Il presidente “riccone” già affondato Nel ridicolo

Attilio Fontana difficilmente si dimetterà da presidente della Regione Lombardia, anche se ne ha fin sopra i capelli e tornerebbe volentieri a Varese. Il suo ritiro, auspicato pure dai familiari dopo la collezione di bugie e figuracce che hanno preceduto l’indagine giudiziaria, certificherebbe l’affondamento della Lega nazionalista in casa propria. E dunque Salvini farà di tutto per convincerlo a restare. Da ieri perciò la sorte riserva a Fontana l’esperienza peggiore che possa toccare a un uomo pubblico: affondare nel ridicolo. Farti beccare dalla Banca d’Italia mentre bonifichi 250 mila euro a tuo cognato da un conto in Svizzera di 5,3 milioni, che a loro volta avevi “scudati” per riportarli dalle Bahamas, rende Fontana impresentabile prima di tutto agli occhi del popolo leghista. Quello abituato dai tempi di Bossi a vivere i suoi capi come paladini dei tartassati contro l’élite dei magna magna. Poi arrivò la ramazza di Maroni, il predecessore di Fontana, che ora cerca protezione politica nel partito mollato due anni fa, dove tanti militanti quella ramazza vorrebbero usarla per spazzare lui. Salvini, Maroni e Fontana si ritrovano asserragliati nella medesima trincea lombarda, costretti a difendere l’indifendibile anche se ciò provoca un’emorragia di consensi.

L’inedita figura del presidente leghista riccone, in grado di risarcire di tasca sua il cognato per il mancato guadagno sui camici forniti alla regione, completa il quadro già emerso dei comprimari leghisti minori: arraffoni collezionisti di incarichi, prebende e guadagni personali. Quando la politica scivola nella pochade, come accadde per le cene eleganti di Berlusconi, e come accade oggi col conto scudato di Fontana, hai un bel tirare in ballo la “malagiustizia” e i complotti a orologeria, come si è messo a fare Salvini. Ormai il ridicolo ha preso il sopravvento.

Il cervello produce la coscienza, poi è sempre colpa sua

Nel portafoglio ho una foto del cadavere di mio padre. La mostro a chi mi fa vedere la foto dei suoi bambini.
Doug Stanhope

 

 

La prassi divertente e i suoi effetti sull’uditorio si fondano sul modo con cui il cervello crea la coscienza. A partire dagli input (esterni e interni), ogni centinaio di millisecondi il sistema talamo-corticale forma uno stato di coscienza (la coscienza di qualcosa: il colore rosso di una sciarpa, una ragazza in un pub, un vuoto allo stomaco, un errore di ragionamento, una battuta).

Coscienza superiore e linguaggio. La coscienza primaria, comune a tutti gli animali dotati di cervello, genera un’immagine mentale dell’ambiente e lo collega alle esperienze passate. Questa attività essenziale è modulata dalle percezioni, dai movimenti, dalla memoria, dai nuclei valoriali, dalle abitudini, dalle routine utili alla sopravvivenza e all’adattamento. In più, la comparsa delle aree corticali di Wernicke e di Broca conferì all’uomo l’abilità simbolica e metaforica: emersero il senso del sé, del passato, del futuro, e la competenza linguistica. Quelle aree collegano la coscienza primaria al senso del sé, dandoci la coscienza di avere una coscienza, e la possibilità di raccontarne i contenuti. Apparve così la coscienza superiore: l’immaginario e la cultura si aggiunsero all’esperienza fenomenologica primaria; le relazioni sociali, e il linguaggio da esse plasmato, si colorarono di valori cognitivi (affetto, odio, coraggio, vigliaccheria, ricompensa, vendetta, colpa, punizione &c.). Il nostro mondo interiore dipende in modo determinante dal linguaggio: fin dai giochi infantili, il pensiero è metaforico e narrativo. Il linguaggio è un nuovo tipo di memoria, che espande enormemente le nostre abilità concettuali (Edelman & Tononi, 2000).

L’attività cognitiva è l’insieme dei processi neurali che metabolizzano l’informazione sensoriale (trasformazione, riduzione, elaborazione, immagazzinamento, recupero, uso). Tutte le funzioni mentali (sensazione, percezione, controllo motorio, linguaggio, immaginazione, ricordo, problem solving, comunicazione, pensiero &c.), fondamentali per ideare, eseguire e apprezzare le tattiche comiche, spiritose e umoristiche, sono il risultato del metabolismo informativo, secondo livelli di astrazione crescente (Neisser, 1967). La centrale esecutiva che orchestra gli input da tutti i micro e i macro-circuiti è la corteccia prefrontale, dove ha sede il giudizio, cioè il controllo di pensieri, parole, opere e omissioni: la nostra personalità. “Ai padri non si danno voti. Ma se tua figlia fa la spogliarellista, hai scazzato” (Chris Rock).

I due circuiti computazionali. Da ogni input sensoriale, il cervello astrae i tratti invarianti: un seno è un seno, grosso o piccino che sia; visto di fronte, da sopra o da sotto; di una donna italiana o eschimese. Per allungare la mano e palparlo, tuttavia, il sistema visivo deve fare attenzione ai dettagli. Il circuito del riconoscimento (il cosa) è ventrale (lobo temporale), quello dell’azione (il come) è dorsale (lobo parietale). Nel circuito dorsale, le computazioni sono in larga parte automatiche: non dobbiamo pensare a quali muscoli del braccio e del torso contrarre e rilassare per allungare il braccio verso il seno; se decidiamo di palparlo, i dettagli del bersaglio (forma, dimensione, orientamento, distanza) e l’informazione propriocettiva sulla posizione del nostro corpo vengono usati automaticamente per eseguire l’atto. Per decidere di palpare un seno, tuttavia, il sistema deve comprendere di cosa si tratti, per esempio che è un seno, non una mela; e che quel seno è un obiettivo la cui palpazione è socialmente accettabile. Il neonato non ha problemi decisionali: la mamma gli preme il capezzolo sulle labbra e il riflesso innato della suzione prende il sopravvento. Nell’adulto, invece, l’esecuzione di quella serie di operazioni richiede l’accesso all’enciclopedia di informazioni astratte, memorizzate, circa l’aspetto dei seni, la loro consistenza, il piacere di palpare un seno, le convenzioni sociali sul palpare un seno &c. Il bersaglio va compreso: a questo serve il circuito ventrale, che interpone l’attività cognitiva superiore (memoria, ragionamento, decisione) fra input sensoriale (la vista di un bel seno) ed esecuzione motoria (palpare il seno, oppure no). Il circuito dorsale controlla solo che il movimento verso il bersaglio sia fluido ed efficace; come un riflesso, è per lo più inconscio: se la situazione cambia (per esempio, la donna si mette più a suo agio), aggiusta i movimenti in modo automatico, con facilità. I sistemi cognitivi superiori, però, possono interferire, rendendo meno spontaneo il movimento: è l’apporto che i maestri di arti marziali cercano di inibire nell’allievo, affinché il colpo sia portato nel modo più rapido e proficuo (“I tuoi muscoli sanno cosa fare”). Il circuito ventrale, infatti, controlla i movimenti valutando le occasioni per l’azione, perciò fa intervenire l’attività cognitiva superiore: la memoria a lungo termine riconosce e categorizza gli oggetti, li associa al contesto e al nostro stato interno; poi la corteccia pre-frontale usa queste informazioni per decidere. Anche se desideri ardentemente palpare quel seno, potresti rimandare per i motivi più diversi: sei a un pranzo ufficiale, è la donna di un altro/a, sta tornando il marito/la compagna, sei sposato, sei un vescovo, è Madalina Ghenea, è un disegno di Erich Sokol &c.

La categorizzazione. Ragioniamo e decidiamo usando categorie: le relazioni concettuali influenzano il comportamento. Se un bel seno appartiene a tua moglie, lo associ ai tuoi figli, alla tua famiglia, alla tua casa, alla santità; se appartiene a un’altra donna, lo associ al Crazy Horse, a YouPorn, al libertinaggio, alle cause di divorzio. Questo tipo di scorciatoia cognitiva ci aiuta a capire e a prevedere gli eventi, e a decidere di conseguenza. Anche se non hai mai incontrato una moglie fedifraga, la tua conoscenza di Mozart, Flaubert e/o Lando Buzzanca ti è utile per prevedere il comportamento di una moglie libertina, all’occorrenza (trattandosi di abduzioni, cioè di ipotesi probabili, rischi comunque cantonate). Secondo il contesto del compito cognitivo (decidere cosa fare con una bella moglie altrui, in chiesa o in albergo; decodificare le sue intenzioni; oppure prevedere come finirà una gag su una moglie fedifraga), attingiamo alla nostra enciclopedia mentale per risolvere il problema. Un atto è il prodotto di una sequenza di attività cerebrali in un dominio percettivo, motorio, linguistico. Ogni momento della sequenza può essere fonte di comicità: la categorizzazione e i suoi errori sono fra i più usati. “Se no significasse no, ogni uomo morirebbe vergine” (Daniel Tosh).

(14. Continua)

L’Antiriciclaggio indaga sul compagno di Casalino. “Vittima del trading online”

Il portavoce della Presidenza del Consiglio, Rocco Casalino, è finito ieri sotto l’attacco delle opposizioni. Protagonista della vicenda è il suo compagno, il trentenne cubano José Carlos Alvarez Aguila. Il quotidiano La Verità ha rivelato che Alvarez è stato “segnalato” all’Ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia dalla filiale della banca di Largo Argentina (Roma) dove ha il conto corrente. Il motivo sarebbero una serie di pagamenti sospetti, in quanto “rilevanti rispetto al bilancio economico del cliente”, verso alcuni siti di trading online. La Lega è partita all’attacco, chiedendone le dimissioni e depositando una interrogazione parlamentare in cui si ipotizza che Alvarez abbia sfruttato la circostanza che il suo compagno conoscesse in anteprima le decisioni del governo per i suoi investimenti. La società di trading usate da Alvarez sono Plus500 e Fortissio.com, specializzate in contratti di derivati che hanno come sottostante l’andamento di titoli o valute.

Nel pomeriggio è stato direttamente Casalino a rispondere. Il portavoce di Palazzo Chigi conferma i fatti ma spiega che “Alvarez è stato vittima di trading online, ha perso 18 mila euro nei due mesi di lockdown”, precisando che né lui, né il governo hanno alcuna connessione con i suoi movimenti finanziari. Casalino racconta che il compagno “nei giorni del lockdown è stato più volte chiamato da un call center di una società collegata a un sito di trading online. Gli suggerivano come e dove investire, prospettandogli guadagni facili”. Un contesto simile “alla ludopatia”. Alvarez, impiegato come cameriere in un ristorante prima del lockdown, beneficiava del sussidio di disoccupazione, di piccoli versamenti di Casalino stesso e di un prestito di 25 mila euro chiesto alla banca per aprire un sushi bar. Negli ultimi mesi ha avviato un “passaggio in modo compulsivo di soldi dal suo conto alla carta prepagata con cui faceva transazioni sul sito. Casalino fa sapere di non aver mai saputo nulla di tutto questo: “L’unica informazione che avevo era che stesse seguendo un corso di trading online, che era diventato una sua passione, non che stesse consumando i suoi risparmi”, racconta il portavoce di Palazzo Chigi, che assicura di non aver mai condiviso informazioni sensibili col compagno, che “non ha mai acquistato titoli italiani o collegati all’attività di governo”.

La vicenda sembra aver avuto i suoi effetti, facendo naufragare il progetto (già segnato dalla crisi Covid) della apertura di un sushi bar (i due avevano messo in piedi una società, Riomaki, per ora inattiva). E, stando alle parole del portavoce di Palazzo Chigi, mettendo a rischio lo stesso rapporto: “Anche alla luce della difficile fase della mia relazione con Alvarez, chiedo che venga rispettata la mia privacy”.

“Stand-up politics”, la fase 2 delle Sardine In 400 per un nuovo campo progressista

“Un nuovo format di contaminazione sociale e politica”. È nel parco di Belloluogo, al centro di Lecce, che ieri le Sardine hanno voluto ambientare l’evento-simbolo del tour (“- selfie + politica”) tra le regioni al voto: “Stand-up politics, la politica rialza la testa”. Quattrocento giovani disposti a cerchio su di un prato, al centro un microfono e gli interventi, uno dopo l’altro, di vari esponenti del campo progressista: la vicepresidente dell’Emilia-Romagna Elly Schlein, il senatore Sandro Ruotolo, il ministro Peppe Provenzano, Fabrizio Barca, Nichi Vendola e Aboubakar Soumahoro. “Tante visioni da raccontare e condividere per guardare al futuro e non sprofondare nel passato, tante esperienze pronte a mettersi in gioco, tante sensibilità che si scoprono parte dello stesso ecosistema”, riassumono dal movimento. Il tour proseguirà fino al 28 luglio toccando Matera, Cassino, Grosseto, Pisa e Genova, per concludersi a Stella San Giovanni (Savona), dove le Sardine visiteranno la casa natale dell’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Omicidio Cocò, confermati i due ergastoli

La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha condannato all’ergastolo, confermando la sentenza di primo grado, Cosimo Donato e Faustino Campolongo, accusati dell’omicidio del piccolo Cocò Campilongo, il bambino di 3 anni ucciso il 16 gennaio del 2014 a Cassano allo Jonio (Cs) insieme al nonno Giuseppe Iannicelli e alla compagna dell’uomo, Betty Touss. I tre cadaveri vennero ritrovati carbonizzati nell’auto incendiata di Iannicelli. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’omicidio maturò nell’ambito del traffico di droga gestito dalla ’ndrina Abruzzese. Faustino Campilongo (in foto) e Cosimo Donato avrebbero attirato in una trappola Iannicelli, divenuto un bersaglio dopo che il nonno del ragazzino aveva deciso di acquistare la droga dai rivali della cosca Forastefano. Iannicelli, dunque, consapevole del pericolo che stava correndo, si spostava sempre insieme alla donna e al piccolo Cocò (affidato al nonno perché padre e madre erano detenuti per altri reati). Alla morte del bambino seguì una visita a Cassano di papa Francesco, che nel giugno del 2014 pronunciò la frase: “Mai più bimbi vittime di tali atrocità, mai più vittime della ’ndrangheta”. La madre del piccolo Cocò, Antonia Maria Iannicelli, tempo fa ha raccontato a Cose nostre su Rai1: “Era il 18 gennaio 2014: eravamo in cella io, mia mamma e mia suocera. Stavo guardando il tg regionale. L’ultima notizia di cronaca: ‘La scomparsa di Iannicelli Giuseppe’, della donna che frequentava… non avevo sentito se ci fosse un bambino con lui. Mi fanno telefonare alle 9 da mia sorella. ‘Cocò dov’è? È con te? No, ce l’ha papà’. Mi dicevano vedrai che tornano a casa. La mattina del 19 gennaio accendo la tv… le altre detenute mi dicono che non ne funziona nessuna. ‘E io come devo fare, voglio vedere…’. Hanno fatto bene… Ho sentito mia suocera dire: ‘Sono stati sparati’. Sono svenuta. L’ho saputo quando sono uscita per il funerale che papà si portava mio figlio come scudo”.

Covid, nel mondo record di contagi L’Italia è stabile

Tornano a crescere in modo lieve i contagi da SarsCov2 in Italia: i nuovi casi di ieri sono 275, contro i 252 di venerdì. Cinque i decessi, dato uguale a quello della giornata precedente. Per il secondo giorno consecutivo non c’è nessuna nuova vittima in Lombardia, la regione più colpita dal Covid. Sotto osservazione i focolai “estivi” in località di villeggiatura e città d’arte: a Roma le forze dell’ordine hanno chiuso cinque locali nelle zone della movida (tra cui Trastevere, piazza Bologna, ponte Milvio) per assembramenti e mancato uso delle mascherine.

Quasi 285 mila, invece, i contagi registrati venerdì in tutto il mondo dall’Organizzazione mondiale della sanità, impennata che segna un nuovo record giornaliero. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, mette in guardia: “Dobbiamo tutelare il nostro Paese dentro un quadro internazionale che sta peggiorando”. Mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, in un videomessaggio rivolto agli italiani all’estero, ricorda che “soltanto una efficace azione corale a difesa della salute da parte di tutti i Paesi può permettere di sconfiggere la malattia”. Gli Stati più colpiti sono Usa (con 1.150 decessi e 73.800 nuovi casi) e Brasile (con 1.156 decessi e 55.891 nuovi casi): il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha annunciato di essere tornato negativo al test del Covid, dopo tre tamponi positivi dal 7 luglio.

In Europa preoccupa soprattutto la Romania, appena inclusa nella lista degli Stati da cui non si può giungere in Italia senza sottoporsi a quarantena. Nel Paese si contano nuovi 1.284 casi in 24 ore, un record dall’inizio della pandemia. Attenzione alta anche in Spagna, alle prese con la seconda ondata dell’epidemia: i contagi sono risaliti a oltre 900 al giorno. In Catalogna, dove otto comuni sono in lockdown, il governo regionale ha sbarrato pub, discoteche e locali notturni per 15 giorni a partire da ieri.

Mahmood e Ferragni: l’arte piegata al consumo

Credo sia stato un errore far girare a Mahmood il video di Dorado al Museo Egizio di Torino. E non certo perché è a torso nudo, e nemmeno perché la canzone dice: “Mi piace lei perché ha il culo sodo (uh)”. È molto più volgare la Galleria dei Re, inflitta al Museo Egizio da Alain Elkann, che non la performance di Mahmood, riuscitissima. Oggi il problema non è la contaminazione alto-basso, indistinguibilmente fusi dentro ognuno di noi. E gli unici che credono ancora nella sacralità dei musei sono proprio coloro che, pensando di violarla, provano a stupire i borghesi.

Ma allora, qual è il problema con Mahmood, la Ferragni, le sfilate di moda, le feste private, gli eventi aziendali nei musei?

Insieme alle piazze storiche, ai palazzi civici, ai parchi, alle grandi chiese monumentali, i musei sono parte dello spazio pubblico. E da decenni una riflessione cresciuta sulle due sponde dell’Atlantico avverte che “quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico… la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi” (Christopher Lasch). Il video di Mahmood riprende con insistenza una grande insegna luminosa della Lavazza, Chiara Ferragni è la regina del marketing. Entrambi sono prodotti che servono a vendere altri prodotti: è giusto che il Museo Egizio e gli Uffizi si prestino a questo? No, “perché la pubblicità incoraggia le persone a volere cose e a soddisfare i propri desideri, l’istruzione incoraggia le persone a riflettere in modo critico sui propri desideri, per frenarli e per elevarli” (Michael Sandel).

Quanto manca al primo spot di una pasta o di un paio di scarpe girato in un museo? Siamo consumatori e clienti in quasi ogni momento della nostra vita, sarebbe un suicidio volerlo essere anche nei pochissimi luoghi in cui invece potremmo ancora essere persone, e cittadini. Altro che sacralità dei musei, o snobismo culturale verso il pop: siamo disposti a sacrificare la zona franca del patrimonio culturale sull’altare dell’unica vera religione del nostro tempo, quella del mercato?

In genere a questo punto arriva l’argomento della ‘prostituzione per vivere’: i musei hanno bisogno di soldi. Allora bisognerebbe almeno vendersi bene (e rendere noti i ricavi di questi noleggi). Ma dovremmo anche chiederci se facciamo un buon affare: forse risparmiamo denaro pubblico (e poi Dio sa come lo spendiamo), ma certo perdiamo un enorme spazio di libertà mentale.

L’altra grande questione riguarda quello che la Costituzione chiama “sviluppo della cultura”: la divulgazione, promozione, popolarizzazione della conoscenza delle opere d’arte. Quando il Louvre noleggiò la Gioconda a Beyoncé e Jay-Z, la Tribune de l’art scrisse: “Alla radio si sono ascoltate opinioni ridicole secondo le quali si sarebbe trattato di un mezzo per attirare al museo i giovani, e le persone troppo incolte per comprendere l’arte attraverso altri canali. È un’idea particolarmente condiscendente, purtroppo molto diffusa, che vorrebbe che l’arte non possa essere compresa che da una certa élite, e che gli altri possano andare al museo solo per altre ragioni, e comunque non per vedere le opere d’arte. I poveretti sarebbero troppo bestie per poter essere educati”. Temo sia vero: credo, cioè, che dietro questo tipo di operazioni (il Louvre offre itinerari Beyoncé e Dan Brown …) ci sia un razzismo culturale che detesto.

Da anni dedico ogni forza a far entrare la storia dell’arte nella vita di chi fa tutt’altro. So come brillano gli occhi dei ragazzi di una scuola di periferia quando stai con loro un giorno intero a parlare di Caravaggio: ci vogliono umiltà, cura e fatica, e la convinzione profonda che tutti, ma proprio tutti, siamo fatti per amare l’arte. Ma scrivere che la Ferragni è bella come la Venere di Botticelli (come hanno fatto gli Uffizi) fa torto alla Ferragni e a Botticelli, non parla delle opere d’arte né le comunica. Solo la propaganda manipolatoria degli Uffizi può far credere che torme di adolescenti siano accorsi grazie a quegli scatti. E se anche facessero la fila per farsi un selfie nella stessa posizione, davvero avremmo avvicinato qualcuno all’arte? Usare i musei come location, non comunica le opere: così come organizzare festini in biblioteca non porta lettori.

Roberto Longhi diceva che gli storici dell’arte devono essere (in ogni senso) popolari: oggi preferiscono battere le mani alla Ferragni che sporcarsele in una vera condivisione del loro sapere. Ma tra una storia dell’arte ostaggio degli addetti ai lavori e la sua trasformazione in uno spot per consumatori esiste la via di una vera formazione di massa al godimento dell’arte. È una partita che si vince a scuola, alla radio, in televisione e anche sui social: ma siamo in pochissimi a giocarla ogni giorno. E la scorciatoia della mercificazione di massa è solo un lavacro per la cattiva coscienza collettiva: e, in ultima analisi, un boomerang.

Post covid-19 La difficile rinascita dei musei Chiusure, precariato, emergenza

Crolla il turismo internazionale, si resta in Italia, si celebrano le bellezze del nostro Paese. Eppure, a metà luglio (dopo l’annuncio che il 18 maggio i musei avrebbero cominciato a riaprire) almeno il 30 per cento dei musei nazionali risultava ancora chiuso e quelli aperti faticano a garantire efficienza, continuità e alte prestazioni.

Occhio: non si parla solo di grandi musei, che bene o male hanno incassi e risonanza tali da riuscire a rimanere almeno a galla di fronte delle carenze di ingressi determinate dall’emergenza da Covid, ma anche di una rete di realtà più piccole, locali, spesso dipendenti dai comuni e dal turismo scolastico.

Il Monitoraggio

A effettuare il monitoraggio sono stati gli attivisti del movimento Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. “Da una mappatura sui musei statali svolta tra il 9 e l’11 luglio emergono dati molto indicativi – ha spiegato Rosanna Carrieri, una delle attiviste che si è occupata della raccolta dei dati – A fronte di circa 330 musei statali italiani, conteggiando solo quelli elencati nei siti delle Direzioni Regionali e gli istituti dotati di autonomia speciale, ancora il 30% è completamente chiuso al pubblico e una sessantina di strutture hanno servizi o orari estremamente ridotti, a causa delle carenze di personale”.

Per l’indagine sono stati consultati i siti delle Direzioni Regionali Musei, dei musei e dei parchi dotati di autonomia speciale. “Quando nel sito non erano presenti informazioni sufficienti, abbiamo utilizzato i social o telefonato”. Si tratta di musei che hanno chiuso alla fine di febbraio per l’emergenza sanitaria e che ancora non hanno riaperto, come il Bergello di Firenze che – si legge sul sito – riprenderà le visite forse il 4 agosto, ma anche di musei chiusi da anni per ristrutturazione, come l’archeologico di Sassari o quello di Urbisaglia, chiuso dal sisma del 2016. “O ancora – spiegano – ci sono musei in cui la collezione permanente è chiusa ma l’edificio apre (poco) per la mostra temporanea, come alla Pinacoteca Nazionale di Bologna”.

I musei statali, secondo quanto indicato sul sito della direzione generale musei, in Italia sono almeno 600, di 328 si è riusciti ad avere informazioni perché presenti nei siti delle Direzioni regionali. Di questi, 84 sono ancora chiusi e 58 hanno riaperto con servizi ridotti (alcuni già lo facevano prima). “Il museo Egizio di Torino, ad esempio, apre per meno di tre giorni alla settimana – spiegano dal Collettivo –, la Galleria Franchetti alla Ca d’Oro ha aperto il 16 luglio e avrà orari dimezzati fino a settembre; la Rocca di Gradara apre solo la mattina; il Museo Nazionale d’Abruzzo solo la mattina e solo nel weekend; il Museo di Orsanmichele a Firenze apre solo due giorni a settimana con prenotazione obbligatoria e solo in certi orari”. Dei musei civici di Venezia, solo una ridottissima parte ha effettivamente aperto e solo nel weekend e per poche ore.

Il sacrificio dei più piccoli

Nicoletta Matteuzzi è la direttrice della rete museale Chianti-Valdarno, una rete di circa 15 musei. Piccolini, alcuni medi, molti gestiti dai comuni. Poco più di metà hanno riaperto i battenti. “La prima cosa che va tenuta in considerazione è che il Covid ha portato problemi generali, certo, ma in casi come il nostro ha interrotto una serie di pratiche su cui si reggevano i musei: il volontariato, ad esempio, e quelle abitudini non sistematiche ma essenziali per la vita dei musei”. Quando è stato possibile, la riapertura è iniziata dai più grandi come il Giuliano Ghelli, che si trova all’interno del convento di Santa Maria del Gesù a San Casciano in Val di Pesa e il Masaccio di Cascia Regello. Un mese dopo, quello di San Francesco di Greve in Chianti. “C’era fortissima volontà di ricominciare, nonostante le difficoltà. Abbiamo cercato di garantire la sicurezza richiesta per il post emergenza ma ci siamo accorti di quanto sia difficile anche solo la pulizia giornaliera dei bagni”.

Pochi soldi, pure per pulire

I musei piccoli si reggono su equilibri minimi, dotazioni economiche molto risicate che spesso bastano per l’essenziale. Le pulizie, ad esempio, prima del Covid magari avevano cadenza bisettimanale. “I soldi bastavano essenzialmente per questo. Con la necessità di pulire ogni volta che ci si mette piede o comunque molto più spesso, tutto si complica. A San Casciano mi sono battuta perché fossero aperte le pulizie nei giorni di apertura, il comune per fortuna ha detto di sì. Ma sta alla buona volontà degli enti”. Così, i più piccoli non aprono. E c’è ancora difficoltà a capire come verranno distribuiti i fondi messi in campo dal ministero dei Beni culturali. Certo, il turismo di prossimità, qui, un po’ ha aiutato. “Abbiamo aperto con gli stessi orari e anche con aperture straordinarie” ma pesa l’assenza del turismo scolastico. “Gli studenti rappresentano almeno il 30%dei visitatori”.

A Taranto il MarTa, il museo archeologico della città, ha riaperto il 2 giugno. Si può visitare con ingressi contingentati, 15 persone alla volta ogni mezz’ora. I biglietti si possono prenotare su una piattaforma online, poi essere recuperati in biglietteria dove gli addetti devono controllare la corrispondenza con quanto dichiarato per eventuali agevolazioni. La struttura si è dovuta dotare di sistemi di sanificazione. Anche qui, gli ingressi si sono ridotti di molto. “Abbiamo perso le scuole e i turisti stranieri, soprattutto i francesi: tutti hanno cancellato. Un’agenzia aveva prenotato decine di ingressi e visite guidate fino a ottobre, poi ha disdetto” racconta Grazia Maremonti, una lavoratrice esternalizzata del museo.

I servizi esterni e la rabbia

“Lavoro per una società di servizi aggiuntivi – spiega la Maremonti –. Ho un contratto a tempo indeterminato ma, essendo a concessione, siamo soggette alle convenzioni. Io e le mie colleghe abbiamo già alle spalle due anni di cassa integrazione e passaggi di aziende”. Le mansioni sono trasversali. Biglietteria, informazioni, educazione, bookshop. “E ora facciamo anche check dei biglietti. Siamo iperqualificate, laureate, parliamo lingue straniere ma dobbiamo caricarci anche dell’altro lavoro”. Anche rispondere al telefono perché ci sono le prenotazioni telefoniche. Sono lavoratori indispensabili, ma dipendono dai privati come in gran parte dei musei e dei poli italiani in cui i servizi sono esternalizzati. “Il 73% dei ricavi va allo Stato – spiega Grazia – e il 27% al concessionario. Le aziende guadagnano per lo più dai servizi aggiuntivi e dal bookshop, su cui il concessionario prende il 97%”. Le loro richieste di essere internalizzati, di poter diventare dipendenti statali, con il Covid sono ancora più comprensibili.

Agli scavi di Pompei, i Cobas lavoro Privato lo chiedono da tempo. “Abbiamo garantito per anni l’accoglienza, 15mila persone al giorno in estate – spiega un lavoratore di una delle molte cooperative che gestiscono i servizi –. Sempre in condizioni precarie. Ora abbiamo ripreso a lavorare ma con un monte ore di 50-60 ore al mese (prima erano 158). Siamo stati messi in cassa integrazione, mentre i lavoratori ministeriali hanno continuato a prendere il loro stipendio. Il nostro è dimezzato. Eppure questi siti si reggono su di noi”. Solo in questi giorni a Pompei sono stati riaperti altri due ingressi e le relative biglietterie. Sono consentiti 150 ingressi ogni 15 minuti. Ed è aumentata la mole di lavoro. “Ci serve certezza – conclude il lavoratore – ci occupiamo di un patrimonio pubblico ritenuto inestimabile: lo si dimostri”.

Ponte sullo Stretto, lo Stato chiude la Spa dopo 39 anni

Le grandi storie italiane hanno sempre strascichi infiniti e quella del Ponte sullo Stretto non è da meno. Ma quasi quarant’anni dopo la sua istituzione e otto anni dopo la decisione di fermare l’opera, la società concessionaria incaricata di costruirla potrebbe davvero chiudere i battenti. La decisione l’ha presa Palazzo Chigi che, dopo un lungo tira e molla, sembra aver trovato la quadra con i ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture.

Il 14 luglio scorso, il segretario generale della Presidenza del Consiglio, Roberto Chieppa, ha scritto al Tesoro e – in copia – al ministero delle Infrastrutture una lettera in cui allega anche la norma per liquidare definitivamente la società “Stretto di Messina spa”.

Sdm ha una storia travagliata. È stata messa in liquidazione nel 2013, quando il governo Monti ha definitivamente fermato il progetto, e affidata al commissario Vincenzo Fortunato, già consigliere di Stato e potente capo di Gabinetto al Tesoro con Giulio Tremonti. La concessionaria era nata nel 1981 per costruire l’opera in concessione col mitico project financing, il meccanismo per cui il privato costruisce l’opera e si ripaga con i pedaggi, ma alla fine quasi sempre è lo Stato a rimetterci. Il caso del ponte fa quasi sorridere perché in quel caso il privato era il pubblico. Sdm è infatti controllata dall’Anas, la società pubblica delle strade e da Rfi, entrambe controllate a loro volta dalle Ferrovie dello Stato.

È da quasi un anno che Palazzo Chigi vuole liquidare definitivamente la società e Chieppa scrive con cadenza regolare al capo di Gabinetto del Mef, Luigi Carbone. A chiederlo per prima, nel 2016, è stata la Corte dei conti. Nel 2018 ha dato l’ultimatum al termine di un’istruttoria redatta dal giudice Antonio Mezzera che ha contestato l’utilità di Sdm (costi: 1,5 milioni nel 2016, ridotti sotto il milione nel 2017). Secondo i magistrati contabili le funzioni della società possono essere assorbite dai suoi azionisti, cioè le Fs, cioè i ministeri. Che invece finora si sono mostrati scettici sull’utilità dell’operazione e hanno chiesto una norma ad hoc. “Dopo le percorse interlocuzioni (…) da cui è emersa la convenienza per lo Stato di procedere alla definitiva chiusura della liquidazione di ‘Stretto di Messina’, ti sottopongo una nuova bozza di norma”, scrive Chieppa a Carbone. Il testo, insomma, pare concordato. Verrà verosimilmente infilato nel decreto Semplificazioni, in conversione al Senato, o nel prossimo decreto di agosto. Prevede che Sdm rediga un bilancio finale e venga assorbita da Anas, confluendo però in un patrimonio separato per evitare alla società delle strade di dover rispondere con il proprio patrimonio di debiti e oneri di Sdm. Sarà Anas a gestire “tutti i giudizi pendenti”.

Sdm, infatti, è il perno di un mega contenzioso. Nel 2013 il consorzio Eurolink, capeggiato da Salini-Impregilo che nel 2005 ha vinto la gara per il Ponte, ha fatto causa a Stretto di Messina spa e a Palazzo Chigi chiedendo 800 milioni di penale per non avergli fatto costruire l’opera. Da anni il boss del gruppo, Pietro Salini, rivendica quei soldi in forza di un clamoroso regalo fatto nel 2008 dal governo Berlusconi che resuscitò il contratto accantonato da Prodi con un “atto aggiuntivo” che faceva scattare le penali anche se il progetto non fosse stato approvato dal Comitato per la programmazione economica (Cipe). Anzi, le faceva scattare proprio in forza della mancata approvazione. Un accordo rimasto segreto finché Giorgio Meletti non l’ha rivelato sul Fatto a fine 2012.

Salini però la causa l’ha persa. A fine 2018 il tribunale di Roma ha dato ragione al team legale di Sdm, guidato da Fortunato, stabilendo che a Eurolink spetta solo il 10% delle opere già realizzate, qualcosa come 8 milioni. Salini ha fatto appello e a novembre il tribunale potrebbe chiudere la partita. E anche la società potrebbe non esserci più.

Magari è un caso, ma il diktat di Palazzo Chigi arriva dopo che nei mesi scorsi Matteo Renzi è tornato a chiedere di far fare il Ponte all’amico Salini (che equivale a legittimare le sue pretese di avere la penale).

Casaleggio riscrive le regole (e blinda i due mandati)

Davide Casaleggio apre porte: “Ecco dove abbiamo progettato il M5S”. A disposizione delle telecamere ecco la sede milanese della sua associazione Rousseau, motore di quella piattaforma web di cui tanti 5Stelle vorrebbero togliergli la chiave per sottrarsi alla sua influenza. Ma l’erede di Gianroberto reagisce e contrattacca, perché quella dentro al M5S è una guerra, di posizione. Così, di venerdì sera, Casaleggio si fa intervistare dal Tg1, poi nel fine settimana riunisce i big del Movimento a Milano per il Villaggio Rousseau, una due giorni soprattutto virtuale (ma ad esempio oggi Luigi Di Maio sarà di persona nella casa madre per parlare di governo ed Esteri). In sostanza, sono conversazioni tematiche sul web con ministri e maggiorenti vari (ieri c’erano anche le sindache Virginia Raggi e Chiara Appendino) che discutono tra loro e rispondono agli iscritti. Ed è proprio in uno di questi tavoli online, quello dedicato al sistema meriti, ossia “come un Movimento sceglie una classe politica”, che Casaleggio piazza il colpo al Movimento parlamentare e di governo.

Perché ieri è partito “un percorso con gli iscritti”, come lo definisce la fidatissima Enrica Sabatini, per decidere come selezionare i candidati alle elezioni del Movimento. Lo raccontano lei, Sabatini, membro dell’associazione Rousseau, e il capogruppo in Veneto e probiviro Jacopo Berti, dimaiano storicamente vicino anche ai Casaleggio. E il punto di partenza è quel sondaggio diffuso due giorni tra gli iscritti a Rousseau proprio sulla selezione dei candidati, che non a caso aveva fatto irritare parecchi parlamentari. “È un enorme fraintendimento, Rousseau fa sondaggi periodici” aveva provato a sminare ieri sul Fatto il reggente, Vito Crimi, anche lui tra i relatori del Villaggio Rousseau. Ma quel questionario era qualcosa di diverso, cioè qualcosa di più. “Stiamo costruendo la comunità del futuro” riassume Berti nella diretta web Berti. Ovvero, si decideranno i criteri su chi far entrare davvero nel Movimento. E non è esattamente un dettaglio: soprattutto tenendo conto che gli Stati generali, il congresso che verrà del M5S, non hanno ancora una fisionomia e neppure una data.

Nell’attesa Casaleggio prova a occupare quello spazio. Così nella sequenza di slide che richiamano i valori dietro a ogni decisione e i pilastri della storia del M5S, dalla Carta di Firenze al referendum sull’acqua pubblica, spicca sempre il sondaggio. Con un dato: per l’11 per cento degli oltre 5mila iscritti consultati in due giorni, il vincolo dei due mandati è un dogma irrinunciabile, l’antidoto “alla politica di professione”. È il terzo requisito in ordine per importanza, per il popolo di Rousseau. Lo fanno notare, Berti e Sabatini (“è un pilastro”). Ed è un’ottima notizia per Casaleggio, contrario a cambiarlo. Proprio come Alessandro Di Battista, favorevole però alla deroga per i sindaci. Invece la vecchia guardia del M5S si aspetta e in molti casi spinge perché il vincolo salti, per tutti. E di fatto è questo il cuore dello scontro tra i due versanti del Movimento, tra Roma e Milano. Nel frattempo gli iscritti in chat propongono di valorizzare come meriti per la candidatura la conoscenza della lingue e suggeriscono graticole pubbliche per fare cernita. Idee e suggerimenti, a margine della battaglia.