Mattarella: “Ci rialzeremo come dopo la Liberazione”

Pur in circostanze del tutto anomale nella storia del Paese, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto celebrare la Festa della Liberazione del 25 Aprile con un messaggio rivolto agli italiani. Nel suo discorso, il Capo dello Stato si è richiamato alla nostra capacità di “superare le avversità”, nel Dopoguerra come in questa fase di emergenza: “Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione. La pandemia del virus ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case. Fare memoria della Resistenza significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore. Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro”.

E ancora: “L’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili. Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. Avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori” Mattarella ha poi concluso: “La nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a un’azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore. Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando”.

“Un 25 aprile al contrario: oggi la virtù è obbedire”

Se chiedi a Marco Revelli, sociologo, figlio del partigiano Nuto, un commento su questa Liberazione anomala, subito dice: “Un parallelo formale, non sostanziale, con il 25 Aprile di 75 anni fa c’è: siamo di nuovo sotto coprifuoco. Perché anche in quell’aprile 1945 non si poteva uscire di casa, bisognava tenere le luci spente. Quello era un coprifuoco di guerra, questo è un confinamento sanitario”.

Una Liberazione senza (alcune) libertà: è un bel paradosso.

L’isolamento di oggi è una scelta altruistica, serve a tutelare la salute degli altri oltre che la propria. Per questo ho difficoltà a parlare di diritti sospesi. Credo che oggi sia più virtuoso obbedire che ribellarsi. Esattamente l’opposto di ieri, quando era morale opporsi. La scelta dell’isolamento, del rispetto delle distanze è etica. M’indigno se una parte di questo Paese scalpita per ripartire imponendo ai lavoratori di rischiare la vita in nome della produzione.

Un 25 Aprile anomalo: senza manifestazioni o con manifestazioni “da remoto”.

Ho ripensato a un pezzo del discorso di Calamandrei agli studenti, che tra l’altro cadeva nel decimo anniversario della Liberazione. “La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando incomincia a mancare”. Oggi facciamo esperienza concreta di cosa significa sentirsi mancare l’aria. Non possiamo uscire, vedere i nostri cari, non possiamo manifestare. Se non ci fosse l’emergenza coronavirus dovrebbero esserci le piazze piene più che mai, come è stato con le Sardine. Quello è stato forse il canto del cigno di una stagione in cui i corpi in piazza facevano sentire la loro voce.

Dice che le piazze dovrebbero essere piene più che mai: perché?

In questi ultimi mesi l’ombra nera che ancora si allunga su un pezzo della nostra società si è fatta sentire. Tanto da costringere il simbolo delle vittime della deportazione, la senatrice Liliana Segre, a girare sotto scorta. Il figlio di Lidia Rolfi Beccaria, partigiana e deportata, si è visto la porta di casa imbrattata da scritte ripugnanti. L’odio circola ancora. Non possiamo essere in piazza fisicamente, ma ci sarà un enorme mobilitazione virtuale grazie a iniziative come “Io resto libero”, promossa da Carlin Petrini.

Che pensa del parallelo con la guerra?

Il ricorso alla metafora della guerra ogni volta che si figura un’emergenza è un riflesso pavloviano di una cultura che non si è ancora liberata dalle scorie del militarismo dei secoli scorsi. Quasi che la guerra sia l’unico evento degno di scandire la Storia. Il presidente francese Macron nel suo discorso del 16 marzo ha pronunciato la parola guerra 6 volte, con il sottofondo della Marsigliese. Un richiamo primordiale alla mobilitazione totale e gerarchizzata: chi dice Nous sommes en guerre si candida a essere il comandate supremo. Un’affermazione da brividi. La guerra è per definizione la situazione in cui si vive obbedendo e obbedendo si muore. Un richiamo che ora non funziona: questa non è un’emergenza bellica, ma biologica. È il bios a essere in pericolo.

Sarà il caso di ridare senso al diritto alla salute, dopo.

Qui c’è tutto l’insegnamento della Resistenza che fu una guerra, ma una guerra di volontari. Persone che hanno scelto, senza che nessuno glielo ordinasse. Alla base c’era una scelta che ha dato il diritto di chiedere, dopo, un cambiamento. La scelta di privarci della libertà ci dà il diritto di dire, ora, che tutto deve cambiare. Non si può continuare a gestire la spesa pubblica ai danni della salute e a favore di investimenti destinati ad arricchire solo qualcuno. La sanità territoriale è stata massacrata: se abbiamo così tanti morti è per questo. Abbiamo affidato l’organizzazione della sanità a un personale politico e amministrativo disastroso, corrotto, incompetente. Queste responsabilità politiche diventano criminali: non possono essere quelli di prima a dirci cosa si deve fare.

Zaia si butta sulla “fase 3” e riavvia quel poco che può

Luca Zaia, governatore taumaturgo in epoca di pandemia, innalza due fogli durante la conferenza stampa di giornata a Marghera. Il numero 245 indica le terapie intensive negli ospedali veneti nel giorno di Pasquetta, quando i ricoverati erano 1.272. Undici giorni dopo, le terapie intensive sono 130 e 1.289 i ricoverati. Per un attimo passano in secondo piano i decessi nelle case di riposo, che seguono un’altra contabilizzazione. Il confronto è miracolistico. Così Zaia annuncia una nuova ordinanza, che allarga le maglie e dribbla le norme governative. Lo fa alla vigilia della festa del patrono di Venezia, il giorno in cui piazza San Marco di solito è affollata di leghisti, nostalgici della Serenissima, venetisti, ma quest’anno sarà deserta. Questo il regalo della giunta regionale. “Abbiamo tolto tutte le restrizioni che potevano essere tolte, senza violare la legge”. Zaia sa che il terreno è sdrucciolo. “Magari ci stiamo esponendo a qualche… in Italia un ricorso non si nega a nessuno. Eppure abbiamo fatto quanto è interpretabile e delegabile”. In termini pratici significa che riaprono bar, ristoranti e pasticcerie, ma solo per il ritiro del cibo da asporto. I cittadini possono comperare il gelato, ma senza consumarlo sul posto. Possono curare l’orto, anche se fuori dal comune di residenza. Sono riaperti cimiteri, darsene e fiorerie. Negozi di abbigliamento per bimbi, cartolerie e librerie potranno tenere aperto tutti i giorni feriali. Concessa anche l’apertura di lavori per opere pubbliche, non più per codici Ateco, ma per categorie. Ovvero: strade, ponti, ferrovie, autostrade, viadotti, opere nel sottosuolo, dighe, acquedotti, fognature. Ma anche interventi sul patrimonio edilizio esistente. Si può andare nei boschi a tagliare la legna (anche per autoconsumo). In ogni caso bisogna indossare mascherina, guanti, e restare alla distanza minima di un metro.

Lo studio Inps: più positivi dove si sta lavorando

Mano a mano che si prepara la fase 2, diventano disponibili i primi dati sulla correlazione fra apertura delle attività produttive e contagi. Secondo uno studio dell’Inps pubblicato ieri, la diffusione del Covid-19 è stata maggiore nelle province dove più attività sono rimaste aperte (ossia dove c’è una più alta quota di lavoratori nei settori essenziali).

Ne esce rafforzata l’ipotesi secondo cui a una più intensa densità produttiva corrisponde una più ampia diffusione del Covid-19. Materiale bollente per un dibattito ormai polarizzato fra chi spinge per prorogare la chiusura e chi vorrebbe accelerare il ritorno alla normalità. Mossa, quest’ultima, che alla luce di questo studio appare rischiosa.

I ricercatori dell’Inps considerano tutte le province italiane e le dividono in due gruppi della stessa grandezza. Il primo gruppo è composto dalle province con la maggiore incidenza di settori essenziali, il secondo dalle province con minore incidenza. All’inizio, prima dei provvedimenti governativi di chiusura, le curve dei contagi dei due gruppi crescevano allo stesso modo. Ma intorno al 22 marzo (quando è iniziato il lockdown vero e proprio) le due curve hanno iniziato ad allontanarsi (con una diffenenza fino al 25% dei contagi medi giornalieri). In poche parole, ciò significa che nelle province in cui è rimasta aperta una quota più alta di attività il contagio è cresciuto più rapidamente.

Lo studio mostra che, maggiore è la percentuale di settori essenziali nella provincia, maggiore è l’aumento dei contagi. I risultati dei calcoli dell’Inps sono statisticamente significativi, cioè la correlazione trova riscontro nei dati.

Una prima obiezione è che i dati lombardi potrebbero distorcere i risultati. Infatti, i numeri della Lombardia sono molto “estremi”: basti pensare che è l’unica regione ad aver avuto una saturazione delle terapie intensive. Ebbene, anche se li escludiamo le conclusioni non cambiano.

Ma di regione in regione può cambiare anche il numero di tamponi effettuati, dei morti e dei guariti dimessi dagli ospedali. Tuttavia, i risultati mantengono il loro andamento anche se si considerano queste dinamiche (inserendo quelli che in statistica si chiamano “controlli”).

Infine, lo studio mostra che “non solo tenere aperte le attività aumenta il rischio di diffusione del virus”, ma “tale aumento è più pronunciato quando le attività sono molto concentrate sul territorio provinciale”. Infatti, se si prende in considerazione la densità occupazionale per provincia, i risultati emergono con ancor più nettezza (aumenta cioè la significatività statistica).

Questo comporta che nelle aree dove la densità occupazionale è più elevata si ha una maggiore diffusione del virus. Questa dinamica può essere dovuta al fatto che è più probabile una maggiore vicinanza fra i lavoratori, anche nei mezzi di trasporto.

È rilevante che proprio l’Inps, e quindi un ente statale, diriga al governo un invito alla cautela. Nel documento, infatti, si evoca esplicitamente “il rischio di generare una seconda ondata di contagi”. Ma l’Inps mette in guardia anche da un altro rischio. Un altro documento di questi giorni mostra che i lavoratori dei settori bloccati appartengono alle categorie più deboli. Dato che proprio loro saranno colpiti più duramente dalla crisi, c’è il concreto pericolo di un aumento delle disuguaglianze e della povertà. Il messaggio dell’’Istituto guidato da Tridico è chiaro: difendere i lavoratori dei settori bloccati non può significare rimandarli al lavoro. O almeno non solo.

Sos per bus e metro: almeno 1,15 milioni di passeggeri in più

Come forse ormai è chiaro a tutti tornare a muoversi e lavorare, pur essendo necessario, comporta dei rischi che andranno gestiti: il Covid-19 non ha certo smesso di circolare. Proteggere i luoghi di lavoro è certo importante, ma come ci si arriva non lo è da meno: il trasporto pubblico – che secondo la classificazione Inail è settore a rischio “medio-alto” – può diventare uno straordinario vettore di contagio soprattutto nelle città, cioè i posti in cui non ci possiamo permettere di avere focolai. Per questo venerdì scorso è stato allegato al verbale del Comitato tecnico-scientifico un documento dell’Inail sul pendolarismo (a cui è seguito giovedì sera quello ministero dei Trasporti sul settore in generale): il testo – che il Fatto ha potuto leggere – sarà una delle basi del prossimo Dpcm sulla fase 2.

Se le prescrizioni, che vedremo, sono in parte ovvie (ammesso che vengano rispettate da aziende di trasporto e utenza), i numeri lo sono meno. Per capirci su quale onda rischia di travolgere il trasporto pubblico basti dire che alcuni studi hanno certificato, a seguito del lockdown, un calo della domanda a Milano dell’80%, a Roma per la sola metropolitana dell’89%. Insomma, “la fortissima riduzione nell’utilizzo del sistema da parte della popolazione non ha richiesto la realizzazione di particolari misure organizzative che saranno invece assolutamente necessarie” ora che si riapre. Il rischio medio-alto, infatti, diventa “alto” specie “nelle ore di punta” (cioè entrata e uscita dal lavoro) e “soprattutto nelle aree metropolitane ad alta urbanizzazione”. Estremizzando, il pericolo maggiore è la metropolitana tra le 7 e le 8 del mattino e tra le 18 e le 19 del pomeriggio.

Nel 2017 l’Istat ha stimato che in Italia circa 30 milioni di persone si spostano ogni giorno per raggiungere il luogo di studio (18,5%) o di lavoro (35,5%). Non tutti ovviamente usano i mezzi pubblici. Visto che le scuole restano chiuse fino a settembre, quanto ai lavoratori i numeri li fornisce l’indagine Inail INSuLa2 del 2019: “Solo il 15,6% (pari a circa 3,6 milioni di lavoratori) utilizza un mezzo pubblico collettivo (autobus, tram, metro o treno) almeno per una parte del tragitto casa-lavoro. I restanti oltre 19 milioni utilizzano il mezzo proprio, prevalentemente auto o moto privata rispetto alla bici, oppure si muovono a piedi”. Interessante allora capire, rispetto a oggi, quanti dei 7,3 milioni di lavoratori attualmente “sospesi” torneranno sui mezzi pubblici (in aggiunta ai milioni che erano rimasti a casa per una diversa organizzazione del lavoro o scelta dell’azienda): saranno quasi 1 milione 150mila, seicentocinquantamila dei quali in “zona 1”, cioè in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, quelle più colpite dal Covid.

Se in zone a bassa densità abitativa sarà più facile organizzarsi per tenere le distanze, nelle città rischia di essere un incubo: “Va evidenziata una variabile di difficile caratterizzazione e quantificazione, relativa alla mobilitazione di terzi connessa con l’apertura delle attività commerciali soprattutto nelle grandi aree metropolitane che potrebbe sovrapporsi con i flussi della mobilità lavorativa”. Non solo a breve usciranno i lavoratori del commercio, insomma, ma pure i clienti.

Per questo le aziende di trasporto, specie quelle locali, sono state invitate a prendere misure anti-Covid: garantire l’accesso a un numero di viaggiatori limitato su bus, tram, metro e treni, dotati di mascherina e seduti a posti alterni (con apposita segnaletica) in vetture che devono essere sanificate tutti i giorni e , se possibile, provviste di gel igienizzante per le mani. Anche la migliore delle organizzazioni possibili, però, non funzionerà senza una nuova organizzazione del lavoro (più smart working, turni scaglionati) e la collaborazione dei cittadini. Per questo il documento, oltre alle proposte tecniche, contiene un decalogo per gli utenti: cose semplici come mantenere le distanze, non affollarsi alle porte, indossare la mascherina, acquistare biglietti digitali, non usare i mezzi pubblici in presenza di sintomi influenzali e in ogni caso usarli solo se necessario. Questo per evitare che dalla Fase 2 si torni alla 1.

Sicurezza, c’è il Protocollo 2: 17 ore di guerra per firmarlo

La data cerchiata in rosso per l’apertura “in sicurezza” delle fabbriche che ancora erano rimaste escluse da autorizzazioni e deroghe era ormai a un passo dall’arrivare: lunedì 27, dopodomani. Per questo nella lunga notte di trattativa con sindacati e governo, le associazioni dei datori di lavoro tutto volevano tranne che cambiassero un’altra volta le regole per considerarsi “sicuri”. O meglio: se proprio dovevano cambiare, che almeno non ci fosse la mano pesante sui controlli. Così, buona parte delle 17 ore di confronto tra le parti sociali si è spesa a discutere dell’ovvio: chi sbaglia paga. Tradotto: chi non rispetta le misure di sicurezza previste dal protocollo aggiornato ieri, rischia la chiusura dell’azienda. Tanto più che – come noto – il grosso degli impianti, a cominciare da quelli del settore meccanico, dell’automotive, del chimico, eccetera sono tutti dislocati nelle regioni del Nord più colpite dall’epidemia di Covid-19.

Il tema delle sanzioni era rimasto fuori dall’accordo siglato il 14 marzo e invece ora diventa un caposaldo del nuovo testo, che verrà allegato al decreto che il presidente del Consiglio dei ministri potrebbe firmare già domani. La sospensione dell’attività, così ha ottenuto Confindustria che alle cinque del mattino ha minacciato pure di abbandonare il tavolo, si accompagna alla possibilità per le imprese sanzionate di ricorrere agli ammortizzatori sociali. Mentre è sfumata un’altra richiesta dei sindacati, che chiedevano l’obbligo di restituzione degli incentivi fiscali per le imprese trovate in difetto.

Ma non è stato l’unico punto di frizione nella notte tra giovedì e venerdì: le associazioni datoriali si sono battute perché nel protocollo non venisse menzionato l’aggiornamento del Documento valutazione dei rischi, che poi è il piano con cui dal 2008 le imprese devono obbligatoriamente identificare i rischi presenti in azienda e pure spiegare cosa fanno per prevenirli. Un documento che, come sarebbe ovvio, va modificato per inserire la variabile coronavirus, finora sconosciuta e oggi così decisiva. Un sintomo della linea “feroce e senza scrupolo”, come la chiama la minoranza della Cgil, che Confindustria ha portato al tavolo l’altro ieri (e che Maurizio Landini – secondo gli oppositori interni – non ha contrastato a sufficienza).

Di fatto l’aggiornamento si farà e il Covid-19 diventa un elemento di valutazione nella mani del cosiddetto “medico competente”. Spetterà a lui segnalare situazioni di fragilità dei lavoratori, applicare le indicazioni delle autorità sanitarie e soprattutto – è questa la vera novità del protocollo – “suggerire l’adozione di eventuali mezzi diagnostici”, dai test sierologici ai tamponi. Un punto che al tavolo ha particolarmente preoccupato le associazioni datoriali, allarmate dal rischio di eccessiva “intromissione” sanitaria in fabbriche e uffici. Tant’è che hanno promesso semplice “collaborazione” se le autorità sanitarie dovessero imporre un controllo “di massa” per evitare la nascita di nuovi focolai. La questione agita parecchio, anche perché è strettamente legata ad un altro punto, ancora non chiarito, che riguarda la classificazione dei possibili lavoratori contagiati: sono infortuni o malattie? Secondo le prime valutazioni dell’Inail andrebbero accomunati alla prima fattispecie, ma è evidente che si apriranno fiumi di contenziosi per stabilire l’impossibile: ovvero se il contagio è avvenuto in fabbrica, sull’autobus, a casa o al supermercato. Dentro gli stabilimenti e gli uffici, anche per questo, si limiteranno al massimo i contatti con personale esterno: se arriva un fornitore, per capirci, secondo il nuovo protocollo gli sarà vietato l’uso del bagno dei dipendenti.

Il cuore delle disposizioni riguarda ovviamente le cose ormai note: sanificazioni, mascherine, guanti, turni per mense e spogliatoi, dispenser di prodotti igienizzanti. Ma la catena delle prescrizioni si allunga anche alle aziende in appalto e subappalto (un’altra novità non proprio graditissima agli industriali). Ultima questione, si fa per dire, i controlli: se nelle grandi industrie verrà costituito un apposito comitato, per quanto riguarda le piccole e medie imprese – che non hanno rappresentanza interna – saranno create delegazioni territoriali tra sindacati e imprese. Anche qui, per la gioia di chi non vuole troppi occhi di mezzo a sorvegliare.

“Bene su Santapaola: il coronavirus nel 41-bis è un chiaro equivoco”

Boss di Cosa nostra che vengono mandati a casa, pezzi da novanta come il camorrista Raffaele Cutolo – a quanto pare in precarie condizioni di salute – che presentano istanza di scarcerazione. A Nitto Santapaola, per ora, è stata negata: “Le limitazioni del 41-bis lo proteggono dal contagio”, ha scritto il Tribunale di Sorveglianza di Milano, aggiungendo però: “Si prega di tenere aggiornato questo ufficio sulle condizioni di salute del detenuto”. Claudio Fava, presidente della Commissione antimafia siciliana, giornalista di lungo corso, che cosa sta succedendo?

Il problema non sono certo le istanze di scarcerazione degli avvocati, ma un equivoco mi sembra ingenerato ad arte: Covid rappresenta un particolare rischio per la salute dei detenuti al 41-bis. Così non è. Per paradosso proprio l’isolamento del 41-bis consente di difendere dalla pandemia queste persone, di sicuro nella fattispecie in una situazione migliore rispetto alle migliaia di anziani che si sono ritrovati a soffrire e morire in una residenza sanitaria assistita. E aggiungo che non avrei nulla da obiettare se i giudici dei tribunali di sorveglianza decidessero che per età e condizioni di salute questo o quel boss non può più rimanere recluso, se il suo stato non è più compatibile con la detenzione: se qualcuno dovesse mai decidere di mandare a casa Nitto Santapaola, per capirci, si assuma la responsabilità di mettere nero su bianco che il capo della mafia catanese non rappresenta più un pericolo per la collettività. Ha fatto bene invece il giudice del tribunale di sorveglianza di Milano a scrivere che in regime di carcere duro è protetto dal contagio del Sars-Cov2.

Cutolo ha presentato istanza…

Se la sua condizione non è compatibile con la detenzione è giusto che si provveda diversamente. Ma, ripeto, purché la scusa non sia il Covid (come nel caso di Pasquale Zagaria, ndr): nelle carceri per la pandemia è morta una persona su 60 mila detenuti.

Anche perché tutta l’attenzione riservata ai boss mafiosi non pare esserci per i “ladri di polli”, giusto?

Ecco, penso alle migliaia di tossicodipendenti, ad esempio, che si trovano costretti in carcere, spesso per reati minori, senza alcuna possibilità riabilitativa.

Cambiamo argomento: Paolo Borrometi, diventato una firma simbolo della cosiddetta “antimafia” la accusa di falsità nei suoi confronti.

In commissione abbiamo audito Borrometi per il suo lungo sostegno alle ragioni dello scioglimento del Comune di Scicli per mafia, avvenuto nel 2015. Abbiamo verificato come quello scioglimento fosse divenuto propedeutico alla realizzazione di un ampliamento di un impianto che doveva raccogliere i residui petroliferi della piattaforma Vega, 60% di Edison e 40 di Eni. La notizia sull’inchiesta giudiziaria che poi porterà allo sciogliemento di Scicli esce il giorno dopo il parere negativo del Comune e del sindaco a quell’impianto. Scioglimento, per la cronaca, fortemente caldeggiato anche dal senatore Giuseppe Lumia che, pur non essendo di quel collegio, se ne occupò con una chilometrica interrogazione. L’allora sindaco di Scicli Francesco Susino è stato poi assolto e nella sentenza si legge: “Ci sorprende come questa accusa possa aver superato la fase istruttoria”. Ecco, noi abbiamo chiesto a Borrometi se avesse dato all’epoca conto anche del manifesto “pro-Scicli”, firmato da magistrati e artisti come Severino Santiapichi e il pittore Guccione, e Borrometi ci ha detto di sì. Abbiamo chiesto di produrre l’articolo perché non lo trovavamo. Non è mai arrivato. Una funzionaria ha chiamato Borrometi fino al 2 marzo chiedendo al giornalista se avesse potuto fornirci l’articolo, perché continuavamo a non trovarlo. Nessuna risposta. Qualche minuto più tardi però il pezzo appare in rete, rilanciato dallo stesso Borrometi in un lungo post in cui accusa la Commissione antimafia di falsità. Poi un gruppo di giornalisti hanno scoperto che quell’articolo quasi certamente è stato creato proprio il 2 marzo 2020 e retrodatato a cinque anni prima.

Sono accuse gravi.

Quelle di “falsità”, che Borrometi ha mosso all’onorabilità di funzionari, commissari, consulenti e presidente della commissione antimafia della Sicilia. Se entro lunedì pomeriggio non saranno arrivate le sue scuse e l’ammissione sulla manipolazione di quell’articolo, la commissione denuncerà penalmente il signor Borrometi. E fino a quando non sarà chiarita la vicenda, mi ritengo autosospeso dall’Ordine dei giornalisti.

Serve una riflessione sulla parola “antimafia”?

Il grosso equivoco è sulla parola giornalismo: non è giornalismo scrivere invettive contro i mafiosi sui social. Il mestiere di vittima a prescindere funziona: arrivano prebende, promozioni, fama. Il giornalismo è altra cosa. Penso alle centinaia di cronisti che rischiano la pelle ogni giorno al Sud, spesso senza contratto, senza editore, neppure riconosciuti dall’Ordine. E soprattutto senza medaglie.

La telefonata di Cutolo: “Sto male, portatemi via”

Stazione dell’Arma di Ottaviano. Ieri mattina arriva Immacolata Jacone, era attesa dai carabinieri: deve telefonare al marito. E il marito non è uno qualunque, ma Raffaele Cutolo, il detenuto recordman per reclusione al 41-bis, dal 1993, già in isolamento, iniziato all’Asinara per volere del presidente della Repubblica Sandro Pertini, dall’82. “Pronto, Rafé, senti con l’avvocato abbiamo presentato istanza per la scarcerazione, ti chiederanno di firmare. Tu come stai?”. “Sto male, sto molto male, avete fatto bene”.

Cutolo “per la prima volta in 45 anni – afferma l’avvocato Gaetano Aufiero – fa una richiesta allo Stato, perché nulla ha chiesto mai con l’eccezione dell’inseminazione artificiale nel 2001”. E se don Rafé chiede, Pasquale Zagaria, 60 anni, gravemente malato, boss di una camorra più recente, detto Bin Laden, fratello del capo dei Casalesi Michele, uscirà dal carcere di Sassari – lo stesso dove è detenuto Leoluca Bagarella – e sarà trasferito a Brescia, una delle province più colpite dalla pandemia del coronavirus, a casa della moglie. Invece, lo Stato a Nitto Santapaola, 81 anni, capo indiscusso di Cosa Nostra a Catania, affetto da diverse patologie, ha già detto che no, non si esce dal 41-bis, almeno per ora: “Non ravvisandosi allo stato i presupposti – scrive il Tribunale di Sorveglianza di Milano – per procedere ex art. 146 c.p., atteso che il Santapaola è ristretto in regime di 41-bis o.p. e quindi in celle singole e con tutte le limitazioni del predetto regime che lo proteggono dal rischio di contagio”. Però, aggiunge, nella nota alla direzione del carcere di Milano-Opera: “Si prega di tenere aggiornato questo ufficio circa le condizioni di salute del detenuto”.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, che per ora dice no a Santapaola, è lo stesso che invece ha permesso la scarcerazione del palermitano Francesco Bonura, 78 anni, boss dell’Uditore, gravemente malato. Quello di Sassari, che scarcera Zagaria – per cui al contrario di Milano un rischio contagio è possibile anche al 41-bis – potrebbe dover prendere una decisione addirittura su Leoluca Bagarella, 78 anni, già successore di Totò Riina al vertice di Cosa Nostra. Ma l’avvocato del corleonese, Antonella Cuccureddu, assicura: “Allo stato non abbiamo presentato nessuna istanza. Dopo di che, sapete chi è Bagarella oggi? Ha subito 25 anni di 41-bis ininterrotto”. In questo caos il ministero della Giustizia prova a fare ordine come riportano ieri le agenzie di stampa: “Le istanze alla magistratura di sorveglianza dei detenuti appartenenti al circuito dell’alta sicurezza o sottoposti al 41-bis dovranno essere trasmesse alla Procura nazionale antimafia e a quella distrettuale. È quanto potrebbe prevedere, a quanto si apprende da fonti del ministero della Giustizia, una circolare a cui sta lavorando il Dap, destinata ai direttori delle carceri”.

Idrolitina, Dietorelle e Roby Baggio: la vita da favola di Gazzoni

Giuseppe Gazzoni Frascara se n’è andato a 84 anni, ma che vita incredibile ha vissuto. Per intenderci, oggi sul Resto del Carlino viene ricordato con uno speciale di 16 pagine. Roba da pontefici o capi di Stato. Gazzoni invece, malgrado fosse nato a Torino, è stato soprattutto un grande bolognese, l’ultimo di una casata di imprenditori che ha accompagnato la storia della città. Ha raccolto da giovane il testimone del papà Ferdinando, che a sua volta aveva proseguito l’impresa del nonno il cavaliere Arturo.

I Gazzoni erano quelli dell’Idrolitina, una polvere – sia consentito dire: terribile – che trasforma in acqua frizzante quella del rubinetto. Nata agli albori del secolo scorso, quando la minerale era un lusso dei ricchi, e sopravvissuta a due guerre mondiali e svariate rivoluzioni dei costumi (e dei consumi).

Se nonno Arturo era il cavaliere dell’Idrolitina (e della “Pasticca del Re Sole”), Giuseppe è stato il signore delle caramelle senza zucchero: le Dietorelle (a loro volta eredi del Dietor familiare). È soprattutto grazie a loro che fatto volare i fatturati dell’impresa familiare.

Tanto lavoro, tanta fatica, tante fortune. Tutto si spegne in una frase: “Mi sono rovinato col calcio”. Giuseppe Gazzoni non sarà ricordato per le Dietorelle ma per Baggio e Signori.

Compra il Bologna nel 1993: è in serie C, a un passo dal fallimento. Lo riporta in serie A in tre anni e lo trasforma in una meravigliosa creatura calcistica. Roberto Baggio, che rischiava di diventare un reietto del pallone, arriva a Bologna nell’estate del 97. Si taglia il codino e inizia a illuminare la città con la sua classe immensa. Con Gazzoni i rossoblu vincono un Intertoto e si arrampicano fino alla semifinale di Coppa Uefa: certe emozioni allo stadio Dall’Ara non si vivevano dai tempi del presidente omonimo, il grande Renato. Gazzoni cerca un posto nell’aristocrazia del calcio italiano, come l’ha trovato al tavolo dell’industria e della finanza: negli anni accumula partecipazioni in Generali, Falck, Pirelli, Camfin, Banco di Roma; è socio di Marco Tronchetti Provera e di Piero Gnudi, amico di Cesare Romiti, in buoni rapporti con la famiglia Angelli e pure con Berlusconi (che l’aveva spinto nel 95 a tentare l’avventura da candidato sindaco: non un successone).

Ma il calcio in Italia era un gioco falsato. Quando Gazzoni lo denuncia è troppo tardi. Sarà ricordato come grande accusatore di Luciano Moggi e della cupola che ha frodato milioni di sportivi e ridicolizzato il gioco nazionale. “Avevamo il terrore di Moggi”, dirà. È fuori tempo massimo: quando esplode Calciopoli il Bologna è appena retrocesso in serie B e la società è divorata dai debiti. L’ultima beffa è arrivata o un anno fa: la Corte d’appello di Napoli ha deciso che Calciopoli esisteva, certo, ma il Bologna non ha diritto ad alcun indennizzo economico.

Gazzoni ci teneva tanto anche se aveva già mollato tutto. Dopo aver venduto il Bologna e l’azienda di famiglia, gli era rimasto il titolo di presidente onorario dei rossoblu dal 2014.

È stato uno di quelli – per citare la famosa poesia di Kipling – che ha fatto “un sol fagotto” delle sue fortune e le ha giocate in un lunghissimo colpo a testa o croce. Ha perso, forse. Oppure no. È stato ostinato cultore della bellezza, che ha inseguito in molteplici forme: detto di Baggio e della poesia calcistica, bisogna raccontare della passione per le opere d’arte e per l’universo femminile.

Le due cose insieme, pure in questo caso non gli hanno portato benissimo. Leggendario è l’epilogo della relazione con l’ex compagna Katherine Price Mondadori, ricchissima e altrettanto affascinante signora americana, sposata in seconde nozze con Leonardo Mondadori (da cui si separa nel 94).

Il rapporto tra Gazzoni Frascara e miss Mondadori va avanti per tanti anni ma non finisce benissimo, visto che il 4 maggio 2006 il presidente del Bologna dà mandato ai suoi avvocati di recuperare qualche piccolo regaluccio con cui aveva dato sostanza alla sua storia d’amore. Di cosa parliamo? L’elenco è stilato in uno straordinario articolo della Stampa: “Un pacchetto di 13 tra quadri e disegni firmati Picasso, Modigliani, Brancusi, Klee, Klimt, Man Ray, Max Ernst, Marini, Wool e Rossetti, una scultura in bronzo e un tavolino in noce del 1600, veneziano”.

Quando l’amore si spegne, Gazzoni – tradendo la formazione oxfordiana – richiede indietro tutto: ballano parecchi milioni di euro. Lei però ribatte che erano regali – Natale, San Valentino, compleanni, feste della donna – e in quanto tali non vanno mica restituiti. Il tribunale le dà ragione: resta tutto alla signora. Tranne il tavolino in noce. “Non è del ’600”, stabiliscono i periti: Gazzoni aveva fatto un pessimo affare.

Il cancro non aspetterà il vaccino anti-Covid

Il trattamento dei pazienti oncologici in questo periodo è una problematica emergenziale, ma se ne sta parlando molto e spero che in ogni regione, ospedale, territorio, si abbia il buon senso di continuare i trattamenti in sicurezza, lasciando sempre meno spazio al disagio psicologico dei pazienti.

Vorrei qui soffermarmi in particolare sulla prevenzione, sugli screening oncologici e sulla vaccinazione HPV (Papilloma Virus). Ho letto molto, documenti dell’Oms, lettere aperte sul sito dell’Osservatorio Nazionale Screening, articoli e pubblicazioni, anche internazionali. Nonostante i tanti autorevoli pareri e i dibattiti, rimango del parere che gli screening oncologici e le vaccinazione per HPV non andassero sospesi nella emergenza del corona virus.

Carlo Naldoni, già responsabile dei programmi di screening per l’Emilia-Romagna, per me il guru degli screening oncologici, è un punto di riferimento alla quale la sanità dell’Emilia-Romagna (e non solo) deve molto. Sono molto gratificata e confortata che questa sia anche la sua opinione. In Italia nel 2019 abbiamo riscontrato oltre 370.000 nuovi casi di tumori maligni, che nel 2016 sono stati 179.000 i decessi per cancro e che attualmente in Italia vivono circa 3 milioni e 500 mila persone con una diagnosi di cancro (numeri del cancro AIOM 2019).

Non discuto dell’emergenza Covid, di come abbia stravolto la vita in termini di salute, di vita di relazione ed economica del nostro Paese, ma non trovo accettabile che l’emergenza non abbia lasciato spazio a programmazione e rimodulazione dei servizi territoriali.

Un Paese che non ha capacità di programmazione e di rimodulazione di fronte a uno stato di emergenza, ha più di un problema. Certamente sospendere e annullare è facile: basta chiudere. Non si inviano lettere o messaggi di invito, si chiudono i servizi e basta, senza industriarsi per cercare i Dpi, rimodulare gli orari, organizzare il distanziamento sociale, disinfettare le apparecchiature tra un paziente e l’altro (in ospedale lo facciamo regolarmente in questi giorni, ma come sempre, pulendo le sonde degli ecografi con disinfettanti specifici nel tempo di pochi secondi), trovare una modalità che non faccia arrivare il messaggio “la prevenzione si può sospendere”.

Eppure il messaggio che arriva ai cittadini è: possiamo fare a meno della prevenzione. La vaccinazione per l’HPV copre i nostri giovani (e non solo) da 6 tipi di cancro. I cancri soprattutto della mammella e del colon non aspettano i tempi dell’ondata del coronavirus. 3-4 mesi di ritardo, ma saranno anche di più a conti fatti, possono creare le basi per una metastatizzazione, possono impedire una diagnosi precoce.

Peraltro mi incontro con elucubrazioni mentali del tipo: “Questo stop forzato potrà servire a rimodellare gli screening oncologici”, “si potranno utilizzare macchinari più potenti in tomosintesi per la mammella già al primo livello”, “si potrebbe aprire a queste fasce di età piuttosto che ad altre”, “si potrebbe riorganizzare inserendo tra i parametri i rischi personali come quelli familiari e genetici”. Sempre “si potrebbe”.

Ma cosa si potrebbe? Noi ci porteremo dietro un ritardo che arriverà a un anno, se va bene, di sospensione immotivata. E lasciando poi liberi i cittadini di accettare l’offerta. Sappiamo già da ora che non verrà fatto quanto avrebbe già dovuto farsi da tempo.

Da anni si parla (e solo si parla) di rimodulazione della prevenzione oncologica. E ancora non abbiamo capito, o facciamo finta di non capire, che investire in prevenzione è un risparmio, è la chiave per avere un Paese in salute, operativo, ottenendo anche un risparmio notevole sulle cure. Basta parole. Il coronavirus passerà, oppure impareremo a conviverci, oppure troveremo presto il vaccino; la notizia è che il cancro non aspetta né ci avverte.