Le “Storie ribelli” di Sepùlveda (che rendeva conto solo ai lettori)

Sono pagine formidabili, sorprendenti, spietate quelle delle Storie Ribelli di Luis Sepúlveda, che i lettori del Fatto trovano in edicola insieme al nostro giornale. C’è la biografia densa di un grande scrittore che qualcuno ha voluto, in occasione della scomparsa, addomesticare alla sua produzione favolistica (La Gabbianella e il gatto, la più famosa). La voce che il Coronavirus ha spento il 16 aprile ha raccontato molte storie, raccogliendo ovunque si trovasse tracce di uomini dimenticati e coraggiosi. Sepúlveda, rivoluzionario cileno vittima di Pinochet, patì le torture in patria e poi il dolore dell’esilio. Tutto comincia con il colpo di Stato militare in cui viene assassinato il “compagno Presidente”, come lo chiama Sepúlveda, membro del corpo dei Gap, gli amici del Presidente Salvador Allende. Quel Cile è stato il luogo simbolo di un sentimento per milioni di ragazzi, una generazione che ha attraversato le stesse burrasche, per cui la militanza politica non era una bandierina ma una ragione di vita. Per parlare delle Storie ribelli abbiamo incontrato (dove ci si può incontrare ora, cioè sui social) due di quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di incrociare Sepúlveda: Bruno Arpaia ed Erri De Luca.

“Per quelli della mia età e quella di Luis, l’11 settembre è la data ricordare. Per molti la data evoca le Torri Gemelle, per noi il giorno dell’uccisione del presidente Allende: una data indimenticabile. Allende viene ucciso al Palazzo della Moneda da Pinochet, il generale finanziato dagli Stati Uniti e dal premio Nobel per la pace Kissinger”, ha detto De Luca ricordando le durissime parole che Sepúvelda dedica all’ex segretario di Stato Usa. “Nel ’73 militavo in Lotta Continua ed eravamo in contatto con tutti i movimenti sudamericani, anche con la sinistra rivoluzionaria in Cile, il Mir. Lotta continua lanciò una sottoscrizione, ‘Armi al Mir’: raccogliemmo 90 milioni in monetine per il Cile. Oggi sarebbe impensabile”. Eppure Sepúlveda non ha mai smesso di raccontare il mondo con le sue parole implacabili, contestando il sistema, la globalizzazione, il capitalismo selvaggio. Arpaia, che con Sepúlveda ha scritto due libri per l’editore Guanda, spiega così il segreto di un intellettuale libero che ha venduto milioni di libri senza rinunciare a una sincerità scomoda e mai edulcorata: “Ha sfruttato il meccanismo del mercato per cui i media non possono fare più a meno di te. Nello stesso tempo non doveva rendere conto a nessuno, se non ai propri lettori. Come tutti i bravi scrittori se ne fregava dei generi letterari. Li attraversava in continuazione per arrivare a ciò che voleva raccontare. Creava immagini per lettori da 5 a 90 anni. Aveva il dono della sintesi, uno stile asciutto, secco. Il tutto condito da un’ironia – e un’autoironia – che non l’hanno mai abbandonato”.

Nel 1977 la dittatura di Pinochet appiccicò una dolorosa “L” sul passaporto di Sepúlveda, che divenne apolide e giramondo. “Significava che non poteva più rientrare in Cile. Gli tolsero la cittadinanza e lasciò il suo Paese grazie ad Amnesty international”, ricorda Arpaia. “Poteva andare ovunque, ma non in patria. Fu apolide per qualche anno, fino a quando prese la cittadinanza tedesca sposandosi. Dopo non ha voluto richiedere la cittadinanza cilena, ha aspettato che gliela ridessero, cosa che avvenne nel 2017”. Cos’è rimasto di quelle vicende? Risponde Erri De Luca: “Il 900 è il secolo delle rivoluzioni. Luis ancora usa volentieri la parola nella sua prosa. Ma oggi è scaduta: di quel secolo non resta nulla”.

“I miei Miserabili delle banlieue vittime di polizia e politica”

Premio della Giuria a Cannes 2019, nella cinquina del film internazionale agli ultimi Oscar, due milioni e duecentomila spettatori Oltralpe: l’esordio del francese di origini maliane Ladj Ly, I miserabili (Les Misérables), prende titolo e quartiere (Montfermeil) da Victor Hugo, la storia di poliziotti colpevoli, ragazzini inermi e diffuse complicità dalla realtà difficile delle banlieue. Distribuito da Lucky Red, salta forzatamente la sala: il 18 maggio arriva on demand sulla neonata piattaforma Mio Cinema.

Ladj Ly, nella banlieue il lockdown com’è?

Una catastrofe. Sono quartieri molto poveri, le gente non arriva a fine mese, non ne può più. C’è chi ha messo in atto azioni di sostegno, ma è una polveriera: gli ultimi sono le prime vittime. E la polizia non aiuta: è molto violenta, ancor più in questi mesi.

La polizia è un problema?

Sì, ha carta bianca, almeno, ritiene di averla e di potersi permettere tutto: fa paura. I video sugli abusi dei poliziotti non si contano più.

I politici che fanno?

Sono i cattivi coltivatori di cui parlo nel film, i responsabili di quel che è accaduto: nella gestione della crisi non sono migliorati. Penso al reperimento delle mascherine: in Marocco è stato gestito benissimo, da noi no. Incredibile, ma dovranno renderne conto.

La Francia ha percezione di che significhi vivere nelle banlieue?

Macché, siamo sempre stati messi da parte, bollati come feccia. Però qualcosa è cambiato, i gilets jaunes hanno aperto gli occhi su altre condizioni di disagio, nelle province. E sull’enorme violenza poliziesca: ci sono Gilet gialli che negli scontri con le forze dell’ordine hanno perso un occhio, una mano.

Il presidente Emmanuel Macron ha visto il film, e?

È rimasto sconvolto, ha chiesto ai suoi ministri di trovare una soluzione, ma nulla di fatto è cambiato: i politici si sgolano da trent’anni, e poi non fanno niente. Siamo stati abbandonati una volta di più, hanno mandato solo più poliziotti.

Nemmeno in seno alle banlieue però si è saputo trovare un riscatto.

Nel 2005 si sono sollevate tutte insieme, per un mese è stata rivolta, ma poi non è cambiato molto, anzi: le promesse non sono state mantenute, la violenza non è finita.

Il Coronavirus porta una soluzione, almeno, di continuità?

Non tutti i mali vengono per nuocere, la gente è tornata ad aiutare il prossimo, e il virus colpisce tutti. È la fine di un’era, del mondo capitalista per come lo conosciamo? Forse, di certo nessuno è indenne.

Ognuno fa il proprio lavoro, nondimeno, se fosse un politico lei da dove inizierebbe per alleviare le sofferenze delle periferie?

Cultura e istruzione, sono la priorità. Ne parlo a ragion veduta, nel mio quartiere Montfermeil ho fondato una scuola di cinema: è aperta a tutti, gratuita, è un successo. È quella la strada da percorrere. Detto questo, io faccio il mio, ho denunciato cinematograficamente le condizioni di vita delle banlieue: i politici facciano il loro, è ora.

Quando un territorio è abbandonato dallo Stato, altri si accaparrano il potere: anche l’Islam?

Il rappresentante del mondo islamico ha un ruolo, lo mostro bene nel film, inutile negarlo. Ma dobbiamo mollare i luoghi comuni su radicalizzazione e jihad: Islam e terrorismo non sono sinonimi.

Che cosa farà ora?

Dagli Usa mi sono arrivate tantissime proposte, serie gigantesche e perfino un film Marvel, ma ho detto di no a tutto: continuo con I miserabili, ne farò una trilogia, un secondo capitolo sulla rivolta del 2005 vista attraverso gli occhi del sindaco socialista di Clichy-sous-Bois Claude Dilain, il terzo ambientato negli anni Novanta.

Ai César I miserabili ha trionfato, ma la scena se l’è presa la polemica su Roman Polanski. Che ne pensa?

Di Polanski non so cosa dire, se ha fatto cazzate deve essere giudicato e pagare. I César ne hanno approfittato per darsi un tono politico, ma non mi riguarda: abbiamo preso quattro premi, questo conta.

Siciliano, la “coscienza” tra Moravia e Pasolini

La prima riunione della nuova serie di Nuovi Argomenti, la leggendaria rivista trimestrale diretta da Moravia a cui si era aggiunto Pier Paolo Pasolini, si tenne in via della Pilotta 23, dove c’era anche la sede della Garzanti, che la stampava. Il segretario di redazione era Enzo Siciliano, un elegante giovanotto dalla carnagione scura e dagli occhi grandi e scuri anch’essi. Sulle scale incontrammo Attilio Bertolucci. Moravia pronunciò ad alta voce il mio cognome perché lo tenesse bene in mente. Mi avevano invitato a collaborare con racconti, poesie e saggi, ma anche a correggere le bozze e a riportarle in una tipografia di Monte Mario tenuta da due simpatici fratelli.

Dopo la riunione, tremebondo, salutai Moravia e Pasolini e accompagnai Enzo a casa sua, in via Brunetti, una traversa di via Ripetta. Prendemmo l’ascensore esterno al palazzo, accanto a una splendida buganvillea che ornava l’intera parete. Conobbi sua moglie Flaminia, detta Flam, alta, magra, floreale. Enzo mi firmò il suo pamphlet Prima della poesia, uscito nel 1965. Lo lessi come un retour à l’ordre alla Cocteau. Era il ritrovamento della letteratura come espressione, alla Benedetto Croce, contro la neoavanguardia del Gruppo ’63, che la letteratura l’avrebbe voluta abbassare al grado zero. In questo era in perfetta sintonia con Pasolini e Moravia. Io invece mi barcamenavo tra Nuovi Argomenti e una rivista sperimentale come Carte segrete, di cui ero redattore. Avevo chiesto provocatoriamente la tesi sulla metaletteratura italiana ad Alberto Asor Rosa.

Nel 1970, cinquant’anni fa, uscì Autobiografia letteraria, che a rileggerlo oggi è forse il libro migliore di Enzo Siciliano. Se Francesco De Sanctis chiedeva all’opera: “vi è l’uomo?”, Siciliano domandava: “C’è la persona?” cercando di scoprire il gusto dello scrittore, la sua esistenza. Di una generazione più vecchia di sei anni, Cesare Garboli, aveva esordito nel 1969 con La stanza separata. Erano i due nuovi critici di successo al di fuori delle avanguardie. Avevano in comune l’idea del critico “autobiografico” e narrativo, come il non amato Barthes che, recuperando l’inviso autore, nella seconda parte della sua vita, aveva scoperto che quella del critico e quella dello scrittore è écriture autobiografica, la stessa.

La parola “espressione” era quella più ricorrente nel suo dotto eloquio. L’altra era “coscienza” che proveniva dai suoi studi filosofici (si era laureato su Wittgenstein). In Romanzo e destini del 1992 denunciò l’aggressione a Bassani e la successiva estromissione dalla Feltrinelli degli avanguardisti, un libro dedicato all’ultima generazione di scrittori, la mia. Il romanzo La principessa e l’antiquario e il memoir Campo de’ fiori sono citati come le cose migliori della sua narrativa, soprattutto il secondo. A me piacque anche la biografia di Puccini e l’antologia del racconto italiano del Novecento in due fittissimi Meridiani.

Ricordo con piacere quando andavo a trovarlo d’estate al Vertano, in Umbria. Dopo ore di lettura Enzo si esibiva come cantante lirico. Era con sua madre, Flam e i suoi due cuccioli, Francesco e Bernardo. Mi raccomandava nella scrittura “la distanza”, credendomi affogato nella cultura sessantottina, che a lui sembrava una continuazione della neoavanguardia, quando invece il Gruppo 63 fu affossato proprio dal Sessantotto.

A volte facendo il mediatore tra Pasolini, la Morante e Moravia finiva bacchettato proprio da Pasolini, che aveva trovato il titolo del suo libro d’esordio, Racconti ambigui. Mi commossi quando al mio matrimonio insieme a Moravia mi regalarono una Olivetti di buon augurio. Dopo i funerali di Moravia ci vedemmo sempre meno. Tutti quei giovani che lanciò e che si impossessarono di Nuovi Argomenti sembrano essersi dimenticati di Moravia e di Siciliano, il quale morì il 14 giugno 2006 a 72 anni nella clinica romana di Villa Mafalda. Ricordo che, saputa la notizia, corsi trafelato a piedi da San Lorenzo. Sulla bara aperta Enzo aveva preso le sembianze di un principe arabo.

Flaminia Siciliano è venuta a vivere nel mio quartiere. Ci incontriamo di tanto in tanto accanto al mercato. La aggiorno sugli articoli che sempre più di rado, per la verità, escono sull’uomo che ha così tanto amato.

Francia, insegnanti a scuola con la paura del Covid

L’82% degli insegnanti in Francia è tornato a scuola con la paura (stando a un sondaggio Harris Interactive di ieri). Lunedì scorso, 11 maggio, primo giorno della ripartenza graduale del paese, le scuole materne e elementari hanno infatti riaperto le porte in tutte le regioni, anche quelle considerate “rosse”.

Per Francette Popineau, portavoce dello SNUipp-FSU, il principale sindacato degli insegnanti, il governo “è stato precipitato”: “Non abbiamo avuto il tempo materiale per prepararci”, ha detto a France Info. Il 13% delle scuole del resto, secondo il sindacato, non è ancora in regola con il protocollo sanitario ed è rimasto chiuso. Nel 20% dei casi non è possibile rispettare il limite imposto di 10 allievi per classe. In alcune scuole mancano ancora le mascherine, obbligatorie per gli insegnanti, in altre mancano proprio i maestri, molti dei quali, troppo angosciati, hanno preferito mettersi in malattia. Solo una settimana prima della data stabilita per l’apertura, il governo ha fornito ai direttori un documento di oltre 60 pagine di regole: orari sfalsati per l’entrata dei bambini, sensi unici negli istituti, distanza di un metro tra i banchi e così via.

Una scuola “contro natura”, dove ai bambini non è neanche concesso scambiarsi i giocattoli. Da settimane i sindacati denunciano i rischi di un ritorno a scuola “frettoloso”, sconsigliato anche dagli esperti del Comitato scientifico, propenso a rinviare tutto a settembre. Per rassicurare tutti, il governo ha stabilito che il ritorno sui banchi di scuola sarebbe stato progressivo e non obbligatorio, lasciando ai genitori la facoltà di decidere per i propri figli. Ma i timori per il contagio in Francia, con quasi 27mila morti (26.991, 348 in 24 ore), restano elevati: “Temiamo una seconda ondata epidemica e di esserne noi all’origine”, ha detto Francette Popineau. Proprio lo scorso fine settimana, un nuovo focolaio di Covid-19 è stato individuato in una scuola media di Chauvigny, un comune di settemila abitanti in Nuova Aquitania, una regione “verde” e poco colpita dal virus: quattro insegnanti sono risultati positivi dopo aver partecipato a una riunione per preparare la riapertura, prevista per il 18 maggio, come per tutte le medie delle regioni “verdi”. Nove sono in quarantena.

Il governo difende la sua strategia appoggiandosi su diversi studi recenti per i quali i bambini, oltre ad ammalarsi raramente e in modo lieve, sarebbero anche poco contagiosi. Ma anche in Francia diversi medici hanno lanciato l’allarme sulla sindrome di Kawasaki, la rara malattia infiammatoria connessa al Covid che colpisce i bambini: secondo l’ospedale Necker di Parigi, i casi in Francia sarebbero almeno 60, di cui una ventina nella Capitale. “Ci sono più rischi a restare in casa che ad andare a scuola”, ha insistito il ministro dell’Educazione, Jean-Michel Blanquer, sollevando altre polemiche. Alla fine, malgrado le opposizioni, i timori degli insegnanti, di molti sindaci e dei genitori, a loro volta tornati al lavoro, un milione e mezzo di bambini (su un totale di 6,7) sono chiamati a tornare un po’ alla volta sui banchi.

A Parigi, ancora “zona rossa”, dove la sindaca Ps Anne Hidalgo aveva firmato, insieme a più di 300 sindaci della regione, un appello per il rinvio dell’apertura delle scuole, i primi bambini – ma solo il 15% del totale – arrivano nelle classi a partire da domani.

Roghi in ospedale: non è solo il virus a uccidere i malati

La Russia brucia. A San Pietroburgo si muore con il virus e tra le fiamme: sono deceduti ieri, in un incendio divampato nel reparto di terapia intensiva di un ospedale della città, cinque pazienti ricoverati per Covid-19. “Per un cortocircuito un ventilatore ha preso fuoco” ha confermato il governatore della regione Aleksandr Beglov. Le cinque vittime hanno condiviso il medesimo destino del paziente morto all’ospedale Spasokukotsky a Mosca. In questo mese altri nove anziani sono morti in una casa di riposo a Krasnogorsk, altri sei hanno perso la vita per un incendio in una casa di cura.

Negli ospedali russi, divenuti focolaio di contagi del Corona, sempre più camici bianchi vengono appesi al chiodo: li abbandonano medici, operatori sanitari, autisti delle ambulanze, infermieri esasperati da strazianti turni di lavoro e assenza totale di strumenti protettivi. Hanno lasciato i reparti per protesta i dottori a Novosibirsk, a Kaliningrad, a San Pietroburgo, a Omsk, perfino a Mosca, al Kommunarka, l’ospedale divenuto teatro della propaganda di Putin in scafandro giallo canarino ad inizio marzo scorso.

La propaganda di Stato, abituata a spadroneggiare tra l’opinione pubblica, continua a sottolineare difetti e ritardi della risposta al virus dei Paesi avversari, a narrare della disgregazione dell’Unione europea e dei picchi di mortalità Usa in tv, ma non sembra riuscire più a nascondere questa volta ciò che perfino il ministro delle Finanze Anton Siluanov aveva già denunciato prima della pandemia: “Le strutture mediche russe sono in pessime condizioni” e non se ne occupa nessuno. La Federazione ha scalato la classifica internazionale dell’emergenza, battendo record funesti di primati e curve epidemiologiche: è ormai il terzo posto al mondo divorato dal Covid-19 con 232.243 malati, quasi 11mila nuovi casi al giorno, eppure poco più di 2.000 morti dichiarati (2.116 secondo Worldmeter).

Contro la stampa allineata al Cremlino, che deforma la verità e confonde la percezione della popolazione, combatte costantemente il quotidiano Novaya Gazeta: “Non puoi nascondere la morte”: con questo titolo, e un carro funebre nero in prima pagina, i giornalisti indipendenti raccontano che “la mortalità reale solo a Mosca supera di tre volte le cifre dichiarate”. Il virus dei paradossi sfalda anche quelle fila che erano rimaste ligie e fedeli al sistema governativo e alla sua narrazione finora: le forze di polizia. “Io non ho paura”, “io sono Vladimir Vorontsov”: è questo lo slogan dei dissidenti dell’opposizione, usato per la prima volta dagli uomini in divisa blu della polizia russa. In migliaia, a volto coperto dai passamontagna o scoperto e senza mascherina, hanno postato sul social russo Vk la loro foto per chiedere la scarcerazione del loro rappresentante nazionale, che nei mesi scorsi aveva denunciato le miserabili condizioni di lavoro delle forze dell’ordine, sprovviste di mascherine e altri dispositivi.

Vorontsov è finito pochi giorni fa in manette “per diffusione di false notizie” dopo aver scritto sui social, che ora traboccano di messaggi di solidarietà, di una scuola di cadetti divenuta culla di contagio del Corona. Da uno schermo all’altro, fino a quelli del Cremlino in quarantena digitale. È solo dai monitor in videoconferenza che le alte cariche della Federazione si confrontano dall’inizio della pandemia. Il virus raggiunge i vertici: dopo il premier Michail Mishustin, il ministro delle Costruzioni Vladimir Yakushev e della Cultura Olga Lyubimova, il capo dello staff Serghey Kiriyenko, anche uno degli uomini più vicini al presidente, il suo portavoce Dimitry Peskov, ha dichiarato alla tv di Stato di essere malato di Covid-19. La sua versione è che Putin non corre alcun pericolo, avendolo incontrato più di un mese fa. Il presidente, in ogni caso, resta al sicuro nella sua residenza, e per la prima volta la Russia chiede aiuto, in particolare all’Europa.

I dimenticati tra i dimenticati: stagisti, tirocinanti, freelance, etc.

Malgrado l’obiettivo del cosiddetto decreto Rilancio sia dare una mano a tutti i lavoratori in difficoltà, anche a questo giro – chiuso il recinto – qualcuno rimarrà fuori. Gli stagisti che hanno sospeso il tirocinio, i dottorandi con il sussidio di disoccupazione appena scaduto, i freelance che finora hanno guadagnato meno di 5 mila euro annui: tutti esclusi dalle tutele che amplieranno la platea raggiunta con il provvedimento Cura-Italia.

Il paradosso è che, mentre parte degli aiuti rischia di andare a chi non ha subito perdite, persone davvero colpite dalla crisi resteranno a mani vuote. Un esempio, come detto, è chi stava svolgendo un tirocinio. Forma di impiego che dovrebbe tendere alla formazione, ma nella pratica è diventata spesso un mezzo usato dalle imprese per risparmiare sul costo del lavoro. Dopo il lockdown, non tutte le Regioni hanno dato via libera per proseguire i tirocini in “smart-working”. Flotte di stagisti ora sono a casa senza indennità (che in genere vanno da 300 a 800 euro al mese). Solo in qualche territorio, come in Emilia Romagna e Lazio, sono stati introdotti sostegni per i tirocinanti fermi causa Covid-19. In altre zone – ad esempio in Lombardia, Piemonte e Puglia – è stato escluso di continuare a distanza e non c’è un paracadute economico.

Penalizzati anche i dottorandi con la borsa terminata il 31 ottobre 2019, caso frequente nelle nostre università. Hanno chiesto l’assegno di disoccupazione, la dis.coll, dopo l’8 novembre (la legge prevede infatti che si faccia otto giorni dopo la fine): dato che dura sei mesi, scadrà l’8 maggio. Una beffa: il decreto Rilancio concede una proroga di due mesi ai sussidi cessati prima del 30 aprile. Resteranno fuori per pochi giorni. Non va meglio ai lavoratori autonomi senza partita Iva che finora hanno guadagnato meno di 5 mila euro l’anno e non si sono iscritti alle gestione separata dell’Inps (requisito per ottenere i 600 euro). Coinvolti soprattutto giovani free-lance nel mondo della comunicazione che hanno appena avviato l’attività e stanno cercando clienti. Per loro al momento non è previsto nulla.

Di contro, sono stati distribuiti soldi anche a professionisti e partite Iva che non hanno dovuto dimostrare guadagni in calo. Le categorie a secco potranno essere ripescate nel reddito di emergenza, lo strumento più inclusivo del decreto. Non è però scontato: il Rem sarà precluso quando nel nucleo famigliare c’è già un componente che riceve una delle indennità del decreto marzo. In pratica, se lo stagista è figlio di una persona che ha preso i 600 euro, niente reddito di emergenza. Non resta che sperare in modifiche parlamentari durante la conversione del decreto.

I miti sul debito pubblico, Roma più rigida di Berlino

Guardando le dinamiche della finanza pubblica dalla crisi del 2009 in poi si possono sfatare due miti e trarre indicazioni per i futuro. Per capire cosa è avvenuto in questi anni è utile considerare i tre fattori che hanno determinato le variazioni del debito pubblico: il saldo primario (cioè il saldo del bilancio pubblico esclusi gli interessi pagati sul debito), le discrepanze competenza/cassa e il cosiddetto “effetto valanga”.

Il primo mito da sfatare è quello che contrappone un’Italia spendacciona alla frugale Germania. Se consideriamo infatti il surplus primario, che indica quanto “severa” sia la politica fiscale, vediamo che nei 9 anni 2010-18 l’Italia ha accumulato un surplus primario pari a circa il 13% del Pil, poco meno della Germania. Ma se consideriamo che le discrepanze tra i disavanzi di competenza e la variazione del debito, molto maggiori in Germania che in Italia, indichino una qualche sopravvalutazione dell’avanzo primario si può concludere che la politica fiscale in Germania sia stata in realtà forse persino meno rigorosa che in Italia.

Il secondo mito da sfatare è che basti aumentare la spesa pubblica in disavanzo per ottenere più crescita. Questo mito è caro al partito della spesa ed anche a chi spera di ridurre così l’indebitamento senza sacrifici. Si dice che aumentando la spesa crescerà il Pil e così si ridurrà il peso del debito sul Pil: banalizzando il messaggio di Keynes si pensa di poter avere un “pasto gratis” ed aumentare anche il consenso elettorale.

L’esempio della Spagna contraddice drammaticamente questa opinione: nel 2010-18 quel Paese ha accumulato un disavanzo primario enorme, pari al 32% del Pil, e quasi raddoppiato il peso del debito pubblico sul Pil eppure il suo Pil è cresciuto, tra il 2009 e il 2018, allo stesso tasso dell’Italia, 12% circa.

Il debito pubblico in Italia è continuato a salire, nonostante la nostra buona disciplina fiscale, per l’effetto valanga (snow ball effect) che in questi nove anni ha fatto crescere il nostro debito del 24% del Pil. L’effetto valanga dipende dal fatto che il rapporto debito/Pil aumenta se il tasso d’interesse sul debito (interessi pagati in percentuale sul debito) è maggiore del tasso di crescita del Pil nominale. Nei nove anni il debito ci è costato in media il 3,4% mentre il Pil nominale è cresciuto solo dell’1,2% l’anno. L’impatto sul debito è poi tanto maggiore quanto più cresce il rapporto debito/Pil: per questo si chiama effetto valanga.

In Spagna, nei nove anni considerati, il costo medio del debito e il tasso di crescita del Pil sono stati analoghi ai nostri ma l’effetto valanga è stato molto inferiore perché la Spagna era “partita” nel 2009 con un rapporto debito/Pil molto più basso del nostro.

L’effetto valanga è oggi la maggiore minaccia per la sostenibilità futura del nostro debito pubblico, applicandosi a un livello di indebitamento che si prevede possa arrivare a fine anno attorno al 160%, amplificandone gli effetti. È essenziale stimolare la crescita del Pil e ridurre il costo del debito, ma bisognerà tornare anche a una politica fiscale rigorosa appena sarà superata l’emergenza Covid-19. Il sentiero è molto stretto, c’è pochissimo spazio per errori. Occorrerà essere molto selettivi nella scelta di politiche che stimolino la crescita del Pil nominale gravando il meno possibile sulla finanza pubblica. A tal fine i peggiori investimenti, contrariamente all’opinione oggi prevalente, sono proprio quelli in infrastrutture ferroviarie, tutti finanziati dallo Stato a fondo perduto e che, dopo molti anni, possono ridurre un po’ i tempi di viaggio ma contribuiscono poco o nulla alla crescita del Pil. Sono lussi che non potremo più permetterci, al pari di alcuni programmi “ecologici” che costano molto alle finanze pubbliche per ottenere modestissimi risultati ambientali, anche se la moda corrente li considera acriticamente “sacri” come le ferrovie. Il nostro problema non sarà quello di stimolare una domanda insufficiente bensì di investire nei settori in cui maggiore è la potenzialità di crescita del Pil (dove è elevato l’Icor, il rapporto incrementale tra investimenti ed aumenti del prodotto) lesinando però sulla spesa pubblica.

C’è poi da cercare di ridurre il costo del nostro debito, 2,78% nel 2018, che è il più elevato in Europa ed anche quello che è diminuito meno dal 2010. Forse hanno pesato anche infelici scelte finanziarie da parte del nostro Tesoro anni addietro, come gli swaps di interessi (è un contratto che prevede lo scambio periodico, tra due operatori, di flussi di cassa aventi la natura di interesse calcolati sulla base dei tassi di interesse predefiniti e differenti e di un capitale teorico di riferimento, ndr). Pensando al ministero dell’Economia e al Recovery Fund, il beneficio per noi più rilevante potrebbe essere proprio quello di ridurre il costo del debito, cui dovrebbero contribuire anche posizioni politiche volte semmai a rassicurare i mercati piuttosto che demonizzarli.

Si dice che l’Italia saprà riprendersi dalla crisi Covid come fece nell’ultimo dopoguerra. Lo faremo se riusciremo ad adeguarci al fatto che questa pandemia ci lascerà tutti molto più poveri e pieni di debiti, Stato, imprese e famiglie. Né possiamo attenderci dagli altri partner europei aiuti analoghi al famoso piano Marshall di cui oggi si ritorna a parlare.

Alitalia, ora gli aerei sono una zavorra da tagliare

La mano destra non sa ciò che fa la sinistra. Non è una novità quando si parla di Alitalia, ma nell’era del coronavirus il marasma tocca picchi da vertigine. Mentre il governo stanzia 3 miliardi e mezzo di euro ritenendo che con una simile cura da cavallo di denaro pubblico la sfortunata compagnia possa risollevarsi una volta per tutte, il commissario Giuseppe Leogrande, nominato dallo stesso governo e che della compagnia dovrebbe essere l’attento amministratore, anche se pro tempore, si muove nella direzione completamente opposta. Di fatto Leogrande sta letteralmente tagliando le ali di Alitalia, impoverendola dello strumento più prezioso: gli aerei.

Non più di un paio di settimane fa il commissario è stato chiamato dai deputati a spiegare in un’audizione alla Camera che cosa stesse facendo per Alitalia e, soprattutto, che cosa aveva in mente di fare in vista della ripartenza. In una nuvolaglia di affermazioni che per vaghezza hanno lasciato assai perplessi i deputati, Leogrande ha fatto sapere che la flotta dagli attuali 110 aerei sta scendendo a 92, una ventina in meno, circa un quinto del totale. E siccome “per la contradizion che nol consente” non si può nello stesso tempo voler potenziare un’azienda mentre la si depotenzia, è evidente che all’Alitalia ci si trova di fronte all’ennesima babele.

Con un’aggravante: mentre l’impegnativo stanziamento del governo è condizionato da una serie di passaggi tortuosi, compreso quello delle forche caudine dell’Unione europea che potrebbe ravvisare nella faccenda un palese aiuto di Stato, i piani di smantellamento del commissario Leogrande procedono invece inesorabili, rendendo di fatto più difficile il percorso dello stesso governo e soprattutto dando l’idea siano essi tarati su una prospettiva anche in questo caso opposta a quella governativa. Questa prospettiva è la stessa che circolava già prima che il coronavirus desse il colpo di grazia, e cioè che l’azienda di Fiumicino sia incurabile e l’unico rimedio, se così si può dire, sarebbe venderla sottocosto ai tedeschi di Lufthansa. I quali nel frattempo si preparano alla ripartenza con una spinta straordinaria, si parla di 9 miliardi di euro, in parte nuovo capitale in parte prestiti del governo.

Sono anni che la compagnia tedesca si interessa a quella italiana non con l’approccio del buon samaritano, ma con quello assai più concreto di un gigantesco affare da raggiungere attraverso l’occupazione del mercato italiano, molto ricco prima del coronavirus, ma che inevitabilmente è destinato a tornare appetibile. Poco prima che scoppiasse la pandemia Jorge Eberhart, amministratore di Air Dolomiti, controllata da Lufthansa, era sceso a Roma per conto della casa madre per incontrare informalmente politici delle forze di maggioranza, in particolare la senatrice del Movimento 5 Stelle Giulia Lupo, delegata a seguire la partita.

Lufthansa vuole però un’Alitalia ripulita da quelle che considera zavorre, il personale di terra prima di tutto (un terzo circa del totale che è di circa 11 mila dipendenti) e poi vorrebbe molti meno aerei, al massimo una cinquantina. Leogrande si muove, di fatto, in questa prospettiva. Sulle piste di Fiumicino si possono vedere jet Alitalia sverniciati (vedi foto) in attesa di essere resi al lessor, cioè l’affittuario dell’aereo, o venduti, anche se non risulta che gli uffici Alitalia abbiano preparato le procedure per una gara pubblica, necessaria essendo la compagnia in amministrazione straordinaria. Se si vendesse senza gara, si tratterebbe di una violazione palese della legge; al Fatto risulta che la magistratura stia indagando su questo e altri aspetti della gestione Alitalia degli ultimi mesi.

Parvus, il fondo delle Cayman ago della bilancia della fusione

Grazie a schermi offshore, mani ignote possono decidere l’esito della maggior fusione bancaria degli ultimi 15 anni e gli equilibri del sistema creditizio italiano. L’offerta pubblica di scambio tra Intesa Sanpaolo e Ubi potrebbe avere come ago della bilancia i fondi speculativi Parvus, che dal 26 marzo controllano l’8,638% di Ubi che in Borsa vale 250 milioni. Se le adesioni all’Ops non arriveranno alla soglia del 66,7%, sarà Parvus a portare al successo o far fallire l’operazione. I fondi hedge sono gestiti dalla Parvus Asset Management il cui indirizzo è la casella postale 309 di Ugland House, in South Church Street a George Town, nel paradiso fiscale delle isole Cayman. La società offshore controlla l’omonima società britannica che ha sede al 7 di Clifford Street a Londra. Il gruppo, del quale non si trova numero di telefono né mail, dichiara 6 dipendenti. Patron di Parvus Cayman con lì80% è Edoardo Mercadante, finanziere italo-francese che non ama apparire: le due sole interviste note sono del 2003 e 2011.

Nato a Nizza il 17 agosto 1967, Mercadante è cresciuto a Roma dove ha studiato al Liceo francese e nel 1990 si è laureato in Scienze Sociali all’Università Gregoriana. Nel 1992 ha ottenuto un master in finanza alla City University Business School di Londra e nel 1995 il diploma Cfa di analista finanziario. Da gennaio ’93 già lavorava alla Mercury Asset Management. Quando Mercury fu acquistata da Merrill Lynch Investment Managers, Mercadante fu posto a capo del team che gestiva i 3,3 miliardi di dollari del Merrill Lynch European Opportunities Fund. A febbraio 2004, Mercadante fu promosso ad di Mlim ma, il 2 settembre successivo, se ne andò per fondare Parvus. In latino significa bambino, piccolo, modesto ma i suoi fondi a marzo 2019 gestivano 4,72 miliardi di dollari. La società ha sede nello stesso palazzo londinese di The Children’s Fund (Tci), hedge creato nel 2003 da Chris Hohn, miliardario figlio di un metalmeccanico giamaicano che dice di donare il 90% degli utili in beneficenza. Tci nel 2004 ha sottoscritto il 20% di Parvus e collabora anche col fondo Algebris di Davide Serra il cui quartier generale è sempre al 7 di Clifford Street. Insieme, Parvus Tci e Algebris hanno mosso su banche e società impegnate in ristrutturazioni, fusioni e acquisizioni: a volte per favorirle, a volte per farle saltare.

Mercadante è specialista degli equity swap, derivati con i quali due parti si scambiano dividendi e possibili guadagni in conto capitale su azioni contro cedole di obbligazioni o tassi di interesse su somme di pari importo. Con questi contratti Parvus controlla i voti in Ubi ma a decidere sono le mani, anonime, che lo finanziano e che sono i titolari delle azioni. L’attivismo “per conto terzi” è il marchio di fabbrica di Mercadante. Tra il 2006 e il 2018 Parvus, da sola o insieme a Tci e Algebris, ha fatto operazioni su Volvo e Generali, ha fatto saltare la fusione da 5,9 miliardi di euro tra le società di sicurezza G4S e Iss e quella da 5,5 miliardi di dollari tra le case da gioco William Hill e Amaya, proprietaria di PokerStars, ha investito centinaia di milioni nella banca olandese Abn Amro, nella danese Ringkjøbing Landbobank e nella belga Kbc. I fondi di Mercadante sono entrati in Ubi con equity swap pari al 5,091% a novembre 2017, quando l’istituto di Bergamo acquistò Banca Etruria. In precedenza Algebris aveva tentato invano di acquisire i crediti deteriorati della banca aretina finita in risoluzione a novembre 2015.

Mercadante ha investito anche in Brunello Cucinelli, Farmafactoring, MutuiOnline, Nice e Yoox. Dalla fondazione sino al 2016 Parvus Uk ha avuto come consigliere non operativo Alessandro Baldin, ex manager di Credit Suisse First Boston a Milano e Londra che da maggio 2005 gestisce i fondi hedge di Azimut, gruppo italiano di gestione finanziaria e consulenza di investimento, ed è stato ad di Azimut Capital Management e consigliere di Azimut Holding. Secondo Azimut “non ci sono stati conflitti di interesse né sovrapposizioni di business” con Parvus. Oggi Credit Suisse è advisor di Ubi sull’ops di Intesa. Coincidenze, silenzi, misteri sui quali Consob, Bankitalialia e Bce non hanno nulla da dire.

I soci di Ubi che resistono a Intesa non hanno speso un euro contro Messina

“Le azioni si pesano, non si contano”. L’adagio di Enrico Cuccia, figlio dell’epoca del più spregiudicato capitalismo di relazione, sopravvive tra le province ricche di Bergamo e Brescia. Ne è una prova l’arrocco che i soci forti di Ubi Banca, riuniti in ben tre patti di sindacato, hanno subito messo in piedi a fronte dell’Ops di Intesa. Fin dal giorno dopo l’annuncio dell’operazione del 17 febbraio, i “pattisti” di Ubi, riuniti nel Comitato azionisti di riferimento, nel Patto dei Mille e nel Sindacato azionisti di Brescia, hanno bocciato sonoramente l’operazione. “Inaccettabile, ostile, non concordata” e soprattutto giudicata non congrua sul prezzo offerto, che pur con un premio del 27% sui valori di Borsa di Ubi, non valorizzava, secondo loro, a sufficienza la banca.

E così la battaglia sul controllo della quarta banca italiana è partita da subito contrastata. Ma, in un mercato normale, se vuoi pesare devi contare le tue munizioni, devi mettere mano al portafoglio. Chi ha più azioni vince. Per i “pattisti” non è così evidentemente. Nessuno si è mosso infatti nelle settimane successive per incrementare la quota di possesso. Dietro i proclami di resistenza non c’è niente. Eppure con il titolo in caduta libera (come tutte le banche, Intesa compresa) per effetto della pandemia, l’occasione era ghiotta per andare sul mercato e comprare azioni. Tra l’altro mediando così i valori di carico, dato che per molti dei “pattisti”, le azioni Ubi sono in carico a prezzi molto superiori a quelli attuali.

Le ultime comunicazioni vedono il patto di sindacato più consistente, il Car, fermo al 18,9%. La parte del Leone la fanno le due Fondazioni, la Cassa di risparmio di Cuneo, ferma da tempo con il suo 5,91% del capitale; la Fondazione del Monte di Lombardia con il 4,95%. Poi, le famiglie imprenditoriali: Bosatelli che possiede il 2,97% del capitale cui si accodano i Radici, gli Andreoletti, i Pilenga, gli armaioli Beretta e Bombassei tutti con circa l’1% del capitale. A loro si è aggiunta Cattolica assicurazioni, anch’essa con un 1%.

Pure il Sindacato azionisti di Ubi (la sponda più bresciana) non ha mosso posizioni ed è fermo al 7,7% del capitale. Infine il piccolo Patto dei Mille, con l’1,6%. Così, la resistenza passiva all’affondo di Intesa può contare su un 28% del capitale, con le famiglie e le Fondazioni che hanno sindacato le quote. Un modo feudale per esercitare il potere di controllo sostanziale sulla banca, mettendo ciascuno pochi quattrini, il minimo sindacale. Investimenti di potere che non hanno dato grandi ritorni finora.

Basti vedere i bilanci della Fondazione Cr Cuneo. Quel 5,91% di azioni Ubi sono in carico a 3,73 euro ciascuna, per un valore di 253,9 milioni di euro. In pancia alla Fondazione c’è oggi una bella minusvalenza potenziale di ben 80 milioni. Per ora un flop fare i grandi soci di Ubi. Certo mitigata dai dividendi incassati che, dal 2015, ammontano a 23 milioni. Ma il titolo Ubi dovrebbe salire di quasi il 50% per portare in pareggio l’investimento. La Fondazione, poi, con il titolo pare giocarci: nei giorni scorsi ha comprato a più riprese opzioni su Ubi che avrebbero chiuso con perdite dato che il titolo è sceso anziché salire. Normale operatività dicono. Non sfugge però il dato che 30 milioni di azioni Ubi, la metà del pacchetto complessivo sono in gestione a Fondaco Sgr per “dinamizzare l’investimento”. Stessa sorte per la Fondazione del Monte che ha il suo investimento in Ubi in carico a oltre 3,8 euro. Perdite pesanti per ora virtuali anche in questo caso. E non c’è dubbio che molti dei pattisti abbiano scommesso sul controllo blindando i titoli, ma siano in perdita ai prezzi attuali.

Si dirà che Ubi ha tutte le carte in regola per recuperare terreno in Borsa e giustificare il niet a Messina. E proprio sotto Ops e in era Covid, la banca ha sfornato una buona trimestrale. Utile più che raddoppiato a 96 milioni, solido stato patrimoniale e crediti malati in discesa. Tutto vero, ma la gestione del credito ha visto scendere del 9% in 12 mesi il margine d’interesse. Una caduta compensata dalle commissioni in crescita e da guadagni da trading buoni che però sono una tantum. Resta poi il divario di redditività storica tra Ubi e Intesa: il Roe di Ubi è la metà di quello prodotto da Intesa. Quanto alla qualità del credito, si riconferma invece un antico nodo strutturale mai risolto. Il tasso di copertura dei crediti malati si mantiene basso al 39,5%; dieci punti percentuali sotto la media del sistema e 14 punti sotto i livelli cui Intesa copre i crediti deteriorati.

Ubi da sempre sostiene che l’anomalia è dovuta al maggior grado di garanzie immobiliari rispetto alle altre banche. Sarà. Resta l’eccezionalità. O in Ubi sono stati prudenti e accorti, facendosi scucire dai debitori molte garanzie e le altre banche (tutte) sono state improvvide, oppure qualcosa non torna. Se Ubi adeguasse i suoi tassi di accantonamento alle altre banche, ecco che dovrebbe svalutare i deteriorati di circa 700 milioni di euro. Un peso tenuto a bada nei bilanci che però vale due volte l’intero utile del 2019. Un enigma. Banca solida perché capace o perché le pulizie sono state fatte a metà?