Incendio Nantes: il volontario ruandese ha confessato

È stato il volontario della diocesi di Nantes ad accendere i tre inneschi che hanno scatenato il rogo della cattedrale di Saint Pierre et Saint Paul, sabato 18 luglio. Emmanuel A., 39 anni, ruandese in difficoltà con il permesso di soggiorno, già fermato in un primo momento e poi rilasciato, di nuovo convocato sabato, alla fine ha ceduto: “È pentito. Confessare per lui è stata una liberazione”, ha detto il suo legale. A incastrarlo sono state le immagini della videosorveglianza, in cui si vede, al contrario di quanto riferito ai magistrati, uscire dalla cattedrale non la sera prima dopo averla chiusa – secondo l’incarico che gli era stato affidato – ma la mattina dopo, 10 minuti dopo la prima telefonata ai pompieri da parte di una persona che aveva visto le fiamme. Gli inquirenti hanno aperto un’inchiesta per incendio doloso: il fuoco era partito da tre punti ben precisi, uno a livello del grande organo, gli altri ai due lati della navata, lasciando pochi dubbi al procuratore di Nantes, Pierre Sennès. “Non può essere stato il frutto di un caso”, aveva detto. Per padre Hubert Champenois, rettore della cattedrale, “tutto era in ordine” nella chiesa alla chiusura, il venerdì sera, vigilia dell’incendio. In effetti non c’erano segni di effrazione, ma “tracce di un prodotto infiammabile” all’interno. Chi aveva acceso il fuoco aveva dunque facile accesso alla chiesa. Diversi indizi hanno portato gli inquirenti a sospettare del volontario ruandese che lavorava lì da diversi anni con la “totale fiducia” del parroco. C’è poi una mail scritta dall’uomo poche ore prima. Descrive i suoi “problemi personali” e spiega il suo “rancore nei confronti di diverse personalità che non lo hanno sostenuto con le pratiche amministrative”. Il 15 novembre scorso gli era stato notificato l’obbligo di lasciare il paese.

Mezza Europa in piena crisi virus

Il bilancio della riapertura non sembra positivo, con l’aumento dei casi in Europa. Non va meglio nel resto del mondo: il Covid continua a fare migliaia di vittime in America Latina e Usa e arriva anche in Corea del Nord.

Dal 15 giugno sono stati un milione i nuovi casi di Covid-19 nel mondo: con questi dati, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha sancito ieri un’effettiva e significativa accelerazione del virus nelle ultime settimane. Solo ieri, ha fatto sapere l’Oms, e per il secondo giorno consecutivo, si sono registrati più di 284 mila contagi nel mondo. In Europa, secondo continente colpito dalla pandemia dopo l’Asia, spaventano i dati della Sanità spagnola: quasi mille nuovi infetti quotidiani, la metà in Catalogna, dove la Generalitat è tornata a chiudere discoteche e locali notturni. Mentre secondo il quotidiano El Pais, i morti totali per Covid sarebbero 44.868, contro i 28.432 ufficiali del governo. Non sono da meno il Regno Unito, dove si viaggia intorno ai 700 casi giornalieri, e la Francia, dove, secondo il ministro della Salute, “la circolazione del coronavirus è in netto aumento e i nuovi contagi sono ai livelli della fine del lockodwn”. “Ciò che bisogna evitare è una nuova diffusione generale”, ha chiarito il premier Jean Castex. E se per Madrid e Parigi si parla di ripresa del virus, Londra sconta ancora il ritardo del governo nel ricorrere al lockdown. Eppure è proprio la Gran Bretagna a tagliare i ponti con la Spagna. Il ministro degli Esteri Dominic Raab ha preferito “agire tempestivamente”, questa volta, reinserendo l’obbligo di quarantena per chi viaggia dalla penisola iberica. La ministra degli Esteri spagnola, Arancha González Laya, che sta negoziando con Raab l’esclusione delle isole dal periodo di isolamento, ha assicurato che i focolai “sono sotto controllo” e che non ci sarebbe il rischio per i turisti. Una misura drastica, quella inglese, destinata a ripercuotersi sul già sofferente settore turistico spagnolo, in affanno dopo lo stentato ritorno alla normalità, soprattutto dopo la decisione del più grande tour operator inglese, Tui, di sospendere i viaggi verso la Spagna fino al 9 agosto, pur tenendo fuori dalla misura le isole Canarie.

Ad allarmare l’Italia, invece, è il rientro delle lavoratrici domestiche dalla Romania, Paese in cui si è registrato un boom di contagi, 1.200 nelle ultime 24 ore. La regione Lazio ha disposto il test per chi torna in pullman. Fuori dai confini europei, il coronavirus raggiunge anche la Corea del Nord, che finora si era detta Covid free: ieri si è registrato il primo caso sospetto, notizia che ha portato il dittatore Kim Jong Un a riunire il politburo e a dichiarare lo stato di massima allerta, dopo aver confinato la città interessata. Salgono i casi in India e Russia, ma tra i Paesi più contagiati restano in testa gli Stati Uniti, il Brasile, il Messico, il Perù e il Cile. Nello stato messicano di Chihuahua è morto anche il ministro della Salute.

Emergenza al Parlamento, ma la task force al governo

La questione, ridotta all’osso, è la seguente: se non venisse prorogato lo stato di emergenza Covid19, già dal 1° agosto, diventerebbe più difficile governare in piena efficienza la macchina fin qui gestita da Palazzo Chigi. Per rendere possibile la riapertura delle scuole a settembre, stabilire tempestivamente il regime di quarantena per i migranti. O anche consentire, come è stato fatto in settimana, tramite ordinanza della Protezione civile, il pagamento anticipato delle pensioni e degli altri assegni per scaglionare le presenze negli uffici postali. Per questo tra i tecnici consultati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che nelle prossime ore riferirà alle Camere, c’è la convinzione che una proroga almeno fino al 31 ottobre sarà inevitabile. Anche se cresce il fronte dei contrari, da ultimo il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi che ha già annunciato la presentazione di una risoluzione di tutto il centrodestra per chiedere il rientro nell’ordinario. Che Matto Salvini addirittura pretende a modo suo: “Non esiste la proroga dello stato di emergenza. Non li facciamo uscire dall’aula”.

Ora Conte, che pure ha consultato l’Avvocatura dello Stato, non parrebbe intenzionato a forzare la mano. Ancorché l’allarme coronavirus che pare oggi sotto controllo sia tutt’altro che finito. “Il virus non è sconfitto e continua a circolare” ripete il ministro della Salute, Roberto Speranza. Mentre qualcun altro nel governo taglia corto: “Il Parlamento si assumerà la responsabilità di una scelta che rischia di avere alcune implicazioni importanti”. Ad esempio il mandato del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri rischia di cessare il 31. “Che ne sarà delle procedure di acquisto dei banchi per le scuole? E dei volontari mobilitati dalla Protezione civile sul fronte dell’assistenza?”. Insomma l’idea diffusa è che la strada più agevole per scavallare i prossimi mesi sia quella di una proroga tecnica delle articolazioni messe in campo da Palazzo Chigi. Evitando un subentro di Regioni e Comuni e il rischio che ognuno vada per conto suo.

Per questo il confronto che attende Conte nelle prossime ore appare tutt’altro che semplice. Oltre alla decisione sulla proroga dello stato d’emergenza, è atteso per il 29 luglio il via libera del Parlamento al nuovo scostamento di bilancio (altri 25 miliardi) che richiede una maggioranza qualificata. Mentre montano le polemiche sulla gestione dei fondi ottenuti in sede europea che sarà in capo al Comitato Interministeriale per gli Affari europei (Ciae). Che opera presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e sarà affiancato da una struttura operativa di supporto, una sorta di comitato tecnico di valutazione, incaricato di mettere a punto i singoli progetti e coordinare quelli dei singoli ministeri. In Parlamento l’opposizione minaccia di fare le barricate contro la task force che dovrà gestire i 209 miliardi del Recovery fund. Il presidente Conte ha già respinto l’assalto: il piano che andrà presentato a Bruxelles spetta al governo anche se il Parlamento avrà un ruolo di indirizzo e controllo. Quindi ben venga la bicamerale o due commissioni speciali alla Camera e al Senato ma niente da fare sulla gestione diretta delle risorse e sugli investimenti che saranno elaborati dall’esecutivo in base alla sua linea politica.

 

Cantieri, reddito e bilancio: il peso dei decreti arretrati

Diversa maggioranza, diversa produttività. Il governo Conte II, che si regge sul sostegno di Pd e M5S, non è solo impegnato a fronteggiare la crisi sanitaria ed economica del covid-19 ma anche a smaltire la grande mole legislativa prodotta dai precedenti esecutivi. Sembrerà strano ma è così: molti dei provvedimenti annunciati e approvati dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento (uno su quattro) richiedono un elevato numero di decreti attuativi che devono essere adottati per tempo dai ministeri di competenza. Pena, in molti casi, la decadenza del provvedimento. Senza scomodare il cancelliere Bismarck – “Se vi piacciono le salsicce e le leggi, non chiedetevi come sono fatte” – il governo in carica, e i relativi ministeri, si sono messi pancia a terra a lavorare e in dieci mesi, dal 5 settembre 2019 al 6 luglio scorso, hanno adottato il 47% dei decreti attuativi ereditati dall’esecutivo precedente, che si reggeva anche sui voti della Lega. Sono 165 su un totale di 351 decreti attuativi richiesti da leggi approvate durante il Conte I: un anno fa, alla fine dell’esperienza gialloverde, ne erano stati portati a termine solo 77, appena il 22%. Li hanno più che raddoppiati.

A certificarlo è l’ultimo rapporto aggiornato al 6 luglio dell’Ufficio per il Programma di Palazzo Chigi. Tra i provvedimenti relativi ereditati dal governo Conte I, ne spiccano cinque per il cosiddetto “Sbloccacantieri” (tra cui quello del Terzo Valico di Genova), cinque sul reddito di cittadinanza e “Quota 100” e sette sulla Legge di Bilancio 2019. I settori in cui il Conte II ha recuperato più terreno sono lo Sviluppo economico, la Pubblica amministrazione e il Mercato del lavoro. Solo a giugno, per esempio, ne sono stati adottati 31 di cui solo 13 relativi a leggi della maggioranza giallorosa mentre altri 12 si riferivano all’esecutivo passato e 6 addirittura al governo Gentiloni. Se invece guardiamo ai provvedimenti adottati dal governo in carica, la percentuale scende considerevolmente: dei 431 decreti attuativi a cui rimandano le norme, i singoli ministeri ne hanno adottati solo 73, pari al 17%. Ma questo calo di produttività (-5%) tra i due esecutivi guidati dall’avvocato pugliese è solo apparente: in primo luogo perché il Conte I è durato 15 mesi contro i 13 attuali del Conte II (da Palazzo Chigi confidano di colmare il gap in 60 giorni) e poi perché il governo nelle ultime settimane è stato costretto ad approvare, per l’emergenza Covid, un numero molto elevato (e insolito) di norme che richiedono regolamenti di attuazione. Sono 143 sui 431 totali. Uno su quattro.La sfida dei ministeri ora è portare a termine l’iter dei provvedimenti approvati per l’emergenza. Sulle 125 norme scadute, 20 riguardano il decreto Rilancio del maggio scorso.

Sul governo però pesa il macigno dei decreti attuativi ereditati dai governi Letta, Renzi e Gentiloni. Se a settembre scorso, al momento dell’insediamento, quelli ancora da adottare erano ben 413, oggi sono 341: 11 relativi al governo di Letta, 119 dei quasi tre anni di Renzi e 211 di Gentiloni. Secondo il report di Palazzo Chigi, però, negli ultimi due anni si è assistito a un netto miglioramento: dei 677 ereditati dal Conte I dalla legislatura precedente, oggi siamo a 341 approvati, con una riduzione del 49,6% in due anni. Ultima nota sull’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che aveva deciso di far cadere il governo per “l’immobilismo” del M5S. In realtà il leader leghista non è stato molto produttivo durante il suo anno al Viminale: sullo stock di 82 decreti attuativi, ne sono stati approvati solo 20 (il 24,5%), di cui 14 relativi al governo Conte I. Molti restano in stand-by , anche le norme del primo decreto sicurezza, uno dei cavalli di battaglia di Salvini. L’ha lasciato al ministro Luciana Lamorgese: l’attuazione è ferma al 23%.

 

Il piano per la nuova Aspi. Il prezzo lo farà il mercato

Nessuna statalizzazione. Cassa depositi e prestiti farà il suo ingresso nel capitale della nuova Autostrade per l’Italia solo quando la società sarà scorporata da Atlantia e sarà quotata in Borsa. Una pura operazione di mercato, insomma, che avverrà nei tempi stabiliti dagli accordi da siglare nei prossimi giorni con il governo, ma nel rispetto delle leggi e dello statuto che vincolano la Cassa.

Mentre sale la pressione degli investitori stranieri, in particolare il fondo britannico Tci, critici sulla exit strategy concordata tra l’esecutivo e la holding dei Benetton per chiudere il dossier prima dell’inaugurazione del nuovo ponte di Genova prevista il 3 agosto, Cdp invia ad Altantia la bozza di memorandum che dovrà siglare con la stessa società, in cui si delinea un piano diverso da quello ventilato nei giorni scorsi, di un ingresso per step della stessa cassa e degli eventuali ulteriori nuovi soci: l’ingresso sarà contestuale all’Ipo e di conseguenza, sottolineano fonti vicine al dossier, il prezzo delle azioni lo farà il mercato e sarà lo stesso che pagherà Cdp per sottoscrivere l’aumento di capitale. Le stime sono sempre di almeno 3-4 miliardi di euro per il 33 per cento di Aspi, se fosse di più Atlantia non avrebbe perdite a bilancio.

Le date per la firma delle due intese, quella tra Atlantia e il governo che prevede, alla fine, l’uscita della famiglia Benetton dalla gestione delle autostrade, e il Memorandum of understanding tra la holding e Cdp ancora non sono fissate. Si era parlato di domani, ma di certo si slitterà di qualche giorno anche per consentire di rivedere termini e tempi dell’operazione.

Il memorandum, inviato da via Goito e ora all’esame dei vertici di Atlantia, prevede che tutta l’operazione avvenga in un unico momento: scissione di Aspi da Atlantia con contestuale quotazione in Borsa e aumento di capitale a prezzo dell’Ipo per l’ingresso di Cdp, che garantirà così risorse fresche per la nuova società. Sempre in sede di Ipo, avverrà l’ingresso di tutti gli altri soci. Tra le manifestazioni di interesse che sarebbero già arrivate, ci sono quelle del fondo australiano Macquarie, di Blackstone, del Qatar. Sul fronte degli investitori italiani si sarebbero fatti avanti Poste Vita e le Casse di previdenza private dei professionisti.

La valutazione degli asset e il prezzo di Aspi, in questo nuovo schema, saranno stabiliti dal mercato e non ex ante. Ma nemmeno la nuova soluzione trova l’accordo del fondo britannico Tci, che “si oppone fortemente a qualunque aumento di capitale o Ipo ad un prezzo ribassato”, dice all’Ansa il fondatore e managing director Christopher Hohn. “L’unica strada per assicurare un ingresso di Cdp in Aspi che sia corretto per Atlantia e gli investitori internazionali – aggiunge il portavoce del fondo – è una giusta vendita dell’88% di Atlantia in Aspi in un processo di mercato guidato da advisor internazionali di riconosciuta reputazione, o uno spin-off di Aspi a un giusto prezzo di mercato che consenta l’ingresso di investitori, inclusa Cdp”.

Fontana, nuove bugie. Ma mezzo Pd e Iv sono pronti a salvarlo

“Quando ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch’io. Fare anch’io una donazione. Mi sembrava il dovere di ogni lombardo”. È alla Stampa che un sempre più traballante Attilio Fontana affida l’ultima, sdrucciolevole ricostruzione. Ma un muro, adesso, è caduto. Perché nel fascicolo per frode in pubbliche forniture aperto a suo carico sulla vicenda camici – una commessa da 513 mila euro di Regione Lombardia alla ditta del cognato di Fontana, la Dama Spa, poi trasformata in donazione – c’è la dimostrazione di ciò che il governatore ha sempre negato, la propria conoscenza dell’affare. È un bonifico da 250 mila euro partito il 19 maggio da un suo conto in Svizzera e diretto al marito della moglie, Andrea Dini, per risarcirlo almeno in parte del mancato introito sui 49.353 camici già consegnati (le cui fatture vengono stornate il 22 maggio, qualche giorno dopo una generica intervista di Report sugli affidamenti diretti per l’emergenza Covid). Un documento che manda in fumo l’unica versione ufficiale fornita da Fontana il 7 giugno, quando disse di non sapere nulla della vicenda e non esservi mai entrato in alcun modo.

Non solo: quei soldi – su cui ora insistono i magistrati – sono parte di un tesoro da 5,3 milioni di euro nascosti per dieci anni alle Bahamas, poi dichiarati sfruttando lo scudo fiscale e depositati alla banca svizzera Ubs Ag, dove il leghista li amministra tramite “mandato fiduciario misto” affidato a una società intermediaria. “Non c’è niente di illecito in quel conto, sono capitali denunciati e scudati, un’eredità di mia madre. Non vedo di cosa dovrei vergognarmi”, è la versione di Fontana. Ma la Procura di Milano vuole capire se davvero quei soldi fossero tutti della signora Maria Giovanna Brunella – dentista morta a 92 anni nel 2015 – come indicato nella voluntary disclosure, e verificare eventuali incongruenze nei movimenti. E poi c’è il fatto, delicato per il presidente della più importante Regione italiana, che nessuno fino a qualche giorno fa sapesse di questi milioni sottratti al fisco per anni. Cittadini ed elettori sapevano, al più, del mandato fiduciario in Svizzera.

Per questoal Pirellone è pronta una mozione di sfiducia contro il governatore leghista, che non pensa affatto a dimettersi. Ad annunciarla il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio regionale, Massimo De Rosa: “La misura è colma. Il governatore deve farsi da parte non tanto per le terrificanti ombre che l’ultima inchiesta ha gettato sul suo governo. Non deve farsi da parte i 27 fascicoli aperti in Lombardia sull’operato della giunta. Deve invece liberare la Lombardia dall’incapacità e dal dilettantismo del proprio governo. Serve un atto politico coraggioso: per questo siamo pronti alla mozione di sfiducia e chiediamo alle altre forze d’opposizione di sostenere la nostra richiesta”.

Ma dalle altre opposizioni, e in particolare dal drappello più numeroso – quello del Pd – l’entusiasmo latita. A partire dal capogruppo Fabio Pizzul: “Non crediamo sia prioritario che Fontana si dimetta”, ha dichiarato ieri. Posizione che ha creato più di un mal di pancia tra i dem lombardi. Ma nessuno degli altri consiglieri si sbottona: “Voterò quello che deciderà il partito”, fa sapere il varesotto Samuele Astuti. Raggiunto dal Fatto, Pizzul precisa: per decidere se votare o meno la sfiducia il suo gruppo aspetterà le dichiarazioni del governatore in Aula previste per oggi, prima del voto sull’assestamento di bilancio. Solo se non saranno convincenti, “prenderemo in considerazione l’idea di unirci ai 5 Stelle”.

Attendista anche Niccolò Carretta, consigliere del neonato gruppo di Azione (composto da lui medesimo): “Non avrebbe senso presentarsi domani avendo già deciso di votare la sfiducia. È illogico, allora perché gli chiediamo di spiegare?”. Mentre Patrizia Baffi, la rappresentante di Italia Viva eletta coi voti della Lega a capo della commissione d’inchiesta sul Covid in Lombardia (e poi dimessa sull’onda delle polemiche) sfugge alla domanda: “Manderò un comunicato stampa entro poche ore, non mi faccia dire nulla”. Poi scompare. Tutti al Pirellone scommettono sul suo voto contrario (“salvò” anche l’assessore Gallera dalla mozione presentata contro di lui a maggio).

Chi invece non sfiduciò Gallera, ma è pronto a votare contro Fontana è il radicale Michele Usuelli, medico di terapia intensiva: “La priorità è mandare a casa questa giunta. Chiederò ai 5 Stelle di fare sintesi per un testo che non sia puro giustizialismo”.

Ma mi faccia

I Legnanesi. “La Regione Lombardia nella gestione del Covid non ha fatto errori” (Attilio Fontana, Lega, presidente Lombardia, 23.4). “Le abbiamo azzeccate tutte” (Giulio Gallera, FI, assessore regionale Welfare e Sanità, 6.4). Sono sempre i migliori quelli che non se ne vanno.

Nei secoli Fedeli. “Un’immagine di straordinaria forza sul significato del valore dello studio: decine di donne afghane che… sostengono l’esame di ammissione all’università in spiaggia” (Valeria Fedeli, Pd, ex ministro dell’Istruzione, Twitter, 23.7). Miracoli dell’Afghanistan, che riesce ad avere le spiagge senza avere il mare: un’immagine di straordinaria forza sul significato del valore dell’ignoranza.

ComPiacenza. “Indubbiamente la storiaccia della caserma dei carabinieri di Piacenza, trasformata in un centro di torture, fa venire i brividi… Prima di giudicare attendiamo come si conviene l’esito delle indagini… Attenzione a non generalizzare… Se pretendiamo che i carabinieri vincano la battaglia con i grassatori occorre che siano dotati di strumenti idonei, di cui oggi non dispongono giacché i nostri governi pensano al reddito di cittadinanza e roba simile” (Vittorio Feltri, Libero, 24.7). Giusto: attendendo, come si conviene, l’esito delle indagini, possiamo serenamente affermare, come si conviene, che è colpa del reddito di cittadinanza.

Appena appena. “Perchè nel ’94 vi candidaste con Berlusconi?”. “Uscivamo da Tangentopoli e Berlusconi, che cercava di interpretare a suo favore il vento di protesta e il bisogno di cambiamento, voleva tutte facce nuove. Si rese conto però che aveva bisogno di qualche professionalità, ancorchè stravagante, e offrì a Marco (Pannella, ndr), senza contraccambi, otto collegi. Io ci stetti poco” (Emma Bonino, senatrice Pd, intervista al Corriere della sera, 12.7). Come quella madre che, raccontava Enzo Biagi, aveva la figlia “un po’ incinta”.

Trova l’errore/1. “Dopo cinque giorni di maratona negoziale la battaglia di Bruxelles sui fondi per il rilancio post-Covid si è conclusa con un successo del fronte franco-tedesco… Ha visto Francia e Germania determinate… contro i Paesi ‘frugali’ Olanda, Danimarca, Svezia ed Austria, sostenuti dalla Finlandia… e i sovranisti Polonia e Ungheria…” (Maurizio Molinari, Repubblica, 22.7). C’erano proprio tutti, a Bruxelles. Peccato che l’Italia, destinataria a sua insaputa del 28% dei fondi, non fosse neppure invitata.

Trova l’errore/2. ”Merkel e Macron salvano l’Italia” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 21.7). È bello vedere il Giornale e Repubblica, dopo tanti anni, sulla stessa linea.

Trova l’errore/3. “Conte festeggia per nascondere la sconfitta” (Daniele Capezzone, La Verità, 22.7). Ah, c’è pure Capezzone.
Faccio schifo. “Grillo. La vera storia dell’incidente mortale”, “Fa abbastanza schifo che nel luglio 2020 si debba tornare su questa vecchia storia” (F. F., Libero, 22.7). Segue un’intera pagina di F. F. che nel luglio 2020 fa abbastanza schifo tornando su questa vecchia storia.
Maiolate. “De Pasquale, quel magistrato con l’ossessione dell’Eni. Nel ’93 accusò Cagliari, ora accusa Descalzi e Scaroni” (Tiziana Maiolo, Riformista, 23.7). Cioè: l’Eni manovra tangenti almeno dal ’93 e la colpa è del pm che le scopre. Del resto, se hai la febbre, è colpa del termometro.

Cose da pazzi. “De Pasquale è sempre lì dentro l’aula coi soliti baffi e la toga consunta a chiedere la condanna” (Libero, 24.7). In effetti un pm che fa il pm è davvero bizzarro.
Esodo biblico. “Strappo nel M5S, cade un’altra stella: addio di Lozzi. La presidente del VII Municipio abbandona il Movimento e approda al partito di Paragone, Italexit: ‘La maggioranza mi seguirà’. E prepara la sua lista per le Comunali” (Repubblica-Roma, 24.7). “Paragone fonda Italexit e punta già al Campidoglio” (Il Dubbio, 24.7). Compatibilmente con lo spostamento d’aria, vanno transennate le edicole con un anno d’anticipo.

Abbiamo una corrente. “Ecco la corrente di Travaglio per sostenere Giuseppi. Fibrillazione nei pentastellati” (il Giornale, 19.7). Solo una corrente? Che scadimento.

La pioggia nel pirleto. “A furia di pensare solo agli immigrati, il sindaco Orlando dimentica i cittadini di Palermo: basta un temporale e la città finisce sott’acqua” (Matteo Salvini, segretario e senatore della Lega, Twitter, 15.7). “Lombardia sott’acqua. Forti piogge in tutta la Regione. A Milano terza esondazione del Seveso in tre settimane, mentre il fiume Olona esce dagli argini” (rainews.it, 24.7). Quindi è lui che porta sfiga?
Io so’ io… “Io non ho fatto la quarantena perché sono una deputata. È vero, non sono stata in isolamento” (Francesca La Marca, deputata Pd di ritorno dal Canada, Corriere della Sera, 20.7). La famosa immunità parlamentare di gregge.

Il titolo della settimana. “L’ultima di Palazzo Chigi. Agli imprenditori finanziamenti solo se sono transessuali” (Renato Farina, Libero, 20.7). Infatti la Fiat-Fca è piena di drag queen.

“Un paradiso” per Goethe che oggi movida, piste ciclabili e ambulanti rendono un vero inferno

Posillipo ha un etimo greco che significa “pausa dal dolore”. Questo significato è stato autentico fino a qualche decennio fa. Ora la principale attrattiva di bellezza napoletana, e una delle prime del mondo, non esiste più. Provate a fare un giro per la parte alta di via Petrarca, per via Boccaccio, per via Lucrezio. Ovunque cocci di bottiglia, bottiglie vuote, cartacce schifose, lattine piegate, polvere da non dirsi, pietre divelte, immondizia non gettata nei cassonetti, che pure abbondano. E, anche all’interno del Parco della Rimembranza (dopo la guerra ribattezzato Parco Virgiliano: lì il sommo dei poeti abitava, ma la casa non l’abbiamo trovata), pini tagliati. I pini tagliati sono trecento! Il degrado è precipitato durante gli anni nei quali De Magistris, che lo è ancora, è stato sindaco. L’ex magistrato con la bandana arancione, capace unicamente di concionare, e avente quale solo interesse il popolo (alcoolizzato e tossico) dei cosiddetti “baretti”, luogo di sfogo della cosiddetta “movida” delle fine settimana, e i criminali dei centri sociali…

Perché ha fatto tagliare i trecento pini? Si vuole a scanso di responsabilità, per evitare di avere noie nel caso un ramo si fosse staccato e fosse caduto su di un passante. Ora quei tronchi sono nient’altro che povere bocche mute, come Marco Antonio, nella tragedia di Shakespeare, definisce le ferite sul corpo di Cesare dopo l’assassinio. A De Magistris, in quanto sindaco, spetterebbe di far ripiantare i trecento alberi. Non lo farà mai; né credo che il suo successore, specie se sortito dalla sua nidiata, se ne occuperà. Credo che le povere bocche mute resteranno in eterno tali. E mi viene fatta una riflessione. Posillipo era una bellezza imparagonabile. Ma la sinistra ignorante e cialtrona, come quella di De Magistris, nutre anche una sorta di odio ideologico per la bellezza. La considera un mezzo per stabilire e mantenere le distanze sociali: laddove è vero l’esatto contrario, giacché essa sgorga per tutti. Certo, i poveri non abitano a Posillipo; ma possono arrivarci con i mezzi di trasporto pubblico. O meglio, avrebbero potuto arrivarci finché tali mezzi di trasporto funzionavano alla buona; oggi anch’essi sono in crisi, e spettacolo frequentissimo è il vedere torme di disgraziati che attendono ore sotto la pioggia o sotto il sole bollente che un autobus passi.

Insomma, a Napoli è tutto finito. I grandi alberghi del lungomare (“liberato” da De Magistris) sono chiusi; e per via Partenope vedi solo piste ciclabili vuote, venditori abusivi, roulottes con la carne di porco e i panini. Questa era la più bella città del mondo. Goethe la definì “un paradiso abitato da diavoli”, ma oggi direbbe “un inferno abitato da diavoli”.

“Il cinema offre pochi ruoli femminili. E io allora scrivo”

Le tette: “Farmele perdonare, e perché?”. La scrittura: “Mi ha liberato”. L’amore: “Oggi è un po’ come un apericena: sazia uguale, costa meno”. Ofelia: “Siamo come lei, davanti all’abisso”. I frugali: “Uno svedese io ce l’ho in casa, e ve lo dico: dovessi rinascere, vorrei rinascere italiana”. Attrice, conduttrice e scrittrice, Chiara Francini si prepara a portare in tournée: L’amore segreto di Ofelia di Steven Berkoff, partenza oggi da Vimercate, e a tenere a battesimo la prima edizione del Lecco Film Fest – Donne oltre gli sche(r)mi, dal 30 luglio al 2 agosto. Nel frattempo, lavora al quarto romanzo e, promette, continua a “mettermi a nudo”.

Francini, nuda la ricordiamo in Maschi contro femmine di Fausto Brizzi.

Questo è più gratificante, ve lo assicuro: non si tratta di nudità ma di essenza, una questione di autenticità, di – non lo scriva, la prego – ontologia.

Si spieghi.

90-60-90 è una coltre, non ti fa vedere il colore degli occhi, della pelle: la scrittura, invece, mi ha spogliato davvero. È un’avventura ardita, artigianale: a differenza del cinema e della tv, sei tu che decidi come imbrattare, creare universi sterminati.

Non parlare con la bocca piena, Mia madre non lo deve sapere e Un anno felice: tre libri, 120 mila copie vendute.

Sa qual è la cosa più importante? Trovare la condivisione, la moltiplicazione, il progresso: la cultura è prendersi per mano, come in un girotondo. Scrittura e teatro sono le attività che mi hanno dato più respiro nella vita professionale, anzi, nella vita.

Il cinema meno.

Quello italiano non offre ruoli femminili con più di due o tre colori: a galassie ascendenti preferisce evoluzioni orizzontali. Spero la situazione migliori, non è un problema di grandezza, ma di respiro, altrimenti si gioca con le figurine.

Un anno felice avrà un adattamento?

Sì, ne sono strepitosamente felice. C’è in me un profondo desiderio di giustizia, è fondamentale trovare non storie da donne, ma storie di donne: Un anno felice lo è.

Focus sull’innamoramento.

Quella meravigliosa e maledetta prima fase, che spacca il cielo e ti sbatte per terra: mancanza di senno, come in Tucidide, Manzoni e Boccaccio. Non è bellezza ma telegenia, un’attrazione, una magia di proporzioni inspiegabili.

Il protagonista maschile è Axel, uno svedese dai lineamenti etruschi come il suo compagno Frederick. Svedese e anche frugale o, meglio, parsimonioso?

Frugale e luterano. Le dinamiche del Recovery fund l’hanno ribadito, siamo profondamente diversi: gli scandinavi osservano la Legge di Jante, che stigmatizza la realizzazione personale e il successo individuale, noi confidiamo nel “io so’ io e voi non siete un cazzo!” del Marchese del Grillo.

Soluzioni?

Ci vorrebbe una “VarJante del Grillo”. Quella legge l’hanno introiettata fino nel midollo: tutti devono apparire nella stessa maniera, sicché uno svedese non si esalta sull’altro, non parla di soldi, non fa sfoggio – ma non significa non ci stiano attenti – di ricchezza. Ma i film scandinavi lo denunciano: c’è un devastante senso di colpa, di inadeguatezza, una gabbia che li imprigiona. Alla quinta birra, comprata solo il sabato e la domenica nel supermercato dedicato, sono tutti amici, però il loro modo di vivere è rigido, richiede perfezione, non concepisce la perfettibilità. Mi creda: italiana tutta la vita.

Regia di Chiara Lagani (Fanny & Alexander), l’Ofelia di Steven Berkoff esplora in forma epistolare la relazione con Amleto: che cosa aspettarci?

Il racconto di un passione carnale in assenza di contatto, dunque, filologicamente perfetto per i tempi che viviamo. Berkoff ci parla aulicamente di quel che Shakespeare non ha mostrato, io e la mia Ofelia, l’attrice e il personaggio, diventiamo una cosa sola, dall’Ade fino al Paradiso in cui ti porta l’amore.

Non si scappa dall’amore?

Dovremmo aspettarlo con le braccia lungo i fianchi e le mani aperte, comprenderlo e non istruirlo: l’amore è una fetta di pane all’olio, ed è superiore a un piatto elaborato, perché senza artificio, senza volontà. Ma oggi non è più l’appuntamento principale in agenda.

Al neonato Lecco Film Fest, canterà le donne.

Sono molto amata dalle donne, in maniera trasversale, e ricambio senza indugio. Ripeto, il segreto è la condivisione, che non deve annullare ma esaltare le differenze. Come voleva Sandro Penna: “Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”.

 

In autostop con Moretti La lotta con Germano E il piacere di creare film

Primo contatto: “Ci piacerebbe intervistarla per le pagine di domenica”.

“Non so se posso già parlare del mio prossimo film”.

“In realtà è perché compie sessant’anni”.

Resta in silenzio. Uno di quei silenzi indecifrabili.

“Me ne ero dimenticato”.

Daniele Luchetti si presenta e solo l’aspetto fisico denuncia l’assenza di qualunque divismo: i vestiti sono generici, pratici, non chiassosi, di uno che ama passare inosservato e che lascia alla sola montatura degli occhiali, leggermente colorata, il ruolo di vezzo da scovare; poi subito sorride, e anche il sorriso non è invasivo, così come il volume della voce, o i termini utilizzati: tutto rientra in un understatement forse naturale, forse ricercato, forse entrambi, decisamente congeniale per chi a sessant’anni ama il suo equilibrio, e che nel mondo esterno desidera lasciare traccia di sé solo attraverso i film. E così il regalo migliore per il compleanno è arrivato da Venezia: il suo Lacci aprirà la Mostra al Lido, “e ne sono felicissimo. Anche se al Lido non è andata sempre bene…”.

Come mai?

Presi una scoppola con I cattivi maestri, avevo solo 38 anni. Da lì ho smesso per molto tempo.

Però ha iniziato presto.

Prima con la pubblicità, poi da aiuto regista di Nanni Moretti in Bianca e La messa è finita; negli spot cercavo di inserire quegli attori che normalmente si dedicavano solo al cinema, e viceversa.

Tipo?

Stefano Accorsi nella pubblicità del Maxibon: “Du gust is megl che uan” è un’invenzione mia e del direttore creativo.

Nel suo primo film, “Domani accadrà”, si è trovato a 28 anni a dirigere Ciccio Ingrassia…

(Ride) Decise tutto da solo, e poi le sue scelte avevano un senso, quindi potevo dirgli poco; in sostanza era portatore di un’esperienza che allora non sapevo come giudicare; (ci pensa) in realtà un po’ tutti gli attori di quel film erano portatori sani di qualcosa, e io nel ruolo del vigile che smistava.

Per Marco Giusti è uno degli eredi di Risi e Scola.

(Quasi balbetta) Ma… sì… boh… magari… (poi prende coraggio) Forse è per una certa disinvoltura nel prendere dei rischi: non ho mai paura di affrontare un percorso differente, non rifiuto la “prima volta”.

Esempio?

Quando ho girato Il portaborse avevo trent’anni, e rientrava nel cinema politico: dopo il successo mi hanno chiesto il sequel o qualcosa di simile; potevo andare avanti cinque anni e ben pagato…

Invece?

Non sopporto l’idea di ripetermi, potrei impazzire e affronto il cinema con l’occhio di chi desidera avventure; (ride) quando non ho seguito questa regola, ho sbagliato.

Tipo?

Con Arriva la bufera.

Ha girato molti successi.

E mi chiedo se dietro questi film si vede l’identità di un regista o solo la volontà di una persona vorace che vuole tentare di tutto.

Teme di non lasciare un imprinting?

M’interrogo su come sarebbe andata se mi fossi concentrato su commedie come Il portaborse o La scuola; però ho creduto in ogni film, anche quando sono andato in Argentina per la serie tv sul Papa; e non ero interessato, è stato Valsecchi a insistere e lo ringrazio.

Perché?

Lo ritenevo un argomento lontano da me, poi in Sudamerica ho ritrovavo elementi comuni con la mia storia, soprattutto della politica degli anni giovanili.

Protestava contro Videla?

Fui arrestato con la mia fidanzata dell’epoca; (sorride) ero iscritto alla Fgci…

Non stava con i “compagni che sbagliano”.

No, eppure ne avevo tanti sotto il naso, gente che preparava le pistole o le molotov prima di una manifestazione, e quasi sempre erano dei ragazzi borghesi; (cambia tono) molti di loro hanno pagato in prima persona.

Ne era affascinato?

Ne invidiavo l’energia, la vitalità, la consapevolezza di prendere dei rischi; ma quando ci affrontavo dei ragionamenti più approfonditi, alla fine mi perdevo, non capivo il loro vocabolario, e trovavo maggiore concretezza nella sezione del Pci, magari più terra terra, ma con la possibilità di influenzare la società.

Cosa leggeva in quegli anni?

La mamma di un amico mi disse: “Vai sui classici, dopo non avrai tempo”. Quindi Flaubert, Stendhal, gli americani, e i fumetti come Linus e Frigidaire.

Torniamo alla crisi vissuta a Venezia…

Sono andato come una scheggia fino a I piccoli maestri: mi sentivo un po’ esaltato, sembrava tutto facile, i film incassavano e venivano proiettati a Cannes o a Venezia; quella certezza è fondamentale se fai cinema.

Eppure…

Su I piccoli maestri contavo tanto, e mi sentivo catapultato in una comunità di persone che mi piaceva, capitanate da Luigi Meneghello, scrittore ed ex partigiano, e l’idea di realizzare un film su quel mondo, mi esaltava; a Venezia il film venne stroncato a tal punto che pensai: Ma chi me lo fa fare!

Si ricorda il tenore delle critiche?

No, però ci restai male; Enrico Lucherini (storico ufficio stampa) entrò nella mia stanza e mi offrì il quadro della situazione: “Disastro. Hanno fischiato”.

Erano gli altri a non capire o lei ad aver sbagliato?

Io. Solo io. Ho pensato che gli elogi di prima fossero esagerati; con il nostro lavoro passi dall’auto-esaltazione, alla depressione, e senza vie di mezzo, anche se molti miei colleghi credono solo alla prima fase…

E lei?

Mi fido poco degli elogi, e poi amo più scrivere, progettare, studiare il cast, girare, montare, piuttosto che contemplare il risultato finale.

Sono più celebri i suoi film di lei.

È una scelta: preferisco sparire dietro alla pellicola, altrimenti il regista vende se stesso e non la sua storia.

Non teme la deminutio.

Forse così mi sono messo in sicurezza sulla vita quotidiana e sulle aspettative degli altri.

Pennacchi l’ha accusata di aver stravolto il suo libro.

Le sue critiche non mi hanno ferito, è una persona intelligente, e sapevo che era incazzato perché lo avevo bypassato nella sceneggiatura, ma non potevo sostenere una lotta con lui.

La critica era legata pure a come ha trattato i fascisti nel film, “tutti cattivi”.

Invece ho dato a Elio (Germano) il compito di interpretare il fascista più simpatico della storia del cinema italiano.

Alza mai la voce?

(Stupito) Sono un passivo-aggressivo: medito vendetta quando subisco un torto, poi me ne dimentico, o perdono, ma nell’immediato la sola idea mi dà soddisfazione.

Dopo “I maestri”, il ritorno al cinema…

Grazie alla mia ex moglie: in quel periodo di stop abbiamo visto tante commedie sentimentali e ne volevamo girare una, ma quando lasci il set per molto tempo, in qualche modo perdi il ritmo, la visione d’insieme, attribuisci alle cose un’importanza sbagliata.

Un attore con il quale ha avuto problemi all’inizio.

Con Elio il rapporto non è stato immediato; per quel film ho passato un anno alla ricerca del fascista perfetto, tra palestre di boxe e centri sociali di destra, e ho scovato tanti buoni picchiatori, anzi troppi, quindi c’era un problema.

Poi?

Un giorno incontro Elio in un bar e penso: è l’opposto. È lui. Solo che nelle prime letture del film non era efficace, io disperato, ma all’improvviso capisco il problema: recitava contro il personaggio, ogni volta doveva dimostrare che il fascista era uno stronzo. “Devi metterti dalla sua parte”. “Non difenderò mai uno così”. “Solo un quarto d’ora”. E l’ho convinto.

Nel 2015 Scola l’ha citata per una frecciata al cinema italiano: “Oggi Luchetti non sa cosa fa Tornatore”.

È un tema serio; uno dei momenti migliori dell’ultimo decennio è quando è stato fondato il gruppo “I cento autori” e per miracolo ci siamo ritrovati tutti insieme, da Bellocchio e Bertolucci, a Sorrentino, Virzì e Archibugi; parlavamo e litigavamo, ci scambiavamo le sceneggiature e seguivamo i film degli altri. Durante quell’esperienza sono nate pellicole interessanti.

Non è durata.

Scatta sempre qualcosa che ci separa, magari la competitività, i figli, le affinità elettive, il sentirsi migliori o peggiori dell’altro, ed è un danno.

Si inserisce nel Pantheon dei grandi registi italiani?

(A momenti salta sulla sedia e d’istinto risponde) No! (silenzio, e poi…) Non lo so, non è una decisione che tocca a me.

Luchetti nel 1970.

Sono davanti a Canzonissima e penso che siamo nell’era moderna.

Nel 1980.

Con un amico ero proiezionista in una scuola di cinema e convincemmo l’Istituto di Italia-Urss a prestarci l’Aleksandr Nevskij di Eisenstein. Andiamo tre ore prima dell’appuntamento per studiarlo: apriamo le scatole sovietiche, preleviamo la pellicola, ma si srotola tutta. Abbiamo passato il resto del tempo a ricomporla.

1990.

Giro Il portaborse e inizio ad avvertire la sensazione che il cinema è la mia vita; ricordo l’albergo ad Amalfi, ero lì con la troupe, circondato dagli amici, alcuni poi utilizzati da comparse, e spinto da una piccola produzione con Barbagallo e Moretti; poi i miei genitori che arrivano a salutarmi, le fidanzate presenti…

Una famiglia allargata.

Ho l’immagine di noi alle prese con l’autostop per andare in pizzeria.

Autostop?

Era un film povero, non avevamo una macchina, però era la vita più deliziosa che si potesse immaginare, un misto tra il campeggio con gli amici, la vacanza a scrocco di qualcun altro, e l’idea di realizzare un qualcosa che avrebbe ottenuto una risonanza.

Perfetto.

In realtà Nanni si è ammalato in quei giorni ed eravamo un po’ preoccupati per le sue manifestazioni cutanee e il dimagramento, ma nella nostra incoscienza nessuno aveva pensato a qualcosa di grave, mentalmente eravamo altrove, ci inventavamo sopralluoghi, come a Pompei, solo per non pagare il biglietto.

2000.

Sono caduto sotto la liturgia borghese: affittai a Fregene una casa con piscina, avvolto dalla sensazione di aver ottenuto una piccola quantità di benessere anche economico, e la prospettiva di poter far qualcosa, senza sapere cosa.

A vent’anni avrebbe creduto alla vita borghese?

Ero stupito e divertito, e anche allarmato perché mi trovavo in un contesto che un tempo avrei criticato.

2010.

Sono separato, in vacanza a Levanto con mio figlio e degli amici, mangio un grosso pesce, quando pensavo che sarei stato circondato dai vecchi affetti. Di loro non c’era nessuno, ed era l’inizio di una nuova vita.

2020.

Una bambina di cinque anni, una figlioccia di 13, un figlio di 20, un matrimonio finito, e un’altra coppia che sta cambiando casa. Tanti progetti nati nella pandemia.

Nel lockdown non si è spento il cervello…

Sono stato talmente colto dal panico, da iniziare a tirare giù idee, per farmi trovare pronto.

Gioca con l’enigmistica?

No.

Oroscopo?

Ogni tanto.

Superenalotto?

Mai.

Scaramanzia?

Neanche una.

Cattolico?

No.

Un attore del passato con il quale avrebbe voluto lavorare.

Mastroianni e Tognazzi; anzi Mastroianni l’ho diretto in un piccolo cortometraggio per la scuola di cinema: venne per due ore, e fu disponibilissimo, simpatico, l’attore più semplice al mondo.

Un attore difficile.

Quelli insicuri, che non hanno un problema con il personaggio ma con se stessi.

Lei chi è?

Uno che rientra nelle statistiche dei padri separati, che poi hanno fatto figli in tarda età, che ha incertezze sul lavoro, ma anche dei progetti. E Venezia mi aspetta.

(Cantava Rino Gaetano in “Mio fratello è figlio unico”: “…E non ha mai criticato un film, senza prima, prima vederlo”)

@A_Ferrucci