A furia di spingere sul Mes il Pd è fermo nei sondaggi

La settimana dell’accordo europeo sul Recovery fund si chiude con i sondaggi che danno il gradimento del presidente del Consiglio passare dal 63 al 65%. “Per come si erano messe le cose – scrive l’autore della rilevazione, Nando Pagnoncelli, sul Corriere della Sera – l’accordo trovato a Bruxelles rappresenta una boccata d’ossigeno e il governo ne trae beneficio in termini di consenso”. L’esecutivo infatti segna un miglioramento di 4 punti, da 57 a 61.

La Lega invece è in costante flessione, primo partito con il 23,1% di consensi, ma con lo 0,9% in meno così come in flessione è il Pd (-0,8%) al 19,6% poco sopra Fratelli d’Italia che balza dell’1,7% attestandosi al 18%. Il M5S recupera lo 0,9% e tiene il terzo posto con il 18,9%. Forza Italia vivacchia al 6,9%, mentre le altre forze non arrivano al 3%, compresa Italia Viva ferma al 2,5%.

Se Giorgia Meloni scherza facendo twittare a Fdi “Pd stiamo arrivando”, i dem qualche riflessione dovrebbero farla. Il partito sembra stagnare in una palude che logora il segretario Nicola Zingaretti e ravviva i malumori interni. Chissà che la reiterata insistenza sul Meccanismo europeo di stabilità non stia diventando un autogol. Da quando il governatore laziale ha deciso di impugnare quella bandiera non si è mosso di un punto. All’interno delle riunioni di partito il segretario Pd porta questo argomento: “Dobbiamo essere il partito della sanità, così come eravamo quello della scuola. E al mondo della sanità va dato il messaggio che ci preoccupiamo che arrivino le risorse necessarie”. L’approccio sembra essere lo stesso del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha rilanciato lo stesso approccio ieri in un’intervista a La Stampa.

L’argomentazione sembra un po’ pretestuosa e nasconde a fatica la necessità di un posizionamento politico competitivo con il M5S e con lo stesso Conte. Poi succede anche che il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, precisi di non riconoscersi in titoli come quello del nostro giornale di ieri (“I MESstatori”, con lui, Paolo Gentiloni e, appunto, Zingaretti nella veste di guastatori), ribadendo che chi vuole “mettere un cuneo tra me e Conte non ci riuscirà perché andiamo d’amore e d’accordo”. Gualtieri, del resto, nella mattinata di scontro sul Mes era in riunione con Giuseppe Conte e quindi ha gioco facile a far notare che se Conte fosse stato infastidito per i titoli dei giornali lo avrebbe fatto notare subito.

Ma finora una sua dichiarazione che riduca la tensione sul Mes non è rintracciabile anche perché Gualtieri è membro del Pd e si è visto come la pensa quel partito. Anche se in un’altra lunga lettera al Corriere della Sera, in cui spiega (un po’ genericamente) come si potrebbero spendere i fondi del Recovery, “un’occasione unica e irripetibile, soprattutto per le nuove generazioni”, Zingaretti non fa alcun cenno al Meccanismo di stabilità. Ci pensano però quelli di Italia Viva, Maria Elena Boschi in testa, e la pressione è sempre la stessa: quei soldi ci servono, irresponsabile rinunciarci.

La questione si lega anche ai rapporti con la fetta di opposizione disposta a dialogare con il governo. Italia Viva è già proiettata nel rapporto con Forza Italia – anche la legge elettorale è un tassello di questa partita – e non è un caso che il partito di Berlusconi abbia formalizzato per primo l’idea proposta dallo stesso Matteo Renzi, una “Commissione parlamentare per le riforme connesse all’utilizzo di strumenti finanziari, programmi e fondi europei a seguito della crisi Covid-19”. Una commissione bicamerale che si occupi “del piano nazionale per la ripresa” e indirizzi il governo, “nelle deliberazioni relative all’utilizzo di strumenti finanziari, programmi e fondi europei”. Ancora una bicamerale, la fantasia della classe politica è sconfinata.

“I soldi di Gelli per la strage nera Luttwak agente d’influenza Usa”

La destra neofascista finanziata e telecomandata dalla loggia P2. Le nuove carte sull’attentato alla stazione di Bologna potrebbero chiarire definitivamente la storia delle stragi italiane. Dopo anni di bugie, errori e depistaggi, per la prima volta la Procura generale di Bologna è riuscita a ricostruire il flusso di soldi in nero partito da Licio Gelli e servito a finanziare, secondo le accuse, omicidi, attentati e bombe dei terroristi neofascisti tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80.

La traccia dei finanziamenti è stata ricostruita grazie a un documento, trovato addosso a Licio Gelli al momento del suo arresto a Ginevra nel 1981. Il foglio riporta sul frontespizio la scritta “Bologna 525779 –X.S.” ed elenca nomi, date e importi di una lunga serie di transazioni. Per anni, chi ha condotto le indagini ha omesso particolari fondamentali del documento sequestrato a Gelli, fino a quando, nel 2018, Procura generale e Guardia di finanza di Bologna sono ripartiti da zero. Hanno seguito le tracce di quei soldi, decrittando i nomi cifrati e ricostruendo il giro di quasi 15 milioni di dollari che Gelli ha iniziato a movimentare su conti offshore e a distribuire in contanti pochi giorni prima della strage di Bologna. La figura chiave è quella di Marco Ceruti: imprenditore fiorentino, proprietario di ristoranti lusso, usato da Gelli per le sue operazioni finanziarie opache in Svizzera. È a lui che il Venerabile versa 5 milioni di dollari. Di cui 4 sui conti “Bukada” e “Tortuga” e 1 milione, scrive Gelli in un appunto, “consegnato in contanti dal 20.7.80 al 30.7.80”.

Stando a quanto rivelato lo scorso aprile in esclusiva a Report da Carlo Calvi, figlio dell’ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, una parte dei soldi sarebbe poi passata dalle mani di Ceruti a una serie di antiquari italiani attivi a Londra. “Il ruolo degli antiquari italiani a Londra era fondamentale per Gelli – spiega Carlo Calvi –, i soldi che gli antiquari ricevevano dalla P2 sono serviti a finanziare e sostenere la latitanza dei neofascisti fuggiti a Londra subito dopo la strage di Bologna”. Gli stessi latitanti che godranno per oltre trent’anni della protezione del governo britannico.

È invece al governo italiano che si rivolge direttamente Licio Gelli quando sta per essere interrogato nel 1987 dalla Procura di Milano. Tra i temi d’interesse dei magistrati doveva esserci anche il suo ruolo nella strage di Bologna. Qualche giorno prima dell’interrogatorio, il suo avvocato, Fabio Dean, va a incontrare il capo della polizia Vincenzo Parisi, che in una nota scritta sintetizza i contenuti della conversazione. Nel documento, indirizzato al ministro dell’Interno Amintore Fanfani, Parisi racconta che il legale di Gelli “ha riferito di aver contattato il ministro di Grazia e giustizia (Giuliano Vassalli, ndr), il vicesegretario del Psi Martelli ed esponenti della Dc e di altri partiti”. Durante la conversazione, Dean fa delle precise minacce: “Se la vicenda viene esasperata – scrive Parisi, riportando le parole dell’avvocato – e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha li tirerà fuori tutti”. Qualche settimana dopo, quando Licio Gelli verrà interrogato, non dovrà rispondere a nemmeno una domanda su Bologna.

Solo quarant’anni dopo, grazie all’analisi dei flussi finanziari, sono dunque emersi i rapporti tra Gelli e i membri dei Nar, condannati per l’attentato alla stazione. Si tratterebbe di un’alleanza, quella tra massoneria deviata e neofascisti, che vede un terzo elemento, il Sismi del piduista Giuseppe Santovito. Su questo crocevia c’è una nuova testimonianza di un generale dei servizi militari, da tempo in pensione. A lui i magistrati della Procura generale di Bologna hanno posto la domanda chiave, che riporta ai depistaggi iniziati immediatamente dopo la strage: “Perché il servizio copriva i giovani attentatori dei Nar?”. La risposta è una porta aperta sul possibile movente: “L’interesse della P2 era quello di favorire la stabilizzazione del sistema democratico italiano attraverso le operazioni di destabilizzazione del sistema stesso che provenivano dagli attentati terroristici della destra e della sinistra”. I magistrati vanno oltre, chiedendo notizie sul “documento Westmoreland”, un “field manual” delle forze statunitensi elaborato all’inizio degli anni 60 sulla possibile reazione alleata di fronte alla possibilità dell’arrivo al governo di una forza comunista in un Paese del blocco occidentale. L’ufficiale del Sismi conferma ai magistrati bolognesi l’esistenza e l’autenticità del documento, già studiato nei processi sull’organizzazione Gladio, ricordando il sequestro di una copia del manuale alla figlia di Gelli.

I rapporti tra l’intelligence vicina a Gelli e gli Usa passavano anche attraverso gli “agenti di influenza”, colonne portanti della guerra psicologica e di informazione. Uno di questi, secondo la testimonianza dell’ex Sismi, era Michael Ledeen, storico statunitense a lungo consulente dei servizi militari italiani: “In occasione dell’operazione ‘terrore sui treni’ (l’attività di depistaggio sulla strage di Bologna, ndr) vidi scendere dall’aereo dei servizi Francesco Pazienza, Santovito (ufficiale piduista ai vertici del Sismi fino al 1981, ndr) e Michael Ledeen (…) erano stati negli Usa”. Secondo la testimonianza in mano avevano “le stesse riviste trovate all’interno della famosa valigia del treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981, su cui fu compiuto il depistaggio”. L’episodio portò alla condanna di Gelli, Pazienza e Belmonte.

Lo storico statunitense non era l’unico collegamento con il mondo Usa in contatto con il Sismi nei primi anni 80, quando il servizio militare era controllato dalla P2: “Ho visto spesso ai servizi un altro ‘agente di influenza’ – racconta l’ex ufficiale – che era Edward Luttwach”. Secondo la testimonianza l’economista Usa (esponente dell’ala repubblicana più oltranzista) avrebbe diretto, su invito di Santovito, una “esercitazione informativa, che durò una mattinata e fu una ‘banalità’”, ricevendo un compenso di 150 milioni di lire. Erano i primissimi anni 80, l’epoca dei servizi piduisti.

Il carabiniere “capobanda” “Ho esagerato per vanità”

Disperati, in lacrime, fanno le prime ammissioni. Senza colpire gli altri carabinieri però. Sono gli interrogatori di garanzia dei militari della stazione “Levante” nel carcere di Piacenza. “Non c’era nessuna regia” avrebbe detto ieri l’appuntato Giuseppe Montella considerato al vertice della “squadra” di militari che taglieggiava i pusher, specie stranieri, con violenze e minacce, mentre favoriva altri spacciatori. Gli episodi contestati li avrebbe ammessi, salvo i festini con escort e trans in caserma: “Ho esagerato per vanità, per ingenuità”. È accusato di spaccio, tortura, falso, sequestro di persona: un uomo di 37 anni definito dai pm “un delinquente, nel senso etimologico e giuridico del termine”. Si vantava con la compagna dei pestaggi: “Minchia amore l’abbiamo massacrato”.

Diversa la versione dell’appuntato scelto Giacomo Falanga che si dice estraneo a violenze e spaccio. Avrebbe però partecipato ai quattro arresti ritenuti “illegittimi” dalla Procura di Piacenza, guidata da Grazia Pradella. Anche al fermo di Israel, il 24enne incensurato che compare in una foto ammanettato, a terra, scalzo, mentre guarda una chiazza del suo sangue sull’asfalto. “È caduto da solo”, dice Falanga. Chi non ha aperto bocca è Salvatore Cappellano. Il “poliziotto cattivo” secondo Falanga; per gli inquirenti “l’elemento più violento della banda di criminali”. Daniele Spagnolo e Angelo Esposito, altri due carabinieri coinvolti, avrebbero ammesso di essere stati presenti agli arresti illegittimi ma dicono di aver ignorato cosa ci fosse dietro. Esposito ha rigettato l’accusa di spaccio: “Vivo nell’alloggio di servizio perché non posso permettermi un affitto, non mi sono arricchito spacciando”. A differenza di Montella, abituato a spendere in champagne e vacanze, auto e moto costose di cui è difficile credere che nessuno dei superiori si fosse accorto. Gli avvocati di Montella hanno dichiarato che la questione è stata chiarita.

Le anomalie sono tante, a partire dalla segnalazione iniziale del maggiore dell’Arma Rocco Papaleo. Convocato per un’altra indagine, Papaleo ha fatto sentire messaggi vocali di uno spacciatore/ informatore che in cambio di soffiate riceveva droga. Ne parla alla polizia locale che lavora in Procura e non ai colleghi dell’Arma, perché dice di non fidarsi di quelli di Piacenza. Perché non si è rivolto ai suoi superiori a Cremona, dove presta servizio? Il maggiore se ne va da Piacenza nel 2013 dopo dieci anni al nucleo informativo, un tempo lunghissimo per gli standard dell’Arma. E dopo un’inchiesta su sei poliziotti, arrestati perché, insieme a una banda di spacciatori, organizzavano l’acquisto e la vendita di cocaina. Saranno quasi tutti condannati. Un sistema simile a quello messo in piedi, secondo le accuse, dai carabinieri della Levante. “Peculiare è la frase del maggiore – scrivono i pm – quale chiusa delle condotte poste in essere dai colleghi, ‘fanno quello che si pensava facessi io’”. Anche qui ci sarebbe da chiarire.

Un’altra anomalia sono gli “arresti fotocopia” compiuti dalla ‘squadra’ di Montella. Nel 2016 a Piacenza vengono arrestate 266 persone, di cui 81 per reati legati agli stupefacenti. Nel 2017 sono 366, nel 2018 arrivano a 400, di cui 177 per droga. Di questi, almeno, 35 effettuati dalla stazione Levante. Nel 2019 vengono arrestate 456 persone, 196 per droga: almeno 35 ad opera del gruppo capitanato da Montella. Per dare un’idea si può fare un esempio con altre città da 100 mila abitanti come Novara, nel 2019 in tutto 247 arresti, o Forlì dove sono state arrestate 309 persone. A Trieste, che ha il doppio degli abitanti, nel 2019 ci sono stati 145 arresti. Un trend unico. Naturalmente la Levante fa la sua parte, non tutto: da 15-20 fino a 40 arresti l’anno. Di qui anche il riconoscimento ottenuto. “Un arresto al giorno e un arresto per ogni carabiniere: abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo posti”, così nel 2017 l’allora comandante provinciale, il colonnello Corrado Scattaretico rimasto a Piacenza tre anni fino all’estate 2018, annunciava trionfalmente quel che oggi suona un po’ ambiguo. Il problema non sono gli arresti ma le modalità operative, la droga comunque consente di alzare i numeri anche con sforzi limitati. Il successore, colonnello Michele Piras, resta in carica appena un anno fino al settembre 2019, quando segue la piacentina Paola De Micheli come capo della sua segreteria al ministero dei Trasporti: aveva dei dubbi su alcuni arresti della Levante. L’ultimo, il colonnello Stefano Savo, è stato a Piacenza solo dal novembre 2019 all’altroieri, quando il comando generale l’ha trasferito a seguito dell’inchiesta. Senz’altro non hanno capito cosa avvenisse alla Levante. Se ha commesso errori più gravi, pur senza commettere reati, lo chiarirà l’indagine interna.

“La toppa è peggiore del buco, la giunta deve andare a casa”

La Lega è la sua vicina di casa, e la conoscenza (reciproca) è di vecchia data: “La giunta lombarda non può andare avanti, e nella vicenda di Attilio Fontana la toppa è persino peggiore del buco”. Così la pensa il viceministro allo Sviluppo economico, il milanese Stefano Buffagni, veterano dei Cinque Stelle.

Il governatore Fontana è indagato: che ne pensa?

Come mia abitudine, non entro nel merito della vicenda giudiziaria. Ma è evidente che nella migliore delle ipotesi siamo di fronte alla conferma della inadeguatezza di questa giunta e di chi la guida.

Il fatto che la Regione abbia chiesto i camici a una società del cognato di Fontana, di cui è azionista sua moglie, non basta già di per sé perché il governatore si dimetta?

C’è un chiaro problema di opportunità, e la gestione ex post del proprio caso da parte del governatore mi colpisce molto. Come ho detto, questa giunta non può andare avanti. Non è stata in grado di gestire l’emergenza causata dalla pandemia e poteva certamente evitare le strumentalizzazioni contro il governo, che ha operato con serietà senza mai entrare in contrapposizione con gli enti locali.

Matteo Salvini parla di “malagiustizia a senso unico” per Fontana.

Salvini farebbe meglio a preoccuparsi della malagestione in Lombardia. Sostenendo questa giunta sta facendo il miglior regalo politico possibile alla sua competitor a destra Giorgia Meloni: un vero autogol.

C’è un modello Lega che sta crollando?

Il Carroccio ha ereditato il sistema sanitario di Roberto Formigoni, squilibrato a favore dei privati e centrato sugli ospedali, e non l’ha cambiato, perché non ha una visione strategica. Ma quel modello va cambiato, tornando a investire nella sanità pubblica e nei territori. Dopodiché c’è un tema politico, non solo nel centrodestra.

Per capirci: con la Lega che continua a calare si può aprire uno spazio politico, anche per voi 5Stelle?

Lo spazio c’è, ma bisogna avere il coraggio di riempirlo, seguendo l’esempio di Giuseppe Conte, ovvero impostando tutto su serietà e competenza.

Sta dicendo che il M5S teme di imitare il suo presidente del Consiglio?

Per molti nel Movimento la competenza è una condanna, ma gli elettori ci hanno votato per quello, per essere competenti e risolvere i problemi.

Lei ha spesso notato che in Consiglio dei ministri non ci sono lombardi. È un problema da risolvere?

Lei mette il dito nella piaga. Il Nord è il motore economico del Paese e va ascoltato.

Regionali: il reggente del M5S Vito Crimi ha chiuso la porta ad altri accordi con il Pd oltre la Liguria.

Crimi ha fatto la scelta migliore. Il Movimento non può fare la stampella di nessuno. Se si fosse ragionato su candidati diversi, con un M5S determinante, allora avremmo dovuto imboccare quella strada.

Conte vi aveva esortato a imboccarla, a prescindere.

Ripeto, il M5S non è l’utile idiota di nessuno. Servivano altre condizioni.

Perché il Pd insiste sul Mes?

Andrebbe chiesto a loro. Di sicuro possiamo investire sulla sanità anche con il Recovery Fund, di cui una parte può essere anticipata quest’anno. E poi ci sono 16 miliardi stanziati ma non spesi dalle Regioni.

Sulla gestione dei soldi del Recovery Fund è già guerra tra Palazzo Chigi e i partiti, di governo e non.

Il governo deve ottemperare al suo ruolo, ma garantendo la centralità del Parlamento e non delle task force di tecnici.

Come?

Una commissione bicamerale può essere una strada. Il confronto con il Parlamento sarà d’obbligo, una volta che il governo avrà elaborato il suo piano. E su questo mi fido delle valutazioni del presidente della Camera Roberto Fico.

Matteo e un mare di guai: le mille indagini sulla Lega

Scende nei sondaggi, cresce nelle indagini. Non è una bella estate per la Lega. E si comprende la preoccupazione di Matteo Salvini che la sua creatura possa sparire per via giudiziaria. Secondo lui è “giustizia a orologeria”. Il fatto è che l’orologio leghista ormai segna sempre la stessa ora: il caso Fontana svela solo l’ultima di una lunghissima serie di ipotesi inquietanti sul partito. Proviamo a riassumerle, con la consapevolezza che per un elenco esaudiente non basterebbe l’intero giornale.

Per cominciare c’è la madre di tutte le inchieste: quella di Genova sui famigerati 49 milioni. La vicenda affonda le radici negli anni di Bossi: la Lega Nord – come stabilisce una sentenza passata in giudicato – ha goduto di somme percepite grazie alla truffa sui rimborsi elettorali (il Senatur e l’ex tesoriere Belsito sono stati condannati in appello e prescritti in Cassazione). L’accordo con lo Stato prevede un pagamento dilazionato in 76 anni, con rate da 600 mila euro. Intanto prosegue la ricerca del “tesoro” padano: il secondo fascicolo è tuttora aperto con l’ipotesi di riciclaggio (il primo indagato è l’assessore lombardo Stefano Bruno Galli).

Le indagini si accumulano. Negli ultimi giorni ha preso corpo l’inchiesta sulla Lombardia Film Commission e sulla presunta compravendita gonfiata di un immobile a Cormano (Milano). Sono coinvolti Alberto Di Rubba (ex revisore dei conti leghista) e altri due commercialisti vicini al Carroccio, Michele Scillieri e Andrea Manzoni. Un quarto uomo legato a questa operazione, Luca Sostegni, è stato fermato dai finanzieri mentre preparava la fuga in Brasile.

Molto imbarazzante anche il caso Diasorin-San Matteo. La Procura di Pavia indaga sull’accordo tra i vertici dell’ospedale e la società farmaceutica per i test sierologici sul coronavirus. Nell’inchiesta è spuntato il nome di Salvini (non è indagato). In una chat, un esponente del Carroccio attacca il sindaco di Robbio (Pavia), Roberto Francese, che è favorevole a un test alternativo: “Ho sentito Matteo – scrive il leghista – chi sta con quel miserabile è fuori dal partito”.

Andando a ritroso, sono innumerevoli i leghisti coinvolti nei processi sulle “spese pazze” dei consigli regionali (due esempi: il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo condannato a un anno e 8 mesi, l’ex viceministro Edoardo Rixi a 3 anni e 5 mesi, entrambi per peculato). Numerose pure le indagini su Salvini per la gestione delle navi dei migranti da ministro dell’Interno (andrà a processo per il caso Gregoretti con l’accusa di sequestro di persona).

Molto pesante l’ipotesi per l’ex sottosegretario Armando Siri: è accusato di corruzione per una presunta mazzetta da 30 mila euro da Paolo Arata, imprenditore vicino al “re dell’eolico” Vito Nicastri, a sua volta legato al superboss mafioso Matteo Messina Denaro.

Concludiamo l’agile rassegna sui dirigenti leghisti con il tesoriere Giulio Centemero, indagato per finanziamento illecito a Roma e Milano. Pesano i 250 mila euro versati da Luca Parnasi all’associazione leghista “Più Voci”.

Tutti i passi falsi di Fontana&C. (ma per Salvini è un complotto)

Per Matteo Salvini è solo “giustizia a orologeria”. Come sempre. Stavolta però con l’aggravante di un crudele e illogico controsenso: “Indagato, perché un’azienda ha regalato migliaia di camici ai medici lombardi. Ma vi pare normale?”, ha dichiarato ieri il leader della Lega. Detta così, effettivamente, suona molto strana: come si fa a indagare un benefattore per una buona azione? Nella vicenda dei camici, però, di strano sembra esserci soprattutto il comportamento che hanno tenuto Attilio Fontana e suo cognato, Andrea Dini, fin dal momento in cui lo scandalo è venuto a galla.

“È successo tutto a mia insaputa. È stato un errore dei miei impiegati a cui ho rimediato appena ne sono venuto a conoscenza”, Dini dixit davanti alle telecamere di Report in diretta citofonica, provando a giustificare la fornitura da mezzo milione di euro assegnatagli dalla Regione Lombardia senza gara d’appalto. Una fornitura “a sua insaputa” che magicamente si trasforma in donazione oltre un mese dopo aver già emesso fatture e aver scritto, di proprio pugno, email alla Regione per definire i dettagli della consegna, a pagamento, dei camici. Ancor più perentorio è stato il presidente Fontana, il quale, indignato dai sospetti circa un suo possibile ruolo nella vicenda, tenne subito a precisare: “Mai saputo niente dei camici di mio cognato!”. E ora si scopre che avrebbe provato a metterci una pezza già a metà maggio, subito dopo un’intervista a Report che potrebbe aver destato nel suo entourage qualche timore. Ma riavvolgiamo il nastro.

Il 16 aprile 2020, in piena emergenza Covid, Aria Spa, la società della Regione Lombardia che si occupa di acquisti, assegna un fornitura di camici monouso da 513 mila euro alla Dama spa, ditta del Varesotto titolare del noto marchio Paul&Shark. L’azienda è di proprietà di Andrea Dini e, per il 10 per cento delle quote, di sua sorella, Roberta Dini, moglie del presidente della Regione Attilio Fontana. Nonostante il legame parentale così stretto e così in vista, il potenziale conflitto di interessi non viene segnalato: “Eravamo in emergenza”, si è giustificato davanti ai magistrati il direttore generale di Aria Spa, Filippo Bongiovanni. Ex finanziere, nominato in Aria Spa da Roberto Maroni, durante gli interrogatori con i pm ha sempre difeso la correttezza della fornitura assegnata a Dama Spa, anche se un attimo dopo essere uscito dalla Procura, con un avviso di garanzia per turbata libertà nella scelta del contraente, ha chiesto di essere assegnato a un altro incarico.

Quando Report ha scoperto dell’esistenza della procedura negoziata in favore di Dama Spa, Andrea Dini, anch’egli indagato, ha invece provato subito a giocarsi la carta dell’equivoco: “Effettivamente i miei, quando io non ero in azienda durante il Covid, hanno male interpretato la cosa, ma dopo ho immediatamente rettificato tutto”. Ma Report ha avuto modo di parlare con un imprenditore privato che a metà aprile ha provato ad acquistare camici dalla Dama Spa, ricevendo come risposta un diniego: “Non posso perché sono già sotto contratto con la Regione, devo venderli a loro”, è stata la risposta del cognato di Fontana. In quell’occasione, Andrea Dini avrebbe anche specificato che il suo referente era l’assessore Raffaele Cattaneo. Circostanza riscontrata dai pm della Procura di Milano.

Anche l’illustre cognato, Attilio Fontana, fin dall’inizio ha scelto la linea dell’“a mia insaputa”. Ma, stando alla scoperta fatta dal Corriere, il 19 maggio, vale a dire il giorno prima in cui la fornitura si è trasformata in una donazione, il presidente della Regione, attraverso un suo conto offshore, ha provato a fare a Dini un bonifico da 250 mila euro. Cifra che secondo i magistrati avrebbe dovuto coprire il mancato introito causato dalla sospensione della fornitura. Stando alla Procura di Milano infatti, l’idea di trasformare la fornitura in donazione sarebbe arrivata a metà maggio, dopo un’intervista che Report fa ad Attilio Fontana lo scorso 13 maggio sulla gestione dell’emergenza Covid e sul rapporto della Regione coi privati. Una settimana dopo, Andrea Dini prova a metterci una toppa che però sembra essersi rivelata peggiore del buco.

 

Invito a scomparire

Da cinque mesi Attilio Fontana e Giulio Gallera, i due caratteristi che sgovernano la Lombardia, sgomitano in un appassionante testa a testa (testa si fa per dire) per aggiudicarsi il primo avviso di garanzia. E noi, lo confessiamo, puntavamo tutto su Gallera, anche perché la sfangherebbe agevolmente con l’incapacità di intendere e volere. Invece, sul filo di lana, l’ha spuntata il governatore umarell, insospettabile per quell’aria emaciata da vecchietto sul punto di esalare l’ultimo respiro. Poi Report, anticipato dal Fatto, scoprì il contratto di fornitura da 513 mila euro per 75 mila camici e 7 mila set sanitari assegnato il 16 aprile dall’agenzia regionale Aria Spa, senza gara, alla Dama Spa del cognato e della moglie del presidente leghista: Andrea e Roberta Dini. Fatture previste per il 30 aprile, pagamento in 60 giorni. Il 19 maggio l’inviato di Report Giorgio Mottola iniziò a far domande in Regione. E intervistò il cognatissimo Dini. Che, al citofono, provò a negare: “Non è un appalto, è una donazione, chieda pure ad Aria”. Mottola richiamò spiegando di avere le carte della fornitura. Allora Dini cambiò versione, ammettendo quanto non poteva più negare, ma precisando che tutto era avvenuto a sua insaputa: “Non ero in azienda durante il Covid… chi se n’è occupato ha mal interpretato. Ma poi me ne sono accorto e ho subito rettificato tutto perché avevo detto ai miei che era una donazione”. “Subito” mica tanto: l’affidamento è del 16 aprile e la “rettifica” arriva solo il 22 maggio, quando già l’inviato Rai è sulle tracce dello scandalo e Dama inizia a stornare le fatture, cioè a rinunciare ai soldi pubblici.

Interpellato sullo scoop di Report, anche Fontana sposò la linea Scajola: “Non sapevo nulla della procedura e non sono mai intervenuto in alcun modo”. Diffidò la Rai dal trasmettere servizi non autorizzati da lui. E annunciò querela al Fatto. Ma chiunque avesse occhi per vedere capì subito che quella commessa da mezzo milione a cognato e moglie del presidente lumbard era andata bene a tutti finché Report non l’ha scoperta. Poi fu tramutata in tutta fretta in una donazione e le fatture in un errore da “rettificare” ex post, con una corsa precipitosa a coprire tutto con una toppa peggiore del buco. Come se un tizio accusato di rubare tentasse di dimostrare che non è vero restituendo il maltolto al legittimo proprietario.

Intanto accadevano altre cose che nessuno poteva sospettare: la Procura di Milano riceveva una segnalazione di operazione sospetta dall’ufficio antiriciclaggio di Bankitalia, allertato dall’Unione fiduciaria di Milano, che aveva bloccato un bonifico urgente ordinato da Fontana il 19 maggio.

Si trattava di un versamento di 250 mila euro al cognato dal conto che Fontana ha in Svizzera con 4,4 milioni di “mandato fiduciario”, frutto di un’eredità di 5,3 che dal 2005 nascondeva al fisco su due trust alle Bahamas e poi sbiancò nel 2015 (da presidente del Consiglio regionale) grazie alla voluntary disclosure del governo Renzi. Un chiaro tentativo di rimborsare Dini per il mancato affare con la Regione: infatti l’indomani il cognato scrisse ad Aria che avrebbe non più venduto, ma regalato i 49 mila camici e 7 mila set già consegnati. Ma, appunto, il bonifico fu bloccato per la causale generica e sospetta. Così Dini, rimasto a bocca asciutta, interruppe lì la donazione “spintanea” alla Regione (che non riusciva a proteggere i sanitari dal Covid) e tentò di rivendere i restanti 25 mila camici a una casa di cura per 9 euro l’uno anziché 6. Poi, appena la GdF acquisì gli atti dalla fiduciaria, Fontana annullò il bonifico. Perciò non solo Dini e l’ex ad di Aria, ma anche Fontana sono indagati per frode in pubbliche forniture. Ma non è per questo, cioè per un reato ancora tutto da accertare, che Fontana deve dimettersi subito. Bensì per i fatti acclarati che lui ha maldestramente tentato di nascondere.
1) Un pubblico amministratore non può nascondere ai cittadini milioni di euro alle Bahamas e in Svizzera.
2) Chi accede alla voluntary disclosure riporta fondi neri all’ufficialità in cambio di cifre irrisorie e dell’anonimato e ammette di averli detenuti illegalmente all’estero e al riparo dalle tasse: dunque non può ricoprire cariche pubbliche.
3) Fontana non pretese dal cognato i restanti 25 mila camici previsti dal contratto, che invece Dini voleva vendere a una Rsa, privando così medici e infermieri di protezioni fondamentali per l’emergenza.
4) Fontana ha mentito al Consiglio regionale e all’opinione pubblica, giurando di non aver “saputo nulla della procedura” e di non esservi “mai intervenuto in alcun modo”: invece sapeva tutto dall’inizio (lo informò subito il suo assessore Raffaele Cattaneo) e intervenne fino alla fine: prima favorendo la ditta di famiglia e poi, una volta smascherato, tentando di coprire le tracce del suo mega-conflitto d’interessi.
5) Nel vano tentativo di difendere il suo indifendibile sgovernatore, Salvini attacca la Procura col refrain berlusconian-renziano della “giustizia a orologeria” (senza spiegare quali sarebbero gli eventi elettorali influenzati dall’indagine, visto che siamo a fine luglio).
Ps. Annunciando querela, Fontana ci accusò di pubblicare “fatti volutamente artefatti per raccontare una realtà che semplicemente non esiste”. Attendiamo a piè fermo le sue scuse.

Moesch & Chandon

Nella pochade del compianto giudice Amedeo Franco, che prima condanna B. a 4 anni per frode fiscale insieme a quattro colleghi della sezione Feriale della Cassazione, poi firma tutte e 208 le pagine delle motivazioni, infine va a casa del suo condannato a dirgli che lui non voleva ma fu costretto dai quattro cattivoni del “plotone di esecuzione pilotato da molto in alto”, irrompe un nuovo personaggio da vaudeville francese: Giuseppe Moesch. L’ha scovato, o ne è stato scovato, Alessandro Sallusti che l’ha intervistato sul Giornale presentandolo come “amico fraterno di Franco, professore di Economia applicata, vasta esperienza all’estero”, già “nella squadra di giovani talenti che affiancava Giovanni Spadolini presidente del Consiglio”. Gli manca solo il Nobel. Dell’unica novità emersa negli ultimi giorni – i tentativi di Franco di registrare i colloqui in camera di consiglio, per legge segretissimi – dice: “Mai saputo nulla”. Dunque l’intervista dovrebbe chiudersi qui, invece qui comincia e prosegue per ben due pagine. Uno spasso. Moesch nulla sa del registratore attivato da “Dedi”, ma non ha dubbi che “se Dedi l’ha fatto è la prova di quanto fosse turbato per trovarsi coinvolto in un plotone di esecuzione”.

Cioè: siccome era turbato, violò la legge mentre giudicava gli altri. E mica solo per quello: l’“amico fraterno”, pensando di far cosa gradita, gli attribuisce una seconda scorrettezza: “ben prima del suo coinvolgimento diretto nel processo, essendo un grande esperto di questioni tributarie, si era fatto l’idea che non ci fossero i presupposti per una condanna, cosa del resto poi confermata da una sentenza del tribunale civile di Milano”. Naturalmente la sentenza civile dice tutt’altro (tratta di diritti Mediatrade e non Mediaset, cioè fatti diversi e successivi), e comunque una sentenza di primo grado, per giunta civile, non può cancellarne una penale e definitiva della Cassazione conforme a ben due giudizi di merito. Ma soprattutto: se Franco, prima del processo, “si era fatto l’idea” che andasse assolto e per giunta l’aveva confidato all’amico anticipando il giudizio, doveva astenersi dal processo. Art. 36 Codice di procedura penale: “Il giudice ha l’obbligo di astenersi… se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie”. Invece, sebbene fosse dichiaratamente prevenuto, restò addirittura come relatore. Ma più l’amico fraterno tenta di riabilitarlo e più lo sputtana. Infatti rivela una terza grave infrazione: prima di spifferare i segreti della camera di consiglio al suo condannato B. (quarta scorrettezza), Dedi li spiattellò a lui.

Addirittura prima della sentenza, fra un’udienza e l’altra: “Da subito mi aveva confidato il dissenso con gli altri magistrati del collegio, che sembravano prevenuti, come se la sentenza fosse già decisa prima”. Ma l’unico che l’aveva già decisa prima era lui: sognava di far parte di un plotone di assoluzione, ma gli andò buca. Gli confidò anche che “non c’era motivo di accelerare il giudizio della Cassazione incardinando il fascicolo nella sessione feriale di agosto invece che in quella naturale in autunno. Da subito gli sembrò una forzatura sospetta”. Talmente sospetta che, a spedire d’urgenza il fascicolo su B. alla Feriale, di cui faceva parte anche Franco, per l’imminente prescrizione, era stata la III sezione, di cui uno dei presidenti era Franco. Resta il mistero del perché, se era così innocentista, non verbalizzò il suo dissenso (come prevede la legge) in busta chiusa allegata alla sentenza, che invece firmò pagina per pagina insieme ai quattro del plotone di esecuzione. Ma qui Moesch si supera: “Io gli consigliavo di fare una relazione di minoranza (testuale, ndr) o di non firmare”, ma lui “era prigioniero della sua rigidità”, della “ragione di Stato”, del “senso del dovere”. Un po’ come “la protagonista del romanzo La scelta di Sophie, la donna che rinchiusa in un campo di concentramento ha la possibilità di salvare solo uno dei figli, ma non riesce a decidere quale e questa maledizione la perseguiterà per tutta la vita”. Pare di vederlo, il povero ostaggio Dedi, scheletrito, emaciato, piegato e piagato dal lungo digiuno nelle segrete del Palazzaccio e dalle sevizie inflitte dai quattro colleghi-aguzzini armati di elettrodi, acqua e sale e mazze ferrate, che firma con mano malferma le 208 pagine per porre fine ai patimenti e ottenere un bicchier d’acqua.
Ecco perché poi andò da B. a scusarsi: “venne fuori la sua anima cattolica e liberale” e lo spinse a “liberarsi di questo peso”, a “espiare il peccato” e a “confessarsi dalla vittima” (i cattolici si confessano dal prete, ma fa lo stesso). Forse accecato dalle lacrime e obnubilato dallo strazio, l’amico fraterno dimentica un dettaglio: a portare il giudice dal suo condannato B. non fu il rimorso, ma l’amico e collega Cosimo Ferri, ex capo di MI, ex membro del Csm, allora sottosegretario alla Giustizia del governo Letta per Forza Italia. Un accompagnatore davvero bizzarro per un giudice che – giura Moesh – “era profondamente disgustato” dalla “giustizia politicizzata” e “irritato e sofferente per la politicizzazione del Csm”. Fossimo nei famigliari di Dedi, rivolgeremmo una preghiera agli amici fraterni: “Grazie del pensiero, ma d’ora in poi astenetevi da ulteriori riabilitazioni: come se avessimo accettato”.

Dalla pandemia all’allarme suicidi

Alla fine, l’evidenza sarà che Covid-19, seppur con i suoi effetti diretti drammatici sulla vita della gente, è stato l’innesco di una serie di effetti collaterali, forse ancora più significativi della stessa pandemia. Non mi riferisco all’impatto sull’economia globale, fenomeno sotto gli occhi di tutti e che gli esperti continuano a descriverci con toni cupi. Mi riferisco agli effetti “sulla salute”. Ho già precedentemente citato il documento della Società Italiana di Cardiologia che lamentava un incremento del 30% degli infarti miocardici negli ultimi tre mesi. Altre società scientifiche si sono aggiunte e in molti settori, come quello oncologico, siamo sicuri che l’effetto negativo c’è stato ma non sarà facile valutarlo con certezza. Un dato più facile da esaminare è la vendita dei farmaci. L’Ordine dei Farmacisti di Roma ha dichiarato che durante il lockdown, ma ci sono dati anche postumi, il consumo di antidepressivi, ansiolitici e psicofarmaci, in genere, è aumentato significativamente, sia attraverso prescrizione medica sia in autoprescrizione (prodotti naturali, omeopatici, ecc). L’impatto psicologico di questa pandemia è sottovalutato e devastante ed è responsabile a tutt’oggi di comportamenti anomali. Ci sono anziani che ancora non escono da casa. C’è chi guida l’auto e, pur essendo da solo, porta la mascherina. Coppie che temono il futuro e decidono di non fare figli. Ristoranti chiusi, teatri e cinema vuoti e psicologi oberati dal lavoro. È un quadro che parla da sé. L’Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze sin dall’inizio della crisi Covid-19 ha denunciato il rischio che, a una prima emergenza di ordine sanitario, potesse seguirne una seconda di ordine psichiatrico, fino al rischio di un’ondata di suicidi. Previsioni che purtroppo non sono state smentite dai fatti. La situazione è così grave che è stato istituito l’Osservatorio Suicidi Covid-19. Il report al 12 luglio riferisce di 55 suicidi direttamente correlati al Covid, 37 tentati suicidi direttamente correlati al Covid, 44 suicidi con cause ignote e 25 tentati suicidi con cause ignote. Le morti sono tutte uguali, ma sono ancora più dolorose quando ci si accorge che qualcuna si sarebbe potuta evitare. Quasi tutti i suicidi riconoscono una condizione psichica di fondo, ma ci richiamano anche al dovere di proteggere le fragilità. Chissà se con una comunicazione meno ossessiva e angosciante non avremmo potuto salvare qualcuna di queste vite! Nei piani per fronteggiare l’emergenza e, in particolare, una pandemia, un capitolo centrale è proprio la comunicazione.

Processo ai big democratici in Calabria: Adamo e Oliverio a giudizio per corruzione

Cade l’associazione a delinquere nel processo “Passepartout”, ma l’ex presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, e l’ex parlamentare del Pd, Nicola Adamo, sono stati comunque rinviati a giudizio dal gup di Catanzaro. Assieme a loro dovranno sostenere il processo gli altri 13 imputati finiti nell’inchiesta della Procura su diversi appalti truccati e alcuni episodi di corruzione. Tra loro il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Luca Morrone, che in cambio del ruolo di vicesindaco nella futura giunta comunale di Cosenza o di qualche incarico alla Regione, aveva accettato di dimettersi da presidente del consiglio comunale per far cadere il sindaco Mario Occhiuto. Questi è l’unico prosciolto al termine dell’udienza preliminare.

A proposito del tentativo di far cadere la giunta Occhiuto, questa vicenda riguarda anche l’altro ex consigliere regionale rinviato a giudizio. È Luigi Incarnato, fedelissimo di Oliverio accusato di traffico di influenze illecite perché, nel febbraio 2016, sfruttando le sue relazioni politiche con molti consiglieri comunali di Cosenza, li avrebbe convinti a dimettersi. Un’opera di mediazione per la quale, stando alle accuse della Procura di Catanzaro, si sarebbe fatto promettere “incarichi pubblici e istituzionali da Nicola Adamo e Mario Oliverio”. Incarichi che, secondo i pm, poi sono anche arrivati: la sua “mediazione illecita”, infatti, sarebbe stata ripagata con la nomina a commissario liquidatore della Sorical Spa (Società Risorse Idriche Calabresi).

Dovranno sostenere il processo, dal prossimo 27 aprile, anche l’attuale dirigente della Protezione civile Fortunato Varone, l’ex dirigente del settore Lavori Pubblici della Regione Luigi Zinno e l’ex direttore generale delle Ferrovie Calabria Giuseppe Lo Feudo. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e i pm Vito Valerio e Graziella Viscomi hanno contestato agli imputati i reati di turbata libertà degli incanti, traffico di influenze illecite, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione propria aggravata.

Secondo la Guardia di finanza, politici e dirigenti pubblici andavano a braccetto: al centro dell’indagine, infatti, ci sono i bandi di gara per la costruzione del nuovo ospedale di Cosenza, della metropolitana di superficie e del Museo di Alarico, ma anche il ripristino della tratta ferroviaria turistica della Sila. Per la costruzione del nuovo ospedale, politica e burocrazia regionale avrebbero prima concertato la strategia di partecipazione alla gara “orientando raggruppamenti di imprese interessate in modo da pre-individuare la ‘cordata’ vincitrice’”, e poi avrebbero turbato la procedura aggiudicando lo studio di fattibilità alla società Steam Srl.