23 gennaio 1994. La partita con la mafia che voleva far saltare in aria l’Olimpico (e “noi”)

Il nuovo libro di Antonio Padellaro, La strage e il miracolo, 23 gennaio 1994, è fatto di materiali che di solito non si trovano in un libro di narrazione o in un libro documentario. Prima di tutto il volume vibra di una tensione che non smette mai e che quasi sentite nelle mani mentre leggete. È la tensione dello stadio, della partita e dell’immensa energia dei tifosi.

A questa strana materia, molto vissuta e poco analizzata persino dagli scrittori di strada (quelli che adorano stare nel fatto e vogliono appartenere alla folla) Padellaro dedica tre cose insolite: una scrittura martellante, come detta da un radiocronista, una corsa continua che muta dettagli e comportamenti, anche mentre leggete. E la passione cieca e totale del tifoso da cui rifiuta di prendere le distanze, incurante della sua reputazione di uomo colto e di giornalista di fatti e documenti mai riscaldati dalla presa di possesso della verità. Questa parola, verità, ci porta avanti nel sapere come maneggiare questo libro costruito intorno a una festa che deve diventare tragedia. Ma ciò che non accade, ci spiega l’autore-testimone, non uccide come previsto, ma accade lo stesso. Infatti la parola verità, che sto usando per queste pagine, funziona anche in un modo senza precedenti. L’autore-indagatorenarratore, con tutta la sua famiglia, è sul posto, ideale per un grande giornalista, se la tragedia preparata e prevista non fosse una strage. Per questo nel titolo è compreso la data di un giorno che stava per squarciare la storia italiana con l’esplosione di un intero stadio (lo stadio Olimpico di Roma) durante una partita della Roma (Roma-Udinese). La spiegazione dell’evento inaudito è semplice: la mafia, al suo meglio, e confortata dai successi di mosse sanguinose appena riuscite, era in vena di continuare il suo dialogo con la Repubblica Italiana, il principale cliente da cui esige un pizzo molte volte più grande di quello altissimo di cui godeva al momento (e di cui gode oggi) depredando persone, imprese e istituzioni.

Rendetevi conto della macchina narrativa messa in moto da Padellaro. Ci sono le pagine dell’attesa della partita che sono, da adesso, tra le più belle e nuove della letteratura italiana contemporanea (La strage e il miracolo è un documentario che addenta e morde i fatti con il miglior mestiere giornalistico, ma le pagine sull’attesa della partita sono molto di più. È come quando, a un prosatore, compare in pagina una poesia), ci sono le pagine larghe dell’Italia in quegli anni, c’è , quasi contemporaneamente, l’inventario di un vivere morale e sociale che appare una grande premonizione di ciò che sta per accadere. Non ci sarà il pazzesco attentato, ma ci sarà l’Italia dopo, con forti dosi di quel veleno. Infatti la tragedia annunciata e incompiuta porta la notizia di ciò che sono e stanno per essere, l’Italia, la mafia e il destino. Nel libro che reinventa la narrazione rigorosa dei fatti veri, avvolta nella tensione personale, la trovata geniale è nell’aver diviso pagine e capitoli in “Noi” e “Loro”. La trovata è letteraria e ricorda il teatro d’avanguardia “off Broadway” nella New York che irrompe negli anni Sessanta: “Volete vedere il teatro o essere teatro?”, vi chiedevano prima di darvi il biglietto in certi locali. Ma la trovata, che sembra un espediente per mettere ordine nella narrazione, ha un grandissimo valore morale. Chiede al lettore di decidere.

 

La strage e il miracolo Antonio Padellaro – Pagine: 100 – Prezzo: 10 – Editore: Paper First

Crisi in Libia, Russia e Turchia unici vincitori se l’Ue non agisce

Essendo riuscita a concordare un Fondo per la Ripresa che per la prima volta prevede strumenti economici comuni, l’Unione europea potrebbe fare un ulteriore passettino verso una qualche coesione costruendo una sua soluzione alla crisi libica. Si tratterebbe di entrare in gioco – se è il caso anche con una forza europea ed africana – prima che turchi e russi si accordino per mantenere la guerra in uno stadio di bassa intensità utile a entrambi: ai turchi, perché indispensabili al governo di Tripoli; ai russi perchè indispensabili al generale Haftar.

La Libia risulterebbe di fatto spartita tra un ovest filo-turco e un est- filo-russo; Ankara e Mosca incasserebbero accordi per l’utilizzo di basi militari e navali sulla costa, concessioni petrolifere, un ruolo decisivo nella definizione della partita libica. Invece l’Europa si troverebbe alla porta di casa navi da guerra turche e russe, e una Libia instabile, inevitabilmente terra di terrorismo e di traffici (migranti, armi, droga). I più penalizzati sarebbero i due Paesi europei che hanno forti interessi strategici in Libia: l’Italia e la Francia.

Finora tanto Roma quanto Parigi hanno messo in campo una politica estera inconcludente, nel caso francese fallimentare. L’Italia confidava al solito nell’alleato americano: ma quando Haftar ha lanciato l’attacco su Tripoli, su cui Roma puntava, Trump non ha cercato di fermare l’offensiva. Peggio: di fatto ha incoraggiato il generalissimo libico proseguire l’offensiva, così come gli aveva chiesto un grande cliente dell’industria bellica americana, l’emiro Mohammed bin Zayed. Preoccupata per le sorti di tubi e impianti Eni, a quel punto Roma ha ripristinato ‘la Real-politik dell’equidistanza’, un genere acrobatico nel quale siamo campioni. Col risultato di irritare il governo di Tripoli e di forzarlo ad accettare l’aiuto turco. Parigi ha fatto ben di peggio. Ha fornito missili e specialisti militari al generale Haftar, benché ne conoscesse la statura criminale. E cosa ne ha ricavato? Finora solo discredito. Sarebbe ora che Macron ne prendesse atto.

 

Le altre concessioni. Non ci sono solo Benetton. Anche Onorato (Moby) si gode i suoi bei regali

Il governo è stato rigoroso con Aspi, ma non altrettanto si può dire per altri concessionari. L’accondiscendenza mostrata negli ultimi mesi a Cin, la controllata da Moby (capofila del gruppo armatoriale di Vincenzo Onorato) che in convenzione col ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti gestisce, per 73 milioni l’anno, la continuità territoriale marittima, rischia ad esempio di aver messo lo Stato spalle al muro. Lo rivelano le domande di ristrutturazione dei debiti appena presentate da Moby e Cin al Tribunale di Milano. Esposto per oltre mezzo miliardo, il gruppo è da anni in crisi finanziaria, innescata dai prestiti per l’acquisto, da parte di Cin, degli asset dell’ex compagnia di bandiera Tirrenia, nel 2012. Dal 2016 la società è morosa per 120 milioni verso la bad company rimasta in pancia allo Stato (Tirrenia in Amministrazione Straordinaria), cui ad aprile dovrà versare altri 60 milioni, ultima tranche del prezzo allora pattuito, 380 milioni.

Il ministero dello Sviluppo economico (cui fa capo Tirrenia in AS), però, non eccepì quando a fine 2018 Cin fu svuotata a favore di Moby di 85 milioni fra dividendi e riserve. Fra marzo e aprile, poi, quando la bad company ottenne il sequestro dei conti correnti, il Mise e il ministero delle Infrastrutture, dietro la minaccia di Cin di stoppare il servizio, imposero di rinunciare all’esecuzione e accontentarsi del riconoscimento del debito da parte di Cin (che sugli interessi ha però aperto un ulteriore contenzioso) e dell’ipoteca di secondo grado su navi della flotta. Da ultimo, poi, il decreto Rilancio ha prorogato fino a febbraio 2021 la convenzione scaduta in questi giorni.

Questo atteggiamento di favore è richiamato esplicitamente nelle suddette domande (“i rapporti con la bad company sono decisamente migliorati anche grazie alla mediazione di Mit e Mise”) ed anzi è il perno di quella di Cin. Il cui salvataggio si basa sull’assunto che Tirrenia in AS, cioè lo Stato, sia “l’unico creditore finanziario che, a fronte dell’ottenimento di maggiori garanzie sul credito, potrebbe in ipotesi acconsentire ad uno stralcio delle proprie pretese e ad un rimborso riscadenzato”. Affinché cioè banche, obbligazionisti e fornitori possano essere ripagati, seppur in tempi più lunghi del previsto, lo Stato dovrebbe rinunciare a parte dei 180 milioni. Se non lo farà, le alternative sono il fallimento del gruppo o un concordato in continuità. Una procedura cioè che prevede il pagamento parziale dei creditori privilegiati e meno o nulla per gli altri. Fra cui Tirrenia in AS. Che, guidata da Beniamino Caravita, ex avvocato di Onorato (finanziatore della Leopolda) scelto dal Governo Renzi, rinunciò nel 2016 alle ipoteche di primo grado, consentendo all’armatore di garantire banche e obbligazionisti.

Aver rinunciato ad agire sui conti correnti – su cui doveva almeno esserci il 70% dei 73 milioni che il Mit paga anticipatamente – rischia di aver messo lo Stato davanti a un sanguinoso bivio. O rinuncia a una fetta di quanto gli spetta e tutela almeno gli altri creditori. O (col fallimento o il concordato) si mette in coda, non certo in prima fila, e si accontenta di briciole ancor più magre.

 

Un secolo di Franca, Carol troppo alt, fotoromanzo di ritorno

 

NON CLASSIFICATI

Achille e Catone. Il poster avrebbe dovuto essere appeso in Corso Como su uno spazio privato, non comunale, da un’agenzia di pubblicità. Il via libera all’affissione deve essere dato in ogni caso dal Comune, ma non è obbligatorio sottoporre agli uffici competenti anche il contenuto della campagna. Molti lo fanno lo stesso, e così si spiega il niet ricevuto da Achille Lauro. Gli uffici – davanti all’immagine del rapper con le fattezze di Ken crocifisso come Gesù su una croce di marshmallow – hanno dato parere negativo, anche se dal Comune assicurano che non sia vincolante. I fan gridano alla censura, ma alla fine sarà questa la vera campagna promozionale (Achille Lauro è un genio).

Sogno (ma non son desta). Torna il fotoromanzo (i crimini peggiori vengono commessi d’estate) e la rivista “Sogno” si può acquistare da venerdì scorso in edicola a 1,5 euro. “Il Messaggero” chiede lumi a Ornella Muti, che in un’intervista dai toni nostalgici, rievoca quegli anni Settanta tra pose improbabili e macchine fotografiche: era un ambiente “semplice, pulito e simpatico”, loro erano tutte ragazze “normalissime”. Ma attenzione: “Odio quelli che dicono ‘stavamo meglio prima’, ma non posso negare che quando vedo questi giovani che sui social si fotografano sempre alla ricerca di essere super belli, super fichi o super freak, mi viene da rimpiangere la normalità di quelle love story a collage fotografico e di quei corpi giovani così quotidiani e rilassati. Forse i giovani troveranno questi vecchi fotoromanzi meno stressanti rispetto ai loro profili social”. A parte il fatto che non più tardi di un mese fa una foto senza veli dell’attrice 65enne impazzava sui social, non potrebbe la signora Muti dare questi saggissimi consigli anche alla figlia che vive di social network e da anni scassa i cabbasisi al mondo con foto di culi – propri e altrui – spacciandole per opere d’arte provocatorie?

Troppo Alt. Presentando l’ultimo film (che ha interpretato a New York durante l’emergenza Covid, “L’ultimo grande amico”, per la regia di Filippo Prandi) Carol Alt dice di non essersi mai sentita “una ragazza sexy” perché troppo alta. Facciamo a fidasse?

PROMOSSI

So’ comunista così! “Un sacco bello” ha compiuto quarant’anni e Roma ha celebrato il primo film da regista di uno dei suoi figli più amati (vedi che la cosa è reciproca?) con un appuntamento speciale davanti al palo della morte reso famoso dal film, a Vigne nuove. Ma Verdone non è solo un figlio di Roma, è un patrimonio nazionale di talento e intelligenza. Uno che continua a farci ridere di noi e dei nostri tic, nonostante sia un’impresa sempre più ardua visto che – come dice lui – il senso del ridicolo non c’è più.

L’importanza di chiamarsi Franca. Venerdì Franca Valeri compie un secolo. A lei le donne italiane devono moltissimo, non solo per la grazia, il brio, la bravura con cui ha interpretato personaggi che sono diventati parte del nostro immaginario (la sora Cecioni, la signorina Snob, Cesira la manicure). Franca Valeri è ancora oggi un esempio fulgidissimo di emancipazione: è stata protagonista assoluta della più feconda stagione artistica dell’Italia del Dopoguerra (il grande teatro dei mitici anni Cinquanta e Sessanta, del varietà televisivo di Antonello Falqui, della sofisticata eppure popolarissima commedia all’italiana) in un periodo in cui le donne erano, prima di tutto, bellone. E come disse lei una volta…“Diffido delle donne che cambiano spesso pettinatura: è indice di scarsa personalità”. Dite se non è questa sublime ironia….

 

“Rutte traditore”: Olanda contro il premier “avaro”, e la solitudine di Salvini

 

BOCCIATI

Cornuto e mazziato. Qualora ci si domandi cosa ci fosse dietro l’agire ostinato e arrogante di Mark Rutte, il premier olandese che ha tenuto sotto scacco il Consiglio europeo per 4 giorni e 4 notti prima di rassegnarsi a capitolare, basta andare a dare un’occhiata ai commenti sotto al suo post in cui parla di un accordo “che salvaguarda gli interessi olandesi e renderà l’Europa più forte e più resiliente”. “Grazie per aver buttato via il futuro di mio figlio”, “Avevi un solo compito a Bruxelles: niente doni al Sud a cui la maggioranza della popolazione è contraria. Sei stato capace di sbagliare anche un compito così semplice”, “Vergognati, sei un grande bastardo, un ladro. Per anni abbiamo tagliato su tutto, lavoriamo dieci anni più di italiani e francesi. Regalagli il tuo cane”, “Marcisci, sporco bugiardo. Impoverisci l’Olanda per corrompere l’Europa del Sud”: questi sono un piccolissimo campione degli improperi di cui il perfido Rutte, quello che il resto d’Europa chiama Mister No o Dottor Strarigore, è stato ricoperto dai suoi concittadini. Come sempre gli elementi in gioco sono molti di più di quelli che si tende a considerare. L’accordo è stato raggiunto, l’Europa per la prima volta emetterà debito comune e l’Unione è finalmente un po’ più unita. Fatta l’Europa però, viene da aggiungere, dobbiamo fare gli europei. Anche per l’incolumità del povero Mark Rutte.

5 solidale (sarebbe stato 4, ma non si vuole infierire)

 

NON CLASSIFICATO

Stessa quota stesso mare. “Usiamo una parte dei miliardi per rendere esentasse la vita dei pensionati nelle regioni del Sud Italia”, “Chiediamo troppo se proponiamo di usare 13 dei 209 miliardi per attuare la flat tax”, “Non occorre uno scienziato per intuire che in base all’accordo c’è la cancellazione di Quota 100”. “L’obiettivo nostro quando andremo al governo sarà Quota 41, si mettano l’animo in pace i signori di Bruxelles”: queste tre affermazioni di Matteo Salvini contestualizzate nella settimana dell’accordo europeo sul Recovery Fund hanno un valore più profondo del solito programma elettorale. Il leader della Lega, unico a disapprovare in toto il risultato raggiunto dal premier Giuseppe Conte in Consiglio europeo, sceglie volontariamente di tornare a battere su tutti quei punti programmatici che l’hanno sempre messo e ancora lo metterebbero in conflitto con la Commissione a guida Von der Leyen. Nel marcare la propria autonomia ai vincolanti suggerimenti di Bruxelles sulla gestione dei fondi europei, Salvini mostra come quelle fragilità in politica estera (che hanno complicato la sua esperienza di governo) siano ancora tutte lì, pronte a riproporsi domani mattina qualora arrivasse a palazzo Chigi. È vero che quando si è all’opposizione si può dire un po’ tutto, ma l’Europa ascolta, prende nota e si affeziona sempre di più all’attuale presidente del Consiglio. Ad ogni tweet di Salvini, Conte si sfrega le mani: se i miliardi all’Italia fossero proporzionali ai propositi di Salvini che contrariano le istituzioni europee, finiremmo a nuotare nelle pepite d’oro come Paperon de Paperoni.

 

Novara e psicosette. L’accusa di pedofilia è una macchia indelebile: sicuri sia fondata?

 

“Figure istituzionali sostengono le sette e la loro fuffa pericolosa ”

Cara Lucarelli, chi le scrive è persona impegnata da anni nel contrasto dei culti abusanti e totalitari, nonché fiero possessore di una copia di Le poesie di Saffo (sa, ho fatto il classico). Le scrivo per dirle che se, come lei, non conoscessi a fondo il mondo dei culti distruttivi, avrei detto le stesse cose da lei espresse nel suo articolo sulla presunta “psicosetta” di Novara. Avrei anch’io ricordato Rignano Flaminio, i diavoli della bassa padana, Bibbiano e altre bolle di zolfo. Avrei detto che si trattava dei frutti di quell’allarme satanismo la cui cassa di risonanza, è bene dirlo, non sono certo gli studiosi dei culti distruttivi o gli attivisti “anti-sette”, bensì il sensazionalismo cialtrone dei media e un certo cospirazionismo che prende forma in alcuni ambiti cattolici (si veda, in proposito, quanto si scrive, anche in merito all’organizzazione di Novara, ma non solo, su un giornale come La Nuova Bussola Quotidiana nelle ultime settimane). Anzi, non solo lo avrei detto, ma l’ho proprio detto! Sia a titolo personale, che nella mia veste di presidente del “Centro studi abusi psicologici” (CeSAP), ho preso con forza le distanze dal panico morale relativo agli abusi rituali sui minori e criticato con forza l’operato di alcune figure istituzionali pregiudizialmente orientate a dar credito ai “ricordi” di esperienze infantili (posizione scomoda nel bel mezzo del complottismo odierno, tutto Epstein, Pizzagate e Quanon).

Ciò detto, la mia esperienza e quella di decine di studiosi ed accademici impegnati nello studio dei culti rende necessaria qualche puntualizzazione, perché, vede Lucarelli, lei non tiene conto di alcune cose fondamentali. La prima è che la consensualità, criterio cardine perché ogni membro della società aperta, quali siamo io e lei, richieda il ritiro di ogni intromissione esterna è fortemente ipotecata in alcuni contesti suggestivi e altamente emotivi, e ciò senza chiamare in causa concetti da b-movie come il “lavaggio del cervello”. Un processo lento di induzione graduale a comportamenti sempre più favorevoli al promotore del culto e sempre meno all’adepto è una forma di persuasione che possiamo chiamare indebita (dove l’essere indebita è dato dalla intenzione di sfruttamento da parte del leader). La seconda cosa è che nel caso di Novara, sul quale, vista la scarsità di informazioni, nessuno per ora può esprimersi, sembra si sia ben lontani dall’ambito del supposto abuso rituale che accese il sacro fuoco a qualche procura e fece gongolare qualche pennivendolo. Lì il coinvolgimento dei minori era centrale ed essenziale al teorema, qui danno contestuale di un modo di vivere concepito in un contesto magico di stampo New Age. La terza, e la ben più importante fra le cose da sapere è che le organizzazioni settarie godono dell’incondizionato appoggio di alcuni personaggi (giornalisti, sociologi, politici di terza fila) noti in letteratura come “apologeti dei culti” i quali fanno un’opera imponente, pervasiva e rumorosa di difesa pregiudiziale di qualunque tipo di gruppo controverso. Non si sta parlando delle lecite perplessità che lei manifesta, non del garantismo che deve darsi quale presupposto ogni pensare liberale e democratico, non della legittima difesa di questo o quel gruppo sotto attacco dei media o della magistratura; bensì di un costante fiancheggiamento che prevede l’assoluzione preliminare di qualunque culto sulla sola base del fatto che sia oggetto di attenzioni critiche.

Nel corso degli anni si è difeso l’indifendibile. Lo si è fatto in congressi organizzati da associazioni nel cui consiglio di amministrazione siedono esponenti dei culti più controversi, lo si è fatto su riviste scientifiche i cui comitati redazionali sono costituti dagli stessi esponenti dei comitati scientifici di queste associazioni (e che si praticano una elegante peer review incrociata in differenti pubblicazioni), lo si è fatto perfino presso sedi istituzionali nazionali e sovranazionali in un’opera di lobbying mirata alla prevenzione di legislazioni atte a contrastare i fenomeno delle derive settarie.

Dall’altra parte abbiamo la schiavitù e lo sfruttamento delle vittime e delle loro famiglie e gli studiosi critici osteggiati, diffamati e perfino spesso minacciati. Ecco, in questa guerra che lei ignora, il suo articolo, encomiabile nelle intenzioni, rischia di costituire un inconsapevole ma valido supporto al fronte degli apologeti dei culti. Vede Lucarelli, anche se fanno molto più cool, le difese pregiudiziali non sono più sofisticate e meno rischiose delle accuse pregiudiziali, perché, pur supponendo la buona fede, si situano in una logica che teoricamente dovrebbe proteggere i gruppi spirituali innocui ma che risulta utile solo a quelli criminali.

La saluto

Luigi Corvaglia

 

Gentile Corvaglia, davvero non era mia intenzione “difendere l’indifendibile”, bensì chi non ha avuto ancora l’opportunità di difendersi, di chi, anche nel caso fosse estraneo all’accusa, non si scollerà più di dosso il sospetto più infamante di tutti: quello della pedofilia. Degli abusi sui minori. È questo, dell’indagine, l’aspetto che mi preoccupa di più, proprio perché so che è una strada da cui non si torna più indietro: se sei stato chi abusava di minori per i media, non c’è sapone che tolga l’alone. Riguardo il resto, ovvero l’esistenza di derive settarie di natura new age, ho motivo di credere che lei abbia ragione e sono io stessa stupita della leggerezza con cui in sedi fin troppo istituzionali o tra colleghi si lasci spazio (e credibilità) a divulgatori di fuffa. Una fuffa pericolosissima.

Selvaggia lucarelli

 

L’indecenza in “breve” Ghirardi e Carraro: il calcio italiano che premia i suoi carnefici

Le notizie che danno l’esatta idea dello stato comatoso in cui versa il calcio italiano, dove la soglia di decenza minima è stata ormai oltrepassata, sono quelle che o non vengono pubblicate o vengono trattate, come si diceva un tempo, come “brevi in cronaca”: un titolino a una colonna tra necrologie, annunci personali, pubblicità. Giovedì, nascosta tra il resoconto di Parma-Napoli 2-1, il tabellino e le pagelle, la Gazzetta dello Sport metteva insieme le pere con le mele e titolava: (prima riga) “Gattuso: Così solletico al Barça”; (seconda riga): “Ghirardi e Leonardi condannati”. A proposito di quest’ultima news si leggeva: “Quattro anni all’ex presidente Tommaso Ghirardi e 6 all’ex Ad Pietro Leonardi.

Sono le condanne del tribunale per il crac del Parma Calcio del 2015. Il pm aveva chiesto per entrambi la condanna di sei anni per bancarotta fraudolenta e altri reati minori”. Punto. Fine. Non una parola di commento. Ora: Tommaso Ghirardi, che in combutta con Leonardi saccheggiò a man bassa il Parma Calcio è lo stesso dirigente che due anni prima del crac, in una serata di gala condotta da due popolari mezzibusti Rai, veniva premiato dalla Lega Nazionale Dilettanti presieduta da Carlo Tavecchio, futuro presidente della Figc, come miglior dirigente del calcio italiano. “Giovane e intraprendente (a dire il vero più prendente che intra, n.d.r.) dirigente sportivo che sa coniugare dinamismo e razionalità per una gestione virtuosa del proprio club. Animato da grande passione, ha rappresentato una delle più felici novità del panorama calcistico italiano degli ultimi anni”. Questa l’esilarante motivazione. Per la cronaca: il debito del Parma sotto la gestione Ghirardi aumentò tra il 2007 e il 2014 del 1.200%, come documentò all’epoca Il Sole 24 Ore. Ghirardi venne premiato dal mondo del calcio per la “gestione virtuosa” del club.

Sempre sulla Gazzetta di giovedì, qualche pagina dopo, schiacciata tra classifica marcatori di serie A e decisioni del giudice sportivo faceva capolino la notizia, con titolo a una colonna: “Carraro eletto presidente del Calcio paralimpico”. “Franco Carraro – si leggeva -, 80 anni, già presidente di Figc e Coni e membro onorario del Cio, è stato eletto ieri presidente del Consiglio direttivo della neonata Divisione Calcio Paralimpico e Sperimentale”. Franco Carraro, per chi l’avesse dimenticato, fu il presidente Figc che negli anni di Calciopoli ricevette da Guariniello il malloppo delle intercettazioni su Moggi e la sua Cupola e tenne tutto nel cassetto per un paio d’anni (venne squalificato in primo grado per 4 anni e 6 mesi, poi grazie ai suoi santi in paradiso l’inibizione venne commutata in multa) pur non avendo dubbi sulla natura malata del calcio italiano: disse infatti che Moggi controllava tutto e che il più scandaloso scudetto rubato dalla Juventus (all’Inter) fu quello di molti anni prima, il campionato ’97-’98 del rigore-non rigore Ronaldo-Iuliano.

Ebbene, a 80 anni suonati questo vero e proprio feticista delle poltrone (su Wikipedia potete divertirvi a leggere il paragrafo intitolato “Il poltronissimo”) non riesce ancora a rinunciare al brivido di posare le terga sullo scranno di una “neonata Divisione Calcio Paralimpico” (sic); e il mondo del calcio, che Carraro contribuì a martoriare e insozzare, non riesce a fare a meno di omaggiarlo facendogli dono di un’ennesima, insulsa, ridicola carica.

 

Antimafia? I (troppi) passi al contrario dell’associazione contro i magistrati

Lezione a distanza. Parole come anatemi. “Marcire in carcere”, “buttare la chiave”, “società incattivita e incivile”, “società della vendetta che non riesce a essere migliore di loro” (i mafiosi, ndr), “assunzione della stessa logica della vendetta della mafia”.

Si parla di 41 bis nei giorni che vanno verso l’anniversario dell’omicidio di Paolo Borsellino, che notoriamente quell’articolo lo volle. Non per punire più duramente i mafiosi, come sa chiunque, ma per difendere la collettività. Solo che Borsellino è sideralmente assente da quella sala telematica. “Il 41 bis è uno stato che fa letteralmente impazzire nel chiuso della tua cella”. “Il vero scandalo non sono state le scarcerazioni, ma il fatto che quei detenuti, quasi tutti alla fine della pena o in attesa di giudizio, fossero ancora in carcere”.

Ma chi sarà mai la platea? Forse penalisti palermitani sul piede di guerra per i propri assistiti, un giorno abituati a brindare in carcere alle stragi che essi stessi ordinavano? O gentildonne dell’esercito della salvezza? Per quanto possa sembrare incredibile stiamo ascoltando in diretta un incontro di formazione di una premiata associazione antimafia. In religioso silenzio quando si giura che siamo in una situazione “in cui nessun procuratore può fare dello Stato di diritto la sua battaglia”. Anzi la pressione è ormai tale che “obbliga a buttare la chiave”, “a condannare e a tenere in carcere detenuti in attesa di giudizio, che non ci dovrebbero stare; in una condizione di civiltà al contrario”. I giovani discepoli non obiettano, non chiedono, non contestano. Incamerano in silenzio. Un giorno qualcuno avrebbe educatamente alzato la mano e ricordato che quella tortura disumana l’avevano chiesta Falcone e Borsellino, ossia lo Stato di diritto, prima di saltare per aria. Ma oggi è tutto cambiato, come si insegna nella giornata di formazione. La mafia non è più quella di una volta (tormentone a suo tempo sbeffeggiato da Falcone). C’è “una problematicità costituzionale”. In realtà anche la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) ha ritenuto il 41 bis compatibile con il proprio articolo 3, che condanna le pene disumane e degradanti. Ma l’associazione antimafia si abbevera al sapere giuridico che va da anni all’assalto dell’isolamento carcerario per i mafiosi.

Fa più chic, il vento è cambiato. Entra in campo un’altra voce: “C’è stata esagerazione e disinformazione, le scarcerazioni sono state, in realtà, misure di sveltimento delle procedure di uscita dal carcere… non c’è motivo di tenere in carcere le persone, quando rimangono ormai solo 18 mesi per il fine pena”. Purtroppo non se ne può discutere perché “oggi è diventato problematico avere una posizione interlocutoria… oggi non tutti sono d’accordo su che cosa è mafia, ma è difficile dirlo”. Poi l’accusa contro la censura di sistema: “È diventato problematico avere posizioni più interlocutorie, più raziocinanti… fatemi dire…”. “Si può solo essere oltranzisti”. Fino alla perla: “Si parla sempre di come nasce la mafia, di come si sviluppa e mai di come finisce… dando per scontato che sia impossibile… questo è un grande mantra dell’antimafia”. Alla fine si capisce una cosa sola: che in quella giornata di “formazione” antimafia al centro dell’accusa stanno i magistrati antimafia e tutti quelli che non discettano di come la mafia potrebbe finire; magari per folgorazione sulla strada di Damasco, o per gratitudine verso l’antimafia che, ormai matura e ragionevole, finisce di combatterla.

Poveri di spirito quegli antimafiosi che non si librano verso altri più nobili e generosi traguardi. Volete sapere il nome di questa delirante associazione antimafia? Non ve lo dirò. Il peccato ma non il peccatore. Dirò invece i versi di Neruda. “Domanderete perché la sua poesia/ non ci parli del sogno, delle foglie/ dei grandi vulcani del suo paese natale?/ Venite a vedere il sangue per le strade,/ venite a vedere/ il sangue per le strade”. Qualcuno svegli Biancaneve.

 

Inquisizione. Storia di Pomponio, bollito vivo 4 anni prima del concittadino Giordano Bruno

Il papa inquisitore e boia e la sua vittima di appena ventiquattro anni. Entrambi morti quasi nello stesso giorno, a distanza di tre anni.

Era il 19 agosto del 1556. In piazza Navona a Roma viene accesa “una catasta con sopra un calderone riempito con olio, pece e trementina bollente. Il condannato vi si immerge volontariamente e muore anch’egli invocando Dio, senza lamenti, dopo quindici minuti di sofferenze atroci”.

Bollito vivo per un quarto d’ora. Un supplizio inimmaginabile. Al punto che la feroce ed esigente folla romana alla fine esplode in un moto di simpatia per il condannato. “Quel scolaro da Nola che l’eccellentissime signorie vostre mandorno qui fu un di questi dì in piazza Navona brusciato vivo, con tanta constantia che fece meravigliar ogn’uno”. Il ragazzo si chiamava Pomponio de Algerio ed era nato a Nola, nel Napoletano, la città di Giordano Bruno, il frate domenicano che poi verrà bruciato in Campo de’ Fiori il 17 febbraio del 1600.

De Algerio aveva ventiquattro anni ed era luterano, protestante. Da Nola era andato a Padova per l’università (“la patavina libertas, il libero pensiero nelle cose filosofiche e teologiche”). Dapprima venne arrestato e processato dal governo della Serenissima di Venezia. Indi fatto portare a Roma per ordine di papa Paolo IV, eletto proprio nel 1555 all’età di settantanove anni. Paolo IV proveniva dalla nobile famiglia napoletana dei Carafa e durante il suo regno accentrò l’Inquisizione con un’apposita congregazione. Fu anche il pontefice che istituì il ghetto di Roma, ordinando agli ebrei di indossare un cappello giallo per essere riconoscibili. L’accusa contro Pomponio de Algerio, ovviamente, fu quella di eresia. In particolare, nelle sue invettive, il giovane studente se la prendeva con il papa “Anticristo e tiranno” e i vescovi, “i quali, lasciando le loro greggi in mano ad un altro che chiamano vicario, se ne vanno a Roma per passatempo, riponendo la loro più grande felicità in dissolutezza, sodomia, prostitute, cavalli e onori di questo mondo in modo sconsiderato”.

Paolo IV morì tre anni dopo esattamente: il 18 agosto del 1559 e “il popolo di Roma si sollevò desiderando liberarsi dall’oppressione del regime inquisitoriale organizzato da un pontefice detestato: la sua statua mutilata e il capo scagliato nel Tevere; la sede dell’Inquisizione assaltata, devastata e incendiata (…)”. A tirare fuori dall’oblio questa storia è un denso saggio di Umberto Vincenti, ordinario dell’Università di Padova: Lo studente che sfidò il Papa. Inquisizione e supplizio di Pomponio de Algerio (Editori Laterza, 194 pagine, 20).

A colpire l’autore è soprattutto la fede nella libertà del giovane nolano: “Al di là della preparazione teologica, dell’abilità dialettica, del rigore consequenziale dimostrati davanti agli inquisitori, quel che più colpisce in questo giovane di ventiquattro anni è proprio la fermezza e coerenza assolute con cui rivendica la sua libertà interiore”.

Quattro anni dopo il supplizio toccherà a un altro nolano: Giordano Bruno.

 

“C’è ponte e ponte: i morti di Acqualonga sepolti dal Morandi”

Ci sono ponti e ponti. E ci sono morti e morti. Cinque anni prima che collassasse il ponte Morandi di Genova, il guard rail del viadotto di Acqualonga, lungo la bretella autostradale lungo il crinale dell’appennino che collega Avellino a Napoli, saltò completamente, la barriera di acciaio si piegò e inghiotti quaranta passeggeri sventurati di un bus.

Rosario Cantelmo era il procuratore capo della Repubblica di Avellino, colui che contò i corpi quella tragica sera del 28 luglio 2013 e poi guidò l’accusa durante gli anni del processo, ora giunto al grado di appello.

Accertammo che i chiodi che bloccavano le barriere laterali erano completamente corrosi dalla ruggine. Quella sciagura era evitabile. Le responsabilità precise.

I 40 morti contati ad Acqualonga non sono bastati a dire all’Italia che le sue strade fossero insicure. Anche la morte ha bisogno di una scena imponente, e quella invece era modesta.

I chiodi arrugginiti. Nulla di improponibile alla tecnica e, penso, neanche di eccessivamente costoso. Disattenzione, colpevole negligenza, totale disprezzo dei doveri.

Solo col ponte Morandi, con il suo crollo spettacolare, l’Italia ha avuto vergogna delle condizioni delle sue strade, e il governo della malagestione da parte del concessionario.

Purtroppo è così.

Quindi non bisogna solo morire, ma, per essere la morte di monito verso chi sopravvive, deve avvenire attraverso una modalità da lasciare a bocca aperta.

Io sono un magistrato che ha appena raggiunto la pensione. Del tema sociologico poco ho da dire. Però i quaranta disgraziati che il bus senza freni lanciò nel burrone, e le famiglie nel dramma, dovevano avere da parte dello Stato una attenzione più ferma. E più degna.

Voi avete chiamato sul banco degli imputati l’amministratore delegato del tempo di Autostrade, l’ingegner Castellucci.

Assolto. Sono stati invece condannati per disastro colposo e lesioni colpose tre direttori di tronco. Non siamo riusciti a salire troppo in alto. Ha pagato la fascia media della gerarchia e della burocrazia autostradale insieme naturalmente al proprietario del bus e il funzionario della Motorizzazione civile che asseverò il falso.

Ricordo che nelle settimane seguenti si infittirono i controlli della polizia stradale per valutare le condizioni di questi bus, molti dei quali venivano trovati sistematicamente non in regola.

E invece le strade? E invece le autostrade? E invece gli altri chiodi degli altri guard rail?

E il cemento armato?

I mille viadotti della nostra penisola com’erano? Quella sciagura cosa ci diceva?

I 43 morti di Genova hanno contato più dei quaranta di Avellino.

Naturalmente non è questione di nord e di sud. Ma l’opinione pubblica e anche le autorità nazionali hanno avuto forse bisogno di una tragedia ancora più clamorosa.

In effetti il crollo di un ponte è devastante per l’immagine e persino l’onore di un intero Paese.

È innegabile che quella sia stata una sciagura più coinvolgente perché più assurda, perché mai vista. Ma io chiedo: è normale che il guard rail di Acqualonga fosse in quelle condizioni? E se non lo era, c’è stata poi una corsa a una verifica di tutti gli altri?

Il prossimo 3 agosto verrà inaugurato il nuovo ponte. Due anni appena. Abbiamo corso come matti per allontanarci dal fronte del disonore.

Ne siamo tutti felici. Ma la mia speranza è che l’Italia non ripercorra domani quello che io ho vissuto negli anni del processo di primo grado che si è concluso a gennaio 2019. Una continua negligenza ai doveri minimi, una irresponsabilità di fondo: un bus in disarmo e un guardrail senza chiodi.

È la metafora dello stato di salute del Paese.

Nessuno ricorda la miseria della ferraglia arrugginita di Acqualonga, tutti l’imponenza del ponte Morandi, quel boato misterioso, l’urlo della signora che filma il momento clou.

La morte ha bisogno di location straordinarie.

Infatti.

 

 

La biografia Rosario Cantelmo, ex procuratore capo di Avellino, in pensione. Conduce l’inchiesta su Autostrade e la sicurezza dei viadotti: il fascicolo è aperto 7 anni fa, dopo la morte di 40 passeggeri a bordo del bus precipitato dal viadotto Acqualonga (A16 Napoli-Bari) a Monteforte Irpino, a luglio 2013. Tra le sue inchieste: i morti per amianto della Isochimica, lo scandalo alloggi popolari, le concessioni edilizie al comune di Avellino, le falde acquifere inquinate. Come procuratore aggiunto della Direzione Antimafia di Napoli, ha indagato sui clan della camorra Cava e Graziano