Lady Diana, la ribelle fa sempre parlare di sé

La fiaba, la tragedia, ma soprattutto l’icona che ha scatenato il mito. Serve scavarci dentro per provare a capirlo, almeno un po’. Con questi presupposti si annuncia il progetto Spencer, il nuovo film di uno dei più talentuosi registi in circolazione, il cileno Pablo Larraìn, sedotto dalla figura di Lady Diana di cui ritrarrà – attraverso il volto bello e misterioso di Kristen Stewart – un emblematico weekend dell’inverno 1992. Una fascinazione “leggendaria e tragica” non dissimile a quella che l’aveva spinto verso un’altra figura femminile cardine del 900, Jacqueline Kennedy Onassis, scolpita di bellezza e tragedia nel 2016 in Jackie. Due first lady prototipi assoluti di modernità applicata alla donna che affianca l’uomo di potere, tanto reale (un presidente americano) quanto simbolico (un erede al trono britannico).

Domanda ovvia: perché riagganciare l’icona della compianta principessa di Galles proprio ora? Quanta attualità si cela nella fiaba triste di una ribelle compressa ancorché attivista glamour e pop?

Ebbene, riaprendo le teche mediatiche si scopre che l’iconologia di Lady D. – a distanza di 23 anni dall’incidente fatale – resta di un’attualità sconcertante. Sintomo che talvolta l’eternità insita nel concetto di mito non esclude la pertinenza alla news, con tanto di rumors datati alla prima settimana di questo luglio, il mese a lei topico per nascita (1° luglio 1961) e matrimonio (29 luglio 1981). Già, perché “la donna più fotografata del mondo” (insieme alla sorella di simboli Grace Kelly) riesce ancora a far parlare di sé con lanci da cover, l’ultimo dei quali azzarda un’ipotesi che si sarebbe salvata se avesse saldato la cintura di sicurezza. Complice anche la top serie tv Netflix The Crown (a cui si aggiungerà una sesta e ultima stagione), la rampolla Spencer e principessa di Galles (ma non più Altezza Reale dopo il divorzio), è tornata in auge anche grazie alle parole dell’attore Josh O’Connor interprete del principe Carlo. Intervistato su Vanity Fair, il performer ha parlato più di Diana che non del suo personaggio, dialogando sul rapporto che “in realtà” ci sarebbe stato fra i due sfortunati sposi. Ma non solo. La “principessa del popolo”, a cui l’amico Elton John dedicò la struggente Candle in the Wind, conta ancora centinaia di fan club nel mondo, continua a guidare le aste dei propri abiti (siamo sulle 800mila sterline a pezzo) e a vendere tramite Pinterest la propria paper doll targata Etsy con tanto di corredo deluxe a 16,62 euro. Non è un caso, anzi, è la conferma conclamata di un immaginario collettivo inesauribile da quel fatidico Royal Wedding, passando per l’incoronazione mediatica del Time nel 1999 fra le 100 persone più influenti del XX secolo, nonché il sondaggio del 2002 della BBC che la mise al 3° posto fra i 100 Greatest Britons di sempre, scavalcando persino Shakespeare.

Numeri e record a margine, spiegare la seduzione tuttora intatta di questa figura unica nel suo genere implica un viaggio che parte da lontano, agganciato tanto agli archetipi universali quanto ai paradigmi della modernità. Lo sa bene Paola Jacobbi, giornalista e docente di storia dello Star System allo IED di Milano, che la “Dianology” l’ha approfondita e fatta studiare ai propri studenti. “Diana è un mito ribelle che assorbe due grandi cliché: quello della ribellione e quello della tragedia, esattamente come Marilyn Monroe e James Dean. Rispetto ai due attori, tuttavia, la principessa ha amplificato le misure, perché la sua ribellione è avvenuta nei confronti del sistema costituito per eccellenza, la monarchia britannica. E il destino sembra averla punita nella maniera più tragica”. Secondo Jacobbi “questa figura fragile e forte insieme, costretta in un matrimonio sbagliato, trova la sua persistenza nella capacità di identificazione con la donna qualunque, universalmente collocata nel tempo e nello spazio, qui sublimata dall’aura fiabesca e mediatica. Lei era una nobile ma si comportava da commoner, era alla moda, figlia del suo tempo, ma tale tempo ha contribuito a mutare nell’immaginario. Diana – a differenza di Jackie che è stata la prima influencer della Storia – ha sdoganato il fashion e il pop soprattutto quando è uscita dal feudo di palazzo: lo si è visto dai partecipanti al funerale gremito più dallo star system che dall’aristocrazia. Mentre ha tenuto in vita il senso più tradizionale della fiaba delle principesse – una maestra d’asilo che diventa protagonista del Royal Wedding – ha aperto la strada alle nuore, perché i suoi figli inconsciamente hanno scelto mogli simili alla madre, lontane dal sistema e vicine a quell’idea di deviazione dalla norma che era diventata la regola di Diana. Kate e Meghan, infatti, sono il risultato sdoppiato di ciò che lei riassumeva: l’emancipazione dentro la tradizione da una parte e la ribellione totale dall’altra. Sono certa che se fosse viva, Diana sarebbe ancora una cover lady oggi, con una popolarità immutata ma ancor più positiva”.

La Santa Sofia di Erdogan e quell’occasione di libertà

Santa Sofia che torna moschea non ha a che fare con la religione: ha a che fare con il potere.

L’imam che, venerdì scorso, ha salito le scale del minbar, portando con sé una spada ottomana, ha spiegato che è “una tradizione nelle moschee che sono il simbolo della conquista”. Se non bastasse, il nuovo sultano Erdogan ha personalmente avviato la preghiera, leggendo alcuni versetti del Corano.

Ma le più più importanti autorità islamiche in Arabia Saudita e in Egitto hanno condannato la riconversione di Santa Sofia perché – lo ha ricordato, su Vita e Pensiero, Wael Farouq, professore di Lingua, letteratura e cultura araba alla Cattolica di Milano – “contraria agli insegnamenti dell’Islam: il Corano non fa differenze riguardo alla necessità di tutelare sinagoghe, chiese e moschee. E anche contraria alla condotta tenuta dal Profeta con le chiese di Najran, nello Yemen; a quella del suo Compagno Amr ibn al-As con le chiese e i cristiani egiziani, e a quella del Compagno e Califfo Umar ibn al-Khattab, che strinse un patto con i cristiani di Gerusalemme, nel quale era scritto: ‘Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso… Questa è la sicurezza che il servo di Dio e Principe dei Credenti Umar ha garantito alla gente di Gerusalemme: ha garantito la sicurezza per loro stessi, le loro ricchezze, le loro chiese e le loro croci… Le loro chiese non vanno usate come abitazioni, né distrutte, né va loro tolto alcunché…”.

Le conclusioni di Farouq sono la cosa migliore che ho letto: “Non si può parlare in alcun modo di scontro fra cristiani e musulmani. Se lo facciamo cadiamo nella trappola di Erdogan che mira a far coincidere il mondo musulmano con l’ideologia islamista e spinge noi a un’operazione simile, riducendo Santa Sofia a una manifestazione della supremazia di una religione sull’altra, cioè a un simbolo di potere e non a una testimonianza di bellezza. La più grande vittoria degli estremisti è di farci vedere l’altro con gli occhi del loro odio”.

Se le cose stanno così, potremmo chiederci quale sia la risposta culturale più appropriata all’abuso di Erdogan. Una riguarda la presenza delle moschee nel nostro Paese.

In Italia i musulmani sono circa un milione e mezzo (una stima per difetto): e le moschee sono solo dieci. Per dire: in Turchia i cattolici sono 76.000, le parrocchie 54 (dati dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa diffusi in occasione del viaggio di papa Francesco nel 2014). Nel suo libro Ma quale paradiso? Tra i Jihadisti delle Maldive (Einaudi 2017), Francesca Borri racconta che quando un maldiviano apprende che lei è italiana, reagisce così: “Ho visto quelle foto di … come si chiama, con tutti i musulmani che pregano nei parcheggi dei supermercati!”. I sindaci italiani non vogliono costruire moschee: temono di perdere consenso, quando non sono direttamente fascio-leghisti. A Firenze Matteo Renzi e poi Dario Nardella hanno impedito in ogni modo che la slot-machine della “culla del Rinascimento” fosse “sporcata” da un minareto. E nel 2019 furono arrestati due italiani in possesso di tritolo e ordigni bellici che volevano far saltare in aria la moschea di Colle Val d’Elsa. In quella occasione non molti ricordarono che, nel maggio 2006 Oriana Fallaci aveva dichiarato al New Yorker: “Non voglio vedere questa moschea molto vicina alla mia casa in Toscana (a Greve in Chianti,) non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto … Se sarò ancora viva andrò dai miei amici anarchici a Carrara e con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare in aria!”. Da Carrara le fecero sapere che lì non aveva amici: ma i discepoli di questa scellerata razzista oggi non mancano. E dunque: un ottimo modo per non cadere nella trappola di Erdogan sarebbe costruire molte moschee in Italia, rispondendo così alla chiusura di un muro con l’apertura di molti ponti.

Per risponderein modo ancora più appropriato, potremmo decidere (e qui parlo non solo da cittadino, ma da cristiano) di costruire simboli eloquenti di comunione. Prendiamo la cattedrale di Siracusa: tempio greco che divenne chiesa e poi moschea, e che tale rimase fino al 1093, quando i normanni la ritrasformarono in chiesa. Un po’ come la cattedrale di Cordova, prima chiesa, poi Grande Moschea poi definitivamente chiesa: e qui, nel 2007, i musulmani spagnoli hanno chiesto di poter tornare a pregare. Quando saremo capaci, noi cristiani italiani, di decidere, per esempio, che il tempio-cattedrale-moschea di Siracusa ogni venerdì torni moschea? Perché non dovremmo riuscire a pregare lo stesso, unico Dio in uno stesso, unico luogo, facendo con la forza dell’amore ciò che abbiamo fatto per secoli con le armi?

Se un giorno ci riusciremo, da qualche parte dell’Olimpo degli dei caduti, sorriderà di certo Atena: antica titolare del tempio siracusano, dea di quella saggezza che tanto vorremmo, dovremmo avere.

Giles Duley, la fotografia può aiutare a salvare il mondo

“Le persone sopravvivono a cose terribili tutto il tempo. Io non credo nel giornalismo o nella fotografia in sé: io credo nelle storie che racconto”. Il reporter Giles Duley risponde mentre scatta foto in un reparto di terapia intensiva di una Londra silenziosa e malata di Covid-19, la città dove è nato nel 1971 e in cui finì in ospedale a 19 anni dopo un incidente d’auto. Il suo padrino gli regalò allora due cose: una macchina fotografica Olympus e un libro di fotografie del signore del reportage di guerra, Don McCullin.

Giles impara a fotografare in quel letto: “Cominciai a ritrarre le infermiere”. A 20 anni diventa un fotografo musicale, ma 10 anni dopo belle donne, belle feste assottigliano il suo umore fino alla depressione. Tra un ritratto a Lenny Krevitz e uno a Mariah Carry, decide che ne ha abbastanza della “cultura delle celebrity, di ridurre le donne a oggetti mezzi nudi per i giornali”.

“Un giorno buttai le macchine sul letto, volarono fuori dalla finestra: fu una fine simbolica di quella carriera”. Della dolce vita abbandonata per il battesimo del fuoco non si è pentito mai. Giles passa dai tappeti rossi a quelli di proiettili. Alla seta comincia a preferire il goretex: diventa un reporter di guerra, il primo Paese che sceglie di documentare è l’Angola. Seguono Kenya, Sud Sudan, Congo fino ad un giorno del 2011, quando salta su una mina in terra afghana.

“I primi tre mesi sono stati di sopravvivenza pura”, tempo scandito da 37 operazioni chirurgiche. Quando torna in sé il reporter vede allo specchio l’immagine di una vittima che avrebbe fotografato in zona di conflitto: l’esplosione gli aveva portato via due gambe e un braccio. Un corpo amputato può essere epilogo, disperazione sordida, sconfitta di ogni buona ragione per procedere. Giles si rimette in piedi su due protesi, decide di diventare monumento vivo di ciò che la guerra può fare a un uomo anche senza ucciderlo, per testimoniarlo ogni secondo, ovunque. Dice a se stesso che ha ancora un braccio e due occhi e riprende a scattare.

“In Cambogia ho conosciuto un uomo che aveva le gambe amputate come me, era stato un bambino soldato. Nella casa di sua sorella mi indicò tre cucce per cani: la più grande era la sua. Ecco quale era la sua realtà: vivere come un cane. Io ho potuto continuare la mia vita perché sono un uomo bianco, nato in una società occidentale. Non mi permetto mai di lamentarmi per me stesso”.

La stagione della sua fotografia varia di nuovo. Se qualcosa è davvero cambiato dopo l’esplosione è stata la libertà: “L’incidente mi ha liberato. Dopo quella mina non ho permesso più a nessuno di dirmi cosa raccontare. Il giorno in cui morirò non mi guarderò indietro per chiedermi se ho fatto una bella o brutta foto, ma se quell’immagine ha cambiato qualcosa”. Nel 2014 nella valle della Bekka in Libano incontra e ritrae Khalud, una donna che vive in un campo profughi, immobile nella sua tenda da quando un cecchino l’ha colpita al collo lasciandola completamente paralizzata. Giles è tornato da lei nel 2016 per dire: “Scusami, ti ho fallito, la mia foto non ha cambiato niente. Io, se racconto una storia, mi accerto che dopo qualcosa accada”. Ha fondato per questo un’ong dal nome esplicito: Legacy of war foundation, fondazione Eredità della guerra. “Di solito le organizzazioni sono fatte di uomini bianchi che arrivano in altri Paesi e pretendono di dire agli altri come vivere. Io lavoro per l’ong come lavoro da fotografo, arrivo lì e chiedo: come posso esserti utile?”. “Molti si aspettano che sia facile. Se un giovane fotografo viene a dirmi ‘nessuno vuole finanziare il mio lavoro’ dico: pulisci il sedere a qualcuno e finanzialo da solo”. Quando chiosa di ricorrere alla carta igienica è letterale: i primi reportage Giles li ha prodotti con i soldi guadagnati facendo l’assistente sociale. Uno dei soggetti dei suoi primi lavori è Nick, un bambino autistico che immortala per mostrare ai dottori cosa si infligge il ragazzo quando sta male. Lo mostra ai medici, la vita di Nick migliora. È da allora che Giles pretende che se scatta qualcosa, le cose cambino. Una foto ben fatta salva qualche anima. Giles ora vede spesso Don, il cui libro stringeva tra le mani quando a 19 anni decise di diventare reporter. McCullin il leggendario ha continuato a sostenere quello che ripete da tempo: “Le mie foto non hanno fermato il male: si è moltiplicato”. Giles una volta gli ha risposto: “Nessuna mia foto fermerà mai una guerra, ma potrebbe ispirare chi lo farà. Le tue foto hanno guidato me, le mie hanno guidato qualcun altro”. Un giorno Giles ha ricevuto una mail da un ragazzo australiano che, dopo anni di sforzi e sudore, era diventato chirurgo. Giles ha detto: “Sono contento per te, ma perché me lo dici?”. Il chirurgo aveva guardato per anni una foto che lo fissava indietro dal muro della sua stanza: l’immagine di un bambino ferito scattato da Giles in Afghanistan. La mail diceva: “Ogni volta che volevo mollare perché era troppo dura guardavo la tua foto. Non l’ho fatto. Volevo dirti grazie”.

Macronisti ko: così è fallita l’insurrezione dei centristi

C’è spesso la tendenza a ridurre il macronismo a chi l’ha fondato. Ma, pur nella sua singolarità, la traiettoria politica di Emmanuel Macron rinvia ad altre avventure politiche in Europa. Negli ultimi dieci anni, nuovi movimenti politici sono emersi al centro dei diversi scacchieri politici nazionali. Mentre l’offerta politica “tradizionale” era in piena ristrutturazione, si sono affermate delle contro-élite profondamente critiche nei confronti di quella stessa classe politica tradizionale. La maggior parte di questi movimenti siedono nello stesso gruppo de La République en Marche (LaRem) al Parlamento europeo, chiamato Renew Europe, dove convivono con partiti della vecchia democrazia cristiana e della famiglia liberale storica, più ancorati a destra.

Vi troviamo dunque i deputati spagnoli di Ciudadanos (nato in Catalogna nel 2006 prima di affermarsi sul piano nazionale), gli austriaci di Neos (fondato nel 2012), i cechi di Ano (fondato nel 2011), più un rappresentante del piccolo partito Italia Viva creato da Matteo Renzi nel 2019. In Francia, la base del macronismo si è spostata nettamente a destra. Ma come sono evoluti i suoi “omologhi” europei? Tutte queste esperienze politiche, che oscillano tra novità e ribellione conformista, hanno sfruttato delle finestre di opportunità, legate all’indebolimento storico delle tradizionali forze di governo, criticate per la mancanza di risultati e spesso implicate in scandali politico-finanziari. Macron ha approfittato della crisi del partito socialista e della radicalizzazione della destra, dopo che uno scandalo aveva coinvolto il candidato all’Eliseo del partito conservatore.

In Spagna, solo nel 2014 Ciudadanos è riuscito a investire la scena nazionale, mentre i socialisti e i conservatori erano alle prese con le condizioni economiche disastrose nel paese e gli scandali per corruzione. Come sostiene il ricercatore Guillem Vidal, il partito ha attirato chi aveva voglia di “rinnovamento e trasparenza”, ma non intendeva votare a sinistra per Podemos. Il politologo Lubomír Kopcek, specialista del partito ceco Ano, fondato dal potente uomo d’affari Andrej Babis, spiega: “A inizio 2010, la recessione e le crisi di governo avevano già eroso l’adesione ai partiti mainstream. Poi nell’estate 2013, uno scandalo per corruzione ha fatto cadere il governo. Anche i socialdemocratici, divisi dai molti disaccordi all’interno del nuovo governo tecnico, erano in difficoltà”. Il partito di Babis, che proclamava ”non sono un politico, ma un manager”, ha ottenuto il 18,7% alle elezioni di novembre 2013 ed era appena nato.

Anche in Austria, meno colpita dalla crisi, i dirigenti di Neos (“La Nuova Austria”) hanno cavalcato la lotta alla corruzione, dopo i numerosi scandali scoppiati nel 2012 soprattutto, anno di fondazione del partito. Da Praga a Madrid, questi partiti vicini al “macronismo” non hanno tuttavia mai messo in discussione la mondializzazione, portata avanti a partire dagli anni 80 dalle classi dominanti occidentali, sulla base di un’ideologia neoliberale e standard culturali relativamente aperti. Tutti aderiscono a un’integrazione europea sempre maggiore, sulle stesse basi competitive di oggi ma verso una maggiore unione politica. Queste formazioni si possono definire liberali. Alcune lo sono apertamente, come gli austriaci di Neos. Per altri la posizione è più sfumata. I leader di Ciudadanos si sono per esempio definiti difensori di un nazionalismo centrale, ostile alle ambizioni indipendentiste regionali. In Repubblica ceca, il leader di Ano si è rivelato piuttosto “illiberale” nell’esercizio del potere, ricordando in certe azioni con il Parlamento i passaggi di forza dell’esecutivo di Macron.

Tutti questi partiti appaiono come “challenger”: anche se ideologicamente vicini alle élite governative, incarnano la promessa di un rinnovamento che le prime non sono state in grado di realizzare. Portano avanti una retorica anti-establishment ma di fatto attuano politiche piuttosto convenzionali. Alcuni sono stati lanciati da figure del mondo degli affari (Ano e Neos), altri da responsabili politici già inseriti nel sistema che portano con sé elementi di “più vecchie” organizzazioni (Ciudadanos, LaRem, Italia Viva ). Tra queste formazioni, LaRem, il partito di Macron, è quella che oggi concentra più poteri, ha l’Eliseo e la maggioranza in Assemblea. La seconda è Ano: dopo aver raccolto circa il 30% dei voti alle elezioni del 2017, il partito ceco è riuscito faticosamente a formare un governo di coalizione con i socialdemocratici e Babis a essere nominato premier. Il miliardario ceco ha fatto fortuna con Agrofert, una holding attiva nel settore alimentare e chimico che conta 30.000 dipendenti. Accusato di frode sui fondi europei e di conflitto di interesse, Babis ha dovuto far fronte a diverse proteste lo scorso anno, ma la sua coalizione resta popolare nei sondaggi. Da parte sua, Ciudadanos, che nell’aprile 2019 aveva ottenuto il 15,9% dei voti, è sceso sette mesi dopo a meno del 7%. Per Guillermo Fernández Vázquez, ricercatore in scienze politiche all’università Complutense di Madrid, la situazione è paradossale: “Proprio quando gli spagnoli sembrano favorevoli a patti trasversali, il partito non riesce a imporsi come formazione di centro-destra aperta”. A partire dal 2018, e con il ritorno dei socialisti al governo, spiega Vázquez, “l’asse destra-sinistra è diventato più forte, a scapito dell’asse popolo-élite e rinnovamento-conservatorismo”. Disorientati dall’arrivo del premier Pedro Sanchèz, i leader di Ciudadanos si sono trovati a dover far fronte anche alla concorrenza dell’estrema destra di Vox. Ma, spostandosi sempre di più a destra, stringendo finanche alleanze con Vox a livello locale, spiega Vázquez, hanno “disorientato” la metà dei loro sostenitori. Gli altri partiti hanno ottenuto risultati elettorali più modesti. L’austriaco Neos, che ha un nuovo leader dal 2018, resta fermo sotto il 10% ed è all’opposizione. Solo la nuova formazione dell’ex presidente del consiglio italiano Matteo Renzi non ha ancora affrontato la prova del suffragio universale. Renzi, che voleva “rottamare” la vecchia classe politica, non è riuscito a convincere gli italiani sul lungo termine né a trasformare totalmente la cultura del Partito Democratico, erede della sinistra italiana.

Nel 2016, dopo una riforma del lavoro umiliante per i sindacati e un referendum istituzionale perso, ha lasciato il governo. Lo scorso settembre ha fondato Italia Viva sottraendo parlamentari al Pd, ma anche a Forza Italia. L’esperienza è audace ma la concorrenza è già forte al centro, l’originalità di Renzi già affievolita e il campo politico già in piena riconfigurazione.

Alla luce di quanto detto, non sembra che Macron abbia più qualità di leadership degli altri, ma ha avuto più fortuna. Due volte: ha beneficiato di un contesto particolarmente promettente, con il collasso quasi simultaneo dei due grandi pilastri della vita politica francese, e ha potuto contare su istituzioni e su un sistema di voto vantaggioso nel caso di successo alle urne. Dopo l’elezione, la Costituzione francese gli garantisce poteri esorbitanti. Con un sistema parlamentare proporzionale, Macron si sarebbe trovato di fronte a vincoli simili a quelli che Babis riesce a gestire senza erodere la sua base elettorale. Nella maggior parte dei casi, questi partiti che hanno promesso un rinnovamento stanno deludendo. Inoltre, malgrado i punti comuni e un marcato posizionamento pro-europeo, non stringono legami transnazionali seri, tranne in gruppi più grandi come l’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, un gruppo poco esigente, dato il pedigree dei suoi membri. L’“insurrezione centrista” sembra fermarsi alle frontiere nazionali e inciampare sullo spazio europeo (dove restano minoritari). In definitiva, la loro esistenza mostra le difficoltà che hanno le élite dirigenti a riaffermare la loro legittimità di fronte alle crisi contemporanee e alle aspettative dei cittadini. E non offre alcuna soluzione. Permette solo a chi è soddisfatto dello status quo di “prendere tempo”.

 

Il lato oscuro delle rinnovabili: la transizione tra vincitori e vinti

L’isola di Koh Phi Phi Leh in Tailandia è conosciuta nel mondo per la spiaggia paradisiaca immortalata in The Beach con Leonardo Di Caprio. La notizia è che diventerà “indipendente” energeticamente grazie a pannelli solari, coadiuvati da un generatore diesel. Per fornire energia elettrica a poche decine di abitanti si ricopriranno di pannelli 5 ettari di vegetazione e, per sopperire al problema dell’intermittenza delle rinnovabili, si installerà un generatore: consumo di suolo e perdurante dipendenza dalle importazioni di carburante. Si direbbe che dopo la piaga del turismo di massa, l’isola sia stata anche punita con la piaga delle rinnovabili.

Non c’è dubbio che per evitare un aumento della temperatura di oltre 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale l’uso di carbone, petrolio e gas naturale vada azzerato entro il 2050. Problemi fondamentali legati alla transizione da fonti energetiche di origine fossile a fonti rinnovabili stentano però ad affermarsi nel dibattito politico mainstream.

Crescita. Nel libro “Di più con meno” Andrew McAfee del Mit di Boston sostiene una tesi cara ai paladini della tecnologia e delle virtù salvifiche dell’economia di mercato, come Bill Gates. Secondo McAFee la storia degli Stati Uniti dagli anni 80 dimostrerebbe che è possibile aumentare il Pil consumando sempre meno risorse. Una dimostrazione la offrirebbe anche l’Unione europea: dal 1990 al 2018 il Pil sarebbe aumentato del 60%, pur con un taglio delle emissioni di CO2 del 23%. Per gli Usa, però, Jason Hickel dimostra che in realtà, se si includono le risorse utilizzate per estrarre, produrre e trasportare i beni importati, il consumo di risorse si è mosso in parallelo alla crescita del Pil. Semplicemente, le produzioni più energivore sono state spostate altrove – la produzione industriale della Cina nel 2018 è stata pari a quella di Usa, Giappone e Germania insieme. Anche nell’Ue la riduzione delle emissioni serra dal 1990 è dovuta sì al passaggio dal carbone al gas naturale, ma anche alla delocalizzazione della produzione industriale. Per produrre beni occorrono quantità sempre maggiori di energia e risorse naturali. Per ridurre i consumi energetici, e lasciar spazio alle rinnovabili, serve ridurre la quantità di beni prodotti e consumati, allungarne il ciclo vitale, redistribuirne l’allocazione, investendo su elementi di benessere collettivo, come l’educazione o la salute, che non portano necessariamente a un aumento dei consumi materiali. È meglio avere due modelli di maschera per fare il bagno in un mare inquinato o una sola maschera per fare il bagno in acque cristalline?

Fisco. Sebbene si parli insistentemente di “sussidi alle fonti fossili”, sono queste a sussidiare le casse dei Governi. Sostengono da tempo il nostro stile di vita, garantendoci una fonte energetica economica, concentrata e dall’utilizzo flessibile. La tassazione delle fossili, specie sulla benzina, è un’autentica manna per gli Stati europei. In media nell’Ue le tasse energetiche valgono il 6% delle entrate statali, e l’80% di queste sono accise sui carburanti che in Italia garantiscono ogni anno all’Erario più o meno quanto i famigerati aiuti offerti dal Mes. Al Consiglio europeo sul Recovery Fund si è parlato anche dell’introduzione di una “carbon border tax” per finanziarlo: un’altra tassa sulle fossili, sebbene pagata da produttori non europei. Si tratta di tasse indirette che aumentano i prezzi per tutti i consumatori e dunque inique. Non è stato ancora concepito un chiaro meccanismo per fare in modo che la fiscalità sempre più aggressiva sulle fossili si traduca in un beneficio diretto per le classi più disagiate. Se il modello è quello degli incentivi a comprare una Tesla, si tratta di un’ulteriore redistribuzione delle ricchezza al contrario.

Geopolitica. Carbone, petrolio e gasdotti sono stati un elemento portante della politica internazionale. Senza il petrolio, il rapporto tra Usa e una regione marginale come l’Arabia Saudita, non sarebbe diventato uno dei grandi sodalizi mondiali. Una transizione alle rinnovabili genererà anche una rivoluzione nella diplomazia. Quali sono i rischi? Il primo è il declino del ruolo dei petrostati, da Riad alla Russia, che sono cruciali attori regionali e che andranno sostenuti per evitare un tracollo dei prezzi e ridurre la loro dipendenza da petrolio e gas naturale. Il secondo è la competizione sulle tecnologie per le rinnovabili, che vedono la Cina all’avanguardia, nonché la concentrazione di alcune materie prime cruciali in Paesi che non hanno una chiara governance del settore minerario (il Congo ha il 50% delle riserve mondiali di cobalto per batterie).

Consumi, fisco e geopolitica non sono che alcuni dei grandi temi di una transizione energetica che sarà uno dei grandi assi dello scontro politico, sia all’interno delle nazioni che fra le nazioni.

Ecobonus 110%. Dai lavori alle spese sostenute: la nuova guida

Trentaquattro pagine che mezza Italia – dalle famiglie alle imprese – bramava per capire un po’ di più come funziona il nuovo super incentivo introdotto dal decreto Rilancio che dà diritto a una detrazione al 110% delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 a fine 2021 per gli interventi di efficienza energetica (ecobonus), riduzione del rischio sismico (sismabonus), installazione di impianti fotovoltaici e di colonnine di ricarica di veicoli elettrici. Un bazooka per alimentare un giro d’affari che altrimenti non ci sarebbe per un settore in crisi profonda. L’Agenzia delle Entrate ha infatti pubblicato una guida per spiegare le regole nel dettaglio, ma è meglio ricordare che si tratta solo di una prima illustrazione informativa: non sono i provvedimenti attuativi che vanno ancora emanati per lo sconto in fattura e per la cessione del credito. Così come manca il decreto del ministero dello Sviluppo economico con i limiti di spesa e i requisiti che condizionano l’avvio effettivo alla fruizione del bonus. Facciamo il punto sulla misura.

Come funziona. Le spese vengono rimborsate in 5 anni per i lavori effettuati sulle parti comuni dei condomini, in appartamento e sulle unità immobiliari indipendenti. Ammessi alla detrazione anche i lavori sulle seconde case ma per un massimo di due unità. Escluse case di lusso, ville e castelli.

I requisiti. Per avere il 110% bisogna fare uno dei tre lavori trainanti (ecobonus, sismabonus o impianti fotovoltaici) e migliorare di due classi energetiche l’efficienza dell’intero edificio (una casa monofamiliare o un condominio) o della singola unità immobiliare se si tratta di una villetta a schiera.

I conti. Ad esempio, chi vive in un appartamento all’interno di un condominio che sta rifacendo il cappotto termico, se deciderà di sostituire caldaia e infissi, potrà beneficiare del superbonus. In soldoni, a fronte di una spesa di 8.000 euro, otterrà una detrazione di 8.800 euro da utilizzare in 5 anni in quote annuali da 1.760 euro. Chi non vuole spendere neanche un euro, potrà optare tra lo sconto immediato in fattura o la cessione del credito alle banche, anche se ancora non si hanno ulteriori dettagli.

La documentazione. È necessaria l’asseverazione da parte del tecnico abilitato che deve certificare la conformità dell’intervento con i requisiti richiesti e la congruità delle spese sostenute.

 

E il capo del Mes sconsigliò il regista: “Non fare il film”

Le trattative del Consiglio europeo sul Recovery Fund sembrano aver portato a un compromesso fra i Paesi del Nord e quelli del Mediterraneo. Ma non sempre in Europa le cose sono andate così, anzi spesso sono andate al contrario. Ogni compromesso possibile veniva sabotato da chi voleva imporre misure di austerità sui Paesi più deboli, come nel 2015, quando la Grecia fu costretta – di nuovo – ad accettare un memorandum che l’avrebbe obbligata a nuovi tagli e aumenti delle tasse.

Allora le discussioni si tennero all’Eurogruppo, vale a dire l’organo informale – ma decisivo – che riunisce i ministri delle Finanze dell’Eurozona: il protagonista di quei summit era l’economista Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze del governo greco guidato da Alexis Tsipras, insediatosi proprio all’inizio dell’anno. Sappiamo tutti come finì: Tsipras convocò a luglio un referendum in cui vinse la sua linea anti-austerità, ma pochi giorni dopo accettò le condizioni dell’Eurogruppo. Varoufakis si dimise per protesta. La Grecia finì di nuovo commissariata.

Quella storia è stata raccontata dal grande regista greco Costa-Gavras nel film Adults in the room (Adulti nella stanza), ispirato all’omonimo libro di Varoufakis e finanziato dallo Stato greco. Una coproduzione greco-francese, la pellicola è stata presentata fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto gli onori della stampa.

Costa-Gavras non è nuovo a opere in cui critica ferocemente i potenti, come quando vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1970 con Z – L’orgia del potere. Ma questa volta ha dovuto affrontare l’opposizione di alcuni dei protagonisti stessi della storia che avrebbe raccontato. Come raccontato di recente da German Foreign Policy, l’élite politica tedesca si sarebbe mossa per ostacolare direttamente la realizzazione del film. In particolare, si parla di un episodio già riportato dai media greci a febbraio, ossia l’incontro fra Klaus Regling, il direttore tedesco del famigerato fondo “salva-Stati” Mes, e il regista.

In una cena a Parigi, Regling avrebbe chiesto a Costa-Gravas di abbandonare il suo lavoro, in quanto il racconto di Varoufakis da cui traeva ispirazione era in gran parte errato. Ma il regista stupì il suo interlocutore dicendo che aveva potuto verificare la veridicità delle parole dell’ex ministro greco ascoltando le registrazioni degli incontri dell’Eurogruppo fatte in segreto da Varoufakis stesso (quelle stesse registrazioni poi messe in rete alcuni mesi fa).

Possiamo immaginare che il direttore del Mes sia rimasto di stucco. Ma ancor più saranno rimasti irritati quelli che, come l’ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, escono a pezzi dalla narrazione della pellicola. Proprio Schäuble nel film dice: “Non si può permettere alle elezioni di cambiare le politiche economiche”. Al che Varoufakis risponde: “A che servono allora le elezioni?”. In questo breve scambio c’è tutto il dramma politico dell’eurocrisi raccontata da Costa-Gavras.

Dopo la bella accoglienza al Festival di Venezia dell’anno scorso, il film è stato distribuito in Francia, Belgio, Cipro, Grecia, Portogallo, Spagna e Svezia e, fuori dall’Europa, in Argentina. In Germania, invece, il lavoro del grande regista greco non è uscito nelle sale. “Di fatto ne è stato imposto un boicottaggio informale”, riporta German Foreign Policy. E questo nonostante Ulrich Tukur, uno degli attori tedeschi più famosi, interpreti nel film proprio il ministro Schäuble.

Nessun distributore cinematografico tedesco ha voluto la pellicola di Costa-Gavras, la prima girata in Grecia dal regista, forse proprio per le pressioni politiche o per gli argomenti trattati, che mettono in luce il vero comportamento della Germania nel 2015. Sta di fatto che il film non è stato mai doppiato in tedesco e “in una delle poche recensioni tedesche è stato descritto come incondizionatamente soggettivo”. E non finisce qui. I maggiori media tedeschi, “in occasione della prima del film, ne avevano parlato in modo dispregiativo etichettandolo come un programma televisivo per il tempo libero”.

Neanche in Italia, però, la pellicola è stata proiettata nelle sale, nonostante sia stata presentata per la prima volta proprio a Venezia. Nessun distributore italiano ha acquistato i diritti del film. Il fatto ha dell’incredibile. Non si parla infatti dell’opera prima di uno sconosciuto regista, ma del lavoro di un premio Oscar e con al centro un tema di primaria importanza nella discussione politica italiana.

Il messaggio del film di Costa-Gavras è chiaro: l’austerità, i ricatti e la rigidità dei più forti hanno provocato un’enorme tragedia umana. Lo spettatore è trascinato negli interminabili negoziati dell’Eurogruppo, in cui non si avanza mai di un centimetro, perché i tedeschi e i loro alleati non sono inclini a compromessi. In un periodo delicato per il futuro dell’Unione europea e dell’Eurozona, questo film arriva come un fulmine. L’immagine ha una potenza molto maggiore della parola scritta. Forse proprio per questo è così difficile riuscire a vedere Adults in the room.

Post-Covid, ora la “vendita” ai francesi potrebbe portare meno soldi agli Agnelli

Chi illumineranno le stelle? E quale sarà il cielo di Stellantis, la galassia-holding dell’auto che dovrebbe nascere, nella primavera del 2021, dall’accordo tra Fca e Peugeot? Il cielo della Tour Eiffel, “della Francia, insomma”, rispondono gli osservatori più pessimisti (ma forse anche i più realisti). Con conseguenze drastiche, se così fosse, per la filiera italiana dell’auto, per quella presenza di produzioni nella stessa Torino che fu la culla delle fortune degli Agnelli, per una competizione fratricida tra Nord e Sud riguardo al salvataggio degli stabilimenti italiani e, infine, per il nostro governo che ha appena dato il via libera al prestito di 6,3 miliardi di euro di Intesa SanPaolo a Fca, con la garanzia pubblica di Sace.

Qualcosa che si intreccia con la questione più scottante dell’intesa raggiunta, prima dello tsunami coronavirus, tra il gruppo di John Elkann, con prevalenza di mercato negli Usa e le sedi legale e fiscale ad Amsterdam e a Londra, e quello transalpino, partecipato dallo Stato francese e nelle mani di una star dell’automotive, Carlos Tavares, futuro ad di Stellantis. Si tratta del “famigerato” concambio da 5 miliardi di euro, destinati a finire in buona parte nella cassaforte di Exor (e di lì poi nelle tasche della vorace corte degli eredi Agnelli). Una compensazione per il consistente apporto del mercato americano (con Chrysler), secondo la versione ufficiale; il primo passo invece di una “cessione diluita” a Peugeot secondo una lettura che, a Torino, ha preso a far capolino persino nelle riflessioni dei vecchi esperti di diritto societario che conservano i segreti di Gianni Agnelli ma anche di Sergio Marchionne. Qualcosa che troverebbe conferme “metafisiche” addirittura in un brand, Stellantis (dal latino: “illuminato dalle stelle”), dalle indubbie nuance parigine, ideato dagli stessi creativi francesi che iventarono quello di Novartis, e dimostrazioni più concrete grazie alla maggioranza di Parigi nel cda del futuro gruppo (quarto al mondo dopo Tesla, Toyota e Volkswagen).

Può però permettersi di resistere quella somma ingente, calcolata prima della pessima situazione di un mercato devastato dagli effetti economici della pandemia? In Francia, il piano di emergenza per l’auto voluto da Macron qualche effetto benefico l’ha già prodotto: il 50 per cento degli incentivi per favorire gli acquisti è stato subito “consumato”. In Italia, invece, i segnali sono debolissimi: aspettando gli aiuti autunnali. Nel maggio scorso, in piena polemica per il prestito da 6,3 miliardi e con i giornali padronali di Elkann scatenati contro il governo Conte, il nipote dell’Avvocato usò parole stizzite verso chi provava a criticare la “real casa”: “Quel patto è scritto sulla pietra”. Qualche settimana fa, invece, un più sornione Tavares si è limitato a dire: “Del concambio parleremo al momento opportuno”.

Una partita a poker sommersa, ma con già un vincitore scontato: sempre i francesi. E per favorire una possibile riduzione del concambio, potrebbe tornare utile proprio un apparente intoppo alla fusione. Riguarda i dubbi sollevati dall’Antitrust europeo sulla situazione di preminenza nel mercato Ue delle vendite di furgoni già in comune tra Fca e Peugeot. Comincia a farsi strada, infatti, la possibilità di scorporare la Sevel (gestisce gli stabilimenti italiani dei furgoni) dalla futura holding, trasferendola a Cnh (ex Iveco), rimasta fuori dall’accordo. Alchimie societarie che, però, potrebbero giustificare un ridimensionamento condiviso del concambio.

Ma se nella primavera del 2021 l’accordo dovesse essere comunque completato, i problemi comincerebbero senza dubbio per il futuro dell’auto in Italia. Fca infatti, grazie al prestito e all’emissione di un bond (almeno altri 3 miliardi di euro), sarebbe in grado di fronteggiare i problemi di cassa, garantendo dunque agli eredi Agnelli (già orfani dei 9 miliardi per la mancata vendita dell’assicurazione PartnerRe) di incassare una parte consistente del “premio” e senza i vincoli sulla distribuzione di dividendi legati alle garanzie di Sace.

Che ne sarebbe invece della produzione italiana? Gli interrogativi nascono tutti da quella prevalenza transalpina simboleggiata persino dalla “holding delle stelle” e partecipata dallo Stato francese le cui politiche per l’auto sono molto chiare: aiutare le case transalpine che producono in Francia auto destinate a essere vendute ai francesi. Chi ballerà di più allora, in una rinnovata guerra Nord-Sud, tra gli stabilimenti simbolo dell’automotive italiano: Mirafiori o Pomigliano? E quali saranno le sorti della componentistica soprattutto piemontese impegnata, nella crisi, a decidere se investire su commesse a questo punto molto aleatorie?

Una partita a poker anche questa che chiama in causa le istituzioni italiane. Quelle di Torino, per cominciare, dove il closing di Stellantis coinciderà, per una possibile alleanza Pd-M5S, con le elezioni comunali, e quelle del governo nazionale, dopo la gestione un po’ sgangherata e poco efficace della garanzia per il prestito a Fca. Magari a cominciare da subito, chiedendo garanzie vere non solo alle “stelle”, ma soprattutto ai francesi, governo Macron compreso.

Il settore a picco: è l’anno zero. Ma dalla politica solo palliativi. Come sta l’Auto?

Incentivi pubblici sino a 10mila euro per le vetture nuove, sconti del 60% sul passaggio di proprietà per quelle usate, maxi promozioni delle case. Per tentare di rimettere in moto il mercato dell’auto mandato in panne dalla pandemia lo Stato, con il decreto Rilancio, e i produttori con la loro liquidità ripropongono una ricetta vecchia. Molti osservatori però ritengono che sia come tentare di curare il coronavirus con un’aspirina.

Lo shock causato dal Covid è stato duplice. Nei primi cinque mesi dell’anno, secondo l’Istat, la produzione di auto è crollata del 54% rispetto allo stesso periodo del 2019, mentre quella della filiera è calata del 39,6%. La chiusura media di 30 giorni degli stabilimenti nella Ue, secondo l’Associazione europea dei costruttori (Acea), ha causato una perdita di 2,45 milioni di veicoli di cui 158mila in Italia con forti impatti sulla componentistica. Il lockdown ha poi congelato la domanda: nel primo semestre in Italia ci sono state solo 584mila immatricolazioni (-46% su base annua). Secondo Federauto, l’associazione che raggruppa 1.100 delle 1.400 concessionarie italiane, a fine maggio sui piazzali c’erano 900mila veicoli invenduti del valore di 18 miliardi.

Secondo Acea le vendite di auto nella Ue nel 2020 caleranno a circa 9,6 milioni dai 12,8 dell’anno scorso. Nelle loro ultime stime, gli analisti di Goldman Sachs prevedono che Italia e Spagna vedranno un calo del 25% delle immatricolazioni rispetto al 2019, il Regno Unito del 18%, la Francia del 16% e la Germania del 14%, con gravi rischi per l’industria e l’occupazione. Nella Ue ci sono 196 stabilimenti che producono un quarto delle auto mondiali, con quasi 3,5 milioni di lavoratori che salgono a 13,8 nel settore automotive allargato, che nel 2018 “valeva” il 7,4% del Pil della Ue: dal 15,3% della Germania al 6,2% della Spagna, dal 5,9% della Francia al 4,6% dell’Italia e nel Regno Unito, ormai ex Ue, il 3,8%. Acea stima in 1,1 milioni i lavoratori dell’auto a rischio in Europa, due volte e mezza i 440mila persi nella crisi del 2008-2013.

La paralisi delle filiere ha messo in crisi le imprese finanziariamente più deboli e le misure di sostegno di emergenza, come il prestito da 6,3 miliardi erogato da Intesa Sanpaolo a Fca e garantito dalla pubblica Sace, non sembra aver risolto tutti i problemi. Nel frattempo è esploso il ricorso agli ammortizzatori sociali. Per l’Italia però i problemi non sono arrivati col Covid: il 2019 si era chiuso con un calo annuo del 19,5% della produzione di auto e del 4% di veicoli commerciali leggeri, mentre quella di autobus si è quasi azzerata in 10 anni.

Ma l’auto ha ancora un grande valore per il Paese. La filiera, secondo l’associazione di settore Anfia, rappresenta più di 5.500 imprese che fatturano quasi 106 miliardi (l’11% di tutta l’industria) e dà lavoro a 274mila addetti (il 7% della manifattura totale), il 70% dei quali nella componentistica. Con i 957mila dipendenti dei servizi collegati l’occupazione totale sale a 1,23 milioni. La sola componentistica conta circa 2.200 aziende, 160mila addetti e un fatturato di 50 miliardi, dei quali 22 nell’export (la Germania è il primo sbocco con 4,5 miliardi, il 21% del totale) con un saldo positivo di 6,5.

Restano pesanti incognite sul futuro di Fca, impegnata nella fusione con i francesi di Psa, e di Cnh Industrial (veicoli industriali). Fiat Chrysler in Italia ha 31 stabilimenti con 56mila dipendenti, Cnh 17mila dipendenti in 21 impianti. Prima della pandemia gli ammortizzatori sociali erano già attivi in gran parte dei siti, poi la Cig Covid è stata usata in tutti. Secondo i sindacati, gli impianti più esposti nel gruppo Fca sono quelli di Grugliasco, Mirafiori, Pratola Serra e Pomigliano, l’Alfa Romeo di Cassino, la Vm di Cento, la Maserati di Modena. Dopo la vendita del 2018 alla giapponese Calsonic Kansel, anche Magneti Marelli non naviga in acque tranquille. In Cnh ci sono tensioni a San Mauro Torinese e Pregnana Milanese, Brescia e Lecce. Altri punti caldi sono la Blutec di Termini Imerese, dove la magistratura indaga sul fallimentare tentativo di rilancio dell’ex impianto Fiat, la Bosch di Bari, la Vitesco di Pisa, la Tiberina di Cassino.

Secondo Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom-Cgil, “la crisi dell’auto in Italia ha radici antiche: molte imprese della componentistica legate a Fca erano in difficoltà già da anni per il calo delle quote di mercato del gruppo in Europa. Una parte del processo di ristrutturazione del settore è stata affrontata nel 2008-2011 ma rispetto alle previsioni, ad esempio, le Alfa Romeo prodotte in Italia sono 400mila in meno. Sul futuro delle aziende di componentistica che invece producono per l’export, in particolare per Germania e Francia, oltre alla pandemia pesa la grande incognita del passaggio al motore elettrico, che ha complessità e numeri molto più ridotti rispetto a quelli dei motori endotermici o ibridi. Abbiamo incontrato numerosi politici ma sentiamo ripetere la litania degli incentivi: una risposta surreale, mentre Parigi e Berlino costruiscono già l’asse europeo per le batterie dell’auto elettrica”. Quanto ai rischi di contraccolpi occupazionali per gli stabilimenti italiani di Fca dalla fusione con Psa “nelle scorse settimane abbiamo chiesto al Governo un piano per il settore auto come quello realizzato in Francia. Serve un confronto su scelte di politica industriale. Vogliamo capire se l’Esecutivo ha un’idea per il futuro, perché da anni nell’auto l’Italia è il vaso di coccio tra Francia e Germania. Il dibattito sul settore va affrontato a livello europeo”.

Per alleggerire il mio cuore Io, il prete nel confessionale e i mondiali nella radiolina

In un pomeriggio d’estate, mentre tutti sono attaccati alla mondovisione dei mondiali di calcio, cerco un po’ di refrigerio in chiesa. Le chiese sono freschissime d’estate, altro che aria condizionata! Ma non sono qui per questo, mi sento strana oggi, piango e non so il perché. Capita, mi capita, come a tutti.

Non sono religiosa e non mi attribuisco peccati. Forse errori, cadute e ricadute, malanimi, ma non penso in termini di peccato. Non escludo che ci possa essere una vita dopo la morte, semplicemente non lo so. M’avvicino al confessionale, in cerca di un po’ di leggerezza dal peso che oggi ho sul cuore. Il Don di là dalla grata, sta con la radiolina sintonizzata sugli ottavi di finale, un prete tifoso, sembra scocciato che qualcuno lo richiami al suo lavoro. Non capisco se il mugolio che sento sia il suo respiro o la voce in sordina di Bruno Pizzul. Non gli interessa di come mi sento, del fatto che non so perché piango. Sussulta a ogni gol, e mi propina una ramanzina d’ordinanza quando gli dico che non vado in chiesa da anni, e subito, sciorina tutti i comandamenti. Nel frattempo dalla radiolina si sente: “Colpo di testa di Schillaci. Gol, no quasi gol! La palla colpisce la traversa”, urletto del prete, “la palla torna in campo, avanza Baggio, la calcia con potenza verso la porta avversaria. Gol, no quasi gol, Palo!”, altro urletto soffocato del prete, “ma la palla è ancora buona. Dal centro campo, sopraggiunge Carnevale, detto il giustiziere. Indirizza il pallone verso l’incrocio dei pali, e finalmente è gol, senza quasi, è proprio goool!”, a questo punto il prete ha delle convulsioni, comincia a urlare e ad agitarsi come una baccante! Mi viene talmente da ridere, soprattutto mentre commina la penitenza che quasi quasi sono grata a questo pretuccio tifoso, ero in cerca di alleggerimento e in qualche modo me l’ha procurato. Peccato però che i mondiali li abbiamo persi, se no mi avrebbe assolto per i prossimi 8 anni!