Cara Selvaggia, fieri di essere tra i Paesi più longevi al mondo, di avere la classe di anziani tra le migliori e più performanti in assoluto, all’improvviso ci svegliamo in una realtà in cui tutto ciò che abbiamo costruito è totalmente sovvertito, annullato, cancellato e l’anziano è tornato ad essere “il vecchio” affetto da gravi patologie pre-esistenti, in realtà tutte patologie che nella nostra popolazione abbiamo imparato a gestire e curare efficacemente senza ridurre drasticamente l’aspettativa di vita.
Ci ritroviamo inermi e disarmati ad assistere inaspettatamente al “gerocidio” più rapido e subdolo che la nostra storia di paese evoluto ricordi. Decenni di educazione professionale e sociale per promuovere il valore dell’età biologica rispetto a quella anagrafica, l’età sociale come indice fondamentale della qualità di vita e del livello di efficienza. Noi geriatri, con pazienza, perseveranza e dedizione, abbiamo educato una classe medica al passo con i tempi, sempre attiva, aggiornata e formata per gestire al meglio le patologie croniche che l’individuo matura durante la propria vita e si trova ad affrontare nella longevità.
Tanto da far entrare nel senso comune l‘idea che la senescenza non è il declino inesorabile, fisico e mentale. Può essere invece un’evoluzione attiva del tempo che avanza, pur mitigata dal divenire del corpo, effettuando lo scollamento tra età anagrafica ed età biologica. Abbiamo favorito un vero e proprio ringiovanimento delle classi di età, così come le avevamo pensate e vissute solo un ventennio fa. Per questo oggi ci troviamo disarmati e dilaniati di fronte alla brutalità di una patologia acuta, che porta a fare i conti con l’età anagrafica e col sacrificio silenzioso di migliaia di ultra settantenni.
Fino a un paio di mesi fa, gli anziani erano considerati il nostro migliore successo terapeutico, come quantità e qualità di vita attesa; il patrimonio nazionale più gratificante. Oggi viviamo un evento catastrofico: all’improvviso, conta il dato anagrafico, anche solo in termini di accesso alle cure. Ci rendiamo conto che i nostri padri e le nostre madri, i nostri colleghi, maestri e compagni, i nostri pazienti, sono diventati i più esposti e sacrificabili. Quella parte di popolazione che i giovan, inizialmente, hanno faticato a tutelare e custodire, in nome della rinuncia al proprio stile di vita. Si sta attuando un “gerocidio” drammatico, indesiderato, silenzioso. Noi geriatri abbiamo imparato a curare fino a che si può, ad operare, fino a che si può, a trattare fino a che si può: perciò, nella nostra coscienza deontologica, la pandemia lascerà un solco profondo e insanabile.
Oggi noi geriatri ci ritroviamo a sovvertire le nostre indicazioni e a suggerire “cautelatevi, proteggetevi, isolatevi”. Perché il dato anagrafico trasforma rapidamente il soggetto geriatrico in un “vecchio” con gravi comorbidità; ed il vecchio, oggi, muore. Muore perché il sistema di tutela delle fragilità, che avevamo costruito, è in una condizione di crisi mai vista: così eccezionale che l’unico scopo è la tutela della vita, intesa come patrimonio di anni da vivere che un individuo possiede. Il dato anagrafico, oggi, è “la fragilità” per eccellenza. Con il taglio delle spese sanitarie, si è ridotta sempre più l’assistenza per acuti al paziente anziano; mentre i servizi per gestire le cronicità sono stati potenziati. Come se il “vecchio” non chiedesse assistenza specifica nelle fasi più mordenti della patologia, ma soltanto una gestione delle malattie pregresse. Così, le nostre geriatrie sono diventate luoghi di smistamento più che centri di cura ultraspecialistica.
Siamo la nazione con l’8% di mortalità, che messo a paragone con lo 0,8% della Germania e con i suoi 28.000 posti di terapia intensiva, fa capire come i tagli alla spesa sanitaria abbiano agevolato la devastazione che si dispiega sotto i nostri occhi, quotidianamente. Oggi che l’Italia conta i morti come su un campo di battaglia, è giusto rivolgere un pensiero a chi, per l’80%, rappresenta quella fascia di età che ha pagato con la propria vita il diffondersi dell’epidemia.
Un agente virale nuovo, venuto da Oriente, ha colto di sorpresa e falcidiato mentre ci si trovava seduti tranquillamente al bar, senza aver mai messo piede fuori del proprio luogo di vita, mentre si ricevevano le visite di parenti e amici, in quei pochi momenti quotidiani di agognata socialità, mentre si veniva assistiti nelle strutture scelte come luogo di ritiro negli anni della solitudine e della fragilità; mentre ci si intratteneva in piccoli momenti quotidiani di chiacchiere e condivisione. Un pensiero di cordoglio e di dolore va ai migliaia di loro, che rapidamente e drammaticamente sono venuti a mancare, senza onore né gloria, nel periodo più triste del nostro Paese e nell’assordante silenzio delle stragi improvvise e inaspettate.
Per noi geriatri italiani, è questo più che mai, un profondo momento di lutto e riflessione.
Dott.ssa Adriana Servello, geriatra – Prof. Evaristo Ettorre, geriatra
Dipartimento di Scienza Cliniche Internistiche, Anestesiologiche e Cardiovascolari Università di Roma, Sapienza. Centro Disturbi Cognitivi e Demenze Policlinico Umberto I – Roma
Grazie per aver scritto questa lettera così bella e così umana.
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