Parigi non vale un virus: sono rimasti solo i francesi

Visitiamo il Louvre in un giorno di luglio. In un’estate “normale” la fila d’attesa coprirebbe a zig zag tutta la piazza. Nell’estate del Covid non riempie nemmeno il percorso delimitato da paletti e cordoni davanti alla Piramide. Dentro viviamo momenti di grazia insperati. Nell’ala dell’Antico Egitto, di solito affollata, abbiamo un lungo a tu per tu con lo “Scriba seduto”, perché per qualche minuto non entra nessuno nella sala. Davanti alla Venere di Milo si formano gruppetti di una decina di persone al massimo. Come sempre la maggior parte dei visitatori è in fila per la Gioconda. In tanti passano davanti alla Nike di Samotracia e agli altri Leonardo della galleria gettando solo uno sguardo. Le brutte abitudini non si perdono mai.

In quasi quattro mesi di chiusura il Louvre ha perso 40 milioni di euro solo in biglietti invenduti.

Dal museo ci forniscono gli ultimi dati: dal 6 luglio, giorno della riapertura, al 20, il Louvre ha accolto 123.271 visitatori, ovvero 9.482 al giorno, mentre erano circa 26 mila ogni giorno nel luglio 2019. Il 68% sono francesi, il 6% tedeschi, il 4% olandesi, il 3% belgi.

Senza gli stranieri, russi, americani e cinesi in testa, ma mancano anche italiani e spagnoli, i parigini riscoprono la loro città. Nel 2019 Parigi ha accolto 38 milioni di turisti. Da marzo a giugno, ci informano dal comune, ne ha persi almeno 12 milioni. Tra souvenir e trasporti i turisti spendono 22 milioni di euro all’anno: nei due mesi di “confinamento” il buco è stato di 4 milioni. Corinne Menegaux, direttrice dell’Office du Tourisme de Paris, prevede una contrazione del 50-60% dell’attività turistica nel 2020, ma spera nel last minute.

“C’est un drôle d’été”. È una strana estate, ripete Claire, parigina di adozione da tanti anni. Di domenica sera ci fermiamo con lei a prendere un gelato nel dedalo di viuzze del quartierino della rue de la Huchette, a Saint-Michel, a due passi da Notre-Dame, uno dei luoghi più turistici della capitale e quindi in genere disertato dai parigini. A Claire non sembra vero di avere l’imbarazzo della scelta su dove sedersi: “Questa estate resterò qui per lavorare. Ma approfitterò di questa calma per visitare i musei e andare a Versailles. Visite che rinvio sempre – dice – perché in genere c’è troppa gente”.

È proprio una strana estate, senza le folle per le vie del centro, senza dover camminare facendo a spintoni. A Paris-Plage, la spiaggia sulla Senna, ci si mette in fila per fare il tampone. Quattro punti sanitari sono stati aperti sulle rive del fiume: il test è gratuito e si ha il risultato in due ore. Nell’attesa si prende il sole. I bateaux mouches sono pieni solo a metà nel rispetto delle regole sanitarie. L’Hôtel Plaza Athénée dell’avenue Montaigne o il Lutetia della rive gauche sono chiusi fino a fine agosto, come la maggior parte degli hotel “palace”. Con la pandemia i ricchi nord-americani o asiatici che riusciranno a fare il viaggio in Francia preferiranno andare a Saint-Tropez, al mare. A Montmartre, i pittori della place du Tertre incrociano le braccia nell’attesa che qualcuno si fermi a farsi fare il ritratto. Seduti sul prato ai piedi del Sacré-Coeur i parigini si godono il panorama. Molti negozi e ristoranti sono chiusi nel quartiere. Il sindacato Gni degli albergatori e ristoratori ci comunica che solo il 15-20% degli alberghi sono aperti in città, mentre il 15% dei ristoranti sono chiusi dal lockdown. In rue d’Arcole, che dall’Hôtel de Ville porta a Notre-Dame, sono aperte solo una o due boutique di souvenir. Per visitare la Tour Eiffel, dove si può salire fino in cima dal 15 luglio, si può prenotare la mattina per il pomeriggio. Non c’è fila d’attesa. La Torre, che ha perso 27 milioni di euro durante il lockdown, accoglie solo la metà dei suoi visitatori, 10 mila-12 mila al giorno, invece dei soliti 20-23 mila. Il Covid è costato caro a Parigi. Intanto in termini di vite umane: sono più di 1.770 i morti, che diventano più di 7.500 nella sua regione, l’Île de France, una delle più colpite dall’epidemia.

La città ha fatto anche i suoi conti: la fattura del Covid ammonta a 565 milioni di euro, tra spese impreviste e introiti persi. Per l’acquisto di dispositivi di protezione per gli agenti comunali, mascherine e gel, sono stati spesi 57 milioni. Per la sanificazione dei locali pubblici 10 milioni. La città ha perso 80 milioni di fiscalità immobiliare, 45 di tassa di soggiorno e 60 per la gratuità dei parcheggi durante il lockdown. È stato inoltre votato un “piano per il rilancio” di 200 milioni di euro per sostenere i settori più colpiti, cultura, turismo, ristorazione.

Orbán zittisce Index, ultimo giornale libero: migliaia in piazza

L’Ungheria rischia di restare senza una voce libera e indipendente dal potere del premier Viktor Orbán. Per questo sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, su iniziativa del partito di opposizione Momentum (liberale). A minare ancora la libertà di stampa è il licenziamento del direttore di Index.hu, il più grande giornale online ungherese, dopo la chiusura rispettivamente nel 2014 e nel 2016 dei quotidiani Origo e Nepszabadsag. Il primo fu venduto a una società di media collegata al partito di Orbán, Fidesz, e indirizzato verso una linea filo-governativa, finché nel 2018 la proprietà di dieci editori fu trasferita a una holding guidata da un fedele alleato del premier.

Ora tocca a Index ultimo tassello della trasformazione dei media in organi di propaganda governativa e della censura della critica a Orbán. “La nostra storia è finita”, ha dichiarato l’ormai ex direttore di Index, Szabolcs Dull, al cui allontanamento la redazione ha risposto con le dimissioni di massa: 80 tra giornalisti e dipendenti della testata online hanno lasciato il lavoro. L’epilogo della storia tuttavia era già stato scritto con l’acquisizione del 50% della società editrice del sito di informazione da parte di un imprenditore vicino al premier nazionalpopulista. “La nostra voce è in pericolo, rischiamo la chiusura”, aveva avvisato il direttore Dull, il cui licenziamento viene definito dai suoi colleghi come “un tentativo di fare pressione” sulla redazione. “È un’altra importante istituzione ungherese in procinto di essere smantellata, occupata e distrutta dal partito di Orbán”, è l’accusa lanciata da Miklos Hargitai, presidente dell’associazione dei giornalisti ungheresi. A intervenire sul caso di Index è stato anche il presidente di Renew Europe al Parlamento europeo, Dacian Ciolos, istituzione da cui non è la prima volta che si alzano critiche alla mancanza del rispetto dei diritti da parte di Orbán. “Il direttore è stato licenziato nella stessa settimana in cui Viktor Orbán è tornato a Budapest dichiarando che i leader dell’Ue avevano promesso di far cadere contro il suo governo le procedure dell’articolo 7”, quello che permette all’Unione di sanzionare gli Stati che non rispettano gli standard comunitari, ha accusato Ciolos. “Non c’è verità senza qualcuno che è libero di parlarne – ha aggiunto –. Ecco perché la lotta per lo stato di diritto e la democrazia in Europa è vitale”. Ciolos ha chiesto al “Consiglio europeo e alla Commissione di agire” puntando il dito contro il Ppe che “deve smettere di legittimare il percorso illiberale di Orbán.

Libano, una guerra anti crisi Hezbollah stuzzica Israele

Il partito armato sciita libanese Hezbollah alza di nuovo il tiro sulla Galilea e Israele per ora reagisce inviando nuove truppe sul confine con il Paese dei Cedri. Il pretesto usato da Hezbollah è la morte di un alto ufficiale delle sue milizie – in realtà un vero e proprio esercito di migliaia di paramilitari – avvenuta all’inizio della settimana in Siria in seguito a un bombardamento aereo israeliano per bloccare la costruzione di una base militare libano-iraniana. Il Libano, governato di fatto dall’Iran attraverso Hezbollah, sta affrontando la peggiore crisi politico-economica dalla fine della lunga guerra civile. Il partito armato sciita – longa manus di Teheran che lo ha creato agli inizi degli anni 80 e finora finanziato – nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica infuriata per il blocco dei conti correnti, la mancanza di lavoro e oggi persino di cibo, sembra stia cercando di provocare Israele per indurlo ad attaccare il paese.

Il problema è che anche Israele sta vivendo la peggiore crisi politico-economica della sua storia causata dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Nello sforzo di salvarsi dal processo, che lo vede imputato di reati gravissimi tra cui quello di corruzione, per evitare il carcere e mantenere il potere, Bibi Netanyahu nei mesi scorsi ha sottovalutato la pandemia di Covid contribuendo così a generare l’attuale seconda ondata. Questa ha provocato una forte contrazione dell’economia e lasciato migliaia di israeliani senza lavoro. Una guerra per difendere il Paese da eventuali attacchi di Hezbollah potrebbe costituire per il premier l’ultima carta da giocarsi allo scopo di procrastinare il rendez vous giudiziario e continuare a spacciarsi come l’unico politico davvero in grado di difendere i confini israeliani. Detto questo, è a Hezbollah che un eventuale conflitto con Israele gioverebbe di più. Non va dimenticato che sulla sconfitta di Israele nella guerra del 2006 (inflitta da Hezbollah grazie alla enorme batteria di razzi di fabbricazione iraniana nascosta sotto terra proprio a ridosso del confine con Israele) il partito sciita ha edificato una retorica che gli ha portato moltissimi voti. E ieri, forse, gli sciiti libanesi hanno iniziato a scaldare i motori per un conflitto che potrebbe articolarsi attraverso brevi attacchi di media portata ma costanti anche dal confine siriano. L’esercito israeliano ha registrato un’esplosione lungo il confine tra Siria e Israele che ha provocato danni a un edificio sul lato israeliano delle alture del Golan. L’esercito di Israele però ritiene più probabile che l’esplosione sia stata causata da un tentativo fallito delle forze siriane di intercettare un drone israeliano per distruggerlo.

Le forze di difesa israeliane non escludono tuttavia l’ipotesi che si sia trattato di un lancio intenzionale di razzi. Sia l’esercito sia il governo hanno bollato l’accaduto come una grave violazione di cui la Siria è responsabile. Come avvenuto anche dopo gli “incidenti” precedenti però Israele ha inviato un messaggio anche al Libano avvertendo il paese che sarebbe stato ritenuto corresponsabile per qualsiasi attacco ai danni di Israele. Subito dopo l’esplosione sulle alture del Golan, anche le strade lungo il confine libanese sono state chiuse a tutti i veicoli non militari. Le unità di intelligence e l’aeronautica sono state incaricate di aumentare la vigilanza. Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah aveva recentemente dichiarato che avrebbe reagito contro Israele dal territorio libanese per tutti i suoi uomini uccisi in Siria. Il generale israeliano Amir Baram sostiene che la caratteristica più distintiva dell’attuale periodo nella regione è l’instabilità, che è stata intensificata dalla serie di eventi verificatisi dall’inizio dell’anno: l’assassinio del generale iraniano Qassam Soleimani da parte degli Stati Uniti, le vaste crisi economiche in Libano e in Siria e la pandemia di coronavirus in Medio Oriente. “Economicamente, il Libano si sta avvicinando al periodo subito precedente alla guerra civile della metà degli anni ’70. La disoccupazione è al 40 percento e circa metà della popolazione è ora al di sotto della soglia di povertà. Ci sono notizie di persone che si suicidano a causa della fame. Tutto ciò non è direttamente correlato a noi. Se chiedi a un cittadino libanese, dubito che Israele sia addirittura decimo nella sua lista di preoccupazioni e anche Hezbollah è nella sua fase più difficile dalla sua nascita”. Anche perchè l’Iran, strozzato dalle sanzioni americane e dal Covid, non ha più soldi per mantenere in vita il costoso esercito di Nasrallah.

Caso Palamara, “Repubblica” e gli scoop del “Fatto”

La Procura di Perugia ha finalmente cominciato a indagare sulle rivelazioni di segreto del caso Csm a maggio 2019. In quel periodo La Repubblica pubblicava le intercettazioni di Palamara che hanno condizionato la nomina del capo della Procura di Roma. Non risultano grandi attività di indagine su quel fronte. Le indagini perugine svelate ieri dai grandi quotidiani sono invece quelle sulle rivelazioni del Fatto e della Verità su fatti minori come le richieste del pm Fava, bocciate dall’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone, contro un avvocato già arrestato. A fine maggio 2019 quando il Fatto pubblicava la notizia di un esposto presentato dal pm Fava al Csm su fatti che riguardavano le divergenze di vedute con il suo capo Pignatone non sapevamo nulla delle manovre di Palamara contro Pignatone e contro il pm Ielo. Il Fatto non ha avuto nessun rapporto con Palamara per scrivere quel pezzo. Non abbiamo avuto notizia dell’esistenza dell’esposto da Fava. Lo abbiamo pubblicato perché era una notizia e non immaginavamo che Palamara si interessasse alla questione. Abbiamo lavorato in concorrenza con La Verità. Questi i fatti. Repubblica ieri ha pubblicato la notizia dell’indagine per la presunta rivelazione di segreto in concorso tra Palamara e Fava al Fatto e alla Verità . Chi scrive è stato sentito come testimone a Perugia proprio venerdì. Mentre noi facevamo 5 ore di macchina per rispondere alle domande del gentile pm Mario Formisano sulle nostre fonti, segrete, Repubblica riceveva comodamente la notizia dell’invito a comparire appena notificato agli indagati. Repubblica ha giustamente scritto che Palamara è indagato (non solo per la rivelazione inesistente al Fatto ma anche per altri episodi di presunta corruzione a suon di scooter e viaggi a Capri) però ha aggiunto che il Fatto avrebbe riportato nel maggio 2019 “pedissequamente la versione imbeccata da Fava e Palamara”. Falso. La collega avrebbe potuto sentire chi ha scritto l’articolo e anche i suoi protagonisti. Avrebbe scoperto che nel maggio 2019 il Fatto ha cercato per giorni conferme da più parti su trincee e in ambienti lontani. Molto più facile seguire un’imbeccata senza sentire i protagonisti, proprio come ha fatto ieri Repubblica con noi.

Grandine, temporali, nubifragi e la solita incuria dell’uomo

In Italia – Dopo i tentennamenti di metà mese l’estate mediterranea si è rafforzata. Tra martedì 21 e giovedì 23 luglio le temperature sono salite a 34 °C in bassa Valpadana, 36 °C a Latina, Foggia e sui colli grossetani, fino ai 38 °C del Metapontino. Ma mentre dalla Toscana in giù il tempo restava stabile e caldo, al Nord correnti atlantiche hanno fatto scoppiare violenti temporali da metà settimana. Prima ondata nella notte tra martedì e mercoledì sul Biellese (tetti scoperchiati dal vento), la seconda mercoledì sera tra bassa Lombardia, Ferrarese e Polesine con ben trentamila fulmini e fino a 66 mm di pioggia e grandine. La terza venerdì notte-mattino con un vasto nubifragio che ha prodotto grandine distruttiva da 5 cm di diametro nel Varesotto (Carnago, Morazzone) e un diluvio in Brianza (100 mm a Cinisello Balsamo) responsabile della solita alluvione urbana del Seveso a Milano: di ricorrenza annuale – l’ultima era avvenuta solo lo scorso 15 maggio – è un evidente sintomo di inadeguato dimensionamento dell’alveo artificiale in città. Rovesci di insolita intensità per il periodo anche in Liguria e Toscana, 81 mm a Levanto e 60 nell’interno imperiese, il doppio della media di luglio talora in poco più di un’ora! D’altronde la cementificazione non aiuta a smaltire senza danni l’acqua di scrosci violenti e concentrati: secondo il nuovo rapporto Ispra sul consumo di suolo nel 2019 sono stati sigillati altri 57 chilometri quadrati di territorio italiano, 2 m2 al secondo, scellerata tendenza guidata da Veneto, Lombardia, Puglia, Sicilia ed Emilia-Romagna.

Nel mondo – Due tempeste tropicali sono attive nel bacino atlantico-caraibico: ieri “Gonzalo” ha toccato le Piccole Antille ma dovrebbe presto indebolirsi, e “Hanna” ha raggiunto con piogge alluvionali il confine tra Texas e Messico. Nel Pacifico, “Douglas”, uragano di categoria 4 in mare aperto (venti a 209-251 km/h), si sta attenuando ma minaccia di colpire le Hawaii tra oggi e domani. Alluvioni e frane il 17-18 luglio in Nuova Zelanda per piogge fin sopra i 250 mm in 24 ore che il servizio meteorologico nazionale ha definito “incredibili”. Sempre sott’acqua vaste zone tra Sud della Cina, Myanmar, India e Bangladesh, durante un monsone estivo tra i più intensi e prolungati da decenni (dal 1° giugno, piogge anche oltre 1000 mm nei bacini di Gange, Brahmaputra e Fiume Azzurro). Prosegue la canicola nel Sud-Ovest iberico, lunedì scorso 43,2 °C a Siviglia. È un luglio freddo invece in Scandinavia (2 °C sotto media), tuttavia in Siberia continuano gli incendi anomali, fino a 72° di latitudine Nord e a 8 km dal Mar Glaciale, e nel giugno 2020 dal caldo record i roghi artici hanno emesso nell’aria 16 milioni di tonnellate di carbonio secondo il servizio Eu-Copernicus, mai accaduto in 18 anni di osservazioni. E sotto ostinate alte pressioni e cieli sereni la superficie della banchisa artica è in picchiata (attualmente 6,5 milioni di km2, 28% in meno della media) battendo i minimi storici del 2012 per questo periodo dell’anno: di questo passo è possibile che a settembre si tocchi un nuovo record negativo assoluto in 42 anni di rilievi satellitari. In “No Planet B”, tradotto per il Saggiatore, il fisico e divulgatore britannico Mike Berners-Lee esamina le complesse relazioni tra umanità, clima e ambiente nell’Antropocene rispondendo a oltre centotrenta domande su cibo, energia, trasporti, tecnologia, fino a questioni di filosofia sociale su lavoro, denaro, fiducia nella scienza e nuove competenze per gestire l’enorme questione ambientale. Un punto di vista equilibrato tra le possibilità date dall’innovazione per affrontare la sfida, e l’inevitabile necessità di rivedere il sistema economico e le nostre abitudini.

 

La grazia di DioAscolta, cura e nutre il suo popolo sempre in abbondanza

La strada verso la libertà è sempre difficile, irta di ostacoli, prove, sofferenze, ripensamenti e tradimenti. È l’esperienza comune dei popoli e dei singoli. Il libro biblico dell’Esodo è una delle più grandi narrazioni dell’umanità sul cammino di liberazione, un paradigma letterario universale a cui molte esperienze umane si sono riferite per trarne ispirazione e forza. L’Esodo racconta la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto e del suo difficile cammino verso la Terra Promessa, con la relativa necessità di imparare a vivere con un forte senso di appartenenza comunitaria e di solidarietà reciproca. Infatti, in terra di schiavitù ciascuno riusciva a malapena a pensare a se stesso o alla propria famiglia. Ora invece si deve pensare al plurale, alla comunità più larga. La “lunga marcia” raccontata nell’Esodo porterà questo popolo a essere libero ma anche unito da vincoli di corresponsabilità. Per Israele, inoltre, la libertà è una faccenda molto speciale perché si riferisce a una parola che viene da Dio. È Dio che libera e promette una terra (cioè la sicurezza e il radicamento, il presente e il futuro, insomma tutto), ma richiede anche l’impegno a essere ascoltato sempre, cioè ubbidito.

All’inizio, la risposta del popolo e piena di entusiasmo, poi, man mano che aumentano le difficoltà, diventa sempre più debole. Infine arrivano i mormorii, le recriminazioni e le proteste. Come nel caso dell’episodio suggerito per questa domenica dal lezionario Un giorno una parola (Claudiana 2019): “Fossimo pur morti nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi (Mosè e Aronne) ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!” (Esodo 16,3). A questo punto Dio stesso provvede a placare la fame con la manna come pane e con le quaglie come carne. Molti esperti si sono impegnati a cercare spiegazioni scientifiche a questo miracolo, ma questo non interessa nel racconto perché ogni miracolo nella Bibbia non è mai fine a se stesso (seppure sia importante dare da mangiare, guarire, salvare…), ma indica anche qualcosa che va imparato e creduto. Il miracolo, nella Bibbia, è sempre un segnale per indicare anche altro.

E questo “altro” è indicato nei criteri di raccolta della manna: “Ognuno ne raccolga quanto gli basta per suo nutrimento… secondo il numero delle persone; ognuno ne prenda per quelli che sono nella sua tenda… ne raccolsero gli uni più, gli altri meno. Lo misurarono con l’omer, chi ne aveva raccolto molto non ne ebbe in eccesso; e a chi ne aveva raccolto poco non gliene mancava” (vv.16-18). Insomma, chi raccoglie di più divide con chi ha raccolto di meno; chi ha di più divide con chi ha meno. Qui giungiamo al cuore del testo: un popolo appena uscito dalla schiavitù deve imparare una serie di comportamenti e responsabilità che consentano la comune convivenza. Abbiamo delineato un nuovo progetto di vita, un progetto per un nuovo popolo.

Ma c’è di più: il riferimento alla dose giornaliera (v.18), l’omer (4 litri), ci indica abbondanza, non razionamento al minimo. Quindi, il Dio che si prende cura del suo popolo, che lo ascolta, lo libera, lo cura, lo nutre, non lo fa al risparmio, ma con abbondanza. Così facendo, soddisfa la nostra grande fame e rende inutile il solo pensiero della speculazione, del mercato nero, del bagarinaggio. Così è sempre per la grazia di Dio, mai al risparmio, sempre sovrabbondante, a disposizione di chiunque voglia accettarla senza speculazione ma per vivere in modo nuovo, libero, responsabile e solidale.

 

 

La fiera della violenza: come vivere nell’orrore

Chiunque direbbe, con un sospiro, insieme a noi, che c’è troppa violenza. Qui da noi, anche sotto casa. E nel mondo. Non riusciamo a liberarci dell’immagine del poliziotto americano che impiega tutti e nove i minuti necessari per soffocare a morte (e pubblicamente) un cittadino arrestato in una strada della città difficile di Minneapolis (Usa), che ci raggiunge la notizia dei sette carabinieri italiani che avevano imposto un regime di assurda e arbitraria violenza a persone arrestate nella quieta e ordinata città di Piacenza (Italia). Ci accorgiamo subito di una differenza importante. Negli Stati Uniti la notizia non è mai finita e le dimostrazioni per non farla dimenticare continuano anche adesso. In Italia abbiamo un sistema di comunicazione delle brutte notizie come questa che protegge molto di più non i cittadini-vittime ma i destinatari della notizia. Ci aiutano a dimenticare. Per esempio, non abbiamo mai voluto sapere il nome del comandante della motovedetta “Diciotti” e del suo superiore che ha accettato che una nave ai suoi ordini e inquadrata nella Marina italiana fosse un pericolo per la sicurezza nazionale da tenere al largo, pur battendo marina italiana. Certo, ci sarà un processo. I giudici vogliono sapere. Ma nessuno in Parlamento e nessuno nel mondo delle informazioni. Dove sarà andato a vivere il bambino rom che è uscito portando soltanto un carico di libri, mentre abbandonava una casa legittimamente assegnata alla sua famiglia? La notizia invece è finita lì.

E non c’è stato un solo avvocato che si sia offerto di difendere i senza casa cacciati con la violenza. Pensate: non un solo parlamentare ha sentito il bisogno di elencare i suoi colleghi che sono restati simbolicamente seduti per non rendere anche solo un omaggio breve e formale alla senatrice a vita e sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre, che aveva appena proposto di costituire una commissione parlamentare per capire e affrontare il problema dell’odio che dilaga. Sono gli stessi che non hanno votato o votato contro (contro la commissione sull’odio). I loro nomi saranno ingiustamente dimenticati, o li ritroveremo in “nobili” offerte di collaborazione e partecipazione. Ma restano anonimi. Anche gli insulti a Modiano, il sopravvissuto di Dachau che il presidente della Repubblica ha nominato Cavaliere di Gran Croce, è stato il destinatario dei peggiori insulti che fantasie malate possano concepire.

Ma non si può non rimpiangere che non esista – in un luogo pubblico e accessibile di Roma – un luogo in cui si possano leggere, in una collezione di targhe destinate a restare, i nomi di coloro che partecipano con furore alla gara di odio.

Tutta la parte di violenza ai migranti, prima (in Libia, nei lager dove si tortura e si stupra in base a documenti firmati dall’Italia), dopo, in mare, dove si è stroncato ogni soccorso, e infine nell’Italia contemporanea dove nessuno (nessuno, salvo la Corte costituzionale) ha sentito il dovere di cancellare la cosiddetta “Legge Sicurezza” per sostituirla con prescrizioni civili, resta un immenso deposito di violenza che lascia campo libero alle continue aggressioni che fanno notizia locale solo un momento. Per esempio il venditore di rose pachistano gettato poche sere fa nel Naviglio da due giovani della allegra movida milanese (l’uomo sapeva nuotare e sia pure con difficoltà e senza aiuto, si è salvato) che ha meritato qua e là dieci righe di attenzione, mentre Salvini continua a ottenere il numero più alto di ore di trasmissione in tutte le televisioni italiane.

È inevitabile notare che accanto alla violenza politica, a quella di antisemitismo, di odio razziale, di violenza impunita nei confronti degli stranieri, di violenza “militare” grave e sconosciuta, e che solo il caso Cucchi e l’ostinazione fortissima di una donna intelligente hanno portato la prima luce, sta rapidamente crescendo il nuovo fenomeno della violenza di branco, dove orde di giovanissimi sono portatori di distruzione di cose ma anche di persone, tra loro, ma anche secondo gli eventi. Si parla di “arancia meccanica” ma è un errore. Quel film narrava i due eccessi dei giovani criminali e di coloro a cui era affidata la cura.

Qui non c’è nessuno. Anzi si ha l’impressione che l’alito di una violenza incoraggi la tensione e l’agire di un’altra violenza, una sorta di catena che tende a moltiplicarsi senza che nessuno cerchi ragioni. La commissione del Senato sull’odio, che Liliana Segre aveva proposto anche a chi le voltava le spalle invece di mandarle un saluto, dovrebbe essere messa in grado di funzionare al più presto.

 

Il giovane cavaliere, la sposa esuberante e il baldanzoso garzone

Dalla Cronache apocrife di Holinshed. C’era una volta un valoroso cavaliere che, sfinito dalle guerre, la prima notte di nozze ordinò alla giovane sposa esuberante di indossare una cotta in maglia di ferro, con camaglio, sperando che questo stratagemma riuscisse a mitigarne un poco l’ardore. Spiegò all’ingenua che, senza quella corazza, avrebbe potuto ferirla durante il connubio.

Obbediente, la giovane indossò l’usbergo, non immaginando che ci fossero indumenti ben più adatti a quello sport; ma il piano del marito non riuscì del tutto, poiché la donna scoprì che il sesso le piaceva molto, nonostante la cotta limitasse le sue fantasie. Non c’era momento della giornata che il marito esausto non la trovasse a letto, desiderosa di pugnare fra le lenzuola con indosso cotta e camaglio! Così, il cavaliere accettò con gioia l’invito del re a una crociata, e lasciò la mogliettina prorompente nelle mani di un vecchio servo e di alcune dame di compagnia.

La voglia della ragazza, però, era incontenibile, e una settimana dopo non poté rifiutare le avances di un baldanzoso garzone incontrato al villaggio. Quella notte, travestito, il giovane si intrufolò nel castello con l’aiuto di una cameriera fedele, e a grandi balzi salì lo scalone verso la camera della bella moglie del cavaliere, pregustando lo spasso. Enorme fu il suo stupore quando, invece della beltà nuda che aveva immaginato, vide nel talamo, illuminata dalle fiamme del caminetto, una figura incastonata nel ferro. Pensò fosse il cavaliere, già tornato dall’Oriente, e terrorizzato fece un balzo indietro, carambolando giù dalle scale che aveva appena conquistato, rischiando di rompersi l’osso del collo.

La ragazza, che gli era corsa incontro per evitargli la caduta, impacciata dalla cotta in maglia di ferro gli capitombolò dietro, atterrandogli addosso con gran frastuono.

“Cosa ti ha spaventato, amore mio?” gli chiese, quando si riebbero. Perplesso, quello rispose: “Perdonami, mia signora, ma perché indossare indumenti così terrificanti?” “Lo sai bene!” rispose lei, maliziosa. “Non lo so affatto, mia signora,” disse lui. E ascoltò la spiegazione della giovane. Dapprima interdetto, tanta inesperienza lo intenerì. “Mia cara, i cavalieri sono abituati alle armature, ma noi garzoni abbiamo altre abitudini quando facciamo l’amore con le nostre donne.” L’aiutò a spogliarsi, la condusse in braccio su per le scale, e con lo stesso vigore, una volta a letto, le mostrò cosa intendeva. Nel castello del cavaliere assente, per mesi la sua giovane moglie assaporò la delizia di quelle abitudini, mentre cotta e camaglio si coprivano di polvere sopra una cassapanca. E quando il marito fu tornato, il garzone trovò il modo di continuare a vederla ogni notte.

Non immaginate quanto fu contento, il cavaliere spompato, nello scoprire che la giovane moglie si era stancata di indossare la cotta in maglia di ferro, e non lo assediava più con richieste amorose. Un giorno, fra le lenzuola, la donna disse al garzone: “E se io e te fossimo destinati al matrimonio?” “E se tu questo non lo dicessi più?”. “Da quando facciamo l’amore, non sto più pensando a mio marito”. “Sono felice di esserti stato d’aiuto, ma a quanto pare nessuna buona azione resta impunita.”.

 

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Una colletta per Renzi: ha bisogno di fondi

Caro dott. Travaglio, ho letto il suo editoriale. Se lei mi dice dove acquistare la carta igienica, causa del suo deferimento all’Autorità giudiziaria, da parte del simpaticone e autoironico senatore di Rignano, ex sindaco, arbitro, capo scout, presidente del Consiglio, conferenziere, io gliene sarei grato e ne acquisterei un Tir. Rettifico la mia offerta di contributo al sostegno delle innumerevoli cause che le intenta l’ “amico”. Vorrei lanciare una sottoscrizione di fondi a sostegno dell’attuale senatore perché se trova il tempo, il modo e il “coraggio” di azioni di questo tipo, significa che ha un disperato bisogno di soldi.

Paolo Benassi

 

La spinta verso il Mes cela intenzioni dannose

Sono sicuro che dietro la spinta generale all’utilizzo del Mes ci sia qualcosa che ha a che fare con il progetto “comune”, demolitivo nei confronti dei 5 Stelle, gli unici contrari (ovviamente) a questa soluzione aberrante. Sono sicuro intorno all’assurdità del progetto ma non riesco a capire dove si voglia andare a parare spingendo il governo verso questa scelta politica che, se portata a termine, potrebbe in seguito ritorcersi contro i grillini.

Maurizio Contigiani

 

Non saranno le cause a zittire il nostro giornale

Caro direttore, dopo avere finito faticosamente (causa conati di vomito) l’editoriale sull’ennesima prodezza dell’Innominabile, desidero confermarti quanto già esposto in una mia lettera del giugno scorso, cioè la volontà e il desiderio di partecipare alle spese processuali che da qua all’infinito il Senatore Renzi vorrà intentare a te, caro direttore, o genericamente, al Fatto Quotidiano. Unico argine al lerciume, il nostro giornale deve vivere. E noi con lui. Se poi vinceremo nei tribunali, reinvestiremo in carta igienica. Senza facce disegnate, ma con una data: 4 dicembre 2016. Perché a noi piace pensare a quel giorno, anche mentre… Forza Marco, non camminerete mai soli!

Daniele Mantovani

 

L’innominabile vuole diventare il nuovo B.

Caro direttore, all’ennesima notizia di denuncia a suo carico da parte di quel povero se stesso di Matteo Renzi, l’unica domanda che mi faccio è: ci sarà mai pace per lei? Perché, confessiamocelo, tutto l’interesse che il nostro senatore preferito ha nei suoi confronti è motivato da una e una ragione soltanto: per qualcuno che vuole diventare il nuovo Berlusconi, è nell’ordine naturale delle cose che tenti di rubare al vecchio malvissuto non solo i programmi politici e gli alleati, ma anche gli arcinemici. Da questo la croce che deve sopportare. Ma mi chiedo anche: ci sarà mai pace per noi lettori? Vorrei infatti fare notare che lei non è l’unico a venire molestato, anche tutti noi che la leggiamo finiamo per avere la pazienza messa duramente alla prova da questo fastidioso politichetto e dal suo bisogno di un po’ d’attenzione. Se saremo fortunati, alle prossime elezioni non saremo più costretti a sopportare l’asfissiante presenza del leader di Italia (veramente poco) Viva; quando accadrà non solo lei, ma anche noi tutti potremo tirare un sospiro di sollievo.

G.C.

 

Occorre limitare il libero agire dei carabinieri

Per la turpe vicenda dei carabinieri di Piacenza, qualcuno scomoda le solite mele marce e altri le coperture dall’alto dell’arma. Ma per capire bisogna riflettere sui meccanismi: se una persona normale gira armato lo arrestano, se cerca di ammanettare un delinquente idem, se spara contro qualcuno anche per legittima difesa idem. Ma un carabiniere o un poliziotto può farlo senza pagare dazio, ne temere che qualcuno, nella maggior parte dei casi, indaghi se il suo comportamento era lecito o no. Ne consegue una sensazione di sovrumana potenza, di immunità, di essenza “superominica” che può far perdere il lume a persone che non siano più che mentalmente solide, quadrate e di sani principi. Mentre, e ne ho prova diretta, senza arrivare agli eccessi di Piacenza, il loro comportamento è a volte sgarbato, irritante, pieno di soprusi e persino violento, per via della loro posizione dominante garantita dalla divisa indossata. Ecco perché per fare quel mestiere si dovrebbe essere certo più pagati, ma contestualmente più formati, e indagati nella psiche al pari di un neo laureato in psichiatria, per garantire che non si possa sprofondare in questi eccessi e causare danni gravi alla democrazia.

Enrico Costantini

 

La lettura del “Fatto” ossigena il pensiero

Caro direttore, leggere il Fatto costituisce per me una quotidiana boccata di ossigeno. Grazie mille.

Barbara De Leo

Il “politically correct” esige misura

 

 

“Una società che non accetta punti di vista differenti è malata”.

Francis Fukuyama, tra i 150 firmatari della lettera contro gli eccessi del politicamente corretto

 

 

Alcuni lettori mi chiedono di dire la mia sulla cosiddetta “cultura della cancellazione”, promossa e alimentata negli Stati Uniti dai settori più integralisti della sinistra “radical”, come risposta alle provocazioni di Donald Trump contro il politicamente corretto. Ritengo che il modo migliore per esprimere un giudizio sia quello di affidarmi a tre citazioni. La prima è di Bari Weiss. Nel suo ormai celebre articolo di commiato dal “New York Times”, accusato di non averla difesa nel suo diritto di esprimere sul giornale le posizioni conservatrici a lei più consone, la giornalista ricorda che “la migliore visione di giornale è quella in cui le idee vincono e trovano spazio e voce e legittimità, ma che ora non c’è più”. Era quella di Adolph Ochs, proprietario del Nyt di fine 800, che nel 1896 voleva che le colonne del quotidiano fossero “un forum per prendere in considerazione tutte le domande di ‘rilevanza pubblica’” e che avessero come scopo “l’invito a una discussione intelligente tra le opinioni di tutte le sfumature”. Queste parole possono avere ancora cittadinanza in America? Consiglio, poi, la lettura (e meglio ancora la rilettura) della Bibbia del “politically uncorrect”: “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes. Che, quasi trent’anni fa, alla domanda “Chi è il capitano Achab?”, rispondeva con la definizione di un esponente del “politicamente corretto”. E cioè: “Achab è il portatore di un atteggiamento scorretto verso le balene”. Dite voi se oggi questa assurdità non riceverebbe adeguato omaggio, per esempio, dagli iconoclasti distruttori delle statue di Cristoforo Colombo. Qual è il pungolo segreto di questa deformazione mentale? “L’insofferenza nei confronti di tutto ciò che ha una qualità – e per questo motivo stesso si distingue, operando una illecita discriminazione verso tutto il circostante”. “In questo spirito”, dice Hughes, “potremmo purgare il tennis dei suoi sottintesi elitari: basta abolire la rete”. In questo sommario elenco c’è un libro irrinunciabile, uno dei capolavori della letteratura contemporanea: “La macchia umana” di Philip Roth. Protagonista l’autorevole professor Coleman Silk. “Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni del “political correctness”. Apprendiamo così che “allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralismi”. In questo libro straordinario (ambientato nell’estate del 1998, quella dello scandalo di Bill Clinton e della stagista) c’è qualcosa di terribilmente attuale: l’estasi dell’ipocrisia.

Antonio Padellaro