Bonus affitto in ritardo: a Roma sfratti triplicati

Il contributo all’affitto tarda ad arrivare. E a Roma si triplicano gli sfratti. In una Capitale in cui ci sono già 20.000 persone in emergenza abitativa, la scorsa settimana la conservatoria del Tribunale di Roma ha ricevuto oltre 500 richieste domande di liberazione degli appartamenti. L’ultimo atto di fatto, cui segue di solito l’intervento della forza pubblica. Una media di 100 al giorno, mentre prima del lockdown erano una trentina a Roma e poco meno di 150 in tutta Italia.

Una delle cause, secondo quanto conferma l’Unione Inquilini locale, è il ritardo nelle erogazioni dei bonus affitti. I 12 milioni di fonti statali sono stati erogati dalla Regione Lazio a Roma Capitale solo ad aprile, quando è stato avviato il bando scaduto il 18 maggio, cui poi è seguito l’esame delle candidature. Ma i tempi ristretti hanno ingolfato gli uffici capitolini, che stanno valutando le oltre 49.000 domande arrivate, non potendo essere accontentate tutte. Inoltre, il bando è vincolato a dei criteri nei quali non rientrano tutte le famiglie, in quanto “per poter accedere al sostegno bisogna essere in possesso di un regolare contratto di affitto e avere un reddito non superiore ai 7.000 euro trimestrali o 28mila annuali”, mentre “il contributo è pari a un massimo del 40% per un massimo di tre mensilità di canone di locazione”.

“In autunno si prevede che il tribunale verrà intasato dalle richieste ed esploderà quando si concluderà la proroga degli sfratti fissata al 31 dicembre”, afferma Guido Lanciano, responsabile dell’ufficio legale di Unione Inquilini Roma. In città il tema degli affitti è molto sentito. In città ci sono circa 12.000 persone in lista per una casa popolare. A queste si aggiungono almeno altre 8.000 persone cui sono state assegnate soluzioni ponte, divenute poi “definitive”, come alloggi nei residence, in abitazioni su cui grava un fitto passivo del Comune o in roulotte e “villaggi della solidarietà”.

Inno alla camorra Un anno e 4 mesi al neomelodico

‘Ocapoclan è un uomo serio, che è cattivo nunn’è ’o ver’”, non è vero. E ancora: “Sa campare, e noi dobbiamo rispettarlo”. Il latitante del video neomelodico a un certo punto consegna un “pizzino” a uno dei suoi ‘ragazzi’. C’è scritto il nome “Michele Imperato”. E a fianco del nome, una croce: è lui l’infame da eliminare, “’a cundanna per chi ha sbagliato”. Il filmato si conclude con “un saluto a tutti gli ospiti dello Stato e di presta libertà”.

Per questa incredibile canzone inneggiante ai valori della camorra, che negli anni scorsi ha spopolato su Youtube e su alcune radio locali, il neomelodico Aniello Imparato, in arte Nello Liberti, è stato condannato a un anno e 4 mesi per istigazione a delinquere. Una sentenza che non ha precedenti e che finirà per fare storia, quella emessa dal Tribunale di Napoli e riportata ieri nelle pagine di cronaca de Il Mattino.

Arriva otto anni dopo le misure cautelari contro gli esponenti dei clan di Ercolano ai quali quel video si riferiva. Citato nelle carte dell’inchiesta sulle cosche Birra-Iacomino e Ascione-Papale perché la canzone, e in particolare il testo, era uno dei modi escogitati dalla camorra per ingenerare nei suoi affiliati “sentimenti di orgoglio”, per rinsaldare il potere della criminalità ed incutere timore e omertà sul territorio di Ercolano, teatro di una faida che tra il 2000 e il 2009 ha lasciato sul terreno 59 morti. Il video riprendeva gli uomini del clan, quelli veri. In un garage e una villa “controllati” dal boss. Persino l’auto utilizzata nel video, una Citroen C3, era quella dei servizi di scorta al boss dei Birra-Iacomino, Vincenzo Oliviero, detto “il papa buono”, ucciso in un agguato nel 2007. Un pentito disse che Oliviero si era autoattribuito la scrittura della canzone. Il pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli chiese l’arresto anche del cantante poi condannato. Il Gip lo negò.

Rt sotto 1 e morti al minimo da febbraio Arrivi da Bulgaria e Romania: in quarantena

Un quadro nel complesso positivo ma accompagnato da “piccoli segnali di allerta”, dovuti a una “situazione epidemiologica fluida” capace di provocare “focolai anche di dimensioni rilevanti”. Il report settimanale dell’Istituto superiore di Sanità riferito al periodo 13-19 luglio descrive un indice di trasmissione del Sars-CoV-2 tornato inferiore a 1 a livello nazionale (0,95), ma ancora sopra soglia in 6 Regioni interessate da recenti focolai (1 in Lombardia, 1,04 nel Lazio, 1,06 in Liguria, 1,07 in Piemonte, 1,14 in Emilia-Romagna e 1,18 in Veneto). Ieri i nuovi contagi sono stati 252; soltanto 5 i decessi, il dato più basso dal 28 febbraio, quando l’epidemia era appena iniziata.

Nel frattempo il ministro della Salute Speranza ha imposto la quarantena obbligatoria a chi entra in Italia avendo soggiornato negli ultimi 15 giorni in Romania e Bulgaria, così come già accade per chi arriva da Stati extra-Unione europea. Decisione che rischia di avere un forte impatto su edilizia e cura alla persona, settori in cui lavorano circa un milione di cittadini romeni.

Tangenti e appalti militari truccati: la Difesa sapeva, non ha mosso un dito

Quando si dice lo spirito interforze, quella spinta solidale che fa lavorare insieme aeronautica e marina, esercito e carabinieri. “Una acies”, un’unica schiera come recita il motto dell’Accademia militare di Modena, che si manifesta anche in ambiti non propriamente gloriosi, come quelli descritti nelle 289 pagine dell’ordinanza con cui il gip di Roma il 26 giugno scorso ha arrestato o sottoposto a misure non detentive una trentina di persone, tra militari e imprenditori.

C’è tutta la scala gerarchica, dall’appuntato al generale a tre botte, e quasi tutte le forze armate: Aeronautica, Carabinieri, Esercito, Finanza. Con un unico, solidale obiettivo: truccare appalti, corrompere e farsi corrompere.

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha parlato delle forze armate come parte lesa. Non c’è dubbio che lo siano, ma i vertici della Difesa sapevano da mesi quello che accadeva e non solo hanno omesso di intervenire ma hanno in qualche modo cercato di favorire le carriere di alcuni. Come nel caso del generale ispettore Gennaro Cuciniello, capo del Corpo di commissariato dell’Aeronautica che il gip indica come dominus e beneficiario di rilevanti episodi di corruzione.

Dell’indagine che porterà agli arresti del generale Cuciniello e alla sospensione del brigadier generale Giuseppe Midili e del colonnello Michele Minenna (il pm aveva chiesto gli arresti anche per loro, rispettivamente domiciliari e in carcere), il ministero della Difesa era stato informato dal gip ai primi di giugno del 2019, oltre un anno prima dei provvedimenti della magistratura. Nell’informativa del giudice al Comando logistico dell’Aeronautica, erano anche elencati i reati per cui si procedeva: associazione per delinquere, turbata libertà degli incanti, induzione indebita a dare o promettere utilità.

Con una tempestività degna di miglior causa, il 13 giugno 2019 lo stesso Comando logistico (di cui Cuciniello era stato capo fino a pochi mesi prima, e dove Midili e Minenna continuavano ad avere ruoli di responsabilità) scrive alla Direzione generale per il personale militare (Persomil) proponendo di non procedere alla sospensione cautelare e di attendere la fine delle indagini. Il 24 luglio, l’ammiraglio Pietro Luciano Ricca, direttore generale del personale militare, scrive al ministro della Difesa (allora era Elisabetta Trenta) suggerendo anch’egli di attendere. Essendo coinvolto un generale ispettore la competenza a decidere è del ministro. Altrimenti la pratica sarebbe stata gestita direttamente da Persomil con un esito scontato, viste le raccomandazioni. Ma il carteggio va nelle mani di un magistrato militare in servizio al gabinetto del ministro che invece chiarisce come in base all’art. 1393 del codice militare la sospensione cautelare sia obbligatoria, salvo limitate eccezioni. Ma arriva la crisi di governo, il carteggio viene sospeso e con l’arrivo del nuovo ministro non se ne sa più nulla.

Nel frattempo i nostri non stanno con le mani in mano. Ignari, o indifferenti forse, alle segnalazioni dei magistrati, l’Agenzia industrie difesa e il Segretariato generale della difesa, propongono che il generale Cuciniello, intanto posto in ausiliaria, cioè in pensione per limiti di età, venga richiamato in servizio per andare a svolgere il ruolo di responsabile qualità, sicurezza e ambiente (Qsa) presso la stessa Agenzia. Richiesta partita all’inizio di maggio, approdata anch’essa al gabinetto della Trenta dove viene travolta dal vortice della caduta del governo. Travolta, ma sopravvive evidentemente al cambio di titolare del Ministero perché alla pagina Linkedin di Cuciniello risulta come sia responsabile QSA della stessa Agenzia dall’ottobre 2019, cioè poco dopo che Guerini era giunto in via XX settembre. Una mossa, quella di Cuciniello, preparata con cura dai personaggi con cui si rapportava. In un’intercettazione del 6 marzo 2019, il colonnello Natale Antonio Palmieri (anche lui ai domiciliari) dice all’imprenditore Walter Crisciotti Visintin che Cuciniello probabilmente andrà all’Agenzia industrie difesa, quindi gli daranno aerei e altre cose che possono anche essere vendute all’estero, dunque un buon canale per gli affari.

Il primo segnale dell’Arma: rimossi gli ufficiali di Piacenza

Il suo nome compare nelle carte. Lo cita Stefano Bezzeccheri, comandante della Compagnia di Piacenza, struttura immediatamente superiore in via gerarchica alla Stazione di Levante. “Devo parlare urgentemente con te – dice Bizzeccheri a Montella al telefono il 12 febbraio – del rapporto che ho avuto stasera con il Colonnello Savo, con tutti gli altri Ufficiali, dobbiamo parlare di cose che avete fatto in passato”. Savo è Stefano Savo, comandante provinciale con il quale Bezzeccheri aveva parlato in una riunione tenuta poco prima dei “brillanti risultati conseguiti in passato dalla Stazione Levante”, annotano gli investigatori. I trofei da esibire sono gli arresti, i tanti arresti che erano valsi l’impunità a Giuseppe Montella e agli altri 9 carabinieri che avevano trasformato la caserma di via Caccialupo 2 in un feudo personale. Ora il colonnello Stefano Savo è stato rimosso insieme al capo del reparto operativo Marco Iannucci e a quello del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda.

La decisione è maturata alla luce dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 6 militari e sottoposto altri 4 a misure cautelari, che ora punta a ricostruire le responsabilità della catena di comando che non ha vigilato mentre Montella e i suoi pestavano e ricattavano spacciatori, smerciavano droga e facevano festini con le squillo nella stanza del comandante della stazione Marco Orlando, anch’egli indagato. Questi il 28 marzo viene chiamato da Savo che gli chiedeva delucidazioni su un arresto. “Quello si è voluto consegnare o era un’attività che avevate in corso?”, domandava il colonnello. “No – rispondeva “falsamente” il capo della Stazione – Avevamo notizie che questo qui spacciasse e abbiamo proceduto con l’appiattamento”. Al che il colonnello lo interrompeva: “Quindi era costruita, so bene, umh!”.

Quella di Savo, al cui posto arriverà il colonnello Paolo Abrate, è la seconda poltrona di livello a saltare dopo quella di Bezzeccheri, sostituito perché indagato da Giancarmine Carusone, 34enne, campano, in arrivo da Messina. È dalla compagnia, infatti, che sarebbe dovuta partire la catena di controllo: era Bezzeccheri che secondo i regolamenti aveva l’obbligo di vigilare su quello che facevano i sottoposti durante il servizio. Una linea che verso l’alto porta al comando provinciale al cui vertice prima di Savo sedeva Michele Piras, in carica tra settembre 2018 e lo stesso mese del 2019, che ora è responsabile della segreteria del ministro dei Trasporti Paola De Micheli. E da lì alla Legione, la divisione regionale. Ieri il comandante Davide Angrisani, arrivato a giugno quando l’inchiesta era finita, è stato ricevuto dal procuratore capo Grazia Pradella. Prima di lui, dal settembre 2018, la Legione era guidata dal Generale Claudio Domizi, che il 15 giugno di quest’anno è stato nominato comandante della Scuola Ufficiali. A giugno 2018, alla festa dell’Arma, la Legione conferiva alla stazione di Piacenza Levante un encomio solenne “per i risultati conseguiti soprattutto nel contrasto al fenomeno dello spaccio di stupefacenti”.

“Mancino mandò un suo delegato ai boss di Enna per fermare le bombe”

Marcello Dell’Utri? “Non lo conosco”. L’ex ministro Lorenzin? “Le ho scritto”. L’ex ministro Nicola Mancino? “Tentò di interloquire con Cosa nostra”. Bugie, verità parziali o realtà. Questo non è dato saperlo perché Giuseppe Graviano non è pentito e nemmeno “dissociato” per cui ha il diritto di mentire anche nel memoriale inviato alla Corte d’Assise di Reggio Calabria che ieri lo ha condannato all’ergastolo per l’omicidio dei carabinieri uccisi in Calabria nel 1994. Graviano accusa Berlusconi di avere avuto un “ruolo strategico” nella sua cattura grazie alla quale sarebbe riuscito a non saldare il debito di 20 miliardi che suo nonno e altri imprenditori di Palermo gli avevano consegnato alla fine degli anni 60.

Ma l’ex presidente del Consiglio non è l’unico politico finito nelle pagine vergate dal boss di Brancaccio. Il momento chiave delle sue disgrazie, per Graviano, è il 27 gennaio 1994, il giorno del suo arresto all’indomani della fondazione di Forza Italia. In sostanza il boss smentisce la storia del provino al Milan che avrebbe dovuto sostenere il figlio di Giuseppe D’Agostino seguendo il quale i carabinieri sono arrivati a “Madre Natura”. Dovevano vedersi a Milano “per alcuni investimenti immobiliari”. “Il nostro incontro – dice – non era legato al provino che il figlio doveva sostenere al Milan, non mi sono mai interessato di questo aspetto, anche perché non conosco Dell’Utri”.

Piuttosto, secondo Graviano, sarebbe stato il “gruppo Contorno” a fare “scattare l’attività investigativa” conducendo gli inquirenti a Milano. Il boss siciliano non ha dubbi: c’è stata “la volontà di tenermi ristretto al 41 bis”. Il disegno contro di lui è chiaro e, per Graviano, passa anche dalla “perquisizione presso la mia camera detentiva con la successiva scomparsa della lettera ricevuta dalla Ministra Lorenzin, ove oltre a concedermi il vitto vegetariano, la Ministra affermava che ‘per il resto ci stavano pensando’. Quando vengo trasferito ad Ascoli Piceno riscrivo alla Ministra Lorenzin, lamentandomi della circostanza che stavano facendo solo passerella non affrontando i problemi reali. Da quel momento, infatti, è visibile la spaccatura tra Berlusconi e il duo Alfano-Lorenzin che costituiscono il Nuovo Centro Destra”.

Sul punto, nei mesi scorsi l’ex ministro Lorenzin aveva replicato sostenendo di essere estranea a tutta questa vicenda e di non aver mai letto le missive di Graviano: “Non so se nella lettera citasse Berlusconi. Di certo io non l’ho letta”.

Graviano sa che l’occasione è buona, ancora una volta, per lanciare messaggi all’esterno. Cita, quindi, la “Trattativa” tirando dentro pure l’ex ministro Nicola Mancino. “Dalle informazioni in mio possesso – scrive – una trattativa in concreto non c’è mai stata ma vi è stato solo il tentativo del Ministro Mancino di interloquire, tramite un suo delegato siciliano, con esponenti di Cosa Nostra della zona di Enna al fine di far fermare le stragi”.

Graviano non fa i nomi ma spiega: “Questi personaggi avevano ribattuto chiedendo, in cambio della risposta ed indipendentemente dal contenuto della stessa, la realizzazione in quel territorio di un grosso centro commerciale nonché uno specifico intervento affinché la pista automobilistica esistente venisse resa idonea per disputare le gare di Formula 1. Cosa Nostra rispose che non sapeva nulla delle stragi”.

Cosa Nostra e ’ndrangheta Patto comune per le stragi

La ‘ndrangheta ha partecipato assieme aCosa Nostra alla stagione stragista per cambiare con il sangue il corso della storia d’Italia nel 1993-1994. Questo è il senso profondo della sentenza di condanna contro il boss siciliano Giuseppe Graviano, 57 anni, e contro il calabrese Rocco Santo Filippone, 80 anni. La Corte d’assise di Reggio Calabria ha condannato entrambi all’ergastolo per il duplice omicidio avvenuto il 18 gennaio 1994 a Scilla, sull’autostrada, ai danni dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo oltreché per altri due attentati ai danni di altrettante gazzelle dei carabinieri realizzati dallo stesso commando composto dai giovani Consolato Villani (17 anni allora) e Giuseppe Calabrò (18 anni) tra dicembre ’93 e gennaio ’94 sempre vicino a Reggio. I due sicari si pentirono, ma non dissero, secondo il pm Lombardo, il movente vero e i mandanti. Poi Gaspare Spatuzza, braccio esecutivo di Graviano, si è pentito e ha raccontato di avere visto al bar Doney di Roma Giuseppe Graviano nel gennaio del 1994. Il boss gli chiese di fare una strage di carabinieri allo stadio Olimpico domenica 23 gennaio 1994. Alle perplessità del sicario, Graviano replicò che i calabresi si erano già mossi.

La Procura di Reggio Calabria ritiene Spatuzza credibile quando fa quel riferimento all’attentato di dicembre e al duplice omicidio del 18 gennaio 1994 a Scilla. La sentenza di condanna probabilmente ha recepito questa linea. Le stragi (tentate e riuscite) del periodo 1992-1994 sono state inserite nel 2018 in una strategia politica dalla sentenza di condanna in primo grado per la Trattativa Stato-mafia. In questo scenario è stato condannato a 10 anni in primo grado (è in corso l’appello) anche Marcello Dell’Utri per minaccia a corpo dello Stato. Due anni dopo arriva la sentenza, sempre di primo grado, di Reggio a estendere il raggio della stagione eversiva dalla Sicilia alla Calabria. Bisognerà attendere le motivazioni della Corte d’assise presieduta da Ornella Pastore per capire meglio. Finora il calabrese Filippone non era mai stato condannato se non per detenzione illegale di armi. Nella sentenza di ieri invece è riconosciuto anche colpevole di associazione a delinquere mafiosa. “Questa è una sentenza storica”, spiega il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha testardamente creduto in questa indagine dal 2013. “Per la prima volta la Corte di Assise riconosce l’esistenza di una comune strategia stragista e eversiva di Cosa Nostra e della ’ndrangheta nei primi anni 90. Nella nostra requisitoria abbiamo portato all’attenzione dei giudici i punti di contatto tra gli omicidi e gli attentati consumati in Calabria nel 1993-1994 e le stragi consumate in Sicilia e nel continente del 1992-1993. La sentenza – prosegue Lombardo – è anche un punto di partenza. La Corte ha trasmesso alla Procura per accertamenti il memoriale di Giuseppe Graviano. Con il rigore necessario, andranno svolte tutte le attività investigative utili a chiarire ogni aspetto di tali fatti, drammatici e inaccettabili, e degli scenari in cui tutto questo è maturato”. Il riferimento è al memoriale di una cinquantina di pagine spedito da Graviano ai giudici poco prima che si ritirassero in Camera di consiglio. Ieri Il Fatto ne ha anticipato alcuni passaggi esplosivi. Graviano rivendica di avere incontrato più volte Berlusconi per regolare gli antichi rapporti economici tra il nonno materno di Graviano, morto nel 1985, e l’imprenditore milanese.

“A fine ’93 qualcosa cambia intorno al sottoscritto – scrive Graviano – e questo momento corrisponde, a mio avviso e a mente lucida, con l’ultimo incontro che ho avuto con Berlusconi a Milano (in precedenza lo avevo incontrato altre due volte). In quell’incontro si parlò di mettere, dopo tanti anni (più di 20), nero su bianco quello che era stato pattuito con mio nonno Quartararo e gli altri investitori palermitani. Negli anni i rapporti con Berlusconi, come ho già riferito, erano stati curati da mio cugino Salvo, anche perché io ero sempre latitante. Dopo più di 20 anni però, gli investitori, che non avevano ricevuto alcuna somma rispetto all’investimento iniziale, intendevano ottenere i propri utili e formalizzare l’accordo davanti a un notaio. In quell’occasione si era scelto anche il notaio ed era stato fissato il relativo appuntamento presso lo studio di Milano, nella prima settimana del febbraio 1994. Ovviamente a quell’appuntamento non abbiamo potuto presenziare né il sottoscritto né Salvo”. Entrambi furono arrestati, infatti. Giuseppe con il fratello Filippo il 27 gennaio 1994, a Milano, il giorno dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi in politica. Salvo ai primi di febbraio e poi fu prosciolto. Ovviamente tutti i fatti sopra riportati sono da verificare perché è bene ricordare sempre che Graviano è un boss non pentito che potrebbe usare il proscenio del processo ’Ndrangheta Stragista per dire fandonie e lanciare messaggi. L’avvocato difensore delle parti civili, cioè dei familiari dei carabinieri Fava e Garofalo, Antonio Ingroia, spiega: “Ci sono altri colpevoli che non erano imputati in questo processo. Sono convinto che i valorosi magistrati della Procura di Reggio Calabria da questo processo partiranno per aprire un’indagine bis su altri mandanti e altri ispiratori e magari potremmo avere finalmente una verità completa”.

L’ex capo di Aria ieri in Procura: “È collaborativo”

Ha un atteggiamento “costruttivo”, Filippo Bongiovanni, di fronte ai magistrati che ieri mattina lo hanno a lungo interrogato. Bongiovanni è l’ex direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Regione Lombardia, che compra tutti i beni e i servizi che servono per le strutture regionali. È indagato, insieme ad Andrea Dini, cognato del presidente della Lombardia Attilio Fontana, per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. La vicenda è quella ormai famosa della fornitura di camici, copricapi e calzari sanitari da impiegare negli ospedali durante l’emergenza Covid-19: un affidamento diretto, senza gara, del valore di oltre mezzo milione di euro, alla Dama spa, società controllata dal cognato di Fontana e di cui la moglie del presidente lombardo, Roberta Dini, detiene il 10 per cento. Una fornitura in conflitto d’interessi, dunque, avviata il 16 aprile 2020 e consolidata con regolari fatture emesse dalla Dama spa a partire dal 30 aprile. La situazione ha però una svolta nel mese successivo, dopo che un giornalista della trasmissione televisiva Report comincia a fare domande sull’operazione: il 20 maggio la fornitura da 513mila euro viene trasformata in donazione, e le fatture sono di fatto cancellate da note di storno.

Ieri Bongiovanni, ex ufficiale della Guardia di finanza (“Sono stato in divisa per 26 anni e 22 giorni”) è arrivato a palazzo di Giustizia accompagnato dall’avvocato Domenico Aiello (lo stesso che difende l’ex presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni in tutte le sue vicende giudiziarie). È stato interrogato per tre ore dai pm che indagano sulla vicenda camici, Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli. L’interrogatorio è avvenuto al quarto piano del palazzo di giustizia, in una stanza vicina a quella del procuratore della Repubblica Francesco Greco, il quale ha disposto che i cronisti non potessero accedere al corridoio dov’era in corso l’atto d’indagine.

Ha spiegato, Bongiovanni. Ha raccontato meticolosamente tutti i passaggi della fornitura trasformata in donazione, ha ricostruito con atti e documenti i passaggi della procedura. Ha voluto spiegare lo stato d’emergenza in cui Aria e Regione Lombardia si sono trovate a operare nelle settimane più drammatiche della pandemia. Ci ha tenuto a sottolineare l’impegno con cui le strutture regionali hanno cercato di far fronte all’emergenza. Oggi Bongiovanni è dimissionario, ha lasciato il suo posto dentro Aria ed è convinto di riuscire a spiegare ai magistrati e agli ex colleghi della Guardia di finanza il suo ruolo nella vicenda degli 82mila camici e altro materiale di protezione cercati affannosamente nei giorni in cui la Lombardia era bloccata dal lockdown, le terapie intensive erano sovraffollate e il virus diffondeva il contagio e mieteva morti. Poi toccherà a Fontana chiarire il suo ruolo nella vicenda.

La Regione Lombardia del presidente Fontana e dell’assessore al Welfare e sanità Giulio Gallera è sotto osservazione e sotto inchiesta anche per altre storie. Dalle donazioni per l’inutilizzato ospedale Covid in Fiera ai troppi morti nelle residenze per anziani, dalla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo alla scelta della società Diasorin come partner unico per i test sierologici.

“Fuori chi sgarra, Salvini lo sa” S’indaga sulla regìa della Lega

“Ti avviso, sentito anche Salvini: il primo che fa sponda con il miserabile di Robbio – che ho sentito con le mie orecchie aver attaccato regione nel momento più difficile – è fuori dal Movimento”. È questo il messaggio inviato dal deputato della Lega, Paolo Grimoldi, all’ex consigliere regionale leghista, Lorenzo Demartini. Il messaggio rivelato dal Fatto ieri è stato acquisito dalla Procura di Pavia che sta indagando sui test sierologici affidati dalla Fondazione San Matteo alla multinazionale Diasorin ed è entrato quindi negli atti dell’indagine. Il Fatto è in grado di rivelarne il contenuto integrale che smentisce la versione fornita ieri da Grimoldi, che ci ha negato l’esistenza: “Assolutamente falso: ho tutti i messaggi!”. Il “miserabile” in questione è il sindaco di Robbio, Roberto Francese, che in aprile decide di utilizzare i test sierologici disponibili sul mercato senza aspettare quelli targati Diasorin in corso di validazione alla Fondazione San Matteo. E proprio grazie a questi test, Francese riesce a mappare il suo territorio, scoprendo circa 160 positivi al Covid-19. Il suo comportamento non garba però alla Lega, perlomeno a Grimoldi, che in Lombardia ha un grande peso. Al punto che il deputato, nel messaggio in questione, lo definisce un “miserabile” e scrive a Demartini che chiunque si schieri con Francese è destinato – “sentito anche Salvini” – a essere messo fuori dal partito.

C’è un motivo per il quale questo messaggio, insieme ad altri, è stato acquisito agli atti dell’indagine: la Procura di Pavia e la Guardia di Finanza, delegata per le indagini, ritengono – sulla base delle dichiarazioni di alcuni sindaci, a partire da Francese – che vi siano stati “atteggiamenti a dir poco ostruzionistici nei loro confronti da parte di esponenti politici regionali della Lega Nord” e intendono “fare luce sui legami politici che possono aver influito sulla scelta del contraente”, ovvero della Diasorin, per i test sierologici in Lombardia. Gli investigatori vogliono capire se, dietro questa serie di elementi, vi sia stata una vera e propria regia leghista.

La Procura di Pavia procede infatti per peculato e turbata libertà della scelta del contraente e l’inchiesta conta otto indagati, tra i vertici della Fondazione San Matteo di Pavia e Diasorin. Si contesta la regolarità della procedura con cui la Fondazione dell’ospedale pavese e l’azienda piemontese hanno deciso di sviluppare insieme un innovativo test sierologico per la ricerca degli anticorpi neutralizzanti al Sars-Cov 2 (il progetto “Immuno”), e i termini dell’accordo in base al quale la Fondazione avrebbe ottenuto una royalties dell’1 per cento sulle vendite future del kit diagnostico Diasorin, del quale la Regione Lombardia si è poi approvvigionata ordinandone 500mila pezzi, senza gara, a 4 euro l’uno. I finanzieri e la Procura – ma questo filone non vede ancora nessun indagato né ipotesi di reato – vogliono “far luce” sui rapporti commerciali – per circa 2,5 milioni di euro dal 2018 a oggi – tra Diasorin e la Fondazione Insubrico che, a sua volta, controlla la società Servire srl, dove nel cda appare il leghista Andrea Gambini.

Per quanto riguarda la gara, invece, secondo i pm, il laboratorio di virologia diretto dal professor Fausto Baldanti non si sarebbe limitato a validare un prodotto finito ma avrebbe messo a disposizione mezzi, uomini e know how per sviluppare un progetto dell’azienda privata. Dunque la procedura sarebbe stata sottratta alle norme del libero mercato – il partner in questo caso andava scelto con una evidenza pubblica – e il privato si sarebbe appropriato di risorse pubbliche. Di qui l’accusa di peculato. Ieri Diasorin – ribadendo la legittimità e correttezza del proprio operato “e ricordando che di recente il Consiglio di Stato ha confermato la validità dell’accordo” – ha annunciato di voler sospendere tutte le nuove attività di sperimentazione clinica con enti pubblici italiani “sino a quando non saranno ristabilite le necessarie condizioni di certezza giuridica in materia”. La sentenza amministrativa riguarda il ricorso dell’impresa concorrente Technogenetics.

l Fatto può rivelare che il 3 marzo, con una mail del direttore tecnico, Technogenetics contattò Baldanti per proporgli di collaborare a un test sierologico dell’azienda lodigiana. La email sarebbe rimasta senza risposta. L’episodio non combacia con la ricostruzione fatta ieri al Fatto dal presidente del San Matteo, Alessandro Venturi, sul perché non abbiano valutato altre offerte per la validazione del test sierologico: “Perché nessuno ce l’ha chiesto – ci ha risposto Venturi – altrimenti l’avremmo fatto”.

Università chiusefabbriche aperte

Le fabbriche (ri)aprono, le università no. Ristoranti, bar, librerie, parrucchieri, negozi di abbigliamento eccetera riaprono, biblioteche e archivi no. Spiagge, parchi e località di montagna riaprono, la ricerca no. Non è alla lettera così, ma quasi: della ricerca ha scritto Tomaso Montanari in queste pagine lunedì 20 luglio, e intanto il regime online continuerà in varie università almeno nel primo semestre 2020-21.

Archivi e biblioteche risultano spesso in funzione, ma con macchinosi appuntamenti (diversi di caso in caso) che rallentano enormemente i tempi della ricerca. Evidente la differenza da musei e mostre, che riaprono praticamente dappertutto. È chiaro perché: musei e mostre hanno introiti di biglietteria, biblioteche e archivi no. In questo orizzonte una riflessione s’impone.

Con un colpo di spada, e in nome del virus, stiamo tagliando il mondo in due, e lo stiamo facendo in coro, tutti insieme: chi scrive le norme, chi le rispetta e perfino chi le contesta. Il confine che stiamo tracciando è fra attività produttive e quelle che non lo sono, dando per scontato che le attività produttive non possono aspettare, il resto sì. Ma davvero biblioteche, archivi, università e ricerca non sono “attività produttive”? E poi: si può davvero credere che l’insegnamento telematico sia un valido sostituto di quello in presenza? Gira una conspiracy theory secondo cui l’università in presenza verrà presto sostituita da reti virtuali, lezioni registrate, professori e studenti a casa in ciabatte, senza far comunità. Occulti controllori delle coscienze starebbero manovrando per narcotizzare la vocazione critica dell’università come comunità pensante, e dunque focolaio di ribellione, un perpetuo Sessantotto che cova sotto la cenere. Fantasie, queste, coltivate da pochi; ma generalmente diffusa è invece la convinzione che le attività produttive sono il motore della società (cioè non solo dell’economia ma della vita civile), perciò vanno protette e rilanciate subito, mentre altre cose, a cominciare da scuola, ricerca e università, possono ben attendere, e se tutto va online non cambia niente (si è anche inventato un neo-acronimo, DAD “didattica a distanza”, da preferirsi alla “didattica in presenza” o DIP). E non mancano studenti (o le loro famiglie) che vedano in una proroga della DAD un vantaggio economico: niente viaggi, niente camere d’affitto e altre scomodità.

Le università nacquero nel Medioevo europeo come comunità di studenti e d’insegnanti, e questo è stato e resta il sale e il cuore del loro vivere, progettare, produrre il futuro. La disgregazione anche solo temporanea di questo tesoro lo mette a rischio. Da qui bisogna partire per chiedersi : ma perché radunare alcune decine di persone in un ristorante è segno di rinascita, di democrazia, di ripresa del Paese, e radunare lo stesso identico numero di persone in un’aula è invece pericolosissimo? E come mai criteri e decisioni variano da una città all’altra, da un ateneo all’altro, e il ministero tace? Conseguenza, certo, del malinteso regime concorrenziale fra le università tanto strombazzato nell’era Gelmini, mentre proprio l’emergenza che attraversiamo dovrebbe render chiari i vantaggi, qui come nella sanità, di una necessaria regia governativa centrale. Continua invece, rinfocolata dall’incerta prospettiva di un autunno che incombe, la giungla dei provvedimenti sede per sede, dipartimento per dipartimento.

Le autorità accademiche non nascondono quale sia la preoccupazione che le guida in favore della DAD anche se sanno che è meglio la DIP: il timore di prendersi la responsabilità di eventuali contagi, l’incubo che uno studente contagiato potrebbe far causa, che so, all’università o alla biblioteca. Ma come mai non si fa lo stesso ragionamento per fabbriche, ristoranti, bar, stabilimenti balneari? Scartata l’ipotesi che il Coronavirus ami colpire selettivamente studenti e docenti risparmiando bagnanti e avventori dei bar, non resta che una congettura: i luoghi di ricerca e insegnamento hanno un senso istituzionale indebolito, chi li amministra non ritiene che la loro funzione sia talmente essenziale da organizzarne la riapertura, anche graduale, appena possibile. Governo e opinione pubblica fanno ben poco per combattere questa debolezza che rischia di diventare congenita, e perciò molti responsabili di strutture accademiche o di ricerca

si lasciano guidare non dal senso delle istituzioni e del pubblico interesse, ma dalle paure di una responsabilità personale che paventa rappresaglie ed evita il minimo rischio. Chi ragiona così non si sente protetto dallo Stato o dalla società, anzi si sente esposto a ogni vento, a ogni accusa. Non può ignorare che se tutti ragionassero come lui non potrebbe metter piede in un bar, andare dal barbiere, sperare in un bagno di mare, visitare una mostra; ma è convinto che ristoratori, bagnini e baristi siano al riparo da querele e accuse, lui no.

Tre fattori sono in ballo in questo gioco al massacro delle istituzioni educative e di ricerca. Prima di tutto, la fragilità e debolezza delle strutture, a cominciare dalle aule : ma perché non coinvolgere, invece, le istituzioni di ogni città, sempre ricche di spazi poco utilizzati – fondazioni bancarie, camere di commercio, unioni industriali – per moltiplicare il numero delle aule disponibili? Anche il personale è insufficiente a organizzare turni adeguati, e la povertà dei bilanci spinge a puntare sulla convenienza “aziendale” di sospendere la parte di lavoro (crescente) svolta da cooperative, come spesso avviene nelle biblioteche, e si finisce così col licenziare di fatto i precari più deboli. Secondo fattore, l’abbiamo ricordato, il pregiudizio secondo cui insegnamento e ricerca non sono produttivi (ma dove sarebbero le fabbriche senza chi ha progettato quel che vi viene costruito? E quei progettisti dove mai hanno imparato, se non nella scuola e nell’università?). Infine l’habitus (non proprio ardimentoso) di cautelarsi costi quel che costi; e anche qui c’è di mezzo una gerarchia, fra l’interesse di una persona (il burocrate o preside di turno) e quello di una comunità o del Paese. Il ristoratore che riapre la pizzeria si dirà: se qualcuno dei miei avventori tra un mese risulta contagiato, come farà a dimostrare che è successo qui e non altrove? Il rettore che chiude l’università si dirà invece: e se poi qualcuno se la prende proprio con me, io perché dovrei rischiare? Su questo tema servirebbe un deciso pronunciamento del governo, un’analisi rigorosa delle opzioni, un coordinamento delle risposte. Se no, dovremo chiederci: il virus che indebolisce le responsabilità istituzionali non sarà ancor più dannoso del Covid-19?

Salvatore Settis