto affari commerciali con la Fondazione Istituto Insubrico e la sua controllata, Servire srl, entrambe collegate al leghista Andrea Gambini, non indagato, direttore della Fondazione e presidente del Cda della Servire. A questo proposito, negli atti si legge che la Procura intende “fare luce sui legami politici che possono aver influito” nell’accordo tra Fondazione e Diasorin “sulla scelta del contraente”.

All’attenzione della Guardia di Finanza e della Procura di Pavia anche alcuni messaggi telefonici rivelati nei giorni scorsi dal Fatto Quotidiano. Il deputato leghista Paolo Grimoldi, riguardo il sindaco di Robbio, Roberto Francese, scriveva al compagno di partito Lorenzo Demartini: “Ti avviso sentito anche Salvini: il primo che fa sponda con il miserabile di Robbio – che ho sentito con mie orecchie aver attaccato Regione nel momento più difficile – è fuori dal movimento”.

Francese aveva deciso di effettuare i test sierologici nella sua città senza attendere quelli targati Diasorin previsti dagli accordi regionali. I messaggi – Grimoldi non è coinvolto nell’inchiesta – sono di aprile scorso. Ma lasciamo gli atti dell’inchiesta di Pavia e torniamo a Diasorin e alle sue vicissitudini in Borsa.

Il suo titolo il 9 marzo scorso vale 92,25 euro ad azione. Con l’emergenza Covid 19 sale in modo considerevole. Già il 6 aprile tocca quota 118 euro. Ventiquattro ore dopo, il 7 aprile, data in cui Diasorin annuncia che il suo test sarà in grado di fornire la cosiddetta “patente di immunità”, schizza del 6 per cento e raggiunge i 124,9 euro. In soli 4 giorni, l’11 aprile, ogni azione vale il 13 per cento in più, toccando i 133,4 euro.

Una corsa impressionante se pensiamo che il giorno delle perquisizioni disposte dalla Procura di Pavia, il 23 luglio scorso, pur cedendo il 3,26 per cento, ogni azione valeva ben 169,2 euro. Calo recuperato rapidamente in questi giorni, con il titolo che ha segnato ieri il 4,9 per cento in più, attestandosi a 170,8 euro.

La Consob ha quindi avviato ieri un’inchiesta conoscitiva su Diasorin. Un atto dovuto quando un’azienda quotata è oggetto di un’indagine penale. Nel frattempo, il giorno seguente le perquisizioni, Diasorin ha comunicato con una nota la sua decisione: ha sospeso tutte le nuove attività di sperimentazione clinica con enti pubblici italiani “sino a quando non saranno ristabilite le necessarie condizioni di certezza giuridica”.

Salvini, Bocelli &C.: galà di negazionisti in Senato

Non è che Matteo Salvini non indossi la mascherina: non ce l’ha proprio. Siamo in un luogo chiuso, una sala del Senato della Repubblica. È un convegno sul Covid promosso dall’ex sottosegretario leghista Armando Siri e dall’onorevole Vittorio Sgarbi. I commessi si affannano tra file di corona-scettici per far rispettare l’obbligo sanitario. Tutti cedono, malvolentieri. Persino il ribelle Sgarbi si cala sul naso un velo di stoffa con una capra ricamata sopra. Salvini non arretra. “Io la mascherina non ce l’ho”. Gliela porta un collaboratore, sopraggiunto dalle retrovie per servire il segretario in prima fila. Ma lui fa finta di niente, se la infila in tasca: è un gesto politico. La libertà, per Salvini e molti dei convenuti, è rigettare le norme a tutela della salute collettiva.

In platea siedono giuristi, virologi, medici, giornalisti, magistrati: tutti accomunati – con una logica un po’ stiracchiata – da qualche forma di critica (o aperta ribellione) per la gestione pubblica della pandemia. Riuniti contro l’ipotesi di prolungare lo stato d’emergenza.

C’è anche un artista, Andrea Bocelli, a cui viene chiesto di portare la sua preziosa testimonianza sul Covid. Il tenore lancia un anatema contro lo Stato tiranno: “Durante il lockdown – racconta – mi sono sentito umiliato e offeso perché non potevo uscire da casa”. Umiliato e offeso. Ma niente paura: Bocelli delle regole se n’è fregato. “Ammetto di aver violato le restrizioni uscendo lo stesso, perché ho una certa età e ho bisogno del sole e di vitamina D”. C’è qualcosa che non torna – dice – nel racconto pubblico della “cosiddetta pandemia”: mica è grave come vogliono farci credere. Parla per esperienza personale: “Io conosco un sacco di gente, ma non ho mai conosciuto nessuno che sia finito in terapia intensiva”.

In sala il clima è surreale. Sembra una recita situazionista. L’organizzatore Sgarbi, artista della provocazione, è euforico, non riesce a nascondere il ghigno. Si mescola di tutto: oratori autorevoli (i giuristi Sabino Cassese e Michele Ainis), teorie sul Covid radicali ma argomentate più o meno razionalmente (Maria Rita Gismondo, Alberto Zangrillo, Matteo Bassetti) e arringhe lisergiche, tesi che sfiorano il delirio. Come quelle del magistrato Angelo Giorgianni. “Noi sfidiamo i dogmi della scientocrazia – dice – che si è sostituita al potere politico”. La “falsa pandemia” è uno strumento di “ingegneria genetica per un colpo di Stato globale”. Dietro, ovviamente, ci sono “Bill Gates” e “gli interessi delle case farmaceutiche”. Siamo al complottismo puro. Stiamo assistendo – conclude Giorgianni – niente meno che allo “scontro tra le forze del bene e le forze del male”.

Il filosofo ex grillino Paolo Becchi ha un’opinione più modesta: quello che ci ha costretto a stare chiusi in casa è uno Stato “fascista”.

In quest’acqua nuota Salvini, e pare a suo agio: “Mi sembra di essere in un ritrovo di carbonari, di negazionisti. La libertà di pensiero è il primo bene a rischio in Italia. Mi autodenuncio, se uno allunga la mano per salutarmi, io gliela stringo”. E poi basta bollettini sui contagi: “Sono terrorismo mediatico”. In fondo i cospirazionisti sono tanti, votano.

Il finale pirotecnico è affidato all’illustre Franco Trinca, biologo nutrizionista. S’infuria contro il “vaccino di Bill Gate” (sic!): “È eugenetica nazista – dice –. Entra nel sistema genetico dell’essere umano e si trasferisce alla prole. Quello che ci mettono dentro, Dio solo lo sa. O il demonio a cui si ispirano”. Trinca è sinceramente terrorizzato da Bill Gate: “Ha presentato all’Onu un progetto di estinzione delle specie animali indesiderate. Ma per i transumanisti (?) l’essere umano è una specie indesiderata! Vogliono il mondo transumano!”. Si salvi chi può.

Scudi, eredità, bonifici. Al governatore capita di tutto, a sua insaputa

Dovevamo capirlo da quella mascherina messa storta in mondovisione, che sarebbe andato tutto storto. Certo, per “storto” mai avrebbe immaginato, perfino Fontana, che un giorno sarebbe finita così, con Gallera che a oggi è quello intelligente tra i due. Quello scaltro. Quello che in fondo rischia solo l’accusa di epidemia colposa, mentre l’altro deve rispondere del sospetto di aver provato pure a guadagnarci, sull’epidemia colposa. Una cosetta, insomma. Una cosetta tutta da dimostrare, per carità, ma già il fatto che Fontana sappia di essere indagato, è un notevole passo in avanti (sarà che si chiama “AVVISO di garanzia” e quindi è stato avvisato per la prima volta di qualcosa che gli stava capitando).

Perché a oggi, in effetti, la storia è la seguente: mentre non sapeva di poter chiudere Alzano e di poter istituire la zona rossa, la Regione Lombardia, tramite la centrale acquisti Aria Spa, a sua insaputa aveva affidato una fornitura di camici a una società del cognato. Società le cui azioni appartengono per il 10% a sua moglie, ma non esistono foto con sua moglie quindi o lui e sua moglie sono la stessa persona o lui ha sposato sua moglie a sua insaputa, il che garantirebbe una certa continuità alla vicenda. Poi Report lo becca, allora quella fornitura diventa “donazione” ma è un passaggio che avviene all’insaputa della Regione perché non è mai stato registrato.

A quel punto Fontana versa 250 mila euro da un conto in Svizzera al cognato, solo che esistono delle normative antiriciclaggio a sua insaputa per i bonifici sospetti e quindi quel bonifico viene segnalato e bloccato. Roba che perfino quel fulmine di guerra di Gallera forse si sarebbe detto: “Vabbè, non diamo nell’occhio, magari il bonifico lo faccio tra due-tre mesi eh”. No, Fontana bonifica subito, del resto chi vuoi che nutra dei sospetti su un bonifico di 250 mila euro da una fiduciaria che amministra il conto in Svizzera proveniente da due trust alle Bahamas per conto di un governatore di regione durante un’emergenza Covid? Passa inosservato come la paghetta sulla carta ricaricabile al nipotino, ovvio. E qui l’ultimo passaggio. Attilio Fontana è, appunto, beneficiario di quel trust nato nel 2005 alle Bahamas e creato da sua mamma, morta nel 2015. Per carità, trust da 5 milioni regolarizzato attraverso lo scudo fiscale, ma quei soldi alle Bahamas c’erano finiti non perché alle Bahamas c’è meno fila agli sportelli bancari, è evidente. Quei soldi erano lì perché, all’epoca, sottratti al fisco italiano. E siccome sua mamma era dentista, viene da chiedersi quali fossero i suoi prezzi da listino: per l’otturazione di una carie come minimo erano 30-40 mila euro. E si spera che la otturasse con un diamante delle cave del Botswana. Ma anche qui, a quanto pare, Attilio Fontana non si è mai fatto domande: la madre disponeva di soldi all’estero a sua insaputa, poi si è ritrovato beneficiario di quel capitale scudato e questo è l’unico passaggio che ha saputo. Incredibile. Magari pensava che negli anni della pensione la madre avesse svenduto i suoi camici da dentista accumulati negli anni, chissà. Ed è lì che forse si è trovato invischiato in un altro business di camici. Del resto, che sia accaduto tutto senza che lui se ne accorgesse è evidente. Quello stesso 16 aprile in cui la Regione affida la fornitura dei camici alla società del cognato, Fontana apre il Consiglio regionale affermando, a proposito dei kit sierologici: “…non lasciamo prenderci da facili entusiasmi perché spesso queste scelte risultato scriteriate. Anzi cerchiamo di dissuadere chi si lascia abbindolare da qualche venditore svelto e un po’ furbetto”. Il 19 maggio, lo stesso giorno in cui tentava di versare il bonifico al cognato dopo che l’affare con la Regione mediato da Aria Spa era naufragato, dichiarava a Radio 1: “Per il momento i dati incrociando le dita sono più che buoni, quindi stiamo tranquilli. Continuiamo a rispettare le regole!”. Le regole prevedevano anche che scrivesse una causale credibile su quell’assegno al cognato, ma evidentemente l’uomo a capo della regione che le ha azzeccate tutte, ne ha sbagliata almeno una. Ed è finita che nella mitologia leghista, toccherà sostituire lo scudo crociato di Alberto da Giussano col conto scudato di Attilio Fontana.

Perché qui sembra evidente che un’unica cosa sia accaduta all’insaputa di Fontana: l’inchiesta di Report.

Tutto il resto è Aria. Aria Fritta spa.

“Io leghista vi dico: ci rimette la Regione”

“Dal punto di vista politico purtroppo registro che è a rischio la credibilità dell’istituzione Regione Lombardia”.

Giovanni Fava, detto Gianni, mantovano di Pomponesco, ex assessore all’Agricoltura nella giunta Maroni, commenta la vicenda – “solo letta sui giornali” – dei due trust plurimilionari intestati alla mamma del governatore leghista Attilio Fontana. Trust, ricordiamo, in cui lo stesso presidente della Regione risulta essere in un caso “soggetto delegato” e nell’altro “beneficiario economico”. “Mi auguro e sono certo che Fontana sarà in grado di chiarire tutto” auspica Fava, ma ammette che “con quello che sta succedendo” la credibilità dell’istituzione a guida leghista è a rischio.

“Conosco Attilio Fontana da tanti anni – continua Fava – è sempre stato un uomo facoltoso, non mi stupisco che abbia risorse e come le abbia accumulate è un problema suo; è un grande professionista. Francamente non conosco le sue vicende personali e familiari. Non conosco nulla di questa storia”. Ma evidentemente quanto basta per ammettere: “Non mi sembra stia facendo una grande figura. Tutto qua”.

Ma al di là della vicenda giudiziaria, quello che preoccupa l’ex dirigente leghista riguarda il piano istituzionale. “Spero si chiarisca tutto non tanto e non solo per lui, quanto per il ruolo che riveste e l’importanza che ha la regione Lombardia rispetto a battaglie storiche come l’autonomia. Quando un ente perde di credibilità si sgonfia automaticamente anche la possibilità di fare politica all’interno delle istituzioni”. Fava insiste nel dire che il suo non è un giudizio personale, ma una considerazione di natura politica: “Il problema è la piega che ha preso questa vicenda amministrativa. Io vedo l’istituzione in difficoltà e quando una istituzione non è più credibile – rincara – tutto è più difficile”.

Giovanni Fava è stato l’unico sfidante di Matteo Salvini. Nelle primarie del 2017 si è candidato a segretario della Lega Nord ed era fortemente critico nei confronti della scelta di Salvini di allargare i consensi del partito fuori dalle tradizionali regioni “padane”. La sua contrarietà alla svolta “nazionalista”, lo ha portato da allora a non ricoprire più alcun ruolo istituzionale. “Avrei preferito si parlasse di altro oggi. C’è una grande battaglia politica come l’autonomia che temo abbia perso efficacia anche purtroppo per queste questioni”.

Le opposizioni in Regione chiedono le dimissioni di Fontana ma Fava però non si spinge a tanto: “Le opposizioni fanno il loro mestiere deve essere Fontana a decidere se e quando ritiene sia più utile farsi da parte. Da cittadino lombardo dico che la magistratura farà il suo lavoro. Se Fontana è sicuro di essere a posto si deve solo difendere, ne ha tutti i diritti. Poi è chiaro che l’immagine che ci consegna questa vicenda è un’immagine che disorienta il cittadino”.

Il Pd lo sfiducia. Ma dopo le ferie e senza renziani

Attilio Fontana non lascia, semmai rilancia. Nel discorso più atteso il governatore indagato e pluri-smentito non cede a un barlume di autocritica. Anzi: “Sono il presidente che non si è arreso al Covid-19 e non intende arrendersi dinanzi a nulla”, dice tra gli applausi dei consiglieri leghisti, che agitano le bandiere verdi con la rosa camuna. Le accuse di malagestione a lui, al suo partito e alla maggioranza sono “ricostruzioni distorte”, un “attacco allo spirito lombardo, con l’atteggiamento di chi arriva a godere delle disgrazie altrui”. E della vicenda che lo tiene sulla graticola, la commessa di camici alla ditta del cognato e della moglie, riesce a fornire l’ennesima versione diversa: “Dei rapporti negoziali a titolo oneroso tra Dama Spa e Aria (la centrale acquisti di Regione Lombardia, ndr) non ho saputo fino al 12 maggio scorso. Sono tuttora convinto che fosse un negozio del tutto corretto. Ma poiché il male è negli occhi di chi guarda, ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento”.

Questo dunque avrebbe “inteso esprimere” quando il 7 giugno affermava di essere “completamente ignaro della fornitura in questione”: che non l’ha saputo subito, bensì il 12 maggio. Versione, peraltro, anch’essa subito confutata dall’ex direttore di Aria Filippo Bongiovanni, che nel pomeriggio in Procura spiega di aver comunicato l’affare alla Presidenza già il giorno 10. E in aula al Pirellone le opposizioni infieriscono. “Dire in pubblico che avrebbe querelato e non sapeva nulla della vicenda è aberrante”, attacca il capogruppo 5Stelle Massimo De Rosa. Duro anche il radicale Michele Usuelli: “Intervento esecrabile, che non dà risposte né chiarimenti e pecca di sostanziale mancanza di umiltà”. Meno netti i toni del dem Fabio Pizzul: “Qualcosa non quadra e ci dispiace. Quando un presidente lascia l’ombra di una menzogna è un enorme problema politico”. Compatta invece la maggioranza, che dalla Lega a Noi con l’Italia fa quadrato intorno al governatore.

Ma a difenderlo non c’è solo il centrodestra. Tra i protagonisti di giornata merita un posto la renziana Patrizia Baffi, già eletta coi voti della Lega a capo della commissione d’inchiesta regionale sul Covid (poi costretta alle dimissioni). A metà mattina Baffi consegna alle agenzie un comunicato che sembra scritto dal team legale di Fontana. “Se è vero che il presidente è venuto a conoscenza a mezzo stampa della propria iscrizione nel registro degli indagati, ciò significa che ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di violazione del segreto istruttorio”, argomenta. “In una democrazia avanzata questa è barbarie e a pagare prima di tutti è la giustizia stessa”.

Al punto stampa con i leader dell’opposizione, poi, la consigliera di Italia Viva non c’è. “Ha una visita medica”, spiega Pizzul. Invece è una rampa di scale più sotto, alla buvette del Consiglio. Mentre il governatore parla, batte le mani in più di un’occasione. E alla fine ci tiene a fargli i complimenti: “Un discorso lungo e dettagliato, un approfondimento puntuale, con precisazioni sulle vicende che lo coinvolgono”.

Baffi è anche l’unica consigliera d’opposizione che di certo non voterà la mozione di sfiducia al leghista, verso il rinvio a settembre (la settimana prossima il Pirellone chiude per ferie). La riunione dei gruppi di minoranza, ripianate le divergenze interne al Pd, ha partorito una nota in cui le opposizioni si impegnano a “utilizzare tutti i mezzi a disposizione, compresa la mozione di sfiducia, per mettere Fontana davanti alle proprie responsabilità. Stiamo lavorando per affinare un testo che metta insieme le sensibilità”. Qualche ora prima però era stato ancora il capogruppo Pizzul a tirare il freno a mano, spiegando che “il rischio di una mozione immediata è che si ricompatti la maggioranza”. Timidezza che i maligni riconducono a un possibile accordo sulla presidenza della commissione d’inchiesta, che vede il candidato Pd Jacopo Scandella bloccato da mesi dal veto dei leghisti.

Fontana, si indaga in Svizzera per risalire ai soldi (del 1997)

L’inchiesta milanese sui camici prima venduti alla Regione dal cognato del governatore Attilio Fontana poi trasformati, su indicazione dello stesso, in un tentativo di donazione mai formalizzata e che vede indagato anche il presidente della Regione, ora vira sui soldi. La caccia è iniziata dopo la scoperta di un conto svizzero aperto presso la Ubs riferibile al governatore e dal quale Fontana ha tentato un bonifico (poi fallito) da 250mila euro in favore del cognato Andrea Dini e della società Dama Spa protagonista della vicenda dei camici. Obiettivo del bonifico, secondo i pm: risarcire il parente della fornitura non pagata. La Procura di Milano ha già intrapreso colloqui informali con le autorità svizzere e sta valutando una rogatoria per capire meglio il giro del denaro. Il quadro non è semplice, per questo è stato acquisito agli atti il fascicolo dell’Agenzia delle entrate al quale è allegata anche la voluntary disclosure con cui nel 2015 Fontana ha fatto emergere 5,3 milioni di euro ereditati dalla madre. Denaro dichiarato e oggi gestito dalla società milanese Unione fiduciaria che opera su un conto svizzero. Il denaro per quanto ricostruito dai pm era gestito fino allo “scudo fiscale” da un doppio trust aperto alle Bahamas. Un sistema societario e di schermatura nato tra il 1997 e il 2005 e riferibile alla madre di Fontana, ex dentista allora ultraottantenne. Fin dal 1997, così, Fontana, secondo la Procura, risulta beneficiario di quel conto poi appoggiato su uno strumento finanziario aperto in un paradiso fiscale.

Insomma la storia dei 75mila camici che Dama doveva fornire ad Aria, la centrale acquisiti della Regione, per 513mila euro mai pagati, sta diventando un giallo finanziario con al centro il governatore Fontana al momento accusato di frode in pubbliche forniture. Reato legato, secondo la Procura, non al denaro svizzero, ma al mancato adempimento della fornitura che, stando a una mail di Andrea Dini inviata il 20 maggio all’ex dg di Aria Filippo Bongiovanni (entrambi indagati per turbata libertà del contraente e di frode come Fontana), si è fermata a 49mila camici facendo mancare all’appello gli altri 26mila che Dini ha poi provato a vendere a una società della provincia di Varese a 9 euro (tre in più rispetto all’offerta fatta ad Aria). A dare il la all’indagine è però sempre il denaro. L’inchiesta parte, infatti, dopo una segnalazione sospetta della Banca d’Italia il 22 maggio. Tre giorni prima, il 19, Fontana chiede al cognato di trasformare la fornitura in donazione e fa richiesta alla Unione fiduciaria di fare il bonifico da 250mila alla Dama con la causale generica sulla fornitura camici ad Aria.

L’8 luglio i magistrati hanno acquisito il materiale detenuto dall’Unione fiduciaria. Da qui ripartiranno per riannodare il filo. Che inizia nel 1997 e prosegue con la creazione di due trust appoggiati alle Bahamas di cui lo stesso presidente risulta beneficiario ed erede dopo la morte del genitore. Del resto l’uso dei trust sembra una abitudine nella famiglia allargata di Fontana. La stessa Diva Spa che detiene il 90% della Dama è a sua volta controllata dalla Credit Suisse Servizi Fiduciari che amministra il Trust Diva e che ha attirato l’attenzione della Procura. Sul fronte fornitura camici si delinea meglio il reato contestato a Fontana e legato, secondo i pm, alla richiesta del presidente di trasformare quella fornitura in donazione per evitare danni di immagine. Sappiamo che la donazione mai è stata formalmente accettata dalla Regione e che soprattutto all’appello mancano 26mila camici. Fontana, ieri, in Consiglio regionale ha confermato di aver chiesto al cognato di passare alla donazione. Inoltre ha spiegato di essere venuto a conoscenza del contratto di Dama il 12 maggio. Circostanza che invece Bongiovanni retrodata al 10 maggio, una domenica, quando la notizia atterra sul tavolo del capo della segreteria del presidente Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini.

Prima i bahamiani

Accantoniamo per un attimo gli aspetti giudiziari, politici e morali dello scandalo Fontana e concentriamoci su quelli comici che, nella Lega del Cazzaro Verde, prevalgono sempre. Questa è la storia del sedicente governatore della Regione più ricca d’Europa, degno successore di Formigoni (condannato e arrestato per corruzione) e Maroni (condannato per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente), dunque indagato per frode in pubbliche forniture grazie alle prove che lui stesso ha gentilmente fornito agli inquirenti. E, come se ciò non bastasse, viene difeso da B. come “uomo perbene” e dalla Gelmini come “galantuomo”. Le ultime due viti nella bara: se qualcuno nutriva ancora qualche dubbio sulla sua colpevolezza, l’ha perso. Ora, volendo proprio mettere al sicuro la condanna, potrebbe arruolare l’avvocato Taormina. Ma forse non gli servirà, perché a legarsi il cappio al collo provvede ogni giorno da solo con la linea difensiva più suicida mai concepita da mente umana: per nascondere i favori della sua Regione alla ditta di suo cognato e sua moglie, ordinò un bonifico dal suo conto presso l’Unione Banche Svizzere su cui nel 2015 aveva trasferito 4,4 milioni scudati con la voluntary disclosure dei 5,3 nascosti su due trust a Nassau. Così chi lo sospettava di un banale conflitto d’interessi familiare (ordinaria amministrazione per il “modello Lombardia” e la Milano “capitale morale”) ha scoperto che occultava pure i soldi tra le Bahamas e la Svizzera. Come quel tale che, accusato di aver scippato una vecchietta, sfoderò come alibi di ferro la prova che quel giorno a quell’ora stava scannando sua moglie.

Ieri, dopo aver negato di aver mai saputo o fatto qualcosa della fornitura di camici affidata senza gara alla ditta di famiglia Dama dall’agenzia regionale Aria e aver poi dichiarato di aver saputo e fatto un sacco di cose, il Genio di Varese si presenta al Consiglio Regionale e cambia altre tre o quattro versioni. Accusa l’Oms e il governo Conte di avergli negato sul Covid “informazioni adeguate” (tipo su come s’infila una mascherina, infatti rischiò il soffocamento in diretta Facebook). Poi spiega che la “fornitura a titolo oneroso” da 513 mila euro al cognato era “del tutto corretta”. Ma lui la bloccò, chiese “a mio cognato di rinunciare al pagamento” e tentò di “risarcirlo” (parola dell’avvocato) con quei 250 mila euro perché “il mio legame di affinità gli aveva arrecato svantaggio” (parole sue). Poi però si confonde, o non si coordina bene con se stesso, e parla di “semplice donazione” a cui “volevo partecipare personalmente”, sempre col bonifico di 250 mila euro che cambia causale ogni due minuti.

Ma si scorda di spiegare perché usò un conto svizzero che custodiva i due trust domiciliati alle Bahamas dal 1997 e dal 2005 e intestati a lui e alla madre dentista, morta nel 2015 a 92 anni. Intanto il Corriere scopre che la fornitura non è mai stata trasformata in donazione dalla Regione, ergo Fontana parla di una cosa che non esiste. Il contratto oneroso fra Dama e Aria è sempre valido, ma dei 75mila camici pattuiti ne mancano 25mila: quelli che il cognato, senza che il presidente obiettasse nulla, decise di levare alla Regione per venderli a una clinica e rifarsi del mancato business. Infine, come si conviene nell’avanspettacolo, la comica finale: siccome Report e alcuni giornali inspiegabilmente si occupano dello scandalo, Fontana piagnucola per “il grave contraccolpo subìto da Regione Lombardia a livello di reputazione” e “il sentiment (sic, ndr) negativo”: per quel che scrive la stampa, non per quel che ha fatto lui. Tant’è che, pensate, “si arriva a mettere in discussione l’eccellenza del sistema sanitario lombardo, riconosciuto a livello nazionale e internazionale” grazie al record mondiale di 16.801 morti da Covid: una strage – modestia a parte – che manco quella degli ugonotti nella notte di San Bartolomeo.

Ad aggravare la sua già precaria situazione, ci si mettono pure il consigliere leghista Roberto Anelli che lo vuole “Santo subito” e i renziani di Iv che si dissociano dalla sfiducia. Senza contare il tridente degli house organ di destra, che non vedevamo così in forma dai tempi di Ruby nipote di Mubarak. Impermeabili ai fatti, alla logica e soprattutto al ridicolo, scrivono che Fontana è “indagato per un regalo alla Regione” (Giornale); per lui “il dono diventa un reato” (Verità, per giunta a firma Capezzone); e gli “rinfacciano pure la madre” (Libero). In effetti già è assurdo accusarlo senza uno straccio di prova di sapere che suo cognato è suo cognato e sua moglie è sua moglie, ma insinuare che conoscesse sua madre è davvero troppo. Intanto passano i giorni, ma il caratterista lumbard continua a non soddisfare le legittime curiosità di molti cittadini, leghisti e non. Perché lui e la madre avevano 5,3 milioni alle Bahamas? Come han fatto, lei dentista e lui avvocato da 200mila euro l’anno, a guadagnarli? Perché non li hanno tenuti in Italia? Quante tasse ci hanno pagato, se le hanno pagate? Se non c’era nulla da nascondere, perché usare la voluntary disclosure, la legge Renzi varata per far rientrare in Italia i capitali illegalmente detenuti all’estero? E perché, se li ha fatti rientrare in Italia, li teneva in Svizzera? Non si fida del modello Lombardia? O ha equivocato il motto della Lega? È “Prima gli italiani”, non i bahamiani e gli svizzeri.